“Gelli condiziona un altro teste” – La Repubblica 02.11.1993

Licio Gelli aveva ottenuto la ritrattazione dall’ ex segretaria e amante che per anni è stata anche la sua più implacabile accusatrice. Una indiscrezione scuote il processo per la strage di Bologna, nel quale il maestro venerabile è imputato di calunnia pluriaggravata nell’ ambito del depistaggio delle indagini. Ora Gelli è di nuovo sotto inchiesta con l’ accusa di avere esercitato pressioni su un testimone d’ accusa. Giovedì scorso durante una perquisizione a Villa Wanda sarebbe infatti spuntata una lettera-voltafaccia di Nara Lazzerini, l’ ex segretaria. Gelli sarebbe stato intenzionato ad utilizzarne solo alcune parti nelle quali la donna sostiene di essere stata pilotata dai giudici bolognesi nelle sue dichiarazioni a carico del Venerabile. Lazzerini ha già testimoniato in questo senso nei precedenti processi di primo e di secondo grado che per Gelli si sono risolti con una condanna ed un’ assoluzione. In particolare, parlò agli inquirenti dei rapporti fra il capo della P2 e i servizi segreti, citando Francesco Pazienza e Stefano Delle Chiaie. Raccontò di visite eccellenti alle quali assistette, celata da una tenda bianca nell’ anticamera della suite numero 127 dove Gelli soggiornava all’ hotel Excelsior a Roma. Visite di Andreotti, Fanfani e Forlani. “Il giorno del rapimento Moro – ha detto Lazzerini – Gelli si incontrò con qualcuno. Sentii che disse ‘ Il più è fatto’ “. Una recente intercettazione telefonica ha consentito inoltre di registrare una significativa frase di Gelli: “Abbiamo per le mani un nuovo Montorzi”. Montorzi è l’ ex avvocato di parte civile che alla vigilia del processo d’ appello conclusosi poi con numerose assoluzioni, si dimise in polemica con presunte pressioni che ci sarebbero state sui giudici da parte del Pci. La Lazzerini è stata messa a confronto dal giudice Grassi con la nobildonna bolognese Tina Soncini, amica di Gelli.

“P2, lo scandalo che fece tremare l’Italia” – Corriere della Sera 21.05.2001

P2, lo scandalo che fece tremare l’ Italia Venti anni fa rese note le liste. La Commissione: la loggia di Gelli minacciò le istituzioni. I giudici: non era illegale E’ stata la più profonda crisi istituzionale nella storia della Repubblica. Giusto venti anni fa il presidente del Consiglio Arnaldo Forlani rendeva note le liste della loggia massonica «Propaganda 2» guidata da Licio Gelli. Un elenco di 962 nomi che includeva anche tre ministri; i vertici dei servizi segreti; 208 ufficiali; 18 alti magistrati, 49 banchieri, 120 imprenditori, 44 parlamentari, 27 giornalisti. Fu uno shock che travolse l’ immagine della massoneria e fornì una nuova chiave di lettura alle indagini su decine di misteri degli anni Settanta. Pochi giorni dopo Forlani si dimise. Il parlamento approvò una legge per lo scioglimento della P2. E Giovanni Spadolini, nominato capo del governo, si rivolse al Paese sottolinendo l’ «emergenza morale» per le «gravi alterazioni e distorsioni nei meccanismi istituzionali».
LA SCOPERTA – Gli elenchi erano stati sequestrati il 17 marzo ‘ 81 dalle Fiamme Gialle negli uffici della Giole di Castiglion Fibocchi, un’ azienda di Gelli. La perquisizione venne ordinata dai magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, che indagavano sul bancarottiere Michele Sindona. Di fronte all’ importanza dei documenti, Colombo e Turone decidono di consegnarli al premier. Per quasi due mesi Forlani mantiene il silenzio: rende noti gli elenchi solo quando ritiene formalmente caduto il segreto, senza però salvare il suo governo.
LA NATURA DELLA LOGGIA – Tre giuristi designati da Palazzo Chigi il 13 giugno 1981 definiscono la P2 una società segreta. La Commissione parlamentare d’ inchiesta presieduta da Tina Anselmi chiude i lavori nell’ 84 mettendo in evidenza «una massiccia infiltrazione nei centri decisionali di maggior rilievo» e i legami con gruppi eversivi: il fine ultimo della P2 è «colpire la sovranità dei cittadini». Opposte le conclusioni della magistratura. Il processo contro la P2 si apre solo nel ‘ 91: tre anni dopo la sentenza di primo grado nega che si trattasse di un associazione cospirativa, assolvendo tutti gli imputati. Il verdetto è diventato definitivo nel ‘ 96: in pratica, per i giudici la loggia è stata soltanto un comitato d’ affari che non ha minacciato le istituzioni. Numerose altre inchieste hanno invece fatto emergere il ruolo di membri della P2 negli episodi più oscuri degli ultimi trent’ anni: gli attentati della strategia della tensione, le bancarotte di Calvi e Sindona, il sequestro di Aldo Moro, il tentato golpe Borghese e l’ alleanza con la mafia.

sindona

GLI ISCRITTI – Dopo la pubblicazione della lista, tutti smentiscono l’ appartenenza alla P2. Solo Maurizio Costanzo e il deputato socialista Fabrizio Cicchitto ammettono di essere stati nella loggia. Il 28 maggio Enzo Biagi con un intervento sul Corriere invita le persone citate nell’ elenco a farsi da parte: tra i primi a dimettersi c’ è l’ allora direttore del Corriere Franco Di Bella, poi quello del Gr1 Gustavo Selva. Molti negano ogni rapporto con la P2, come il segretario del Psdi Pietro Longo o il ministro socialista Enrico Manca; altri precisano di avere soltanto incontrato Gelli. Silvio Berlusconi, ad esempio, dichiara che non avere mai completato la sua domanda di iscrizione ma i giudici non gli credono: viene condannato per falsa testimonianza, reato poi amnistiato.

