“Gladio – la guerra psicologica” – “La Repubblica” 15.05.1991

Anche per la magistratura non tornano i numeri di Gladio, non quadrano le finalità ufficiali della struttura a confronto con gli obiettivi chiaramente delineati nei documenti del servizio segreto militare, il cui archivio è stato sequestrato dalla Procura di Roma. I gladiatori, ancora nel 1983, erano 640, ben addestrati e pronti all’ azione. In tempo di pace, fin dai primi anni ‘ 60, la Gladio avrebbe anche potuto ricoprire, come incarico, quello di controllare e neutralizzare le attività eversive o sovversive. E’ quanto si evince dai documenti sul Sid parallelo recentemente visionati dai giudici delegati alle indagini e consegnati, ieri, dal procuratore capo della Repubblica di Roma Ugo Giudiceandrea al presidente della commissione stragi Libero Gualtieri. Si tratta di documenti che potrebbero rivestire un ruolo importante sia nell’ ambito della inchiesta condotta dalla magistratura romana (sulla legalità della struttura) che da quella condotta dalla stessa commissione parlamentare (sulla legittimità). In particolare, l’ attenzione della commissione, come quella della magistratura, è incentrata su due documenti: il primo sarebbe una sorta di bozza, il secondo la stesura finale. In entrambi (risalgono al 1963) si fa riferimento all’ ipotesi di un intervento preventivo, per un appoggio ideologico, psicologico, sanitario, più che militare, ai Paesi nei quali potrebbe delinearsi o fosse in atto il conflitto tra l’ ideologia democratica e l’ ideologia comunista. Da questi documenti quindi non è chiaro se la struttura clandestina doveva essere mobilitata soltanto in caso di sovversione violenta delle istituzioni o in caso di occupazione da parte dei Paesi dell’ Est, oppure, se avrebbe potuto avere un ruolo anche durante la pace. Un altro punto oggetto di interesse è quello relativo al numero dei componenti della Gladio. Secondo la lista fornita dalla presidenza del Consiglio i gladiatori sarebbero stati, nel 1990, 622, di cui soltanto una parte addestrati, altri deceduti negli anni precedenti. Da un documento che risale al 1983, risulterebbe invece che la struttura era composta da 640 unità ben addestrate. Intanto, per quanto riguarda le indagini, si è appreso che oggi il procuratore aggiunto Michele Coiro, e i sostituti procuratori Pietro Saviotti e Franco Ionta si recheranno a Firenze, dove si incontreranno con il giudice Pierluigi Vigna, che in Toscana sta conducendo indagini sulla Gladio. Mentre il procuratore capo Giudiceandrea insieme al sostituto Nitto Palma si incontreranno con il presidente della commissione stragi, Libero Gualtieri. Intanto, proprio ieri, la commissione affari costituzionali della Camera ha prorogato dal 28 luglio al 31 dicembre 1991 l’ indagine della commissione stragi sull’ attività della organizzazione segreta. Il Pds, con la Sinistra Indipendente e i gruppi verde e federalista, aveva proposto un prolungamento dell’ attività della commissione stragi sino al luglio dell’ anno prossimo o addirittura del ‘ 93, scavalcando la fine della legislatura. Ma la commissione, che ha affrontato la questione ieri pomeriggio, ha optato per il termine del 31 dicembre di quest’ anno. Il governo, attraverso il sottosegretario D’ Onofrio, aveva proposto un termine al 30 novembre: quattro mesi oltre la scadenza prevista, per recuperare il tempo perso dalla Camera rispetto all’ approvazione, da parte del Senato, delle modifiche che ampliano il campo d’ azione della commissione stragi.
E’ stata la Dc, attraverso il relatore Soddu, a indicare il termine del 31 dicembre. Ipotesi che ha trovato concorde il Psi. Al momento del voto, solo Dc e Psi hanno votato a favore. Il Pri si è assentato proprio in quel momento. Si sono astenuti il Pds, la Sinistra indipendente, radicali, verdi, federalisti, il rappresentante dell’ Union Valdotaine. Unanime invece il voto sull’ insieme della legge. La discussione è stata accesa. Non sono stati pochi i tentativi di non concedere alcuna proroga racconta Gianni Ferrara, responsabile del gruppo comunista-pds in commissione Non sono stati pochi i tentativi di negare la necessità politica e istituzionale di accertare se e quali azioni di Gladio siano state commesse per attentare alla legalità democratica nel nostro Paese. Siamo riusciti nel nostro intento di non far chiudere i lavori della commissione stragi prima che essa potesse esaurire i suoi compiti. Ferrara ricorda che il Pds aveva presentato proposte di proroga al luglio dell’ anno prossimo, e addirittura al luglio del ‘ 93, scavalcando la fine della legislatura, per evitare che qualcuno potesse pensare a un uso strumentale delle conclusioni della commissione a fine elettoralistici. Alla fine lo stesso relatore ha proposto un termine di proroga al 31 dicembre di quest’ anno, che ci auguriamo sia sufficiente a far luce sullo stragismo e su Gladio, conclude Ferrara. Con la novità della proroga approvato in sede legislativa, il provvedimento torna ora all’ esame del Senato.

Gaetano Orlando – dichiarazioni 13.02.1991

Il GI da’ atto che l’ Orlando viene sentito in qualita’ di teste in quanto non ha procedimenti pendenti ed in quanto i fatti su cui potra’ essere sentito appaiono comunque coperti da giudicato penale, essendo gia’ stato condannato con sentenza definitiva in fase di espiazione. Il GI chiede quindi al teste se questi sia a conoscenza e sia stato a conoscenza negli anni ‘60 e ‘70 di una struttura in funzione anticomunista e dei rapporti eventuali tra tale struttura e la organizzazione denominata Mar. Il GI richiama quindi all’ attenzione del teste la denominazione “Gladio” che risulta ora data ad una organizzazione di civili e richiede se fosse al corrente di tale denominazione.

Il teste risponde: oggi, nel clima che si e’ creato in Italia, ho delle difficoltà nel parlare di questi fatti. Mi chiedo ad esempio a che cosa sia servito il fatto che Vinciguerra nei suoi verbali abbia detto moltissime cose di estrema importanza. Tutto quello che diceva Vinciguerra e’ vero. Aggiungo che a seguito della condanna riportata sono considerato un sequestratore a scopo di estorsione, mentre tutto quello che ho fatto aveva una precisa funzione politica e si inseriva in una strategia politica ben precisa. Comincero’ dando a voi magistrati una indicazione.
Il 25.04.74 c’e’ stata una riunione di partigiani in Valtellina. Dovreste accertare chi ha partecipato a questa riunione. C’erano delle persone che ora vengono indicate come degli eroi.  La riunione si tenne a Grosio, più precisamente a Valgrosina. L’ arma dei carabinieri sa tutto di questa riunione. Ci sono delle fotografie dei partecipanti, nonche’ l’ elenco di tutti costoro. Anche la stampa dette risalto alla manifestazione. Parlo della stampa locale.
Sollecitato da loro magistrati ad essere piu’ preciso e piu’ chiaro voglio fare una premessa. Il maggiore Rossi, della divisione Pastrengo quando venne trovato il corpo di Feltrinelli a Segrate dette come prima indicazione che potessi essere io. Questo fatto, unitamente ad altri mi indusse a prendere le distanze dal Fumagalli, col quale avevo strettamente collaborato fino al 1970.
Ricordo un dettaglio, cioe’ che panorama pubblico’ una mia foto, ripresa col teleobiettivo a mia insaputa mentre mi trovavo nella officina del Fumagalli di Segrate, presso la quale lavoravo. Detto questo devo aggiungere che il Fumagalli non è lo sprovveduto che affermava di essere nelle dichiarazioni rese a lei GI e che ora lei sinteticamente mi rappresenta.
La Valtellina non doveva essere un fatto isolato. Io ho creduto di fare qualcosa di utile per l’ Italia in un certo momento politico. Alcuni che fra coloro come me, hanno pensato questo ora sono considerati degli eroi, mentre io sono condannato come un volgare delinquente. Faccio poi presente che molte cose di quelle che mi chiedete gia’ si sanno in quanto sono evidenziate in atti processuali.

fumagalli

Ad esempio un teste sentito nel processo contro il Mar ha dichiarato di aver partecipato ad una riunione cui erano presenti dei generali, anche statunitensi. Questa persona, un ex partigiano della zona, una volta, sentito dai cc di tirano disse loro pressoche’ testualmente “non fatene tante perche’ io sono protetto da gente con le stellette sulle spalle”. Ancora interrogato in merito a eventuali rapporti fra Mar e Gladio, dichiaro che a quel tempo il nome Gladio non esisteva. Comunque il Mar non e’ stata una pazzia, non e’ stato un fungo. Si e’ mosso in un contesto ben preciso e con compiti ben precisi.
Quello che dice Vinciguerra e’ vero, il Fumagalli, secondo Vinciguerra era un agente della Cia. Per quanto mi riguarda anch’ io, seppure con delle perplessita’, non sono alieno dal condividere questa opinione. Per tutto un complesso di ragioni, per tutta una storia che prende le mosse dal Veneto e in particolare da Verona, ho seri motivi per ritenere che il Fumagalli fosse ricattato. Sono convinto che a un certo punto non poteva piu’ uscirne.
Tornando al discorso che avevo iniziato ribadisco che il Mar ha avuto un suo spessore. In relazione ai cosiddetti “Nasco” mi chiedo perche’ non si faccia un controllo sulle armi del Fumagalli, o meglio per quelle che sono state trovate in Valtellina e per le quali sono stato condannato negli anni 1970 nel processo celebratosi in Toscana, armi trovate in Valtellina nel 1970.
Io so da dove venivano quelle armi. Provenivano da ambienti dei cc del Veneto, in particolare di Padova. Quelle armi, almeno in parte provenivano da sequestri operati dai carabinieri. Che provenissero da sequestri e’ una mia presunzione in quanto si trattava di armi usate. Sono certo invece che vennero date dai cc. Sin dal 1964, in Valtellina, c’ erano caserme dei cc che disponevano di armi da consegnare a civili in funzione di anticomunista. Cio’ l’ho appreso nel 1966, nell’ ambiente politico da me frequentato a quel tempo. Sapevo bene l’esistenza di una struttura che doveva contrastare l’ avanzata del partito comunista e che a tal fine poteva disporre anche di armi. Aggiungo che le consegne di armi fatteci da alcuni ufficiali dei cc di Padova le consideravano una dimostrazione di fiducia e di simpatia da parte dell’ arma. Le armi provenienti dal veneto erano destinate alla Valtellina nonche’ ad altre localita’. Dico questo con riferimento in particolare all’anno 1969. In questa faccenda c’erano di mezzo i servizi segreti e ufficiali americani. Nel 1969, nei mesi di settembre ottobre novembre vi furono a Padova parecchie riunioni. Io partecipai ad alcune di queste in rappresentanza del Mar. Il Fumagalli, invece, non partecipo che sporadicamente a queste riunioni, forse a una sola.
Erano presenti ufficiali dei cc, ufficiali americani della base Nato di Vicenza, nonche’ quel tale “penna nera” . Ora che lei GI mi da lettura di quanto riferito da Vinciguerra in merito a questo “penna nera” nel verbale del 26.10.87, posso dire che costui si identifica nel Dogliotti. Oltre ai predetti ufficiali c’ erano rappresentanze

