Pierluigi Concutelli – colloquio investigativo 05.02.1993

Nell’ambito di un colloquio in cui venivano espresse specifiche richieste alternate a discussioni relative alla necessità di chiarire definitivamente le responsabilità della destra eversiva nella cosiddetta “strategia della tensione, il Concutelli riferiva quanto segue:

– di essere disposto a fornire chiarimenti su quanto non ancora acclarato e che comunque non coinvolgano persone mai finite in galera perché sarebbe scorretto nei loro confronti. Subito dopo precisava che in fondo si trattava di fatti cosi’ vecchi che, anche se avesse fatto dei nomi, non avrebbe, coinvolto nessuno.

– di aver compreso l’inutilita’ di quanto fatto in passato, di essere oramai di fede radicale, pannelliano convinto, e, quindi, non violento, pur non essendo disposto a porgere cristianamente l’altra guancia se provocato.

– di essere convinto di aver pagato per gli sbagli fatti e di essere ormai prossimo ad uscire mancando solo piu’ 4 anni per potere usufruire dei benefici di legge, di conseguenza affermava di non voler infastidire nessuno ne’ adesso ne’ quando sara’ fuori. Anzi, se una volta libero le condizioni sociali dovessero essere prodromiche di una rivoluzione, la sua risposta ad una eventuale chiamata sarebbe: “Ragazzi ho già dato, dove eravate quando facevo l’idealista per voi?”. Ammetteva che la pecca di questa ricostruzione era il non aver chiesto al “popolo” il parere sui suoi metodi rivoluzionari.

– di ritenere che una perequazione della pena fosse vicina, permettendogli cosi’ di uscire prima dei quattro anni previsti; il suo lavoro sarebbe stato quello di tecnico della forestazione.

– in merito all’omicidio Occorsio sosteneva, in un primo tempo, e come sempre ribadito di fronte alla magistratura, di esserne il responsabile politico ma non l’esecutore materiale, successivamente, chiestogli di non essere in contraddizione con la propria volonta’ di chiudere con il passato, ammetteva di esserne stato anche l’autore materiale. Precisava di aver sparato 2 raffiche di mitra con un caricatore da 32 colpi che, però,ne aveva solo 30 per non affaticare la molla, di aver sparato. quando l’autovettura del magistrato transitava sullo stop ed era quindi piu’ lenta, di aver diretto i colpi dal basso verso l’alto per non fare danni ad altri.
Specificava di non aver utilizzato proiettili espansivi alternati a blindati come detto dai periti, ma solo colpi “full metal jacket” di cui alcuni “scamiciati” dal vetro, traiettoria durante.
Sosteneva di non averlo mai ammesso per non dare alle forze di Polizia informazioni sulla sua Organizzazione e cioe’, in questo caso, dell’identità del politico col militare.
Affermava di aver ucciso il magistrato per la risposta che questi gli diede in una udienza in merito alle sue contestazioni sull’uguaglianza, per tutti, della legge.

– in merito a “Zio Otto” ed alle sue mansioni sosteneva che non aveva mai sentito tale soprannome e che, comunque, nessuno con lui usava tali accortezze, pero’ sapeva che una persona che avrebbe dovuto fornire al suo gruppo armi, e con la quale si era incontrato una sola volta, aveva all’epoca quarant’anni, era veneta, era in grado di costruire le armi da sola comprando le canne in Svizzera dalla Aerlikon (comprava canne da 108 e poi le segava) ed era stata piu’ volte in Spagna. Data l’abilita’ manuale di questa persona, riteneva che lo Zio Otto ed il Carlo fossero la stessa persona.

-affermava che il coinvolgimento del Delle Chiaie con Bologna faceva parte di un depistaggio, che la strage era stata fatta per coprire Ustica venendo decisa da circoli massoni sovranazionali.

– riferiva non credere alle indiscrezioni circa una bomba come causa di Ustica ma, in base alle sue conoscenze tecniche, riteneva si trattasse di un missile aria-aria con ricerca ad infrarossi delle fonti di calore.