IL CASO CORRIERE – La situazione del Corriere della Sera appare particolarmente delicata. Negli elenchi ci sono anche l’ editore Angelo Rizzoli e il direttore generale Bruno Tassan Din. Si scopre come dalla fine del ‘ 76 Gelli e il finanziere Umberto Ortolani abbiano sfruttato l’ indebitamento della società per tentare di conquistare il controllo azionario della Rizzoli con capitali forniti da Roberto Calvi e dalla banca vaticana Ior. Il tutto nell’ ambito di un progetto più esteso – il cosiddetto «Piano di rinascita democratica» – che prevede il dominio dei mass media. Il comitato di redazione e il consiglio di fabbrica sin dal ‘ 77 si oppongono alle trasformazioni societarie e chiedono trasparenza nella proprietà. «Gelli chiese a Di Bella di cacciarmi – scrisse Biagi nel maggio ‘ 81 -. Ma ho il dovere di dichiarare che mai un mio articolo ho subito tagli: Di Bella non ha respinto un testo, nè sono stato pregato di usare benevolezza o durezza nei confronti di qualcuno». Nel 1982 dopo il crollo dell’ Ambrosiano, subentra l’ amministrazione controllata che si concluderà in bonis e porterà alla nascita dell’ attuale Rcs. IL VENERABILE – Nel maggio ‘ 81 Gelli fugge in Sud America dove può contare su protezioni nelle dittature di Argentina e Uruguay. Nell’ 82 viene arrestato a Ginevra con un passaporto falso: dopo quasi un anno evade dal carcere di Champ Dollon e scompare fino all’ 87. Si costituisce poi in Svizzera: estradato in Italia, dopo 10 giorni di carcere torna in libertà per motivi di salute. Si stabilisce nella dimora aretina di villa Wanda dove – secondo la denuncia fatta nel ‘ 91 dal ministro Mancino – riprende a muoversi come un «banchiere parallelo». Nel ‘ 96 viene condannato dalla Cassazione per il depistaggio della strage di Bologna. Nel ‘ 98 diventa esecutiva la pena a 12 anni per la bancarotta del vecchio Ambrosiano: Gelli però scappa ancora. Viene arrestato in Francia e riportato in cella. Oggi, all’ età di 82 anni, è agli arresti domiciliari nella sua villa.

GLI ELENCHI Il 17 marzo del 1981 vengono sequestrati negli uffici della «Giole» di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (Arezzo) gli elenchi con i nomi dei 962 appartenenti alla loggia massonica segreta P2 (Propaganda 2). Il 22 maggio arriva il primo ordine di cattura per Gelli. Il 24 luglio la P2 viene sciolta ufficialmente.
LA COMMISSIONE Il 9 dicembre viene istituita una commissione d’ inchiesta presieduta da Tina Anselmi. Secondo la relazione di maggioranza, fine della P2 è «colpire la sovranità dei cittadini». La magistratura, invece, stabilisce che la loggia non aveva finalità cospirative
LE CONDANNE Gelli viene arrestato il 13 settembre del 1982. Condannato per corruzione, fugge e si costituisce nel 1987. Nel ‘ 96 viene condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna. Nel ‘ 98 la Cassazione lo condanna a 12 anni per la bancarotta dell’ Ambrosiano.

http://archiviostorico.corriere.it/2001/maggio/21/scandalo_che_fece_tremare_Italia_co_0_0105218210.shtml

Gli iscritti alla P2 nel 1971 – estratto libro “I massoni in Italia”

(…) A quel tempo Gelli aveva già strutturato la P2 come un mondo del tutto separato dall’universo massonico ma presente, e ai più alti livelli, in ogni settore della vita pubblica, dei ministeri, delle banche e delle forze armate. La sede era in una palazzina di via Cosenza, a Roma, presidiata in permanenza dai fedelissimi generali Franco Picchiotti e Luigi De Sanctis. Lo schedario comprendeva nomi del calibro di Nicola Picella, segretario generale della presidenza della Repubblica e tra i politici erano stati arruolati Forlani, Stammati, il senatore democristiano Vincenzo Carollo, il deputato romano Umberto Righetti, i repubblicani Emanuele Terrana e Pasquale Bandiera, il socialista all’apice dell’ascesa Luigi Mariotti, l’ex ammiraglio Gino Birindelli, che lasciata l’uniforme era andato a intrupparsi nel Movimento sociale italiano ad alimentare i sogni di grandezza di Giorgio Almirante.
Il 30 per cento dei membri della P2 erano direttori generali o comunque alti funzionari di ministeri, enti pubblici e parapubblici: Luigi Samuele Dina, direttore generale del ministero della Difesa, Mario Besusso, direttore per la Cassa del Mezzogiorno, Aldo Fraschetti, ex direttore generale dell’Anas, Carlo Biamonti, dell’Enpas, Antonio De Capua, Ministero dell’Interno, Giuseppe Catalano, direttore della Banca d’Italia, Giuseppe Arena, ufficio italiano dei cambi. Pochi e non di primo piano i magistrati: Marco Lombardi, consigliere di corte d’Appello, Domenico Raspini, presidente del tribunale di Ravenna in compagnia di un altro ravennate, Edoardo Zambardino, del magistrato a riposo palermitano, Giuseppe Mannino e di Francesco Pinello e Giuseppe Del Pasqua.
Consistente e di buon peso la rappresentanza del mondo imprenditoriale, dove brillavano le stelle Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli. Seguivano l’industriale aeronautico Domenico Agusta, quelli dell’abbigliamento Vincenzo Monti e Mario Lebole (di questo Gelli sarebbe anche diventato socio), il titolare dell’industria elettronica romana Voxson, Umberto Ortolani, l’industriale del caffè, Giovanni Danesi, il presidente dell’Alsor-alluminio Sardegna, Giorgio Costa e l’armatore triestino Giorgio Vassilà.
L’architrave della P2 era però costituito da militari, vecchia passione  e lucida intuizione di Gelli, che ne aveva capito l’importanza e valutato il peso nella vita della nazione molti anni prima che i grandi partiti popolari italiani cominciassero a esplorare quell’universo a loro completamente sconosciuto. Di militari nella P2 ce n’erano talmente tanti che avrebbero potuto riunirsi in una caserma. Dietro al massone della prima ora Saverio Malizia, in lista fin dal 18 dicembre 1961, stavano allineati e coperti Vito Miceli, fresco di nomina a capo del Sid, OSvaldo Minghelli, ufficiale di Pubblica Sicurezza, Renzo Apollonio, che sarebbe diventato presidente del tribunale militare dopo aver fatto un tentativo per arrivare al comando dei carabinieri, Siro Rosseti, di cui erano note le simpatie per il Partito comunista e che dirigeva il servizio informazioni dell’esercito, Antonino Anzà, aperto ai socialisti, che dopo aver comandato con abilità e saggezza il quinto corpo d’armata avrebbe cercato di diventare comandante dei carabinieri, o capo di stato maggiore dell’esercito o capo di qualunque altra cosa e sarebbe morto tragicamente, Paolo Gaspari, protagonista di una memorabile battaglia contro il generale Giovanni De Lorenzo. Scarsa la presenza dell’aeronautica, il cui uomo più in vista nella P2 era il generale Duilio Fanali.
Consistente quella dei carabinieri che oltre a Picchiotti allineavano Luigi Bittoni, che era stato capo di stato maggiore ai tempi di De Lorenzo, Igino Missori che comandava la divisione carabinieri Lazio e sarebbe diventato vice comandante dell’Arma, gli allora colonnelli Emilio e Umberto De Bellis, Giuseppe Cianciulli e Giuseppe Bernabò Pisu seguiti da un battaglione di maggiori e capitani.
La parte del leone la faceva però la guardia di finanza, altra furbissima intuizione gelliana. Le fiamme gialle avevano nella P2 i generali Fausto Musso, di Bolzano, e Salvatore Scibetta, di Roma, il colonnello Amedeo Centrone, di Perugia, tre tenenti colonnelli, Pietro Aquilino, Enzo Climinti E Roberto Manniello, i capitani Angelo Iaselli e Franco Sabatini, di Firenze, e Lino Sovdat, di Trento.
Un gruppo poderoso e presente praticamente ovunque davanti al quale la patetica P1 di Lino Salvini con i suoi mantelli e cappucci neri suscitava tenerezza e ilarità. (…) alla fine del 1971 il Gran Maestro nominò Gelli, fino ad allora factotum abusivo, segretario organizzativo della P2 (…). Poi consegnò lo schedario della P1 a Gelli: 450 nomi per lo più di medio livello. Il padrone della P2 non si contentò di questo ma pretese una procura scritta con la quale il Gran Maestro lo autorizzava formalmente a custodire lo schedario e in più gli delegava la sua più preziosa prerogativa: quella di poter iniziare segretamente nuovi fratelli.

