La gestione Maletti del Reparto D e la copertura accordata a Gelli nel Rapporto sul Golpe Borghese

Fu MALETTI, nel corso del dibattimento svoltosi a Catanzaro sui fatti di Piazza Fontana, che attestò che agli atti del Reparto D giaceva una relazione di GIANNETTINI che gli era stata consegnata da LABRUNA secondo cui Avanguardia Nazionale collaborava con I’ “Ufficio Affari Riservati” e fu sempre il generale che chiese al capitano, già suo dipendente, di riferire “il falso” alla Corte di Assise inducendolo a dichiarare di non ricordare dove il documento fosse stato riposto.
In tal guisa in quel contesto temporale MALETTI coprì e fece coprire anche il dato, di cui alla Relazione, nonché sviluppato in un Appunto ad hoc allegato e poi sparito, secondo cui il TORRISI – ufficiale di marina candidato ad assumere la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa poi affettivamente ricoperta – aveva anch’egli partecipato alle riunioni segrete tenutesi per la preparazione del GOLPE assieme al dr. DRAGO, medico presso Ministero dell’Interno nonché ai vertici di Avanguardia Nazionale (cfr. in fasc. “DRAGO Salvatore” di cui al carteggio acquisito presso il SISDE relativo agli atti trasmessi dalla Divisione AA.RR). Proprio GIANNETTINI, nel corso dei colloqui con LABRUNA articolatisi dal “settembre 1972”, aveva riferito a questi del ruolo di TORRISI. E’ stato LABRUNA a riportare queste circostanze in verbali poi trasmessi anche al G.l. di Milano che ebbe a risentire più volte il capitano predetto anche su tale specifico punto. Sempre secondo le dichiarazioni del capitano, il generale MALETTI, in ordine sempre agli accertamenti sul GOLPE BORGHESE, atipicamente incaricò dello sviluppo degli stessi il “solo ROMAGNOLI” all’epoca Capo della III Sezione Polizia Militare “subito dopo l’incontro … con il Ministro della Difesa ANDREOTTI” allorché furono fatti ascoltare al predetto i nastri e consegnata la “trascrizione fatta dal NOD delle conversazioni registrate a Lugano presso l’ORLANDINI”.

Su questo punto il VIEZZER (dep. 18.7.88), quanto all’incontro tra ANDREOTTI, MALETTI e personalità militari quali i Comandanti Generali, aveva già riferito che il Ministro aveva suggerito di espungere alcuni nominativi pur citati, tra cui quello di GELLI, che poi MALETTI provvide a eliminare onde non furono denunciati il generale NARDELLA, il generale DEL VECCHIO nonché lo stesso Licio GELLI.

In particolare sul generale NARDELLA, ha riferito significativamente l’ex Capo del MAR Carlo FUMAGALLI (cfr. dep. 30.9.96 f. 13234) il quale ha ricordato come fu lo stesso alto ufficiale, agli inizi del 74, a formulargli esplicita richiesta di fare evadere Amos SPIAZZI “dal carcere dov’era all’epoca ristretto… lo stesso NARDELLA poi mi disse che non se ne faceva niente perché lo SPIAZZI aveva riferito che sarebbe uscito dal portone principale”. Sia pure indirettamente vi è in atti il riscontro di contatti avuti da GELLI con i partecipanti al GOLPE: all’esito della perquisizione disposta nel domicilio di VIEZZER è stata sequestrata il 28.10.88 dalla DIGOS di Venezia una cartella gialla, titolata “materiale relativo al processo” (pendente all’epoca a carico di VIEZZER e istruito dall’A.G. di Roma) ove, in fogli vergati a mò di memoria difensiva (f.58) dal predetto, si legge del contenuto di una conversazione tra VIEZZER e GELLI intercorsa sul Golpe BORGHESE a Villa Wanda ad Arezzo: “mi disse che aveva avuto contatti con due Ufficiali in pensione, uno di quelli si chiamava DEL VECCHIO e che, sentite le loro fantasie, li aveva messi in guardia contro quel fanfarone di ORLANDINI che pure aveva incontrato e che aveva subito giudicato come tale”.

