“Andreotti: questa è la verità” – Il Mondo 20.06.1974

“Abbiamo scelto il nuovo capo del SID”, mi dice Giulio Andreotti, ministro della Difesa. Nel suo ufficio al primo piano di Palazzo Baracchini, in via XX Settembre, non arrivano rumori dall’esterno. Si sente solo un lieve ronzio di telefoni e di macchine operatrici. “E’ l’ammiraglio di squadra Casardi”, precisa. “E’ uno che non si è fatto raccomandare né da partiti né da ministri, come accade purtroppo anche in questioni del genere”. Andreotti apre un cassetto della scrivania e consulta l’annuario della Marina, un fascicolo rilegato dalla copertina azzurra.
Poi conferma: “E’ al limite della sua carriera e il servizio nel SID non potrà aprirgli altri vantaggi”. Sul SID piovono in questi giorni nuove accuse di disfunzioni, inefficienze, omissioni, coperture, complicità con gruppi eversivi.
Nato con un decreto del presidente della Repubblica del novembre 1965 per correggere le deviazioni del SIFAR, il SID sembra averne ripercorso puntualmente la strada.
Quando affiora un fatto torbido, dalle microspie installate da ignoti al palazzo di Giustizia di Roma, al rapimento del magistrato Sossi, dalla chiamata di correo degli ufficiali fascisti della Rosa dei Venti che vantano connessioni nei servizi di sicurezza, alla progressione impressionante dei 450 attentati dinamitardi nel solo 1973, ogni volta dalle nebbie delle indagini emerge il SID, informato ma reticente, presente ma equivoco, implicato nei maneggi devianti rispetto ai suoi compiti istituzionali. I campi paramilitari di Sabina furono denunziati alla Camera fin dal 30 ottobre 1969. Il traffico è continuato indisturbato per 5 anni. Nella tasca del terrorista ucciso, Giancarlo Esposti, è stata trovata la mappa aggiornatissima delle ubicazioni e degli orari dei posti di blocco dei carabinieri nelle zone più calde. Da tutti questi fatti ed episodi non emerge forse la conferma di un intrigo vasto e accuratamente portato avanti, che affonda le sue radici in meccanismi dell’apparato statale, che ne disarma la resistenza e ne inceppa le capacità di difesa e di reazione? E che accade in seno ed al vertice del SID, fulcro dei servizi segreti, costituzionalmente impegnato a garantire la sicurezza nazionale? La risposta è indiretta.
“Il 31 dicembre scorso”, riprende Andreotti, “ha maturato la promozione a generale di corpo d’armata l’attuale capo del SID, Miceli. In questo periodo si liberano due comandi di corpo d’armata, il quinto di stanza a Vittorio Veneto, l’altro a Milano. Il general Miceli vi andrà a ultimare il suo servizio di carriera”.
“Vuoi che ti dica il mio pensiero su alcuni comportamenti del SID?”, chiede Andreotti. “Il memoriale sui piani di Carlo Fumagalli, anello fondamentale della centrale terroristica del MAR, reso pubblico in due puntate dalla stampa di sinistra, l’ho fatto ricercare negli archivi del servizio. E’ risultato che il documento fu redatto da un informatore gratuito del SID che ora lo ha rimesso lui stesso in circolazione. L’informatore, nel frattempo, è passato, infatti, alle dipendenze della direzione affari riservati della PS. Ho chiesto al SID di chiarire tutte le circostanze. E’ stato emesso un comunicato pubblicato da tutti i giornali”, ricorda il ministro della Difesa.
“Il memoriale, a suo tempo, fu trasmesso alla magistratura che istruì un processo. Fumagalli fu, alla fine, prosciolto. Doveva bastare questo esito?”, si chiede Andreotti. “Dal SID mi hanno risposto che questo Fumagalli è stato un partigiano, anche se non comunista. L’ultimo 25 aprile l’hanno visto sfilare in piazza con il fazzoletto rosso al collo. Non potevano dargli addosso, mi dicono al SID. Se, poi, è stato in contatto con Feltrinelli, questo davvero non lo posso dire. A noi non risulta. La verità è che vi è in Italia un ceto ambiguo di eversivi per costituzione, impastati di rabbia e delusione, che è assai difficile da selezionare e quietare. Non è, comunque, da sottovalutare né da trascurare”.
“In un altro caso”, riprende Andreotti, “c’è stato un vero e proprio errore. E’ accaduto a proposito di quel Guido Giannettini, redattore del quotidiano del MSI, incriminato per la strage di Piazza Fontana, tuttora latitante”. In un articolo di fondo sulla rivista l'”Italiano”, Giannettini aveva scritto che “il colpo di Stato è un piatto che va servito caldo”. E infatti, dietro il fragore delle bombe del 12 dicembre 1969, il nome di Giannettini è emerso come quello di un personaggio assai informato, uomo chiave di tutta la sanguinosa vicenda. I giudici milanesi Fiasconaro ed Alessandrini ne parlano diffusamente nella loro requisitoria che accusa Freda e Ventura. Dopo molte esitazioni il SID aveva finalmente consegnato alla magistratura, durante l’inchiesta, un rapporto dal quale risultava con evidenza la pista nera delle bombe”. “E’ stato Giannettini ad informarvi e perché non avete subito dichiarato il contenuto del rapporto?”, chiesero i giudici al SID. “Non possiamo rispondere”, dissero gli uomini del SID, “perché si tratta di un segreto militare”. “Per decidere questo atteggiamento”, riprende Andreotti, “ci fu un’apposita riunione a palazzo Chigi. Ma fu un’autentica deformazione, uno sbaglio grave. Bisognava dire la verità: cioè che Giannettini era un informatore regolarmente arruolato dal SID e puntuale procacciatore di notizie come quella relativa all’organizzazione della strage”. Le parole di Andreotti chiariscono, per la prima volta, questo nodo critico. “Adesso”, prosegue Andreotti, “ho letto un’intervista concessa da Giannettini ad un quotidiano romano. Risulta che si trova a Parigi”. Andreotti guarda verso il telefono diretto, a sinistra della sua poltrona. Poi riprende: “Ho parlato con Beria d’Argentine, capo di gabinetto, che sono riuscito a trovare in sede al ministero della Giustizia. Gli ho chiesto: che diavolo aspettate per chiedere l’estradizione per Giannettini?”. Altro che errore per inefficienza, mi vien fatto di esclamare; qui siamo alla connivenza e all’omertà di stato. “C’è un’inefficienza dello stato da colmare”, ammette Andreotti smorzando il tono. “Di certe cose non sappiamo nulla. Su altre ritarda la verità. Di altre non sappiamo l’essenziale. A certe cose non riusciamo ancora a dare nomi e colore. Troppi compartimenti stagni. Troppi binari morti sui quali certe inchieste vengono instradate. per i servizi di informazione e di polizia non spendiamo certo poco”, osserva Andreotti. “Ma su questo terreno, la produttività statale in fatto di accertamento e denuncia della verità è tanto bassa da sbalordire”.
C’è sempre un’oscura faida fra corpi separati che blocca, distrae al momento opportuno, con comportamenti vari ma di esito univoco. ‘insabbiamento anziché la scoperta completa. “In effetti”, risponde il ministro, “oggi in Italia, al livello delle istituzioni, si sta diffondendo un gioco di società: il gioco dei cerini. E’ il tentativo infantile di chi spera di far passare il cerino di mano in mano, dal SID ai carabinieri, alla polizia, alla magistratura, sperando che solo l’ultima mano si scotti. Il Consiglio dei ministri non coordina, né indirizza. Di conseguenza, ad un cittadino che invade lo stadio olimpico durante una partita vengono dati otto mesi di condanna a tamburo battente, ma del tentativo di golpe Borghese ci siamo quasi dimenticati, senza essere riusciti a sapere se davvero si voleva o poteva fare una nuova marcia su Roma. La pericolosità di certe potenzialità non è passata. L’Italia”, continua Andreotti, “è zeppa di armi illegali come un uovo d’acciaio. Certe polemiche esasperate sul disarmo della polizia hanno di fatto nuociuto alla qualifica tecnica dei corpi. Sull’altro versante, quello delle attività terroristiche, mitra e tritolo spuntano dappertutto, in ogni grotta.
Non a caso le bombe esplodono a Brescia, dove le fabbriche di armi sono a portata di mano. Alla Beretta ho visto fucili mitragliatori leggerissimi tanto da potersi trasportare in borsa. Attentati contemporanei, come quelli sui treni non sono opera casuale allestita da dilettanti”.
Dunque vi è un disegno organico adeguatamente finanziato? “Mi potrò sbagliare”, riprende ancora il ministro della Difesa, “ma io non credo che il pericolo maggiore venga da personaggi come il colonnello Spiazzi che chiama in causa i servizi segreti. Stiamo seguendo con attenzione tutte le indagini giudiziarie e, qui alla Difesa, c’è un apposito ufficio con a capo il generale Malizia che controlla dati e risultanze. Nel complesso i casi nell’esercito risultano limitati, finora circoscritti. In Italia, ci sono certamente ispiratori, esecutori, finanziatori. Ma la manovra parte e viene diretta da più lontano”, conclude Andreotti.
Nel discorso del 10 maggio dell’anno scorso al congresso di Roma della DC hai detto, ricordo ad Andreotti, che le armi vengono anche dall’estero. “Sono tutto’ora convinto”, risponde, “che una centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea, si trova a Parigi. Probabilmente sotto la sigla di un organismo rivoluzionario. L’ultimo sequestro in Argentina ha fruttato oltre 14 miliardi di lire. Per avere notizie di un sequestrato politico ci si è rivolti a Parigi. L’organizzazione consultata ha chiesto quarantott’ore di tempo ed ha fornito i contatti richiesti”.
Lo interrompe la chiamata roca ed insistente di un telefono. Poi Andreotti torna a guardarmi, aspettando nuove domande. Che pensate di fare?, gli chiedo. “Io stesso ho avanzato proposte legislative da adottare in materia di traffico d’armi e di tritolo e di riorganizzazione dei servizi di informazione e sicurezza. Il nuovo ispettorato è un passo avanti in una direzione che a me sembra giusta. Dobbiamo nominare anche il nuovo comandante della Guardia di Finanza, in sostituzione di quello attuale. La selezione fra gli alti gradi, tra le molte prerogative e fra le diverse qualifiche non è per nulla facile”.
C’è, dunque, una inadeguatezza, una insufficiente determinazione rispetto alla vastità dei problemi, resi più acuti dalla inquietudine profonda del paese, percorso da tensioni sociali difficilmente componibili, animato da spinte di rinnovamento. “E’ vero. Si accumulano problemi specifici, accantonati da decenni. Il dopo referendum è difficile per tutti”, conferma Andreotti. “Io non ho mai pensato che la DC potesse uscire vittoriosa dallo scontro. Avevo proposto il rimedio della legislazione su doppio binario, civile ed ecclesiastico. Mi fu risposto, anche dalla Chiesa, che la posizione era improponibile. Ho replicato che avremmo perduto ed ho sostenuto questa tesi dinnanzi a chi di dovere, al di qua ed al di là del Tevere. Adesso bisogna rivedere, aggiornare, non perdere tempo. L’allarme vale per tutti”.