Roberto Fabiani, “I massoni in Italia”, 1978

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 terza parte

CORSINI. Vorrei ora passare alla questione di Gladio. Alcuni ex gladiatori manifestano atteggiamenti di risentimento nei suoi confronti perchè nel novembre del 1990 è stata rivelata l’esistenza della struttura Gladio e qualche mese dopo sono stati resi noti i nomi degli aderenti. Vi è chi afferma che la sua decisione avrebbe irritato anche ambienti statunitensi della Nato. Da parte di taluni si giunge ad ipotizzare che ambienti americani non siano estranei alle accuse che poi sono state sollevate nei suoi confronti. Come giudica queste valutazioni?

ANDREOTTI. Tra le possibili interpretazioni dei fatti spesso la più semplice è quella più vera: la più semplice è quella che, essendo venuta meno la necessità di questa struttura, non solo quello non era un atto di ostilità verso queste persone, ma anzi un atto che a mio avviso avrebbe anche potuto comportare (se non si fossero messi poi a fare delle polemiche strane, di cui tutt’ora non mi rendo bene conto) un riconoscimento di carattere ufficiale di benemerenza per essersi resi disponibili ad una posizione che comunque poteva essere di rischio in caso di occupazione. Che questo abbia disturbato ambienti Nato non ne ho mai avuta alcuna sensazione. Ho detto già prima che, come le incontravo prima, ho visto dopo quei fatti sia persone del Governo americano sia autorità della Nato e nessuno ha mai fatto una rimostranza per quella rivelazione. Direi che lo stato d’animo di questa associazione degli ex gladiatori (che si riuniscono e hanno anche fatto dei convegni) veramente non è giusto.
È ovvio che poi ho dovuto prendere iniziative quando alcune cose nei servizi non erano andate bene e ho ritenuto di oppormi alla promozione del generale Inzerilli, si era sostenuto quasi che io avessi «rotto il giocattolo» che loro avevano in mano; quasi con cattiveria in queste riunioni si sosteneva che io agissi per ingraziarmi il Partito comunista. In questi casi si vanno sempre a guardare le cose come se si trattasse del biliardo, in cui non c’è mai la sponda vera, perchè si deve fare sempre un certo gioco se si vuole arrivare a fare i punti. Comunque, ripeto, non ho avuto alcuna sensazione o alcun motivo per riconoscere un reale risentimento americano. Per quanto riguarda il resto, delle mie cose personali, se non è necessario, preferisco non parlare. Siamo solo al quinto anno di processo, non so quanto durerà, ma spero di vivere abbastanza per poterne parlare poi.

CORSINI. Le farò solo un’altra domanda, anche per non approfittare della pazienza sua e dei colleghi, ancora su Gladio. Sempre negli ambienti degli ex gladiatori, vi è chi insinua che lei abbia rivelato l’esistenza di Gladio come una sorta di depistaggio, in modo che venissero attribuite a questa struttura responsabilità che erano invece da ascrivere agli aderenti ai cosiddetti Nuclei per la difesa dello Stato. Lei, da Ministro della difesa o nel corso delle altissime responsabilità che ha avuto, fu posto al corrente o comunque venne a conoscenza di questi Nuclei? Ne ha comunque avuto sentore, in forma ufficiale o ufficiosa? E come si concilia l’esistenza di una struttura con fini eversivi con l’appartenenza dei suoi esponenti e dirigenti ai ruoli delle Forze armate dello Stato?

ANDREOTTI. Rispondo con molta chiarezza. L’interpretazione di questi ex gladiatori, non che li si fosse esposti ad bestias, perchè ci si rivolgeva al Parlamento e all’opinione pubblica, ma che insomma fosse stato reso noto il loro elenco per coprire altre cose, è del tutto fantasiosa e falsa. Per il resto, non conosco la struttura nascosta di cui lei parla.

CORSINI. Lei non ha mai sentito…?

ANDREOTTI. No.

CORSINI. Non ha mai avuto sentore…?

