“Si può parlare ad Arezzo di Gelli e le sue trame?” – Vasco Giannotti 13.01.1982

Venerdì 8 gennaio: Mario Marsili, genero di Licio Gelli, iscritto anche se “in sonno” nella lista della P2, riappare come componente della Corte in un processo che si celebra presso il tribunale di Arezzo. Marsili dunque, dopo una lunga vacanza, sembra pro­tetto anche da un perentorio intervento di qualche autori­tà superiore perché lo si lasci lavorare in pace, è tornato a svolgere il suo delicato compi­to dì giudice, nonostante che nei suoi confronti siano aper­ti davanti al Consiglio supe­riore della magistratura al­meno due procedimenti disci­plinari. Ma non è il solo caso, purtroppo. Altri magistrati a­retini iscritti alla P2, che ope­rano in altre sedi, hanno tranquillamente continuato ad occupare i loro posti. E hanno ripreso possesso delle loro funzioni anche alcuni di quei personaggi tramite i qua­li Gelli aveva stabilito un filo diretto con altri delicatissimi ambienti di questa città come la questura, la guardia di fi­nanza, gli uffici finanziari, il mondo economico. È un dato motto inquietan­te e non certo solo aretino, ma molto più generale. Si vanno ricomponendo le tessere del mosaico sull’onda di quelle grandi manovre in atto a tutti i livelli per cercare di inqui­nare le prove, di rallentare ed ostacolare la ricerca della ve­rità, di insabbiare anche que­sto gravissimo scandalo della P2.

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Lunedì 11 gennaio: in quel­la stessa aula del tribunale viene condannato a otto mesi di carcere il compagno Sergio Nenci, responsabile della stampa e propaganda della Federazione aretina del PCI. È la prima sentenza per la P2 in Toscana, la prima in Italia, tolta quella del pretore di Messina. Una condanna pe­sante inflitta non ad un pi­duista ma ad un comunista ritenuto colpevole per aver redatto un volantino dove ve­nivano riportati, con assoluta fedeltà, i punti salienti di un dibattito avvenuto nel Consi­glio comunale di Arezzo sulle vicende della P2. Secondo il tribunale di Arezzo, quindi, fare cronaca di un pubblico dibattito consiliare è reato. È reato riferire quanto dichia­rato in tale assise da un consi­gliere comunale. Questo è solo l’avvio. Tra poco, per reati analoghi dovranno presentarsi davanti al tribunale il segretario della federazione comunista, due giornalisti dell’Unità, il diret­tore di Radio Torre Petrarca, emittente locale democratica. Con altri nomi e con altri personaggi si ripete la vicen­da di Lucca, dove è finito sot­to processo il segretario pro­vinciale del PCI, querelato dal piduista Danesi. È solo ironia della sorte che sul banco degli imputati fini­scano gli accusatori e non gli accusati? È sempre e soltanto ironia della sorte che il primo ad essere colpito è proprio un comunista che cercava one­stamente di informare la gen­te su una vicenda così allar­mante come la P2?

Una vergognosa sentenza dunque quella del tribunale di Arezzo, prima di tutto gra­vemente lesiva del diritto di informazione e di cronaca, del diritto dei cittadini a cono­scere e sapere quello che di­scutono i loro rappresentanti democraticamente eletti di frante a problemi di così gran­de interesse pubblico.
A dir la verità non era mai accaduto prima: è accaduto solo quando i comunisti han­no messo le mani su questioni che scottano molto, quando hanno preteso di aprire uno squarcio su piccoli santuari che molti ad Arezzo si illudo­no di tenere ancora al riparo di ogni forma di controllo de­mocratico. E c’è persino il so­spetto che alcuni abbiano ten­tato di coprire fatti molto tor­bidi che sono avvenuti ad Arezzo negli anni passati.

È emblematico ripercorrere il modo con cui si è giunti al processo ed alla sentenza di lunedì. Il 3 giugno 1981 du­rante il dibattito in Consiglio comunale, a sostegno di quan­to andava già emergendo ri­spetto a precisi collegamenti tra loggia massonica P2, am­bienti dell’estrema destra a­retina ed il gruppo terroristi­co di Mario Tuti che ad Arez­zo aveva reclutato molti personaggi nelle stesse file del MSI, il gruppo comunista sentì il dovere di mostrare al­cuni verbali di interrogatorio allegati agli atti del processo per l’uccisione del giudice Occorsio e una sentenza del giu­dice bolognese Vella. In questi documenti erano contenute prove di rapporti tra Gelli ed i terroristi neri e si ipotizzava­no reati gravissimi per il se­gretario del MSI aretino avv. Oreste Ghinelli, che ora ritro­viamo come difensore di Franci e Malentacchi impu­tati per la strage dell’Italicus davanti alla Corte di Assise di Bologna.
Il giorno dopo il Consiglio comunale, numerosi organi di informazione, non solo areti­ni, scrissero la cronaca del di­battito. La Federazione co­munista pubblicò il volantino poi incriminato. Ghinelli querelò i comunisti. Le sue de­nunce finite sul tavolo della Procura della Repubblica di Arezzo hanno avuto un cam­mino contorto. Come risulta infatti dalle carte processuali alcuni magistrati s’erano in­fatti espressi per l’archivia­zione. D’altra parte lo stesso pubblico ministero ha sostenu­to l’assoluzione in quel pro­cesso che invece ha visto il compagno Nenci condannato così duramente. La verità è che il missino Ghinelli ha po­tuto controllare, passo dopo passo, l’evolversi di questa vi­cenda giudiziaria, tanto che la Procura di Arezzo ha dovuto passare tutta la questione a quella di Firenze con una motivazione a dir poco scon­certante.

L’ha riferito l’avv. Tarsia­no nel corso della sua lucidis­sima difesa del compagno Nenci. Il procuratore capo di Arezzo, trasmettendo gli atti a Firenze, scrive infatti che l’avv. Ghinelli ha dimostrato «animosità ed intolleranza», che ha protestato contro il suo operato con «tono esaspe­rato ed irruente«. Il procura­tore capo di Arezzo conclude affermando di trovarsi «in condizioni di vero disagio, non potendo avvalersi della colla­borazione dei colleghi in ferie, né ritiene di avvalersi della collaborazione del dr. Anania che potrebbe non tornare gra­dito all’avv. Ghinelli». Di fronte a queto processo si ripropongono ancora in modo più allarmante tutti gli interrogativi sui quali da anni i comunisti aretini hanno cer­cato di richiamare l’attenzio­ne e l’impegno dei pubblici poteri, la vigilanza di tutte le forze democratiche.

