Il Golpe Borghese – Relazione Commissione Stragi 1995 – prima parte

Può ritenersi ormai certo che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 si attivò in Roma un tentativo di vero e proprio colpo di Stato, che tuttavia durò soltanto poche ore e fu subito interrotto ben prima che si raggiungesse uno stato insurrezionale. In merito può ormai ritenersi sufficientemente accertato che:

a) Un gran numero di uomini era stato raccolto e organizzato da Junio Valerio Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale in stretto collegamento con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

b) Sin dal 1969 il Fronte Nazionale aveva costituito gruppi clandestini armati e aveva stretto relazioni con settori delle Forze Armate.

c) Borghese stesso, con la collaborazione di altri dirigenti del Fronte Nazionale e di numerosi alti Ufficiali delle Forze Armate e funzionari di diversi Ministeri, aveva predisposto un piano, che prevedeva l’intervento di gruppi armati su diversi obiettivi di alta importanza strategica; sin dal 4 luglio 1970 era stata costituita una “Giunta nazionale”. Avrebbero dovuto essere occupati il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, la sede della televisione e gli impianti telefonici e di radiocomunicazione; gli oppositori (e cioè gli esponenti politici dei diversi partiti rappresentanti in Parlamento), avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Il Principe Borghese avrebbe quindi letto in televisione un proclama, cui sarebbe seguito l’intervento delle Forze Armate a definitivo sostegno dell’insurrezione.

d) Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il piano comincia ad essere attuato, con la concentrazione a Roma di alcune centinaia di congiurati e con iniziative analoghe in diverse città:

1) Militanti di Avanguardia Nazionale, comandati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli Interni e si impossessano di armi e munizioni che vengono distribuite ai congiurati.

2) Un secondo gruppo di militanti si riunisce in una palestra, in via Eleniana, ove attende la distribuzione delle armi, che dovrà avvenire a seguito dell’ordine di Sandro Saccucci (un tenete dei paracadutisti stretto collaboratore di Borghese) e a opera del Generale Ricci tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono anche ufficiali dei Carabinieri.

3) Lo stesso Saccucci (che avrebbe dovuto assumere il comando del SID) dirige personalmente un altro gruppo di congiurati, con il compito di arrestare uomini politici.

4) Il Generale Casero e il Colonnello Lo Vecchio (i quali garantiscono di avere l’appoggio del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Fanali) dovrebbero invece occupare il Ministero della Difesa.

5) Il Maggiore Berti, già condannato per apologia di collaborazionismo e ciò nonostante giunto ad alti gradi del Corpo forestale dello Stato, conduce una colonna di allievi della Guardia forestale, proveniente da Città Ducale presso Rieti, che attraversa Roma e va ad attestarsi non lontano dagli studi RAI-TV di via Teulada.

6) Il Colonnello Spiazzi (di cui si è già chiarito il ruolo nei Nuclei per la difesa dello Stato) muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con l’obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, in esecuzione di un piano di mobilitazione reso operativo da una parola d’ordine.

7) L’insurrezione, già in fase di avanzata esecuzione, fu improvvisamente interrotta. Fu Borghese in persona a impartire il contrordine; ne sono tuttora ignote le ragioni, giacché Borghese rifiutò di spiegarle persino ai suoi più fidati collaboratori.

saccucci-sandro

Sono questi fatti noti, di cui acquisizioni anche recenti hanno consentito una più ampia ricostruzione e una più approfondita lettura. E tuttavia gli stessi, anche per come percepiti nella immediatezza degli accadimenti, appaiono alla Commissione tali da non giustificarne la valutazione minimizzante che hanno avuto in sede giudiziaria (sentenza Corte d’Assise di Roma 14 novembre 1978 e Corte di Assise di Appello del 14 novembre 1984 che condussero al noto esito globalmente assolutorio) ed anche da gran parte dell’opinione pubblica, apparsa spesso orientata da aspetti velleitari dell’operazione e dallo scarso spessore di molti dei suoi protagonisti, a definire l’episodio come un “golpe da operetta”.
Per ciò che concerne la valutazione giudiziaria, scarsamente condivisibili appaiono alla Commissione innanzitutto le motivazioni con cui già in sede istruttoria furono prosciolti molti di coloro che si erano radunati, agli ordini del Fronte Nazionale; il proscioglimento fu infatti così motivato: “molte persone aderirono al Fronte Nazionale perché illuse e confuse da ingannevole pubblicità… Nei loro confronti non sono state avanzate istanze punitive nella presunzione che l’iscrizione, il gesto isolato e sporadico, il sostegno ‘esterno’, la convergenza spirituale di per sé rilevano, piuttosto che un permanente legame, un atteggiamento psicologico non incidente sulla ‘condizione’ processuale degli interessati”.
Indipendentemente dalla fondatezza giuridica di tale dichiarata presunzione, va rilevato che tra le posizioni così archiviate ve ne erano alcune riferibili a soggetti che negli anni successivi compariranno in momenti di rilievo dell’eversione di destra, quali Carmine Palladino, Giulio Crescenzi, Stefano Serpieri, Gianfranco Bertoli (autore della strage di via Fatebenefratelli a Milano), Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati, Carlo Fumagalli, Nico Azzi (autore della tentata strage del 7 aprile 1973 di cui si è già detto).