ANDREOTTI. No, che ci fosse una struttura nascosta no, mentre della struttura Gladio ero al corrente.

CORSINI. Lascio la parola ai colleghi, anche se mi dispiace di non poter continuare a rivolgere domande.

GUALTIERI. Signor Presidente, ho sperato – e spero – che potessimo cogliere con l’audizione del presidente Andreotti questa straordinaria occasione che ci viene offerta di conoscere non tanto i singoli episodi, ma i meccanismi del potere, il modo in cui venivano prese delle decisioni importanti per la Repubblica, e quindi di determinare anche il grado di responsabilità della classe politica e degli uomini che sono stati al Governo. I singoli episodi sono sì importanti, e possono essere ripercorsi, ma l’occasione di avere con noi un uomo che dal 1947 ad oggi ha ricoperto – se non sbaglio – per sei volte l’incarico di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, per otto volte quello di Ministro della difesa, per cinque volte quello di Ministro degli affari esteri, per sette volte quello di Presidente del Consiglio, per due volte quello di Ministro delle finanze, per due volte quello di Ministro per l’industria, per due volte quello del Ministro del bilancio e per una volta quello di Ministro del tesoro, essendo sempre stato oltretutto ai vertici del partito di maggioranza, rappresenta veramente la possibilità di osservare un percorso che, se lo volessimo seguire sui singoli episodi, comporterebbe la necessità di valutare una vita di cinquanta anni di potere. L’occasione dovrebbe essere invece quella di vedere i meccanismi che hanno prodotto la gestione del potere. Le vorrei rivolgere quindi alcune domande, presidente Andreotti.

PRESIDENTE. Devo dire che già questa è una domanda molto interessante, e la ringrazio per averla fatta, senatore Gualtieri.

GUALTIERI. La prima domanda è la seguente. Lei non è mai stato Ministro dell’interno, salvo per un periodo di venti giorni – se non sbaglio – in un Governo credo dell’onorevole Fanfani, che però non ebbe la fiducia.

ANDREOTTI. Esatto.

GUALTIERI. Le posso fare la prima domanda: perchè non è mai stato Ministro dell’interno?

ANDREOTTI. Non sono mai stato neppure Ministro dell’agricoltura.

GUALTIERI. Non mi risponda così: il Ministero dell’interno lo metto tra quelli che partecipano ai meccanismi del potere.

ANDREOTTI. È una domanda un po’ sui generis.

PRESIDENTE. La domanda di Gualtieri è: non glielo hanno fatto fare o lei ha preferito non farlo?

GUALTIERI. Ci sarei arrivato a questo.

ANDREOTTI. Io ho sempre avuto offerte da parte di chi presiedeva i Governi e, in alcuni casi, per fare il Presidente del Consiglio, dai partiti che dovevano dare gli appoggi. Raramente mi sono trovato a dover scegliere. Una volta ho scelto, veramente, quando, nel 1974, siccome probabilmente ero diventato «pesante» al Ministero della difesa – io anzi gradivo rimanere fuori –, mi costrinsero; c’era stata una specie di abbinata politica l’anno precedente, quando Forlani ed io eravamo stati per così dire congiuntamente messi fuori dal cosiddetto accordo di Palazzo Giustiniani (non pensavo che poi sarei venuto a lavorare a Palazzo Giustiniani): mi posero la questione che se non accettavo di rimanere nel Governo non entrava nemmeno Forlani. Allora accettai e Moro mi fece scegliere tra la Pubblica istruzione e l’Industria. Scelsi il Ministero dell’industria, perchè c’era un non democristiano e mi dispiaceva andare a togliere un democristiano da un Ministero: preferii allora subentrare all’onorevole Lami Starnuti. Un’altra volta non volevo rimanere nel Governo, quando si formò un Gabinetto che mi piaceva un po’ meno: per solidarietà fui pregato di rimanere. Per quanto riguarda la domanda più generale che lei fa sui meccanismi di potere, senatore Gualtieri, qui bisogna stare attenti.

GUALTIERI. Cercherò di stare attento.

ANDREOTTI. Per carità, non era assolutamente irriguardosa la mia risposta. Per esempio, ricordo l’esperienza di Nenni: Nenni per molti anni aveva pensato che la stanza dei bottoni fosse quasi un fatto di elettronica, una stanza dove si potesse entrare; poi ha fatto il vice presidente del Consiglio ed il Ministro degli esteri e ha visto che il meccanismo che si chiama «del potere» è complesso, non è che esistono competenze di commissario, c’è collegialità in molte cose. Quindi, non ho particolari rivelazioni da fare, senatore Gualtieri. Del resto, lei l’ha seguita da vicino la politica, non l’ha seguita da lontano.

GUALTIERI. Le dirò perchè faccio questa domanda.

ANDREOTTI. Per il Ministero dell’interno non mi è mai stata offerta l’occasione. Non so se non hanno voluto o se non c’è stata occasione.

andreotti 7

GUALTIERI. Non era una domanda a trabocchetto. L’ho fatta in considerazione di quanto è avvenuto nel periodo che va dal 1965 al 1975, dieci anni che sono gli anni centrali delle inchieste, delle indagini che stiamo conducendo, la strategia della tensione. Abbiamo due straordinarie sequenze: al Ministero dell’interno, in questi anni, abbiamo soltanto due uomini: Taviani, Taviani, Taviani, Restivo, Restivo, Restivo, Restivo, Restivo, Restivo e Restivo; alla Difesa nello stesso periodo di dieci anni, abbiamo: Andreotti, Andreotti, Andreotti, Andreotti, Andreotti, Andreotti, Andreotti, Gui, Gui e Gui. Cioè, in dieci anni, questi due Ministeri chiave – perciò ho citato l’interno e non avrei citato l’Agricoltura – praticamente sono stati diretti da due uomini il primo e da due uomini il secondo.
Nello stesso periodo abbiamo una altrettanto importante sequenza per quanto riguarda i capi della Polizia: il Capo della Polizia è stato Vicari con tredici Governi diversi, e soltanto con due Ministri degli interni; Vicari, in quel periodo, è stato, credo per quattordici anni, Capo della Polizia; alla difesa abbiamo sequenze altrettanto alte: Allavena, Henke, Miceli nel Sid, De Lorenzo, Forlenza, Mino nei carabinieri; Ferrara per dieci anni Capo di Stato maggiore dei carabinieri, cioè una delle funzioni chiave.
Insomma, in uno dei periodi più drammatici abbiamo una straordinaria concentrazione di potere in pochissime mani. E allora, la domanda è la seguente. In questo periodo di tensioni, in cui nasceva la strategia della tensione, avevamo uomini di grandissima importanza, di grandissima valenza politica alla vetta dei due Ministeri chiave, con funzionari che sono stati per quattordici anni e per dieci anni di seguito in quelle cariche: una stabilità del potere c’era, insomma. Il partito di maggioranza o le coalizioni come indicavano i due responsabili di questi Ministeri principali? Perchè lei sempre alla Difesa e Restivo sempre agli Interni?
Questo è uno dei problemi, ma c’è anche un’altra domanda: ci sono stati altri condizionamenti esterni? Ci siamo capiti su cosa voglio dire? C’era qualche pressione esterna che determinava la scelta dei nostri uomini? Sono sicuro di no, ma ho il dovere di domandarglielo. Infatti, si dice sempre che eravamo subordinati a potenze straniere: ora, se nei dieci anni fondamentali vi è stata quella situazione, ho il dovere di domandarle se lei può dire che vi siano state pressioni per avere questo quadro di comando nei Ministeri chiave della Repubblica.