Risposta del Ministro Andreotti al generale Miceli – 06.10.1974

Signor Generale,
ho ricevuto la Sua del 4 ottobre… . E’ certamente spiacevole che una parte della stampa pubblichi sul SID informazioni non vere e commenti irriguardosi. Lei sa per diretta esperienza quanto sia difficile – e spesso impossibile – ovviare a questi comportamenti. Il Ministero ha diramato tempestivamente rettifiche e precisazioni; e mi riservo personalmente di utilizzare la via parlamentare – se sarà consentito, anche nel periodo di crisi – per collocare con chiarezza le discussioni in proposito. Sta di fatto però che alia credibilità del SID ha arrecato un delicato colpo il clamoroso falso dichiarato nei confronti della cessazione dei rapporti con GIANNETTINI.

Con la Sua del 1° settembre Lei ne ha attribuito la responsabilità al Capo del Servizio D configurandola come un “incidente tecnico”. Il Capo di S.M.D., incaricato di approfondire, mi ha riferito in via preliminare che l’Ufficiale Generale indicato ha a sua volta affermato di averLe detto nell’aprile che il GIANNETTINI aveva reiteratamente telefonato al capitano LABRUNA, di aver concordato con Lei di non aderire ad una richiesta di passaporto di comodo e di aver ricevuto raccomandazioni “che il capitano usasse la massima cautela nei contatti che avesse a prendere con il giornalista predetto”.

Di tutto questo Lei, consegnandomi la dichiarazione da leggere in Parlamento, non mi fece il minimo cenno, che viceversa mi avrebbe indotto – se vi fossero stati motivi di giustificazione – a spiegarli lealmente sia alle Commissioni delle Camere sia al Magistrato. Attualmente tanto il Giudice che i Parlamentari sono sotto la negativa impressione di una specifica bugia, e si chiedono il perché. Del resto sia l’Ammiraglio HENKE che il Generale della Giustizia Militare MALIZIA deplorano di aver ricevuto il medesimo trattamento “disinformativo”.

In questa pendenza – salvo gli altri punti sui quali lo stesso Capo di SMD Le ha chiesto chiarimenti, a seguito di relative informazioni venute dal SID – non è davvero possibile inviarla a Milano e cioè proprio là dove si svolge l’istruttoria GIANNETTINI.