Analogamente alcuni dati di fatto – pur non contestati – furono incomprensibilmente svalutati nella decisione della Corte di Assise di primo grado, che accetto le più ridicole giustificazioni di condotte che apparivano ictu oculi di straordinaria gravità (come quella del Generale Berti nell’avere condotto un’intera colonna di militari armati di tutto punto e muniti di manette, acquistate senza autorizzazione ministeriale appena pochi giorni prima, fino a poche centinaia di metri dalla sede della radiotelevisione). Esito di tale complessiva lettura minimizzate può ritenersi la finale ricostruzione della vicenda, cui approda la Corte di Assise di Appello romana nella già ricordata sentenza, affermando: “che i ‘clamorosi’ eventi della notte in argomento si siano concretati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni nello studio di commercialista dell’imputato Mario Rosa, nella adunata semi pubblica di qualche decina di persone nei locali della sede centrale del Fronte Nazionale (adunata cui potettero presenziare anche estranei al movimento, e cioè attivisti dell’M.S.I., incaricati dal loro partito di sorvegliare, senza neppure tanta discrezione, le attività di J. V. Borghese e dei suoi seguaci), nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica e strategicamente insignificante dell’agglomerato urbano, nel concentramento di un imprecisato numero di individui, alcuni certamente armati ma i più sicuramente non molto determinati, nella zona di Montesacro , in un cantiere impiantato dall’impresa di Remo Orlandini, e, da ultimo, nella riunione di cento o duecento persone, fra uomini e donne, senza armi in una palestra gestita dall’associazione paracadutisti nella via Eleniana di Roma”.

Così come analogamente minimizzate appare la valutazione che nella medesima sede viene operata del Fronte Nazionale e del suo organizzatore:
“La formazione creata e capeggiata da J. V. Borghese, con l’apporto determinante soprattutto di elementi legati, se non politicamente ed ideologicamente, almeno sentimentalmente al fascismo, ed al fascismo più deteriore, quello repubblichino, accolse nel suo seno esaltati, se non mentecatti, di ogni risma pronti a conclamare in ogni occasione la propria viscerale avversione al sistema della democrazia liberale, avversione condivisa dal loro capo, nonché ad alimentare deliranti segni di rivalsa e speranze e propositi illusori di rovesciare il regime creato dalle forze andate al potere dopo la disfatta del fascismo: conseguentemente è indubbio e risulta documentato in atti, che all’organizzazione del Fronte Nazionale appartennero individui che, in assenza di qualsiasi elemento che potesse conferire caratteri di concretezza ai loro discorsi, presero a farneticare di imminenti colpi di Stato, nei quali essi stessi e il movimento cui si erano affiliati avrebbero dovuto avere un ruolo determinante, o almeno significativo, a spingere le proprie sfrenate fantasie, apparse subito comiche alla generalità dei compari, un po’ meno sprovveduti di loro, sino al punto di vagheggiare spartizioni di cariche per sé e per i propri amici e conoscenti nell’amministrazione centrale e periferica dello Stato, a predisporre proclami da rivolgere al popolo dopo la auspicata instaurazione del fantasticato “ordine nuovo”, ad immaginare come imminenti sovvertimenti istituzionali….”.
Sorprendente appare alla Commissione che a valutazioni siffatte si sia potuto giungere nel 1984, cioè al termine del terribile quindicennio che ha insanguinato la Repubblica; e cioè dopo che una serie di eventi, con la tragicità della loro evidenza, avevano dimostrato la estrema pericolosità dei fenomeni, in cui la vicenda della notte dell’Immacolata veniva ad inserirsi, preannunciando in qualche modo episodi successivi, di cui molti degli aderenti al Fronte Nazionale furono, come già segnalato, i negativi protagonisti. Vuol dirsi cioè che una valutazione giudiziaria così minimizzante dell’episodio avrebbe avuto senso se lo stesso fosse venuto ad inserirsi in un contesto storico sociale assolutamente pacifico; e cioè affatto diverso da quello che caratterizzò il Paese per l’intero decennio degli anni ’70. In quel contesto la vicenda della notte dell’Immacolata non può meritare una così intensa sottovalutazione che stride, fino alla inverosimiglianza, con la stessa personalità del suo protagonista, (il Comandante Borghese), quale già all’epoca nota e quale meglio è venuta a precisarsi a seguito di più recenti acquisizioni: un coraggioso uomo d’armi, avvezzo a responsabilità di elevato comando, esperto di guerra e di guerriglia, conoscitore degli aspetti e dei profili occulti del potere, sia in ambito nazionale che internazionale. Appare francamente inverosimile che personalità siffatta si sia posta alla testa di un gruppo di “mentecatti” o di “giovinastri” quali alla autorità giudiziaria sono apparsi gli affiliati al Fronte Nazionale, per assumere i rischi di pesanti responsabilità senza alcun tornaconto personale ovvero senza alcuna concreta possibilità di successo.

