“Gelli condiziona un altro teste” – La Repubblica 02.11.1993

Licio Gelli aveva ottenuto la ritrattazione dall’ ex segretaria e amante che per anni è stata anche la sua più implacabile accusatrice. Una indiscrezione scuote il processo per la strage di Bologna, nel quale il maestro venerabile è imputato di calunnia pluriaggravata nell’ ambito del depistaggio delle indagini. Ora Gelli è di nuovo sotto inchiesta con l’ accusa di avere esercitato pressioni su un testimone d’ accusa. Giovedì scorso durante una perquisizione a Villa Wanda sarebbe infatti spuntata una lettera-voltafaccia di Nara Lazzerini, l’ ex segretaria. Gelli sarebbe stato intenzionato ad utilizzarne solo alcune parti nelle quali la donna sostiene di essere stata pilotata dai giudici bolognesi nelle sue dichiarazioni a carico del Venerabile. Lazzerini ha già testimoniato in questo senso nei precedenti processi di primo e di secondo grado che per Gelli si sono risolti con una condanna ed un’ assoluzione. In particolare, parlò agli inquirenti dei rapporti fra il capo della P2 e i servizi segreti, citando Francesco Pazienza e Stefano Delle Chiaie. Raccontò di visite eccellenti alle quali assistette, celata da una tenda bianca nell’ anticamera della suite numero 127 dove Gelli soggiornava all’ hotel Excelsior a Roma. Visite di Andreotti, Fanfani e Forlani. “Il giorno del rapimento Moro – ha detto Lazzerini – Gelli si incontrò con qualcuno. Sentii che disse ‘ Il più è fatto’ “. Una recente intercettazione telefonica ha consentito inoltre di registrare una significativa frase di Gelli: “Abbiamo per le mani un nuovo Montorzi”. Montorzi è l’ ex avvocato di parte civile che alla vigilia del processo d’ appello conclusosi poi con numerose assoluzioni, si dimise in polemica con presunte pressioni che ci sarebbero state sui giudici da parte del Pci. La Lazzerini è stata messa a confronto dal giudice Grassi con la nobildonna bolognese Tina Soncini, amica di Gelli.

Protezioni dei neofascisti di Arezzo – Sentenza Appello Italicus 1986

(…) è risultato come all’epoca la massoneria – ed in particolare la loggia P 2 – fosse ben presente negli ambienti giudiziari della Polizia e dei Carabinieri di Arezzo. Alcuni questori, il col. Tuminello, comandante del gruppo Carabinieri, due sostituti procuratori del­la Repubblica, fra cui il dott. Marsili, genero di Licio Gelli.

Può ritenersi altresì verosimile che gli estremisti di destra usciti dal M.S.I., ma non dall’am­biente che gli gravitava attorno (si vedano al ri­guardo le lucide ed attendibilissime dichiarazioni del Brogi circa le caratteristiche del neofascismo aretino, in contrapposizione a quelle del corrispondente ambiente fiorentino: Vol.B, interrogatorio del 9.1.1986 al G.I. di Bologna) godessero di appoggi e protezioni presso le forze dell’ordine e fors’an­che in ambienti giudiziari. E’ certo che il Franci fruì di una notevole benevolenza: la denuncia di una vicina di casa su un fatto non certo banale come la fabbricazione di “pericolose bombe” rimase lettera morta perché -palleg­giandosi le responsabilità Questura e Procura della Repubblica – sta di fatto che l’abitazione del Fran­ci non venne perquisita. Lo stesso accadde dopo l’arresto del 23.1.1975, quando la scoperta di armi ed esplosivo presso la Luddi avrebbe dovuto far supporre che anche l’abitazione del Franci potesse contenere almeno materiale utile alle indagini.

Vi sono poi i precisi riferimenti del Brogi al­le protezioni di cui il Cauchi godeva presso i Cara­binieri, rese verosimili sia dai pacifici rapporti dello stesso Cauchi con un agente del SID, sia dalla possibilità che gli fu data di sottrarsi all’esecu­zione dell’ordine di cattura spiccato a suo carico subito dopo l’arresto del Franci e del Malentacchi. Del resto lo stesso Tuti fu avvertito della prossima cattura da una misteriosa telefonata not­turna, si che non par dubbio che l’intero gruppo godesse di appoggi, aiuti e vere e proprie complicità nell’ambiente ruotante attorno alla Procura della Repubblica di Arezzo.

Sentenza di Appello processo Italicus 1986 Pag. 430-431

Giuseppe Zupo arringa 04.04.1991- seconda parte

… Facciamo un passo indietro è il 15 ottobre del ’79 è già scoppiato lo scandalo a cui abbiamo accennato dell’appalto delle sei scuole, 15 ottobre ’79 ancora vivo Mattarella, lo scandalo dell’appalto delle sei scuole a sei ditte apparentemente diverse ma tutte riconducibili agli stessi personaggi di grossa caratura mafiosa. Sei ditte, un unico progetto per ogni scuola, gli altri invitati e partecipanti si sono squagliati come nebbia, il resto è stato un gioco da ragazzi, un gioco obbligato, le sei ditte hanno avuto aggiudicati i sei appalti. Mattarella fa cosa inusitata: dispone una ispezione della presidenza della giunta regionale sulla irregolarità di quegli atti che sono atti del Comune di Palermo.

.. Costa il 15 ottobre ’79 firma lui personalmente, vedete il promemoria Pizzuti, una nota che dispone le indagini su quelle ditte nelle quali compaiono, quali nomi ? quelli di Rosario Spatola, Salvatore Inzerillo classe 44, Gambino. La Guardia di Finanza è chiamata ad operare su quel filone nel corso delle indagini si fa una scoperta delicata, assai delicata: presso la ditta, guardate un po’, Vincenzo Spatola, un nome che abbiamo già sentito collegata ai Rosario Spatola e ad altri, vengono sequestrati documenti originali del Comune di Palermo, lo abbiamo risentito anche in udienza; non dovrebbero stare lì, dovrebbero essere custoditi negli uffici comunali e invece lì si trova nelle mani degli Spatola.

La scoperta e le indagini metteranno capo il 21 marzo dell’80 a una denuncia della stessa Guardia di Finanza a carico di Pietro Lorello, Vincenzo Spatola ed altri per interesse privato in atti di ufficio, lo ha detto Pascucci in dibattimento vedremo poi chi erano questi signori.