VIVIANI, all’epoca Capo della II Sezione, ha ricordato che nei novembre 1973 erano stati espletati accertamenti in direzione di GELLI “sia in sede di Archivio di Reparto che in Archivio di Sezione” e che erano stati attivati anche i Centri CS sempre in ambito Reparto D, raccontando che “dopo la reazione di GELLI evidentemente formulata indirettamente in direzione di MICELI, vi fu un curioso ed improvviso invito a cena, il primo, da parte del Ministro della Difesa … al generale MALETTI. La mattina successiva, siamo ai primi di dicembre 1973, il MALETTI mi parlò in termini entusiastici del suo ospite. La settimana successiva MALETTI mi disse di essere stato ancora invitato a cena dal Ministro della Difesa: siamo a metà dicembre”. Rileva che il periodo degli incontri è collocabile a poche settimane dalla caduta di ARGO 16.
Sui contatti con MALETTI ANDREOTTI ha ricordato: “..lui mi chiese di venire, io credo me l’abbia chiesto nelle vie formali, proprio, di venire il Generale, allora non so se era Colonnello ancora o Generale, non lo so questo, forse Colonnello; ma mi chiese di venire per un… si mise a rapporto e mi chiese di venire e mi spiegò che, nel corso dell’indagine che lui aveva coordinato, per quello che era stato il Golpe del 70, era venuto fuori il nome del generale MICELI, cioè del suo Capo, per un contatto col Principe Borghese e quindi lui si trovava in un grandissimo imbarazzo e io dissi con molta precisione “lei riferisca al generale MICELI. Ove il generale MICELI non prendesse delle iniziative allora io mi riserbo di intervenire”. Ma invece il generale MICELI mi portò lui il Rapporto che aveva ricevuto dal generale MALETTI e poi lo vedemmo insieme, nella riunione collegiale di cui abbiamo già parlato. Quindi il rapporto con MALETTI fu questo rapporto, direi, molto semplice. Poi, il seguito di questo fu tutta la vicenda della denuncia e poi del processo del Golpe del 70” (int. 15 maggio 1996). VIVIANI ha collegato indi l’inizio delle ostilità nei suoi confronti da parte del generale MALETTI parlando di “manovra destabilizzante” in relazione al fatto che “all’esito degli incontri tra ii generale MALETTI ed ii Ministro delia Difesa ANDREOTTI” la attività di accertamento a carico di GELLI “cessò, almeno al livello di controspionaggio” spiegando che “dai centri dipendenti, Centri CS, non affluirono più gli aggiornamenti sui sospetti” in direzione del GELLI.

MALETTI dunque come bloccò le articolazioni da lui dipendenti a livello Sicurezza interna e Controspionaggio, 1A e 2A Sezione, così censurò il nominativo di GELLI dal Rapporto sul GOLPE BORGHESE e dei già citati Generali legati allo stesso. Sull’elisione del nominativo del GELLI LABRUNA ha tentennato pur a fronte delle contestazioni di cui al verbale VIEZZER secondo cui era stato proprio lui a raccontare al segretario di MALETTI l’episodio della eliminazione del nominativo di GELLI ascrivibile alle raccomandazioni di ANDREOTTI. La circostanza ha trovato comunque riscontri.

Il GENOVESI, narrando delle fasi precedenti l’incontro con il Ministro della Difesa e con le altre autorità militari quanto agli accertamenti sul GOLPE, ha ricordato: “la lettura del Rapporto a Palazzo BARACCHINI avvenne in presenza mia, del col. MARZOLLO, del t. col. Agostino D’ORSI Capo del CS1, io Capo della 1A Sezione. La riunione era presieduta dal generale MICELI al cui fianco sedeva MALETTI che fu invitato da MICELI a leggere il malloppone. All’esito della lettura MICELI disse che bisognava inviare l’incarto in visione al Ministro e chiese a ciascuno di noi un parere MARZOLLO disse che l’incarto doveva essere mandato così com’era all’A.G. lo eccepii che non ci dovevano essere palleggiamenti interni: Ministro, Capo di Stato Maggiore Difesa. Il carteggio doveva andare direttamente e integralmente all’A.G. … lo ricordo che durante la lettura fu fatto riferimento esplicito alla MASSONERIA che aveva sovvenzionato il GOLPE. Fu letto il nome di Licio GELLI” (int. 5.10.95).