Debbo aggiungere che nella menzionata prima Relazione dell’Ammiraglio HENKE leggo altresì con preoccupazione la conferma di un Suo diretto contatto con il Principe Valerio BORGHESE nell’autunno del 1969 e di altri contatti con persone implicate in vicende di eversione tutt’altro che chiarite. Mi sembra che, fermi restando tutti i doveri informativi, una elementare prudenza debba comunque sconsigliare ai massimi responsabili del SID e dei SIOS di colloquiare in prima persona con personaggi tanto compromessi. Non è così che si salvaguarda a mio avviso il “prestigio delle Forze Armate”… Aggiungo, ancora, che un’ombra resta anche sulla circostanza dell’invio per due volte di un Ufficiale del SID in Spagna, con il dichiarato compito di accertare se fosse espatriato colà e vi si trattenesse il Principe BORGHESE, senza dare di questa missione, per quel che sembra, notizia ai Giudici che avevano emesso mandato di cattura.

Il “chiarimento ufficiale”, che lei desidera giustamente, potrà essere pieno quando si diraderà ogni equivoco su tutti questi punti. Lei, in ipotesi alternativa, chiede a me – previa autorizzazione del Signor Presidente del Consiglio – di scioglierla dal vincolo del segreto. Non comprendo cosa centri il “segreto” con i fatti di cui si tratta e con le indagini sulle trame eversive di cui si parla in questi giorni. Se, al contrario, Le venissero rivolti addebiti su temi diversi, dovrebbe esaminarsi se dall’accertamento della verità venissero danni a seguito di pubblicizzazione di dati non rivelabili.

Mi consenta di concludere con una Nota di personale amarezza. Accettando di anteporLa nell’assegnazione di un importante comando a più di uno dei Suoi colleghi più anziani, non immaginavo davvero di essere a brevissima distanza costretto da obiettive circostanze emerse a dover modificare la decisione.

Distinti saluti

Le dichiarazioni di Paolo Pecoriello su Avanguardia Nazionale – commissione stragi

Paolo Pecoriello, che aderì fin da subito ad Avanguardia Nazionale che oggi è volontario della Caritas, in un memoriale consegnato nell’ottobre 1974 all’allora giudice istruttore dottor Luciano Violante che portò alla luce il “golpe bianco” facente capo a Edgardo Sogno, inizia la ricostruzione delle attività della destra in Italia dal 1958 per giungere fino al 1973, «poiché, contrariamente a quanto comunemente si crede, le trame nere di cui attualmente si parla, non sono generate dal momentaneo stato di crisi politica ed economica, ma sono invece i frutti di piani eversivi preparati fin dal 1958, e solo partendo da quella data, si può avere una reale e chiara immagine di quanto è avvenuto in questi anni». Proprio nel 1958, ricorda Pecoriello, «dopo innumerevoli lotte interne del MSI, emerse definitivamente la linea Michelini, che voleva imporre al partito una linea parlamentare integrata nel sistema ed era propenso ad un reinserimento nell’ambito dell’area democratica, soggiacendo alle sue regole. Evidentemente ciò portò una certa frangia, senz’altro la più giovanile ed estremista, ad una scissione che dette vita in un primo momento ad Ordine Nuovo». I suoi leader, divisi da diverse strategie, erano Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie. Pecoriello, che aderì al gruppo di Delle Chiaie, ricorda come si trattasse di picchiatori che coltivavano le teorie ariane della superiorità della razza, l’antisemitismo, il nazionalismo, dediti a pestaggi e ad attentati contro sedi di sinistra e a manifestazioni per l’Alto Adige. Ordine Nuovo, mediante l’associazione Italia-Germania affidata al giornalista Gino Ragno, entrò in contatto con gruppi oltranzisti di destra della Germania, della Francia, della Spagna e del Portogallo. A seguito di quei rapporti, furono organizzate da Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo «violentissime» manifestazioni di piazza in occasione della rivolta algerina, della crisi congolese, della visita di Ciombé al Papa. Egli stesso ebbe modo di vedere documenti e passaporti falsificati per mettere in salvo esponenti dell’OAS. Il che risulta confermato da relazioni 21 agosto, 18 settembre e 5 ottobre 1961, allegate al fascicolo “OAS” presso l’ufficio Affari Riservati e rinvenuti nel deposito lungo la circonvallazione Appia, nelle quali si legge del viaggio in Italia di Ortiz, alla testa di quella struttura e dell’incontro con Caradonna, nonché di visite fatte in Italia dall’agente OAS colonnello Lacheroy che incontrò Gedda, Romualdi, Pennacchini, Foderaro e Gianni Baget Bozzo, presso la sede del comitato per l’Ordine Civile; dei «contatti tra De Massey […], principale elemento dell’OAS in Italia […] con elementi della destra missina», aggiungendo dei collegamenti del predetto con Enzo Generali, Guido Giannettini ed Enzo Pucci, precisando che «attualmente Generali e Giannettini si trovano in Spagna, presso Ortiz». Infine una nota dell’informatore Aristo del 5 maggio 1962, fonte attendibile in quanto interna al MSI, e in contatto con Guerin Serac e con Ordine Nuovo, riferisce del tentativo svolto dall’onorevole Pozzo di ottenere dall’OAS finanziamenti da destinare ad Avanguardia Nazionale. Eppure in quel periodo di frenetici contatti con vertici OAS e di appoggi politici provenienti da esponenti di destra come «Tullio Abelli, Egidio Sterpa, Almirante e Roberti, Romualdi e Anfuso», l’OAS aveva in programma l’organizzazione di una «Legione che, sotto forma di movimento europeo anticomunista avrebbe dovuto intraprendere azioni di guerriglia nella Francia metropolitana e nella stessa Algeria». I finanziamenti erano previsti come provenienti «da una importantissima compagnia petrolifera, interessata a contrastare iniziative dei petrolieri italiani in Algeria, in Tunisia e nel Marocco».

«In quel periodo ± continua Paolo Pecoriello ± furono condotte anche accurate ricerche in campo sionista e furono schedati numerosi ebrei […]. Nell’estate ’63 presi parte al primo campeggio organizzato da Avanguardia Nazionale nella zona di Rieti». Le giornate si concludevano con «un corso di guerriglia […]. Il campo base era situato in una scuola nel Comune di Borbona». Pecoriello fu poi assunto nell’ente governativo “Gioventù Italiana” il che gli consentì di soggiornare alcuni mesi a Roma. In quell’occasione sentì parlare di trame eversive, ne chiese conto a Delle Chiaie, che gli spiegò che «Avanguardia stava per essere sciolta, ma gli appartenenti a questo gruppo […] avrebbero potuto entrare in un nuovo movimento, questa volta segreto, che avrebbe dovuto prepararsi ad operare nel tentativo di creare i presupposti per un colpo di Stato, o qualcosa di simile, di impostazione anticomunista. A tal fine sarebbero stati organizzati dei corsi nell’uso delle armi, dell’esplosivo e sulle guerriglie, particolarmente su quella psicologica. Si sarebbero poi presi contatti con professionisti e militari disposti a collaborare […]. Qualche settimana dopo, in un sottoscala di via Michele Amari, iniziai insieme ad altri due miei vecchi e fidatissimi amici, il corso di cui Delle Chiaie mi aveva parlato. Durò due settimane e richiese la massima attenzione perché mi dissero che avrei dovuto ripetere quelle lezioni nelle località che avrei girato a causa del mio lavoro.

