“Per quel giorno non ho l’alibi. Questo prova che sono innocente” – La Repubblica 19.11.1986

Io l’ alibi per il giorno dell’ attentato non ce l’ ho, ma questa è la miglior prova della mia innocenza. Piero Malentacchi, un po’ invecchiato, sfogliando un pizzetto alla D’ Artagnan, si difende così dall’ accusa di essere l’ uomo che ha collocato la bomba sul treno Italicus. Il processo d’ appello entra nella quinta udienza e lui parte sicuro, ma ogni tanto s’ inceppa e al difensore, durante una pausa, mormorerà: Questi qui mi vogliono far dire cose che non ho detto!. Appare ancora più deciso di Mario Tuti nel negare ostinatamente tutto o quasi.

Non solo non ha mai partecipato ad attentati, ma ha frequentato solo saltuariamente i camerati e quando, al momento dell’ arresto, gli hanno trovato in tasca il volantino di rivendicazione di una bomba che doveva scoppiare alla camera di commercio di Arezzo, si difende dicendo che quel foglietto gliel’ aveva passato Franci, che lui non ne sapeva niente. Io sono sempre stato trascinato in queste storie di bombe da Franci, le accuse contro di me sono sempre state indefinite e non ho mai potuto difendermi. Il presidente Pellegrino Iannacone lo lascia dire, ma poi lo incalza facendosi raccontare i particolari di quanto accadde nel carcere di Arezzo. Tra quelle mura Aurelio Fianchini, quello che diverrà il superteste della strage e che tuttora rappresenta il cardine dell’ accusa, raccolse le confidenze di Franci sull’ attentato. Malentacchi nega che tra i due ci fosse confidenza, ma dimentica di aver scritto una lettera al giudice istruttore nella quale raccontava che Franci faceva da cuciniere a Fianchini al punto da organizzare con lui e con un terzo detenuto, Felice D’ Alessandro, un progetto (riuscito) di evasione. Malentacchi nega anche di aver avuto una particolare dimestichezza con gli esplosivi. Quando gli viene fatto notare che sotto le armi ha frequentato un corso per artificiere risponde: Però non ci hanno mai insegnato a fabbricare ordigni a tempo! Ci mancherebbe altro! replica serafico il presidente della corte. Continua a negare anche quando l’ avvocato di parte civile Roberto Montorzi gli contesta una frase pronunciata in primo grado secondo la quale Malentacchi insieme a Cauchi avrebbe partecipato ad una riunione durante la quale si commentarono i grandi attentati di quel periodo, la strage di Brescia in particolare. Non ho mai detto queste cose sbotta l’ imputato, ma a contraddirlo c’ è il verbale d’ udienza.

Ed è proprio sui rapporti con Augusto Cauchi, l’ eterno latitante in contatto con servizi segreti e P2, che le sicurezze di Malentacchi vacillano. L’ ho conosciuto ammette, ma dalle carte del processo viene alla luce una conoscenza un po’ più approfondita di quanto Malentacchi vorrebbe far credere. Tra l’ altro si parla di un viaggio in camion compiuto tra Arezzo e Rimini nei primi mesi del 1974 per trasportare dei mobili. Di un viaggio analogo, ma a ritroso, da Rimini alle Fonti del Clitumno, ha parlato recentemente un pentito nero, Andrea Brogi. Non è ancora chiaro se il viaggio sia lo stesso, ma il periodo coincide. Brogi racconta che con un camion furono prelevati a Rimini armi ed esplosivo che Cauchi aveva comprato da un personaggio misterioso utilizzando una notevole quantità di denaro che due giorni prima aveva ricevuto da Licio Gelli. Io e Cauchi aggiunge Brogi prendemmo solo l’ esplosivo che sistemammo in un deposito dove venne Tuti a prelevarne una parte. Anche Franci sapeva dell’ esplosivo. L’ udienza a questo punto s’ è accesa, ma vista l’ ora tarda, il presidente ha rinviato tutto a stamani.