Borghese junio

Peraltro è estremamente probabile che anche gli esiti giudiziari della vicenda sarebbero stati diversi se intense e molteplici non fossero state le condotte di occultamento della verità anche da parte degli apparati. Le varie fasi del tentativo insurrezionale furono infatti costellate da contatti tra uomini del Fronte Nazionale e pubblici funzionari, in cui è difficile distinguere le condotte partecipative di questi ultimi da quelle di mero favoreggiamento successivo. Con nota del 13 agosto 1971, infatti, il SID comunicò all’autorità giudiziaria che le notizie in possesso del Servizio “portavano all’esclusione di collusioni, connivenze o partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio”. Sin dal 1974 emerse, invece, che il SID aveva occultato rilevanti elementi di prova sugli avvenimenti della notte dell’Immacolata. Erano infatti state raccolte, nell’immediatezza dei fatti (e per alcuni versi persino prima che essi accadessero), informazioni assai particolareggiate sulla organizzazione del colpo di Stato e sulla identificazione di coloro che – a diverso titolo – vi avevano avuto parte. Tra queste informazioni ve ne erano di provenienza non meramente confidenziale, come le registrazioni dei colloqui avvenuti tra il Capitano del SID Antonio Labruna e uno dei congiurati, Remo Orlandini, nonché registrazioni di conversazioni telefoniche raccolte sin dal giorno successivo al fallimento dell’iniziativa. Nel settembre 1974 il Ministro della Difesa, Giulio Andreotti, impose al SID (e per esso al nuovo direttore Casardi e a quello del Reparto D, Gian Adelio Maletti) di comunicare all’autorità giudiziaria le informazioni in possesso del servizio.