Di civili provenienti da diverse aree del nord, in particolare la Toscana, il Piemonte, la Lombardia, la Liguria. Parte dei toscani erano del Mar, altri erano in rappresentanza di altri movimenti anticomunisti. Al termine di queste riunioni avveniva la consegna delle armi nel senso che nel bagagliaio delle macchine si trovavano delle armi. Parte delle armi che mi sono state date a Padova sono state rinvenute in Valtellina, cosi’ almeno credo, ed hanno formato oggetto del procedimento toscano a mio carico.
Adr: a queste riunioni normalmente partecipava una trentina di persone fra ufficiali e civili. Le riunioni si tenevano in locali pubblici di Padova o nella zona circostante, ovvero in case private. In occasione di tali riunioni non ho mai soggiornato a Padova. Preferivo tornare direttamente alla mia residenza oppure dormire in localita’ vicino a Padova, ma di solito rientravo. E’ evidente ormai dal mio discorso che queste armi ci venivano date in funzione interna anticomunista. La storia che una struttura di tal genere dovesse servire contro una invasione straniera, e’ a mio giudizio una barzelletta. Allora tale ipotesi non si ventilava nemmeno.
La struttura di cui parlo faceva capo agli americani che davano gli ordini, mentre i cc provvedevano al coordinamento. Voglio ora parlare di una riunione avvenuta a Milano il 700320 o comunque nel marzo del 1970 presso il circolo dalmata giuliano, riunione che sancì la nascita del raggruppamento “Italia Unita” . Questo raggruppamento rappresento’ l’ unificazione di 18 gruppi extraparlamentari di destra. Io aderii in rappresentanza del Mar. Venne costituito un comitato direttivo e venne nominato presidente onorario il generale Bertoldi Felice e presidente effettivo il generale Biagi.

Adr: la cosiddetta “Maggioranza silenziosa” era una articolazione di questa struttura.

Adr: Avanguardia Nazionale fu esclusa dal raggruppamento Italia Unita poiche’ il suo rappresentante era persona sgradita, non solo a me.

Adr: a questa riunione partecipo’ Bertoli, che fu uno dei promotori. A mio giudizio tutta la destra, pur nelle sue molteplici articolazioni ha un denominatore comune costituito dall’ anticomunismo, che rappresentava la base il cemento del raggruppamento Italia Unita.

Adr: circa i miei rapporti con Bellini Guido confermo le dichiarazioni rese al GI di Bologna il 07.03.84. Il fratello, Bellini Paolo, lo conobbi successivamente in Italia. In stato di liberta’ può essere che abbia incontrato il Bellini Paolo se questi e’ la persona che una volta accompagnava il fratello e che venne presentato come un brasiliano. Mi pare che si sia presentato con cognome “Da Silva” e che abbia detto di essere un pilota brasiliano. Questa persona mi fece una cattiva impressione ed esternai questo mio giudizio al Bellini Guido, il quale non mi disse che Ilda Silva era suo fratello. Il rapporto col Bellini Guido riguarda esclusivamente il mio lavoro di importatore che a quel tempo svolgevo in Paraguay e il mio rapporto col bellini paolo si e’ risolto nei termini sopradetti.

Adr: lo stesso giorno del mio arresto incontrai Zicari a Milano in piazza Tirana. Per essere preciso lo incontrai la notte prima del mio arresto. Lo Zicari apparteneva ai servizi e doveva venire con me in Valtellina per visitare il luogo di un campo di addestramento militare. Lo Zicari aveva nascosto su di se un registratore, col quale appunto registro’ la nostra conversazione. Non avevo motivo di dubitare dello Zicari, che era accreditato dal Degli Occhi, e percio’ parlai liberamente. Rettifico quanto ho prima detto precisando che lo Zicari non aveva con se un registratore, bensi’ un microfono attraverso il quale era in contatto con persone occultate in un camion per traslochi contenente una attrezzatura da ascolto, parcheggiato poco distante dalla macchina dove ebbe luogo la mia conversazione con lo Zicari. Le notizie relative a queste modalita’ di registrazione del mio discorso con lo Zicari le ho apprese dopo essere stato scarcerato dopo il novembre del 1970 da persona appartenente al mio ambiente che lo aveva a sua volta appreso dai cc.

Adr: circa l’ interrogatorio cui venni sottoposto da parte del Delle Chiaie e del Vinciguerra, dico che e’ mia profonda convinzione che il Delle Chiaie lavorasse per i servizi, anche dal tempo dell’interrogatorio e forse io debbo la vita a Delle Chiaie. Credo di non essere stato ucciso, dopo essere stato rapito in spagna, proprio grazie a Delle Chiaie. Rettifico la verbalizzazione precisando che non si tratto’ di rapimento, bensi’ di “prelevamento” . Comunque si tratto’ di un interrogatorio da me non richiesto e non voluto.

Adr: non ho mai conosciuto personalmente Esposti Giancarlo.

Ho conosciuto invece d’ intino, anzi altri ragazzi vicino al Fumagalli che aveva preso alloggio nell’ appartamento a me intestato. Ribadisco che dopo aver appreso che il Fumagalli aveva messo loro a disposizione l’ appartamento, disdissi immediatamente il contratto con raccomandata.

Adr: per tutta una serie di ragioni e di valutazioni ritengo che le armi di Esposti Giancarlo provenissero da Verona.

Adr: ho conosciuto Cauchi in Spagna, a Madrid nel 1975 o nel 1976. Io fui in Spagna dall’ agosto 1974 ai primi mesi del 1977. Di me l’ ambiente degli ordinovisti e degli avanguardisti non si fidava. Il Cauchi non si apri’ mai completamente con me sulle sue vicende politiche. Mi disse che era un fuoriuscito, mi lascio’ intendere, senza pero’ dirmi le cose in modo chiaro, che aveva avuto rapporti con servizi; non ha mai detto di aver partecipato ad attentati e neppure mi ha mai detto di avere frequentato il Gelli. Il nome del Gelli pero’ circolava in quell’ ambiente di Madrid. Io ho supposto che vi potessero essere stati dei rapporti fra Cauchi e Gelli in quanto ad un certo momento a Madrid a quelli di on e avanguardia mancavano soldi e poi seppi che Cauchi era venuto in Italia e, una volta tornato a Madrid vi erano anche i soldi. Vi vorrei chiedere se vi risulta un qualcosa in proposito della fusione tra ON e AN che non e’ mai comparso neppure sulla stampa.

Il pm di Firenze fa presente che, come risulta da atti giudiziari pubblici vi fu una riunione fra esponenti delle due organizzazioni ad Albano Laziale nell’ estate del 1975 e che nel dicembre dello stesso anno vi fu la scoperta a Roma della base di via sartorio frequentata da ordinovisti e avanguardisti.

Orlando dice: non intendevo alludere a queste cose note ma al fatto che questa unificazione fu per cosi’ dire imposta da ambienti politici italiani. Mi riferisco al fatto che a Madrid convennero esponenti politici italiani che ebbero incontri con i maggiori esponenti di ON ed AN che si trovavano in quella citta’ e dissero che la fusione era opportuna e necessaria perche’ ormai era giunto il momento in cui tutti dovevano essere pronti, alludendo ovviamente a un cambiamento della situazione politica in Italia.
Invitatomi a riferire chi fossero questi esponenti politici, orlando dice: si trattava di deputati del Msi e anche non di questo partito ma sono disposto solo a fare il nome di Romualdi Pino, deceduto.

Adr: mai il Mar ha operato attentati ai tralicci in Alto Adige. Spontaneamente aggiungo che e’ mio interesse dimostrare che non sono un delinquente e che e’ mio interesse percio’ e mia ferma volonta’ arrivare ad una ricostruzione completa e definitiva della mia vicenda umana e politica. Sono quindi disposto a essere nuovamente sentito, ma ho la necessita’ anche di confrontarmi col Fumagalli al fine di far chiarezza anche con lui su tutto quanto e’ accaduto. Ritengo che anche il Fumagalli abbia interesse a questo discorso.

Adr: quando ho fatto riferimento ad armi provenienti da Verona, intendevo riferirmi, fra gli altri anche allo Spiazzi, persona che io non ho mai conosciuto personalmente, ma che era ben conosciuto invece da Fumagalli Carlo che lo considerava un gran tecnico in fatto di armi e che lo considerava addirittura capace di progettarle e realizzarle. L’ ultima volta che vidi Fumagalli prima del suo arresto fu proprio la sera precedente al giorno in cui fu arrestato. Egli venne da me in ufficio a Milano in via Marco da Puia, ove io lavoravo presso suo fratello e mi disse: Tano, ti ho messo nella merda pero’ tu domani mattina avrai una borsa di documenti che prima esaminerai e poi ne farai l’ uso che credi. Il giorno egli fu arrestato e io di quella borsa non ho saputo piu’ nulla.

Adr: quando parlo del Bertoli che partecipo’ alla riunione in cui venne fondata Italia Unita, mi riferisco a Bertoli Raffaello.

Letto confermato e sottoscritto.­

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 terza parte

CORSINI. Vorrei ora passare alla questione di Gladio. Alcuni ex gladiatori manifestano atteggiamenti di risentimento nei suoi confronti perchè nel novembre del 1990 è stata rivelata l’esistenza della struttura Gladio e qualche mese dopo sono stati resi noti i nomi degli aderenti. Vi è chi afferma che la sua decisione avrebbe irritato anche ambienti statunitensi della Nato. Da parte di taluni si giunge ad ipotizzare che ambienti americani non siano estranei alle accuse che poi sono state sollevate nei suoi confronti. Come giudica queste valutazioni?

