Valerio Viccei – dichiarazioni 10.05.1985

Adr: dopo avere letto nuovamente il verbale di confronto di ieri, ricordo che l’ Esposti aveva menzionato, tra i suoi contatti al di fuori di Ascoli e comunque nei discorsi intercorsi con i suoi amici, cioe’ il Crespi, l’ Annina e gli ascolani, alcune persone.

Ricordo il nome di Angeli Angelo, milanese, del quale si diceva che negli anni tra il 1970 ed il 1973, era stato ad Ascoli piu’ di una volta. Ricordo poi ce il Crespi o la ragazza, agli inizi del 1974, chiesero all’ Esposti se questi aveva preso contatto telefonico con un certo “professore Rossi” in Arezzo o di Arezzo. Ricordo poi il nome di tale Vinicio che andava spesso a caccia con il Nardi e che dovrebbe essere originario della provincia di Ascoli; ricordo un certo “Fulco” di Roma, in contatto con Nardi e con gli ascolani, poi accusato di qualche scorrettezza verso di loro. Ricorreva poi nei loro discorsi il nome di “Momo”, un meridionale; potrebbe anche chiamarsi “Memo”. Quanto al “Rossi di Arezzo”, ricordo che il suo nome venne fuori all’ interno di una questione di carattere economico o meglio di una questione di danaro. Mi riservo di approfondire i miei ricordi sui rapporti dell’ Esposti e del Nardi.

Voglio aggiungere che, tra le armi rinvenute a Pian del Rascino, dovrebbe esservi una “Beretta modello 34” calibro 9 corto, con la canna filettata alla quale e’ stato applicato un silenziatore in acciaio (e non il solito silenziatore in alluminio). Preciso che il silenziatore in questione era di natura artigianale ed originariamente previsto e costruito per essere applicato ad una “Pistole – machine” mp40; di conseguenza l’ adattamento del medesimo silenziatore alla summenzionata “Beretta” ha implicato una apposita modifica alla canna, nel senso che la filettatura risultasse identica a quella di tutti gli mp40 in circolazione.
Elenco ora le armi che ho visto in possesso di Esposti Giancarlo a vario titolo ed in diverse circostanze:

-Un fucile d’ assalto Fal fn 308 munito di bipiede;

-Una pistola mitragliatrice americana calibro 9 modello M3 A1;

-Un fucile “Mauser” calibro 308, che era stato privato della brunitura originale per poi essere completamente revisionato e nuovamente brunito artigianalmente;

-Una pistola “Browning” hp calibro 9 con guanciole in plastica nera; a proposito di questa arma, l’ Esposti mi disse che gli era stata regalata dal Nardi al momento in cui si rese irreperibile;

-Una pistola “Beretta” silenziata, sopra descritta, calibro 9 corto;

-Una pistola “Radom – vis” di fabbricazione cecoslovacca o polacca, calibro 7.65 parabellum;

-Un fucile mitragliatore “beretta” Mab modello 38 a1, che aveva la peculiarita’ di essere modificato nella impugnatura, nel senso che se ben ricordo, vi era stata applicata la impugnatura di un fucile subacqueo;

-Una pistola mitragliatrice di fattura artigianale, gia’ descritta e che, se mostratami, sarei in grado di riconoscere;

-Alcune bombe a mano SRCM (l’ Esposti ne portava con se’ sempre due bombe a mano) e l’ involucro le cui caratteristiche lasciavano chiaramente presupporre che contenesse un fucile di precisione con gia’ innestato il cannocchiale;

-Una certa quantita’ di esplosivo, circa 20 chili, probabilmente trafugata da cave; dovrebbe trattarsi di un composto di cheddite o gelignite, sicuramente sotto forma di candelotti, corredata di inneschi e di vari tipi di micce;

-Un cannocchiale “Zeiss” impermeabile in plastica verde, in dotazione agli alti ufficiali di marina statunitense; il cannocchiale aveva la caratteristica di esse dotato di reticoli militari;

Si da’ atto che su autorizzazione del GI l’ elenco di armi di cui sopra e’ stato dettato direttamente a verbale dal Viccei.

Adr: per collocare i miei rapporti con l’ Esposti voglio far presente che questi erano in essere allorche’ insieme a lui e ad altra persona commisi un furo in Ascoli Piceno. Mi riservo di riferire in ordine alle circostanze di tale furto che comunque risale alla fine del 1973 inizio 1974.

L.c.s. ­

Andrea Brogi – dichiarazioni 20.02.1976

Per prima cosa faccio presente di non essermi mai sottratto a ricerche della sv poiche’ quello che ho detto sinora l’ ho detto spontaneamente e sono pronto a ripeterlo in qualsiasi momento. Infatti nel corso dei precedenti esami testimoniali sia pure dopo iniziali reticenze ho detto tutto quello che sapevo sulla vicenda di Ordine Nero in Toscana, anzi Ordine Nero e’ una parola che usa lei, io uso la parola Ordine Nuovo.

Sono anche pronto a qualsiasi confronto la sv voglia determinarsi. E’ vero che negli ultimi tempi la mia reperibilita’ non e’ facile ma cio’ perche’ ho dei motivi personali del tutto estranei alla vicenda di cui la sv si occupa.

Prendo atto che la sv e’ in possesso di un fonogramma del comando pg di Bologna da cui risultano degli addebiti di carattere penale (si da atto che il fonogramma e’ stato qui recapitato in mattinata) , ma di quanto ivi e’ esposto rispondero’ nella sede opportuna.

Quanto al fatto che Batani ed i suoi amici siano attivamente impegnati a rintracciarmi, non ho alcuna ragione per sottrarmi a qualsiasi confronto con Batani o chiunque altro, ne ho paura di chicchessia, anche se e’ vero che cerco di evitare provocazioni e grane. Infatti dopo essere stato come ho gia’ detto alla sv sequestrato e minacciato da Cauchi e soci per la nota faccenda dei mitra e’ ovvio che cerco di tenermi alla larga.

Che cosa possono volere da me Batani e soci non e’ difficile immaginare probabilmente vorranno che io possa aiutarli in qualche maniera o che io li abbia falsamente accusati di qualcosa, ma entrambe le prospettive mi lasciano indifferente, poiche’ quello che ho detto lo riconfermo e non so neppure se comprometta o meno Batani e gli altri, poiche’ cio’ puo’ dire soltanto la sv. Conosco Rinaldini Lorenzo, che e’ un ragazzino di destra di Firenze, conosco anche Pecchioli Riccardo, gia’ militare guastatore, ragazzo di destra di Firenze, espulso dal partito.

Prendo atto che sono chiesti confronti con me e mi dichiaro pronto a sostenerli.

Sapevo qualcosa sul tentativo di rintracciarmi da parte degli amici del Batani, Rossi eccetera poiche’ certo Ciolli Francesco mi incontro’ tempo addietro insieme a Pecchioli da Pietro in piazza del Duomo a Firenze ed il Ciolli fece anzi l’ atto di scagliarmisi contro, dicendo non si sa bene cosa al mio indirizzo.

In sostanza diceva di avere saputo a Perugia che io non mi ero comportato bene, peraltro il fatto e’ anteriore alla mia deposizione in questo processo. Di altri movimenti che mi riguardino da parte di persone di destra non ho saputo.

Ho saputo anzi negli ambienti di destra di Firenze, che nello stesso periodo in cui tuti fu avvistato senza essere arrestato in Firenze (mi pare marzo 1975) Cauchi Augusto si trovava a Firenze in una pensione nei dintorni di via Ricasoli. Mi si disse che doveva recarsi all’ università. In sostanza io non ho niente da temere o da nascondere.

A Barcellona in spagna ho una amica di nome Martinez Olga Agzet gia’ studentessa all’ università, anzi alla scuola d’ arte di Firenze che abita in via Ariban 82 ma che è estranea ad ogni politica.