In quei giorni, provocati da elementi di Avanguardia Nazionale della facoltà di giurisprudenza, scoppiarono dei violentissimi tafferugli all’Università, durante i quali perse la vita il giovane socialista Paolo Rossi. Il 10 luglio fui trasferito a Piediluco in provincia di Terni, ove rimasi fino al luglio 1967. A Terni avvicinai alcuni giovani del MSI e dopo essermi accertato della loro serietà, gli parlai del nuovo gruppo sorto e dei suoi programmi e rifeci loro parte del corso che avevo seguito a Roma». Ecco perché appare esatta la considerazione del Pecoriello, secondo la quale «in tutti questi anni non si può mai parlare di un netto distacco tra il MSI ed Avanguardia Nazionale. Infatti servimmo la prima volta il candidato Ernesto Brivio nella campagna elettorale per le elezioni amministrative. Successivamente nelle politiche Avanguardia Nazionale tentò addirittura di proporre un proprio candidato al Parlamento, Paolo Signorelli, ma sempre nelle liste MSI. Ma Avanguardia dette il massimo del suo contributo nel duello fra Almirante e Michelini, in evenienza del congresso di Pescara svoltosi nel luglio 1964. L’onorevole Almirante, promotore della corrente “Rinnovamento”, mise nelle mani di Stefano Delle Chiaie l’organizzazione di detta corrente, incaricandoci di prendere in mano in poco tempo la direzione del maggior numero possibile di Sezioni, onde poter disporre in sede di congresso dei loro voti. In questa occasione a me e a Mario Merlino fu affidata la direzione del gruppo giovanile della sezione “Istria e Dalmazia”, che era la più importante di Roma». Fatto sta che subito dopo Pescara, oltre al rinsaldarsi dei collegamenti Delle Chiaie-Almirante, anche «Rauti avrebbe considerato opportuno instaurare contatti, di natura riservatissima, con la corrente di Almirante», come da nota “riservata” spedita dalla Questura di Perugia al Ministero datata 26 luglio 1963.

Pecoriello venne anche convocato dall’onorevole Cruciani del MSI, che «mi chiese che facessi scritte e simboli filocomunisti sulle chiese di Terni […]. Organizzai i ragazzi ed il sabato successivo a quell’incontro era già tutto fatto. Solo il lunedì, leggendo alcuni giornali romani, mi resi conto che era stato tutto concertato per scatenare una campagna di stampa anticomunista, da parte di circoli cattolici tradizionalisti. Dopo un po’ di tempo, credo fosse novembre, ricevetti una telefonata in cui [Delle Chiaie, ndr] mi ordinava di andare immediatamente a Roma con i miei ragazzi. Vi andai, e in casa Delle Chiaie, mi furono affidate alcune bombe a mano S.r.c.m. che avrei dovuto tirare contro l’ambasciata americana, durante i disordini che sarebbero seguiti ad una manifestazione contro la guerra del Vietnam in piazza Navona. Non escludo che ci fossero altri gruppi come il mio ad entrare in azione». Per ragioni di orario, la provocazione non fu portata a termine ma poco dopo «mi recai nuovamente a Roma per prendere direttive e per combinazione partecipai in un cinema ad una ristretta riunione promossa da Avanguardia e dalla Federazione nazionale combattenti RSI per la costituzione del Fronte Nazionale di Borghese e per la preparazione di una specie di programma: vi parteciparono Borghese, Delle Chiaie, e numerosi ufficiali ed ex ufficiali. In quell’occasione mi parlavano anche di elementi fascisti portoghesi e spagnoli che operavano nel nostro Paese per spalleggiarci». Fu successivamente trasferito, sempre per lavoro, a Castellammare di Stabia, a Benevento e a Reggio Emilia ed in ogni località formò dei gruppi che metteva in contatto con Roma. In particolare a Reggio Emilia, ove giunse nell’agosto del ’68, ebbe l’ordine di organizzare attentati a Reggio, Modena e Parma, al fine di provocare «una reazione comunista. Ne realizzai alcuni, ma poco dopo fui individuato». Il che non gli impedì di portarne a termine altri, «ma senza superare certi limiti». Poco dopo, a Roma, Delle Chiaie «mi rivelò un piano che stavano attuando in campo nazionale», al quale egli stesso doveva adeguarsi. «Si trattava di far infiltrare nostri elementi nella sinistra extraparlamentare allo scopo di spingerli ad atti provocatori, e se ciò non fosse possibile, ripiegare sulla costituzione di gruppi di tendenza nazi-maoista che avrebbero potuto partecipare a manifestazioni di sinistra, facendole degenerare. Per combinazione quello stesso giorno incontrai in piazza Colonna Mario Merlino che con un discorso molto confuso mi fece intendere di essere diventato anarchico, ma io, conoscendolo da molti anni e dopo ciò che avevo udito nella mattinata, non gli credetti». In ossequio a quelle direttive Pecoriello costituì un gruppo denominato “Nazional-proletario” a Reggio Emilia, con il quale partecipò a varie manifestazioni di sinistra. «Ciononostante, di tanto in tanto, partecipavo a manifestazioni del MSI quando ero invitato, ovviamente in altre città, come Milano, Brescia, Mantova, Padova. In una di queste occasioni, esattamente a Vicenza, fui invitato a capo di un gruppo di trenta persone, ad un comizio dell’onorevole Franchi». Il comizio venne vietato dalla polizia e Pecoriello, che si trovava all’interno della Federazione del MSI, fu «accompagnato in una stanza in cui mi furono consegnate otto bottiglie molotov che avrei dovuto dividere fra i miei ragazzi per tirarle contro la forza pubblica […]. Solo uno di noi ebbe il coraggio di lanciarle, mentre gli altri le abbandonarono in vari punti». Del resto, Vettore Presilio, allora dirigente della sezione padovana del MSI dell’Arcella, nota per l’estremismo violento che la caratterizzava, di cui era segretario Roberto Rinani e che era frequentata da uomini come Fachini, ricorda come in quegli anni proprio lui e Fachini lanciassero bombe rudimentali per esercitarsi. Quando esplosero le bombe di Milano e Roma, Pecoriello era a letto febbricitante ed apprese le notizie dalla televisione: «Intuii subito di cosa si poteva trattare e mi sentii mancare la terra sotto i piedi», entrò in crisi e decise di non farsi più vedere nei giri neofascisti per un po’ di tempo. Nell’aprile ’71 tornò a Roma, Delle Chiaie era latitante, ed incontrò «altri dirigenti di Avanguardia Nazionale, ai quali dissi di non essere più disponibile. Loro mi parlarono del tentativo di golpe del dicembre precedente; mi dissero che non era stato un fallimento, ma solo un rinvio, e che perciò il momento era molto delicato […]. Mi chiesero di tenere alcuni contatti con ambienti dei paracadutisti […]. Nell’autunno del ’72 fui avvicinato da tale Maselli di Ordine Nuovo, di stanza allo Smipar di Pisa, il quale mi parlò di un programma di riunificazione fra i vari gruppi della destra extraparlamentare in previsione di qualcosa di grosso […]. Nel novembre del ’73 un sottufficiale si mise in contatto con me su disposizione di Avanguardia e mi disse che eravamo molto vicini a qualche cosa d’importante. Avrei dovuto perciò preparare degli elenchi con tutti i nomi degli ufficiali delle brigate paracadutisti cercando di indicarne la tendenza politica, nonché tenermi informato su tutti i movimenti del battaglione, e in caso di fatti inconsueti, avvertirne subito Roma. Di fatti inconsueti, tra il novembre ’73 e il marzo ’74, ve ne furono innumerevoli. Allarmi diurni e notturni a rotazione continua. Nel massimo segreto, riunioni ad alto livello di ufficiali e strani traffici nell’ambiente del battaglione carabinieri paracadutisti. Ad un certo punto, preoccupato, organizzai una piccola riunione a cui parteciparono un ufficiale medico, un tenente dei carabinieri parà, due sottufficiali dei Sabotatori e due ufficiali di Marina. Dai loro timori compresi che dietro a tutto ci doveva essere una manovra socialdemocratica […]. Non so perché ricorra tanto di frequente sentire parlare di Socialdemocratici in occasione di complotti o trame eversive, ma è certo che dal ’70 ad oggi, nell’ambiente della destra extraparlamentare, si è numerose volte temuto che le nostre azioni non servissero ad altro che da coperture a loro, come giustificazione della costituzione di un governo forte, o qualcosa di peggio, che rivendicasse gli ideali di libertà democratica e repubblicana, nella lotta antifascista e anticomunista. Non esito a credere che la destra parlamentare si sarebbe facilmente aggregata a loro, lasciando gli extraparlamentari in balia degli eventi».