ANDREOTTI. Tra le possibili interpretazioni dei fatti spesso la più semplice è quella più vera: la più semplice è quella che, essendo venuta meno la necessità di questa struttura, non solo quello non era un atto di ostilità verso queste persone, ma anzi un atto che a mio avviso avrebbe anche potuto comportare (se non si fossero messi poi a fare delle polemiche strane, di cui tutt’ora non mi rendo bene conto) un riconoscimento di carattere ufficiale di benemerenza per essersi resi disponibili ad una posizione che comunque poteva essere di rischio in caso di occupazione. Che questo abbia disturbato ambienti Nato non ne ho mai avuta alcuna sensazione. Ho detto già prima che, come le incontravo prima, ho visto dopo quei fatti sia persone del Governo americano sia autorità della Nato e nessuno ha mai fatto una rimostranza per quella rivelazione. Direi che lo stato d’animo di questa associazione degli ex gladiatori (che si riuniscono e hanno anche fatto dei convegni) veramente non è giusto.
È ovvio che poi ho dovuto prendere iniziative quando alcune cose nei servizi non erano andate bene e ho ritenuto di oppormi alla promozione del generale Inzerilli, si era sostenuto quasi che io avessi «rotto il giocattolo» che loro avevano in mano; quasi con cattiveria in queste riunioni si sosteneva che io agissi per ingraziarmi il Partito comunista. In questi casi si vanno sempre a guardare le cose come se si trattasse del biliardo, in cui non c’è mai la sponda vera, perchè si deve fare sempre un certo gioco se si vuole arrivare a fare i punti. Comunque, ripeto, non ho avuto alcuna sensazione o alcun motivo per riconoscere un reale risentimento americano. Per quanto riguarda il resto, delle mie cose personali, se non è necessario, preferisco non parlare. Siamo solo al quinto anno di processo, non so quanto durerà, ma spero di vivere abbastanza per poterne parlare poi.

CORSINI. Le farò solo un’altra domanda, anche per non approfittare della pazienza sua e dei colleghi, ancora su Gladio. Sempre negli ambienti degli ex gladiatori, vi è chi insinua che lei abbia rivelato l’esistenza di Gladio come una sorta di depistaggio, in modo che venissero attribuite a questa struttura responsabilità che erano invece da ascrivere agli aderenti ai cosiddetti Nuclei per la difesa dello Stato. Lei, da Ministro della difesa o nel corso delle altissime responsabilità che ha avuto, fu posto al corrente o comunque venne a conoscenza di questi Nuclei? Ne ha comunque avuto sentore, in forma ufficiale o ufficiosa? E come si concilia l’esistenza di una struttura con fini eversivi con l’appartenenza dei suoi esponenti e dirigenti ai ruoli delle Forze armate dello Stato?

ANDREOTTI. Rispondo con molta chiarezza. L’interpretazione di questi ex gladiatori, non che li si fosse esposti ad bestias, perchè ci si rivolgeva al Parlamento e all’opinione pubblica, ma che insomma fosse stato reso noto il loro elenco per coprire altre cose, è del tutto fantasiosa e falsa. Per il resto, non conosco la struttura nascosta di cui lei parla.

CORSINI. Lei non ha mai sentito…?

ANDREOTTI. No.

CORSINI. Non ha mai avuto sentore…?

ANDREOTTI. No, che ci fosse una struttura nascosta no, mentre della struttura Gladio ero al corrente.

CORSINI. Lascio la parola ai colleghi, anche se mi dispiace di non poter continuare a rivolgere domande.

GUALTIERI. Signor Presidente, ho sperato – e spero – che potessimo cogliere con l’audizione del presidente Andreotti questa straordinaria occasione che ci viene offerta di conoscere non tanto i singoli episodi, ma i meccanismi del potere, il modo in cui venivano prese delle decisioni importanti per la Repubblica, e quindi di determinare anche il grado di responsabilità della classe politica e degli uomini che sono stati al Governo. I singoli episodi sono sì importanti, e possono essere ripercorsi, ma l’occasione di avere con noi un uomo che dal 1947 ad oggi ha ricoperto – se non sbaglio – per sei volte l’incarico di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, per otto volte quello di Ministro della difesa, per cinque volte quello di Ministro degli affari esteri, per sette volte quello di Presidente del Consiglio, per due volte quello di Ministro delle finanze, per due volte quello di Ministro per l’industria, per due volte quello del Ministro del bilancio e per una volta quello di Ministro del tesoro, essendo sempre stato oltretutto ai vertici del partito di maggioranza, rappresenta veramente la possibilità di osservare un percorso che, se lo volessimo seguire sui singoli episodi, comporterebbe la necessità di valutare una vita di cinquanta anni di potere. L’occasione dovrebbe essere invece quella di vedere i meccanismi che hanno prodotto la gestione del potere. Le vorrei rivolgere quindi alcune domande, presidente Andreotti.

PRESIDENTE. Devo dire che già questa è una domanda molto interessante, e la ringrazio per averla fatta, senatore Gualtieri.

GUALTIERI. La prima domanda è la seguente. Lei non è mai stato Ministro dell’interno, salvo per un periodo di venti giorni – se non sbaglio – in un Governo credo dell’onorevole Fanfani, che però non ebbe la fiducia.

ANDREOTTI. Esatto.

GUALTIERI. Le posso fare la prima domanda: perchè non è mai stato Ministro dell’interno?

ANDREOTTI. Non sono mai stato neppure Ministro dell’agricoltura.

GUALTIERI. Non mi risponda così: il Ministero dell’interno lo metto tra quelli che partecipano ai meccanismi del potere.

ANDREOTTI. È una domanda un po’ sui generis.

PRESIDENTE. La domanda di Gualtieri è: non glielo hanno fatto fare o lei ha preferito non farlo?

GUALTIERI. Ci sarei arrivato a questo.

ANDREOTTI. Io ho sempre avuto offerte da parte di chi presiedeva i Governi e, in alcuni casi, per fare il Presidente del Consiglio, dai partiti che dovevano dare gli appoggi. Raramente mi sono trovato a dover scegliere. Una volta ho scelto, veramente, quando, nel 1974, siccome probabilmente ero diventato «pesante» al Ministero della difesa – io anzi gradivo rimanere fuori –, mi costrinsero; c’era stata una specie di abbinata politica l’anno precedente, quando Forlani ed io eravamo stati per così dire congiuntamente messi fuori dal cosiddetto accordo di Palazzo Giustiniani (non pensavo che poi sarei venuto a lavorare a Palazzo Giustiniani): mi posero la questione che se non accettavo di rimanere nel Governo non entrava nemmeno Forlani. Allora accettai e Moro mi fece scegliere tra la Pubblica istruzione e l’Industria. Scelsi il Ministero dell’industria, perchè c’era un non democristiano e mi dispiaceva andare a togliere un democristiano da un Ministero: preferii allora subentrare all’onorevole Lami Starnuti. Un’altra volta non volevo rimanere nel Governo, quando si formò un Gabinetto che mi piaceva un po’ meno: per solidarietà fui pregato di rimanere. Per quanto riguarda la domanda più generale che lei fa sui meccanismi di potere, senatore Gualtieri, qui bisogna stare attenti.

GUALTIERI. Cercherò di stare attento.

ANDREOTTI. Per carità, non era assolutamente irriguardosa la mia risposta. Per esempio, ricordo l’esperienza di Nenni: Nenni per molti anni aveva pensato che la stanza dei bottoni fosse quasi un fatto di elettronica, una stanza dove si potesse entrare; poi ha fatto il vice presidente del Consiglio ed il Ministro degli esteri e ha visto che il meccanismo che si chiama «del potere» è complesso, non è che esistono competenze di commissario, c’è collegialità in molte cose. Quindi, non ho particolari rivelazioni da fare, senatore Gualtieri. Del resto, lei l’ha seguita da vicino la politica, non l’ha seguita da lontano.

GUALTIERI. Le dirò perchè faccio questa domanda.

ANDREOTTI. Per il Ministero dell’interno non mi è mai stata offerta l’occasione. Non so se non hanno voluto o se non c’è stata occasione.

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GUALTIERI. Non era una domanda a trabocchetto. L’ho fatta in considerazione di quanto è avvenuto nel periodo che va dal 1965 al 1975, dieci anni che sono gli anni centrali delle inchieste, delle indagini che stiamo conducendo, la strategia della tensione. Abbiamo due straordinarie sequenze: al Ministero dell’interno, in questi anni, abbiamo soltanto due uomini: Taviani, Taviani, Taviani, Restivo, Restivo, Restivo, Restivo, Restivo, Restivo e Restivo; alla Difesa nello stesso periodo di dieci anni, abbiamo: Andreotti, Andreotti, Andreotti, Andreotti, Andreotti, Andreotti, Andreotti, Gui, Gui e Gui. Cioè, in dieci anni, questi due Ministeri chiave – perciò ho citato l’interno e non avrei citato l’Agricoltura – praticamente sono stati diretti da due uomini il primo e da due uomini il secondo.
Nello stesso periodo abbiamo una altrettanto importante sequenza per quanto riguarda i capi della Polizia: il Capo della Polizia è stato Vicari con tredici Governi diversi, e soltanto con due Ministri degli interni; Vicari, in quel periodo, è stato, credo per quattordici anni, Capo della Polizia; alla difesa abbiamo sequenze altrettanto alte: Allavena, Henke, Miceli nel Sid, De Lorenzo, Forlenza, Mino nei carabinieri; Ferrara per dieci anni Capo di Stato maggiore dei carabinieri, cioè una delle funzioni chiave.
Insomma, in uno dei periodi più drammatici abbiamo una straordinaria concentrazione di potere in pochissime mani. E allora, la domanda è la seguente. In questo periodo di tensioni, in cui nasceva la strategia della tensione, avevamo uomini di grandissima importanza, di grandissima valenza politica alla vetta dei due Ministeri chiave, con funzionari che sono stati per quattordici anni e per dieci anni di seguito in quelle cariche: una stabilità del potere c’era, insomma. Il partito di maggioranza o le coalizioni come indicavano i due responsabili di questi Ministeri principali? Perchè lei sempre alla Difesa e Restivo sempre agli Interni?
Questo è uno dei problemi, ma c’è anche un’altra domanda: ci sono stati altri condizionamenti esterni? Ci siamo capiti su cosa voglio dire? C’era qualche pressione esterna che determinava la scelta dei nostri uomini? Sono sicuro di no, ma ho il dovere di domandarglielo. Infatti, si dice sempre che eravamo subordinati a potenze straniere: ora, se nei dieci anni fondamentali vi è stata quella situazione, ho il dovere di domandarle se lei può dire che vi siano state pressioni per avere questo quadro di comando nei Ministeri chiave della Repubblica.

ANDREOTTI. Dico con molta chiarezza che non mi risultano assolutamente delle pressioni. C’erano posti per cui erano utili le raccomandazioni, ma in questo caso non mi risulta che ve ne siano state; nè ci sono state interferenze. E non ci sarebbe stato motivo (parlo di quello che conosco, cioè della mia persona) per avere un’interferenza – tanto per essere chiari, se non ho capito male – da parte degli americani.

GUALTIERI. O anche altri.