 

Andrea Brogi – dichiarazioni 21.02.1975 prima parte

Ammetto che nei precedenti verbali non ho detto tutta la verita’ ma ho taciuto alcune circostanze. In primo luogo ammetto di avere ricevuto la somma di lire 360000 in contanti, in tutte banconote da 10000 dal professore Rossi presente il Cauchi, con la quale avrei dovuto acquistare alcuni mitra, avendo io lasciato intendere che avevo simili possibilita’ .
La verità e che non sapevo come procurarmi queste armi che poi in effetti non procurai, in quanto, essendomi rivolto ad una persona di Firenze, seppi che c’ era disponibile solo roba “corta” (cioe’ pistole) e non roba “lunga” (cioe’ fucili o mitra) come desiderava il Rossi. La richiesta di armi mi venne formulata dal Rossi, presente anche l’Albiani, il Cauchi ed il Batani non ancora partito soldato, il quale fece capire che il gruppo non disponeva di una dotazione di armi adeguata alla eventualità che – in seguito di sconfitta del MSI nel referendum – si verificassero contrasti armati con i rivali politici. Per rendermi conto della serieta’ del discorso non mi volle molto, poiche’ il denaro mi venne versato anticipato.
D’ altro parte discorsi sulle armi erano abbastanza frequenti ancorche’ io non li considerassi particolarmente pericolosi e fossi convinto che si trattava di ragionamenti o di persone appassionate o comunque infantili.
Ad esempio l’ Albiani mi propose con la ingenuita’ di mostrare una sera, al bar, una rivoltella a tamburo di piccolo calibro, fatto che ritenni imprudente data la situazione essendo in un luogo pubblico.
Preciso che fui indotto ad accettare l’ offerta di danaro dallo assoluto stato di indigenza in cui mi trovavo, attesa la situazione della Daniela che fu ricoverata in ospedale.
In tale modo io fui completamente coinvolto dal gruppo aretino, che del resto promettendomi un’ attivita’ mi aveva fatto pensare che potesse sistemarmi in un certo qual modo. Andai ad abitare alla Verniana, su invito del Cauchi e collaborai alla preparazione delle elezioni presso la locale federazione MSI che del resto dettero la loro opera tutti i personaggi finora nominati.

– prima di recarmi ad Arezzo, conoscevo, per contatti avuti a Firenze nel partito, il Batani, il Cauchi e il Ghinelli. Anzi a tale proposito riferisco che in Arezzo, fui coinvolto in un procedimento penale di Pretura, ove anche il Cauchi era imputato. Io e il Cauchi colpiti da mandato di cattura dovemmo darci alla fuga su consiglio dello stesso avvocato Ghinelli, il quale ci spiego’ che la cattura era eccessiva in rapporto alla entita’ delle lesioni, le quali in effetti si rivelarono “lievi” in seguito a perizia richiesta dallo stesso Ghinelli. L’avvocato ci forni’ anche il denaro necessario per allontanarci temporaneamente, il Cauchi ando’ a Perugia ed io a Siena. Dopo pochi giorni l’avvocato anzi il Capacci, con cui parlai per telefono, mi avverti’ che il mandato di cattura era stato revocato cosicche’ potemmo rientrare in Arezzo.
Avvenne poi che io non mi presentai al giudice Anania, il quale per avermi al processo emise un nuovo mandato e feci dieci giorni di carcere, per essere poi assolto in udienza.
E’ vero che i nomi dei presenti alla Verniana non furono riferiti esattamente ai CC, ma cio’ e’ conseguenza dei seguenti fatti: il giorno dopo o due giorni dopo l’ attentato di Moiano, il maresciallo di Monte San Savino venne alla Verniana per cercare il Cauchi, il quale era uscito, poco lontano da casa a cercare legna e visti i militi, si tenne lontano. Io fui convocato in caserma ed ivi attesi l’ arrivo del capitano Romano, al quale riferii verbalmente della riunione, peraltro facendo confusione tra nomi e giorni. Non accennai alla presenza del Rossi, dell’ Albiani e del Capacci. Cio’ feci perche’ il Cauchi, la sera stessa della riunione, ovvero della cena, oppure il giorno dopo, mi disse discretamente che, per ogni evenienza, era meglio non menzionare la presenza del Rossi e degli altri due, i piu’ anziani presenti, per il loro stretto contatto con la federazione MSI.

– ammetto che la mia reticenza sui tre nomi, oltre che all’ invito rivoltomi dal Cauchi, va spiegata con riferimento alla richiesta di armi fattami in precedenza dal Rossi, il che mi faceva pensare anche in rapporto alla sua età ad una pericolosita’ ben diversa rispetto agli altri che erano solo ragazzi e mio giudizio innocui. Fu cosi’ che rivolsi alla Daniela l’ invito di tacere i 3 nomi, cosa che essa fece quando fu sentita il 29 aprile dai CC.

– il discorso del Cauchi, di non fare menzione del Rossi e degli altri due, fu fatto, se mal non ricordo, presente il Batani prima che costui partisse.

– seppi che Batani era stato ad una manifestazione a Milano e la sua fotografia con i capelli lunghi era apparsa su un rotocalco e se ne parlava in Federazione. Non se quando fu scattata detta fotografia del Batani a Milano di cui si parlava in federazione ad Arezzo. Non so precisare se fu la manifestazione del 12.04.73 in cui mori’ un agente della Polizia.

– E’ vero che la dichiarazione a contenuto confessorio che mi fu estorta in Siena, e di cui ho detto nel precedente verbale testimoniale, fu conseguenza della mia impossibilità di restituire il denaro datomi per l’ acquisto delle armi.

Si sospende ad ore 18.00 diffidandolo a restare disponibile.

Letto confermato e sottoscritto

Marco Affatigato – dichiarazioni udienza 17.03.2009 – quarta parte

DOMANDA – Lei nei suoi verbali parlò a lungo dell’incontro con un personaggio della massoneria.

RISPOSTA – Licio Gelli. Dopo dalle foto è emerso che fu Licio Gelli.

DOMANDA – Ci spieghi bene….

RISPOSTA – A Lucca.

DOMANDA – Intanto quando avvenne questo incontro?

RISPOSTA – Siamo nel periodo della fine estate… l’anno non lo ricordo se era il ‘73 o il ’74.

DOMANDA – Rispetto allo scioglimento di Ordine Nuovo?

RISPOSTA – Poco prima.

DOMANDA – Poco prima. Lei nei verbali ha parlato dell’autunno ‘72, in altri del ‘73, in altri del ’73 – ’74, “sicuramente prima dell’Italicus”, e parlò dell’autunno ‘72 il 10 ottobre del ’76; mentre il 18… non si capisce se è gennaio o novembre dell’81, la colloca nel ’73…

RISPOSTA – È probabile quello del ’76, perché è più prossimo.

DOMANDA – Quindi lei oggi dice “probabilmente a cavallo… prima dello scioglimento”?

RISPOSTA – Se oggi mi si chiede quando l’ho incontrato direi a cavallo tra il ‘70 e l’80.

DOMANDA – Come avvenne questo incontro?

RISPOSTA – In Piazza San Michele, a Lucca.

DOMANDA – Ce lo racconti un po’.

RISPOSTA – Fu portato da Augusto Cauchi che poi mi lasciò in separata sede con Licio Gelli, che poi fu identificato quale Licio Gelli…

DOMANDA – Chi lo identificò come Licio Gelli?

RISPOSTA – Io lo identificai, in conseguenza delle foto.

DOMANDA – Non l’ha mai detto nei verbali!

RISPOSTA – Ritengo di sì.

DOMANDA – Non in quelli che abbiamo acquisito. Probabilmente non li abbiamo tutti. Ci spieghi.

RISPOSTA – In quell’occasione si parlava…

DOMANDA – Lei con chi era?

RISPOSTA – Insieme a Tomei.

DOMANDA – Tomei?

RISPOSTA – Tomei. In quell’occasione noi si ricercava il finanziamento, il denaro, quindi prossimi organizzare sempre il gruppo clandestino, e anche altre attività interne. In quell’occasione fu indicato che questo soggetto era disponibile a finanziare la attività del gruppo lucchese e in contrapposizione chiedeva di fare degli attentati e fu rifiutato.

DOMANDA – Come mai fu rifiutato?

RISPOSTA – Perché non era nel nostro programma fare degli attentati ai tralicci e ai treni.

DOMANDA – Perché gli obiettivi erano diversi da quelli che vi ponevate voi?

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Come avvenne questo incontro? Quindi in piazza San Michele…

RISPOSTA – In piazza San Michele.

DOMANDA – Come venne organizzato?

RISPOSTA – Chi lo organizzò? Cauchi Augusto portandolo a Lucca.

DOMANDA – Poi non prese parte all’incontro?

RISPOSTA – No. Non mi ricordo, francamente non mi ricordo, mi sembra di no.

DOMANDA – Questo signore…

RISPOSTA – Di mezza età.

DOMANDA – Era in rapporti con la direzione nazionale?

RISPOSTA – Chi intende lei come “signore”?

DOMANDA – Il massone.

RISPOSTA – Aveva rapporti con Roma?

DOMANDA – Sì.

RISPOSTA – Non mi risulta.

DOMANDA – Millantò contatti con Roma?

RISPOSTA – Millantò, ma non mi risulta perché poi dopo essendo in prossimità dal ‘75 fino a tutto il ‘76 con Clemente Graziani, fino al momento del mio arresto, questi rapporti non sono mai emersi, anche se non sarebbero stati disdegnati, ma non sono mai emersi.