Furono quindi inviate tre distinte memorie, che riguardavano rispettivamente il Golpe Borghese, la “Rosa dei Venti” e ulteriori fatti di cospirazione dell’estate 1974, a seguito delle quali fu infine esibito il materiale (che all’epoca si ritenne integrale) raccolto dl Reparto D. Già da questo materiale risultò evidente che il Servizio aveva seguito sin dalla nascita il Fronte Nazionale; risultano accuratamente descritti i contatti con i dirigenti di Ordine Nuovo (tra cui Pino Rauti) e di Avanguardia Nazionale (tra cui Stefano Delle Chiaie, definito “un tecnico della agitazione di massa e della cospirazione”); l’addestramento all’uso delle armi individuali; la preparazioni del colpo di Stato; la disponibilità di armi e i collegamenti con settori delle Forze Armate (ivi compreso il ricorso alle caserme per l’approvvigionamento delle armi e munizioni in caso di necessità). Nessuna contromisura risultò però essere stata predisposta e il disvelamento della condotta del Servizio al suo interno portò all’allontanamento del suo Direttore generale Miceli e al rafforzamento di Casardi e Maletti.
Fu però soltanto a seguito dell’assassinio del giornalista Mino Pecorelli (avvenuto in Roma il 21 marzo 1979) che si accertò come solo una parte delle informazioni fosse stata effettivamente posta a disposizione degli inquirenti: quelle concernenti il coinvolgimento di alti ufficiali delle Forze Armate e dello stesso Servizio di informazione erano state in realtà in larga parte soppresse. Nel colorito linguaggio del settimanale OP – che appare sempre di più un singolarissimo crocevia, un luogo fitto di intrecci di svariati “fiumi carsici” che attraversarono la vita del Paese – ciò verrà sintetizzato nella espressione “malloppone e mallopponi” a segnalare che da un originario, grande rapporto erano state ricavate più modeste, purgate informative.
I contenuti di OP, decrittati alla luce delle acquisizioni di cui oggi si è in possesso, convincono che tra le responsabilità da occultare vi fu anche con ogni probabilità quella di Lucio Gelli il cui ruolo sarebbe stato quello di consegnare la persona del Presidente della Repubblica in mano al Fronte Nazionale, avvantaggiato in ciò dai rapporti diretti con il Generale Miceli che davano a Gelli libero accesso al Quirinale. Questo è il ruolo che a Gelli sarebbe stato assegnato nel colpo di Stato del 1970 in danno del Presidente Saragat; analogo ruolo Gelli avrebbe dovuto svolgere in danno del Presidente Leone secondo un altro progetto eversivo del ’73-’74, di cui in seguito più ampiamente si dirà.

“Parola del Sid” – Panorama 26.06.1975 – terza parte

8.L’attuazione del «golpe» viene fissata per la notte dell’8 dicembre 1970. Il 7 dicembre inizia l’af­flusso in Roma dei Gruppi B e lo schieramento iniziale dei nuclei. Il Gruppo di La Spezia si raduna al Motel Agip di via Aurelia, il Gruppo di Gros­seto si concentra presso la Tipografia Rotoprint di Pomezia (di proprietà di Federico Bonvicini); altri, tra cui il Gruppo di Genova, convergono nel cantiere di Remo Or­landini; il Gruppo Saccucci si reca nella palestra di via Eleniana. Il Gruppo delle Guardie Forestali che dalla sede stanziale (Cittaduca­le) doveva muovere nella notte sull’8 dicembre 1970 in direzione di Roma per una esercitazione in autocolon­na, risulta senz’altro disponibile agli ordini di un certo tenente colonnel­lo Berti. Lo « stato maggiore » del Fronte è riunito nel cantiere di Orlandini.
Intorno alle ore 11-12 si procede all’attuazione della prima parte del piano (ingresso nel ministero dell’ Interno). Nel pomeriggio del 7 dicembre giungono in Roma anche elementi di Avanguardia Nazionale della Li­guria e Toscana (Cardellini, Sturlese, Carmassi, Mario Bottari).

saccucci-sandro

Nel contempo si definiscono gli ul­timi accordi per l’esecuzione com­pleta dell’intero piano eversivo. (Nel quadro di tale disegno eversivo il 7 dicembre 1970, a sera inoltrata, un gruppo di Avanguardia Nazionale, capeggiato da Mario Bottari, muove per compiere un sequestro di perso­nalità non nota. Sbaglia indirizzo e, tra l’altro, resta bloccato nell’ascen­sore del palazzo. Solo nelle prime ore del giorno successivo riesce a rientrare senza aver condotto l’ope­razione). Il centro operativo è costituito, ol­tre che dal predetto, da Salvatore Drago, Giacomo Micalizio (medico palermitano amico di Drago e di Ste­fano Delle Chiaie), Bonvicini, De Ro­sa, Adriano Monti, Junio Valerio Borghese, Lo Vec­chio, il generale di squadra aerea (ri­serva) Casero e Rosa sono riuniti nello studio di quest’ultimo e costi­tuiscono il comando politico dell’ operazione.

9.Intorno alle ore 24, il maggio­re Enzo Capanna fa uscire dal mini­stero dell’interno un autocarro con 180 mitra Mab destinati a Remo Or­landini. Ma, contemporaneamente, il centro operativo riceve da Junio Bor­ghese l’ordine di sospendere l’operazione e di far rientrare gli uomini. Motivazione data da Borghese: nessun militare è stato disposto ad agevolare l’ingresso nel ministero della Difesa.