ANDREOTTI. Non so chi potrebbero essere «altri». Il fatto di una presenza abbastanza lunga in alcuni Ministeri, a mio avviso, è utile, perchè si determina una crescente dimestichezza con l’apparato, conoscenza di uomini, conoscenza dei problemi, che sicuramente è un vantaggio. Perchè, se dopo il rodaggio uno finisce e viene alternato, si ha soltanto una serie di rodaggi, non una acquisizione di competenza. C’è stato un momento, quando si formò il primo governo di centro-sinistra, nel quale avevo chiesto di uscire dal governo; perchè ritenevo – e ritengo tuttora – che le coalizioni sono valide se si formano dal basso. Se invece si formano dall’alto verso il basso sono fragili. Ritenevo quindi che bisognava creare le condizioni periferiche di una reciproca conoscenza e di una intesa, non procedere per un atto diciamo pure di verticismo. Sappiamo tutti, ed è stato scritto poi nel libro di Schlesinger «I mille giorni di Kennedy», che in quel momento vi furono riunioni qui a Roma, in casa di Tullia Zevi, con La Malfa, proprio per cercare di spingere. Io ho anche scritto, che una volta il segretario di Stato Rusk mi disse: «Ma perchè lei non è favorevole al centro-sinistra?» – e gli risposi:
«Guardi, a parte che queste sono cose interne nostre, mi scusi sa, ma io parlo con lei di politica estera. Comunque, se lei vuol sapere, non è che non sono favorevole perchè non desideri che si allarghi l’area di chi consente alla politica atlantica, anzi sono del parere che questo è il nostro sforzo», questo sforzo lo abbiamo sempre proseguito. Però nel momento in cui si formò il Governo di centro-sinistra dissi a Moro che preferivo lasciare perchè non mi sentivo politicamente di condividere questa svolta così repentina. Moro invece mi pregò fortemente di rimanere – cosa che poi feci – facendomi osservare che, se si cambiava il Ministro della difesa, poteva sembrare ci fosse un cambiamento di politica estera, un mutamento effettivo.
Che ci siano state pressioni allora o in altri momenti nei miei confronti e nei confronti del Ministero dell’interno lo escluderei, ripeto che probabilmente la ragione di una permanenza così lunga era di cercare di acquisire in Ministeri di particolare delicatezza una conoscenza possibilmente più approfondita con anni di mansione da parte di un titolare che – ripeto – sia per i problemi, sia per le persone aveva un vantaggio in questa ferma a termine più lungo. Per il resto veramente non mi risulta che ci siano state mai delle pressioni o delle indicazioni nominative.

PRESIDENTE. Sì, ma questa continuità – che il senatore Gualtieri ha così efficacemente evidenziata – rende poi più incredibile che di certe cose non ci si rendesse conto. Lei dice, per esempio, che resta sorpreso nel sentir dire dal capo dei Servizi che per cinquant’anni i servizi segreti facevano quello che volevano; resta sorpreso che Maletti ci abbia parlato di una sostanziale subordinazione del Servizio italiano a quello americano; qui poi, questa sera, un membro della Commissione, militare, ci ha dato una testimonianza dicendo: «Noi militari in realtà avevamo questo vincolo gerarchico nei confronti dell’Alleanza atlantica». Il Ministro dell’interno o una forza politica che ha sempre tenuto il Ministero dell’interno, ecco, di un personaggio come Federico Umberto D’Amato cosa ci dice? Noi abbiamo la prova documentale che questi, nell’immediato dopoguerra, era la prova vivente del doppio vincolo di fedeltà, perchè era uomo del nostro apparato, uomo dell’apparato dell’intelligence americano, ha avuto sempre ruoli di altissima responsabilità. Il Ministro dell’interno democratico-cristiano poteva non sapere che ex ufficiali delle SS erano agenti dei Servizi italiani?
Secondo me, se poi uno va a vedere la storia, di tutto questo riesce a trovare una spiegazione e in gran parte una giustificazione anche politica, ma il fatto che non venga riconosciuto è qualcosa che francamente mi lascia interdetto. Possibile che in due anni, forse sbagliando, prendendo cantonate, mi è sembrato di leggere tante e tante vicende con tanta chiarezza e poi viene lei, che ha questa importanza – abbiamo oggi un’occasione storica mentre la sentiamo – e abbiamo questo tipo di risposte che trovo francamente deludenti. Penso che questo sia il senso della domanda del senatore Gualtieri.

ANDREOTTI. Ho già detto che una permanenza piuttosto lunga corrisponde peraltro a tutta quella teoria, che si cerca di rafforzare, di una certa stabilità. In generale anche dei Governi si dice che sarebbe l’ideale averli per tutta una legislatura. Cos’è il vincolo gerarchico? Perchè poi uno dice: «Ma come non si è accorto?». A parte che su alcune di queste affermazioni che sono state fatte dai responsabili dei Servizi, o di primo piano o di secondo livello, faccio tutte le mie riserve perchè sono anche ricostruzioni che, secondo me, sono fatte ora e non sono state fatte allora.
Ritengo che se, per esempio, ci fosse stata una constatazione rispetto a uno straripare dei Servizi esteri, un invadere campi che non dovevano essere occupati, avremmo adottato delle misure. Nessuno di questi ha mai detto una parola di questo genere, quindi questa specie di maddalenismo dei pensionati mi dà notevole perplessità. È chiaro che quando si è in un’alleanza c’è un rapporto gerarchico, però anche l’opposizione di allora ha avuto una possibilità, fra l’altro, di conoscere tutto. Io stesso rimasi un po’ colpito del fatto che, per esempio, due dei capi dei Servizi finissero come parlamentari di un partito di opposizione. Vorrei che non si dimenticasse che la persona che degli italiani aveva avuto il massimo grado militare nella struttura Nato, il generale Pasti, finì indipendente di sinistra al Parlamento. Quindi, se ci fossero state delle cose veramente così terrificanti o di una soggezione tale, perchè non l’ha detto? Personalmente sono rimasto sempre in rapporti di grande cordialità e non l’ho mai sentito lamentare nè prima né dopo questa specie di vincolo. È chiaro che una subordinazione organica esiste. Quando c’è un’alleanza è chiaro che c’è una struttura, ma parlare di una subordinazione…
Mi rifiuto di credere e mi rifiuto di accettare la tesi che, non qui, ma qualcuno qualche volta nella letteratura porta, e cioè che dato che gli altri avevano una dipendenza da una parte vi deve essere una dipendenza anche dall’altra. Ma nemmeno per sogno; è un modo di ricostruire la storia d’Italia molto parziale e secondo me non accettabile. Nè credo di essere stato a occhi chiusi quando ho fatto il Ministro.

GUALTIERI. Proprio per questo le ho fatto quella domanda. So che lei, senatore Andreotti non è mai stato a occhi chiusi, quindi le pongo tali domande proprio perchè penso realmente questo. Quando però – lei ha già in parte risposto – il generale Maletti ci viene a dire della – lo dico tra virgolette – «totale subordinazione» del nostro Servizio militare alla Cia, le chiedo se negli anni in cui ha avuto la responsabilità di dirigere il settore che aveva a carico il Servizio si è mai accorto che il nostro Servizio ubbidisse a uno Stato estero piuttosto che al Governo italiano, perchè questo è ciò che ci è venuto a riferire anche l’ammiraglio Martini. Lei ha detto: «Sono maddalenismi da pensionati», però questo fatto è penetrato nella nostra storia come una specie di cosa di cui non abbiamo mai avuto il controllo. Mi permetto di dirlo prendendo una frase della relazione del presidente Pellegrino: «La responsabilità della sicurezza è stata costantemente delegata dal potere politico al vertice dei Servizi». Nelle posizioni di vertice che ha avuto, ha mai delegato la sicurezza ad altri che non a se stesso, o al settore che rappresentava?

ANDREOTTI. No.

GUALTIERI. Dobbiamo chiarire questo fatto: o c’è stata una delega o c’è stato un tradimento. Dobbiamo arrivare a rompere questo nodo. Lei ha avuto il sospetto che i nostri Servizi siano sempre stati totalmente subordinati (non so, gli israeliani, i francesi, i tedeschi, chiamiamoli come vogliamo) ad altri che non erano il Governo italiano?

ANDREOTTI. Io non sono assolutamente convinto di questo, che cioè vi fosse questa subordinazione di cui adesso si cerca di dare un’immagine. È ovvio che vi erano relazioni e rapporti, come è chiaro che vi fossero, per quel che ho prima accennato. I nulla osta di segretezza erano delegati ad un Servizio, alcune volte quello militare, altre il Cesis. Dovevano effettuare questi approfondimenti secondo le regole Nato; ma non che vi fosse una subordinazione. Guardiamo poi l’oggetto politico.
L’aspetto politico che abbiamo avuto in linee importanti indica anche posizioni diverse. Quando abbiamo ricevuto in Italia Arafat, sempre ripeto in una posizione che non era affatto anti-israeliana ma che era dettata dalla convinzione che ho tuttora che senza una ricerca faticosa di convivenza non si risolve il problema nell’area del medio oriente, noi abbiamo seguito una politica che non era affatto partecipata dagli americani. Vorrei ricordare che quando il Consiglio nazionale palestinese decise ad Algeri di iniziare la revisione dell’articolo del loro statuto che demonizza Israele e non ne riconosce l’esistenza, Arafat per andare ad esporre tale posizione alle Nazioni Unite, non avendo egli il visto di ingresso negli Stati Uniti, dovette far spostare quest’ultime a Ginevra per ascoltarlo. Dico questo per affermare che non esiste questa subordinazione politica. Certamente, è chiaro che vi era una convergenza in molti dei problemi e nella politica di sicurezza, nonchè in quella di Difesa, ma ciò era il fondamento della scelta del popolo italiano nella sua maggioranza e con grande soddisfazione. Del resto non si sarebbe fatto il Governo di solidarietà nazionale se non ci fosse stato l’impegno chiaro che su tale problema della Nato e sul problema della Comunità europea vi fossero delle riserve. Tanto è vero che l’anno successivo – novembre 1977 – fu votato il famoso ordine del giorno del Parlamento nel quale si riconosce che il Patto atlantico e la Comunità europea sono punti di riferimento fondamentali della politica estera italiana. Quindi, io ritengo che noi non siamo mai stati in un certo senso vassalli di nessuno, forse non saremo stati neanche feudatari perchè non rientra nemmeno nel nostro costume.

PRESIDENTE. Quindi nemmeno quell’aspro contrasto, che pur risulta dal memoriale Moro e da quello che ci ha detto Guerzoni, tra l’onorevole Moro e il Governo statunitense sull’apertura che poi portava alla solidarietà nazionale sarebbe vero? È un fatto enfatizzato?