– riteneva che il depistaggio dell’esplosivo rinvenuto sul treno fosse stato fatto proprio per far credere ad un matrice governativa deviata esclusivamente nazionale.

– sosteneva di avere molti dubbi sull’individuazione dei colpevoli della strage del 904 poiche’ solo un pazzo utilizzerebbe un detonatore elettrico su di una linea ferroviaria.

-chiedeva di ribadire al Dr. Salvini, del quale dimostrava di avere una grande stima, che la famosa cassa di ananas, era stata presa dal Dr. Improta, e che questo era uno dei motivi per i quali aveva molti dubbi sulle reali possibilità di giungere alla verità, in quanto, probabilmente, lo schifo che li aveva circondati era piu’ grande di quanto non potessero immaginare.

– riteneva molto probabile che il gruppo del poligono di Venezia fosse in mano ai servizi.

-affermava che se veramente volevamo scoprire Bologna dovevamo chiederci il perché dell’innesco chimico e pensare alla vittima sacrificale e non ai presunti individuati autori.

-aggiungeva che se volevamo arrivare a Brescia dovevamo battere sui responsabili e cioè su Ermanno Buzzi e sul Capitano dei Carabinieri Francesco Delfino.

Riepilogo della vicenda Sgrò – sentenza primo grado Italicus

Ai fini della prova della consumazione dell’anzidetto reato giova ricordare che:
a) il 12/7 o 15/7/74 (tale data è variamente indicata dal bidello) quest’ultimo effettua il primo “racconto” a Basile, richiamando la presenza di sei giovani nelle vicinanze della stanzetta dell’esplosivo:
fra questi il capo viene indicato con dati somatici, professionali e culturali corrispondenti a quelli di Ajò (capelli e barba rossa, tarchiato, studente di chimica, assistente di un professore): v. in proposito il rapporto Noce del 17.7.74 a foglio 4/17 e le dichiarazioni Basile a fogli 2-8-8-9/19.

b) il 19/7/74 Sgrò riferisce a Basile (che poi li comunicherà ad Almirante, il quale a sua volta li trasmetterà a Santillo) i nomi di tre dei suddetti giovani, nel frattempo divenuti autori dell’asporto dell’esplosivo: Ajò Davide, Proietti Luciano e Santucci Liliana; v. in proposito le dichiarazioni di Basile e di Almirante, nonché il rapporto Noce in data 30.7.1974 a foglio 7/17, ove Jo risulta identificato per Ajò;

c) il 5/8/74 Sgrò conferma al dott. Pavone della Procura della Repubblica di Roma la veridicità delle dichiarazioni di Basile e del relativo contenuto anche per quanto riflette i tre giovani menzionati (v. foglio 3/19);

d) in data 8.8.1974 il bidello riferisce verbalmente al dott. Improta (dirigente l’Ufficio politico della Questura di Roma) di avere in precedenza dichiarato a Basile soltanto di aver visto l’Ajò conversare con quattro giovani “di sera”, successivamente notati mentre maneggiavano i candelotti d’esplosivo nei sotterranei dell’Università (v. foglio 22/17).

e) Sempre in data 8.8.74 Sgrò assunto a verbale dal Procuratore della Repubblica di Bologna, sviluppando quanto dichiarato al dott. Pavone, precisa che Ajò Davide faceva parte di un gruppetto di quattro giovani soliti frequentarsi, notati diverse volte nei corridoi menanti alla stanza dell’esplosivo e visti poi allontanarsi dall’Istituto di fisica, con fare furtivo e circospetto, portando con se quattro borse presumibilmente ricolme dei candelotti, esplosivi v. foglio 17 e segg./19;

f) il 9.8.74 Sgrò ha un ripensamento e riferisce al Procuratore Lo Cigno che Ajò Davide, suo buon conoscente da alcuni anni, non avrebbe fatto parte del menzionato quartetto di giovani, coi quali sarebbe stato solo visto parlare un paio di volte: v. foglio 22 e segg./19;