giannetinifreda

Pecoriello ha sempre sentito parlare di «elementi nostri infiltrati nel SID o in contatto con alti funzionari del Ministero dell’interno» ed a tale proposito i nomi ricorrenti, a suo dire, erano quelli ormai noti di «Guido Giannettini, Giancarlo Cartocci, Stefano Serpieri, Guido Paglia, Stefano Delle Chiaie». Al termine di questo lungo sfogo, Pecoriello conclude: «Ritengo che i personaggi al centro di tutti i complotti eversivi, almeno a livello operativo, siano Stefano Delle Chiaie e Pino Rauti. Politicamente non so chi avrebbe dovuto guadagnare, ma solo loro avevano ed hanno i contatti e le amicizie per portare avanti un simile piano. Borghese, Freda, Ventura, Graziani, Saccucci e molti altri, non sono altro che loro pedine. Cresciuti tutti nello stesso ambiente, sono anni che collaborano tutti sotto la loro direttiva per raggiungere gli scopi, già prefissati nel lontano ’58. Sono loro che hanno tenuto i vari contatti internazionali con Grecia, Spagna, Portogallo, Cile, Francia e Germania, hanno preso tutte le iniziative di questi anni, e se non verranno fermati in tempo, prima o poi raggiungeranno il loro obiettivo». Nella successiva deposizione resa al giudice istruttore di Bologna, Paolo Pecoriello ricorda come Avanguardia Nazionale fosse una immediata espressione del Ministero dell’interno sia per ragioni soggettive (i padri di Flavio Campo, di Di Luia e di Cataldo Strippoli erano funzionari del Ministero), che per la «stessa natura delle azioni che tale organismo era chiamato a compiere, in particolare azioni di infiltrazione e provocazione in chiave anticomunista delle quali ho parlato nel mio memoriale». Così nel novembre del 1973 fu avvicinato, «su disposizione di Avanguardia Nazionale», da un sottufficiale che lo mise al corrente «che eravamo vicini a qualche cosa d’importante». E’ anche al corrente, per averlo appreso «dalla persona che li ritirò in Italia […] di carichi di armi ed esplosivi ricevuti dalla Grecia nel 1968». Vi furono anche contatti con «ufficiali dell’Arma e del SIFAR nell’inverno del ’64. Addetto a questi contatti era Cataldo Strippoli, e numerose volte ci fu prospettata l’ipotesi che avremmo dovuto operare parallelamente agli ordini provenienti dai loro comandi. Nel periodo settembre-ottobre 1965 partecipai all’attacchinaggio di un manifesto che riportava l’effigie di Stalin ed era firmato: “Movimento marxista-leninista d’Italia”».

La gestione Maletti del Reparto D e la copertura accordata a Gelli nel Rapporto sul Golpe Borghese

Fu MALETTI, nel corso del dibattimento svoltosi a Catanzaro sui fatti di Piazza Fontana, che attestò che agli atti del Reparto D giaceva una relazione di GIANNETTINI che gli era stata consegnata da LABRUNA secondo cui Avanguardia Nazionale collaborava con I’ “Ufficio Affari Riservati” e fu sempre il generale che chiese al capitano, già suo dipendente, di riferire “il falso” alla Corte di Assise inducendolo a dichiarare di non ricordare dove il documento fosse stato riposto.
In tal guisa in quel contesto temporale MALETTI coprì e fece coprire anche il dato, di cui alla Relazione, nonché sviluppato in un Appunto ad hoc allegato e poi sparito, secondo cui il TORRISI – ufficiale di marina candidato ad assumere la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa poi affettivamente ricoperta – aveva anch’egli partecipato alle riunioni segrete tenutesi per la preparazione del GOLPE assieme al dr. DRAGO, medico presso Ministero dell’Interno nonché ai vertici di Avanguardia Nazionale (cfr. in fasc. “DRAGO Salvatore” di cui al carteggio acquisito presso il SISDE relativo agli atti trasmessi dalla Divisione AA.RR). Proprio GIANNETTINI, nel corso dei colloqui con LABRUNA articolatisi dal “settembre 1972”, aveva riferito a questi del ruolo di TORRISI. E’ stato LABRUNA a riportare queste circostanze in verbali poi trasmessi anche al G.l. di Milano che ebbe a risentire più volte il capitano predetto anche su tale specifico punto. Sempre secondo le dichiarazioni del capitano, il generale MALETTI, in ordine sempre agli accertamenti sul GOLPE BORGHESE, atipicamente incaricò dello sviluppo degli stessi il “solo ROMAGNOLI” all’epoca Capo della III Sezione Polizia Militare “subito dopo l’incontro … con il Ministro della Difesa ANDREOTTI” allorché furono fatti ascoltare al predetto i nastri e consegnata la “trascrizione fatta dal NOD delle conversazioni registrate a Lugano presso l’ORLANDINI”.

Su questo punto il VIEZZER (dep. 18.7.88), quanto all’incontro tra ANDREOTTI, MALETTI e personalità militari quali i Comandanti Generali, aveva già riferito che il Ministro aveva suggerito di espungere alcuni nominativi pur citati, tra cui quello di GELLI, che poi MALETTI provvide a eliminare onde non furono denunciati il generale NARDELLA, il generale DEL VECCHIO nonché lo stesso Licio GELLI.