ANDREOTTI. Dico con molta chiarezza che non mi risultano assolutamente delle pressioni. C’erano posti per cui erano utili le raccomandazioni, ma in questo caso non mi risulta che ve ne siano state; nè ci sono state interferenze. E non ci sarebbe stato motivo (parlo di quello che conosco, cioè della mia persona) per avere un’interferenza – tanto per essere chiari, se non ho capito male – da parte degli americani.

GUALTIERI. O anche altri.

ANDREOTTI. Non so chi potrebbero essere «altri». Il fatto di una presenza abbastanza lunga in alcuni Ministeri, a mio avviso, è utile, perchè si determina una crescente dimestichezza con l’apparato, conoscenza di uomini, conoscenza dei problemi, che sicuramente è un vantaggio. Perchè, se dopo il rodaggio uno finisce e viene alternato, si ha soltanto una serie di rodaggi, non una acquisizione di competenza. C’è stato un momento, quando si formò il primo governo di centro-sinistra, nel quale avevo chiesto di uscire dal governo; perchè ritenevo – e ritengo tuttora – che le coalizioni sono valide se si formano dal basso. Se invece si formano dall’alto verso il basso sono fragili. Ritenevo quindi che bisognava creare le condizioni periferiche di una reciproca conoscenza e di una intesa, non procedere per un atto diciamo pure di verticismo. Sappiamo tutti, ed è stato scritto poi nel libro di Schlesinger «I mille giorni di Kennedy», che in quel momento vi furono riunioni qui a Roma, in casa di Tullia Zevi, con La Malfa, proprio per cercare di spingere. Io ho anche scritto, che una volta il segretario di Stato Rusk mi disse: «Ma perchè lei non è favorevole al centro-sinistra?» – e gli risposi:
«Guardi, a parte che queste sono cose interne nostre, mi scusi sa, ma io parlo con lei di politica estera. Comunque, se lei vuol sapere, non è che non sono favorevole perchè non desideri che si allarghi l’area di chi consente alla politica atlantica, anzi sono del parere che questo è il nostro sforzo», questo sforzo lo abbiamo sempre proseguito. Però nel momento in cui si formò il Governo di centro-sinistra dissi a Moro che preferivo lasciare perchè non mi sentivo politicamente di condividere questa svolta così repentina. Moro invece mi pregò fortemente di rimanere – cosa che poi feci – facendomi osservare che, se si cambiava il Ministro della difesa, poteva sembrare ci fosse un cambiamento di politica estera, un mutamento effettivo.
Che ci siano state pressioni allora o in altri momenti nei miei confronti e nei confronti del Ministero dell’interno lo escluderei, ripeto che probabilmente la ragione di una permanenza così lunga era di cercare di acquisire in Ministeri di particolare delicatezza una conoscenza possibilmente più approfondita con anni di mansione da parte di un titolare che – ripeto – sia per i problemi, sia per le persone aveva un vantaggio in questa ferma a termine più lungo. Per il resto veramente non mi risulta che ci siano state mai delle pressioni o delle indicazioni nominative.

PRESIDENTE. Sì, ma questa continuità – che il senatore Gualtieri ha così efficacemente evidenziata – rende poi più incredibile che di certe cose non ci si rendesse conto. Lei dice, per esempio, che resta sorpreso nel sentir dire dal capo dei Servizi che per cinquant’anni i servizi segreti facevano quello che volevano; resta sorpreso che Maletti ci abbia parlato di una sostanziale subordinazione del Servizio italiano a quello americano; qui poi, questa sera, un membro della Commissione, militare, ci ha dato una testimonianza dicendo: «Noi militari in realtà avevamo questo vincolo gerarchico nei confronti dell’Alleanza atlantica». Il Ministro dell’interno o una forza politica che ha sempre tenuto il Ministero dell’interno, ecco, di un personaggio come Federico Umberto D’Amato cosa ci dice? Noi abbiamo la prova documentale che questi, nell’immediato dopoguerra, era la prova vivente del doppio vincolo di fedeltà, perchè era uomo del nostro apparato, uomo dell’apparato dell’intelligence americano, ha avuto sempre ruoli di altissima responsabilità. Il Ministro dell’interno democratico-cristiano poteva non sapere che ex ufficiali delle SS erano agenti dei Servizi italiani?
Secondo me, se poi uno va a vedere la storia, di tutto questo riesce a trovare una spiegazione e in gran parte una giustificazione anche politica, ma il fatto che non venga riconosciuto è qualcosa che francamente mi lascia interdetto. Possibile che in due anni, forse sbagliando, prendendo cantonate, mi è sembrato di leggere tante e tante vicende con tanta chiarezza e poi viene lei, che ha questa importanza – abbiamo oggi un’occasione storica mentre la sentiamo – e abbiamo questo tipo di risposte che trovo francamente deludenti. Penso che questo sia il senso della domanda del senatore Gualtieri.