Il Senatore ANDREOTTI, come tra poco emergerà, ha negato di aver suggerito l’eliminazione dal Rapporto del nominativo di GELLI e di altri ma ha confermato di aver raccomandato in quella sede di eliminare dati, relativi a persone, non riscontrabili. In realtà, vista la prevalenza dei dati relativi ad una ponderata valutazione dell’esigenza di non far emergere all’esterno, all’A.G., il ruolo di GELLI, già emerso ai vari livelli del SID sia in relazione a fatti eversivi interni che a collegamenti con servizi stranieri, è indubitabile che, per gli addetti ai lavori e per il vertice politico dell’epoca, GELLI rivestisse una eccezionale valenza.

Il col. MANNUCCI BENINCASA (3.4.96 f. 11070) ha ricordato, quanto alla nascita di un rapporto diretto MALETTI – ANDREOTTI, che fu il VIEZZER a riferirgli, prima della deflagrazione del caso GIANNETTINI, che “erano” già riusciti a stabilire, a procurare “il giusto contatto” e “che se ne sarebbero visti i frutti” collocando il colloquio nella prima metà del 1974. Contestualmente ha addotto che effettivamente il nominativo de! GELLI come persona implicata nel GOLPE BORGHESE “scomparve dall’insieme dei nomi coinvolti nel GOLPE”, informazione che mediò dal GENOVESI, e che fu il Cap. LABRUNA, dopo il 1974, a riferirgli a Roma “in Centrale che il cosiddetto malloppone divenne malloppino per intervento di ANDREOTTI sul MALETTI”.

Al Senatore ANDREOTTI sono state lette anche le dichiarazioni del MANNUCCI predetto (cfr. int. 15 maggio 1996, f. 26):
R. Confermo in maniera assoluta che quello riguardava solo militari, fra l’altro, cioè riguardava dei militari, perché dissi: “non è giusto esporre dei militari”, perché non c’erano nomi civili, né GELLI né altri, che richiedevano cose di questo genere, il nome di GELLI non c’era, specialmente dopo tutto quelle che e venuto fuori me lo sarei ricordato, quindi…
D. Ma lo esclude in maniera radicale o non se lo ricorda?
R. No, no, beh, lo escludo in maniera radicale perché mi avrebbe colpito; è vero che, insomma, in quel momento ancora, forse, le polemiche sul GELLI erano minori, però, sapendo che il GELLI, almeno come Direttore della Permaflex, chi era, mi avrebbe colpito questo nome se fosse stato, non c’era nelle…
D.Veniamo, alla elisione di una cosa che ha una maggiore valenza e cioè degli elementi di…
R. Del resto forse qualcuno, non so se adesso siano ancora viventi, ma qualcuno di questi dello Stato Maggiore, cioè che fecero poi questa revisione per guardare, forse esiste ancora e può essere sentito.
D. Si, però sono coinvolti in maniera tale da non essere attendibili.
R. Beh, non lo so.
D. Se non addirittura inquisiti.

Anche sull’elisione del nome di GELLI ha indagato la Procura della Repubblica di Roma che ha recepito atti inviati dalla A.G. di Milano che a sua volta aveva da questo Ufficio ricevuto alcuni atti, estrapolati in copia dai presente procedimento, sviluppandoli. L’A.G. di Roma da quella di Milano ha altresì ricevuto anche le bobine di registrazione impiegate da LABRUNA nel corso dei contatti intercorsi con Remo ORLANDINI.

Sentenza ordinanza Argo 16 – pag 200-203

“Andreotti: Junio Borghese chi era costui?” – OP 27.09.1977

Una delle principali “accuse” rivolte da Andreotti a Miceli a sostegno di quella montatura rappresentata dal processo per il cosiddetto Golpe Borghese è rappresentata dal fatto che l’allora capo del SIOS esercito, Vito Miceli, avrebbe incontrato una volta Junio Valerio Borghese. Chissà se verrà mai fuori dal quel processo, o da uno degli altri che si celebrano  da tempo presso le corti d’Assise dei tribunali di mezza Italia,quante volte lo stesso Andreotti si incontrò con il “principe nero”?

andreotti 3

Se a Miceli è stato sufficiente un solo incontro con Borghese per andare dentro per 6 mesi, quanti anni dovrebbe soggiornare in carcere Andreotti usando lo stesso metro?