Valerio Viccei e Angelo Izzo – verbale di confronto 09.05.1985

Izzo: confermo le dichiarazioni rese in altri interrogatori, specificatamente nella parte in cui si riferiscono al Guazzaroni e al Magnetta. Il Guazzaroni era stato compagno di detenzione di Viccei e questo fu uno dei motivi per cui prendemmo una certa confidenza e giunse a narrare a me ed al Franci la funzione che il Fianchini avrebbe svolto nella predisposizione di un arsenale a Camerino, fatto poi rinvenire ai carabinieri ed attribuito a gruppi di sinistra col Magnetta ebbi uno scambio di cartolina a seguito della detenzione che questi trascorse in comune col Viccei nel carcere di Ascoli Piceno. Io ed il Viccei eravamo amici sin dal 1972 e quando mi trovavo in liberta’ ebbi occasione di andarlo a trovare ad Ascoli.
Ci trovammo soprattutto in localita’ marine nei pressi di Ascoli. In una di tali occasioni avemmo occasione di scambiarci i nostri punti di vista sull’ immagine prospettiva di un Golpe. L’ anno a cui mi riferisco e’ il 1974. Per parte mia narrai al Viccei quello che ho gia’ detto in sede di interrogatorio, cioe’ dei contatti avuti col Sermonti e del progetto di schedare i militanti comunisti e procedere ad azioni militari contro loro. Il Viccei, da parte sua mi parlo’ dei suoi rapporti con Esposti Giancarlo e del fatto che anche quest’ ultimo gli aveva parlato di un’ imminente iniziativa golpista negli stessi termini da me riferiti. Mentre io ero allora favorevole a simili iniziative, Viccei era scettico sulla possibilità che potesse realizzarsi.

Viccei: nell’ ambito di procedimenti pendenti a mio carico presso le AAGG di Ascoli e di fermo, ho iniziato una revisione critica della mia vita ed una ricerca delle cause dei miei errori. In tale contesto ho ammesso le mie responsabilita’ per i reati comuni da me consumati. Mi trovo, ora, in una fase di riflessione sulle mie passate esperienze politiche e su quell’ insieme di rapporti che vissi da ragazzo ad Ascoli Piceno allorche’ mi trovavo in una condizione di contiguità rispetto ad un gruppo di destra di Ascoli che si era formato attorno alla figura di Nardi Gianni. La mia riflessione su queste mie vicende non e’ ancora conclusa e manifesto il timore, nel caso in cui ampliassi il mio rapporto di collaborazione con la giustizia, che la mia famiglia possa subirne delle conseguenze negative o che comunque non sia partecipe di questa mia difficile scelta, anche in considerazione alla ristrettezza dell’ ambiente ascolano, in cui tuttora vivono i miei familiari. Intendo comunque rispondere lealmente sui punti oggetto di questo confronto gia’ affrontati da Izzo, riservandomi tuttavia di non fare i nomi delle persone di Ascoli che non siano ancora affiorati nei procedimenti penali. Esprimo altresi’ l’ esigenza di potermi consultare, in merito a questa scelta che sto compiendo, con i miei familiari.
Oltre ad ammettere le mie responsabilita’ nei processi a mio carico successivamente alla loro conclusione dibattimentale in primo grado, ho consentito il ritrovamento, in data 01.04.85, di una pistola Walter PPK 7.65; in data 15 aprile, ho consentito il ritrovamento di una mitragliatrice sten 9 mm parabellum e relativi caricatori, di una bomba a mano SRCM ed attualmente mi sto attivando affinche’ venga repertato un fucile a pompa Smith and Wesson 12 Magnum, una carabina silenziata cal 22 nonche’ varie altre armi e munizioni.
Tutto cio’ in stretto contatto con il procuratore capo della repubblica di Ascoli, dr Mandrelli, e con il sostituto procuratore della repubblica di fermo, dr Baschieri.
Spontaneamente e senza richiedere alcuna contropartita, mi accingo a riaprire un capitolo della mia vita che consideravo definitivamente chiuso, sono consapevole che cio’ puo’ procurarmi solo dei rischi e chiedo soltanto il tempo di portare a termine questa mia riflessione.
Nel 1972 sono stato inquisito per il furto di materiale esplodente, da me consumato in danno di una cava dell’ ascolano. Ammisi le mie responsabilità. All’ epoca dei fatti ero minorenne ed avevo rubato l’ esplosivo per consegnarlo a persone che mi riservo di indicare, che intendevano utilizzarlo per scopi di carattere eversivo. Gia’ nel 1971, infatti, ero in contatto con un gruppo di destra gravitante attorno a Nardi Gianni, il quale possedeva una villa a Marino del Tronto, nei pressi della quale vennero rinvenuti armi ed esplosivi. Conoscevo bene Nardi Gianni al quale ero accomunato dalla passione per le armi sebbene ci dividesse una notevole differenza di età. Il Nardi aveva creato intorno a se un gruppo di giovani di Ascoli di analoga estrazione politica. O almeno professanti una ideologia politica diversa. Ritengo che alcuni tuttavia fossero semplicemente degli opportunisti. Il furto per il quale fui inquisitolo avevo consumato nel novembre 1971. Ero stato scoperto dal proprietario della cava il quale aveva omesso di denunciare il fatto ed aveva avuto in restituzione l’ esplosivo da me sottratto. Il fatto affiorò nel gennaio 1972 a seguito di una recrudescenza di attentati nella zona. A quel periodo risale infatti un attentato al tribunale di Ascoli e ad un ripetitore della rai. Venni quindi arrestato nel gennaio del 1973 e rimasi in carcere per circa un mese. Evidentemente durante l’ istruttoria mi comportai in un modo che venne apprezzato dai camerati di fede tanto è vero che, uscito dal carcere mi regalarono la prima pistola da me posseduta. Si trattava di una Astra cal 9 mm. Nel corso degli anni 1973 1975 le persone piu’ strettamente legate a Nardi parlavano con insistenza della necessita’ e della possibilita’ di impadronirsi del potere con un colpo di stato a conclusione di una campagna di attentati.