Se qualcuno ha ancora mo­tivo per dubitare sulla nostra caparbietà può andare a rive­dere il contenuto di una in­terrogazione che i parlamentari comunisti hanno presentato mesi fa al Senato ed alla Camera. In questa interroga­zione, tra l’altro, si ricorda di un incontro avvenuto più di cinque anni fa, esattamente l’11 agosto 1976, tra una dele­gazione di parlamentari del PCI ed i ministri dell’Interno Cossiga e della Giustizia Bo­nifacio per informare sulla si­tuazione dell’ordine pubblico ad Arezzo. E già allora in quella sede furono richieste indagini precise su collegamenti tra la Loggia P2 di Li­cio Gelli e le trame eversive di destra e fu messo in evidenza il particolare della magistra­tura aretina, e il modo di fun­zionare del Tribunale di Arez­zo dove sembrava che quanto­meno si sottovalutasse quan­to di grave già allora emerge­va. Quegli interrogativi, quei dubbi, quelle perplessità, quelle denunce, attendono oggi più di ieri una risposta chiara e definitiva.

“L’Unità” 13.01.1982

Gli scritti di D’Alessandro e le valutazioni del giudice Vella sul ruolo dell’avvocato Ghinelli

Nelle sue note di diario il D’Alessandro, con le con­siderazioni sulla sua vicenda egli si protesterà sempre innocente del delitto per il quale venne poi condannato dalla Corte d’Assise di Arezzo a 16 anni di reclusione -, sulla sua condizione personale e familiare, sui suoi studi ed i suoi rapporti sentimentali, registra rifles­sioni stilla vita carceraria, stilla giustizia e sul suo processo ed interessanti descrizioni di personaggi, epi­sodi e situazioni del piccolo universo in cui andava tristemente evolvendo la sua giovane personalità.

Occorre subito rilevare a proposito degli scritti del D’Alessandro che, certa la loro autenticità, non può disconoscersene l’indubbio valore documentario e, quan­to alle osservazioni di ambiente ed ai riferimenti circostanziali di cui sono cospicuamente disseminati, la loro incontestabile validità probatoria. Si opporrà a tale tesi l’osservazione della mancanza di conferma e di ratifica di quegli scritti da parte del loro autore, tuttora latitante; è però questa osser­vazione non pregevole per il rilievo della natura e del­la struttura del procedimento di formazione del libero convincimento del giudice, a costituire il quale pos­sono essere legittimamente assunti tutti quegli elemen­ti di fatto di cui è dato operare un riscontro obbiet­tivo e razionale e della cui utilizzazione sia fornita motivazione logica e persuasiva.

Da quegli scritti si apprende che nel piccolo univer­so carcerario di Arezzo (53 detenuti) il gruppo dei neofascisti aretini godeva di non dissimulata simpatia da parte di elementi del personale di custodia; che ta­luni membri di quel gruppo, pur esaltando l’ideologia cui avevano ispirato le loro imprese di violenza, non disdegna­vano tuttavia contatti con gli avversari politici, favori­ti naturalmente dall’angustia degli ambienti e dalle leg­gi ineludibili della convivenza necessaria; – che i mag­giori esponenti della piccola cellula neofascista erano difesi dall’avv. Ghinelli, all’epoca commissario straordinario della federazione aretina del MSI ed indicato da insospettabili fonti (la De Bellis f. 102 ; il Brogi: f, 34 e 48; il Rossi Giovanni f. 68/r/48) come il nume tutelare del gruppo, il finanziatore dello stesso, il leader carismatico del neofascismo aretino (emerse tali circostanze nel corso della istruttoria del procedimento contro Balistreri ed altri, n. 270/74: f»62/42, venne­ro denunciate dal G.I. di Bologna al PM di Arezzo; ma a questo ufficio non è nota la sorte riservata a quel­la denuncia), avvocato ed uomo politico che di certo godeva di non platonico prestigio nell’ambiente carcera­rio e non, se già il 21 dicembre ‘75 poteva disporre della fotocopia non autenticata dell’ufficio – quindi verosimilmente acquisita favoris gratia — della let­tera diretta alla direzione dell’Espresso dagli evasi D’Alessandro e Fianchini (ff. 60 e 61/42) rinvenuta con gli scritti del D’Alessandro e prodotta all’inizio dell’interrogatorio del Franci da parte di quest’ufficio (f. l/50) – documento costituente corpo di reato o co­munque attinente ad un reato e relativa a due coimputati del Franci che alla immediata conoscenza di quello scritto non era legittimato ad accedere.
A tal riguar­do è opportuno considerare il fatto che mentre l’avv. Ghinelli poteva disporre subito, ed illegittimamente, di quel documento, al giudicante invece che aveva richiesto et pour cause, tutti gli scritti del D’Alessandro in vi­sione per rilevare notizie e riferimenti alla strage dell’Italicus in essi ricorrenti secondo non isolate ed insi­stite notizie di stampa, veniva trasmessa la fotocopia di un solo piccolo brano (8 righi: tratti dal f. 22/56) (il volume delle fotocopie, fasc. 56, conta oltre 380 pagine), nell’assunto che esso contenesse il solo riferimento all’Italicus (di qui ad un istante si rileverà il contra­rio). Solo con l’esplicita e perentorio richiamo al dovere di esibizione di cui all’art. 342 C.P.P., quest’ufficio poté acquisire la necessaria e doverosa conoscenza di tutti quei documenti (ff. 63, 64, 68, 69/42).
E’ certo, per quanto è legittimo desumere dalle sof­ferte pagine del D’Alessandro, che i pupilli dell’avv. Ghinelli ed i gregari del Tuti, dovevano respirare una atmosfera carceraria materiata di particolare comprensione, di quasi compiacente solidarietà, che il D’Alessandro coglie e descrive, anche se talora con punte di non immo­tivato disperato risentimento per la sua condizione evi­dentemente deteriore rispetto a quella dei fascisti.