“Op” 27.09.1977

Stefano Serpa sul capitano Delfino e la P2

SERPA afferma di aver conosciuto DELFINO “tantissimi anni fa”. All’epoca era già capitano dei Carabinieri ed era nei servizi. SERPA ha confermato il seguente passo del verbale del 10.9.96 davanti alla DDA di Reggio Calabria :
“…vi è sempre stato un rapporto molto stretto tra Antonio NIRTA, denominato u du nasi e i colonnello dei Carabinieri DELFINO, originario di Platì. Il DELFINO vissuto all’ombra del padre, Maresciallo dei Carabinieri del suo paese di origine, ereditò dal genitore tutte le conoscenze di San Luca e Platì. Il colonnello DELFINO riceveva da Antonio NIRTA informazioni relative ai sequestrati che prelevati nell’hinterland milanese, venivano <acquistati> dallo stesso NIRTA, dai PAPALIA, dai PELLE e BARBARO. Sempre il NIRTA forniva all’ufficiale informazioni che gli permettevano di liberare i sequestrati. Dopo che questi, nella maggior parte dei casi, avevano già pagato il riscatto. E ove non l’avessero già fatto, era il NIRTA che acquistava il denaro, non nella misura corrisposta dai familiari dei sequestrati ma in entità inferiore, in quanto il resto andava al colonnello DELFINO” .

Fonte di quanto sopra lo stesso NIRTA , Vincenzo MACRI’ e perfino i “servizi”. SERPA ha spiegato che le amicizie che aveva i padre di DELFINO sono stransitate al figlio. Così come il padre prendeva i soldi, anche il figlio li prendeva. SERPA ha altresì confermato che NIRTA era da sempre simpatizzante della destra eversiva, condividendo la volontà dei DE STEFANO di inserire la ‘Ndrangheta in quel contesto . Ha
confermato, inoltre, che “in ciò il colonnello DELFINO giocò un ruolo importante essendo egli massone con legami alla P2 di Licio GELLI.”
Tali fatti li aveva appresi dallo stesso NIRTA durante la comune detenzione a Reggio Calabria. Non solo NIRTA, ma anche Paolo DE STEFANO era amico di DELFINO. Il Colonnello DELFINO ebbe ad occuparsi dello stesso Paolo DE STEFANO su richiesta di NIRTA. Infatti tra NIRTA e Paolo DE STEFANO non correva buon sangue ed allora DELFINO avrebbe potuto prendere delle iniziative nei
confronti del medesimo DE STEFANO, come arrestarlo o indagarlo. SERPA ha aggiunto che DELFINO, attraverso le sue conoscenze “all’interno dell’eversione di destra” e facendo parte della P2 avrebbe potuto far sapere a NIRTA quale esattamente era stato il tipo di accordo siglato a Montalto. SERPA ha confermato anche il seguente passo “Sempre NIRTA sperava che il tentativo di golpe ideato da BORGHESE avesse un esito favorevole affinchè egli potesse occupare nella nuova organizzazione un ruolo di primo piano”. Dallo stesso NIRTA ha appreso della sua conoscenza con Licio GELLI.
Ha confermato anche che dei rapporti DELFINO-NIRTA era a conoscenza anche Giovanni VOTTARI, assassinato in Milano. Anzi, questi custodiva della documentazione che lo stesso DELFINO aveva consegnato al NIRTA. In detta documentazione sarebbe stato compreso un elenco dei presenti a Montalto, compresi i “politici”, nonché altra documentazione attinente ai apporti tra massoneria e ‘Ndrangheta e l’elenco dei sequestri ai quali aveva partecipato. Da NIRTA aveva anche appreso dei rapporti di DELFINO con la P2.