Izzo: effettivamente in quel periodo ed in particolare nei primi mesi del 1974, incontrandomi con il Viccei ad Ascoli, parlando di armi, gli dissi che detenevo un Mab 7.65 Parabellum, una Colt 38 special, una Colt 357 Magnum, un mitra mp 40 cal 9 parabellum ed altre pistole che tenevo in casa nella previsione di utilizzarle per i fini di cui ho detto nel mio interrogatorio. Il Viccei mi disse che la prospettiva di un colpo di stato gli sembrava assurda e mi derideva chiamandomi “pariolino col moschetto” .

Viccei: l’ abitazione di Nardi Gianni era frequentata anche quando questi era assente, ed anche dopo che si era reso latitante, da Esposti Giancarlo, dalla sorella del Nardi e da varie altre persone che mi riservo di nominare. La villa del Nardi era il luogo dove l’ Esposti custodiva una notevole quantità di armi. Lo vedevo spesso andare e venire sempre portando con se contenitori con armi di svariato tipo. In particolare ricordo di aver visto le seguenti armi:
-Radom vis semiautomatica;
-Beretta mod 34 con silenziatore;
-Browning HP cal 9 parabellum con guanciole nere che disse essergli stata regalata dal Nardi al momento della sua partenza;
– mitra Beretta Mab mod 38/a1 con impugnatura artigianale presumibilmente ricavata da un fucile subacqueo;
– fucile d’ assalto fal fn 308 dotato di bipiede ;
– bombe a mano SRCM;
– fucile mauser che era stato completamente privato della brunitura originale e poi ribrunito artigianalmente;
– pistola mitragliatrice M3 a1 di fabbricazione americana cal 9 mm.
Ho notato poi nelle sue mani una stranissima pistola mitragliatrice di ridottissime dimensioni e sicuramente di fattura artigianale la qual cosa mi venne confermata dallo stesso Esposti il quale, alla mia richiesta di cedermela mi disse che per il momento non era possibile in quanto trattavasi di una specie di prototipo consegnatagli da un personaggio veneto, preciso meglio: da un suo amico veneto, le fattezze dell’ arma in questione erano le seguenti: si trattava di un corpo raccolto dell’ arma stessa che assommava le sembianze di alcune pistole mitragliatrici tra le piu’ diffuse in commercio (cz, Uzi, Ingram). In ogni caso sarei in grado di riconoscerla qualora mi venisse mostrata. Ricordo di aver visto molte fotografie relative alla conclusione della vicenda di Pian di Rascino e ricordo di aver visto raffigurante nelle fotografie che comparivano sulla stampa alcune armi identiche a quelle possedute dall’ Esposti ed in particolare una che mi sembrava proprio la mitraglietta di fattura artigianale della quale ho appena parlato.
Adr: l’ Esposti non mi disse chi fosse questo suo amico veneto che gli consegno’ l’ arma. Devo aggiungere che vidi in possesso dell’ Esposti anche un fodero di un fucile di grosse dimensioni atto a contenere un fucile di precisione e relativo cannocchiale. Chiesi all’ Esposti di mostrarmi il contenuto dell’ involucro e costui mi disse, forse volendo fare una battuta o forse per eludere la mia curiosita’ , che presto l’ avrei visto per svariato tempo su tutte le prime pagine dei giornali.