ANDREOTTI. Io ritengo che fosse molto enfatizzato. Tra l’altro c’è anche una testimonianza orale – ma quelle orali contano poco – confermata agli atti di quella che è sempre stata l’interprete tra Aldo Moro e Kissinger.
Si parla spesso di questa incomprensione; certamente la mentalità delle due persone era molto diversa, anche il modo di esprimersi era estremamente diverso. Per quanto riguarda l’atteggiamento degli Stati Uniti, ho prima ricordato una fase nella quale questi si sono intromessi in un fatto che non li riguardava, a mio avviso. Qualche anno fa è venuto in Italia Schlesinger a presentare un libro insieme a me e io, ricordando quei giorni, gli ho detto che se lui si fosse fatto i fatti suoi – mi scuso per l’espressione – sarebbe stato molto più giusto; perchè non capisco la ragione per la quale l’Amministrazione Usa doveva avere ingerenze in quell’avvenimento. Senza dubbio c’era una sensibilità particolare nei confronti dei comunisti. Quando nel 1975 – io pur essendo Ministro mi continuavo ad occupare del Gruppo italiano dell’Unione interparlamentare – facemmo una visita negli Stati Uniti, nella fase preparatoria, si espresse un non gradimento; allora era piuttosto raro che un comunista andasse negli Stati Uniti. Noi dicemmo allora che se loro non volevano i comunisti avremmo annullato la visita; del resto, la stessa cosa, se pur non sotto la mia presidenza, ma sotto quella di Vedovato, aveva fatto l’Unione interparlamentare nei confronti dell’Unione Sovietica, che non voleva i rappresentanti del Movimento sociale: se non volevano un rappresentante legittimo del Parlamento italiano, non si faceva la visita, punto e basta. Poi trovammo un accomodamento e andammo tutti, ricevendo ottime accoglienze. Oltretutto la visita fu anche molto interessante perchè, una volta rimosso l’ostacolo iniziale, ci mostrarono anche le cose più riservate, ad esempio, il comando integrato canadese-americano a Colorado Springs, senza assolutamente alcuna riservatezza. Secondo me molto abilmente facevano vedere le loro attrezzature per dimostrare che erano un paese molto forte ed organizzato. Non vi era dubbio che vi fosse un orientamento contrario ai comunisti. Non parlo degli anni iniziali, degli anni Mc Carty, ma di fasi più recenti.
C’è stata una certa difficoltà, ad esempio, nel credere alla nostra fiducia di acquisire anche i comunisti alla Nato. Lo stesso Kissinger, parlando con me, pensava che questa sicurezza che avevo dell’evoluzione della situazione italiana verso un ampliamento di convergenza nei confronti dell’alleanza fosse ottimistica. Non mi è però mai veramente giunta un’informazione vera circa questa specie di contrasto o contrapposizione così dura, nei confronti di Moro. Ripeto, è viva e vitale quella che è stata l’interprete di tutti questi colloqui; anche se è soggetta al dovere di riservatezza degli interpreti lei si è stupita spesso quando ha letto di questi scontri che ci sarebbero stati nel corso dei colloqui. Lo testimoniò in Commissione parlamentare di inchiesta.

PRESIDENTE. Invece Guerzoni a noi ha detto che Moro ne uscì turbatissimo da pensare addirittura di abbandonare la politica, vado un po’ a memoria.

ANDREOTTI. Io debbo però parlare di quello che so. Abbiamo parlato moltissime volte con Moro di questi argomenti, perchè la politica non era gestita come un fatto personale dall’uno o dall’altro. Io non ho mai avuto la sensazione di ciò. Ora, che qualche volta gli americani od altri non capissero bene la politica italiana non mi meraviglia, perché anch’io alcune volte non la capisco; bisognava spiegargliela con grande pazienza e sulle linee di carattere generale.

GUALTIERI. Senatore Andreotti, le rivolgo solo due domande per concludere. Nel decennio che ho ricordato prima, quando lei ha ricoperto questi incarichi continuativi ai Ministeri della difesa e dell’interno, è nata quella che viene chiamata la strategia della tensione, cioè una politica – viene detto – realizzata da poteri più forti di quelli ufficiali e diversa da quella seguita dichiaratamente dal Governo. In termini più precisi, lei, nella sua responsabilità primaria, si è accorto che sotto, o sopra, o accanto al primo Stato ce ne era un secondo che aveva altri input e che obbediva ad altre logiche? Si può leggere la storia degli anni settanta come il prodotto di due governi non coincidenti, uno sottostante e uno soprastante? Siccome so che lei è a conoscenza dei meccanismi del potere, se così posso dire, e poichè è nata una strategia della tensione proprio nel decennio in cui lei era stabilmente insediato nei posti di comando, che giudizio dava di questo? Era la politica di un Governo oppure il Governo veniva «cortocircuitato» da un’altra politica?
Le rivolgo poi la seconda domanda, così concludo. Quando c’è stato il colpo di freno al primo centro-sinistra, il piano Solo, eccetera (e lei era Ministro della difesa, all’interno c’era Taviani e la polizia era comandata da Vicari), lasciando stare come sono stati utilizzati i Presidenti della Repubblica e i relativi stati di salute, si è trattato di un’operazione che ha avuto successo, non al contrario.
Il freno al centro-sinistra c’è stato e i partiti che allora dominavano il Parlamento si sono dovuti inginocchiare ed hanno dovuto accettare una pressione per cui hanno dovuto cambiare politica. Quello del 1964 è un golpe riuscito, non fallito; affermare che il piano Solo non ha avuto successo non è vero, perchè ha avuto successo. Però, il Governo è rimasto tale, lei è rimasto alla difesa, Taviani è rimasto all’interno e il Capo della polizia è rimasto lo stesso. Allora io domando: questa strategia – il freno del centro-sinistra, l’avvio della strategia della tensione – era una politica che nasceva dal Governo o scaturiva da un piano sottostante?
Io non rivolgo questa domanda a personaggi che magari ci vengono a raccontare storie, lo domando a lei che – sono convinto – è la persona più in grado di rispondere. La offenderei se pensassi diversamente. Io ho la più profonda stima nel fatto che lei ha sempre gestito il potere vero, come si deve. Se però non riusciamo a capire perchè proprio in questo periodo in cui lei era insediato in queste posizioni nascevano queste vicende, è inutile che ci soffermiamo sui singoli episodi. Il problema di fondo è questo: perchè sono partite le strategie della tensione e non le abbiamo interrotte per dieci o quindici anni? Perché hanno avuto successo operazioni di ostacolo di politiche nazionali, come la caduta del primo centro-sinistra? Perchè ci siamo dovuti piegare ad altre cose?Questa è l’ultima domanda che le rivolgo, senatore Andreotti.

PRESIDENTE. E di cui il presidente di questa Commissione la ringrazia.

ANDREOTTI. A me pare che si possa inquadrare così il problema. Certamente, proprio per la ragione cui prima ho accennato, cioè per il modo piuttosto brusco con cui era nato il centro-sinistra, anche all’interno delle forze politiche ci fu un cambiamento, anche con quella dizione che a mio avviso era infelice del centro-sinistra pulito o non pulito, a seconda della partecipazione o del semplice appoggio del partito socialista (questa era la dizione di quel momento). L’effetto pratico di questa politica certamente creò delle controindicazioni, che in parte si sarebbero forse ugualmente verificate, ma ci fu un certo freno nello sviluppo di carattere economico, ci fu una considerazione anche qui del passaggio piuttosto repentino da un certo modo di vedere la politica ad un altro modo di vedere la politica. Questo riguardò tutte le forze politiche, anche la sua. Lei ricorderà le lotte epiche all’interno del suo partito; tra l’altro io abitavo al piano superiore alla direzione del suo partito e Pacciardi e La Malfa si rincorrevano persino nelle scale. C’era una tensione che permeava un po’ tutti.
Però, si può dire che ci fosse questa teoria, poi attuata, con una spinta di carattere esterno, o comunque di carattere interno organico, che producesse la strategia della tensione? A mio avviso, si deve considerare cosa c’è stato di reale. C’era un gruppo di persone che, ritenendo probabilmente di salvare chissà, non più l’impero, ma la Repubblica di allora, attuavano determinate strategie; e sono poi le persone che ritroviamo in molte di queste vicende, come Stefano Delle Chiaie. Ma, a mio avviso, tali strategie non erano mai effettivamente collegate con forze politiche rappresentate in Parlamento. Erano delle persone che ritenevano forse, anzi senz’altro, che il sistema fosse sbagliato e che la democrazia fosse un’illusione, o comunque fosse un qualcosa che non rispondeva nè a sentimenti nazionali, nè a interessi patriottici, nè a possibilità di uno sviluppo della nostra nazione. Sappiamo del resto che alcune persone singole dei Servizi sono state poi coinvolte e si sono trovate a partecipare come tali in attività di questo genere.
Ma può dirsi addirittura che c’è stato un golpe del 1964? No, senatore Gualtieri, mi permetta, non ci credo. Che nel 1964 ci fosse una grande confusione, proprio per questo impatto…

GUALTIERI. Ho parlato di un fatto che ha avuto successo.

ANDREOTTI. No, mi pareva che lei avesse usato quell’espressione.

PRESIDENTE. Diciamo che la torsione della vicenda politica si è realizzata.

CIRAMI. C’è stato un golpe.

GUALTIERI. No, ripeto, ho parlato di un’operazione che ha avuto successo.

ANDREOTTI. A me era sembrato diversamente, forse ero distratto. Comunque, la situazione era differente. Nel 1964 si è verificata la coincidenza di uno stato di grande tensione e di grande preoccupazione, a mio avviso esagerata, anche ai vertici di carattere politico, che ha fatto una leva notevole nelle condizioni di salute del Presidente della Repubblica. Questi aveva un’enorme fiducia nel generale De Lorenzo, rispetto al quale l’altro giorno io ho detto che, secondo me, storicamente si rivedrà la posizione: non credo sia un uomo da doversi lapidare. Probabilmente è stato un errore tranquillizzare il Presidente dicendo: «ci pensiamo noi»; anche gli uomini politici, tra l’altro all’insaputa di Taviani, ministro dell’interno, e mia, fecero quella famosa riunione che poi saltò fuori, per cui naturalmente bisognava studiare le possibili evoluzioni o involuzioni. Era un nervosismo che non aveva fondamento. Il Capo dello Stato telefonò anche al Capo di Stato Maggiore chiedendogli se l’Esercito fosse calmo. Gli fu risposto di sì, che non c’era motivo per cui non dovesse essere calmo.

SARACENI. Ed il piano Solo?

ANDREOTTI. Secondo me il piano Solo fu una esagerazione di questa specie di mandato a essere la riserva della sicurezza della Repubblica che il generale De Lorenzo aveva assunto.

SARACENI. Quindi un eccesso di zelo?