Sentenza ordinanza G.I. Vella 1980 pag 247-249

Appoggi e coperture dei neofascisti di Arezzo – estratto memoria delle parti civili depositata il 13.07.1983

Ordine Nero era finanziato ed armato dalla massoneria, avendo raccolto tra i suoi aderenti esponenti di A.N. ed accettato idee stragiste finalizzate ad un presunto e forse millantato colpo di stato (vds. testimonianze Affatigato, Spinoso, Tisei, Brogi, Batani).
L’Avv. Ghinelli finanziava il gruppo di Arezzo: Franci, Batani, Cauchi ed anche Tuti secondo Affatigato (vds. testimonianze Brogi, Sanna, De Bellis).
L’avv. Ghinelli chiedeva finanziamenti a Gelli (vds. testimonianza Birindelli).
Il gruppo faceva da scorta a Ghinelli, Birindelli durante i comizi della primavera 1974 (vds. testimonianze Terra­nova, Donati, Bumbaca).
Birindelli, tramite delle richieste di Ghinelli, prendeva soldi da Gelli (vds. testimonianza Rosseti Siro).
Cauchi andava a casa Gelli e prendeva soldi da lui (vds.testimonianze Luongo, Baldini, Gallastroni).
Franci diceva in carcere di conoscere Gelli e di aspet­tarsi il suo aiuto (vds. testimonianza Bumbaca). Esistevano ad Arezzo intrecci di potere che potevano avere provocato l’omicidio del giudice Occorsio, agosto (vds. interrogatorio Franci, Batani), tra P2, SID e magistratura.
Marsili, sostituto procuratore di Arezzo e genere di Gelli, ha indebitamente indagato e forse inquinato le prove relative alla strage dell’Italicus, prospettando a fi­ni di “copertura” l’utilità della frantumazione dei pro­cessi, ha negato la autorizzazione alla intercettazione dell’avv. Ghinelli nel gennaio 1975, ha omesso di verba­lizzare le “confidenze” ricevute da Del Dottore, ha invitato l’imputata Luddi a non rivelare niente di quanto aveva svelato a lui al Dott. Santillo, nel gennaio 75, premettendole e facendole ottenere in cambio la libertà provvisoria ed il proscioglimento dalle accuse più gravi (vds. memoriale D’Alessandro, deposizione Luongo alla Com­missione P2).

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Il nome di Marsili iscritto alla P2 nel 1974 non è stato incluso nella lista trasmessa al G.I. dell’Italicus nel 1977 firmata da Salvini e Gelli, mentre l’imputato Franci nel 1976 era a conoscenza della sua appartenenza alla loggia P2 (vds. liste, testimonianze Rosseti, interrogatorio Franci).
Tuti ha minacciato di morte Franci a motivo delle sue rivelazioni tra i rapporti O.N.-P.2 (vds. testimonianze Murelli, Latini). Sono state omesse perquisizioni a Franci: nel 73 e 75 denunciato dalla moglie perché fabbricava pericolose bombe in casa e poi coinvolto negli attentati di Terontola e Arezzo.
E’ stato taciuto ai giudici di Arezzo e Bologna da parte della squadra politica di quella città della precedente denuncia a carico del Franci e del suo ruolo nel 74 di autista del locale federale del MSI Avv. Ghinelli (vds. rapporto ed allegati Dott. Berardino – articolo stampa incendio auto MSI dotazione Franci nel settembre 1973), dato significativo ai fini della valutazione di colpevo­lezza.
Tuti è stato preavvertito della perquisizione a suo cari­co con quasi 24 ore di anticipo (vds. testimonianza Di Francesco Ennio, esposto Tuti Procura Firenze 25-5.75).
Cauchi è stato preavvertito nel gennaio 75 di un mandato di cattura a suo carico ed il SID ha fatto da tramite con Marsili che ha accettato, al di fuori di ogni logica e di ogni regola di incontrarsi con il latitante. Incon­tro che si dice non avvenuto (per quanto ne sa il SID) per rinuncia di Cauchi (vds. rapporto Casardi).

Estratto memoria parti civili che hanno chiesto la condanna degli imputati (Avv.ti Montorzi, Trombetti, Giampaolo, Filastò, Rossetti, Coliva, Guerini).

“Tuti sconfessa perfino i suoi memoriali e i camerati s’adeguano”

Oggi al processo contro la cellula nera di Arezzo sono stati ascoltati Mario Tuti, il geometra omicida di Empoli e i « gregari » del Fronte  nazionale rivoluzionario: Marino Morelli, 24 anni, Castiglion Fiorentino; Giovanni Gallastroni, 23 anni, ex giocatore di calcio della Castiglionese, ex segretario del Fronte della gioventù e responsabile «cul­turale» per la Val di Chiana della federazione missina, im­putato anche per l’attentato alla Casa del Popolo di Moiano: Luca Donati, l’accompa­gnatore di Augusto Cauchi prima a Rimini e poi in Fran­cia. imputato anch’egli per la bomba di Moiano e in chiu­sura Pietro Morelli, fratello di Marino. Eccetto Tuti che si rifiuta di rispondere alla giustizia italiana, gli altri imputati hanno raccontato la loro « verità ». Si è trattato di una vera e propria sagra delle banalità. Da « Bombardieri neri » si sono trasformati in pastorelli o cercatori di fun­ghi, come il Franci che, va­gando per la campagna are­tina, sostiene di aver rinve­nuto quasi un quintale di esplosivo, di cui una parte (II chili) doveva servire per far saltare la Camera di Com­mercio di Arezzo. L’improvviso cambiamento di rotta è avvenuto dopo l’in­credibile « rimpatriata » del­l’altra notte nel carcere San Benedetto di Arezzo dove gli imputati per gli attentati sulla linea ferroviaria Roma Fi­renze hanno potuto conferire con il « gran capo ». La maggioranza si è trin­cerata dietro i «non ricordo» oppure «se c’ero non ho sen­tito ». La linea di difesa è scaricare tutte le responsa­bilità su Tuti che ha già sulle spalle una condanna all’ergastolo.

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Però, l’ideologo del Fronte nazionale rivoluzionario sta­mane ha chiesto al presi­dente di dare un’occhiata ai memoriali che sono acquisiti agli atti: e ha voluto preci­sare che egli disconosce le prime 13 pagine del memo­riale scritto durante la lati­tanza in Francia, cioè le pa­gine che contengono la descri­zione più minuziosa della se­rie di attentati compiuti nel nostro Paese e precisamente per i due per cui è imputato in questo processo, quello di Incisa Valdarno (Freccia del Sud) e l’ordigno collocato alla stazione di S. Maria Novella a Firenze. Tuti ha scritto che quella bomba venne collo­cata nell’agosto del ’74 fra i binari della stazione fioren­tina insieme ad alcuni volan­tini che furono anche inviati alla stampa. Ora di questa bomba nessuno ha mai tro­vato traccia né la polizia fer­roviaria, né l’Antiterrorismo, né la « politica ». Perchè Tuti oggi nega la paternità di que­ste pagine? A questo punto sarebbe legittimo attendersi dalla Corte di Arezzo per un Tuti già indiziato per l’atten­tato dell’Italicus (4 agosto 1974) un approfondimento pro­cessuale su un episodio che lascia tutti perplessi.

