Sui rapporti tra Licio Gelli e gli altri soggetti sospettati di essere coinvolti nell’omicidio Calvi

(…) MANNOIA ha riferito di aver appreso da BONTATE, intorno al 1980, che Giuseppe CALÒ si stava legando a Francesco PAZIENZA, Licio GELLI e Roberto CALVI e che CALÒ e altri stavano usando queste persone per agevolare l’investimento di ingenti somme di denaro che, in realtà, erano provento del contrabbando di sigarette e del traffico di droga (indicazioni rese 1.11.3.1991, ad agenti del FBI).

In data 15.7.1991, innanzi ai PM di Palermo e Roma, ha riferito di aver appreso da Stefano BONTATE (cognato di Giacomo VITALE, appartenente alla P2) e altri uomini d’onore della sua famiglia mafiosa che “Pippo CALO, Salvatore RIINA, Francesco MADONIA ed altri dello stesso gruppo avevano somme di denaro investite a Roma attraverso Licio GELLI che ne curava gli investimenti ”, e che “parte di questo denaro era investito nella Banca del Vaticano ”.
Il collaborante ha ribadito le sue conoscenze nel corso dell’incidente probatorio del 18.12.1997, ove ha riferito che: “CALO’ investiva i suoi soldiattraverso CALVI e Licio GELLI” e nel corso della deposizione dibattimentale rese nel processo di primo grado, davanti alla Corte di Assise di Roma.

È evidente che tale attività implica l’esistenza di un rapporto collaudato, fiduciario e particolarmente intenso. Sempre M ANNOI A ha posto in rilievo che CALVI era stato presentato a Licio GELLI da Michele SINDONA nel corso del 1975 (vedi verb. 1.10.2002, pag. 8).
Il teste Eligio PAOLI ha riferito di aver compreso da un discorso delle sorelle KLEINSZIG che GELLI e CARBONI si conoscevano da tempo. Ha aggiunto che il primo aveva conosciuto CARBONI tramite Armando CORONA, che Flavio CARBONI era il “tirapiedi” di GELLI, che CARBONI lavorava per conto di GELLI e ORTOLANI (vedi pag. 39 — 40, trasc. 26.9.2006 e verb. reso in fase d’indagine del 22.8.1983, pag. 4).

Antonio MANCINI ha riferito che, secondo ABBRUCIATI, CARBONI costituiva un anello di raccordo tra la Banda della Magliana, la mafia di Pippo CALÒ e gli esponenti della massoneria facenti capo a Licio GELLI (vedi verbale dell’11.3.1994, pag. 9). Ha ribadito tali dichiarazioni anche nel corso della dichiarazione dibattimentale dinanzi alla Corte d’Assise di Roma (vedi pag. 116 e 117, 209 – 210, trasc. 29.3.2006).
Salvatore LANZALACO ha dichiarato che Lorenzo DI GESÙ era stato mandato in soggiorno obbligato a Monte San Savino, ove aveva conosciuto, tramite CALÒ, GELLI; che quando CALÒ andava a trovare DI GESÙ contemporaneamente si recava da GELLI. Ha aggiunto di essersi recato nella villa di GELLI ad Arezzo con PANZECA, nel corso di uno dei weekend, in cui si erano recati a Monte San Savino. Nell’occasione, gli era stato presentato il figlio di GELLI e aveva notato che avevano parlato di DI GESÙ e di alcuni amici di quest’ultimo. Da ciò aveva desunto che GELLI e DI GESÙ avessero avuto dei buoni rapporti (vedi pag. 130, trasc. 2.5.2006, deposizione innanzi alla Corte d’Assise di Roma).
Antonino GIUFFRÈ ha riferito che “Licio GELLI era un tramite, vale a dire gestiva i finanziamenti di altre persone”. Ha aggiunto di aver appreso da DI GESÙ, PANZECA e Pino GAETA che GELLI aveva fatto confluire dei capitali per gli investimenti in Sardegna curati dal gruppo di CALÒ e che PANZECA e DI GESÙ si erano recati a trovare GELLI in Toscana (vedi verb. 4.12.2002, pag. 17 e 18).