ANDREOTTI. Ho già detto che una permanenza piuttosto lunga corrisponde peraltro a tutta quella teoria, che si cerca di rafforzare, di una certa stabilità. In generale anche dei Governi si dice che sarebbe l’ideale averli per tutta una legislatura. Cos’è il vincolo gerarchico? Perchè poi uno dice: «Ma come non si è accorto?». A parte che su alcune di queste affermazioni che sono state fatte dai responsabili dei Servizi, o di primo piano o di secondo livello, faccio tutte le mie riserve perchè sono anche ricostruzioni che, secondo me, sono fatte ora e non sono state fatte allora.
Ritengo che se, per esempio, ci fosse stata una constatazione rispetto a uno straripare dei Servizi esteri, un invadere campi che non dovevano essere occupati, avremmo adottato delle misure. Nessuno di questi ha mai detto una parola di questo genere, quindi questa specie di maddalenismo dei pensionati mi dà notevole perplessità. È chiaro che quando si è in un’alleanza c’è un rapporto gerarchico, però anche l’opposizione di allora ha avuto una possibilità, fra l’altro, di conoscere tutto. Io stesso rimasi un po’ colpito del fatto che, per esempio, due dei capi dei Servizi finissero come parlamentari di un partito di opposizione. Vorrei che non si dimenticasse che la persona che degli italiani aveva avuto il massimo grado militare nella struttura Nato, il generale Pasti, finì indipendente di sinistra al Parlamento. Quindi, se ci fossero state delle cose veramente così terrificanti o di una soggezione tale, perchè non l’ha detto? Personalmente sono rimasto sempre in rapporti di grande cordialità e non l’ho mai sentito lamentare nè prima né dopo questa specie di vincolo. È chiaro che una subordinazione organica esiste. Quando c’è un’alleanza è chiaro che c’è una struttura, ma parlare di una subordinazione…
Mi rifiuto di credere e mi rifiuto di accettare la tesi che, non qui, ma qualcuno qualche volta nella letteratura porta, e cioè che dato che gli altri avevano una dipendenza da una parte vi deve essere una dipendenza anche dall’altra. Ma nemmeno per sogno; è un modo di ricostruire la storia d’Italia molto parziale e secondo me non accettabile. Nè credo di essere stato a occhi chiusi quando ho fatto il Ministro.

GUALTIERI. Proprio per questo le ho fatto quella domanda. So che lei, senatore Andreotti non è mai stato a occhi chiusi, quindi le pongo tali domande proprio perchè penso realmente questo. Quando però – lei ha già in parte risposto – il generale Maletti ci viene a dire della – lo dico tra virgolette – «totale subordinazione» del nostro Servizio militare alla Cia, le chiedo se negli anni in cui ha avuto la responsabilità di dirigere il settore che aveva a carico il Servizio si è mai accorto che il nostro Servizio ubbidisse a uno Stato estero piuttosto che al Governo italiano, perchè questo è ciò che ci è venuto a riferire anche l’ammiraglio Martini. Lei ha detto: «Sono maddalenismi da pensionati», però questo fatto è penetrato nella nostra storia come una specie di cosa di cui non abbiamo mai avuto il controllo. Mi permetto di dirlo prendendo una frase della relazione del presidente Pellegrino: «La responsabilità della sicurezza è stata costantemente delegata dal potere politico al vertice dei Servizi». Nelle posizioni di vertice che ha avuto, ha mai delegato la sicurezza ad altri che non a se stesso, o al settore che rappresentava?

ANDREOTTI. No.

GUALTIERI. Dobbiamo chiarire questo fatto: o c’è stata una delega o c’è stato un tradimento. Dobbiamo arrivare a rompere questo nodo. Lei ha avuto il sospetto che i nostri Servizi siano sempre stati totalmente subordinati (non so, gli israeliani, i francesi, i tedeschi, chiamiamoli come vogliamo) ad altri che non erano il Governo italiano?

ANDREOTTI. Io non sono assolutamente convinto di questo, che cioè vi fosse questa subordinazione di cui adesso si cerca di dare un’immagine. È ovvio che vi erano relazioni e rapporti, come è chiaro che vi fossero, per quel che ho prima accennato. I nulla osta di segretezza erano delegati ad un Servizio, alcune volte quello militare, altre il Cesis. Dovevano effettuare questi approfondimenti secondo le regole Nato; ma non che vi fosse una subordinazione. Guardiamo poi l’oggetto politico.
L’aspetto politico che abbiamo avuto in linee importanti indica anche posizioni diverse. Quando abbiamo ricevuto in Italia Arafat, sempre ripeto in una posizione che non era affatto anti-israeliana ma che era dettata dalla convinzione che ho tuttora che senza una ricerca faticosa di convivenza non si risolve il problema nell’area del medio oriente, noi abbiamo seguito una politica che non era affatto partecipata dagli americani. Vorrei ricordare che quando il Consiglio nazionale palestinese decise ad Algeri di iniziare la revisione dell’articolo del loro statuto che demonizza Israele e non ne riconosce l’esistenza, Arafat per andare ad esporre tale posizione alle Nazioni Unite, non avendo egli il visto di ingresso negli Stati Uniti, dovette far spostare quest’ultime a Ginevra per ascoltarlo. Dico questo per affermare che non esiste questa subordinazione politica. Certamente, è chiaro che vi era una convergenza in molti dei problemi e nella politica di sicurezza, nonchè in quella di Difesa, ma ciò era il fondamento della scelta del popolo italiano nella sua maggioranza e con grande soddisfazione. Del resto non si sarebbe fatto il Governo di solidarietà nazionale se non ci fosse stato l’impegno chiaro che su tale problema della Nato e sul problema della Comunità europea vi fossero delle riserve. Tanto è vero che l’anno successivo – novembre 1977 – fu votato il famoso ordine del giorno del Parlamento nel quale si riconosce che il Patto atlantico e la Comunità europea sono punti di riferimento fondamentali della politica estera italiana. Quindi, io ritengo che noi non siamo mai stati in un certo senso vassalli di nessuno, forse non saremo stati neanche feudatari perchè non rientra nemmeno nel nostro costume.

PRESIDENTE. Quindi nemmeno quell’aspro contrasto, che pur risulta dal memoriale Moro e da quello che ci ha detto Guerzoni, tra l’onorevole Moro e il Governo statunitense sull’apertura che poi portava alla solidarietà nazionale sarebbe vero? È un fatto enfatizzato?