Tuti, non dimentichiamolo, quando ha scritto degli atten­tati di Incisa, di Firenze e degli altri compiuti sulla Fi­renze-Roma era un uomo li­bero, anche se latitante. Il Tuti che oggi ritratta è un ergastolano che non ha nulla da perdere se non il prestigio personale nei confronti dei suoi sette gregari. Resta infine da ipotizzare (non dimen­tichiamo che Santa Maria No­vella era luogo di lavoro di Franci e il 4 agosto prestava servizio in stazione come car­rellista postale, di ritrovo dei soci della cellula nera aretina) che Tuti parlando della bomba dell’agosto ’74 possa riferirsi proprio all’ordigno che collocato sull’ Italicus, provocò, dopo aver lasciato Firenze, la morte di 12 per­sone e il ferimento di 48. Nonostante Tuti disconosca oggi queste pagine scritte nel­la sua inconfondibile calligra­fia, gli interrogativi restano: che il Tuti muovesse Franci e gli altri gregari è ormai assodato. Resta invece la do­manda di sempre: chi attivava il Tuti? Il rifiuto del Tuti a rispon­dere alle domande ha susci­tato vivaci reazioni, da parte dei difensori degli altri impu­tati. Nella discussione è in­tervenuta anche la parte ci­vile. A questo punto l’avvo­cato Oreste Ghinelli difensore dei terroristi se ne è uscito con questa incredibile battu­ta: «Siamo qui a discutere per 50 centimetri di binario!».
Luca Donati nel tentativo di uniformarsi alla linea di di­fesa dei suoi amici è caduto in numerose contraddizioni fra quanto aveva detto in istruttoria e affermato stamani davanti ai giudici popolari.

Donati, quando venne interrogato dal giudice Marsili dichiarò di aver visto a Raggiolo nella casa della nonna della Luddi il mitra e le munizioni che il Franci aveva nascosto e in casa del Tuti le due bombe a mano. Quelle stesse bombe a mano che Tuti, come è noto, afferma, vi furono messe dagli agenti quando castoro si recarono nella sua abitazione di Empoli. Stamane Donati ha ritrattato. Ha confermato di aver visto le armi del Franci mentre per quanto riguarda le bombe del Tuti ha detto che si è trattato « di un equivoco». Anche egli aveva imparato la lezione.

Al termine dell’udienza pomeridiana un epilogo drammatico: testimone, Maurizio Del Dottore, noto giovane missino del Valdarno, è sta­to arrestato in aula per fal­sa testimonianza. Indicato dai fascisti imputati come il confidente della polizia che aveva contribuito in ma­niera determinante alla scoperta della cellula nera di Arezzo e interrogato sulla data dell’incontro che Fran­ci sostiene avvenuto il 22 gennaio 1975. Il teste ha detto di non ricordare il gior­no esatto. Più volte ammo­nito dal presidente e dopo un drammatico confronto con il Franci, che evidente­mente voleva vendicarsi della «soffiata», è stato ar­restato.

Giorgio Sgherri, L’Unità 23.04.1976

“Oltre ogni prova” – Panorama 06.02.1975

Polizia, carabinieri e magistratura conoscevano fin dalla primavera scor­sa quasi tutti i nomi e i precedenti degli eversori neofascisti che ope­ravano in Umbria e in Toscana e che, in un crescendo di attentati, co­minciato il primo gennaio con un’e­splosione che ha fatto saltare un tra­liccio dell’Enel a Pistoia, si propo­nevano di fare una strage, minando, giovedì 23 gennaio, con quindici chi­logrammi di tritolo, l’edificio della Camera di commercio, al centro di Arezzo.

II Fronte. Invece che con quella strage, la catena di violenza si è chiu­sa, venerdì 24 gennaio, con l’agghiac­ciante uccisione del brigadiere di pubblica sicurezza Leonardo Falco e dell’appuntato Giovanni Ceravolo e con il ferimento dell’appuntato Ar­turo Rocca. A compiere il delitto è stato Mario Tuti, 29 anni, geometra, insospettabile impiegato modello del comune di Empoli, uno dei capi de­gli eversori, il solo di cui non si sa­pesse niente.
Notissimo era, invece, Augusto Cauchi, 24 anni, di Cortona, guarda­spalle di Oreste Ghinelli, segretario del Movimento sociale di Arezzo, complice di Tuti e ricercato dalla sera di domenica 26 gennaio. Da un rapporto riservato del nucleo inve­stigativo dei carabinieri di Perugia del 13 maggio dell’anno scorso, 82 giorni prima della strage sul treno Italicus Roma-Monaco (12 morti), risulta che, in una perquisizione a casa di Cauchi, a Verniana di Monte San Savino, era stata sequestrata una carta topografica con tratteggia­to il percorso della linea ferroviaria Firenze-Bologna, proprio il tratto su cui avvenne l’eccidio.

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Tuti e Cauchi facevano parte del Fronte nazionale rivoluzionario, una filiazione di Ordine Nero, l’organizza­zione eversiva neofascista che si è attribuita tutta una serie di atten­tati della primavera scorsa, culmi­nati nella strage di Brescia del 28 maggio (7 morti). Il Fronte aveva architettato anche l’attentato alla Ca­mera di commercio di Arezzo (« Se fosse avvenuto, sarebbe stato un massacro », dice Emilio Santillo, ca­po dell’ispettorato antiterrorismo), previsto inizialmente per il giorno 22. Rinviata di 24 ore, perché gli orga­nizzatori avevano avuto l’impressio­ne, poi rivelatasi giusta, di sentirsi sorvegliati e pedinati, l’azione terro­ristica è stata sventata all’ultimo momento.

Dal 6 gennaio, infatti, Mario Marsili, un giudice toscano di 33 anni, sostituto procuratore della Repubbli­ca ad Arezzo, era sul chi vive. Un macchinista di un treno merci diret­to al Sud aveva notato per caso vici­no a Terontola, sulla linea Firenze- Roma, che 85 centimetri di una ro­taia erano stati divelti e aveva fer­mato il convoglio. Nel giro di due ore venne accertato che i binari era­no stati minati nel corso della notte precedente e che 34 treni avevano corso il rischio di deragliare.

Immediatamente Emilio Santillo e Silvio Santacroce, questore di Arez­zo, puntarono su due obiettivi: sco­prire gli attentatori e individuare il luogo dove veniva tenuto nascosto l’esplosivo. Sedici giorni dopo, a po­chi chilometri da Arezzo, venne tro­vata una santabarbara, contenente 18 chilogrammi di cheddite, un esplo­sivo ad alto potenziale, celata tra le rovine di una chiesetta dissacrata coperta dai rovi.

La sera stessa, era giovedì 23, la polizia sapeva già chi cercare. A col­po sicuro arrestò due persone: Lu­ciano Franci, 28 anni, ex-democri­stiano, ex-missino, autista e anche lui guardaspalle di Oreste Ghinelli, im­piegato alle poste della stazione di Firenze; e Piero Malentacchi, 25 an­ni, esponente di Ordine Nuovo, l’or­ganizzazione estremista di destra messa fuori legge alla fine del 1973.