DOMANDA – Vennero in qualche modo smentiti?

RISPOSTA – Sì, certamente.

DOMANDA – Da chi?

RISPOSTA – Dalla direzione.

DOMANDA – Da Graziani?

RISPOSTA – Da Graziani e da Pugliese. Ritengo ora di dire queste cose perché si era in Corsica insieme.

DOMANDA – Sugli obiettivi leggo quello che lei disse il 13 ottobre ‘76, perché… non vedo poi grandi diversità di impostazione. Questo è un vecchissimo verbale del ‘76, e disse questo al dottor Vigna, al Pubblico Ministero di Firenze… e dopo avere descritto luogo, l’epoca, era appunto un sabato e una domenica, etc., in piazza San Michele, in un bar, a questo incontro una saletta…

RISPOSTA – Esatto.

DOMANDA – “…l’uomo iniziò a dire che aveva parlato con la segreteria nazionale del movimento, che a Roma erano d’accordo sulla sua visita e sul fatto che potesse darci del denaro, disse che era disposto a darci subito la somma di mezzo milioni e ce la mostrò, poi iniziò a fare dei discorsi strani circa la organizzazione che il movimento avrebbe dovuto darsi, organizzazione che secondo lui doveva prevedeva dei gruppi armati, e cioè destinati a compiere azioni violente, inseriti nel movimento politico. Tali gruppi armati dovevano essere clandestini anche per il resto del movimento. Fu in questo discorso che egli fece offerte di armi e tritolo per usarli contro obiettivi statali, tipo centrali elettriche, impianti pubblici etc.. Disse che faceva parte della massoneria e precisò della loggia di Piazza del Gesù, e che la massoneria aveva già preso contatti con i dirigenti nazionali promettendo un versamento di 50 milioni per l’uscita del giornale settimanale”.

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Anche qui si parla di obiettivi statati, impianti pubblici…

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Non vedo poi un grande differenza con i gruppi clandestini che effettivamente si formavano…

RISPOSTA – Lei può darsi, ma io sì. Io vedo una differenza tra un traliccio e un treno e un ufficio delle imposte. Ma differenza per me è notevole.

DOMANDA – Sul treno ci sono delle persone…

RISPOSTA – Esatto.

DOMANDA – Il traliccio… non vedo una grande differenza, e poi qui si parla di obiettivi statali, impianti pubblici…

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Quindi cosa non andava di questa proposta?

RISPOSTA – In quell’ambito lì e in quel periodo lì erano gli attentati in sé.

DOMANDA – In qualche modo questa proposta precede…

RISPOSTA – Precede certamente. Precede la clandestinità, precede il momento dello scioglimento, quindi siamo un po’ avanti.

DOMANDA – Quale era il suo atteggiamento verso la massoneria?

RISPOSTA – Quando?

DOMANDA – All’epoca, nel ’73.

RISPOSTA – Non avevo atteggiamento.

DOMANDA – Lei disse che era ostile il suo atteggiamento verso le idee della massoneria.

RISPOSTA – Non rientrava nei parametri di Ordine Nuovo.

DOMANDA – E che quindi se ne andò…

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Neanche prese parte all’incontro nella sua interezza.

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – A un certo punto se ne andò.

RISPOSTA – A un certo punto me ne andai.

DOMANDA – E lasciò lì…

RISPOSTA – Il Tomei.

DOMANDA – Lasciò lì Tomei.

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Poi Tomei le raccontò come si concluse?

RISPOSTA – Abbandonò anche lui.

DOMANDA – Anche lui se ne andò.

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Aveva indicato una autovettura di questa persona.

RISPOSTA – Sì, è possibile.

DOMANDA – Una Peugeot familiare, 404, o 504…

RISPOSTA – È possibile.

DOMANDA – …celestina. La ricorda ancora oggi?

RISPOSTA – No.

DOMANDA – E poi ne fornì una descrizione fisica.

RISPOSTA – E da qui furono mostrate delle foto da cui si evidenziò che era Licio Gelli.

DOMANDA – Io ho un verbale dove si parla di un professor Rossi Giovanni.

RISPOSTA – Sì, è vero, mi scusi.

DOMANDA – Gli somigliava?

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Come andò, così?

RISPOSTA – Sì. Quindi poi in tempi successivi lei capì che invece era Licio Gelli?

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – È così?

RISPOSTA – È probabile, non mi ricordo.

DOMANDA – Questa Tomei l’ha sempre negata, ci furono dei confronti tra lei e Tomei?

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Perché lui negava questa circostanza, ricorda?

RISPOSTA – Sì, fu fatto un confronto nel carcere di Ferrara.

DOMANDA – Perché Tomei negava questo contatto? Se ne è a conoscenza.

RISPOSTA – Ognuno ha le sue ragioni.

DOMANDA – Però si possono anche conoscere a volte!

RISPOSTA – No.

DOMANDA – Non le conosce. Con Graziani poi nei tempi della comune latitanza ebbe a parlare di questo contatto?

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Cosa le disse Graziani?

RISPOSTA – Che in un primo movimento fu effettivamente logico quello di rifiutare, successivamente fu anche detto che sarebbe stato utile avere rapporti.

DOMANDA – Riprendiamo il discorso in generale non tanto ancorato ad un anno piuttosto ad un altro, riprendendo il tema di questi attentati rivolti a obiettivi pubblici ma con una predisposizione di misure atte a impedire il coinvolgimento… lo spargimento di sangue, in buona sostanza. All’interno di questa galassia chi invece la pensava diversamente?

RISPOSTA – Chi la pensava diversamente non lo posso sapere, si diceva nell’ambito di Ordine Nuovo che l’ambito stragistico era più di Avanguardia Nazionale che di altri movimenti, questo era il così detto ambito stragistico. La direzione era verso Avanguardia Nazionale.

DOMANDA – Quale era la posizione di Freda e del gruppo che a lui faceva capo?

RISPOSTA – Non glielo so dire, Freda faceva capo a un gruppo di Lotta di Popolo, i così detti “nazimaoisti”.

DOMANDA – Quindi?

RISPOSTA – Non avevano rapporti con Ordine Nuovo, non avevano rapporti con Avanguardia Nazionale, avevano più che altro rapporti con la sinistra estrema che con noi.

DOMANDA – Ci furono poi nel tempo dei tentativi di unificazione…

RISPOSTA – Sì, certo.

DOMANDA – … tra tutti e tre questi gruppi, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e Lotta di Popolo?

RISPOSTA – Che fallì. Il tentativo di unificazione per fu portato avanti anche nel 1977, nel 1978, nel 1979, tutti tentativi falliti.

DOMANDA – Vi fu un momento in cui venne raggiunto…

RISPOSTA – Un accordo, sì.

DOMANDA – Dove lo collochiamo?

RISPOSTA – Nel periodo del periodico Terza Posizione.

DOMANDA – Quindi?

RISPOSTA – Non mi ricordo l’anno.

DOMANDA – Quando lei venne sentito il 12 novembre ‘81 disse che questa unificazione tra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale venne raggiunta tra il dicembre del ‘75 e il gennaio del ’76.

RISPOSTA – Sì, è possibile, in Corsica anche.

DOMANDA – Da Graziani…

RISPOSTA – Con reticenza.

DOMANDA – Come?

RISPOSTA – Da Graziani con reticenza, con l’approvazione da Signorelli e con altri soggetti… soggetti nei camerati che non intendevano aderire a quel gruppo e quindi uscirono.

DOMANDA – Ci spieghi meglio queste posizioni, Graziani accettò questa…?

RISPOSTA – Fu obbligato.

DOMANDA – Ci spieghi.

RISPOSTA – Quando si è latitanti siamo sottoposti – tra virgolette – ad uno stress finanziario, che è quello di vivere, vivere in clandestinità vuole dire spendere tanti soldi, perché ti devi mantenere senza che ti possono riconoscere, non puoi lavorare, e quindi rimani anche politicamente un fardello per l’organizzazione, soprattutto come quella di Ordine Nuovo che era appena costituita. In questo caso invece Avanguardia Nazionale aveva più mezzi finanziari, e quindi malgrado tutto Graziani dovette accettare.

DOMANDA – Prima ha fatto cenno a Signorelli…

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Lui era di Ordine Nuovo?

RISPOSTA – No, lui era un po’ strano, non era né di Ordine Nuovo, né di Avanguardia Nazionale e né di Lotta di Popolo, però gravitava su tutti e tre.

RISPOSTA – Lui propugnava questa unificazione…

RISPOSTA – E fu lui a promuovere l’unificazione tra i due gruppi, sì.