ANDREOTTI. Io ritengo che fosse molto enfatizzato. Tra l’altro c’è anche una testimonianza orale – ma quelle orali contano poco – confermata agli atti di quella che è sempre stata l’interprete tra Aldo Moro e Kissinger.
Si parla spesso di questa incomprensione; certamente la mentalità delle due persone era molto diversa, anche il modo di esprimersi era estremamente diverso. Per quanto riguarda l’atteggiamento degli Stati Uniti, ho prima ricordato una fase nella quale questi si sono intromessi in un fatto che non li riguardava, a mio avviso. Qualche anno fa è venuto in Italia Schlesinger a presentare un libro insieme a me e io, ricordando quei giorni, gli ho detto che se lui si fosse fatto i fatti suoi – mi scuso per l’espressione – sarebbe stato molto più giusto; perchè non capisco la ragione per la quale l’Amministrazione Usa doveva avere ingerenze in quell’avvenimento. Senza dubbio c’era una sensibilità particolare nei confronti dei comunisti. Quando nel 1975 – io pur essendo Ministro mi continuavo ad occupare del Gruppo italiano dell’Unione interparlamentare – facemmo una visita negli Stati Uniti, nella fase preparatoria, si espresse un non gradimento; allora era piuttosto raro che un comunista andasse negli Stati Uniti. Noi dicemmo allora che se loro non volevano i comunisti avremmo annullato la visita; del resto, la stessa cosa, se pur non sotto la mia presidenza, ma sotto quella di Vedovato, aveva fatto l’Unione interparlamentare nei confronti dell’Unione Sovietica, che non voleva i rappresentanti del Movimento sociale: se non volevano un rappresentante legittimo del Parlamento italiano, non si faceva la visita, punto e basta. Poi trovammo un accomodamento e andammo tutti, ricevendo ottime accoglienze. Oltretutto la visita fu anche molto interessante perchè, una volta rimosso l’ostacolo iniziale, ci mostrarono anche le cose più riservate, ad esempio, il comando integrato canadese-americano a Colorado Springs, senza assolutamente alcuna riservatezza. Secondo me molto abilmente facevano vedere le loro attrezzature per dimostrare che erano un paese molto forte ed organizzato. Non vi era dubbio che vi fosse un orientamento contrario ai comunisti. Non parlo degli anni iniziali, degli anni Mc Carty, ma di fasi più recenti.
C’è stata una certa difficoltà, ad esempio, nel credere alla nostra fiducia di acquisire anche i comunisti alla Nato. Lo stesso Kissinger, parlando con me, pensava che questa sicurezza che avevo dell’evoluzione della situazione italiana verso un ampliamento di convergenza nei confronti dell’alleanza fosse ottimistica. Non mi è però mai veramente giunta un’informazione vera circa questa specie di contrasto o contrapposizione così dura, nei confronti di Moro. Ripeto, è viva e vitale quella che è stata l’interprete di tutti questi colloqui; anche se è soggetta al dovere di riservatezza degli interpreti lei si è stupita spesso quando ha letto di questi scontri che ci sarebbero stati nel corso dei colloqui. Lo testimoniò in Commissione parlamentare di inchiesta.

PRESIDENTE. Invece Guerzoni a noi ha detto che Moro ne uscì turbatissimo da pensare addirittura di abbandonare la politica, vado un po’ a memoria.

ANDREOTTI. Io debbo però parlare di quello che so. Abbiamo parlato moltissime volte con Moro di questi argomenti, perchè la politica non era gestita come un fatto personale dall’uno o dall’altro. Io non ho mai avuto la sensazione di ciò. Ora, che qualche volta gli americani od altri non capissero bene la politica italiana non mi meraviglia, perché anch’io alcune volte non la capisco; bisognava spiegargliela con grande pazienza e sulle linee di carattere generale.

GUALTIERI. Senatore Andreotti, le rivolgo solo due domande per concludere. Nel decennio che ho ricordato prima, quando lei ha ricoperto questi incarichi continuativi ai Ministeri della difesa e dell’interno, è nata quella che viene chiamata la strategia della tensione, cioè una politica – viene detto – realizzata da poteri più forti di quelli ufficiali e diversa da quella seguita dichiaratamente dal Governo. In termini più precisi, lei, nella sua responsabilità primaria, si è accorto che sotto, o sopra, o accanto al primo Stato ce ne era un secondo che aveva altri input e che obbediva ad altre logiche? Si può leggere la storia degli anni settanta come il prodotto di due governi non coincidenti, uno sottostante e uno soprastante? Siccome so che lei è a conoscenza dei meccanismi del potere, se così posso dire, e poichè è nata una strategia della tensione proprio nel decennio in cui lei era stabilmente insediato nei posti di comando, che giudizio dava di questo? Era la politica di un Governo oppure il Governo veniva «cortocircuitato» da un’altra politica?
Le rivolgo poi la seconda domanda, così concludo. Quando c’è stato il colpo di freno al primo centro-sinistra, il piano Solo, eccetera (e lei era Ministro della difesa, all’interno c’era Taviani e la polizia era comandata da Vicari), lasciando stare come sono stati utilizzati i Presidenti della Repubblica e i relativi stati di salute, si è trattato di un’operazione che ha avuto successo, non al contrario.
Il freno al centro-sinistra c’è stato e i partiti che allora dominavano il Parlamento si sono dovuti inginocchiare ed hanno dovuto accettare una pressione per cui hanno dovuto cambiare politica. Quello del 1964 è un golpe riuscito, non fallito; affermare che il piano Solo non ha avuto successo non è vero, perchè ha avuto successo. Però, il Governo è rimasto tale, lei è rimasto alla difesa, Taviani è rimasto all’interno e il Capo della polizia è rimasto lo stesso. Allora io domando: questa strategia – il freno del centro-sinistra, l’avvio della strategia della tensione – era una politica che nasceva dal Governo o scaturiva da un piano sottostante?
Io non rivolgo questa domanda a personaggi che magari ci vengono a raccontare storie, lo domando a lei che – sono convinto – è la persona più in grado di rispondere. La offenderei se pensassi diversamente. Io ho la più profonda stima nel fatto che lei ha sempre gestito il potere vero, come si deve. Se però non riusciamo a capire perchè proprio in questo periodo in cui lei era insediato in queste posizioni nascevano queste vicende, è inutile che ci soffermiamo sui singoli episodi. Il problema di fondo è questo: perchè sono partite le strategie della tensione e non le abbiamo interrotte per dieci o quindici anni? Perché hanno avuto successo operazioni di ostacolo di politiche nazionali, come la caduta del primo centro-sinistra? Perchè ci siamo dovuti piegare ad altre cose?Questa è l’ultima domanda che le rivolgo, senatore Andreotti.