Due morti. Il giorno dopo venne arrestata Margherita Luddi, amica di Franci, 25 anni. Il sostituto pro­curatore della Repubblica le aveva messo il telefono sotto controllo e scoprì così che la ragazza aveva na­scosto nella soffitta della casa di campagna di sua nonna, sull’Appennino toscano, venti detonatori, al­trettante micce e tre casse di esplo­sivi. Non solo: Marsili venne a sa­pere anche che la Luddi cercava in­sistentemente per telefono un certo Mario, un nome che gli era già stato fatto da Franci nel corso del primo interrogatorio. Al magistrato non ci volle molto per scoprire che si trat­tava di Mario Tuti.

Così nel pomeriggio di venerdì Marsili ordinò la cattura di Tuti e, contemporaneamente, quelle di Ro­berto Giovanni Gallastroni, 22 anni, responsabile della sezione culturale del Movimento sociale nella zona di Montevarchi e capofila dei superstiti di Ordine Nuovo, e di Mario Morel­li, 23 anni, detto il guercio (nella sua casa di Castiglion Fiorentino, vi­cino ad Arezzo, furono poi trovate 2 mila pallottole calibro 9, alcuni ti­mer e carte topografiche delle zone di Orvieto, Perugia e Tuscania).

Per arrestare Tuti, la questura di Empoli mandò a casa sua, in via Boccaccio 26, nel centro della città, tre uomini a bordo di una volante. Giunti sul posto alle 20,30, il briga­diere Falco e l’appuntato Rocca, che conoscevano Tuti da tempo (ci gio­cavano anche a carte), suonarono al­la porta di casa del geometra, men­tre l’appuntato Ceravolo era rimasto in macchina con il motore acceso.

Tuti aprì subito: sua moglie Loret­ta e il figlio Werther, un bambino di due anni, erano a tavola. La mo­glie di Tuti abbassò il volume del te­levisore e il brigadiere Falco mostrò al geometra i mandati di perquisi­zione e di cattura. Per 35 minuti fi­lati, Mario Tuti sciorinò ai due po­liziotti tutte le autorizzazioni per la detenzione di armi. Quando gli ven­ne chiesto se aveva anche il permes­so per tenere in casa bombe a ma­no, uscì dal soggiorno per dire che andava a prenderlo: quando rientrò, impugnava un fucile a ripetizione che spara anche a raffica. Falco ven­ne fulminato per primo, Rocca gra­vemente ferito, Ceravolo che, all’udi­re degli spari, si ei a precipitato per le scale impugnando la pistola, fu ucciso da un’altra raffica.

Fuggito senza giacca, con cinque­mila lire in tasca, Tufi salì a bordo della 128 bianca della moglie. L’au­tomobile venne ritrovata il giorno dopo in via Sarzanese, a Lucca. Ce l’aveva portata Mario Tuti o qual­che complice nell’intento di deviare le indagini? Per ottenere una ri­sposta, gli agenti dell’Antiterrorismo hanno frugato nelle agende di Franci e di Tuti in cerca di qualche in­dirizzo di Lucca. L’unico che hanno trovato è stato quello di Roy Affatigato, un ex-ordinovista passato a Ordine Nero. Precipitatisi a casa di Affatigato, gli agenti sono riusciti solo a sapere che l’estremista era scomparso la mattina di lunedì. Poi, il buio più completo.

Oltre che di Cauchi, i carabinieri avevano già seguito in passato an­che i movimenti di Franci e Gallastroni. Durante le indagini sull’ attentato dinamitardo del 22 aprile 1974 alla casa del popolo di Moiano di Città della Pieve, in provincia di Perugia, avevano perquisito le loro case sequestrando armi, carte topo­grafiche e volantini.

Ma l’attenzione dei carabinieri si era poi spostata su Massimo Batani, 21 anni, responsabile della sede di Arezzo di Ordine Nuovo per tutto il 1973, e rinviato poi a giu­dizio come uno degli esecutori ma­teriali dell’attentato alla casa del popolo (fu arrestato il 6 luglio), di cui Ordine Nero aveva rivendicato la paternità. Era stato proprio Ba­tani a rappresentare i camerati di Arezzo e dintorni al convegno di Cattolica (2-5 marzo 1974), da cui era nato Ordine Nero.

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Individuati. Sotto questa nuova si­gla si erano riuniti in una specie di federazione i bracci armati dei più noti movimenti neri. Tra i con­venuti a Cattolica, una trentina, era­no presenti con sicurezza alcuni fra i più noti esponenti del neofascismo italiano: Clemente Graziani, capo riconosciuto di Ordine Nuovo, at­tualmente latitante, Salvatore Fran­cia, responsabile del settore stampa del movimento, colpito da innume­revoli mandati di cattura, rifugiato in Svizzera (si è trasferito lì in que­sti giorni, dopo essere stato a lungo a Barcellona, in Spagna), Luigi Falica, organizzatore del convegno, se­gretario del circolo bolognese « Il retaggio », famoso ritrovo di neofa­scisti, in carcere a Bologna.

Quando fu chiaro che gli organiz­zatori del nuovo gruppo eversivo erano tutti ex-appartenenti al di­sciolto Ordine Nuovo, Vittorio Occorsio, sostituto procuratore della Repubblica a Roma, aprì, il 2 giu­gno, un’inchiesta che si concluse in 40 giorni con il rinvio a giudizio di 119 persone, accusate di ricostitu­zione del partito fascista. Nella lista degli imputati figura­vano parecchi esponenti del neofa­scismo umbro-toscano. Oltre a Cauchi, Gallastroni e Batani, la lista comprendeva anche i fratelli Euro e Marco Castori, di Perugia, forte­mente sospettati per l’attentato all’ Italicus perché fuggiti in Svizzera all’indomani della strage.

Perfettamente individuata da tem­po, dunque, la cellula eversiva di Arezzo, fatta eccezione per Massimo Batani, che era stato arrestato, ha continuato ad agire indisturbata per mesi. C’è voluta la scoperta dell’attentato alla linea ferroviaria Firenze-Roma del 6 gennaio per smuo­vere finalmente le acque. E solo il duplice delitto commesso da Ma­rio Tuti ha spinto magistratura e Antiterrorismo a intervenire drasticamente, a dare uno scossone agli ambienti della destra extraparla­mentare, rivelando collegamenti a livello nazionale e internazionale fi­nora insospettati e collusioni espli­cite tra gli eversori di estrema de­stra e il Movimento sociale.