Izzo: come ho gia’ dichiarato in altra sede, sono a conoscenza del fatto che l’ Esposti allorche’ venne ucciso a Pian del Rascino stava dirigendosi verso Roma con l’ intento di commettere un attentato al presidente della repubblica in occasione della ricorrenza del 2 giugno.

Viccei: questa accumulazione di armi da parte dell’ Esposti, che sembrava una vera e propria incetta compiuta con l’ aiuto di personaggi ascolani dei quali mi riservo di fare i nomi in seguito, dava l’ impressione che fosse imminente quel progettato sovvertimento dei poteri dello stato del quale spesso mi avevano parlato i camerati di Ascoli e l’ Esposti in particolare, ed al quale io comunque stentavo ancora a credere. Mi riservo di ammettere le mie responsabilità in ordine alla cessione di armi all’ Esposti nella sede processuale opportuna. Il discorso su mie eventuali responsabilità  e’ comunque un discorso diverso e collaterale quello che sto ora sviluppando. Tornando al progetto eversivo in atto a quel tempo faccio presente che l’ Esposti vantava di avere l’appoggio, nei suoi disegni, di un colonnello dei carabinieri distanza nel triveneto e di un ufficiale dell’ esercito, sempre distanza nel veneto. Cio’ mi diceva l’ Esposti per superare le mie diffidenze nei confronti del millantato progetto eversivo.
L’ Esposti mi diceva inoltre che era in contatto con esponenti della destra eversiva milanese, ed in particolare mi fece i nomi di tali Ballan e Rognoni. Non ho mai conosciuto personalmente queste persone.
L’ Esposti sembrava addetto al settore logistico e piu’ esattamente al repertamento di materiale bellico, nell’ ambito di questo progetto eversivo di cui parlava.
Per assolvere tale sue funzioni effettuava numerosissimi spostamenti. Ricordo che utilizzava un Opel Commodore di colore bianco, molto probabilmente affittata utilizzando un tesserino da giornalista, ed una vettura sportiva di colore chiaro tipo MG vecchio modello con la ruota di scorta esterna. Con la Opel ebbe un incidente d’ auto piuttosto grave in Ascoli e di cio’ dovrebbe esservi traccia negli atti di polizia. L’ Esposti frequentava la villa di Nardi assieme ad un tale di Milano di cognome Crespi il quale aveva una mano offesa a suo dire a seguito di un incidente stradale e che ero dovrebbe avere una trentina di anni. Questi affermava di essere imparentato con la nota famiglia Crespi di Milano. Cio’ mi veniva confermato dallo Esposti il quale considerava questa persona un elemento prezioso peri propri scopi. Avevo avuto dei diverbi col Crespi in quanto fumava haschish e non approvavo tale abitudine. L’ Esposti mi invito’ a lasciarlo in pace poiche’ era una persona utile per i suoi scopi che gli dava una certa copertura. Con l’ Esposti frequentava la villa del Nardi – unitamente al Crespi – anche una ragazza a nome Annina anch’ essa milanese anch’essa dovrebbe avere circa trent’ anni.
Conversando in merito ai suoi progetti eversivi l’ Esposti affermava che sarebbe divenuto ministro dello sterminio pubblico. Naturalmente diceva questo con fare scherzoso. L’ Esposti nella sua attivita’ , in particolare per il reperimento di armi, ogni qualvolta gli chiedevo con quali fondi se le procurasse, mi diceva che il denaro necessario gli era fornito da una persona che definiva “il vecchio” e che successivamente alla morte dell’ Esposti, grazie alle confidenze dei suoi amici ascolani, ho ritenuto di identificarlo in Fumagalli Carlo. Non credevo nei disegni golpisti dell’ Esposti soprattutto perche’ costui affermava che avrebbe potuto contare sullo aiuto dei carabinieri e dei servizi segreti, cioe’ di quegli organismi che io, per il mio modo di vivere, vedevo come miei antagonisti e persecutori. L’ Esposti affermava altresi’ la necessita e la produttivita’ di creare del panico e delle vere e proprie provocazioni, facendo attentati apparentemente riferibili alla parte politica avversa. Ricordo in particolare che mi parlo’ del fallito attentato sul treno Genova Milano per il cui insuccesso mi disse che lui o i suoi camerati “erano stati redarguiti”. Non posso aggiungere altro sul punto. Voglio inoltre far presente che una volta venni redarguito dall’ Esposti per aver parlato con tale De Portada Maria di argomenti oggetto di nostre conversazioni. Da cio’ dedussi che l’ Esposti o qualcuno degli ascolani conosceva la De Portada. Questa l’ avevo conosciuta in occasione di una mia visita a Padova ove mi ero recato per andare a trovare la mia fidanzata del tempo che a quell’ epoca studiava in quella citta’ . La De Portada la conobbi in una libreria specializzata in testi esoterici o comunque appartenenti alla cultura di destra. Non ricordo se questa libreria gia’ allora si chiamasse “Ezzellino” , certo e’ che si trattava della libreria di Freda.
L’ atto inaugurale della strategia prefigurata dall’ Esposti, fu, adire di quest’ ultimo, l’ attentato al treno Ancona Pescara del 1973. L’ importanza di tale attentato nell’ ambito di quella strategia mi venne confermata anche da altre persone. Mi riservo di ritornare su questo argomento data la delicatezza e l’ importanza che riveste.
Per ora posso dire che all’ interno del gruppo ascolano alcuni ritenevano che sia stato un errore tecnico, per altri la mancata esplosione del convogli ferroviario era da addebitare ad una semplice coincidenza. Secondo altri infine era stato voluto proprio nei termini in cui si verifico’ con funzione di avvertimento sempre naturalmente finalizzato a seminare il panico. Aggiungo che a quel tempo si diceva che sul quel treno oggetto dell’ attentato si sarebbe trovato o avrebbe dovuto trovarsi l’ onorevole Almirante.
Tornando ai contatti dell’ Esposti con altri ambienti diversi da quello ascolano, faccio presente che costui era in collegamento con un tale di nome Berardella o Bernardelli – il nome è assonante o identico a quello della nota pistola – di professione farmacista e sicuramente abruzzese. Ricollego a questo nome la circostanza che l’ Esposti vantava di avere collegamenti anche con un certo D’Ovidio ufficiale di carabinieri, anche egli abruzzese. Dopo la morte dello Esposti nell’ambiente ascolano si diceva che vi era stato un tentativo di addebitargli la strage di Brescia, col ruolo di autore materiale. Si diceva che era stato messo in giro un identikit in pratica riproducente le sembianze dell’ Esposti al momento della morte erano incompatibili con questo identikit poiche’ nel frattempo si era tagliato o fatto crescere la barba. Mi pare che l’ identikit rappresentasse una persona con la barba rasata mentre l’ Esposti al momento della morte, seguita di poco tempo la strage, aveva una barba lunga e folta. Nell’ ambiente si diceva che la strage era stata fatta da un gruppo di balordi bresciani. Dapprima, tuttavia, nella immediatezza della strage stessa, nell’ ambiente ascolano si affermava che era stata commessa da un gruppo di milanesi, o meglio dal gruppo milanese cui faceva parte anche l’ Esposti.