ANDREOTTI. A mio avviso sì, un eccesso di zelo ed una sopravvalutazione di un pericolo che veramente non c’era; questa è la mia opinione, io ci vivevo dentro; non condividevo queste involuzioni, tanto è vero che dopo non successe niente. Le due cose sono esistite. Del resto quando vi furono gli estremi in anni precedenti per rendere fuori legge una di queste strutture che iniziava, Ordine nuovo, l’applicazione della legge che la consentiva era stata fatta dal Governo. Tuttavia, e non per sottovalutare, storicamente ritengo – quello che poi si legge negli atti, quel modo di convocare alcuni e non altri, comandanti e non comandanti – di ipotizzare un momento che tutti hanno sopravvalutato. In un recentissimo libro di Caprara ho letto che i comunisti temevano continuamente, anche in anni precedenti, che vi fosse questo golpe, tant’è vero che avevano conquistato il «governo politico» dell’Aeroclub di Roma.

PRESIDENTE. Avevano anche degli appartamenti riservati qui a Roma, fa parte di una storia nota.

ANDREOTTI. La vicenda degli appartamenti riservati era nota, ma che avessero fatto in modo di avere sempre un aereo pronto all’aeroporto dell’Urbe, per poter «esfiltrare» in caso di golpe, per poter far andare Togliatti al sicuro, non voglio dire che fosse una sopravvalutazione, perché non lo abbiamo mai pensato, ma a mio avviso la differenza su l’Italia e la Grecia è stata proprio questa; e questa storia va ricostruita.

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 prima parte

PRESIDENTE. Proseguiamo oggi l’audizione del senatore Giulio Andreotti che è qui ancora una volta e di questo lo ringrazio. Prima di dare la parola ai colleghi, vorrei fissare alcuni principi per l’audizione, alcuni monocraticamente, altri da valutare insieme alla Commissione. Come voi sapete, il senatore Andreotti è oggetto di due noti processi penali, che si svolgono uno a Perugia e uno a Palermo. Voglio allora dire subito che non riterrò ammissibili domande che possono in qualche modo riguardare questi due processi. Lo faccio per due considerazioni, la prima delle quali è di carattere istituzionale, circa il rapporto tra indagine parlamentare e indagine giudiziaria. In molti paesi occidentali le due indagini non possono essere contemporanee e al Parlamento è inibito indagare su vicende che sono oggetto di indagini giudiziarie. In Italia non abbiamo questa regola: se così fosse, noi non potremmo indagare sulle stragi, che sin dall’inizio della vita della Commissione sono sempre stato oggetto dell’indagine giudiziaria. Dobbiamo però muoverci su un difficile crinale, e quindi non possiamo creare interferenze tra i due versanti. Aggiungo poi che vi è da considerare una esigenza di garanzia. Infatti, il senatore Andreotti è qui in sede di libera audizione, non è munito di difensore, e quindi io porrò un ostacolo a qualsiasi domanda che mi sembrerà poter interferire con i due processi, salvo che il senatore Andreotti di sua volontà non mi faccia sapere che intende rispondere a quella domanda. L’altro principio, sul quale dovremmo metterci d’accordo, riguarda invece il tempo degli interventi. Vorrei assegnare un tempo di sette minuti a ciascuno dei Commissari, i quali cercheranno di utilizzare tale tempo per fare delle domande brevi, secche ed incisive, senza fare discorsi, dissertazioni, commenti e valutazioni, che sono cose che potremo fare quando inizieremo a discutere tra di noi sulle conclusioni cui dobbiamo pervenire.
(…)
MANCA. Signor Presidente, cercherò di essere breve e di fare domande appunto brevi e secche: incisive non lo so, dovrebbero essere giudicate dagli altri. Presidente Andreotti, toccherò, per così dire, due temi e mezzo. Il primo è relativo alla reazione dell’onorevole Moro all’arresto del generale Miceli; poi qualche domandina sul generale Maletti; quindi qualcosa sulla Gladio, ivi compresa una notizia – se la conosce – riguardante l’organizzazione cosiddetta Ossi. Salto il preambolo e le faccio le prime domande. Come giudicò le parole di stima e di solidarietà che l’onorevole Moro volle indirizzare al generale Miceli dopo il suo arresto? È vero, a suo parere, che il generale Miceli e Mino erano particolarmente vicini all’onorevole Moro? A suo parere, ha qualche fondamento la tesi, sostenuta da molte ricostruzioni storiche, secondo cui il generale Maletti sarebbe stato in qualche modo «andreottiano», come si suol dire? E, a proposito di Maletti, quest’ultimo sostiene – ce lo ha detto a Johannesburg – di essere stato in disaccordo con la politica filo-araba del governo italiano dell’epoca, in particolare con il trasferimento di armi alla Libia, considerandola scarsamente compatibile con la lealtà nei confronti degli Stati Uniti. Il generale Maletti è teso pertanto a ricondurre a questa ragione il suo contrasto personale con il generale Miceli. Possiamo sapere, Presidente Andreotti, quale fu la sua personale posizione in merito a questa linea politica? Passo al secondo gruppo di domande, sulla Gladio. Per quanto attiene alla rimozione del segreto sull’organizzazione Gladio, nel 1990, come si sa e come ha confermato in questa Commissione, lei decise di rimuovere il segreto di Stato, ritenendo che la situazione internazionale fosse tale che non vi era più bisogno di quell’organismo. Ci può dire se acquisì in merito il parere preventivo dei Ministri competenti? Quella decisione fu concordata con il Presidente della Repubblica? Fu concordata con il Governo degli Stati Uniti, partner nell’accordo stipulato? Quali reazioni determinò la decisione del Governo italiano nell’ambito dell’Alleanza? Quale reazione determinò la sua decisione da parte del Presidente della Repubblica? Ebbe a questo riguardo colloqui, preventivi o successivi, con il capo dell’opposizione, onorevole Occhetto, o con altri esponenti del mondo politico, imprenditoriale o dell’informazione?
Infine, ci può dire se era a conoscenza dell’organizzazione dei cosiddetti Ossi (Operatori speciali dei servizi segreti) di cui avrebbe fatto parte un addestratore della Gladio, il maresciallo Licausi, una organizzazione preposta ad attività di guerra non ortodossa?

PRESIDENTE. La ringrazio per la sinteticità e precisione delle sue domande, senatore Manca.

ANDREOTTI. Ritengo che le parole di apprezzamento dell’onorevole Moro, in modo particolare una lettera che egli mandò al generale Miceli, debbano essere interpretate sotto un profilo umanitario e non sotto quello di condivisione di una politica, segnatamente in dissenso da quelle che erano iniziative adottate prima dai magistrati e poi da me (in quanto avevo dovuto rimuovere il generale Miceli dal suo incarico e avevo dovuto annullare anche la sua destinazione a comandare il Corpo d’armata di Milano). Per quello che riguarda le dichiarazioni del generale Maletti, non so bene cosa voglia dire «andreottiano». Certamente, con il generale Maletti il mio è stato un rapporto solo formale, d’ufficio. Personalmente l’ho visto soltanto due volte, la prima, come ho ricordato l’altro giorno, quando venne a rendermi edotto dell’inchiesta che lui aveva fatto sul golpe Borghese; la seconda, quando venne a dirmi dell’iniziativa di approfondimento nei confronti del partito che quel signor Foligni stava allestendo, di cui il Servizio si era occupato legittimamente, anzi doverosamente (in quanto si parlava di una formazione politica che faceva affidamento su militari e su ambasciate straniere); mi disse: «Guardi, abbiamo fatto le indagini, si tratta di quattro «sfessati» (o un’espressione equipollente). Per il resto, che vi sia stato un dissenso all’interno dei Servizi nei confronti della cosiddetta politica araba è una interna corporis che a me non fu mai manifestata; peraltro non ritengo che fossero i Servizi ad adottare la linea politica, bensì i responsabili politici.
L’opinione di Maletti che la fornitura di armi – oltretutto, se non vado errato, da parte dell’Oto Melara, società a partecipazione statale, del tutto in conformità delle leggi – fosse un modo di contrariare gli Stati Uniti è un’opinione, non voglio dire apprezzabile, perchè non l’apprezzo molto, comunque un’opinione personale che non devo io commentare. Per quanto riguarda la pubblicazione dell’elenco degli appartenenti della struttura Gladio, non dovevo domandare a nessuno; vi era un apprezzamento politico, essendo una struttura predisposta per il caso di invasione dell’Italia ed essendo completamente cambiata la situazione politica internazionale. Non essendovi quindi alcun motivo (almeno allo stato) di temere invasioni, a mio avviso era più che dovuto rendere pubblico quell’elenco. Arrivammo alla decisione dopo una riunione, che ho ricordato l’altra volta, fatta con i responsabili dei Servizi, con il Comandante dei carabinieri, il Capo della polizia ed altri colleghi Ministri competenti. Nella riunione dicemmo: «Se vi sono elementi che voi ritenete debbano essere coperti dal segreto, diteli, noi li valuteremo». Però dissi pure che se qualcuno non diceva tutta la verità in quella occasione, si poteva considerare dimissionario; perchè era veramente un atto dovuto.

gianadelio maletti

E che vi sia stata, secondo l’opinione di alcuni e dello stesso ammiraglio Martini, una reazione internazionale, a me non risulta affatto. Anche nei mesi successivi, ho avuto occasione di incontrarmi con colleghi Capi di Governo e di parlare con gli americani: non ho sentito una sola lamentela per questo. So che poi anche altri paesi hanno fatto lo stesso. E ritengo che non vi era nessun motivo per fare diversamente. Della organizzazione Ossi ho appreso l’esistenza solo di recente, in occasione di un processo che c’è stato. Per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, con cui ero in contatto si può dire quotidiano, non ho mai avuto da parte sua manifestazioni di dissenso circa la pubblicazione di questi elenchi o sulla messa a conoscenza del Parlamento – specificamente della Commissione – delle liste di composizione dell’organizzazione.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, mi consenta la richiesta di un chiarimento. La questione di Miceli e di Maletti ci riporta all’indagine sul golpe dell’Immacolata. Ho riletto il verbale che abbiamo approvato della sua audizione e lei ci ha confermato di ritenere quell’episodio grave, da non sottovalutare. Poichè normalmente lei non è persona che enfatizza le cose, che lei ci abbia detto che è una questione che deve essere tenuta in considerazione è un fatto che valuteremo. Lei ci ha anche detto che probabilmente il golpe si arresta perchè Almirante non dà la solidarietà del Movimento Sociale Italiano. Da questa ricostruzione però Borghese fa la figura di uno sprovveduto, perchè era mai pensabile che si potesse progettare un colpo di Stato con la guardia forestale, un po’ di giovanotti scalmanati e armati che si erano radunati in una nota palestra, senza che ci fosse un qualche affidamento di qualche copertura politica importante e, soprattutto, che ci fosse un affidamento sulla non reazione delle Forze armate e degli apparati di sicurezza Quello su cui mi sono interrogato è che Borghese non era uno sprovveduto; la sua storia, il ruolo che ha avuto durante tutta la Resistenza, della X Mas, il modo con il quale viene salvato nel 1945, descrive Borghese come un uomo d’arme ma anche come un uomo che conosce la logica del potere, e direi anche la logica occulta del potere. È verosimile che si sia messo alla testa di un’avventura di questo tipo senza avere una serie di affidamenti che a un certo momento vengono meno, o forse fin dall’inizio era stato deliberato che venissero meno per farlo «scoprire», e poi arrestare a un certo momento l’intero movimento? La sua valutazione su questo, qual è?