Dal Msi. « Gli arrestati di Arezzo non solo provenivano tutti dalle fi­le del Movimento sociale, ma alcuni ne facevano ancora parte », ammette apertamente Santillo. E lo stesso Occorsio, che ha indagato a livello nazionale sull’attività degli ordinovisti, ha confermato a Panorama: « Ad Arezzo estremismo eversivo e Movimento sociale si identificano e si confondono ».

Anche Mario Calamari, procurato­re generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Firenze, noto per le sue tendenze conservatrici, ha sottolineato con vigore le responsabilità della cellula eversiva di estre­ma destra assicurando che i respon­sabili saranno perseguiti col massi­mo rigore. « Ci auguriamo di essere a una svolta radicale nella lotta all’ever­sione politica nel paese, alla eversione di destra quale essa è, come sta a testimoniare la documentazio­ne finora raccolta », ha detto il mi­nistro dell’Interno, Luigi Gui. All’Antiterrorismo preannunciano gior­nate calde, scandite da una selva di mandati di cattura. « Andrò fino in fondo », confida Mario Marsili, il magistrato che conduce l’inchiesta.

C’è tuttavia chi di fronte a questa vampata di antifascismo, manifesta qualche perplessità. « Non si può di­fendere la democrazia con strumenti fascisti », ha dichiarato a Panorama Marco Ramat, pretore a Firenze, se­gretario di Magistratura democrati­ca, la corrente più avanzata della magistratura (650 aderenti su circa 6 mila magistrati). « La magistratura deve resistere alla tentazione di far­si influenzare dalle proposte di Fanfani sull’ordine pubblico ». Perples­sità di ordine completamente diver­so, ma anche più gravi e assillanti, nascono dal fatto che, proprio men­tre si verificavano i tragici fatti di Empoli, altri magistrati, in procedi­menti diversi, abbiano preso deci­sioni che lasciano perlomeno dub­biosi sulla autentica volontà di farla finita con le trame nere.

Note a tutti. In Toscana, per esem­pio, ha suscitato particolare stupore la notizia del rinvio sine die del pro­cesso contro i 119 ordinovisti ia cor­so davanti al tribunale di Roma. Il presidente Giuseppe Volpari ha sta­bilito che il processo non potrà es­sere ripreso « fino a che negli altri procedimenti penali attualmente pendenti a carico degli imputati sia pronunciata sentenza non più sog­getta ad impugnazione ». « Se ne parlerà fra due se­coli! », ha commentato il pubblico ministero Vitto­rio Occorsio, visto che i procedimenti pendenti a carico degli imputati so­no ben 44.
« Se i fascisti di Arez­zo fossero stati in gale­ra non sarebbe successo niente. Noi di denunce ne abbiamo fatte tante. Sa­rebbe bastato che polizia e carabinieri li tenessero a bada e non saremmo arrivati a questo punto », dice Giorgio Bondi, se­gretario provinciale del partito comunista di Arezzo, convinto anche lui che « tra eversori e mis­sini non esiste una linea di demarcazione ».
Ad Arezzo le attività dei fascisti erano note a tut­ti. I più attivi si riuniva­no in un bar accanto al­la sede della federazione missina. Alcuni giravano armati, altri si erano com­prati un cane lupo « da difesa », molti frequenta­vano palestre e il poligo­no di tiro (solo per pistole). Alla fine del 1973, quando furono costretti a chiudere la sede di Ordine Nuovo, in via Pescioni 43, i fascisti occuparono per qual­che giorno i portici di corso Italia. Ci furono risse a non finire, mi­nacce e violenze di ogni genere non si contarono più.

L’iniziativa più recente è stata quella di costituire un gruppo di « radioamatori ». Uno di questi era Luciano Franci, ma l’apparecchia­tura più sofisticata sembra essere quella di Giovanni Rossi, un insospettabile professore di matemati­ca e fisica dell’istituto tecnico di Arezzo, dichiaratamente missino. Considerato una specie di eminen­za grigia, Rossi non è mai uscito allo scoperto, se non il 12 novembre 1973, quando, davanti al Supercinema di via Garibaldi, minacciò con una pistola Sergio Nenci, detto Cico, militante del partito comuni­sta. Rossi naturalmente fu denuncia­to ma la cosa non ebbe seguito.

Amico di Franci e Gallatroni, Ros­si era solito incontrarli passeggian­do per il corso Italia. « La sua era una sezione peripatetica del Movi­mento sociale », dice un aderente di Lotta Continua. Adesso, ad Arezzo, Rossi si vede poco. Il giorno dopo l’uccisione dei due sottufficiali di pubblica sicurezza, il professore ha chiesto tre mesi di congedo a scuola. C’è chi dice che viaggiava molto per la Toscana, in particolare tra Empoli e Arezzo. Conosceva Tuti? Santillo non dice di no. Ammette che l’An­titerrorismo sta controllando ad Arezzo i movimenti di tre o quat­tro personaggi ritenuti finora inso­spettabili.

L’ingente quantità di armi che si teneva in casa, l’apparente rispet­tabilità ostentata per anni da Tuti, le coperture che sicuramente ha avuto nella fuga, la ferocia con cui ha sparato contro i tre uomini del­la pubblica sicurezza che erano andati ad arrestarlo, sono la pro­va da una parte che la cellula ever­siva era bene organizzata e godeva di protezioni e dall’altra che Tuti era un anello importante della ca­tena neofascista, pronto a tutto pur di non essere costretto a parlare. Santillo è convinto che Tuti sape­va un mucchio di cose e che proba­bilmente aveva da tempo respon­sabilità ben più gravi di quelle che di fatto gli si possono attribuire (la detenzione delle armi) o forte­mente sospettare (la loro fornitura alle cellule eversive).

Una confidenza. Tuti era già cono­sciuto dalla polizia fin da quando viveva a Pisa e partecipava alle azio­ni squadristiche dei fascisti all’uni­versità. Poi si sposò e si stabilì a Empoli con tutte le carte in regola e la fama di impiegato modello, riu­scendo persino a farsi assumere dal Comune a maggioranza comu­nista. Alla vigilia del delitto, in­contrando un amico, gli confidò che forse non sarebbe mai più tor­nato a lavorare al suo tavolo da geometra. È stata questa circostanza, naturalmente, a far sorgere il sospetto che l’irreprensibile impie­gato stesse per prendere una decisione che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita.

Si saprà mai che cosa Tuti avreb­be potuto dire? C’è già chi prevede che non lo si ritroverà vivo e che farà la fine di Giancarlo Esposti, giovane fascista, radioamatore, uc­ciso, la primavera scorsa, in circostanze oscure a Pian del Rascino, vicino a Rieti, o di Armando Calzo­lari, il neofascista esperto nuotato­re che « affogò » in una pozza d’ac­qua di pochi centimetri alla perife­ria di Roma nel gennaio 1970, o di Silvio Ferrari, un neofascista saltato in aria con la sua moto, pochi gior­ni prima della strage di Brescia: è ormai accertato che il suo non fu un incidente. Qualcuno aveva re­golato la sua morte all’ora X, le 3,05 del 19 maggio 1974. Ci sarà un’ ora X anche per Tuti?