In particolare sul generale NARDELLA, ha riferito significativamente l’ex Capo del MAR Carlo FUMAGALLI (cfr. dep. 30.9.96 f. 13234) il quale ha ricordato come fu lo stesso alto ufficiale, agli inizi del 74, a formulargli esplicita richiesta di fare evadere Amos SPIAZZI “dal carcere dov’era all’epoca ristretto… lo stesso NARDELLA poi mi disse che non se ne faceva niente perché lo SPIAZZI aveva riferito che sarebbe uscito dal portone principale”. Sia pure indirettamente vi è in atti il riscontro di contatti avuti da GELLI con i partecipanti al GOLPE: all’esito della perquisizione disposta nel domicilio di VIEZZER è stata sequestrata il 28.10.88 dalla DIGOS di Venezia una cartella gialla, titolata “materiale relativo al processo” (pendente all’epoca a carico di VIEZZER e istruito dall’A.G. di Roma) ove, in fogli vergati a mò di memoria difensiva (f.58) dal predetto, si legge del contenuto di una conversazione tra VIEZZER e GELLI intercorsa sul Golpe BORGHESE a Villa Wanda ad Arezzo: “mi disse che aveva avuto contatti con due Ufficiali in pensione, uno di quelli si chiamava DEL VECCHIO e che, sentite le loro fantasie, li aveva messi in guardia contro quel fanfarone di ORLANDINI che pure aveva incontrato e che aveva subito giudicato come tale”.

VIVIANI, all’epoca Capo della II Sezione, ha ricordato che nei novembre 1973 erano stati espletati accertamenti in direzione di GELLI “sia in sede di Archivio di Reparto che in Archivio di Sezione” e che erano stati attivati anche i Centri CS sempre in ambito Reparto D, raccontando che “dopo la reazione di GELLI evidentemente formulata indirettamente in direzione di MICELI, vi fu un curioso ed improvviso invito a cena, il primo, da parte del Ministro della Difesa … al generale MALETTI. La mattina successiva, siamo ai primi di dicembre 1973, il MALETTI mi parlò in termini entusiastici del suo ospite. La settimana successiva MALETTI mi disse di essere stato ancora invitato a cena dal Ministro della Difesa: siamo a metà dicembre”. Rileva che il periodo degli incontri è collocabile a poche settimane dalla caduta di ARGO 16.
Sui contatti con MALETTI ANDREOTTI ha ricordato: “..lui mi chiese di venire, io credo me l’abbia chiesto nelle vie formali, proprio, di venire il Generale, allora non so se era Colonnello ancora o Generale, non lo so questo, forse Colonnello; ma mi chiese di venire per un… si mise a rapporto e mi chiese di venire e mi spiegò che, nel corso dell’indagine che lui aveva coordinato, per quello che era stato il Golpe del 70, era venuto fuori il nome del generale MICELI, cioè del suo Capo, per un contatto col Principe Borghese e quindi lui si trovava in un grandissimo imbarazzo e io dissi con molta precisione “lei riferisca al generale MICELI. Ove il generale MICELI non prendesse delle iniziative allora io mi riserbo di intervenire”. Ma invece il generale MICELI mi portò lui il Rapporto che aveva ricevuto dal generale MALETTI e poi lo vedemmo insieme, nella riunione collegiale di cui abbiamo già parlato. Quindi il rapporto con MALETTI fu questo rapporto, direi, molto semplice. Poi, il seguito di questo fu tutta la vicenda della denuncia e poi del processo del Golpe del 70” (int. 15 maggio 1996). VIVIANI ha collegato indi l’inizio delle ostilità nei suoi confronti da parte del generale MALETTI parlando di “manovra destabilizzante” in relazione al fatto che “all’esito degli incontri tra ii generale MALETTI ed ii Ministro delia Difesa ANDREOTTI” la attività di accertamento a carico di GELLI “cessò, almeno al livello di controspionaggio” spiegando che “dai centri dipendenti, Centri CS, non affluirono più gli aggiornamenti sui sospetti” in direzione del GELLI.

MALETTI dunque come bloccò le articolazioni da lui dipendenti a livello Sicurezza interna e Controspionaggio, 1A e 2A Sezione, così censurò il nominativo di GELLI dal Rapporto sul GOLPE BORGHESE e dei già citati Generali legati allo stesso. Sull’elisione del nominativo del GELLI LABRUNA ha tentennato pur a fronte delle contestazioni di cui al verbale VIEZZER secondo cui era stato proprio lui a raccontare al segretario di MALETTI l’episodio della eliminazione del nominativo di GELLI ascrivibile alle raccomandazioni di ANDREOTTI. La circostanza ha trovato comunque riscontri.

Il GENOVESI, narrando delle fasi precedenti l’incontro con il Ministro della Difesa e con le altre autorità militari quanto agli accertamenti sul GOLPE, ha ricordato: “la lettura del Rapporto a Palazzo BARACCHINI avvenne in presenza mia, del col. MARZOLLO, del t. col. Agostino D’ORSI Capo del CS1, io Capo della 1A Sezione. La riunione era presieduta dal generale MICELI al cui fianco sedeva MALETTI che fu invitato da MICELI a leggere il malloppone. All’esito della lettura MICELI disse che bisognava inviare l’incarto in visione al Ministro e chiese a ciascuno di noi un parere MARZOLLO disse che l’incarto doveva essere mandato così com’era all’A.G. lo eccepii che non ci dovevano essere palleggiamenti interni: Ministro, Capo di Stato Maggiore Difesa. Il carteggio doveva andare direttamente e integralmente all’A.G. … lo ricordo che durante la lettura fu fatto riferimento esplicito alla MASSONERIA che aveva sovvenzionato il GOLPE. Fu letto il nome di Licio GELLI” (int. 5.10.95).

Il Senatore ANDREOTTI, come tra poco emergerà, ha negato di aver suggerito l’eliminazione dal Rapporto del nominativo di GELLI e di altri ma ha confermato di aver raccomandato in quella sede di eliminare dati, relativi a persone, non riscontrabili. In realtà, vista la prevalenza dei dati relativi ad una ponderata valutazione dell’esigenza di non far emergere all’esterno, all’A.G., il ruolo di GELLI, già emerso ai vari livelli del SID sia in relazione a fatti eversivi interni che a collegamenti con servizi stranieri, è indubitabile che, per gli addetti ai lavori e per il vertice politico dell’epoca, GELLI rivestisse una eccezionale valenza.

Il col. MANNUCCI BENINCASA (3.4.96 f. 11070) ha ricordato, quanto alla nascita di un rapporto diretto MALETTI – ANDREOTTI, che fu il VIEZZER a riferirgli, prima della deflagrazione del caso GIANNETTINI, che “erano” già riusciti a stabilire, a procurare “il giusto contatto” e “che se ne sarebbero visti i frutti” collocando il colloquio nella prima metà del 1974. Contestualmente ha addotto che effettivamente il nominativo de! GELLI come persona implicata nel GOLPE BORGHESE “scomparve dall’insieme dei nomi coinvolti nel GOLPE”, informazione che mediò dal GENOVESI, e che fu il Cap. LABRUNA, dopo il 1974, a riferirgli a Roma “in Centrale che il cosiddetto malloppone divenne malloppino per intervento di ANDREOTTI sul MALETTI”.