Poco dopo questi fatti, il 6 gennaio dell’80 Mattarella viene assassinato. Ma è possibile, è così evidente mah ! va beh ! il 9 gennaio ’80, sono passati tre giorni, nell’ambito delle indagini per l’omicidio del Presidente della Regione, il dr. Grasso, incaricato dal Procuratore Costa, contatta la signora Trizzino, capo gabinetto della presidenza della Regione, cioè di Mattarella, chiedendo ulteriori informazioni sulle sei scuole e dando per imminente la convocazione dell’ispettore Mignosi che è quello che ha fatto l’ispezione. Il 12 gennaio, poco giorni dopo, Mignosi su consiglio dell’avvocato Sciortino… va dal Procuratore generale Viola per collaborare, offrire la sua collaborazione con la giustizia, sono parole testuali su quelle circostanze che egli ritiene assai importanti ai fini dell’individuazione del movente dell’omicidio Mattarella.

.. Viola gli dice che su quelle indagini è venuto in urto con Costa, guardate bene, e quindi non per rispetto ma per ripicca è, come nota all’evidenza anche Mignosi, per paura si chiama fuori, io non c’entro gli dice; come si vede poi in fin dei conti Croce e Sciacchitano erano in buona, anzi eccellente compagnia.

Ma se Viola si chiama fuori Costa invece, vedete i caratteri, va più in fondo perché sente che lì è un punto nevralgico sul quale operare mettendo a nudo la trama intricata degli interessi, seguendo il loro dipanarsi dai punti bassi della mafia dei quartieri, agli uffici delle amministrazioni, delle banche, dei boss politici locali e delle loro cordate e da questi più su nelle stanze di cristallo ..perché noi parliamo non dei sei appalti per i sei appalti, non si muore per sei appalti ma per ciò che i sei appalti dicono, per il mondo che sta dietro, per i fili che da quella piccola indagine, tutto sommato, si dipartivano verso su.

Egli in persona il Procuratore capo l’uno febbraio .. convoca Pascucci che è il comandate del Nucleo di Polizia Tributaria “con riferimento alle indagine relative all’omicidio Mattarella” davanti a Grasso, Costa prospetta a Pascucci.. la necessità del controllo di ditte invischiate in attività illecite tra cui quelle di Spatola Rosario. Non viene fatta, dice Pascucci, alcuna precisa puntualizzazione in quanto Costa gli dice che le specificazioni le avrebbe fatte successivamente Grasso, vedete anche il rispetto dell’autonomia. Pascucci constata che sulle stesse ditte sta indagando anche la Questura il capo della mobile De Luca gli chiede la collaborazione di sei sottoufficiali, Grasso intanto effettua alcune perquisizioni presso varie ditte, Pascucci in dibattimento. Questi passaggi collimano perfettamente con quanto detto da Immordino sia al Consiglio Superiore della Magistratura che in dibattimento, ha detto Immordino al Consiglio Superiore della Magistratura: – in quel momento si facevano le indagini per Mattarella e ci fu il caso di Spatola, lì ci fu l’impegno massimo specialmente per il lato finanziario, bancario etc. e vennero fuori altri collegamenti con impresari vari, insomma ci furono indagini attive-, dice Immordino e in dibattimento ha aggiunto cose assai interessanti, assai interessanti, sentiamolo: –

Nel rapporto dei 55 noi svolgemmo delle indagini che però necessariamente furono limitate all’aspetto societario, avvertimmo anche la necessità di indagini finanziarie e bancarie ed urtammo contro un muro, ritenemmo necessario quindi parlarne all’autorità giudiziaria. Il dr. Costa al quale ne parlammo era ben consapevole del problema e ne intuiva l’esatta portata – la portata è la capacità del proiettile di arrivare a destinazione signor Presidente – e ne intuiva la esatta portata così come del resto il nostro funzionario dr. Boris Giuliano che forse proprio per questo venne ucciso – .. La Finanza fin dove poté arrivare, dice Immordino, arrivò e dopo attendemmo l’impulso dell’autorità giudiziaria… Immordino aveva detto al Consiglio superiore: – a proposito mi venne spesso qualche perplessità, questi rapporti morivano lungo l’iter giudiziario da qui la visita a Costa, i colloqui sulle due fronde interne alla Questura e al palazzo di giustizia, la necessità del fronte unico con lui e con Chinnici – Ma ecco la novità Costa, l’impulso dell’autorità giudiziaria a dare un pugno a quel muro e a sfondarlo viene, cosa che nessun altro procuratore prima aveva fatto, viene preciso, autorevole, paziente ma senza nulla concedere alla necessità di raggiungere in tempi ragionevoli l’obiettivo. Infatti… l’11 febbraio Costa, è sempre lui in persona.. riconvoca Pascucci .. alla presenza di Grasso rispetto dell’autonomia. Si concorda.. sulla necessità che date indagini bancarie e similari fossero richieste direttamente da Grasso e affidate alla Guardia di Finanza, perché la Guardia di Finanza ha bisogno della cuspide dell’autorità giudiziaria per poter penetrare il muro e sfondarlo.

… Pascucci, ed è questo l’essenziale, capisce che Grasso sostituto non è solo, questo è il dato saliente, che quella è la volontà innanzitutto del capo della Procura e che gli ordini che gli verranno dal sostituto scendono per li rami. E certo questo via vai per la stanza del Procuratore, di quel Procuratore, di personaggi come il Questore il Comandante del Nucleo di polizia tributaria, Grasso che ha l’inchiesta Mattarella, forse Chinnici con il quale alcuni incontri avvenivano anche nell’ascensore bloccato tra piano e piano, non deve essere sfuggito ai molti che nel Palazzo vivono di pettegolezzo ed anche a qualcuno che quei pettegolezzi sapeva ben decifrare per conto degli ambienti politico-criminali, e coglieva tutta la estrema pericolosità di questo via vai, di quanto stava accadendo. Non vi è altra spiegazione infatti a un episodio ben preciso, l’episodio della minaccia.. alla moglie del colonnello Pascucci.

… Una voce alle spalle, per strada, una persona che le intima di non voltarsi e dice: signora raccomandi al comandante di non approfondire troppo le indagini in corso.

… Le indagini in corso, almeno quelle di rilievo erano, come ha detto l’ufficiale della Guardia di Finanza, quelle demandate fin dall’ottobre ’79 da Costa sulle sei ditte … vi è un particolare impressionante e rivelatore insieme in questa minaccia badate bene chi minacciava la moglie del colonnello Pascucci a quel modo, con quelle parole aveva, sebbene con opposte intenzioni, la stessa vivissima preoccupazione di Costa: l’approfondimento delle indagini.