Panorama 06.02.1975

Mauro Tomei – dichiarazioni 21.01.1985

Intendo rispondere.
Si dà atto a questo punto che il GI inizialmente riceve dal Tomei una indicazione incompleta sulla procedibilità a carico di esso Tomei per fatti precedenti una sua estradizione dalla Francia, che il Tomei si riserva di chiarire con i suoi legali se debba rispondere alle domande e soprattutto se possa essere processato in presenza di questo problema dell’ estradizione. L’ avvocato Ghinelli Oreste invita il Tomei ad andare avanti con tutta tranquillita’.

A questo punto il GI chiede al Tomei se abbia visto insieme ad altri anche l’ Affatigato nei dieci giorni precedente l’arresto e se l’ Affatigato abbia accennato se pure minimamente a parte del contenuto del suo interrogatorio da parte del GI.
Tomei risponde: no, perche’ non vedo Affatigato da due o tre mesi circa e sicuramente non lo vedo da prima di Natale.

Adr: e’ vero che prima degli arresti abbiamo fatto delle ricerche anche in biblioteca e siamo andati a leggere vecchi giornali. Queste cose le ho fatte con Pera, l’ ho fatto soprattutto perche’ nella comunicazione giudiziaria che ho avuto a suo tempo c’ era una data precisa del 1981 e non avevo notizie di cosa fosse accaduto all’ epoca.

A questo punto il GI chiarisce all’ imputato che gli verranno rivolte delle domande su fatti per cui Tomei può essere stato interrogato e processato anche cento volte ma questa volta le domande riguardano un quadro generale diverso, soprattutto il GI fa presente all’ imputato che il principale oggetto di questo processo riguarda quattro attentati a binari ferroviari che sono accaduti rispettivamente l’aprile ‘74, l’aprile ‘75, il settembre ‘78, l’agosto ‘83.

Si da’ atto che mentre il GI inizia a chiarire questo discorso con l’imputato e gli fornisce un foglio su cui prendere appunti, l’avvocato Ghinelli chiede di intervenire, avuta la facolta’ l’ avv. Ghinelli anticipa di avere intenzione di produrre una documentazione che dimostri che sia indispensabile indirizzare le indagini non solo contro la destra. Il GI nell’ accettare qualunque produzione che naturalmente sia rivolta al suo ufficio non ritiene di dover pubblicizzare le indagini gia’ in corso di esecuzione.
L’ avvocato Ghinelli fa esplicito riferimento all’ esistenza di un Pratesi di Pistoia che non c’ entra nulla con Pratesi di Arezzo e spiega che questo Pratesi di Pistoia e’ stato processato per detenzione di esplosivo ed arrestato il 19.04.74 e che questo Pratesi di Pistoia appartiene alla cosiddetta sinistra.

Il GI fa presente che gli atti del Pratesi di Pistoia sono gia’ allegati al processo e che non accetta che si dica che il GI non ha fatto e soprattutto il GI pretende che in questo processo non ci siano riferimenti se non topografici ad ideologie o a partiti di nessun tipo e di nessun genere e comunque il GI invita l’ avv. Ghinelli ad esperire dovunque e comunque i rimedi giuridici che riterra’ necessari.

Adr: prendo atto che il GI mi contesta che da piu’ fonti emerge che nel gennaio ‘75 consumato il duplice omicidio di Empoli Tuti si rifugio’ a Lucca e passo’ dall’ abitazione del nonno di Pera e da li’ col Pera e con l’ Affatigato fu portato in casa di Giovannoli, ma il GI mi fa presente che sia prima che della fuga di Tuti e dopo questa fuga fra Tuti e il gruppo di Lucca vi fu un rapporto di dare e avere per decine di chili di esplosivo di cui si sono perse le tracce, il tutto da ricollegarsi all’attentato dell’aprile 75 per il quale Tuti è stato rinviato a giudizio precisandosi che si tratta dell’ attentato a Incisa.

Prendo altresi’ atto che il GI mi fa presente che vengo accusato di essermi intromesso nella protezione di Tuti e quindi di essermi inserito nella destinazione dell’ esplosivo. Non e’ vero nulla in quel periodo io non facevo parte di nessun gruppo, non so nulla della protezione di Tuti; dalla famiglia di Affatigato e magari dalla sorellina che andava a scuola con mia figlia mi fu chiesto di aiutare l’ Affatigato, io lo feci per spirito di umanita’ perche’ si trattava di un ragazzino ed ero sicuro che non aveva fatto nulla al di la’ di qualcosa di nessun conto e di nessun valore.
E’ vero che mi attivai con Pugliese Peppino a Roma per procurare documenti all’ Affatigato essenzialmente pero’ io con Pugliese parlai per avere un consiglio anche perche’ nessuno poteva pensare che l’Affatigato stava con il Tuti. Pugliese l’ avevo visto poco tempo prima e sicuramente prima del 25.12.75, certamente prima del dicembre ‘74 fui avvicinato con insistenza dal dr Ioele della questura di Lucca che mi chiese che cosa pensavo io degli attentati e siccome io non sapevo neanche che dire mi chiese di andare a Roma per vedere cosa ne pensava i vecchi ambienti ordinovisti. A Roma il Graziani non c’ era piu’ da tempo ed i familiari mi indirizzarono da Pugliese che mi disse che Ordine Nuovo aveva una sua battaglia ideologica da sostenere e non c’ entrava assolutamente con nulla e invece potevano essere gente di estrema sinistra.

Adr: e’ vero che verso la fine del 1975 a Bastia in Corsica io ho visto tanto Graziani quanto Affatigato, anzi Affatigato era arrivato in Corsica perche’ avuto il mio recapito dei parenti, mi telefono’da Marsiglia che arrivava ad Ajaccio. Graziani caccio’ via Affatigato perche’ disse che io non c’ entravo con la storia di Tuti e che Marco c’ entrava e se ci vedevano ci sapevano insieme, potevano mettere in mezzo anche me che non c’ entravo niente.