In tutta fretta, i convenuti si al­ lontanano da Roma, mentre il com­mando entrato nel ministero dell’Interno guadagna l’uscita portando con sé parte delle armi ricevute in con­segna (sembra n. 7 mitra Mab). (Il camion con i 180 Mab viene rintrac­ciato per le vie di Roma e fatto rientrare al ministero dell’Interno. Le armi vengono scaricate e riposte dal commando prima di uscire dal pre­detto dicastero). Al momento di abbandonare il can­tiere Oriandini, Salvatore Drago rie­sce a impossessarsi delle tute mime­tiche, cinturoni, baschi da carabinie­ri e altro equipaggiamento che il gruppo La Spezia aveva al seguito per l’operazione ministero della Di­fesa (totale 50 combinazioni).

10.Il 20 gennaio 1971, nella sede del Direttivo del Fronte Nazionale in Roma, via XXI Aprile, ha luogo una riunione di tutti i delegati per un esame della situazione. Borghese non dà alcuna spiegazio­ne convincente della sospensione dell’azione Tora-Tora (così definita tra i partecipanti), mentre alcuni tra i presenti ripropongono nuove imprese. Tra questi si evidenzia Giancarlo De Marchi di Genova venuto al con­vegno insieme al delegato della cit­tà ligure, Frattini. Nella circostan­za, De Marchi fa una crìtica dell’ operato e si offre di finanziare, tra­mite i suoi « amici » qualcosa « di nuovo ma serio ».
Il giorno successivo Remo Orlandini va a Genova e incontra De Marchi per un discorso più appro­fondito. Il 22 gennaio, Frattini vie­ne esonerato e l’avvocato genovese diventa il nuovo delegato di Ge­nova.

11.Le attività successive del Fron­te Nazionale, alle quali è sempre assente Borghese, possono sintetiz­zarsi in :
-27 gennaio 1971, riunione in Ro­ma presso un circolo culturale im­precisato. Scopo: discutere sull’opportunità della ripresa dell’azione. Partecipan­ti: on. Filippo Di Iorio, Remo Orlandini, Fabio e Renzo De Felice, Ciabatti, Zanelli, Quattrone (farma­cista, del Gruppo A di Genova), Bonvicini ;
-primi di marzo 1971, riunione in Roma, presso i De Felice (sembra in via Abetone). Scopo: quello del giorno 27 gennaio. Partecipanti: fra­telli De Felice, Rosa, Ciabatti, Orlandini, De Marchi. Risultano altre­sì presenti due ufficiali dei carabi­nieri. (Nell’occasione, Orlandini pre­ga De Marchi di acquistare e conse­gnare a Rosa 100 tute e accessori per equipaggiamento da carabiniere. Incarico successivamente assolto).

12.Il 17 marzo 1971 la Rai-Tv pub­blicizza il tentativo di « golpe » e avviene l’arresto di Remo Orlandini e altri. Immediatamente, un gruppo di affiliati si riunisce e si autodefinisce nuovo Direttivo Nazionale del Fron­te. I soggetti sono : De Marchi, Bon­vicini, Zanelli, il figlio del chirurgo Pietro Valdoni, Ciabatti, Costanti­ni (medico di Padova), Stefano Di Luia (esponente di Lotta di Popo­lo), Stefano Delle Chiaie, un rappre­sentante non noto di Ordine Nuovo di Rieti, Pomar, Micalizio e Salva­tore Drago.
Nell’estate 1971 i predetti si riu­niscono sul monte Terminillo, in una villa privata, ed eleggono Cia­batti rappresentante in Italia dei ca­po del Fronte Nazionale (Valerio Borghese infatti è fuggito in Spagna per sottrarsi al mandato di cattura).
Inoltre, in uno sforzo di rimpasto organizzativo, vengono nominati :
-Giancarlo De Marchi, delegato responsabile per il Nord-Italia;
-Bonvicini, delegato responsabi­le per il Centro;
Micalizio, delegato responsabi­le per il Sud-Italia.