DOMANDA – Con riguardo al tema delle teorie stragiste e a chi le portasse aventi lei ha reso diversi verbali.

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Prima le avevo posto una domanda e ha dato una risposta un po’ superficiale, riusciamo a approfondire meglio questo argomento?

RISPOSTA – Mi rimetto ai verbali, perché l’ho dichiarato ampiamente.

DOMANDA – Partiamo da un verbale del 26 marzo ‘83, in questo verbale, al giudice istruttore di Bologna, lei disse: “dal ‘67 in poi Freda portava avanti il discorso della disintegrazione del sistema anche attraverso l’uso di stragi al fine di instaurare un clima di guerra civile e consentire in tale modo l’intervento delle Forze Armate. L’ispirazione veniva tratta dal colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, si tentava di creare lo stesso clima in Italia”.

RISPOSTA – Confermo.

DOMANDA – È così?

RISPOSTA – Confermo.

DOMANDA – Quindi Freda era uno dei fautori della linea stragista. Da Graziani ricevette delle confidenze su questo tema e sull’eventuale coinvolgimento di Freda in fatti stragistici?

RISPOSTA – Da Graziani di confidenze ne ho ricevute tantissime.

DOMANDA – Su questo argomento.

RISPOSTA – Su questo argomento ora non ricordo con precisione.

DOMANDA – Sempre in questo verbale del 26 marzo ‘83 disse: ”Sulla base di ammissioni del Graziani risalenti al periodo della nostra comune latitanza posso ora dichiarare che il Graziani attribuiva a Freda la strage di Piazza Fontana”; in relazione dell’attentato al treno in cui rimase ferito Nico Azzi ricorda invece Graziani a chi attribuiva analoghi intenti stragistici?

RISPOSTA – Non mi ricordo.

DOMANDA – Disse: “Attribuiva intenti stragistici anche al Signorelli, il quale avrebbe avuto in comune con Freda la teoria stragistica”.

RISPOSTA – Confermo tutto.

DOMANDA – Poi aggiunse… chi altri condivideva, quali erano i gruppi che condividevano questa ideologia?

RISPOSTA – In quell’epoca lì Avanguardia Nazionale.

DOMANDA – Lei disse sempre nello stesso verbale al giudice di Bologna: “la strategia di Freda coinvolse il gruppo padovano, quello milanese e infine quello romano del Signorelli”.

RISPOSTA – Esatto, quello milanese era configurante su Avanguardia Nazionale.

DOMANDA – A Milano c’era un gruppo che si chiamava La Fenice?

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Cosa sa dire di questo gruppo?

RISPOSTA – Di Rognoni. Poco nell’ambito, perché a parte…

DOMANDA – Lei ebbe mai rapporti con…

RISPOSTA – Epistolari e basta.

DOMANDA – Durante la detenzione?

RISPOSTA – Durante e fuori dalla detenzione.

DOMANDA – Che tipo di rapporti epistolari?

RISPOSTA – Epistolari si intende di propaganda politica.

DOMANDA – Come si collocava rispetto a Ordine Nuovo La Fenice?

RISPOSTA – Fuori da Ordine Nuovo, in prossimità.

DOMANDA – In prossimità. Sempre in quel verbale, e sempre su questo tema, a dire del Graziani “l’attentato di Nico Azzi rientrava nella linea stragista del professore, cioè del Signorelli, ciò anche perché all’attentato al treno partecipò Rognoni Giancarlo che era in stretto contatto con Signorelli. Tutto ciò mi è stato riferito da Graziani, a livello di vertice la strategia stragistica era portata avanti da Freda, da Signorelli e Dalle Chiaie”, è corretto?

RISPOSTA – È corretto.

DOMANDA – Nel verbale del 15 luglio 2003 fece questa distinzione che mi sembra molto chiara: “in Ordine Nuovo vi erano due correnti di pensiero, a livello militare, una per così dire non stragista, che faceva capo a Clemente Graziani”…

RISPOSTA – Esatto.

DOMANDA – …“… ed era quella a cui la maggioranza di noi, me compreso, apparteneva; mentre l’altra era la linea teorica di Franco Freda ripresa poi dal professor Signorelli, che non disdegnava in teoria anche l’uso della strage indiscriminata come mezzo di coercizione politica o come definita da alcuno <<il bombardiere del popolo>> con riferimento all’utilizzo militare della strage in analogia all’utilizzo di aerei da bombardamento in periodo bellico”.

RISPOSTA – Esatto.

DOMANDA – E poi nell’approfondire… prima abbiamo il visto gruppo padovano, e qui viene ripreso quell’argomento: “Parlando a livello di teoria politica posso dire che quel gruppo, riferito al gruppo del nord/est d’Italia, era più degli altri dominato dall’ideologia frediana”.

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – “…propugnata dallo stesso direttamente diversi anni prima e successivamente attraverso i suoi rappresentanti e i suoi iscritti anche nel periodo della sua detenzione”. I suoi maggiori sostenitori erano proprio Massimiliano Fachini, Giancarlo Rognoni e Stefano Delle Chiaie”.

RISPOSTA – Confermo.

DOMANDA – Che cosa ci sa dire dei rapporti tra il gruppo di Rognoni e il gruppo veneto?

RISPOSTA – A oggi niente.

DOMANDA – Sul tema disse in questo verbale del 15 luglio 2003: “In origine Giancarlo Rognoni fu tra i fondatori di Ordine Nuovo, e pur continuando sempre a frequentarlo tentò di diversificare il suo gruppo dagli ordinovisti dotandolo anche di un nome proprio. Il rapporto vero e proprio era tra Rognoni e il gruppo veneto, ma non già con i gruppi di Ordine Nuovo esistenti in tutta Italia, l’unico altro suo contatto era quello con Paolo Signorelli”, è giusto?

RISPOSTA – Sì, confermo. Questo è sui libri di testo di qualsiasi studio sull’estrema destra italiana oggi.

DOMANDA – Cosa sa dire della Aginter Press?

RISPOSTA – L’Aginter Press era una… come la possiamo chiamare, non vorrei fare un cattivo paragone tra ANSA e Aginter Press, ma era una agenzia di stampa ufficiale portoghese in cui gravitava Stefano Delle Chiaie con Avanguardia Nazionale, e in realtà era un punto di appoggio dei Servizi segreti.

DOMANDA – Di quale nazionalità?

RISPOSTA – Portoghese.

DOMANDA – Quali erano i rapporti tra Delle Chiaie e la Aginter Press?

RISPOSTA – Di collaborazione.

DOMANDA – Chi le parlò di questi rapporti e di questa realtà?

RISPOSTA – Questa realtà e questi rapporti sono emersi durante la mia latitanza dal ‘75 fino al mio arresto nel settembre ‘76, nonché successivamente nelle altre mie latitanze per stati di fatto, stati di fatto vuole dire – al di là del periodo ’75/settembre ’76 – quando vai a fare il latitante in un paese la prima cosa che fa quel paese – che non è stupido e ti trova – ti prende e ti porta in un ufficio e inizia a parlare con loro; e quindi da lì nascono tante informazioni, possono sia essere prese che però in cambio devi anche dare.

DOMANDA – Approfondiremo poi questo aspetto.

RISPOSTA – Quindi anche in questo caso, per tornare alla Aginter Press, al momento della sua esistenza c’era un regime in Portogallo che permetteva ai latitanti italiani e alla destra ancora non latitante italiana di rifugiarsi in Portogallo e avere sostegni, e questi sostegni avvenivano tramite l’Aginter Press.

DOMANDA – Nell’ambito di questi discorsi lei parlò anche dell’OAS?

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Ci spieghi un po’ i rapporti tra le due realtà?

RISPOSTA – Rapporti storici, perché sono cose e diverse, la Aginter Press esisteva negli anni ‘72 – ‘73, e ‘74, e anche successivamente, se ricordo bene fino alla caduta del regime portoghese, mentre l’OAS – che vuole dire: Organizzazione Armata Segreta – era stata una organizzazione creata appositamente dai francesi per contrastare la liberazione della Algeria; e questi reduci dell’OAS, come potevano essere i reduci di Salò, erano più prossimi alla destra che al centro o alla sinistra, e quindi potevano aiutare le elementi di destra laddove si trovassero in difficoltà.

DOMANDA – Con riguardo ai contatti con questa realtà in un paio di verbali ha parlato di Nico Azzi, della figura di Nico Azzi.

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Che ruolo svolse all’estero Azzi?

RISPOSTA – Francamente ora non mi ricordo.

DOMANDA – Non ricorda?

RISPOSTA – No.