Izzo: sulla questione Fianchini Guazzaroni confermo di aver saputo da Guazzaroni che Fianchini era implicato nella provocazione di Camerino.

Viccei: mi riporto alle dichiarazioni rese all’ inizio di questo confronto.

Viccei: mi trovavo ristretto nel carcere di Ascoli nello stesso periodo di tempo in cui la’ si trovava anche il Fianchini Aurelio, il quale aveva da poco reso le note dichiarazioni nel processo dello Italicus o comunque era notorio attraverso la stampa che aveva fatto delle dichiarazioni sull’ Italicus accusando in veste di superteste gli imputati di quel processo. La mia connotazione politica mi imponeva all’ interno della situazione carceraria in cui mi trovavo di provocare un chiarimento col Fianchini al quale imputavo di essersi comportato da delatore nei confronti di camerati. Lo rimproverai, lo insultai e lo presi anche a schiaffi. Il Fianchini che tremava come una foglia, replico’ che era stato costretto a fare le dichiarazioni concernenti l’ Italicus ed aggiunse anche spontaneamente, forse presumendo che fossi al corrente anche di questo fatto, che aveva collaborato con i servizi segreti alla esecuzione dell’ operazione Guazzaroni ma che comunque avrebbe a suo tempo riparato alle ingiustizie procurate raccontando la verita’ io presi atto di questa sua giustificazione anche se non presi molto sul serio questo suo impegno a ritrattare. Il Fianchini si allontano’ e forse si senti’ tranquillizzato da questo chiarimento. D’ altra parte io stesso avevo cercato questo incontro col Fianchini piu’ che altro per motivi “di faccia” imposti dalla logica carceraria e dalla mia appartenenza alla destra. Nell’ esordio di questo confronto Izzo ha fatto riferimento a suoi rapporti epistolari con Magnetta Domenico. Voglio far presente che sono stato suo compagno di detenzione dal dicembre 1981 al maggio 1982 e che dal Magnetta stesso ho appreso delle notizie concernenti le modalita’ del suo arresto e le ragioni del suo distacco da Avanguardia Nazionale.

Izzo: circa i miei rapporti col Viccei voglio aggiungere che gli ho fatto ,conoscere parecchie persone dell’ ambiente di destra, sia allorche’ eravamo in stato di liberta’ ed il Viccei veniva a trovarmi a Roma, sia anche durante il periodo della nostra detenzione. Poiche’ Viccei e’ mio amico, infatti, sfruttando la mia conoscenza dell’ ambiente carcerario, lo presentavo epistolarmente presso i camerati delle carceri dove era di volta in volta ristretto.
Cosi’, ad esempio, gli ho fatto conoscere Macchi Emanuele, Latini Sergio, Fioravanti Valerio, Bonazzi Edgardo e molti altri.

Viccei: ho effettivamente conosciuto tutte queste persone ed alcune di queste le ho frequentate anche in liberta’, anche se solo sporadicamente. Mi riservo di riferire in ordine ai rapporti avuti con costoro.