“Parola del Sid” – Panorama 26.06.1975 – seconda parte

1.Nel 1968, con il proposito di sovvertire le istituzioni dello Stato attraverso un « golpe », Junio Va­lerio Borghese, Remo Orlandini e Mario Rosa decidono la costituzio­ne di un « Fronte Nazionale », cioè di una organizzazione di massa di intonazione anticomunista. Sin dall’inizio delle attività pro­pagandistiche, si affianca al presi­dente del Fronte Nazionale (Junio Valerio Borghese) un costruttore edile romano, dottor Benito Guada­gni, che assicura finanziamenti e ri­solve anche problemi personali di Borghese. La sede del Fronte viene fissata presso l’impresa Guadagni in Roma, via Giovanni Lanza n. 30. Mario Rosa, ex-maggiore della Mvsn (Milizia volontaria per la si­curezza nazionale), già comandante del III battaglione del reggimento « Cacciatori degli Appennini » dell’ Esercito della Rsi ( Repubblica so­ciale italiana) assume le funzioni di segretario organizzativo.

borghesevalerio

2. Le prime attività di proseliti­smo del Fronte Nazionale consisto­no nell’agganciare elementi di destra, già impegnati con il preceden­te regime. Tra i propagandisti più attivi è Manente, ex-funzionario dell’ufficio politico della Mvsn, all’epoca rappresentante itinerante della Cen (Casa Editrice Nazionale) che con­tatta, tra gli altri, i futuri delegati della Toscana. Il 19 marzo 1969, il Fronte Nazio­nale compie la prima sortita pub­blica con una riunione presso l’Hotel Royal di Viareggio. Nel corso della riunione (presen­ti 200 persone circa, n.d.r.), l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lot­ta al comunismo.

3. Nel quadro delle attività di­vulgative delle idee, nell’ottobre 1969 vengono indette altre riunioni. Una ha luogo a Fiesole, con pa­tecipazione di circa 300 persone tra cui il generale della riserva Marini, medaglia d’oro dell’Aeronautica mi­litare, e dello staff del Fronte (Bor­ghese, Guadagni, Rosa) che, al ter­mine dell’assemblea, incontra i pri­mi responsabili provinciali della To­scana e della Liguria nella hall dell’ Albergo Savoia per una messa a punto organizzativa. Una seconda, più ristretta, viene tenuta presso il Circolo Forze ar­mate di Firenze.

4. Il Fronte Nazionale assunse inizialmente un’organizzazione ba­sata su « delegati provinciali » ai quali sono affidati compiti di pro­selitismo e di studio di iniziative da assumere nel caso di lotta aper­ta e armata con i comunisti. I primi e più attivi « delegati » sono :

– Giachi, ex-centurione della Mvsn, per Firenze ;
– Elio Pomar, per Varese;
– De Rosa, per Roma;
– ingegner Pavia per Torino;
– Giuseppe Zanelli, per La Spezia ;
– Costantini, per Padova.

L’organizzazione assume poi la se­guente fisionomia :
-articolazione provinciale con co­stituzione, nell’ambito di ciascun elemento, di due « gruppi » : grup­po A (palese) destinato al proseli­tismo in ambiente civile; gruppo B (occulto) destinato all’approntamen­to di « strumenti operativi » (es­senzialmente : raccolta e conserva­zione armi; acquisizione di perso­nale valido per azioni « disinvolte » ; approntamenti di « santuari ») con caratterizzazione militare ;
– dipendenza dei Gruppi B da un responsabile a livello nazionale (in­gegner Adami Rook, Vice Direttore della Galileo di Firenze, già ufficia­le della Regia Marina, congedato con il grado di capitano di corvetta) ;
-autonomia, a livello provincia­le, del gruppo B rispetto al « dele­gato » istituzionalmente Capo del lo­cale Gruppo A.

Parallelamente a livello direzio­nale centrale i responsabili si ado­perano per far acquisire al movi­mento una concreta capacità operativa. Si provvede in conseguenza :
– alla costituzione di un « nucleo speciale », alle dirette dipendenze di Borghese (verosimilmente con a capo Remo Orlandini) per il tenta­tivo di realizzare un reclutamento in ambiente militare e del ministe­ro all’Interno ;
– all’inquadramento del persona­le reclutato in « gruppi » (gruppo ex-paracadutisti di Saccucci; grup­po Berti della Guardia forestale) che, all’attuazione del « golpe », avrebbero dovuto insieme ai « grup­pi B » procedere alla occupazione dei posti-chiave (Ministeri, Rai-Tv, Questura di Roma, centrale elettri­ca di Nazzano, ponti radio);
– all’agganciamento di « Avanguar­dia Nazionale » al « Fronte ».