ANDREOTTI. Intanto vorrei confermare quel che ho detto l’altro giorno, che nella istruttoria fatta dalla Procura della Repubblica e nella requisitoria che ho inviato alla Commissione, e che può essere letta, si conferma che quanto ha detto Maletti, cioè che l’istruttoria del procuratore fosse stata superficiale, è completamente falso. L’istruttoria fu molto approfondita e anzi, se eventualmente c’è da poter fare una critica alla requisitoria – potrete leggere quel documento – è che forse è stata di un’eccessiva severità.

PRESIDENTE. Senatore, la mia domanda è proprio questa: forse è non aver dato risposta alle domande che ho posto che rendeva debole quell’ipotesi accusatoria.

ANDREOTTI. Aggiungo che dopo le arringhe dei difensori – anche questo è depositato nella documentazione che ho chiesto al senatore Vitalone e che ho inviato alla Commissione – Vitalone riprese la parola proprio nei confronti del generale Miceli dicendo che, se l’attribuzione specifica del reato addebitato a Miceli era meno grave, però il suo ruolo e proprio la sua funzione rendevano molto più forte la sua responsabilità. Alla domanda: «aveva valutato le proprie forze il Borghese?»… Io non l’ho conosciuto, quindi non so se avesse questa capacità di valutazione e se pensasse che, creando una condizione di eccezionalità, cioè in una notte di vigilia di un giorno festivo (quando in fondo gli apparati dello Stato sono normalmente meno guarniti) andando a occupare la radio e compiendo anche azioni ciò provocasse una specie di consenso militare. Credo probabilmente sia stato vittima di informazioni sbagliate che gli venivano date; perchè credo di aver conosciuto in profondità le Forze armate e non ho mai pensato che fossero disponibili come tali per manifestazioni contro l’ordine costituzionale, contro la legalità. Chi si faceva illusione di questo genere era, nell’ipotesi migliore, un visionario. Se guardiamo anche alla qualità umana delle persone che stavano intorno al principe Borghese…

PRESIDENTE. Erano di basso livello.

ANDREOTTI. Probabilmente sono vere entrambe le ipotesi, cioè un timore oggettivo che il gesto potesse veramente sovvertire l’ordine costituzionale non sarebbe fondato, però una valutazione grave su quello che fu l’atto è altrettanto fondata. Nel documento di Vitalone si riporta, per esempio, il testo del messaggio che Borghese aveva (o gli avevano) preparato con un appello al Paese perchè tutti riconoscessero qual era la verità, la giustizia, la bandiera e cose del genere.
A mio avviso è stato più che giusto irrogare delle condanne, però storicamente la libertà in Italia non ha corso un oggettivo pericolo. Sono due cose che non sono in contrasto come valutazione, nè credo veramente che potesse fare affidamento reale su appoggi consistenti.

CORSINI. In questa sede mi limiterò ad avanzare domande e non esporrò valutazioni in merito al contenuto dell’audizione della volta scorsa. Sento però il dovere, anche alla luce di polemiche giornalistiche che ho potuto leggere e senza voler qui anticipare valutazioni o la discussione che si farà nell’Ufficio di Presidenza di manifestare apprezzamento, stima e anche solidarietà personale al presidente Pellegrino, che mi pare coinvolto in polemiche del tutto pretestuose.

PRESIDENTE. La ringrazio.

CORSINI. Passando direttamente alle domande, torno all’audizione che la Commissione ha avuto con il generale Maletti a Johannesburg. In quell’occasione il generale Maletti ha riferito che lei – all’epoca era Ministro della difesa – suggerì di non comunicare all’autorità giudiziaria i nomi di alcune persone. In seguito avremo la certezza che si trattava di Licio Gelli, dell’ammiraglio Torrisi e di altri a vario titolo coinvolti nel golpe Borghese, ma rispetto al cui coinvolgimento gli accertamenti del Servizio erano incompleti e le informazioni in gran parte incontrollate. Il generale Maletti, sempre nel corso della sua audizione, ha parlato di due incontri, avvenuti l’uno in un pomeriggio di luglio o di agosto del 1974 – un incontro a quattr’occhi tra lei e Maletti nel suo ufficio al Ministero – e l’altro all’inizio di agosto nel suo ufficio privato, con gli ammiragli Casardi ed Henke e un altro ufficiale, con la partecipazione del tenente colonnello Romagnoli e del capitano Labruna. Lei ricorda le due riunioni e ha qualcosa da dire in proposito, in modo particolare per quanto riguarda la dichiarazione di Maletti circa il suggerimento di espungere alcuni nomi dal «malloppone» che riguardava le indagini sul golpe Borghese?

ANDREOTTI. Non entro nel merito della sua premessa, però sono anch’io rammaricato di interpretazioni esterne che sono state poi date, perchè citando un determinato episodio sembra che uno voglia attaccare questo o quel personaggio – in questo caso Prodi – ma non è certo così. Anche perchè, che si trattasse di quel gruppo lì non lo ricordavo nemmeno bene, mi ricordavo bene il fatto ma non il gruppo.
Quel che dice il generale Maletti è vero per le due riunioni. La prima, più che una riunione fu un’udienza che lui chiese e ottenne da me al ministero quando mi venne a mettere al corrente appunto dell’inchiesta che avevano condotto, domandandomi come doveva comportarsi nei confronti del generale Miceli. Gli dissi: «Lei gerarchicamente è un subordinato del generale Miceli. Lei riferisca al generale Miceli; se poi il generale Miceli non prende delle conseguenze, non porta il fatto a mia conoscenza, lei torna da me e vedremo allora quello che dovremo fare». Lui riferì al generale Miceli, il quale invece mi venne immediatamente a parlare e stabilimmo insieme di fare una audizione dei nastri di questa inchiesta che era stata portata avanti dagli uffici del generale Maletti. La facemmo nel mio studio anche per una maggiore riservatezza, presenti le persone che lei ha ricordato e, in più, i Capi di stato maggiore, il comandante dell’Arma e il comandante della Guardia di finanza. Intanto i nomi che lei ha fatto (siccome ha detto che «poi» avete acquisito la certezza, ma io non so da chi abbia acquisito tale certezza) non sono mai stati fatti, è un dato certo. Furono in particolare i militari a dire che bisognava distinguere quelli che erano fatti da quelle che erano invece solo speranze di adesioni. Nel senso che vi erano frasi di questo genere: si spera di avere anche l’appoggio del…; e si trattava sempre di militari, mai sono stati citati dai civili. I Capi di stato maggiore dissero che prima di portare questo materiale all’autorità giudiziaria dovevano fare un approfondimento; perchè era inutile esporre dei nomi senza motivo. Furono proprio il Capo di stato maggiore della difesa e il Capo di stato maggiore dell’Esercito che riguardarono questi atti e mi portarono poi il testo da inviare all’autorità giudiziaria nel quale, del resto, qualche nome di militare, ma non erano molti, fu omesso ed erano proprio quelli che non c’entravano niente, tanto è vero che poi sono rimasti completamente fuori anche dall’inchiesta giudiziaria successiva. Quindi, si tratta assolutamente di questo e siccome è un fatto notorio nell’amministrazione e più che documentabile che non c’era nessuna ragione di inviare nomi di estranei; condivisi la preoccupazione legittima delle Forze armate di non esporre alcuni nomi, che figuravano solo come oggetti di una speranza che potessero aderire, ma non c’era assolutamente nessun elemento per dire che avessero manifestato una predisposizione o ancor meno un’adesione.

Vincenzo Vinciguerra – dichiarazioni 09.11.1990

Il difensore d’ufficio avv. Desi Bruno, avvisato, non è comparso. E’ presente il Pm dr L. Mancuso ed il sottoscritto verbalizzante m.o. Gabriele Di Flavio dei CC di Bologna.

Adr: prendo atto che lei GI ha letto il mio libro “Ergastolo per la libertà”‘ ed il mio dattiloscritto “La voce del silenzio”. Confermo il contenuto di questi miei scritti, nel senso anche che, per le parti rilevanti, devono essere intese come contenenti dichiarazioni apprezzabili ai fini giudiziari.

Adr: interrogato in merito alla struttura denominata “gladio”, di chiaro che sei anni fa ho fatto una serie di nomi di persone collegate con i servizi segreti e mi riporto a quel verbale, aggiungo poi che vi sono state numerose teorizzazioni, fra le quali ricordo quella del generale Carlo Jean e quella del convegno Pollio, in forza delle quali si prefiguravano forme di guerra totale. Intendo totale nel senso riguardante non solo una componente militare, ma anche una componente politica e una componente civile da utilizzare nelle strutture adeguate a portare avanti tale tipo di guerra.
Ricordo che Rauti, da me citato a pag. 152 del mio libro, sottolinea la necessità di fronteggiare forme di infiltrazione non violenta del comunismo nei gangli dello Stato. Aggiungo poi che parlando di “guerra totale” intendo far riferimento all’idea di “guerra non ortodossa” ben chiarita a pag. 156 del mio libro, ove cito un passo di Ivan Matteo Lombardo. Aggiungo poiché i servizi nell’impegnarsi in tale tipo di guerra si avvalgono di molte strutture, ovvero di una unica struttura suddivisa in più sottostrutture. Le persone che ho menzionato sei anni fa, fra le quali ricordo esservi Delfo Zorzi, Marcello Soffiati, Carlo Maria Maggi, Fachini, Enzo Maria Dantini e Rauti, facevano certamente parte di una di queste strutture . Richiamo poi l’attenzione su tale Arnaldo Ronchini, da me menzionato nel libro, anch’egli appartenente a strutture di quel tipo. Ad esempio Delfo Zorzi aveva tutte le caratteristiche indicate da Spiazzi per entrare in una struttura segretissima delle forze armate. Era infatti un antimarxista, aveva svolto il servizio militare nonostante fosse praticamente cieco in un occhio ed aveva svolto attività informativa nell’esercito. Delfo Zorzi, parlando con me, ammise contatti con un altissimo funzionario del ministero degli interni. Circa il convegno Pollio voglio precisare che (…) non era un convegno, né fascista, né eversivo. I relatori erano tutti dei tecnici esperti in guerra rivoluzionaria.