Tullio CANNELLA ha riferito di intensi rapporti tra mafia e la P2, affermando: “appresi che la P2 aveva costituito diverse logge regionali, tra le quali questa denominata Carnea, che aveva sede in Liguria — se la memoria non mi inganna a Santa Margherita Ligureera una loggia che era espressione di gruppi mafiosi della Sicilia. Nella fattispecie era una loggia creata e costituita per volontà di Stefano BONTATE”. Ha aggiunto che Giacomo VITALE gli aveva confidato di “ingenti somme di denaro che suo cognato Stefano BONTATE aveva dato alla P2(rif trasc. ud. del 9.7.2001, processo nei confronti di Marcello DELL’UTRI). Si noti che dette indicazioni trovano una significativa conferma in quelle del testimone massone Angelo SIINO (Gran Maestro dell’oriente di Palermo della loggia massonica Carnea, con il grado di 33), il quale ha riferito di un incontro avvenuto casualmente a Santa Margherita Ligure, all’interno della sede della Loggia Carnea, il cui gran maestro era Aldo VITALE. Egli ha riferito di essersi recato a Santa Margherita con Giacomo VITALE, cognato di Stefano BONTATE, massone parimenti appartenete alla loggia CAMEA. Aldo VITALE, sempre espansivo, gentile ed accogliente nei suoi confronti, gli aveva detto di “aspettare un attimo”. Si era meravigliato ed aveva domandato a Giacomo VITALE: “ma chi è questo che è in compagnia di VITALE?”. Questi gli aveva risposto che era CALVI “un banchiere di Milano” “un personaggio importante”, “anche perché gestisce dei soldi nostri”. Aveva usato il plurale maiestatis per fargli intendere che gestiva dei soldi di Cosa Nostra”. Nell’occasione, aveva detto che gestiva anche denaro di altri. Aveva usato l’espressione “e non solo” (vedi pag. 73 — 76, trasc. 28.3.2006). Si era meravigliato del fatto che Aldo VITALE avesse la portata di conoscere Roberto CALVI. Era, però, un personaggio importante, anche amico di Licio GELLI, circostanza che aveva potuto constatare personalmente (vedi pag. 75, trasc. 28.3.2006).

Licio GELLI ha negato di aver mai conosciuto CARBONI e ha escluso qualunque rapporto con lo stesso. Invero, tali affermazioni non appaiono credibili. Tale convinzione viene suffragata dalla documentazione depositata da Emilio PELLICANI il 21.6.1988, all’autorità giudiziaria. In particolare, vi è un prospetto dal quale si rileva l’esistenza di un assegno da Lire 223 milioni a favore del sig. L. GORI (pseudonimo utilizzato da Licio GELLI, come si avrà modo di precisare nel prosieguo della presente richiesta) da parte di Flavio CARBONI e di un altro assegno consegnato al sig. L. GORI, sempre per conto di F. CARBONI.

Licio GELLI ha sostenuto di non aver mai conosciuto il banchiere svizzero Hans KUNZ e Francesco PAZIENZA. Tali indicazioni paiono, invero, poco credibili ove si consideri che nel corso delle investigazioni Eligio PAOLI ha riferito di aver appreso da Riccardo PIAZZESI (vale a dire da Silvano VITTOR, come ha spiegato in maniera convincente nel corso dei verbali del 2003) dell’esistenza di “un’intima amicizia” “tra la moglie di KUNZ e la moglie di GELLI” (vedi verb. 22.8.1983) e che è stato acquisito in atti un appunto del giornalista Bruno FERRARIO dal quale emerge che Hans KUNZ e Licio GELLI, i primi di maggio 1982, avrebbero pranzato al ristorante Chevai Blanc di Vandeuvre nei dintorni di Ginevra.

 

Estratto richiesta di archiviazione pm 2013 – omicidio Calvi pag 4-7

Gelli, Delle Chiaie e Cosa Nostra: estratto sentenza Sistemi Criminali 21.03.2001

Ora, a parere del P.M. sono stati acquisiti sufficienti elementi in ordine alle seguenti circostanze:

  • all’inizio degli anni ’90 venne elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo “progetto politico”, attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra eversiva – in particolare – agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci;
  • a tal fine, venne messa in atto in quegli anni una complessa attività preparatoria-organizzativa, sul terreno politico, di movimenti meridionalisti finalizzati alla costituzione di un nuovo soggetto politico meridionalista di riferimento, che doveva fungere da catalizzatore delle spinte secessioniste provenienti dal Meridione;
  • in epoca successiva, all’interno di Cosa Nostra, si deliberò di adottare una strategia della tensione finalizzata a ristrutturare i “rapporti con la politica”, attraverso l’azzeramento dei vecchi referenti politici e la creazione delle condizioni più agevoli per l’affermazione di nuovi soggetti politici, che tutelassero più efficacemente gli interessi del sistema criminale;
  • all’interno di tale strategia venne presa in seria considerazione, almeno nella fase iniziale, e prima della sua attuazione, l’opzione secessionista. Non sono, tuttavia, sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio gli elementi acquisiti in ordine alla correlazione causale fra tali circostanze. Non è, insomma, sufficientemente provato che l’organizzazione mafiosa deliberò di attuare la “strategia della tensione” per agevolare la realizzazione del progetto politico del gruppo Gelli – Delle Chiaie, né che l’organizzazione mafiosa abbia approvato l’attuazione di un piano eversivo-secessionista per effetto di contatti col gruppo Gelli – Delle Chiaie. Ed è infatti ipotizzabile – allo stato degli atti – anche una spiegazione alternativa: e cioè che il “piano eversivo”, concepito in ambienti “esterni” a Cosa Nostra, sia stato “prospettato” a Cosa Nostra al fine di orientarne le azioni criminali, sfruttandone il momento di “crisi” dei rapporti con la politica e che l’organizzazione mafiosa ne abbia anche subìto – anche temporaneamente – l’influenza, senza però impegnarsi a pieno titolo nel piano eversivo-secessionista. Peraltro, la verifica di tale ipotesi, e cioè dell’eventuale influenza di “soggetti esterni” sulle determinazioni di Cosa Nostra nella fase iniziale della strategia della tensione attuata nel 1992, esula dallo specifico oggetto del presente procedimento, costituendo invece materia del separato procedimento penale concernente l’omicidio dell’on. Salvo Lima, cui si è già fatto cenno.Richiesta di archiviazione del proc. pen. n.2566/98 R.G.N.R. GELLI + 13 pag 148-150