… ma Pascucci che è un ufficiale tutto di un pezzo non disarma .. e infatti a marzo, il 21 marzo la Guardia di Finanza malgrado le minacce, inoltra un primo rapporto con cui denuncia per concorso in interesse privato, in atti d’ufficio Pietro Lorello, Vincenzo Spatola, Giuseppe Giordano e Giovanni Schemmari in relazione alla costruzione di una palestra ipsia. Chi erano questi signori ?

Pietro Lorello era assessore ai lavori pubblici del Comune di Palermo …Vincenzo Spatola l’altro denunciato è esattamente il mafioso che viene catturato il 9 ottobre ’79 mentre va dall’avvocato Guzzi a recapitare una delle lettere del sequestrato Michele Sindona, lettere che, come abbiamo già notato, erano intese a minacciare e ricattare settori politici ed economici da cui ci si aspetta sostanziosi interventi di pubblico denaro.

… Gli altri erano personaggi minori di questo rapporto denuncia, funzionari del Comune di Palermo. Maggio, giugno ’80 sono i mesi.. sono i mesi in cui dalla Questura arriva il ciclone del rapporto Immordino … e dei problemi che ne seguirono, è chiaro che questa iniziativa ha gettato un bel po’ di scompiglio sul percorso metodico e silenzioso di Costa. Immordino e la Questura vanno avanti con la fanfara dei giornali.. Costa li sostiene anche se questo gli crea una marea di problemi perché lui indagava secondo il suo metodo, in silenzio, avendo già convocato Pascucci e in silenzio chi lo seguiva aveva minacciato Pascucci … Si è perso forse del tempo dunque e altro tempo si perde nell’aspettare inutilmente l’esito delle indagini che sullo stesso filone stava eseguendo, come sappiamo, anche la Questura. Dice infatti Grasso al pubblico ministero di Catania: – dopo avere esaurito tutte le possibili indagini a mezzo della Questura e dei Carabinieri nei confronti delle ditte in questione – vedete hanno compulsato quei due settori lì – con il dr. Costa concordammo di affidare alla Guardia di Finanza specifici accertamenti sulle medesime ditte e sul loro movimento di capitali. Sul loro movimento di capitali, dichiarazione che collima con quella resa dalla signora Rita Bartoli Costa il 21 aprile ’83 al giudice istruttore dalla quale apprendiamo particolari di grande interesse: – mio marito era di solito riservato – e l’abbiamo visto – riservato riguardo alla sua attività d’ufficio tanto che posso dire che in 36 anni di vita coniugale mai mi aveva parlato di affari di ufficio … mi rimase perciò molto impresso quanto egli mi disse in un giorno della prima quindicina di luglio ..tanto più che non eravamo soli ma vi era anche la presenza di un cugino di mio marito, Aldo Costa giornalista de L’Ora … Mio marito mi disse precisamente che aveva chiesto ripetutamente alla polizia un rapporto relativo ai sei appalti per la costruzione di scuole e sulle sei società che si erano aggiudicate gli stessi ai fini di conoscere chi stesse dietro il paravento di queste società – aggiunse che qualcuno le aveva fatto il nome di Ciancimino ma come indicazione di massima.

Io gli chiesi perché non sollecitasse la risposta … mio marito rispose .. che se avesse insistito correva il rischio di avere una risposta fuorviante e che aveva invece pensato di rivolgersi alla Guardia di Finanza e precisamente al colonnello Pascucci di cui aveva stima e fiducia -.

… Vi era dunque qualcuno in Questura non certo Immordino .. che andava sabotando le inchieste più delicate, parola del Procuratore, e questo qualcuno aveva forse qualche corrispondente più in alto presso gli uffici del Ministero tanto da far temere al Procuratore Costa che, che certo sulla istituzione non aveva sospetti pregiudiziali, che il pericolo se avesse insistito di indagine e risposte depistanti era un pericolo reale … Siamo dunque a luglio, Costa ha chiaro il quadro delle inerzie e delle possibili manovre che si preparano per impedirgli di approfondire quelle indagini.

… Riconvoca allora l’uomo, Costa, l’uomo di cui si fida, il colonnello Pascucci e lo fa anche questa volta con una telefonata personale.. ed una convocazione di pomeriggio in un Palazzo di giustizia che il 14 luglio a Palermo possiamo immaginare pressoché deserto …E lì nella stanza del Procuratore, Pascucci ci dice che egli insistette.. sulla necessità, non opportunità, necessità di – approfondire le indagini -, quelle indagini che sappiamo; ancora Pascucci – di entrare in profondo anche se i tempi non sarebbero potuti essere brevi – Pascucci al pubblico ministero di Catania.

… Anche nel diligente promemoria del colonnello Pizzuti del 26 aprile ’81 si accenna alla volontà del dr. Costa di svolgere approfonditi accertamenti in proposito e Pascucci quel giorno stesso passa nella stanza del dr. Grasso che redige il verbale delle tre paginette con le precise, precise direttive di indagine della Procura della Repubblica. Quali sono in sintesi queste direttive ?

… si chiedono approfonditi accertamenti.. sui seguenti punti: primo struttura della società, organi sociali, capitale sociale, azionariato e simili cioè le notizie ufficiali desumibili dagli atti che vengono depositati obbligatoriamente alla Camera di commercio, alla cancelleria commerciale etc.; 2 – i soci occulti, occulti! 3 – le attività delle imprese nell’ultimo triennio, l’ultimo triennio è il triennio di Sindona e di tutte le manovre e della P2.. con specifico riferimento agli appalti di tutti gli enti pubblici, statali, comunali e regionali; 4 – in particolare la vicenda dell’appalto delle sei scuole che sono il punto di partenza sulla quale aveva indagato l’ispettore regionale Mignosi per conto di Mattarella; 5 – i collegamenti ed inserimenti in un contesto delinquenziale a sfondo mafioso sul quale abbia potuto incidere l’azione ispettiva disposta dal Mattarella.

Ma la cosa più importante di questo verbale sta al fondo ed è l’autorità, che è anche precisa indicazione, di cui la Procura riveste l’azione della polizia giudiziaria, la cuspide, dandole facoltà di esaminare la corrispondenza e tutti gli atti e documenti in possesso di tutti gli istituti bancari sia pubblici che privati nell’arco dell’ultimo triennio, in relazione a rapporti di qualsiasi natura intercorsi tra i suddetti istituti e i legali rappresentanti delle più volte citate imprese, ma anche quelli che ci stanno dietro, i nomi propri i loro familiari etc.