5.Dopo la riorganizzazione, i Gruppi B assumono particolare im­portanza nel Fronte. Le riunioni dei capi gruppo avven­gono a Nugola Nuova (Pisa) in una villa di proprietà del veterinario Paoletti e sono particolarmente cen­trate sull’armamento.
L’organizzazione dei Gruppi B è costituita da:
responsabile nazionale : ingegner Adami Rook (è anche a capo del Gruppo B di Firenze);
Vice: Cappellini (è anche capo del Gruppo B di Pistoia);
Capo gruppo B di Pisa: profes­sor Mazzari ;
Capo gruppo B di Grosseto : Cia­batti ;
Capo gruppo B di Livorno : Bal­zarini ;
Capo gruppo B di Viareggio : Giannotti (Concessionario Fiat di Forte dei Marmi);
Capo Gruppo B di La Spezia : Zanelli (che, eccezione, è anche capo gruppo A, cioè delegato di La Spezia) ;
Capo gruppo B Apuania: Pelù (del Msi);
Capo gruppo B di Genova; Frattini.

Alle riunioni del « collettivo » gruppi B partecipano, quasi sempre, elementi di Avanguardia Nazionale e Porta Casucci.

6.Una prima, concreta intenzione operativa del Fronte Nazionale si registra a fine aprile 1970. Per quanto riguarda la parte as­segnata ai Gruppi B, l’ingegner Ada­mi Rook convoca nella sua villa di Pisa i responsabili delle bande ar­mate ed espone loro l’esigenza di predisporre uomini e armi per l’occupazione di un obiettivo in Ro­ma, lasciando intendere che l’azio­ne sarà condotta il 24 maggio suc­cessivo. Nella circostanza, Adami Rook :
-non fornisce indicazioni sul « pia­no generale » ;
-esprime alcune fantasiose mo­dalità esecutive per l’occupazione dell’obiettivo (che volutamente non precisa) assegnato ai Gruppi B;
-preannuncia che l’azione verrà svolta in ore notturne;
-indica quale punto di concen­tramento di Gruppi B la zona di Lucus Feroniae, prossima all’Autostrada del Sole, casello di Fiano Ro­mano;
-fa riserva di comunicare l’ora di concentramento al punto fissato.

L’esposizione del piano lascia per­plessi i convenuti che avvertono la non fattibilità dell’operazione per la superficialità con cui l’azione è stata concepita e le scarse indicazioni for­nite. Una serrata critica del piano viene fatta alcuni giorni dopo nel corso di una riunione ristretta di aderenti ai Gruppi B, in Pisa. Alle riunioni sono presenti:

-Cappellini, Capo del Gruppo B di Pistoia e vice di Adami Rook (che nonostante ciò aveva partecipato al­la pianificazione);
-Mazzari, Capo del Gruppo B di Pisa;
-i fratelli Piccardo (del Gruppo B di Pistoia);
-Fiori, tipografo di Monsummano (del Gruppo B di Pisa);
-Sturlese e Cardellini, di La Spe­zia, aderenti ad Avanguardia Nazio­nale;
-Piero Carmassi di Massa Carra­ra, aderente ad Avanguardia Nazio­nale;
(I citati elementi di Avanguardia Nazionale « seguivano » sempre le riunioni dei Gruppi B).

Dall’incontro scaturisce l’esigenza di un abboccamento con Borghese perché dirima dubbi e perplessità. Il Capo del Fronte Nazionale, sen­tito da Cappellini in proposito al pia­no illustrato da Adami Rook:
-afferma che il piano non è defi­nitivo;
-smentisce che debba essere ese­guito il 24 maggio;
-definisce Adami Rook un inca­pace e preannuncia che, in sua vece, designerà Capo dei Gruppi B Stefano Delle Chiaie (capo riconosciuto di Avanguardia Nazionale).

Per rendere ufficiale la sostituzio­ne, Borghese accetta di indire un’assemblea di tutti i delegati del Fron­te e di tutti i Capi Gruppo B. La riunione in argomento ha luogo il 1° giugno 1970, in Roma, presso lo studio del segretario organizzati­vo del Fronte Nazionale, Mario Rosa, in via Sant’Angela Merici. Alla stessa partecipano tutti i delegati e i Capi Gruppi B, nonché lo « stato maggiore » dell’organizza­zione. Fra la sorpresa generale, Borghe­se provoca un profondo risentimen­to soprattutto nel promotore del « chiarimento » (Cappellini) che co­munica l’uscita dal Fronte Naziona­le del Gruppo di Pistoia.