“Caso Sindona, Ventriglia affonda e Luciani fallisce” – OP 13.2.1976

A proposito di Sindona, corre voce che un certo dr. Luciani (Gelli) consulente finanziario di un notissimo e molto influente senatore democristiano, ultimamente abbia varcato per ben due volte l’oceano, destinazione Usa Hotel Pierre, per tentare di piazzare 700 milioni di titoli Finambro di cui è portatore presso Michele Sindona. Il quale si sarebbe dichiarato disponibile all’operazione, a patto che gli venga ripristinata la sua precedente situazione economica e politica in Italia. E’ stato a quel punto che a… Luciani s’è rizzata la criniera in testa.

OP 13.2.1976

Intervista Antonio Ingroia 22.07.2015

Dottor Ingroia, il 1992 è stato una sorta di “anno zero” per l’Italia e per l’Europa. E’ l’anno del Trattato di Maastricht. Ma è anche l’anno dell’attacco alla lira e prima ancora delle stragi di mafia, in cui morirono,  Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino. Lei era in prima linea. Era sostituto procuratore a Palermo, proprio nell’anno delle stragi, prima Capaci e poi via D’Amelio. E’ vera la notizia di un coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri?
“Bisognerebbe riesumare il presidente Cossiga per saperlo. Lui penso che sia stata la persona più informata. A parte questo, penso anche che nelle stragi del ’92 non ci sia stata soltanto la mano della mafia ma anche dei servizi segreti. Stranieri o italiani, è un po’ più difficile dirlo”.

Voi della Procura, sull’ipotesi di un coinvolgimento dei servizi segreti avete aperto delle indagini?
“Si c’era un’indagine che stavo seguendo a suo tempo la cosiddetta indagine “Sistemi criminali”.

E quale era la pista che stavate seguendo?
“Si ipotizzava un progetto “eversivo” internazionale che aveva la finalità di una “balcanizzazione” dell’Europa e quindi anche dell’Italia”.

Una “balcanizzazione” cioè una frammentazione degli Stati. Da ottenere in quale modo?
“Nel caso dell’Italia attraverso una campagna di destabilizzazione che si alimenterà con il fenomeno della nascita delle Leghe e la “messa a ferro e fuoco” del Paese che, va ricordato, aveva un ruolo strategico nella nascita dell’Europa unita. L’obiettivo di questa campagna di destabilizzazione era che non si voleva che nascesse un’Europa politicamente forte e unita. In questo contesto si inseriscono le stragi del 1992”.

E la Sicilia doveva diventare la “Singapore del Mediterraneo”…
Esattamente. La Sicilia, in questo progetto, sarebbe dovuta diventare un porto franco. Una sorta di “Singapore del Mediterraneo”, come venne definita. C’erano tanti progetti in cui convergevano interessi di vari sistemi internazionali con interessi di sistemi criminali italiani. Però, abbiamo avuto intuizioni, e convinzioni ma certezze non ne abbiamo avute ”.

Lei ha detto che avete avuto “intuizioni e convinzioni”. In merito a che cosa?
“In particolare, in merito agli interessi dei servizi segreti americani, noi avevamo delle tracce. Che emergevano da un’indagine della Procura di Aosta, chiamata “Phoney money” dei primi anni Novanta.
Queste tracce conducevano a presunti finanziamenti dei servizi americani alla Lega Nord e ad un personaggio che si chiamava Giammauro Ferramonti. Questa indagine ruotava intorno anche alla nomina di Maroni a ministro degli Interni nel primo governo Berlusconi. Si ipotizzava che Maroni fosse stato nominato su input di determinati ambienti ritenuti collaterali ai servizi americani”.

Che tipo di ambienti?
“Si diceva che ambienti legati alla massoneria internazionale legati ai servizi americani avessero esercitato influenza sul capo della Polizia dell’epoca (Vincenzo Parisi ndr) che a sua volta avrebbe esercitato influenza sul presidente della Repubblica Scalfaro per la nomina di Maroni a ministro degli Interni”.

L’indagine come è andata a finire?
“L’indagine è stata sostanzialmente distrutta. Venne avocata dalla Procura di Roma che poi archiviò. Il pm che si occupò dell’inchiesta Davide Monti non so che fine abbia fatto. Se sia stato sottoposto a procedimento disciplinare. Noi, ai tempi di Caselli alla Procura di Palermo, con Scarpinato, cercammo di ricostruire l’indagine tuttavia senza riuscirci. Non ci consentì di arrivare ad elementi concreti. Questa però era una pista interessante”.