DOMANDA – Quando lei venne sentito il 24 febbraio ‘92… le leggo quello che lei disse il 23 giugno ’95 a riguardo: “Nico Azzi durante la permanenza a Parigi per motivi personali, in quanto legato affettivamente alla sorella di Elio Massagrande, creò una base logistica tale da consentire appoggi a fuoriusciti italiana della destra. In Francia nel contempo egli creò i collegamenti necessari per l’intervento in Italia nella esecuzione di attentati da parte di elementi francesi della estrema destra in supporto ai militanti italiani. Intendo dire  che si creò una attività di scambio tra gli elementi della destra francese ed elementi della destra italiani per il compimento di attentati nei rispettivi territori”; è corretto?

RISPOSTA – È corretto.

DOMANDA – “Naturalmente queste strutture di appoggio non nascosto dall’oggi al domani pertanto anche se io sono venuto a conoscenza dell’attività di questo tipo nel ’74 mi sembra ovvio che questa struttura logistica e di collaborazione cui si inserì Azzi risaliva certamente a alcuni anni prima, era l’agenzia Aginter Press di Lisbona la promotrice di queste collaborazioni”.

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – È corretto?

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Poi parlò di incontri anche specifici, promossi dalla Aginter Press, si ricorda?

RISPOSTA – Sì, nelle sud della Francia, o nel nord della Spagna.

DOMANDA – Disse: “tra il ‘73 e il ’75 ci furono tre incontri, promotrice l’Aginter Press, tra i gruppi dell’estrema destra europea per sviluppare questa attività collaboratrice tra i gruppi di destra, estremisti e non, ciò ho appreso più volte da Graziani in Inghilterra durante il mio soggiorno in Corsica”.

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Di cosa si trattava più esattamente?

RISPOSTA – Un raccordo politico, quindi cercare di fare un’unione dei gruppi, quindi avere una linea politica generale europea, di questo si trattava. Poi invece i giornali parlano di campi paramilitari, etc., questo lo lascio ai giornalisti.

DOMANDA – Quando terminò la attività della Aginter Press?

RISPOSTA – Non mi ricordo.

DOMANDA – A Roma aveva una sede la Aginter Press?

RISPOSTA – Francamente non mi ricordo, è probabile, però non mi ricordo.

DOMANDA – Quando venne sentito il 12 dicembre ‘96, disse… la domanda era se era a conoscenza di rapporti tra i toscani e la Aginter Press, e lei rispose: “io la conobbi come agenzia stampa, in quanto quando ci recavamo alla sede di ON a Roma e alla libreria Europa si trovavano i bollettini di questa agenzia”.

RISPOSTA – Confermo.

DOMANDA – “È possibile che io abbia avuto una corrispondenza con dette agenzie…”

RISPOSTA – Certo

DOMANDA – “…come con altri movimenti”. Non ricorda se la ebbe effettivamente questa corrispondenza?

RISPOSTA – È possibile, certamente.

DOMANDA – In che termini?

RISPOSTA – …

DOMANDA – Quali erano le potenzialità, che apporto poteva dare la Aginter Press a voi?

RISPOSTA – Intanto era un apporto di carattere politico, quindi di informazione, e poi di collaborazione anche a livello di propaganda.

DOMANDA – Propaganda…

RISPOSTA – Si sta parlando in quel periodo. Quindi apporto politico e di propaganda.

DOMANDA – È a conoscenza di un apporto tecnico logistico, operativo?

RISPOSTA – Dalla Aginter Press, no. Non mi ricordo.

DOMANDA – E di elementi dell’OAS?

RISPOSTA – Elementi dell’OAS… io stesso fui ospitato dall’OAS. Il concetto era la l’ospitalizzazione; cioè qui si pensa che il movimento politico Ordine Nuovo fosse una organizzazione già tutta instaurata, pronta alla clandestinità, pronta ad agire, pronta a fare, il movimento politico Ordine Nuovo – a parte alcuni soggetti – …se andiamo a pensare che Clementi Graziani è morto in America Latina senza un denaro… questo è il movimento politico Ordine Nuovo!

DOMANDA – Quindi?

RISPOSTA – Quindi non c’era questa organizzazione che si vuole pensare; quindi ci si affidava ai soggetti che ci ospitavano. La mia latitanza, come quella di Mario Tuti, era affidata ad un soggetto che in quei giorni ci ha ospitato. Se poi la Polizia non è stata capace di trovarci questo è un altro discorso, ma non per una organizzazione creata sul territorio, la organizzazione è sfatta prima ancora di nascere. Certamente se ci fosse stato maggiore tempo sarebbe stata creata, e allora magari tutti questi rapporti avrebbero avuto l’utilità nell’intento politico di Ordine Nuovo.

DOMANDA – Ecco l’altro verbale che prima cercavo relativo ai rapporti di Azzi, è del 29 aprile ‘92, e si dice: “Nel corso delle nostre lunghe discussioni” – riguardo a Graziani – “…egli tra l’altro mi parlò del fatto che Nico Azzi aveva avuto una permanenza a Parigi per motivi personali, etc… nel corso di questa permanenza aveva creato questa base logistica”…

RISPOSTA – Sì.

DOMANDA – Sostanzialmente è identico.

RISPOSTA – Questo come io nel periodo di mia permanenza a Nizza avevo creato la base logistica su Nizza. Quindi se fosse stato un soggetto italiano che veniva latitante in Francia l’avrei ospitato, soggetto naturalmente del mio schieramento politico.

DOMANDA – Veniamo brevemente al periodo operativo che abbiamo già visto, con l’esecuzione di un certo numero di attentati, e l’ultimo periodo, quello con Tuti, e poi con la fuga…

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Sinteticamente cosa ci può dire?

RISPOSTA – Se vuole mi metto qui e si finisce domani, e le racconto tutto.

DOMANDA – In sintesi.

RISPOSTA – Perché sinteticamente non è quello che scrive l’Europeo, sinteticamente.

DOMANDA – Non è quello?

RISPOSTA – Che è apparso sull’Europeo in questi giorni.

DOMANDA – Ci dica lei. Non che cosa non era, ma cosa era.

RISPOSTA – Certamente. Mario Tuti era un collezionista di armi, si è trovato in un momento che durante la perquisizione… è vero, certamente, avevano arrestato il Franci, del gruppo di Arezzo, il Franci aveva in tasca una agendina, in questa agendina c’era il numero di telefono di Mario Tuti, come il mio e come di tanti altri, e arrestando il Franci in concomitanza e in corrispondenza ad un attentato giustamente la Polizia ordina delle perquisizioni, o il magistrato di turno, che in quel caso era il dottor Marsilii, che sarebbe bene identificare come genero di Licio Gelli, chiusa la parentesi. A quel punto scattarono le perquisizioni, la prima casa ad essere perquisita fu quella di Mario Tuti, io il giorno mi ero recato da Mario Tuti, gli avevo tolto tutte le armi che non erano state dichiarate in suo possesso; Mario Tuti dicendomi che mi aveva dato tutto invece aveva mentito, perché aveva trattenuto due bombe a mano e un fucile. Non so perché l’abbia fatto, questo è un argomento che riguarda il Tuti. Un appuntato di Polizia, ora non mi ricordo il nome, che purtroppo è morto, trovò nella tasca di una giacca di Mario Tuti questa bomba a mano SRCM, e a quel punto il Tuti sparò. Questa è la configurazione del fatto di Empoli.

DOMANDA – Siamo a gennaio?

RISPOSTA – A gennaio del 1975. A quel punto Mario Tuti prende una macchina, non mi ricordo se era una 500 o una 126, mi sembra più una 500, si reca a Lucca, arriva a Lucca, dove il gruppo di Lucca da me diretto in quel momento aveva già un punto di appoggio per l’eventualità di mandati di cattura e altre cose, va in una cabina telefonica in Piazza Grande, davanti alla caserma dei Carabinieri, telefona a casa mia – ripeto, avevo 18 anni – risponde mia madre, “ c’è un tuo amico che ti cerca”. Prendo il telefono, “sono Mario, sono in Piazza Grande, vieni un attimo? È successo un casino”. Io vado in Piazza Grande prendo il Tuti e lo porto a ricovero. Da quel momento anche io non sono più tornato a casa, e sono entrato in clandestinità. Il ricovero era fatto… tanto siamo stati arrestati tutti, grazie a Tuti, e chiudo la parentesi, perché i nomi nostri li ha fatti Mario Tuti… quindi in quel momento lo porto in questa casa, dove era accudito da una signora che aveva sessanta anni. Tutto lì, e siamo rimasti lì anche nel corso di una perquisizione che per fortuna gli agenti non aprirono le porte perché altrimenti avremmo sparato anche in quel momento.

DOMANDA – Poi il trasferimento all’estero?