Lettera del capo dell’antiterrorismo Santillo al giudice Tamburino su Gelli del 17.12.1974

In relazione alla nota suindicata e per quanto concerne il punto 2 della richiesta stessa, si comunica che nel decorso mese di agosto, fonte fiduciaria, non controllata, segnalò che alcuni esponenti della massoneria finanziavano gruppi dell’estrema destra rivoluzionaria.
In particolare segnalava l’operato di Gelli Licio, incaricato delle pubbliche relazioni della ditta “Lebole”, che dirige l’organo “Loggia Propaganda 2” al quale farebbero capo personaggi di rilievo nel mondo economico, della burocrazia italiana e alti ufficiali.
Univa copia fotostatica (n.1) di una lettera del 15.1.1973 di Accornero Nando, in cui tra l’altro il Gelli veniva definito “sgradito e pericoloso”, “che ha gravi e pesanti precedenti fascisti e che attualmente dispone degli schedari in codice conservati in una particolare sede che non è specificata, ma che molti dicono trovarsi in via Cosenza in Roma”.
In un altro documento (vedi n. 2) il Gelli veniva indicato come “un fratello, che non solo ha un triste passato fascista, ma che ancora vive delle concezioni di un funesto regime, fino al punto di invitare i fratelli che appartengono ad alte gerarchie della vita nazionale, ad adoperarsi perché l’Italia abbia una forma di governo dittatoriale” o “violento persecutore di giovani partigiani o renitenti alla leva della Repubblica di Salò”.
La stessa fonte fiduciaria precisava che del “Raggruppamento Gelli” avrebbero fatto parte, tra gli altri, Ambesi Alberto da Milano, e Donini Francesco da Bologna.
I predetti avrebbero avuto rapporti con i noti Junio Valerio Borghese, Giancarlo De Marchi e Attilio Lercari. In relazione alle notizie fiduciarie sono stati svolti alcuni accertamenti in merito.
Donini è stato identificato per Donini Francesco, nato a Bologna il 20.3.1931, ivi residente in via Mengoni, 48, fondatore della “Gioventù italiana del Sagittario”  che svolse la sua attività dal 1953 al 1956, con sede a Bologna. Già responsabile della condotta “profana” della Loggia “Felsinea” con il “grado nove” della guardia massonica, attualmente non appartiene ad alcuna loggia, né risulta mai aver fatto parte del Raggruppamento Gelli né aver conosciuto il Gelli stesso.
Per quanto attiene ai contatti avuti dal Donini con il Principe Junio Valerio Borghese e con il De Marchi, questi si riducono ad un incontro in occasione di un congresso della X MAs presso il ristorante “Tre Vecchi” sito a Bologna in via Indipendenza.
Ambesi è stato identificato per Ambesi Cesare Alberto di Umberto, nato a Torino il 7.9.1931, residente a Milano in via Gerolamo Forni n. 33. Giornalista si dedica alla libera professione e non ha mai partecipato a manifestazioni politiche; recentemente si è interessato alal storia della massoneria, sulla quale dovrebbe a breve pubblicare un libro.
Gli accertamenti svolti escluderebbero che l’Ambesi abbia avuto contatti con elementi della destra estrema, soprattutto nelle vesti di finanziatore.
Gelli Licio è stato identificato per Gelli Licio di Ettore e fu Gori Maria, nato a Pistoia il 21.7.1919, ivi residente che risulta avere appartenuto in passato al PNF.
Accornero Nando è stato identificato per Accornero Ferdinando, fu Anselmo e fu Battaglia Irma, nato a Genova il 28.3.1910, residente a Roma, in via Anapo n. 7, coniugato, professore di neuropsichiatria alla locale università.
Il Nucleo Antiterrorismo di genova ha assunto, poi, a verbale tale Barbieri Giorgio, nato a S.Giorgio Lomellina, il 10.10.1931, domiciliato a Genova in Corso Dogli 8/6, giornalista, in ordine a sue affermazioni che il Golpe (di Borghese) era appoggiato da alcuni elementi della massoneria.
In merito è stata riferita in data 23 ottobre u.s. all’Ufficio Istruzione di Roma (dr. Fiore), cui sono stati inviati anche i documenti fiduciari su Gelli, la cui “Loggia”, definita anche “Raggruppamento Gelli” potrebbe significare che il gruppo aveva una destinazione d’attività diversa da quella specifica della Massoneria.
Si allega (all. n. 3) infine il bollettino n. 30 – 31 del 29 – 30 novembre u.s., dell’agenzia di stampa “Informatore economico” in cui si accenna a presunti rapporti tra il SID e la massoneria.