A questo punto il GI dà atto che mentre dettava queste parole e’ intervenuto l’ avv. Ghinelli dicendo che il Tomei stava dicendo che nel pensiero di Graziani Affatigato poteva entrare con Tuti.
Il GI invita l’ avv Ghinelli ad attendere che la verbalizzazione si esaurisca prima di interloquire.
Il GI dà atto che l’ avv Ghinelli si rivolge al Tomei e gli dice di non preoccuparsi perche’ prima di firmare potra’ sempre far scrivere che non ha mai detto che Affatigato c’entra e invece ha detto tu puoi entrare.
A questo punto il GI ritenuto che in questa maniera l’avv. Ghinelli avanza dubbi sulla integrita’ della verbalizzazione e soprattutto sulla genuinità di quanto il GI detta, ordina che l’ avv. Ghinelli venga allontanato dal luogo ove si svolge l’ interrogatorio.
Prima di allontanarsi l’ avv. Ghinelli avuto nell’ assenso del GI personalmente detta a verbale quanto segue:
L’avv Ghinelli intanto fa presente che la cancelliera deve attingere direttamente dalle dichiarazioni dell’ interrogatorio e ove queste siano di difficile interpretazione puo’ attendere la verbalizzazione come dettata dal GI. Fa altresi’ presente che la rilettura dei verbali e’ un diritto inomettibile dell’interrogando per cui ove sussista frase non ritenuta sua puo’ chiederne ovviamente la modifica. Ritiene in fondo che in un processo di questa portata e con le imputazioni che ci stanno dietro, l’allontanamento del difensore sia quanto mai grave, e chiede di essere riammesso subito ad assistere all’ interrogatorio del Tomei quale avvocato di fiducia.
L’ avv Ghinelli ove l’ interpretazione del dr Minna sia a rispondente ad una verita’ seppur apparente, chiede scusa dell’equivoco.
A questo punto il GI preso atto che si tratta di malintesi sull’andamento della verbalizzazione dispone riammettersi la presenza dell’ avvocato Ghinelli a scanso di equivoci pero’ il GI invita i difensori a preparare tutte le domande che intendono opportune ma non interrompere la verbalizzazione.

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Proseguendo nella verbalizzazione si da atto che il Tomei dichiara:

Ribadisco che con le affermazioni del dr Ioele io non c’ entro nulla, ricordo che il Graziani era arrabbiato e rimprovero’ l’ Affatigato perche’ c’ erano dei pazzi che andavano in giro anzi era arrabbiato per conto suo e disse che c’ erano persino dei pazzi che andavano in giro e avevano creato a Lucca il gruppo Graziani clemente mentre lui era ancora vivo e si trattava di roba da manicomio. Graziani disse che il fatto Tuti aveva rovinato anni di lavoro ideologico e una battaglia solo ideologica che doveva continuare attraverso il giornale.

C’ era anche il problema dell’ appello del processo di Ordine Nuovo a Roma dove in teoria potevano essere assolti, Graziani si lamentò infine perche’ c’ erano persone che davano presente in Italia in un periodo di tempo in cui lui gia’ da parecchio si trovava in Grecia. Gia’ prima che Affatigato venisse in Corsica io ero stato avvicinato da due persone di ordine nuovo che non conoscevo le quali mi avevano chiesto che cosa sapevo della vicenda Tuti e dell’ ipotetico gruppo di Tuti; loro mi chiesero queste cose con tono d’ accusa perche’ tu sei toscano e queste cose le devi sapere. Io risposi invece che non sapevo nulla e non avevo mai visto Tuti. Due mesi dopo le stesse persone mi telefonarono scusandosi.
E’ vero che come ho gia’ detto al dibattimento del processo Italicus che presso anzi il GI mi ha capito male perche’ io queste cose l’ ho dette al dr Vigna e cioe’ che presso un avvocato in Francia c’ e’ un foglio che e’ la fotocopia che io riuscii a sottrarre a due di Ordine Nuovo mentre eravamo a pranzo rimettendo l’ originale fra le loro carte, si tratta di un foglio a firma Affatigato che io con la storia di Tuti io non c’ entro nulla, l’ indirizzo di questo avvocato io lo avevo nella casa di Bastia dove durante la detenzione in Francia mi sono spariti pure i mobili. Non e’ vero che nel maggio ‘77 io tornai in liberta’ dopo che Affatigato era stato scarcerato, non e’ vero che nel maggio ‘77 ci fu una lite o una discussione comunque in momenti diversi e fra poche persone alla volta fra me Mennucci, Catola, Lamberti, Pera e Affatigato sull’esplosivo e sulle armi del Tuti scomparse come mi ha contestato il GI nel gennaio ‘75.
Di queste cose non ho mai sentito parlare. Con Pera ho avuto delle discussioni dopo il 1978 quando rientrai nel Msi dove io e lui ci siamo trovati come cane e gatto. Prima del 1978 e prima di rientrare nel Msi io non conoscevo anzi mi sono espresso male e devo dire che prima del 1978 io frequentavo, anzi nel 1972 Pera mi accolse in malo modo davanti il liceo scientifico perche’ io avevo materiale di Ordine Nuovo.

Adr: prendo atto che il GI mi contesta che Affatigato ha affermato che nel 1974 il gruppo di Lucca si organizzo’ secondo lo schema delle triadi come Fronte di Liberazione Nazionale algerino, queste sono solo fantasie. Si da atto che verso la parte finale della verbalizzazione sopraggiunge l’ avv Martinelli Lucio di Lucca.

A domanda dell’ avv Martinelli l’ imputato dichiara:
Quando sono stato processato per favoreggiamento di Tuti, io ho capito anzi letto nel memoriale di Tuti che Tuti affermava che a Lucca nel gruppo di ordine nuovo si era creato un gruppo separato, io di quest’ altro gruppo non ho mai saputo nulla perche’ ordine nuovo era sciolto dal novembre ‘73, questo particolare del memoriale di Tuti mi incuriosi’ ma pensai ad una fantasia.

Si dà atto che a questo punto nell’ aver avuto l’ assenso dal GI l’ avv. Ghinelli precisa che l’ arresto del Pratesi di Pistoia e’ avvenuto nell’ anno 1975 e non nell’ anno 1974, inoltre fa presente che gli attentati cui si riferisce l’ interrogatorio o sono degli ultimissimi giorni del dicembre ‘74 o del gennaio ‘75 e che l’ affare Tuti scoppia il 27.01.75, per cui le domande di Graziani clemente riferite al Tuti non possono che essere successive all’episodio di Empoli posto che prima il Tuti era assolutamente sconosciuto; fa infine osservare che l’ attentato di Vaiano puo’ avere come matrice quella gia’ indicata nella persona di Pratesi Roberto di Tizzana Pistoia.

Si dà atto che alla rilettura del verbale l’ imputato riferendosi alle ultime righe di pagina 4 precisa che Graziani disse che c’ erano persone che presentavano uno col suo nome nel periodo in cui lui era in Grecia e anche per Saccucci facevano la stessa cosa.

L.c.s. ­