RISPOSTA – No. Poi c’è il tentativo di uccisione di Mario Tuti; siccome era diventato ingombrante doveva essere ucciso, io non me la sentii e gli chiesi a Tuti di andare via. Tuti lasciò la casa…

DOMANDA – Le era stata commissionata l’eliminazione di Tuti?

RISPOSTA – Certamente.

DOMANDA – Da chi?

RISPOSTA – Dal gruppo romano di Ordine Nuovo, perché Tuti non faceva parte di Ordine Nuovo, entrò in quel contesto, in quella forza con quella violenza, ancora in momento che non eravamo pronti, e quindi aveva messo in pericolo tutta l’organizzazione del gruppo movimento politico Ordine Nuovo clandestino.

DOMANDA – Per questo venne – diciamo – condannato a morte?

RISPOSTA – A quel punto io dissi a Mario Tuti Che dormiva nel letto accanto al mio: “domani mattina non ti voglio più trovare qui”. E lui prese le armi e andò via. Poi si appoggiò al Mennucci, stupidamente per fare delle rapine nel Comune di Empoli, con la macchina del Mennucci, fu riconosciuto – è agli atti – durante un tentativo di rapina nel Comune di Empoli, proprio nell’organo amministrativo comunale, dove il Tuti aveva invece in precedenza lavorato, inseguito abbandonò la macchina del Mennucci; il povero Mennucci, che è deceduto, quindi assassinato, nei confronti di un interrogatorio di Polizia non resse e disse dove il Tuti stava. Da lì partì un ispettore di Torino, Criscuolo mi sembra di ricordare il nome, posso sbagliare sul nome, che andò a San Raphael non con l’intento di arrestarlo, con l’intento di ammazzarlo, tant’è che gli spararono. Poi perché lo volessero ammazzare o no, questo non spetta a me dirlo. E di lì fece rientro in Italia in barella. Poco prima c’erano state delle comunicazioni con la giornalista dell’Europeo, che oggi è deceduta, Oriana Fallaci, e dove il Tuti inviò un memoriale contenente tutti i suoi dati della sua latitanza, un memoriale che è acquisito agli atti della magistratura di Firenze che ha permesso la condanna di 24 persone che l’hanno aiutato durante la sua latitanza”.

DOMANDA – Compresa la condanna sua per favoreggiamento?

RISPOSTA – Certo, certo.

PRESIDENTE – Siamo in che periodo?

RISPOSTA – Il Tuti fu arrestato… il periodo dell’arresto del Tuti, quindi siamo nel ‘77. La latitanza del Tuti è del ‘75, la condanna per favoreggiamento è nel 77. Tutti questi giorni di latitanza del Tuti, come della mia, sono stati fortuiti, non è che sono stati perché organizzati, se si pensa che io viaggiavo con un documento falso intestato a tale Mario Rossi di Grosseto di Avanguardia Nazionale ricercato!
Era questa l’organizzazione paramilitare di Ordine Nuovo. Poi ce l’avessi avuto per verità, nel senso datomi appositamente affinché fossi arrestato o no, questo è un altro argomento.

DOMANDA – Chi glielo aveva fornito?

RISPOSTA – Roma.

DOMANDA – Il gruppo…?

RISPOSTA – Ordine Nuovo.

DOMANDA – A quel punto il gruppo di Signorelli?

RISPOSTA – No…

DOMANDA – Il gruppo di Graziani?

RISPOSTA – Siamo sempre…

DOMANDA – Sempre Graziani?

RISPOSTA – Certo.

Gli scritti di D’Alessandro e le valutazioni del giudice Vella sul ruolo dell’avvocato Ghinelli

Nelle sue note di diario il D’Alessandro, con le con­siderazioni sulla sua vicenda egli si protesterà sempre innocente del delitto per il quale venne poi condannato dalla Corte d’Assise di Arezzo a 16 anni di reclusione -, sulla sua condizione personale e familiare, sui suoi studi ed i suoi rapporti sentimentali, registra rifles­sioni stilla vita carceraria, stilla giustizia e sul suo processo ed interessanti descrizioni di personaggi, epi­sodi e situazioni del piccolo universo in cui andava tristemente evolvendo la sua giovane personalità.

Occorre subito rilevare a proposito degli scritti del D’Alessandro che, certa la loro autenticità, non può disconoscersene l’indubbio valore documentario e, quan­to alle osservazioni di ambiente ed ai riferimenti circostanziali di cui sono cospicuamente disseminati, la loro incontestabile validità probatoria. Si opporrà a tale tesi l’osservazione della mancanza di conferma e di ratifica di quegli scritti da parte del loro autore, tuttora latitante; è però questa osser­vazione non pregevole per il rilievo della natura e del­la struttura del procedimento di formazione del libero convincimento del giudice, a costituire il quale pos­sono essere legittimamente assunti tutti quegli elemen­ti di fatto di cui è dato operare un riscontro obbiet­tivo e razionale e della cui utilizzazione sia fornita motivazione logica e persuasiva.

Da quegli scritti si apprende che nel piccolo univer­so carcerario di Arezzo (53 detenuti) il gruppo dei neofascisti aretini godeva di non dissimulata simpatia da parte di elementi del personale di custodia; che ta­luni membri di quel gruppo, pur esaltando l’ideologia cui avevano ispirato le loro imprese di violenza, non disdegna­vano tuttavia contatti con gli avversari politici, favori­ti naturalmente dall’angustia degli ambienti e dalle leg­gi ineludibili della convivenza necessaria; – che i mag­giori esponenti della piccola cellula neofascista erano difesi dall’avv. Ghinelli, all’epoca commissario straordinario della federazione aretina del MSI ed indicato da insospettabili fonti (la De Bellis f. 102 ; il Brogi: f, 34 e 48; il Rossi Giovanni f. 68/r/48) come il nume tutelare del gruppo, il finanziatore dello stesso, il leader carismatico del neofascismo aretino (emerse tali circostanze nel corso della istruttoria del procedimento contro Balistreri ed altri, n. 270/74: f»62/42, venne­ro denunciate dal G.I. di Bologna al PM di Arezzo; ma a questo ufficio non è nota la sorte riservata a quel­la denuncia), avvocato ed uomo politico che di certo godeva di non platonico prestigio nell’ambiente carcera­rio e non, se già il 21 dicembre ‘75 poteva disporre della fotocopia non autenticata dell’ufficio – quindi verosimilmente acquisita favoris gratia — della let­tera diretta alla direzione dell’Espresso dagli evasi D’Alessandro e Fianchini (ff. 60 e 61/42) rinvenuta con gli scritti del D’Alessandro e prodotta all’inizio dell’interrogatorio del Franci da parte di quest’ufficio (f. l/50) – documento costituente corpo di reato o co­munque attinente ad un reato e relativa a due coimputati del Franci che alla immediata conoscenza di quello scritto non era legittimato ad accedere.
A tal riguar­do è opportuno considerare il fatto che mentre l’avv. Ghinelli poteva disporre subito, ed illegittimamente, di quel documento, al giudicante invece che aveva richiesto et pour cause, tutti gli scritti del D’Alessandro in vi­sione per rilevare notizie e riferimenti alla strage dell’Italicus in essi ricorrenti secondo non isolate ed insi­stite notizie di stampa, veniva trasmessa la fotocopia di un solo piccolo brano (8 righi: tratti dal f. 22/56) (il volume delle fotocopie, fasc. 56, conta oltre 380 pagine), nell’assunto che esso contenesse il solo riferimento all’Italicus (di qui ad un istante si rileverà il contra­rio). Solo con l’esplicita e perentorio richiamo al dovere di esibizione di cui all’art. 342 C.P.P., quest’ufficio poté acquisire la necessaria e doverosa conoscenza di tutti quei documenti (ff. 63, 64, 68, 69/42).
E’ certo, per quanto è legittimo desumere dalle sof­ferte pagine del D’Alessandro, che i pupilli dell’avv. Ghinelli ed i gregari del Tuti, dovevano respirare una atmosfera carceraria materiata di particolare comprensione, di quasi compiacente solidarietà, che il D’Alessandro coglie e descrive, anche se talora con punte di non immo­tivato disperato risentimento per la sua condizione evi­dentemente deteriore rispetto a quella dei fascisti.

Sentenza ordinanza G.I. Vella 1980 pag 247-249

“Oltre ogni prova” – Panorama 06.02.1975

Polizia, carabinieri e magistratura conoscevano fin dalla primavera scor­sa quasi tutti i nomi e i precedenti degli eversori neofascisti che ope­ravano in Umbria e in Toscana e che, in un crescendo di attentati, co­minciato il primo gennaio con un’e­splosione che ha fatto saltare un tra­liccio dell’Enel a Pistoia, si propo­nevano di fare una strage, minando, giovedì 23 gennaio, con quindici chi­logrammi di tritolo, l’edificio della Camera di commercio, al centro di Arezzo.