Perché, se l’indagine è stata archiviata?
“Perché ci sono dei fatti che lo dimostrano. Se pensiamo che mentre succedeva questo, già negli anni precedenti, nel sud dell’Italia si costituivano delle leghe meridionali che avevano come punti di riferimento Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, cioè la P2 e la destra eversiva a loro volta collegati a pezzi della criminalità organizzata italiana. Noi pensavamo che ci fosse e vero proprio progetto di golpe”.

Un golpe che non si è mai realizzato però…
“Non si è mai realizzato ma noi della Procura di Palermo abbiamo pensato che questo progetto iniziale sia confluito nella cosiddetta Trattativa sulla quale c’è oggi un processo in corso. Una trattativa che sia stata non solo criminale ma anche una trattativa politica”.

Una trattativa finalizzata a cosa?
“Alla tenuta del sistema grazie al coinvolgimento di forze politiche poi diventate di governo. E poi c’era  una convergenza di interessi tra forze politiche, massonico e finanziarie. ”

Una convergenza di interessi?
“Si tra forze politiche, massonico e finanziarie che è all’origine di tutto e che aveva interesse a costruire un nuovo assetto politico che mantenesse la situazione di potere costituita e che non costruisse un polo alternativo e concorrenziale rispetto a quello costituito negli Stati Uniti d’America. Sarà un caso che in Europa fino ad oggi non si sia mai riusciti a trovare un’unità dal punto di vista politico”. (…)
Fonte: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=12387

La Rizzoli della P2

(…) Verso il Natale del 1975, mentre il Piano di rinascita è in fase di definizione, Gelli e Ortolani promuovono a Roma un vertice fra alcuni banchieri piduisti (Roberto Calvi del Banco Ambrosiano, il Direttore generale della Banca Nazionale del Lavoro Alberto Ferrari, il Provveditore del Monte dei Paschi di Siena Giovanni Cresti), e i rappresentanti del più grande gruppo editoriale nazionale, Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din; alla riunione partecipa anche il piduista Giuseppe Battista, esperto finanziario della Loggia segreta.
Ufficialmente, l’incontro romano organizzato dalla P2 è mosso dalla crisi finanziaria che affligge il gruppo Rizzoli in seguito all’acquisizione, nel 1974, della società Editoriale Corriere della Sera, cioè la proprietà del più diffuso e autorevole quotidiano italiano; nei fatti, la banda piduista intende assumere il controllo del quotidiano di via Solferino, che copre il 40 per cento del mercato italiano, per farne un importante strumento dei suoi progetti eversivi.
Era stato il Presidente della Montedison Eugenio Cefis a convincere Rizzoli – il padre Andrea (fondatore della casa editrice), e i figli Alberto e Angelo – a rilevare la proprietà del Corriere della Sera, la cui linea politica il boss democristiano della Montedison riteneva troppo sbilanciata a sinistra.
La proprietà del “Corriere della Sera” era detenuta da tre società: Viburnum spa (gruppo Agnelli), Crema-Sesta editoriale spa (gruppo Moratti), e Alpi spa (Giulia Maria Crespi).
Cefis aveva garantito ai Rizzoli la disponibilità della Montedison a ripianare il cinquanta per cento del deficit del quotidiano, e gli aveva messo a disposizione un finanziamento a costo zero, tramite la Montedison International di Zurigo. Per attuare l’operazione, Cefis si era avvalso del suo braccio destro, Gioacchino Albanese, iscritto negli elenchi P2.
Così la famiglia Rizzoli si era imbarcata nell’acquisizione della proprietà del più importante quotidiano italiano (costo previsto: 49.595 milioni), comprando le quote dei Crespi e dei Moratti; per le quote degli Agnelli, aveva ottenuto una dilazione di pagamento fino all’estate del 1977. Al termine dell’operazione, la florida Rizzoli editore si era ritrovata attanagliata da ingenti oneri passivi, e indebitata per oltre 22 miliardi con la sola Banca Commerciale Italiana guidata dal piduista Gaetano Stammati.
All’indomani della riunione del Natale 1975, la P2 comincia a tessere la sua ragnatela attorno alla Rizzoli-Corriere della Sera: sotto la regia di Licio Gelli, la lunga mano della Loggia segreta nell’assalto al “Corriere della Sera” è quella del finanziere piduista Umberto Ortolani.
Secondo la testimonianza di Angelo Rizzoli, all’inizio del 1976 a Ortolani viene affidato il compito di “intermediatore finanziario” del gruppo Rizzoli. “Per ottenere finanziamenti dei quali il nostro gruppo aveva bisogno, l’unica strada praticabile era quella di rivolgerci al predetto Ortolani, il quale era in grado di farci ottenere i finanziamenti necessari per il gruppo, e ciò soprattutto con riferimento al Banco Ambrosiano, alla Banca Nazionale del Lavoro e al Monte dei Paschi di Siena. Purtroppo ci rendemmo ben presto conto che Ortolani esigeva delle verie e proprie tangenti che io non esiterei a chiamare taglie, sulle operazioni finanziarie da lui patrocinate”. Ma dietro e sopra Ortolani, c’è il Venerabile: “Se qualche volta l’Ambrosiano mostrava di non essere favorevole a qualche finanziamento, il Gelli interveniva e riusciva immediatamente a ottenere un cambiamento di orientamento. Allorché qualche volta tentavamo di ottenere dei finanziamenti senza passare attraverso l’Ortoalni e il Gelli, ci veniva immancabilmente risposto di no”.