Al Senatore ANDREOTTI sono state lette anche le dichiarazioni del MANNUCCI predetto (cfr. int. 15 maggio 1996, f. 26):
R. Confermo in maniera assoluta che quello riguardava solo militari, fra l’altro, cioè riguardava dei militari, perché dissi: “non è giusto esporre dei militari”, perché non c’erano nomi civili, né GELLI né altri, che richiedevano cose di questo genere, il nome di GELLI non c’era, specialmente dopo tutto quelle che e venuto fuori me lo sarei ricordato, quindi…
D. Ma lo esclude in maniera radicale o non se lo ricorda?
R. No, no, beh, lo escludo in maniera radicale perché mi avrebbe colpito; è vero che, insomma, in quel momento ancora, forse, le polemiche sul GELLI erano minori, però, sapendo che il GELLI, almeno come Direttore della Permaflex, chi era, mi avrebbe colpito questo nome se fosse stato, non c’era nelle…
D.Veniamo, alla elisione di una cosa che ha una maggiore valenza e cioè degli elementi di…
R. Del resto forse qualcuno, non so se adesso siano ancora viventi, ma qualcuno di questi dello Stato Maggiore, cioè che fecero poi questa revisione per guardare, forse esiste ancora e può essere sentito.
D. Si, però sono coinvolti in maniera tale da non essere attendibili.
R. Beh, non lo so.
D. Se non addirittura inquisiti.

Anche sull’elisione del nome di GELLI ha indagato la Procura della Repubblica di Roma che ha recepito atti inviati dalla A.G. di Milano che a sua volta aveva da questo Ufficio ricevuto alcuni atti, estrapolati in copia dai presente procedimento, sviluppandoli. L’A.G. di Roma da quella di Milano ha altresì ricevuto anche le bobine di registrazione impiegate da LABRUNA nel corso dei contatti intercorsi con Remo ORLANDINI.

Sentenza ordinanza Argo 16 – pag 200-203

Caratteristiche dell’infiltrazione nei movimenti anche eversivi della destra – sentenza Argo 16

La tipologia dell’infiltrazione degli apparati di Polizia nelle strutture della destra ha assunto funzioni e forme diverse in relazione a differenti situazioni storiche. Vi fu una prima fase, quella dell’immediato dopoguerra, in cui la riorganizzazione degli apparati repressivi dello Stato comportò una cooptazione di buona parte del personale già in servizio durante il regime fascista nella polizia repubblicana e nei Servizi di sicurezza. Contemporaneamente la destra neofascista si andò riorganizzando: primi in testa gli ex militanti della repubblica di Salò.

Si versava in una situazione di contiguità oggettiva e soggettiva dunque fra la destra e gli apparati dello Stato riorganizzati che, al più, richiedeva una buona tecnica di manipolazione. Fino a verso la fine degli anni Sessanta sarebbe perciò improprio parlare di infiltrazione; piuttosto si trattò di un rapporto osmotico – sostenuto dalla influenza e dai mezzi della NATO – che percorse i binari di una stretta collaborazione fra la destra tutta e lo Stato. Sarebbe altresì non pertinente, in ordine a quel periodo, il parlare di un doppio Stato e di una doppia Obbedienza: quella formale, alla Repubblica nata dalla Resistenza e un’altra, sostanziale, ai dettami transnazionale dell’Alleanza atlantica e dell’anticomunismo.

In quella fase, semmai, la destra – e principalmente l’M.S.I. di Michelini e Almirante – svolsero una funzione di tipo subordinato e quindi non alternativa nella trama anticomunista costituendo l’esercito di riserva e la cassa di risonanza per le imprese eversive di apparati dello Stato: non è un caso che il generale DE LORENZO come l’Ammiraglio BIRINDELLI, disvelati i loro piani, trovarono un comodo rifugio in Parlamento e proprio nelle file del Movimento Sociale o della Destra Nazionale.

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Con l’intenso sconvolgimento socioculturale causato dal Sessantotto fu modificato in radice lo schema appena descritto in quanto i movimenti di destra, e non solo quelli istituzionali, furono proiettati nel conflitto di massa che divideva il paese acquistando, per molti versi, una loro autonoma dimensione: gli eversori si erano fatti, per così dire, le ossa, erano divenuti adulti e lasciavano la mano del padre.

Gli apparati dello Stato e i referenti atlantici, dal canto loro, pur continuando ad avere una sorta di contiguità preferenziale con i movimenti della destra ne compresero l’insorta autonomia. Fu quindi alla fine degli anni Sessanta che va inquadrato l’inizio di una autentica infiltrazione capillare nelle formazioni della destra, soprattutto quella extraparlamentare, ad opera degli strateghi di Stato. Il M.S.I. persevererà nel suo ruolo di basso profilo e di subalternità alle strategie atlantiche che, attraverso l’anticomunismo che le caratterizzò, costituì il collante ideologico ed un comune assioma in un periodo storico segnato da grossi movimenti di carattere sociale orientati a sinistra idonei a renderlo ancora più solido.

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Dopo il Sessantotto gli apparati repressivi dello Stato e i Servizi di sicurezza avvertirono che le formazioni della destra eversiva avevano, come già detto, assunto una propria autonomia e la trama dell’infiltrazione fu ordita proprio al fine di negarla per far rientrare quelle pulsioni eversive della piazza di destra in una camera più misteriosa ove si andò ridisegnando quel grande filone strategico, gestito dagli americani, della contrapposizione al comunismo. Con l’ingresso degli agenti infiltrati nella destra eversiva, a differenza di quanto fu possibile in ordine alle formazioni di sinistra, non si trattò di svolgere soltanto un ruolo volto ad una raccolta conoscitiva di dati.: i soggetti infiltrati furono attivi nell’orientare in una certa direzione la linea politica di quei gruppi e quando questo non fu possibile giunsero persino alla decisione di creare essi stessi dei nuovi raggruppamenti politici, come avvenne, secondo quanto sancito in dichiarazioni di alcuni militanti della destra armata di Avanguardia Nazionale poi divenuti collaboratori di giustizia, per il DELLE CHIAIE il cui ruolo dopo il 1968 divenne più specifico (cfr. dep. Paglia del 12.3.1990: “nel gennaio del 1970 fu rifondata Avanguardia Nazionale”)

E’ questa la fase centrale della strategia della tensione: Guido GIANNETTINI e Giovanni VENTURA da una parte e DELLE CHIAIE dall’altra indirizzarono i gruppi di destra verso una attività di aperta provocazione contro la sinistra per conto degli apparati dello Stato. In questa strategia vi furono esiti stragisti. Alcuni di essi possono ritenersi incidenti di percorso in cui incorsero anche i mandanti: gli agenti infiltrati erano infatti ispirati da una filosofia di stabilizzazione centrista e, dopo aver lavorato per la destabilizzazione il concreto esito stragista si rifletté in modo assai negativo sulle loro Operazioni. Solo per alcuni di quei fatti di strage si potrebbe ormai affermare che si trattò di una affermazione di autonomia della destra eversiva nei confronti della intrusiva presenza degli apparati dello Stato: è il caso dell’attività terroristica di Mario TUTI.