… ed è una strada pericolosa, quanto pericolosa ! lo sa anche Pascucci questo, non solo per la minaccia che ha già ricevuto esplicita e precisa e lo sa tanto che non mette al corrente di quel mandato neanche i suoi collaboratori, almeno in un primo momento, e dirama i messaggi ai comandi esterni – senza precisarne i motivi … non ne parla ai collaboratori in un primo momento, … incarico da ritenersi riservato a lui, al dr. Costa e al pubblico ministero Grasso e al massimo alla segretaria dattilografa di quest’ultimo – da qui la notevole sorpresa, sorpreso ed amareggiato, dirà in dibattimento, perché già l’indomani, all’indomani dell’uccisione di Costa la stampa riportava quella notizia di quelle indagini di cui egli conosceva la estrema pericolosità…

… Falcone la stessa sera dell’omicidio Costa nell’ambito delle possibili ipotesi sul movente di quell’attentato ha un collegamento preciso ed è relazionato da un giudice, Guarino, che poi è quello se non mi sbaglio che si interessa delle prime indagini, quelle urgenti a Costa, nell’ambito di queste possibili ipotesi sul movente di quell’attentato Falcone ebbe a dirgli, sono termini testuali, che quella indagine aveva una vastità, sentite, che poteva coinvolgere anche operazioni estranee al processo dei 55.

… Costa capisce bene che sta camminando sull’orlo di un precipizio, non è un incosciente come non lo era Mattarella e che occorre far presto in una lotta contro il tempo per acquisire risultati che consentano di vibrare un colpo grosso ai centri nevralgici della bestia prima che questa si scateni.

Abbiamo già detto le ragioni del particolare valore da attribuire alle dichiarazioni della signora Rita Bartoli Costa. Il primo accenno della signora Rita in proposito è al pubblico ministero di Catania a chiusura del brevissimo verbale, sei righe, del 29 ottobre ’80.

… – Segnalo che mio marito si mostrava in attesa di accertamenti attinenti all’istruttoria dell’omicidio Mattarella -. Ma già il 13 marzo successivo di fronte allo stesso inquirente aggiunge specificazioni di eccezionale rilievo … – come ho riferito in precedenti occasioni le confermo che mio marito di solito molto riservato, in epoca successiva all’episodio della convalida dell’arresto .. dell’arresto delle persone denunziate dalla Questura per associazione per delinquere, conversando in famiglia si mostrava ansioso .. di avere risposta ad una richiesta di accertamenti … bancari, non ricordo se questi erano stati da lui chiesti alla Guardia di Finanza e se in riferimento a detto processo o al processo per la morte del presidente Mattarella anzi, anzi posso precisare che di tali accertamenti mio marito parlò con riferimento, si, si ai sei appalti bloccati dal presidente Mattarella -.

… A domanda risponde: – ritengo che la richiesta sia stata fatta al colonnello Pascucci , è da tener presente per quanto possa valere che tali accertamenti vennero richiesti nel luglio – e conclude –ritengo che dovrebbe seguirsi anche la pista che si ricollega con i detti appalti. – Sentiamola ancora davanti al giudice istruttore nel verbale di cui abbiamo riportato già una parte – dopo una decina di giorni chiesi a mio marito se avesse.. ricevuto il rapporto richiesto al colonnello Pascucci. Mio marito rispose che ancora era troppo presto.–

Il giorno 6 agosto ’80..e cioè il giorno del delitto domandai nuovamente a mio marito se avesse ricevuto il rapporto in questione ..mio marito mi rispose testualmente penso, ritengo che lo troverò al ritorno da Vulcano. … come lei sa mio marito a Vulcano non è nemmeno andato.- … Ma la storia delle indagini che non si voleva che si facessero non finisce qui, sarebbe finita qui, vi prego di riflettere su questo, spento Costa, se fosse stata una ripicca non avremmo più avuto storia su queste indagini, non ne avremmo avuta, è morto, una ripicca, una vendetta abbiamo saldato il conto sulle convalide dei 55. Eh no vedete la storia su quelle indagini continua, continua e questo significa sulla base logica che Costa non è stato ucciso per la convalida dei 55 fermi; sarebbe finita qui come vorrebbe far crederci quel sant’uomo di Buscetta; ma non è così e infatti si succedono altri avvenimenti che ci aiutano a comprendere il tutto.

… Allora tra il 14 e il 29 agosto, Costa è già morto, Pascucci attiva le indagini bancarie direttamente su tutto il territorio nazionale, risulta agli atti, interessandovi il Nucleo centrale tutti i Nuclei regionali e tutti i gruppi provinciali della Guardia di Finanza, non della Sicilia, d’Italia. Poi le attiva anche sulla piazza di Palermo, promemoria Pizzuti, il che fa capire diverse cose. Primo che in un primo tempo Pascucci aveva iniziato da se con tutto il riserbo possibile.. ci aveva dato sotto proprio con quelle indagini di cui egli conosceva tutto il tremendo significato. Seconda cosa, che quelle indagini come Costa le aveva concepite riguardavano innanzitutto il livello nazionale dove per primi si dirigono i telex di Pascucci e poi Palermo. Quante cose possono dire le carte se le si vuole ascoltare.

E Pascucci, Pascucci che fine fa Pascucci ? Per fortuna è vivo ma un mese dopo è costretto a far valigie, il comando generale dell’Arma retto all’epoca dal generale Orazio Giannini, poi risultato iscritto alla loggia massonica P2 è succeduto per suo conto al generale Giudice anch’esso del pio sodalizio al pari di Sindona, di Miceli Crimi e di tanti altri illustri patrioti gli dà – tempestiva comunicazione telefonica – che è stato trasferito a Bari, telefonica… vi fui costretto perché se volevo diventare generale.. nel partire lascia al suo successore il colonnello Mola un promemoria che come pure ha detto chiaramente si riferiva a che cosa ? anche alle indagini demandate dal dr. Costa e dal giudice Grasso, …. Arriviamo a novembre, non ci sono più né Costa né Pascucci entrambi allontanati in diverso modo dalle indagini abbiamo visto; la Procura eretta ad interem è dall’eterno aggiunto Martorana, è rimasto in campo il dr. Grasso che a novembre ci riprova, poveretto, convoca il colonnello Mola, risulta dal rapporto dal promemoria Pizzuto, nuovo comandante del Nucleo della polizia tributaria di Palermo, ma Grasso non è Costa e Mola non è Pascucci ed ecco che a comparire è un subordinato, .. il capitano D’Auria che non è neanche l’affidatario del rapporto che è il capitano Aloi.. il magistrato piuttosto desolato evidentemente decide di formalizzare il processo, cioè di passarlo al giudice istruttore e lo comunica al suo interlocutore.