Sergio Flamigni, “Trame Atlantiche”

Requisitoria pm Mancuso processo strage di Bologna 11.0.4.1988 – 4

Tutto viene lasciato andare davanti agli occhi di questi militari, di questi uomini dei servizi segreti e continua proprio in quegli anni, a rendersi sempre piu’ frenetica l’ opera di Gelli, raccontata ancora una volta da Aleandri, nel reclutamento dei militari. Abbiamo la vicenda della rivista “Politica e strategia”, di cui vi e’ un rapporto agli atti 07.12.82, che indica come in questa rivista interagissero i fratelli De Felice Fabio e Alfredo. “Politica e strategia”, periodico trimestrale a cura dell’Istituto Studi Strategici per la Difesa, Issed, con proprieta’ della rivista Filippo De Iorio, direttore responsabile Salomone Francesco e poi sostituito da Edgardo Beltrametti, assume tale carica in sostituzione di Edgardo Beltrametti.
Ecco ancora una volta questo collegamento stretto tra rappresentati delle istituzioni come De Iorio, inserito in delicatissimi compiti a livello governativo, con golpisti del calibro dei fratelli De Felice, con teorici della guerra rivoluzionaria, cui al Parco dei Principi, come Edgardo Beltrametti e futuri piduisti come il giornalista Salomone che ritroveremo nell’ ambiente e sul giornale Costruiamo l’ Azione. Sempre nell’ ambito del Golpe Borghese – Fronte Nazionale, Gelli operera’ in collegamento eversivo e massonico con tale avvocato Tilgher di Roma, come a pagina 5 del documento Maletti, e quanto nel dar conto di tutte le forze scese in campo in questa attivita’ eversiva, secondo le dichiarazioni e le rivelazioni, fornite dalle fonti del SID, tra le quali Orlandini Remo, per quanto riguarda la Toscana, racconta: brigata paracadutisti di Livorno, un colonnello e c’e’ il nome, un ufficiale superiore c’e’ il nome, otto ufficiali inferiori, sei sottufficiali. Erano inoltre presenti nei vari scaglioni militari di truppa, aderenti ad Avanguardia Nazionale, fatti inserire a cura dell’ avvocato Tilgher di Roma: buona parte dei nomi nota. Ma restera’ nota solo a Maletti. Avvocato Tilgher di Roma, avanguardista, che ritroveremo, che identificheremo innanzitutto nel Tilgher Mario nella lista che il contenuto sia nella lista italiana che nella lista uruguaiana nella P2 e sapremo passato al Grande Oriente, giuramento firmato, e sul quale si inserisce una storia particolarmente significativa: perche’ Licio Gelli quando consegnera’ alla magistratura fiorentina, che indaga sull’omicidio del magistrato Occorsio Vittorio una lista molto depurata di iscritti alla P2, inserira’ anche il nome di Tilgher Mario. Successivamente si rechera’ dal magistrato per altre precisazioni e tra queste indichera’ che l’avvocato Tilgher non e’ mai stato iscritto alla P2. Viceversa in quello stesso periodo risulta transitare dalla P2 al Grande Oriente d’ Italia, ripeto sia per documentazione italiana che per documentazione uruguaiana proveniente direttamente dall’ archivio di Gelli.
Vi sono poi, poiché in quel periodo diventa più frenetico il tentativo eversivo, siamo nei primi anni ‘70 con Gelli, protagonista abbiamo detto dal ‘71 al ’74, vi sono a scadenza fissa le circolari che Gelli invia ai suoi fratelli nel ’71, nel ’72, nel ’73.

Avremo le riunioni che la commissione ha spiegato che si trattava di più riunioni presso villa Wanda. (…) Anche qui egli nel corso di queste riunioni discuteva e elaborava misure per contrastare – questa e’ la circolare del ‘71 che cito: ” elaborare misure per contrastare la minaccia del Pci volta alla conquista del potere per stabilire opposizione di assumere in caso di ascesa al potere dei clerico-comunisti”, circolare a pagina 17 della relazione. L’ anno successivo dirama addirittura una lettera circolare ai militari iscritti alla sua loggia nella quale si traeva la conclusione che “solo una presa di posizione molto precisa poteva porre fine al generale stato di disfacimento e che tale iniziativa protesa essere assunta soltanto dai militari”. E sulla riunione di Villa Wanda, vi rinvio a quanto afferma la commissione P2, e a quanto dichiarato dal generale Palumbo, al senso di rammarico e di profondo disgusto che la presidente Tina Anselmi comunica al testimone nel congedarlo, rifiutando persino di arrestarlo. Al ruolo che in quegli anni assume, anche, Carmelo Spagnuolo procuratore generale della Cassazione e avvocature di processi pilotati, che interesseranno Gelli e il suo sistema di potere.