Il direttore dell’ispettorato dr. Emilio Santillo

Concutelli: le armi e i contatti con Orlandini del 1970

Dal Rapporto n. 321/471 del Nucleo Investigativo del Gruppo dei CC di Palermo dei 24 ottobre 1969 si evince che il 24 precedente erano stati arrestati Pierluigi CONCUTELLI, Ferdinando MISTRETTA “laureando in medicina e chirurgia”, Alfio LO PRESTI “medico” e Guido LO PORTO “procuratore legale” perché resisi responsabili, tutti, di porto abusivo di armi e munizioni da guerra, il CONCUTELLI inoltre anche di detenzione abusiva di armi. Nella zona posta a monte del poligono di tiro militare di BELLOLAMPO i CC erano accorsi avendo udito raffiche di mitra e ripetuti colpi di pistola, sorprendendo, nei pressi di una Fiat 124, i quattro predetti giovani tra cui il CONCUTELLI all’epoca studente del 3° anno della facoltà di Agraria.
Gli arrestati venivano trovati in possesso di:

-2 moschetti automatico Beretta calibro 9 lungo modello 38 A;

-machine pistole calibro 9 lungo;

-moschetto automatico MAS calibro 7,65 lungo;

-pistola RADOM calibro 9 lungo;

-pistola Beretta calibro 7,65;

-7 bombe a mano SRCM;

-35 caricatori vuoti per le predette armi;

-due fondine per pistola;

-100 cartucce a pallottola da mm. 8 per mitragliatrice;

-106 cartucce calibro 9 lungo per mitra;

-16 lastrine portacartucce per mitra;

-369 bossoli di cartucce, esplose, calibro 9 lungo per mitra;

-e altro.

Il verbalizzante, il Capitano Comandante del Nucleo Investigativo Giuseppe RUSSO, all’esito della denunzia formula considerazioni per certi versi benevole. Infatti definisce le armi “sia pure efficienti ma eterogenee, neppure tutte corredate di munizioni”; quanto ai lotti delle cartucce fabbricati tra il 1931 e il 1967 adduce: “quest’ultimo anno coincide con quello in cui il CONCUTELLI ha affermato di avere ricevuto le armi e munizioni dal non menzionato iniziale detentore” aggiungendo, quanto al numero dei bossoli calibro 9 lungo esplosi, che “il rilevante numero” di essi “suffraga l’affermazione dei prevenuti che stessero eliminando il munizionamento per abbandonare le armi scariche” sempre in sede di rapporto definendo “credibile quindi o quantomeno accettabile la versione fornita dagli interessati;”.

In data 5 gennaio 1994 la P.G. veniva richiesta di far svolgere allo SME accertamenti circa la provenienza in particolare dei due moschetti calibro 9 lungo mod. 38/A rispettivamente recanti m.m. M1190 ed E3640 nonché del moschetto mm. F15092 e della pistola Beretta cal. 7,65 mm. 702048. Il successivo giorno 13 il 1° Reparto, 2A Divisione della Direzione Generale delle Armi Munizioni Terrestri del Ministero della Difesa, con la Nota Prot. 2/0063-II/3, dopo avere esperito ricerche presso la società costruttrice e sui movimento di armi da riparare avvenuti dal 1982 presso lo SMAL di Terni, riferiva che il MAB m.m. 1190 il 28.2.1944 era stato distribuito alla Guardia Nazionale della Repubblica e che questo tipo di arma risultava radiata dal servizio; circa il moschetto E3640 “risulterebbe essere un mod. 4 distribuito il 7.1.1955 all’Esercito Italiano”; quanto alla pistola “risulterebbe essere mod. 35 distribuita il 9.10.1948 alla Direzione di Pubblica Sicurezza di Roma”; in ordine al moschetto automatico m.m. F15092 “risulterebbe di origine francese di preda bellica ed impiegato dai Reparti dell’Esercito Italiano durante l’ultima guerra”.

orlandini

Il CONCUTELLI ha finalmente rivelato i retroscena dell’episodio (cfr. 21.12.93): premettendo che si trattò del primo arresto in suo danno ha raccontato che, oltre all’armamento sequestratogli in quelle circostanze, apparteneva a lui ulteriore armamento da egli medesimo dislocato in altri siti anche se quantitativamente inferiore a quello attinto dai CC e mai rinvenuto. Ha ricordato di avere indi recuperato una P36 Walter calibro 9 lungo da lui nascosta in zona ADDAURA e di aver saputo che la machine pistole ERMA P40 e una pistola RADOM calibro 9 parabellum erano state lanciate in mare da un suo camerata al quale egli le aveva affidate.