PRESIDENTE. E di cui il presidente di questa Commissione la ringrazia.

ANDREOTTI. A me pare che si possa inquadrare così il problema. Certamente, proprio per la ragione cui prima ho accennato, cioè per il modo piuttosto brusco con cui era nato il centro-sinistra, anche all’interno delle forze politiche ci fu un cambiamento, anche con quella dizione che a mio avviso era infelice del centro-sinistra pulito o non pulito, a seconda della partecipazione o del semplice appoggio del partito socialista (questa era la dizione di quel momento). L’effetto pratico di questa politica certamente creò delle controindicazioni, che in parte si sarebbero forse ugualmente verificate, ma ci fu un certo freno nello sviluppo di carattere economico, ci fu una considerazione anche qui del passaggio piuttosto repentino da un certo modo di vedere la politica ad un altro modo di vedere la politica. Questo riguardò tutte le forze politiche, anche la sua. Lei ricorderà le lotte epiche all’interno del suo partito; tra l’altro io abitavo al piano superiore alla direzione del suo partito e Pacciardi e La Malfa si rincorrevano persino nelle scale. C’era una tensione che permeava un po’ tutti.
Però, si può dire che ci fosse questa teoria, poi attuata, con una spinta di carattere esterno, o comunque di carattere interno organico, che producesse la strategia della tensione? A mio avviso, si deve considerare cosa c’è stato di reale. C’era un gruppo di persone che, ritenendo probabilmente di salvare chissà, non più l’impero, ma la Repubblica di allora, attuavano determinate strategie; e sono poi le persone che ritroviamo in molte di queste vicende, come Stefano Delle Chiaie. Ma, a mio avviso, tali strategie non erano mai effettivamente collegate con forze politiche rappresentate in Parlamento. Erano delle persone che ritenevano forse, anzi senz’altro, che il sistema fosse sbagliato e che la democrazia fosse un’illusione, o comunque fosse un qualcosa che non rispondeva nè a sentimenti nazionali, nè a interessi patriottici, nè a possibilità di uno sviluppo della nostra nazione. Sappiamo del resto che alcune persone singole dei Servizi sono state poi coinvolte e si sono trovate a partecipare come tali in attività di questo genere.
Ma può dirsi addirittura che c’è stato un golpe del 1964? No, senatore Gualtieri, mi permetta, non ci credo. Che nel 1964 ci fosse una grande confusione, proprio per questo impatto…

GUALTIERI. Ho parlato di un fatto che ha avuto successo.

ANDREOTTI. No, mi pareva che lei avesse usato quell’espressione.

PRESIDENTE. Diciamo che la torsione della vicenda politica si è realizzata.

CIRAMI. C’è stato un golpe.

GUALTIERI. No, ripeto, ho parlato di un’operazione che ha avuto successo.

ANDREOTTI. A me era sembrato diversamente, forse ero distratto. Comunque, la situazione era differente. Nel 1964 si è verificata la coincidenza di uno stato di grande tensione e di grande preoccupazione, a mio avviso esagerata, anche ai vertici di carattere politico, che ha fatto una leva notevole nelle condizioni di salute del Presidente della Repubblica. Questi aveva un’enorme fiducia nel generale De Lorenzo, rispetto al quale l’altro giorno io ho detto che, secondo me, storicamente si rivedrà la posizione: non credo sia un uomo da doversi lapidare. Probabilmente è stato un errore tranquillizzare il Presidente dicendo: «ci pensiamo noi»; anche gli uomini politici, tra l’altro all’insaputa di Taviani, ministro dell’interno, e mia, fecero quella famosa riunione che poi saltò fuori, per cui naturalmente bisognava studiare le possibili evoluzioni o involuzioni. Era un nervosismo che non aveva fondamento. Il Capo dello Stato telefonò anche al Capo di Stato Maggiore chiedendogli se l’Esercito fosse calmo. Gli fu risposto di sì, che non c’era motivo per cui non dovesse essere calmo.

SARACENI. Ed il piano Solo?

ANDREOTTI. Secondo me il piano Solo fu una esagerazione di questa specie di mandato a essere la riserva della sicurezza della Repubblica che il generale De Lorenzo aveva assunto.

SARACENI. Quindi un eccesso di zelo?

ANDREOTTI. A mio avviso sì, un eccesso di zelo ed una sopravvalutazione di un pericolo che veramente non c’era; questa è la mia opinione, io ci vivevo dentro; non condividevo queste involuzioni, tanto è vero che dopo non successe niente. Le due cose sono esistite. Del resto quando vi furono gli estremi in anni precedenti per rendere fuori legge una di queste strutture che iniziava, Ordine nuovo, l’applicazione della legge che la consentiva era stata fatta dal Governo. Tuttavia, e non per sottovalutare, storicamente ritengo – quello che poi si legge negli atti, quel modo di convocare alcuni e non altri, comandanti e non comandanti – di ipotizzare un momento che tutti hanno sopravvalutato. In un recentissimo libro di Caprara ho letto che i comunisti temevano continuamente, anche in anni precedenti, che vi fosse questo golpe, tant’è vero che avevano conquistato il «governo politico» dell’Aeroclub di Roma.

PRESIDENTE. Avevano anche degli appartamenti riservati qui a Roma, fa parte di una storia nota.

ANDREOTTI. La vicenda degli appartamenti riservati era nota, ma che avessero fatto in modo di avere sempre un aereo pronto all’aeroporto dell’Urbe, per poter «esfiltrare» in caso di golpe, per poter far andare Togliatti al sicuro, non voglio dire che fosse una sopravvalutazione, perché non lo abbiamo mai pensato, ma a mio avviso la differenza su l’Italia e la Grecia è stata proprio questa; e questa storia va ricostruita.