La circolare del ‘74, ve ne leggo pochissimi brani, mi auguro innanzitutto l’intestazione interessante “Centro Studi di Storia Contemporanea” – quindi sappiamo che sarà rivolta a tutti i fratelli di questa struttura che e’ una copertura della P2 – , sappiamo che Musumeci avrà una tessera intestata al Centro Studi di Storia Contemporanea, sappiamo anche dove gli verra’ consegnata nonostante le sue affermazioni in contrario. Dice cosi’ Gelli ai suoi fratelli: “mi auguro e auguriamoci insieme che si trovi finalmente la forza e il coraggio, la capacita’ di operare sinceramente, per estirpare il male maggiore che oggi ci affligge le eversioni, la delinquenza organizzata operante all’ombra dell’ideale politico di destra e di sinistra, non è allarmisticamente che si prevede un’estate veramente calda, direi scottante per una notevole quantita’ di problemi estremamente impegnativi, auspichiamo il rispetto delle leggi e la emanazione di quei provvedimenti intesi alla salvaguardia della dignita’ umana, diritto al lavoro, ecc”. Mentre richiamava all’ordine, con accenti squisitamente reazionari, Licio Gelli sovvenzionava la banda armata toscana, dedita ad attentati terroristici sulla linea ferroviaria Firenze – Bologna. Credo che questo argomento meriti un momento di attenzione. Dico questo non soltanto perché forte di una sentenza, sia pure di primo grado, che ha dichiarato Licio Gelli sovvenzionatore di terroristi dediti ad attentati dinamitardi, ma anche perché, presidente, vi è una tale mole di atti che vorrei in qualche modo commentare, sia pure in maniera estremamente succinta e rapida. Alcuni di questi, sono già stati letti ritengo, però opportuno rifarlo ripetere questa lettura anche perché sarà accompagnata dalla lettura di altri atti. Franci Luciano, Procura Repubblica Firenze 13.08.76: “questi fatti ho in mente di riferire hanno attinenza a un particolare ambiente che fa capo ad una persona di Arezzo, o meglio varie persone di Arezzo, poiche’ io temo che queste rivelazioni possono incidere negativamente sull’incolumita’ mia e della mia famiglia poiche’ tali fatti sono a conoscenza anche del Batani – su questo torneremo – desidero appunto che anche il Batani sia presente. Confronto Franci – Batani: “oggi posso precisare – dice Franci – che tali notizie riguardano i collegamenti fra esponenti della massoneria di Arezzo, o meglio della P2, il SID alcuni elementi di destra sempre di Arezzo, nonche’ i rapporti avuti da Batani con un certo maresciallo dei carabinieri di Arezzo”. A questo punto interviene il Batani il quale dichiara: “in effetti ho fatto delle confidenze al Franci sul primo punto non intendo per il momento fare alcuna dichiarazione per timore”. Poi parla del maresciallo Cherubini, che sapremo essere in contatto con Cauchi (…). Sullo stesso punto Murelli Maurizio: “ricordo che effettivamente durante le pause del processo Mario tuti espresse giudizi molto duri, l’intenzione di uccidere Franci e Malentacchi, avevano sporcato l’immagine del movimento Nazionale Rivoluzionario richiamando collegamenti di questo movimento con la massoneria”. “Tuti – Latini Sergio – nelle pause del processo era molto arrabbiato perche’ in quei giorni era apparsa la notizia che Franci era stato colui che aveva tirato in ballo i rapporti tra il suo movimento e la massoneria. Ha fatto capire che non gli andava che fosse stato reso noto quel collegamento ammettendolo esplicitamente. Disse che appena gli capitava l’occasione avrebbe ucciso Franci”. Bumbaca: “non avevo mai saputo di contatti tra Cauchi e la massoneria o Gelli. In carcere pero’ ho saputo da Franci, che lo ha ripetuto parecchie volte, che esso Franci aveva ottimi rapporti, era in ottimi rapporti con Gelli e che la massoneria li avrebbe aiutati.