CONCUTELLI ha ammesso che tutto il materiale lo aveva ricevuto in due tempi distinti a Roma da una persona “vicina al costruttore ORLANDINI” – e già, asseritamente, suo insegnante nella capitale – nel “novembre o dicembre 1968” poco dopo trasportandole in treno a Palermo dove all’uopo fruì di contatti con “appartenenti al Fronte Nazionale del Principe BORGHESE”. L’armamento leggero a lui consegnato aveva lo scopo di alimentare la lotta studentesca “in uno dei pochi Atenei dove le forze di sinistra non erano ancora riuscite a prevalere”. La persona che ebbe a consegnargli l’armamento gli adombrò il “pericolo da parte delle Organizzazioni di sinistra e che avrebbe avuto piacere che lo conservassi io perché mi reputava militante di destra”. Il CONCUTELLI ha inquadrato la consegna dell’armamento come un affidamento “in caso di emergenza, ci avrebbero contattato e coinvolto”, sostanzialmente definendo l’area da lui gestita in Sicilia come “arruolabile e mobilitabile”.

Il “professore”, che la P.G. non è riuscita ad identificare, fu dal CONCUTELLI rivisto in zona EUR a Roma nel “1972 o 1973” all’esito di un convegno. L’unico contatto a Roma con ORLANDINI è stato dallo stesso CONCUTELLI inquadrato nel 1970 e fu mediato: “perché una persona di Palermo, saputo di un mio viaggio a Roma tentò di coinvolgermi consegnandomi una lettera e pregandomi di recarmi ad un appuntamento in Corso Trieste avanti al cinema REX per consegnarla ad un suo amico”: la richiesta gli era stata formulata da un appartenente al Fronte Nazionale. Ebbene all’appuntamento, a bordo di una Citroen, si presentò una persona che si qualificò come Remo ORLANDINI, poi riconosciuto attraverso foto pubblicate sui giornali, al quale CONCUTELLI consegnò la lettera declinando il contestuale invito di rivedersi in quanto aveva subodorato “una manovra per agganciarlo”. CONCUTELLI precisava poi che all’atto del suo arresto gestiva una forza di 30 giovani inquadrati in un livello “mobilitabile”, egli a capo di un “livello clandestino del FUAN” già da lui costituito a Palermo. Di questi meno di una diecina erano al corrente della detenzione dell’armamento già citato avendo egli facoltà di poterli armare all’emergenza: “il professore mi conferì l’armamento prospettandomi una guerra civile incombente. Addirittura ventilò la possibilità di una mobilitazione spontanea addotta dai movimenti stessi”.

La ricostruzione operata da Pierluigi CONCUTELLI ha rivelato, vista la collocazione temporale dei fatti, aspetti inquietanti di una pregressa disseminazione di armamento e di adepti in vista del c.d. Golpe BORGHESE, tentativo di colpo di Stato che certa storiografia ha voluto ridimensionare non a caso riconnettendosi ai contenuti di provvedimenti emessi in sede giudiziaria a Roma ove fu recepito acriticamente il sostanziale occultamento dei livelli clandestini delle strutture eversive del principe BORGHESE e ciò in piena coerenza alla elaborazione del Rapporto stilato dal col. ROMAGNOLI del Reparto D del SID su direttive costanti del generale MALETTI.