II Fronte. Invece che con quella strage, la catena di violenza si è chiu­sa, venerdì 24 gennaio, con l’agghiac­ciante uccisione del brigadiere di pubblica sicurezza Leonardo Falco e dell’appuntato Giovanni Ceravolo e con il ferimento dell’appuntato Ar­turo Rocca. A compiere il delitto è stato Mario Tuti, 29 anni, geometra, insospettabile impiegato modello del comune di Empoli, uno dei capi de­gli eversori, il solo di cui non si sa­pesse niente.
Notissimo era, invece, Augusto Cauchi, 24 anni, di Cortona, guarda­spalle di Oreste Ghinelli, segretario del Movimento sociale di Arezzo, complice di Tuti e ricercato dalla sera di domenica 26 gennaio. Da un rapporto riservato del nucleo inve­stigativo dei carabinieri di Perugia del 13 maggio dell’anno scorso, 82 giorni prima della strage sul treno Italicus Roma-Monaco (12 morti), risulta che, in una perquisizione a casa di Cauchi, a Verniana di Monte San Savino, era stata sequestrata una carta topografica con tratteggia­to il percorso della linea ferroviaria Firenze-Bologna, proprio il tratto su cui avvenne l’eccidio.

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Tuti e Cauchi facevano parte del Fronte nazionale rivoluzionario, una filiazione di Ordine Nero, l’organizza­zione eversiva neofascista che si è attribuita tutta una serie di atten­tati della primavera scorsa, culmi­nati nella strage di Brescia del 28 maggio (7 morti). Il Fronte aveva architettato anche l’attentato alla Ca­mera di commercio di Arezzo (« Se fosse avvenuto, sarebbe stato un massacro », dice Emilio Santillo, ca­po dell’ispettorato antiterrorismo), previsto inizialmente per il giorno 22. Rinviata di 24 ore, perché gli orga­nizzatori avevano avuto l’impressio­ne, poi rivelatasi giusta, di sentirsi sorvegliati e pedinati, l’azione terro­ristica è stata sventata all’ultimo momento.

Dal 6 gennaio, infatti, Mario Marsili, un giudice toscano di 33 anni, sostituto procuratore della Repubbli­ca ad Arezzo, era sul chi vive. Un macchinista di un treno merci diret­to al Sud aveva notato per caso vici­no a Terontola, sulla linea Firenze- Roma, che 85 centimetri di una ro­taia erano stati divelti e aveva fer­mato il convoglio. Nel giro di due ore venne accertato che i binari era­no stati minati nel corso della notte precedente e che 34 treni avevano corso il rischio di deragliare.

Immediatamente Emilio Santillo e Silvio Santacroce, questore di Arez­zo, puntarono su due obiettivi: sco­prire gli attentatori e individuare il luogo dove veniva tenuto nascosto l’esplosivo. Sedici giorni dopo, a po­chi chilometri da Arezzo, venne tro­vata una santabarbara, contenente 18 chilogrammi di cheddite, un esplo­sivo ad alto potenziale, celata tra le rovine di una chiesetta dissacrata coperta dai rovi.

La sera stessa, era giovedì 23, la polizia sapeva già chi cercare. A col­po sicuro arrestò due persone: Lu­ciano Franci, 28 anni, ex-democri­stiano, ex-missino, autista e anche lui guardaspalle di Oreste Ghinelli, im­piegato alle poste della stazione di Firenze; e Piero Malentacchi, 25 an­ni, esponente di Ordine Nuovo, l’or­ganizzazione estremista di destra messa fuori legge alla fine del 1973.

Due morti. Il giorno dopo venne arrestata Margherita Luddi, amica di Franci, 25 anni. Il sostituto pro­curatore della Repubblica le aveva messo il telefono sotto controllo e scoprì così che la ragazza aveva na­scosto nella soffitta della casa di campagna di sua nonna, sull’Appennino toscano, venti detonatori, al­trettante micce e tre casse di esplo­sivi. Non solo: Marsili venne a sa­pere anche che la Luddi cercava in­sistentemente per telefono un certo Mario, un nome che gli era già stato fatto da Franci nel corso del primo interrogatorio. Al magistrato non ci volle molto per scoprire che si trat­tava di Mario Tuti.

Così nel pomeriggio di venerdì Marsili ordinò la cattura di Tuti e, contemporaneamente, quelle di Ro­berto Giovanni Gallastroni, 22 anni, responsabile della sezione culturale del Movimento sociale nella zona di Montevarchi e capofila dei superstiti di Ordine Nuovo, e di Mario Morel­li, 23 anni, detto il guercio (nella sua casa di Castiglion Fiorentino, vi­cino ad Arezzo, furono poi trovate 2 mila pallottole calibro 9, alcuni ti­mer e carte topografiche delle zone di Orvieto, Perugia e Tuscania).

Per arrestare Tuti, la questura di Empoli mandò a casa sua, in via Boccaccio 26, nel centro della città, tre uomini a bordo di una volante. Giunti sul posto alle 20,30, il briga­diere Falco e l’appuntato Rocca, che conoscevano Tuti da tempo (ci gio­cavano anche a carte), suonarono al­la porta di casa del geometra, men­tre l’appuntato Ceravolo era rimasto in macchina con il motore acceso.

Tuti aprì subito: sua moglie Loret­ta e il figlio Werther, un bambino di due anni, erano a tavola. La mo­glie di Tuti abbassò il volume del te­levisore e il brigadiere Falco mostrò al geometra i mandati di perquisi­zione e di cattura. Per 35 minuti fi­lati, Mario Tuti sciorinò ai due po­liziotti tutte le autorizzazioni per la detenzione di armi. Quando gli ven­ne chiesto se aveva anche il permes­so per tenere in casa bombe a ma­no, uscì dal soggiorno per dire che andava a prenderlo: quando rientrò, impugnava un fucile a ripetizione che spara anche a raffica. Falco ven­ne fulminato per primo, Rocca gra­vemente ferito, Ceravolo che, all’udi­re degli spari, si ei a precipitato per le scale impugnando la pistola, fu ucciso da un’altra raffica.

Fuggito senza giacca, con cinque­mila lire in tasca, Tufi salì a bordo della 128 bianca della moglie. L’au­tomobile venne ritrovata il giorno dopo in via Sarzanese, a Lucca. Ce l’aveva portata Mario Tuti o qual­che complice nell’intento di deviare le indagini? Per ottenere una ri­sposta, gli agenti dell’Antiterrorismo hanno frugato nelle agende di Franci e di Tuti in cerca di qualche in­dirizzo di Lucca. L’unico che hanno trovato è stato quello di Roy Affatigato, un ex-ordinovista passato a Ordine Nero. Precipitatisi a casa di Affatigato, gli agenti sono riusciti solo a sapere che l’estremista era scomparso la mattina di lunedì. Poi, il buio più completo.

Oltre che di Cauchi, i carabinieri avevano già seguito in passato an­che i movimenti di Franci e Gallastroni. Durante le indagini sull’ attentato dinamitardo del 22 aprile 1974 alla casa del popolo di Moiano di Città della Pieve, in provincia di Perugia, avevano perquisito le loro case sequestrando armi, carte topo­grafiche e volantini.

Ma l’attenzione dei carabinieri si era poi spostata su Massimo Batani, 21 anni, responsabile della sede di Arezzo di Ordine Nuovo per tutto il 1973, e rinviato poi a giu­dizio come uno degli esecutori ma­teriali dell’attentato alla casa del popolo (fu arrestato il 6 luglio), di cui Ordine Nero aveva rivendicato la paternità. Era stato proprio Ba­tani a rappresentare i camerati di Arezzo e dintorni al convegno di Cattolica (2-5 marzo 1974), da cui era nato Ordine Nero.

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Individuati. Sotto questa nuova si­gla si erano riuniti in una specie di federazione i bracci armati dei più noti movimenti neri. Tra i con­venuti a Cattolica, una trentina, era­no presenti con sicurezza alcuni fra i più noti esponenti del neofascismo italiano: Clemente Graziani, capo riconosciuto di Ordine Nuovo, at­tualmente latitante, Salvatore Fran­cia, responsabile del settore stampa del movimento, colpito da innume­revoli mandati di cattura, rifugiato in Svizzera (si è trasferito lì in que­sti giorni, dopo essere stato a lungo a Barcellona, in Spagna), Luigi Falica, organizzatore del convegno, se­gretario del circolo bolognese « Il retaggio », famoso ritrovo di neofa­scisti, in carcere a Bologna.