Queste cose Franci le ha ripetute anche dinanzi al tribunale di Firenze nel processo del Fronte Nazional Rivoluzionario. In mancanza della sentenza leggero’ alcuni brani, si tratta peraltro di deposizioni, riportati nella requisitoria del dottor Vigna di Firenze che riguardano appunto l’episodio del finanziamento: E’ ancora Brogi a riferire con dettagliate dichiarazioni circa un approvvigionamento di esplosivo di armi avvenuto in epoca compresa tra 06.03.74 e il 20.04.74: il camion contenente il materiale – secondo le dichiarazioni di Brogi – fu scortato da lui stesso e da Cauchi da Viserba di Forli’ fino a Ponte San Giovanni di Perugia, con l’aiuto di Bernadelli che usava la moto in tale localita’, – il passo si segnala per la coralita’ dei partecipanti – oltre che di Zani, Ferri, di Esposti, di Vivirito ora deceduti. Fu trasferito altrove un’ altra parte di esplosivo fu portato presso l’ abitazione di Cauchi a Monte San Savino e da qui con l’ aiuto di Brogi e Franci in localita’ Alpe di Poti donde tuti ne prelevo’ un quantitativo. Al procacciamento erano interessati anche i fratelli Castori”. Brogi individuato il casolare ove l’ esplosivo fu nascosto e tale esplosivo poi fu recuperato anche se l’intervento, dopo la strage dell’Italicus del teste imputato Del Dottore, nonche’ uomo collegato al SID”.

Ancora leggiamo in questo atto di accusa, ripeto che ha trovato una conferma, una prima conferma, nella recente sentenza della corte di assisi di Firenze: “Cauchi manteneva collegamenti – pag 106 – con i vertici romani del gruppo, intesseva rapporti con le persone che gravitavano nell’ambiente milanese di Ordine Nero, Mar Fumagalli, era strettamente legato a tuti presso il quale passo la sera del gennaio ‘75, in cui costui uccise due poliziotti e feri’ gravemente un terzo”. Eppure tutto cio’ non e’ ancora sufficiente a descrivere compiutamente la figura dell’imputato, che manteneva rapporti con persone inserite in apparati statali, si vedano sul punto le dichiarazioni non solo di Brogi ma anche di Vinciguerra o ai vertici di potentati economici della massoneria come Licio Gelli. E se e’ vero quanto afferma Vinciguerra, e non c’e’ ragione di dubitarne, sia per la forte personalita’ del dichiarante sia perche’ la circostanza si inquadra nel contesto sopra richiamato, riferendo un discorso di Cauchi questi pote’ sfuggire all’arresto perche’ avvisato da un non identificato appartenente alle forze dell’ordine e trovò poi rifugio in Spagna ove avrebbe, con altri latitanti dell’eversione nera, compiuto azioni ispirate dai servizi spagnoli. Sono poi documentati in atti i contatti che anche dopo la fuga di Arezzo, il Cauchi ebbe con i responsabili del servizio di Firenze, che all’epoca il magistrato che redigeva quest’atto non conosceva essere una persona il cui nome ricorre in questo processo, cioe’ il capitano Mannucci Benincasa.

Gelli – pag 107 –  mediante l’attribuzione della qualifica di sovventore della banda armata, sulla base delle dichiarazioni di Andrea Brogi: aveva riferito questi Andrea Brogi, di una consegna di danaro da parte del Gelli al Cauchi in vista di azioni di addestramento e di preparazione sul piano militare di persone che avrebbero potuto assumere iniziative dopo il referendum sul divorzio. Degli interrogatori del 01.12.86 e 19.12.86. Brogi ha precisato con maggiori dettagli lo svolgimento dell’operazione di finanziamento che fu concordato tra Gelli e Cauchi accompagnato da Mauro Mennucci. Si tratta di un ufficiale dell’arma dei carabinieri cioe’ quel Salvatore Pecorella inquisito nel gennaio ‘74 anche arrestato nell’ambito delle indagini sul golpe Borghese e anch’egli iscritto alla loggia P2. L’intervento di Pecorella fu propiziato, secondo la narrazione di Brogi, dall’ammiraglio Birindelli, anch’egli della loggia, la cui deposizione non contraddice il racconto del Brogi che doveva servire a garantire a Gelli la serieta’ dell’operazione e che i finanziamenti “non si perdevano e non finivano in cose inutili”, cito tra virgolette: “fu appunto in seguito a quell’intervento che il Gelli erogo’ la somma di lire 18000000 che servi’ anche all’approvigionamento delle armi e dell’esplosivo del periodo compreso tra il 6 marzo ed il 21 aprile, senza peraltro che a Gelli fossero date particolari indicazioni sull’operazione”. Brogi, poi si parla dei supporti a queste dichiarazioni e della riunione che fu indetta da tutti costoro nell’abitazione di Paolo Signorelli sul lago di Bolsena, alla quale anche Brogi partecipo’ sia pure con funzione di copertura esterna. Un primo supporto a quelle dichiarazioni – pag 108 – proviene da Sergio Calore persona altamente attendibile e, il riscontro di cui si tratta, pare sia particolarmente rilevante. Riferisce Calore di “avere appreso da Concutelli che nel ‘76 il gruppo perugino voleva introdursi in una villa presso Arezzo e qui impossessarsi di documenti custoditi in tale villa da un’esponente della massoneria. Ma Pugliese aveva bloccato l’operazione affermando che quel personaggio che abitava nella villa non andava toccato”. Vinciguerra apprese direttamente da Cauchi, Gallastroni anche qui abbiamo documenti provenienti direttamente dalla polizia: Gallastroni parlo’ a personale della Digos di Arezzo di somme date da Gelli a Cauchi, anche se poi cerco’ di stemperare il discorso. Franci sin dal ‘76 aveva assunto iniziative di rivelare i rapporti tra Gelli e la destra eversiva, e via, e cosi’ via di seguito. (…) L’informativa che la polizia di Arezzo il 06.08.80 invia all’illustrissimo signor Questore dice questo “accertamenti connessi all’ attentato di Bologna riferiva che non era, questo Gallastroni, che non era in grado di indicare dove potesse trovarsi il Cauchi ed aggiungeva che all’ epoca delle indagini sul gruppo Tuti, detto Cauchi era amico di Licio Gelli dal quale avrebbe ricevuto somme di danaro”. Gallastroni Giovanni: “Cauchi era amico di Gelli” (…). Ma Cauchi si e’ detto fugge il giorno in cui Tuti ammazza i due poliziotti e ne ferisce gravemente un terzo. Cauchi quella mattina si dirigeva in casa di Tuti, quella sera si dirigeva in casa di Tuti e successivamente dopo questo crimine saranno a cena insieme.