Sentenza ordinanza Argo 16 pag 1391-1393

“Nel reparto delle pratiche insabbiate” – Giuseppe Catalano, L’Espresso 27.10.1974

L’avvocato Mario Veutro (difensore del maggiore Berti, l’uomo che ha guidato verso la sede della Rai una autocolonna di guardie forestali le notte del Golpe Borghese), ha chiesto formalmente in una lettera al giudice istruttore Gallucci di incriminare il ministro dell’Interno dell’epoca, Restivo, il capo della polizia Vicari e il ministro della Difesa Tanassi. “Se Berti è in carcere” scrive Veutro, “vuol dire che i magistrati ritengono che i fatti di quella notte sono veri: e se lo sono bisogna mandare a tenergli compagnia anche quelli che hanno sempre taciuto rendendo possibile fino ad oggi l’insabbiamento della intera vicenda…”.
Una fitta rete di complicità e di silenzi verrebbe a galla.

lucianoberti

1.Il tenente col. Dei carabinieri, Salvatore Pecorella, la notte del golpe, non solo ha fornito delle divise ai congiurati ma ha scorrazzato indisturbato per la città alla guida di uno dei gruppi usciti dai 3 centri di raduno della congiura, mentre il maggiore di P.S. Enzo Capanna, nello stesso momento, faceva rubare un camion alla stazione Termini e ci caricava i 180 mitra in dotazione al ministero dell’Interno per andare all’assalto del ministero della Difesa. A proposito di mitra, nella casa di uno degli indiziati, è stato trovato un mitra Mab identico a uno di quelli del ministero perfino nel numero di matricola. Evidentemente per coprire la sparizione dei 7 Mab portati via la notte del golpe dai congiurati penetrati nel Viminale, qualcuno li aveva fatti rifare, utilizzando i numeri di matricola registrati negli schedari dell’armeria.
2. Si è scoperto che il medico Salvatore Drago (oggi in carcere), medico fiscale della Questura romana, faceva tranquillamente visita a Regina Coeli agli imputati del golpe arrestati durante l’inchiesta del ’71, primo fra tutti il tenente Saccucci.

Saccucci1

3. I quattro uomini incaricati di rapire Vicari furono trovati dal portiere la mattina dopo intrappolati nell’ascensore della casa accanto: il contrordine non era riuscito a raggiungerli.
4. Pacciardi si teneva regolarmente in contatto con il partito del golpe, prima e dopo la notte del 7 dicembre, e come lui l’avv. De Jorio (ex consigliere regionale democristiano) e l’avv. De Felice.
5. Borghese era stato visto nella palestra Cesalunga a Cittaducale, sede del corpo di guardie forestali comandato da Berti, nei giorni successivi al golpe.
6. da Sabaudia, dove è di stanza un altro corpo della forestale, alcune guardie si erano mosse nella notte del golpe per raggiungere l’autocolonna di Berti. Non se ne era mai saputo nulla.
7. Umberto Poltronieri, altro indiziato, ritenuto uno dei “cervelli” della storia, faceva parte della segreteria particolare del ministro dell’Agricoltura Natali. All’indomani della inchiesta del ’71 viene improvvisamente allontanato con una solenne lettera di encomio. La lettera è scomparsa dagli archivi.
8. Il rapporto steso nel ’71 dal col. Dei carabinieri Testi per conto del ministro Natali (e inviato da Natali alla Procura), concludeva seraficamente dopo avere speso un mese di indagini a Cittaducale che “niente di anormale risultava dalle indagini”. Le stesse conclusioni a cui arrivava il rapporto steso in quei giorni dal funzionario Saetta per il ministro dell’Interno. Non basta. Alcuni allievi dell’autocolonna di Berti raccontarono all’indomani del golpe che quella notte sulla Salaria Berti s’incontrò con due funzionari del ministero dell’Agricoltura accompagnato dal direttore generale Ezio Saleri (possessore di una villa proprio a Cittaducale). Nei rapporti ufficiali però Saleri e gli altri due si trasformarono in un “gruppetto di anonimi pederasti”. Altro mistero: chi aveva autorizzato al ministero (come prescrive il regolamento) l’improvvisa passeggiata notturna di Berti con 200 soldati e perché dovevano essere armati fino ai denti? Al ministero l’autorizzazione non si trova più. E il Sid? Ricevette la prima informativa sul golpe la notte del 7 dicembre, alle 22. Ma dimenticò di avvertire la Questura prima delle 2 del mattino seguente.

Giuseppe Catalano, “L’Espresso” 27.10.1974