Quando fu chiaro che gli organiz­zatori del nuovo gruppo eversivo erano tutti ex-appartenenti al di­sciolto Ordine Nuovo, Vittorio Occorsio, sostituto procuratore della Repubblica a Roma, aprì, il 2 giu­gno, un’inchiesta che si concluse in 40 giorni con il rinvio a giudizio di 119 persone, accusate di ricostitu­zione del partito fascista. Nella lista degli imputati figura­vano parecchi esponenti del neofa­scismo umbro-toscano. Oltre a Cauchi, Gallastroni e Batani, la lista comprendeva anche i fratelli Euro e Marco Castori, di Perugia, forte­mente sospettati per l’attentato all’ Italicus perché fuggiti in Svizzera all’indomani della strage.

Perfettamente individuata da tem­po, dunque, la cellula eversiva di Arezzo, fatta eccezione per Massimo Batani, che era stato arrestato, ha continuato ad agire indisturbata per mesi. C’è voluta la scoperta dell’attentato alla linea ferroviaria Firenze-Roma del 6 gennaio per smuo­vere finalmente le acque. E solo il duplice delitto commesso da Ma­rio Tuti ha spinto magistratura e Antiterrorismo a intervenire drasticamente, a dare uno scossone agli ambienti della destra extraparla­mentare, rivelando collegamenti a livello nazionale e internazionale fi­nora insospettati e collusioni espli­cite tra gli eversori di estrema de­stra e il Movimento sociale.

Dal Msi. « Gli arrestati di Arezzo non solo provenivano tutti dalle fi­le del Movimento sociale, ma alcuni ne facevano ancora parte », ammette apertamente Santillo. E lo stesso Occorsio, che ha indagato a livello nazionale sull’attività degli ordinovisti, ha confermato a Panorama: « Ad Arezzo estremismo eversivo e Movimento sociale si identificano e si confondono ».

Anche Mario Calamari, procurato­re generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Firenze, noto per le sue tendenze conservatrici, ha sottolineato con vigore le responsabilità della cellula eversiva di estre­ma destra assicurando che i respon­sabili saranno perseguiti col massi­mo rigore. « Ci auguriamo di essere a una svolta radicale nella lotta all’ever­sione politica nel paese, alla eversione di destra quale essa è, come sta a testimoniare la documentazio­ne finora raccolta », ha detto il mi­nistro dell’Interno, Luigi Gui. All’Antiterrorismo preannunciano gior­nate calde, scandite da una selva di mandati di cattura. « Andrò fino in fondo », confida Mario Marsili, il magistrato che conduce l’inchiesta.

C’è tuttavia chi di fronte a questa vampata di antifascismo, manifesta qualche perplessità. « Non si può di­fendere la democrazia con strumenti fascisti », ha dichiarato a Panorama Marco Ramat, pretore a Firenze, se­gretario di Magistratura democrati­ca, la corrente più avanzata della magistratura (650 aderenti su circa 6 mila magistrati). « La magistratura deve resistere alla tentazione di far­si influenzare dalle proposte di Fanfani sull’ordine pubblico ». Perples­sità di ordine completamente diver­so, ma anche più gravi e assillanti, nascono dal fatto che, proprio men­tre si verificavano i tragici fatti di Empoli, altri magistrati, in procedi­menti diversi, abbiano preso deci­sioni che lasciano perlomeno dub­biosi sulla autentica volontà di farla finita con le trame nere.

Note a tutti. In Toscana, per esem­pio, ha suscitato particolare stupore la notizia del rinvio sine die del pro­cesso contro i 119 ordinovisti ia cor­so davanti al tribunale di Roma. Il presidente Giuseppe Volpari ha sta­bilito che il processo non potrà es­sere ripreso « fino a che negli altri procedimenti penali attualmente pendenti a carico degli imputati sia pronunciata sentenza non più sog­getta ad impugnazione ». « Se ne parlerà fra due se­coli! », ha commentato il pubblico ministero Vitto­rio Occorsio, visto che i procedimenti pendenti a carico degli imputati so­no ben 44.
« Se i fascisti di Arez­zo fossero stati in gale­ra non sarebbe successo niente. Noi di denunce ne abbiamo fatte tante. Sa­rebbe bastato che polizia e carabinieri li tenessero a bada e non saremmo arrivati a questo punto », dice Giorgio Bondi, se­gretario provinciale del partito comunista di Arezzo, convinto anche lui che « tra eversori e mis­sini non esiste una linea di demarcazione ».
Ad Arezzo le attività dei fascisti erano note a tut­ti. I più attivi si riuniva­no in un bar accanto al­la sede della federazione missina. Alcuni giravano armati, altri si erano com­prati un cane lupo « da difesa », molti frequenta­vano palestre e il poligo­no di tiro (solo per pistole). Alla fine del 1973, quando furono costretti a chiudere la sede di Ordine Nuovo, in via Pescioni 43, i fascisti occuparono per qual­che giorno i portici di corso Italia. Ci furono risse a non finire, mi­nacce e violenze di ogni genere non si contarono più.

L’iniziativa più recente è stata quella di costituire un gruppo di « radioamatori ». Uno di questi era Luciano Franci, ma l’apparecchia­tura più sofisticata sembra essere quella di Giovanni Rossi, un insospettabile professore di matemati­ca e fisica dell’istituto tecnico di Arezzo, dichiaratamente missino. Considerato una specie di eminen­za grigia, Rossi non è mai uscito allo scoperto, se non il 12 novembre 1973, quando, davanti al Supercinema di via Garibaldi, minacciò con una pistola Sergio Nenci, detto Cico, militante del partito comuni­sta. Rossi naturalmente fu denuncia­to ma la cosa non ebbe seguito.

Amico di Franci e Gallatroni, Ros­si era solito incontrarli passeggian­do per il corso Italia. « La sua era una sezione peripatetica del Movi­mento sociale », dice un aderente di Lotta Continua. Adesso, ad Arezzo, Rossi si vede poco. Il giorno dopo l’uccisione dei due sottufficiali di pubblica sicurezza, il professore ha chiesto tre mesi di congedo a scuola. C’è chi dice che viaggiava molto per la Toscana, in particolare tra Empoli e Arezzo. Conosceva Tuti? Santillo non dice di no. Ammette che l’An­titerrorismo sta controllando ad Arezzo i movimenti di tre o quat­tro personaggi ritenuti finora inso­spettabili.

L’ingente quantità di armi che si teneva in casa, l’apparente rispet­tabilità ostentata per anni da Tuti, le coperture che sicuramente ha avuto nella fuga, la ferocia con cui ha sparato contro i tre uomini del­la pubblica sicurezza che erano andati ad arrestarlo, sono la pro­va da una parte che la cellula ever­siva era bene organizzata e godeva di protezioni e dall’altra che Tuti era un anello importante della ca­tena neofascista, pronto a tutto pur di non essere costretto a parlare. Santillo è convinto che Tuti sape­va un mucchio di cose e che proba­bilmente aveva da tempo respon­sabilità ben più gravi di quelle che di fatto gli si possono attribuire (la detenzione delle armi) o forte­mente sospettare (la loro fornitura alle cellule eversive).

Una confidenza. Tuti era già cono­sciuto dalla polizia fin da quando viveva a Pisa e partecipava alle azio­ni squadristiche dei fascisti all’uni­versità. Poi si sposò e si stabilì a Empoli con tutte le carte in regola e la fama di impiegato modello, riu­scendo persino a farsi assumere dal Comune a maggioranza comu­nista. Alla vigilia del delitto, in­contrando un amico, gli confidò che forse non sarebbe mai più tor­nato a lavorare al suo tavolo da geometra. È stata questa circostanza, naturalmente, a far sorgere il sospetto che l’irreprensibile impie­gato stesse per prendere una decisione che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita.

Si saprà mai che cosa Tuti avreb­be potuto dire? C’è già chi prevede che non lo si ritroverà vivo e che farà la fine di Giancarlo Esposti, giovane fascista, radioamatore, uc­ciso, la primavera scorsa, in circostanze oscure a Pian del Rascino, vicino a Rieti, o di Armando Calzo­lari, il neofascista esperto nuotato­re che « affogò » in una pozza d’ac­qua di pochi centimetri alla perife­ria di Roma nel gennaio 1970, o di Silvio Ferrari, un neofascista saltato in aria con la sua moto, pochi gior­ni prima della strage di Brescia: è ormai accertato che il suo non fu un incidente. Qualcuno aveva re­golato la sua morte all’ora X, le 3,05 del 19 maggio 1974. Ci sarà un’ ora X anche per Tuti?

Panorama 06.02.1975