Presidente qui vi e’ anche un atto ufficiale proveniente Firenze 20.12.77. Il centro di Firenze scrive al signor capo reparto D di Roma, racconta come vi siano stati rapporti tra il SID e Cauchi e su questi rapporti vi e’ stato il segreto di Stato su chi abbia mantenuto questi rapporti e’ stato opposto il segreto di Stato, come il servizio abbia avvicinato Cauchi in occasione dell’attentato alla casa del popolo di Moiano, poiche’ si avevano seri sospetti nei confronti di Batani rientrato alle 5 del mattino. Bene avvicinano Cauchi, che confidenzialmente si seppe essere vicino al Batani e in grado di dare confidenze. Il Cauchi si dimostrò subito interessato a parlare del Batani scagionandolo completamente dalla sospetta partecipazione all’ attentato di Moiano. Preciso’ in particolare che il Batani non era mai stato alla casa del popolo di Moiano e che erano quelle testimonianze erano da considerarsi false. E infine che il Batani era rientrato effettivamente alle 23,30 e non alle 5. Questo e’ un concorrente, Presidente, che va a scagionare un attentatore del calibro di Batani ed era un collaboratore del SID di Firenze. Fu chiesto al Cauchi se fosse in possesso di qualche notizia relativa agli altri inquisiti e senza esitazione avvio’ il discorso su Brogi, definendolo un sicuro provocatore. Era il momento in cui gia’ lo aveva condannato a morte ed aveva anche tentato, deciso di sopprimerlo.
Alcuni giorni piu’ tardi, fine maggio, il Cauchi telefono’ al numero datogli al Sid, Presidente, per comunicare che il Batani sarebbe tornato entro una decina di giorni ad Arezzo. Ma “con l’ incontro del 19 giugno si concluse il rapporto con Cauchi, per quanto e’ dato ricordare, cio’ puo’ essere dipeso – dice lo scrivente – dall’ approssimarsi del periodo delle ferie estive”. E quanto saranno drammatiche quelle ferie estive, come il Cauchi partecipera’ a quegli eventi lo sapremo tutti. “Passeranno sette mesi – e ancora il rapporto – prima che il Cauchi si faccia vivo”. “Cio’ dovrebbe essere avvenuto la sera del 26.10.75 o 27.01.75 verso le 22 – 23 allorche’ cerco’ per telefono l’ elemento che lo aveva contattato, a quell’ ora assente dall’ ufficio. Rintracciato fece dire al Cauchi, che aveva lasciato detto che avrebbe richiamato di dare un recapito telefonico. Cosa che il Cauchi fece di li’ a poco dicendo che poteva essere richiamato al posto telefonico pubblico della stazione delle ferrovie dello Stato di Milano”. Il Cauchi era gia’ stato raggiunto, era gia’ stato emesso nei suoi confronti ordine di cattura, era latitante telefonava al Sid e lasciava il suo recapito per essere successivamente rintracciato. “Chiamato successivamente dal contattante, Cauchi rispose effettivamente dal recapito datogli e chiese subito all’ interlocutore se era in grado di metterlo in contatto con il pm che stava conducendo le indagini di Arezzo, e per l’omicidio di Empoli il 24 precedente Tuti ecc. Si disse completamente estraneo alla vicenda, voleva chiarire ogni cosa col magistrato. Fu conseguentemente preso contatto, Cauchi ripete’ , Donati Luca confermo’, l’ avvenuta fuga. La conferma Presidente, la chiusura di questo rapporto, nello stile di quella informativa che vi ho detto: “Da allora non e’ stato attuato alcun tentativo di acquisizione di notizie sulla latitanza del Cauchi, nella precisa preoccupazione di non ingenerare in chicchessia, mal fidati sospetti di collusione col soggetto, si puo’ e si deve pur dire, Giannettini docet”… E chiude questo rapporto.