7.La crisi del Fronte Nazionale, a questo punto, assume dimensioni veramente allarmanti ove si consi­deri che:
-in effetti, l’organizzazione è pre­sente solo in Liguria, Toscana, La­zio e Sicilia;
-i tentativi di agganciare militari in servizio non erano riusciti a causa della diffidenza degli stessi verso pro­positi avventuristici. Il fatto che Borghese non attri­buisca importanza alla scarsa ramificazione del movimento è giustifi­cato dal sempre più stretto rapporto fra Fronte Nazionale e Avanguardia Nazionale che, nei propositi del co­mandante, è destinata a costituire il « braccio armato » del Fronte.

Dopo la riunione del 1° giugno 1970, Borghese convoca sovente il Direttivo nazionale del Fronte nella sede romana di via XXI Aprile per discussioni di « strategia politica », peraltro vuote di ogni contenuto. Il Direttivo del Fronte Nazionale, al momento comprende :
-Remo Orlandini;
-Mario Rosa;
-Matta, di Milano, funzio­nario della Sip;
-Di Spirito, di Bari, fun­zionario del ministero dei Trasporti;
-Frattini, capo del Grup­po B di Genova.

Nel luglio del 1970, il pia­no eversivo del Fronte Na­zionale è praticamente com­pletato. Per quanto specificamente riguarda i Gruppi B, Adami Rook deve fornire uomini per l’occupazione del mini­stero deirìnterno e la costi­tuzione di una riserva da impiegare a seconda delle esigenze. Per la prima necessità, nell’ultima domenica del luglio 1970, convergono in Roma una ventina di elementi dei gruppi di La Spezia e Genova (tra cui Lunetta, federale del Msi) per una ricognizione del dicastero. La ricognizione, condotta per nu­clei di 3-4 uomini, è diretta da Sal­vatore Drago. Zona di attesa è la Galleria della Stazione Ter­mini.
Nei primi giorni di agosto, la ricognizione viene ripetu­ta a beneficio del Capo Grup­po B di Genova (Frattini) e del suo « aiutante » (soprannominato « La Bestia ») che durante il soggiorno ro­mano mettono a punto con Salvatore Drago un piano di occupazione del ministero. Tale piano, però, dopo breve tempo, viene aggiorna­to perché, si afferma, è sta­to reclutato un maggiore di Ps (tale Enzo Capanna) che si dice operi non all’insapu­ta del suo superiore, indica­to in certo tenente colonnel­lo Barbieri all’epoca comandante di un reparto di P.S. stanziato nella Caserma del Castro Pretorio (Roma). Egli sarebbe disposto ad age­volare l’ingresso di nuclei di uomini nel ministero ren­dendo più facile l’attuazio­ne del proposito.

Panorama 26.06.1975

Carlo Digilio – dichiarazioni Golpe Borghese 19.12.1997

Gastone NOVELLA era inoltre molto legato al Principe BORGHESE, anche per tradizione familiare, e insieme al padre era fiduciario, per Venezia, del Fronte Nazionale. Del resto Gastone NOVELLA era presente con me, Marino GIRACI con il padre e lo zio, e, fra gli altri, anche Giorgio BOFFELLI al concentramento dinanzi all’Arsenale nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970.

C’erano altri militanti nella vicina sede dell’Associazione Marinai ed attendemmo dalle ore 22 circa sino quasi a mezzanotte quando arrivò il contrordine.
C’erano pronti anche alcuni motoscafi militari proprio lì davanti, sotto i capannoni della Marina. Infatti, tramite contatti con ufficiali della Marina era assicurato anche il loro intervento nel momento in cui l’azione fosse scattata.

Gastone NOVELLA ci aveva assicurato che le navi americane erano state allertate e che anche loro erano d’accordo ed effettivamente CARRET mi confermò che varie navi da guerra erano state, per precauzione, tenute fuori dal porto in quei giorni per evitare che fossero colpite dalle improvvise reazioni dei gruppi comunisti se fossero rimaste attraccate.