Si arriva così ad un’ultima fase storica caratterizzata da una profonda modificazione della strategia dell’infiltrazione nel settore della destra eversiva – il periodo va collocato dalla metà degli anni Settanta ai primi anni Ottanta – e segnata dall’attività dei gruppi autodenominatisi Terza Posizione e N.A.R. e dalla quella parte più movimentista e determinata dei gruppi di estrema destra rappresentata da Ordine Nuovo, Lotta di Popolo, Europa Civiltà che decisero di praticare la lotta armata non solo contro lo storico nemico, la sinistra, ma contro lo Stato. Fu così che lo scenario dell’infiltrazione ne uscì stravolto a fronte di una insorgenza di organizzazioni clandestine, di militanti latitanti, di cellule fasciste compartimentate: i vecchi metodi di infiltrazione e quella originaria contiguità oggettiva non contarono più.

Non cambiò tuttavia la strategia complessiva degli apparati dello Stato e dei Servizi di sicurezza che ancora pretesero di controllare e indirizzare questi spezzoni fuori controllo della destra armata. Non potendolo più fare direttamente anche a causa del rischio ritenuto enorme rispetto al passato in presenza di una magistratura ormai mutata nei suoi quadri, del serio impegno di alcuni apparati della polizia e dei carabinieri profuso nelle indagini, di una stessa politica americana improntata a parametri meno unidirezionali arginarono, il vuoto di uno scenario capovolto e attuarono una ennesima fase di infiltrazione nella destra armata. Questa fu caratterizzata dal ricorso alla mediazione di organizzazioni criminali o di apparati lobbistici.I N.A.R. – principale organizzazione terroristica della destra e difficilmente infiltrabile a causa della estrema esiguità dei suoi nuclei militari – fruivano di ottimi rapporti con i boss della banda della Magliana con cui si andavano scambiando favori reciproci e così Terza Posizione, che aveva capi carismatici introdotti nella loggia P2. La stessa Cosa Nostra, attraverso i canali carcerari e la continua attività del traffico d’armi, era in grado di agganciare e stabilire buoni rapporti con i nuclei del terrorismo nero.

Il fatto che alcuni apparati repressivi dello Stato avessero un’ampia agibilità nella banda della Magliana, nella Loggia P2 e in Cosa Nostra è un dato ormai accertato negli esiti di molte inchieste giudiziarie.

 

Sentenza ordinanza Argo 16 pag 2156-2158

La relazione di Guido Giannettini sul Golpe Borghese – prima parte

Anche la relazione sul golpe Borghese consegnata nel 1973 da Guido Giannettini, collaboratore ed informatore del S.I.D., al capitano Labruna e trasmessa ai responsabili del reparto D, è stata epurata dal gen. Maletti con la distruzione della nota aggiunta che conteneva i riferimenti ad un alto Ufficiale quale l’Ammiraglio Giovanni TORRISI, divenuto in seguito, anche grazie a tale salvataggio, Capo di Stato Maggiore della Difesa.
Di tale relazione ha parlato per primo il capitano Antonio LABRUNA nella sua deposizione in data 24.1.1990 al G.I. di Venezia dr. Carlo
Mastelloni:
“Nel corso dello svolgimento della fase dibattimentale (del processo per la strage di Piazza Fontana) Maletti, dopo aver attestato in udienza
l’esistenza della relazione di Giannettini agli atti del reparto D, mi chiese di riferire il falso alla Corte d’Assise e cioè che io avrei dovuto dire che non ricordavo dove avevo riposto la relazione da lui riconsegnatami. In tale relazione figurava che l’Amm. Torrisi, all’epoca candidato alla carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa, aveva partecipato a riunioni segrete per la preparazione del golpe unitamente al dr. Drago, medico presso il Ministero dell’Interno, nonchè con i vertici di Avanguardia Nazionale.
Aggiungo che queste circostanze erano contenute in un appunto allegato alla relazione e che io non rinvenni nell’originale della stessa relazione poi riconsegnatami da Maletti dopo l’interrogatorio da lui sostenuto e prima di quello sostenuto da me…. La circostanza delle pressioni da me subite dal gen. Maletti durante il processo di Catanzaro risulta da un appunto vergato a mano dal gen. Maletti e che io in originale consegnai nel 1981 al Pubblico Ministero…. a questo punto produco copia della relazione battuta a macchina da Giannetttini su carta gialla : l’originale l’ho prodotto al P.M. di Roma recentemente…. Nel luglio del 1977 o 1978 Maletti mi disse che Torrisi doveva diventare Capo di Stato Maggiore e che non avrei dovuto parlare dell’appunto riguardante Torrisi…ovviamente neanche Torrisi fu denunciato alla Procura di Roma nel rapporto sul golpe Borghese”.

Il capitano Labruna, in data 7.2.1990, dinanzi allo stesso G.I. di Venezia, ha confermato la sparizione della nota aggiunta alla relazione di Giannettini che conteneva i riferimenti all’Ammiraglio Torrisi ed ha confermato altresì l’assoluto segreto richiesto dal gen. Maletti su tale
circostanza:
“Io temevo la conseguenza del fatto che si era deciso, da parte di Maletti e Romagnoli, di dare una impostazione al rapporto finale diversa dal reale contenuto delle rivelazioni di Orlandini, di cui alle bobine nonchè dalle risultanze della relazione, da me redatta in copia, di Giannettini, risalente al 1973, relazione che ricevetti io dalle mani dello stesso a Roma, corredata da un appunto sulle attivazioni del TORRISI circa il golpe, appunto che io rividi con la relazione nel 1977, esibitami dal Maletti, priva però dell’allegato appunto.
In tale circostanza MALETTI mi disse di non produrre la relazione Giannettini alla Corte d’Assise di Catanzaro e di non parlare del TORRISI “che dovrà diventare Capo di Stato maggiore della Difesa”. Tale incontro è inquadrabile temporalmente nell’intervallo tra l’interrogatorio di Maletti ed il mio, sostenuto dopo una settimana.” (cfr. dep. cit., 7.2.1990).
“Maletti al processo riferì genericamente dell’esistenza di una relazione e disse che l’aveva affidata a me. Io quindi dovetti rispondere alla Corte che pur ricordando la relazione, non ricordavo dove l’avevo riposta e mai perciò si parlò di un appunto ad hoc su TORRISI.” (cfr. dep. cit. 24.1.1990).

Sentenza ordinanza G.I. Salvini 1995