Letto confermato e sottoscritto.­

Sulla non attendibilità di Fianchini – Sentenza Cassazione 1987

carnevalePassando a quanto riferito in concreto dal giudice di appello, con riferimento alle perplessità – così definite – prospettate dal primo giudice e dai difensori, può iniziarsi (…) proprio dalle menzogne riferite dal Fianchini alla giornalista Bonsanti.
Tali menzogne sono pacifiche anche secondo il giudice di appello e concernono due circostanze (Franci dopo l’evasione lasciato legato ad un albero e minacce nei confronti del Franci per indurlo a parlare con i giornalisti) che sul piano logico non possono essere considerate marginali, perché invece si pongono, come lo stesso giudice contraddittoriamente riconosce per le minacce, in insanabile contrasto con l’asserita accettazione del Franci di incontrare volontariamente i giornalisti per ripetere le rivelazioni fatte confidenzialmente al Fianchini.
Peraltro il contrasto logico si estende a tutti l’assunto di fondo del Fianchini, perché incide anche sia sullo asserito scopo della evasione (condurre Franci davanti ai giornalisti per fargli ripetere le rivelazioni) e sia sulla stessa esistenza di tali rivelazioni.
Anche ammesso che la menzogna sul Franci legato ad un albero fosse stata riferita dal Fianchini nel primo incontro con la giornalista del 16 dicembre, come ha ritenuto il giudice di appello, peraltro con ampio ricorso a congetture e supposizioni, e che la menzogna fosse diretta a tacere la possibilità del Fianchini di entrare in contatto con il Franci tramite “Mary” (Maria Salerno) cameriera alla tavola calda, tuttavia resta il fatto che, anche con riferimento alla narrazione specificamente concernente il contenuto della deposizione, il Fianchini indulge alla menzogna, il che costituisce un riscontro negativo superato soltanto da quella inaccettabile affermazione metodologica di cui al paragrafo precedente.
Ma per le minacce, riferibili secondo il giudice di appello al colloquio con la giornalista del 18 dicembre, quando Fianchini dal giorno precedente sapeva, per sua stessa ammissione, della costituzione del Franci, appresa dai giornali, la menzogna non è più spiegabile con la opportunità di tacere della “Mary”.
Ne deriva che giustamente in primo grado proprio su questo punto vennero mosse contestazioni al Fianchini, che, temendo l’arresto per falsa testimonianza, preferì non ripresentarsi, dopo la sospensione, dandosi ad una vera e propria fuga. Allora il giudice di appello, che tanto espressamente riconosce, definisce la menzogna non essenziale non complesso delle dichiarazioni del Fianchini, contraddicendosi la palese, e parzialmente riconosciuta, incidenza sull’assunto di fondo del testimone, ed anche “stupida”, attributo quest’ultima che, a parte ogni altra considerazione, non elimina, anzi aggrava, l’incoerenza del racconto ed ha riflessi sulla personalità del Fianchini, pronto a ricorrere al mendacio del tutto gratuito, anche secondo il giudice di appello.
Il quale, poi, espone un argomento sul piano logico del tutto controproducente: il Fianchini non aveva nessun obbligo di dire la verità ai giornalisti e bene poteva usare “qualche coloritura” anche in conseguenza del tipo di domande che gli venivano poste.
Ma la scelta di rendere pubbliche, attraverso i giornalisti, le asserite rivelazioni del Franci era, come è pacifico, proprio del Fianchini, che, quindi, non poteva esimersi, per essere credibile, di dire la verità, mentre le menzogne, anche se dirette eventualmente a rendere più spettacolari quelle rivelazioni ed a porre in risalto il protagonista Fianchini, sempre sul piano logico danno una cattiva immagine della personalità del Fianchini ed inoltre hanno riflessi negativi sulla coerenza del racconto.
Se poi, come ritiene il giudice di appello, peraltro attraverso una congettura, le menzogne fossero conseguenze di domande della giornalista, questi riflessi negativi diventerebbero più intensi, in quanto quelle domande sarebbero state dirette proprio a saggiare l’attendibilità del Fianchini.
Peraltro, contraddittoriamente ed ancora una volta illogicamente, lo stesso giudice – trattando le dichiarazioni di Orlando Moscatelli al giornalista Giovanni Spinoso – ha ritenuto che a un giornalista si fanno rivelazioni autentiche, perché si possono ritrattare o negare impunemente, mentre altrettanto non è possibile per dichiarazioni alla polizia giudiziaria od al magistrato.