g) il 19.8.74 il bidello, nel corso di una conferenza stampa tenuta presso la sede del quotidiano “Paese Sera”, dichiara di aver inventato tutto quanto si ad allora narrato, precisando di avere menzionato Ajò soltanto perché aveva la tessera del partito comunista (v. articolo di Paolo Graldi al foglio 79/17) e1 perché gli era antipatico “in quanto faceva sempre casino e non lo faceva lavorare”: (v. deposizione Graldi in data 13.8.74 al foglio 72/17);

h) il 13.8.74 conferma al dott. Lo Cigno di avere sempre mentito;

i)  il 15.8.74, rispondendo nella qualità di imputato del delitto di calunnia (in stato di custodia preventiva), asserisce di non avere mai incolpato l’Ajò, ma di essersi limitato a dire, nell’ambito di una narrazione totalmente inventata a scopi di lucro, che certo David Jò era la persona cui si sarebbero avvicinati quei due ragazzi e quelle due ragazze che avrebbero portato via gli esplosivi;

l) il 19, il 20, il 27 ed il 28.8.1974 ripropone di aver creato di fantasia tutta la vicenda delle scoperta degli esplosivi (compreso il ruolo attribuito ad Ajò) per consentire che fosse evitato un attentato, di cui egli, intercettando per radio una conversazione ed assistendo all’incontro fra due sconosciuti (uno sarebbe stato tarchiato, con barba e capelli rossi) menzionanti la stazione Tiburtina, nella sua qualità di ipersensitivo aveva avuto esatta precognizione;

m) il 28.8.74 ed il.5-6/9/74 prospetta la tesi secondo cui egli avrebbe, visto candelotti e carta millimetrata sull’autovettura di Basile, il quale, dopo la strage, lo avrebbe informato di aver reso certe dichiarazioni (comprendenti anche la specificazione dei tre famosi nomi) agli organi inquirenti lo avrebbe altresì costretto a confermarle;

n) il 30.10.74 dichiara di avere scorto la carta millimetrata ed i candelotti esplosivi all’interno di una valigetta posseduta da Davide Ajò, il quale, in data 14 luglio circa, nell’aula di esercitazioni di chimica, avrebbe legato insieme quattro candelotti con nastro isolante, applicando poi al tutto un oggetto non potuto identificate; precisa altresì di avere inventato i nomi Proietti e Santucci, nonché di avere riferito inesattamente il nome di Ajò (da lui allora conosciuto soltanto come Davide) perché un ragazzo, interpellato ad hoc, gli aveva detto che si chiamava “Jò”.

o) nel corso del dibattimento (udienza 12-13-14-18.1.1982 e 12.4.1983) Sgrò nel confermare le dichiarazioni rese al dott. Pavone, precisa tuttavia di non avere mai inteso accusare Ajò Davide, ma di avere soltanto pronunziato i nomi “Jò”, Proietti Luciano e Santucci Liliana (riferendoli a tre giovani, studenti o assistenti, notati muoversi furtivamente negli scantinati citati e, quindi, allontanarsi dall’istituto portando borse ricolme) per averli appresi da persone che li avevano chiamati o –in versione successiva – tramite l’assunzione di informazioni presso loro colleghi;
e specifica altresì di aver reso le dichiarazioni del 30.10.1974 fortemente accusatorie nei confronti di Ajò e causa del suo precario stato psico-fisico senza rendersi ben conto di quanto andava dicendo, spinto unicamente dal desiderio di provocare la liberazione di persone innocenti (Basile ed i pretesi correi).
Questa necessariamente l’estesa sintesi delle funamboliche acrobazie mentali del bidello romano rappresenta il mezzo più adeguato per valutare appieno la sua contorta ed instabile personalità, la sua propensione ad accumulare bugie, nonché la gravità della di lui subdola e reiterata condotta calunniosa (…).

Sentenza Italicus primo grado pag 144-149