Dicembre ’80, gennaio ’81 prontamente la Guardia di Finanza fa l’altra mossa e passa l’incarico dal capitano Aloi al tenente Moscuzza con il compito, così si precisa, tutto archivistico di riordinare il materiale in arrivo dagli istituti bancari, perché arrivava su quell’impulso di Pascucci questo materiale, lo vedremo dopo, se ne occuperà Chinnici e morirà anche lui: chi tocca muore, in arrivo dagli istituti bancari e prendere contatti con il magistrato. E a gennaio il tenentino diligentemente si presenta al dr. Grasso che subito lo manda dal dr. Chinnici il quale stando al promemoria Pizzuti gli ordina di rimanere in attesa sollecitandogli nel contempo questioni diverse da quelle in trattazione. La Guardia di Finanza al 16 gennaio ’81 annota la sospensione delle indagini, sospensione delle indagini sull’omicidio Mattarella! cosa è accaduto ? Chinnici non è uno sciocco ha capito subito il significato di quei colpi esplosi in via Cavour, altro che ripicca del bamboccio Inzerillo, e ha potuto constatare che l’inchiesta della Guardia di Finanza è stata brutalmente degradata dalla prima fase, nella quale Costa aveva voluto ed ottenuto la centralizzazione delle indagini nelle mani del comandante del Nucleo a quella archivistica del tenentino Moscuzza. Da persona prudente, che valuta anche lui le forze in campo, prende tempo aspettando l’arrivo del nuovo Procuratore capo con il quale concertare una ripresa di iniziativa su quello che egli sa essere il punto focale non più del solo delitto Mattarella ma anche dell’omicidio del suo collega ed amico Costa. E infatti nominano Paino e questi nella visita di cortesia del generale Vitali, quante cose ci ha detto questo promemoria Pizzuti, comandante generale Vitali comandante di zona della Guardia di Finanza il 27 gennaio ’81 gli, testuale, sollecita lo sviluppo delle indagini affidate dal suo predecessore dr. Costa … Il sollecito sembra avere effetto perché il giorno successivo 28 gennaio il colonnello Mola in persona si reca a conferire con Paino e con Chinnici … Il 29 gennaio, il giorno dopo come si apprende sempre dal promemoria Pizzuti il colonnello comandante, bellissime queste parole ordina al capitano D’Auria di non trascurare la pratica e capolavoro di ipocrisia, tenersi pronto per le richieste del magistrato.

… Ma quale fosse la reale attenzione che il Mola dedicava a quella pratica così scottante lo apprendiamo dalle sue stesse parole in dibattimento, egli ha detto: – Quanto al contenuto delle indagini affidate al colonnello Pascucci io non ho avuto una conoscenza precisa e dettagliata e neanche del fatto che tale indagine trovasse un suo momento unitario e qualificante in quelle relative all’omicidio di Piersanti Mattarella… aveva il promemoria Pascucci, che gli aveva lasciato Pascucci per dire io me ne vado… ecco queste sono le attività che sono in corso … io non ho precisa memoria nella sua fisicità del documento o meglio del provvedimento col quale il dr. Grasso conferì preciso incarico al mio predecessore colonnello Pascucci, non escludo di aver preso in visione tale documento, anzi è normale che l’abbia fatto anche se adesso non ho precisa memoria del suo contenuto … Di lì a pochi giorni precisamente l’1 febbraio ’81 anche Mola viene trasferito. Alla domanda del Presidente di questa Corte circa possibili collegamenti tra il trasferimento del Pascucci e l’intento di lasciar cadere quelle indagini sdegnato Mola risponde: – lo escludo particolarmente … anche se come ha dovuto precisare il suo trasferimento non era stato desiderato ma serenamente accettato ed era avvenuto senza che egli fosse stato interpellato, con brevissimo preavviso, allora si usava così da parte del comando generale-.

Contestato a nostra domanda che il suo successore colonnello Pizzuti aveva fatto intendere nella sua deposizione istruttoria che almeno il suo avvicendamento con Mola era avvenuto all’improvviso, tanto che non c’era stato neanche il tempo per le vere e proprie consegne e che quindi questi meccanismi di trasferimento qualche pecca dovevano pure averla, il teste prima è andato in collera poi, quando ha capito che non si trattava di insinuazioni della difesa di parte civile bensì di precise affermazioni del suo collega di corpo, ha dovuto dire: – non riesco a spiegarmi le ragioni per cui il mio collega abbia reso dichiarazioni simili, tali dichiarazioni, ma escludo che esse siano rispondenti al vero – cioè ha dato del bugiardo al colonnello oggi generale Pizzuti. Ed ha continuato ribadendo che certamente le consegne erano avvenute anch’esse secondo regolamento, è un uomo di regolamento questo, mediamente in una giornata è che senz’altro egli aveva avuto modo di rendere dotto il Pizzuti anche dello stato delle indagini relative all’omicidio Mattarella che per la verità poco prima aveva detto che non conosceva per niente insomma non sapeva neanche che quel fascicolo si riferisse a Mattarella.

… La deposizione di Pizzuti ..inizia innanzi tutto dicendo di avere appreso da voci raccolte che il colonnello Pascucci fu indotto a trasferirsi in altra sede per minacce da parte della mafia rivolte alla di lui moglie; ora noi sappiamo il preciso tenore di queste minacce che non erano rivolte alla moglie di Pascucci bensì a Pascucci stesso attraverso il punto sensibile della moglie e sappiamo anche che quelle minacce risalivano a marzo aprile dell’80, attenzione, mentre il trasferimento è di 6 mesi dopo e anche qui fatto senza preavviso ed in quel lasso di tempo Pascucci non solo non si era fermato con le indagini ma le aveva approfondite così come richiesto insistentemente dal Procuratore Costa … Il Presidente di questa Corte ha poi insistito per chiarire al meglio questi delicatissimi risvolti della vicenda e ha domandato al teste di indicare.. ove le conosca.. le ragioni ufficiali del trasferimento del colonnello Pascucci;.. Pizzuti ha risposto alla domanda per implicito signor Presidente parlando cioè del suo trasferimento.