rauti

Adr: dopo aver commesso l’attentato di Peteano sono stato protetto dalle indagini senza che io lo volessi. Da Maggi e da altri venni a sapere che i servizi sapevano della mia responsabilità, ma che non si erano mossi. Su questo punto mi riporto a dichiarazioni già rese in precedenza. Sono convinto di essere stato protetto in quanto era una strategia complessiva che doveva venire salvaguardata. Per tale strategia, che ha trovato espressione anche nell’episodio di Camerino, erano i “rossi” che dovevano apparire come responsabili di violenze ed attentati e perciò il gesto da me compiuto a Peteano era incompatibile con tale strategia e non doveva essere svelato. Tengo a segnalare che il depistaggio su Peteano prese consistenza proprio in concomitanza con l’episodio di Camerino.
Voglio inoltre produrre e consegnare all’ufficio il libro “Gli americani in Italia” di Roberto Faenza e Marco Fini e segnalo che a pag. 265 reca i nomi dei militari e dei civili che operavano nel “Comitato centrale” dell’Ail alle dipendenze del colonnello Musco. Produco e consegno all’ufficio altresì il libro “Il colpo di stato militare in Italia” di Beltrametti segnalando in particolare che a pag. 46 viene data una corretta definizione della “Guerra rivoluzionaria”. Ricordo che il Beltrametti, inoltre, nel suo libro “Contestazione e megatoni”, chiarisce che non si possono lasciare in mano ai politici gli elenchi di coloro che fanno parte dei “Nuclei di resistenza”.

Adr: non ritengo di dover fornire elementi ulteriori rispetto a quanto riportato nei miei scritti anche se sono disponibile a rispondere alle domande che potranno essermi fatte con riferimento a tutto quello che ho scritto. Mantenendo sempre la facoltà di non rispondere dove ciò fosse in conflitto con le mie scelte processuali. Richiamo all’attenzione il fatto che il mio libro contiene dei dati inediti. Ad esempio a pag. 57 chiarisco che fu il Tuti la persona che ricevette la dichiarazione firmata degli autori della strage di Brescia. La fonte di tale notizia è lo Zani Fabrizio. A pag. 93, poi, parlo della pistola che ha ucciso Pecorelli. So che qualcuno ha conservato quella pistola.

Adr: sentito in merito ai miei rapporti con Stefano Delle Chiaie dico che Stefano è fuori, nel senso che non e in carcere, perché l’ho difeso io. Ora non ha più un difensore, ma nemmeno lo accuso.
Adr: il Dantini e un ex avanguardista. Ritengo che possa identificarsi con quell’Enzo che mise in contatto i vertici di Terza Posizione con i Montoneros e precisamente con Firminich e Vaca Narvaja. Ho sempre sostenuto che i Montoneros rappresentavano una dimensione strategica voluta e organizzata dai Servizi Segreti vi sono evidenti analogie fra il processo di destabilizzazione argentino e quello compiuto in Italia. Il Golpe in Argentina avvenne il 24.03.76, data questa in cui io ed altri avemmo sentore di un possibile colpo di stato anche in Italia.

Lcs

L’istruttoria Italicus bis – seconda parte

Tale era la situazione delle istruttorie, allorquando, nel luglio agosto del 1990 fu portata a conoscenza dell’ opinione pubblica l’esistenza -all’interno del Servizio Segreto Militare- di una struttura di guerra non convenzionale denominata ” GLADIO “, dotata di depositi di armi, esplosivi ecc., che secondo la versione ufficiale era destinata ad attivarsi in caso di invasione dell’ Italia da parte dell’ Unione Sovietica con la costituzione di nuclei di resistenza e la predisposizione di una rete di comunicazione .

Lo svelamento di una siffatta struttura apparve di estremo interesse in tutti i processi per strage allora ancora aperti in primo luogo poiché già in precedenza molteplici elementi avevano fatto ritenere l’esistenza di collegamenti fra lo stragismo che aveva insanguinato l’Italia dal 1969 in avanti e oscure strategie di provocazione, disinformazione ecc. che avevano visto coinvolti eversori di destra assieme a esponenti dei Servizi Segreti nel contesto di attività anticomuniste e in secondo luogo poiché la versione che “GLADIO” avesse unicamente una funzione anti- invasione apparve ben presto smentita da numerosi e concordanti indizi (ad esempio la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle Stragi), nella relazione sull’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio di data 22 aprile 1992, così si esprime:

“…non vi è alcuna giustificazione per GLADIO. Né all’inizio né alla fine. Vi è invece un accrescimento della sua pericolosità e della sua illegittimità con il passare degli anni. Non tutto ciò’ che è accaduto negli anni torbidi della nostra storia recente va addebitato a GLADIO. Ma GLADIO è stata una componente di quella strategia che, immettendo nel sistema elementi di tensione, ha giustificato la necessità di opportuni interventi stabilizzatori. Alla magistratura spetta di individuare quali di questi interventi abbiano avuto rilevanza penale…”.

Inoltre, anche le dichiarazioni di VINCIGUERRA avevano adombrato l’esistenza di strutture composte da estremisti di destra ed operanti in funzione anticomunista per conto dei Servizi Segreti. Unitamente al G. I. di Brescia si effettuò dunque un accesso presso i locali della 7° Divisione del S.I.S.M.I. ove venne acquisita copia di documentazione “GLADIO”, già sottoposta a sequestro dalla Procura della Repubblica di Roma.

Successivamente vennero richiesti ai Servizi Segreti, al Ministero degli Interni ed al Comando Generale dei Carabinieri numerosi atti, al fine di riscontrare le connessioni fra l’eversione di destra e le strutture di guerra non convenzionale che avevano operato in Italia al tempo in cui era in atto la strategia stragista. Era in corso detta attività istruttoria allorquando fece il suo ingresso nel processo un altro inquietante personaggio, tale Guglielmo SINIBALDI, già operante nel sottobosco del mondo finanziario, informatore di polizia legato all’ ambiente della Banda della Magliana.

Questi certo ben conosceva alcuni ambienti della destra romana e certo aveva conoscenza di molti aspetti delle indagini sino ad allora svolte sulla strage di Bologna e così riuscì ad imbastire un complesso di dichiarazioni particolarmente insidiose in quanto contenenti numerosi elementi di verosimiglianza.

Alcuni vistosi errori del SINIBALDI, tuttavia, svelarono la sua macchinazione. La sua posizione venne stralciata e venne rinviato a giudizio per calunnia ed altro. Circa lo scopo e i contenuti di questa iniziativa depistante si dirà meglio in una parte successiva di questa esposizione. Poco dopo l’intrusione nell’ istruttoria di Guglielmo SINIBALDI, venne tratto in arresto a Firenze il noto Elio CIOLINI. Questi aveva sconvolto la prima istruttoria per la strage di Bologna con allucinanti dichiarazioni che attribuivano la responsabilità di tale fatto criminoso al DELLE CHIAIE (che il Ciolini aveva personalmente conosciuto in Sud America) e ad una Loggia massonica di Montecarlo cui, assieme al GELLI, avrebbero appartenuto qualificati esponenti del mondo politico e finanziario italiano.

L’!impatto sull’ istruttoria era stato enorme e le indagini sulla strage avevano rischiato di arenarsi definitivamente. Il disegno depistante del CIOLINI, tuttavia, era venuto alla luce, tant’è che -contumace in quanto latitante all’estero- era stato condannato per calunnia a gravi pene detentive, inflittegli dalle autorità giudiziarie di Bologna e di Firenze. Rientrato in Italia e infine catturato, si trattava di accertare per conto di chi avesse agito e chi doveva coprire con la sua sconcertante e spregiudicata attività di sviamento delle indagini.

Elio CIOLINI, tuttavia, non smentì i suoi precedenti ed il tentativo compiuto si rivelò inutile, oltre che -ancora una volta – pericoloso per la credibilità dell’ istruttoria. Proseguivano, intanto, le indagini sul versante dei Servizi Segreti, con ulteriori acquisizioni di atti ai sensi dell’art. 342 C. P. P. e, infine, con 1′ incriminazione del Capo Centro S.I.S.M.I. di Firenze, il Col. Federigo MANNUCCI BENINCASA.

La sua posizione verrà analiticamente trattata in un’ altra parte di questo provvedimento. Qui basta accennare al fatto che il predetto ufficiale, che già negli anni 70 era stato in contatto col terrorista toscano Augusto CAUCHI e ne aveva favorito la latitanza, si era reso responsabile dell’invio di scritti anonimi concernenti l’omicidio di Mino PECORELLI e la strage di Bologna (con i quali attribuiva a Licio GELLI responsabilità in entrambi i reati).

omicidio pecorelli

Numerose acquisizioni processuali fanno ritenere che almeno quest’ ultimo anonimo non costituisse un seppur irrituale contributo alle indagini, bensì rappresentasse un’ articolazione di un complesso disegno depistante, ben sintetizzato al capo di rubrica, collegato all’ ulteriore azione di sviamento infine portata a compimento dal CIOLINI e finalizzato, non già a perseguire il GELLI per sue specifiche responsabilità, quanto piuttosto a costruire uno schermo -fatto di accuse indimostrabili e di atti suggestivi ma privi di qualsiasi valore processuale- dietro il quale tenere celate le vere responsabilità del GELLI e dietro il quale proteggere i responsabili dell’ attentato.

Le indagini relative alla posizione del MANNUCCI BENINCASA comportarono un accesso alla sede del centro C.S. di Firenze e la perquisizione delle abitazioni dell’ imputato. Presso il centro di Firenze venne rinvenuta, fra l’altro, documentazione dalla quale emerse che il MANNUCCI BENINCASA ed il Col. SPAMPINATO -perito esplosivista nel processo per la strage di Bologna- avevano comunicato i risultati di detta perizia al Gen. SANTOVITO, direttore del S.I.S.M.I., ufficiale che successivamente risulterà implicato in attività di depistaggio delle indagini e, in particolare nell’ operazione tristemente nota con la denominazione “Terrore sui Treni” nel cui contesto ufficiali del servizio segreto avevano simulato il rinvenimento, su di un treno, di armi, documenti ed esplosivi che loro stessi vi avevano fatto collocare.

E’ importante notare che le sostanze esplosive rinvenute in quel contesto sono del tutto identiche a quelle utilizzate per la strage di Bologna e che l’operazione “Terrore sui Treni” aveva una funzione di sviamento delle indagini, in quanto volta ad avvalorare una fantomatica pista internazionale delineata grazie al materiale documentale collocato sul treno assieme agli esplosivi ed a una serie di false informative.

 

Sentenza Italicus bis pag 26-29