… E qual erano queste ragioni del suo trasferimento leggiamole: – Io sono stato trasferito in maniera del tutto insolita, da un momento all’altro, dal comando di Nucleo polizia tributaria di Firenze a Palermo per ordine delle P2 di Licio Gelli – … Il Presidente giustamente rimane un po’ insomma gli chiede dopo poco gli chiede ragione: – insomma mi specifichi un’affermazione di questo genere – lui continua – le consegna da parte del colonnello Mola – con buona pace di Mola – che comandava il Nucleo di polizia tributaria di Palermo avvennero in mezz’ora e non ho avuto nemmeno il tempo di chiedergli alcunché tra cui notizie sul precedente trasferimento di Pascucci che io conoscevo personalmente in quanto mio compagno di corso… quanto sopra detto circa l’ingerenza della P2 nel mio trasferimento posso motivarlo in relazione al fatto che la P2 di Licio Gelli aveva in Arezzo la sua sede operativa e che il comandante generale della Guardia di Finanza generale Giannini risultò poi essere un’aderente a tale loggia massonica;

probabilmente avevo messo le mani su qualche cosa che non andava toccato – -… Il generale Giannini mi telefonò direttamente ..anche ciò è insolito dicendomi che dovevo andare via da Firenze e proponendomi di andare alla Criminalpol di Roma … o a dirigere il Nucleo di polizia tributaria di Palermo. … pur non competendomi tale destinazione in quanto io ero al mio terzo comando di legione mentre di solito a Palermo si mandano dei colonnelli… al loro primo incarico a Palermo, optai per Palermo intendendo restare nell’ambito della Guardia di Finanza …il passaggio di consegna tra Mola e me avvenne come ho detto in mezz’ora, mi limitai a firmare il registro delle comunicazioni riservate e ritirare le chiavi della cassaforte, per il resto mi disse il Mola te la vedrai con l’aiutante maggiore del quale non ricordo il nome -.

Domandato risponde – il colonnello Mola non mi ha minimante accennato alle indagini giudiziarie in corso e alla attività demandata alla Guardia di Finanza. Faccio presente che solo da notizie attinte dai miei dipendenti nonché dagli atti d’ufficio, appresi delle indagini delicate e particolari in corso e tra esse quelle relative all’appalto di sei scuole collegate all’omicidio Mattarella. Ricordo che i miei dipendenti brancolavano nel buio – ci ritorneremo fra un momento – non essendo riusciti ad acquisire elementi utili …Debbo però far presente …che c’era una situazione alquanto insolita in questo comando …mentre normalmente in un Nucleo di polizia tributaria vi sono diversi ufficiali superiori quali tenenti e colonnelli, nel Nucleo di Palermo trovai ufficiali giovanissimi il più anziano dei quali era il maggiore Tramet – … Spiega poi che, e c’era l’indagine più importante d’Italia, spiega poi che in mancanza di indicazioni dal suo predecessore sui più importanti filoni di indagine egli si era messo in diretto contatto e collaborazione con il dr. Falcone, perché non sa a chi riferirsi, e con altri sostituti quale il dr. Sciacchitano svolgendo con loro articolatissime indagini, ed è vero, anche a mezzo di reiterate rogatorie all’estero e principalmente in Belgio dove c’era un pentito sia sul caso Sindona che sul riciclaggio dei narco-dollari che è un’altra cosa. Aveva inoltre accertato che tra i vari soggetti indagati una posizione di preminenza aveva lo Spatola Rosario. A questo punto il signor Presidente poneva questa domanda della difesa di parte civile: – domandansi se a lui generale Pizzuto, risulta che la Guardia di Finanza all’epoca dei fatti in trattazione sia stata richiesta ed abbia dispiegato la sua attività investigativa soltanto o prevalentemente sulle questioni relative al riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di droga o anche sulle connessioni di interessi occulti tra le società inquisite per il processo Mattarella ed ambienti amministrativi, politici e finanziari; oppure se questo secondo ramo di indagine venne assunto e condotto personalmente dal consigliere Chinnici .

Ecco la risposta – Non mi consta che in effetti la Guardia di Finanza si sia occupata particolarmente del troncone di indagini relative ai rapporti societari, ai collegamenti tra i vari soci e le società con ambienti retrostanti. Noi ci siamo limitati a seguire le direttive dei magistrati … non ho un’articolata conoscenza del provvedimento con il quale lo stesso d’intesa con il procuratore Costa ebbe a dare precise indicazioni sull’omicidio Mattarella e l’appalto delle sei scuole al colonnello Pascucci -. Mola non gliene aveva parlato gli aveva dato le chiavi della cassaforte vai per il resto te la vedi col… questo è quanto ha detto Pizzuti e questa è la realtà dei fatti, una realtà che collima con ciò che sappiamo da altre fonti, non è solo Pizzuti e infatti, poiché Paino e dietro di lui ovviamente Chinnici insisteva su quelle indagini, il 9 febbraio ’81 ne aveva riparlato al generale Vitali, Paino, proprio quelle indagini quelle di Costa, quelle di Costa in relazione all’omicidio Mattarella, Paino ci ritorna. Veniva confezionato, confezionato il rapporto 28 marzo ’81 che è quello che avete in atti … esso è la riprova documentale che le indagini commissionate da Costa non furono mai fatte. Tutto il lavoro si è fermato al primo punto quello della struttura illegale delle imprese sulla base degli atti della cancelleria commerciale della Camera di Commercio; ma vi sono anche alcuni fogli interessanti in questo rapporto per il discorso che stiamo svolgendo, intendiamo riferirci alle risposte che le banche avevano cominciato a fare pervenire, ai fonogrammi di Pascucci, risposte zeppe di numeri di conto corrente, di mutui, di garanzie etc. atti che fanno intravedere quale sviluppo potessero avere quelle indagini e non hanno avuto. Del resto lo dice con innocenza quasi disarmante il tenente Silvio Montonati l’ultimo tenentino inviato a Chinnici che non voleva capire Chinnici l’antifona e non disarmava, dice il tenente Montonati – il genere di – interrogato da questa Corte – il genere di indagini che io ho svolto in relazione al mandato conferito dal dr. Grasso al colonnello Pascucci attennero principalmente a riscontri cartolari documentali volti ad accertare l’effettiva titolarità di dette imprese delle quali non ricordo i nomi. Tali indagini comportarono l’acquisizione di atti presso gli enti pubblici e in quegli uffici pubblici quali il Comune, la Camera di Commercio – bravo – la cancelleria commerciale del tribunale e così via – benissimo – in taluni casi ci limitammo a prendere in visione tali atti, utilizzammo anche dei dati dell’anagrafe tributaria a loro informazione – ottimo. Richiesto al teste se è in condizione di fornire precise notizie sull’esito delle indagini riguardanti l’appalto delle sei scuole, cioè in relazione all’omicidio Mattarella risponde – Ricordo che la nostra indagine ci portò al disegno di una mappa di tante società e ditte in ordine ad alcune delle quali accertammo se erano state invitate alla gara d’appalto, cioè con gli atti del Comune, se avendo presentato domanda non avevano poi dato corso alla presentazione di un progetto e perché; se avevano subito delle pressioni volte ad impedire la presentazione dei progetti e con riferimento ad altre se erano collegate alle ditte che avevano ricevuto gli appalti. Il risultato di tali indagini – dice il tenente Montonati – formò oggetto di un rapporto sottoposto alla autorità giudiziaria – ed è il rapporto del 28 marzo ’81 di cui abbiamo testé parlato – Di li a poco – conclude Montonati – la mia collaborazione con il dr. Chinnici finì -. Chinnici non volle umiliarlo, avendo ben capito il perché di quel minuetto di finanzieri con progressiva e quasi irridente degradazione delle indagini, reagisce a modo suo, licenzia il buon Montonati e le indagini le fa lui.

“Condannate Gelli a sei anni di carcere” – La Repubblica 03.12.1987

Sei anni di reclusione. E’ questa la condanna chiesta ieri sera per Licio Gelli, accusato di sovvenzione di banda armata, dal pubblico ministero Pier Luigi Vigna al processo in corso davanti alla Corte d’ assise per l’ attività delle cellule nere in Toscana fra la fine del 1973 e i primi del 1975 e per l’ attentato al treno Palatino, compiuto il ventuno aprile del 1974 nei pressi della stazione di Vaiano in provincia di Firenze. Secondo Vigna il processo ha provato, al di là di ogni dubbio che Gelli concesse nella primavera del ‘ 74 un finanziamento di una ventina di milioni ad Augusto Cauchi e al di là del fatto se gli fu o meno detto a cosa in particolare quei soldi dovevano servire (furono utilizzati, secondo l’ accusa, per acquistare una partita di armi ed esplosivi). Gelli aveva fornito quei soldi al gruppo di Cauchi perché sapeva che esso era collegato ad altri gruppi che puntavano chiaramente a provocare un golpe, in una linea che rientrava chiaramente ha aggiunto Pier Luigi Vigna nella strategia di senso autoritario e anticostituzionale che lo stesso Gelli avrebbe poi esplicitamente delineato nella sua intervista al Corriere della Sera. Secondo il pubblico ministero, il racconto che Andrea Brogi, imputato e fra le principali fonti d’ accusa in questo processo, fa dei contatti fra Gelli e Cauchi e delle riunioni a Villa Wanda, ad Arezzo, in cui il finanziamento da parte dell’ ex-capo della P2 andò in porto, è pienamente attendibile e ha avuto riscontri precisi. Di rapporti anche pecuniari fra Gelli e Cauchi nella primavera del ‘ 74 ha detto Vigna hanno parlato funzionari della Ucigos di Arezzo sulla base di dichiarazioni di Giovanni Gallastroni, un altro imputato in questo processo, che ha ricordato anzi come proprio per tali contatti Cauchi fosse stato espulso dal Fronte della gioventù di Arezzo. Vi aveva accennato Luciano Franci nell’ agosto del ‘ 76. E Vincenzo Vinciguerra, un teste chiamato dalla difesa, ha aggiunto – affermò di aver saputo dallo stesso Cauchi che questi aveva avuto soldi da Gelli. Pienamente plausibile, secondo Vigna, anche la presenza all’ incontro di villa Wanda fra Cauchi e l’ ex maestro venerabile della P2, del maggiore dei carabinieri Salvatore Pecorella, arrestato nell’ inchiesta sul golpe Borghese e morto alcuni anni fa. Paolo Aleandri, un pentito nero romano, ha ricordato il pubblico ministero aveva parlato di Gelli proprio come mediatore fra ambienti della destra eversiva e alti ufficiali dei carabinieri. Non si trattò certo, secondo la pubblica accusa, di un regalo a titolo personale. Gelli, che era aretino e aveva grossi canali di informazione, sapeva perfettamente chi era Cauchi, che il suo era un gruppo al di fuori del Movimento sociale, che era in contatto con altri gruppi che puntavano decisamente al golpe. Una strategia che, secondo il pubblico ministero, perseguivano le cellule neofasciste toscane: stragi e attentati indiscriminati per spianare la strada al golpe. Prima di esaminare la posizione di Licio Gelli, Vigna aveva richiamato le difficoltà incontrate negli anni scorsi nelle indagini sull’ eversione di destra, contraddistinte dalla frammentazione degli atti e dai ripetuti depistaggi da parte di settori degli apparati statali, e aveva poi delineato la struttura della banda armata operante in Toscana in quegli anni. Dalle numerose riunioni sia locali che nazionali, ai contatti con Ordine nero e il Mar-Fumagalli, dagli approvvigionamenti di armi ed esplosivi (fra cui la partita che sarebbe stata acquistata a Viserba di Rimini con i soldi forniti da Gelli), ai vari attentati messi in atto, fra cui la strage di Vaiano, in una campagna di azioni indiscriminate che provocasse panico e la richiesta di ordine e che mettesse perciò in moto meccanismi golpisti. Una strategia ha detto Vigna di chiaro attentato alla costituzione dello Stato. Indipendentemente dalle dichiarazioni di Brogi, pienamente coerenti con gli altri dati processuali, nelle carte vi sarebbero secondo il pubblico ministero vari elementi di prova, comprese le dichiarazioni di altri imputati. Secondo il Pm, che concluderà oggi la sua requisitoria, vanno ritenuti organizzatori di banda armata Cauchi, Tomei ed Affatigato, mentre gli altri imputati vanno considerati semplici partecipi.

Leonardo Messina – dichiarazioni 03.06.1996

Nell’agosto del 1991 il Miccichè mi disse che nella zona di Enna, in un posto che non specificò, si trovavano riuniti Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola.
Costoro, come ebbe a riferirmi lo stesso Miccichè successivamente, si trattennero nella zona di Enna sino al febbraio del ’92, data in cui si svolse una riunione formale della Commissione Regionale, alla quale parteciparono anche Angelo Barbero, Salvatore Saitta ed altri rappresentanti provinciali, dei quali non mi fece i nomi. Provenzano, Riina, Madonia e Santapaola, dall’agosto ’91 sino agli inizi del ’92, si trattennero nella zona di Enna per discutere di un progetto politico finalizzato alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno di una separazione dell’Italia in tre stati: uno del Nord, uno del Centro e uno del Sud. In tal modo, Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato.

Il progetto era stato concepito dalla massoneria. A tal riguardo, intendo chiarire che Cosa Nostra e la massoneria, o almeno una parte della massoneria, sono stati sin dagli anni ’70 un’unica realtà criminale integrata. Il progetto aveva anche l’appoggio di potenze straniere. Era stata stanziata la somma di mille miliardi per finanziare il progetto. Coinvolti in tale progetto erano non solo esponenti della criminalità mafiosa e della massoneria, ma anche esponenti della politica, delle istituzioni e forze imprenditoriali.

Il progetto consisteva nella futura creazione di un nuovo soggetto politico, la Lega Sud o Lega Meridionale – che doveva essere una sorta di “risposta naturale” del sud alla Lega Nord.
A proposito della Lega Nord, quando io proposi al Miccichè di uccidere Bossi in occasione di un suo viaggio a Catania nel settembre – ottobre ‘91, questi mi spiegò che Bossi era in realtà un “pupo” e che il vero artefice del progetto politico della Lega Nord era Miglio, dietro il quale c’erano Gelli e Andreotti. Mi disse anche che la Lega Nord era finanziata da forze imprenditoriali del nord, non meglio precisate, che avevano interesse alla suddivisione dell’Italia in tre stati separati. Quando Miccichè, che aveva appreso quanto sopra poiché era lui ad ospitare Riina e gli altri nel suo territorio, mi fece tale discorso, era presente pure Giovanni Monachino, “uomo d’onore” della famiglia di Pietraperzia, il quale faceva da vivandiere a Riina e agli altri.

Durante la permanenza di Riina e gli altri nella zona di Enna, io incaricai Remigio Augello, figlio di una persona che ha un negozio di carte di parati a S. Cataldo, di predisporre e collocare nella zona ove Riina e gli altri si riunivano, un’apparecchiatura che serviva ad intercettare sia i telefonini sia le radio della Polizia per garantire la sicurezza dei vertici di Cosa Nostra. Io non dissi all’Augello a quale scopo serviva l’apparecchiatura, né che in quella zona si trovavano Riina e gli altri. L’Augello fu costretto ad acquistare a Catania un’antenna più potente di quella originariamente installata. L’Augello fu portato sul luogo, che io non conosco, dal Monachino e da Potente Mario (cugino di Borino Miccichè e altro “uomo d’onore” della famiglia di Pietraperzia). L’Augello non è uomo d’onore. E’ una persona alla quale io avevo fatto dei favori.

In particolare, avevamo simulato il furto di una sua Lancia integrale di colore bianco del valore di circa 50 milioni di lire (furto denunciato a Catania). L’autovettura fu venduta all’officina Giambra di S. Cataldo per 9 milioni di lire. L’Augello lucrò dall’assicurazione la somma di circa 50 milioni di lire. Ciò avvenne nel 1991.
Inoltre, gli feci consegnare della droga da Sessa Michele, trafficante di Napoli, regalandogli del denaro. Il Sessa alloggiava all’hotel Elios di S. Cataldo, luogo dove doveva avvenire la consegna nel 1991. Senonchè, io venni a sapere che l’albergo era sorvegliato dalla polizia, sicché feci alloggiare il Sessa nell’abitazione dell’Augello, che si trova in una parallela di Piazza degli Eroi. La consegna di 200 grammi di eroina avvenne davanti il ristorante “La flambè” di S. Cataldo.
Le riunioni che si svolsero dall’agosto in poi furono preparatorie della riunione allargata tenutasi nel febbraio ’92. Dopo tale ultima riunione, il Miccichè mi disse che era stato deciso di uccidere Falcone. Non mi parlò degli altri argomenti che erano stati discussi.

“Da pretore a avvocato di Gelli” – La Repubblica. 18.05.1990

Alto, robusto, stempiato, un tono di voce roboante, la convinzione di essere sempre dalla parte della ragione, agganci importanti nelle principali città italiane: è questo il biglietto da visita dell’ avvocato Fabio Dean, mediatore tra i rapitori e la famiglia Celadon. E’ partito da Perugia, una città che apparentemente è fuori dai grandi circuiti ma in pochi anni è riuscito a diventare uno dei legali più famosi e si dice anche meglio pagati della penisola. E’ il difensore di fiducia di Licio Gelli. Di Dean si fida ciecamente e il legale tre annni fa ha annunciato ai giudici Pizzi e Bricchetti il rientro in Europa del Maestro Venerabile. Non ha soltanto i contatti giusti questo avvocato. E’ un ottimo penalista e la fama se l’ è guadagnata sul campo dopo aver cominciato la carriera in magistratura. E’ stato pretore a Lodi e a Ugento. Poi ha scelto la libera professione. A Perugia gli scontri in punta di diritto con l’ avvocato Stelio Zaganelli, ex sindaco socialista del capoluogo umbro, sono bene fissati nelle menti di tutti gli uditori giudiziari che hanno assistito alle infuocate udienze che hanno segnato gli esordi di questo legale molto spesso alla ribalta delle cronache. E’ a Fabio Dean che nel luglio dello scorso anno l’ avvocato Roberto Montorzi consegnò una lettera, poche righe per rinunciare all’ incarico di parte civile nel processo per la strage avvenuta alla stazione di Bologna. Si aprì un caso che si trascina ancor oggi. Montorzi si pentì e si traformò in accusatore della magistratura dopo un incontro con Licio Gelli. Ma non è per questo che consegnò la missiva a Dean. Sono stato suo allievo a Perugia, spiegò. E ancor oggi Dean è docente associato di diritto penale presso la facoltà di giurisprudenza dell’ università di Perugia, incarico che sicuramente non lascerà mai anche se la professione lo porta in giro per l’ Italia per difendere celebri boss della malavita. Alla città dove è nato 58 anni fa da una famiglia di origini triestine è legatissimo.

Ha sposato Valentina Cucchia, erede di una delle dinastie più ricche della capitale eugobina. Un matrimonio felice, con quattro figli. Il maggiore siede già nello studio del padre come procuratore legale. E’ a Perugia che l’ avvocato Fabio Dean, politicamente un riformista moderato, si è conquistato la notorietà esplosa all’ inizio degli anni Ottanta quando scoppiò lo scandalo del toto nero. Fu incaricato di difendere l’ onorabilità della locale società calcistica, che all’ epoca militiva in serie A, e del suo gioiello, il centravanti della nazionale italiana Paolo Rossi. Un compito che divideva con l’ avvocato Enzo Paolo Tiberi che pochi mesi fa è stato fra i candidati alla carica di Gran Maestro della massoneria. Nel 1981 entrò a capofitto negli affari massonici. Accettò la difesa di Licio Gelli occupandosi anche degli altri componenti della famiglia. Ha assistito il figlio del venerabile, Raffaello, quando fu arrestato per ordine della magistratura pratese. E’ grazie alla conoscenza del diritto di Dean che Gelli ha evitato una condanna per sovvenzione di banda armata. I giudici fiorentini dopo aver processato il capo della P2 sono stati costretti a riconoscere di non poter procedere per questo reato per la convenzione europea di estradizione.