Corrado Carnevale – Sentenza Cassazione Italicus 1987 – pag 44-48

Sul teste Fianchini – sentenza cassazione 1987 Corrado Carnevale

Quanto alla genuinità della fonte  il giudice di appello ha anche sostanzialmente negato ogni rilevanza a quanto dichiarato dallo stesso Fianchini, ossia di essere convinto, fin dall’origine e prima ancora di riceverne le confidenze della colpevolezza del Franci pure per la strage del treno “Italicus” e di avere, perciò, usato l’inganno, attraverso la falsa promessa di farlo espatriare in Albania, per indurlo a confessare. Invece sul piano logico la prima circo stanza concerne un pregiudizio, che incide negativamente almeno sulla retta interpretazione dei fatti da parte del testimone; la seconda rafforza quel pregiudizio così radicato da indurre al raggiro, ed inoltre è indice di propensione alla frode, con incidenza negativa sulla valutazione della personalità del testimone.      Quanto alla narrazione del Fianchini il giudice di appello ammette che il suo contenuto è schematico, privo di dettagli ed incerto sui ruoli degli accusati. Tali elementi, certi ed obiettivi, lo stesso giudice tuttavia supera in base a due argomenti: la schematicità e le incertezze sono da attribuire al Franci, del quale il Fianchini si limita a riportare la narrazione (vedi pag. 319 e 322 sent. impugnata); il Fianchini. come egli stesso sostiene, non ha chiesto particolari per non insospettire il Franci.
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Il primo argomento sul piano logico è controproducente, perché trasferisce l’elemento negativo alla assunta confessione del Franci, sicché resta indebolita alla radice , ossia nella sua fonte, la narrazione del Fianchini; ed inoltre quanto ai ruoli è contraddetto dallo stesso Fianchini, perché la sentenza impugnata ha dato atto—(vedi—pag. 66 sent. impugnata, il cui contenuto è anche riportato nel precedente paragrafo 7.5) che il Fianchini, quando gli venne contestato proprio il più evidente contrasto sul ruolo della Luddi, esclude che Franci avesse lasciato spazio a dubbi od incertezze.

Il secondo argomento presuppone la piena attendibilità del Fianchini, oggetto dell’indagine, ed inoltre sul piano logico resta non facilmente comprensibile la preoccupazione di non insospettire il Franci, se effettivamente questi avesse aderito al progetto di ripetere quelle rivelazioni pubblicamente a giornalisti. Ma in effetti proprio sul ruolo del Franci il giudice di appello non ha raggiunto alcuna certezza nella scelta tra quello di “palo”, secondo la narrazione del Fianchini, o quello di “basista” secondo quanto il giornalista Spinoso apprese dal Moscatelli, tanto che, in altra parte della sentenza impugnata (v. pag. 471), addirittura avanza la supposizione che “al limite”, potrebbe essere stato lo stesso Franci a collocare l’ordigno sul treno.  A parte che quest’ultima supposizione è del tutto gratuita, dato che è correlata soltanto  al lavoro del Franci alla stazione di Firenze, senza che, sia, indicato un qualsiasi elemento che possa dimostrare l’abbandono del marciapiedi, ove si trovava con altri, e la salita sul treno “Italicus” la notte dell’attentato, basta osservare che: la funzione di “palo” resta senza alcun logico significato nelle ipotesi diverse da quella accettata, sempre come ipotesi, dal giudice di appello sul luogo e sulle modalità di collocazione dello ordigno; anche nell’ipotesi del giudice di appello tale funzione sul piano logico si presenta non adeguatamente giustificata e giustificabile, tanto che lo stesso i giudice ammette espressamente (pag. 425 sent. imp.) che per la posa dell’ordigno era sufficiente una sola persona, supponendo, poi, l’utilità della presenza di un complice sul luogo per fronteggiare eventuali imprevisti, attività che, tuttavia, riconosce non corrispondente al compito tipico del “palo”, osservazione che supera con altra supposizione ossia che quel termine sia stato adoperato dal Franci in senso improprio in una “descrizione estremamente sintetica del fatto”; tale ultimo argomento da un lato dimostra la rilevata genericità della narrazione e, d’altro lato, non tiene conto che la assunta confessione del Franci viene riferita dal Fianchini, il quale, con una lunga carriera delin­quenziale in materia di furti (come ritenuto in altra parte della sentenza), bene sapeva quale fosse la funzione tipica dei “palo”. Ai fini dell’attendibilità del Fianchini acquista rilevanza, secondo il giudice d’appello, il punto concernente lo, scopo dell’evasione, dal Fianchini indicato nel proposito di condurre il Franci, con la sua volontaria adesione, davanti a giornalisti per fargli ripetere le sue rivelazioni.

Ora a questo scopo sono  contrari, sul piano logico, due circostanze: l’abbandono del Franci, subito dopo l’evasione, da parte del Fianchini e del D’Alessandro; l’invito di Franci al Malentacchi di partecipare alla evasione con la prospettiva di un espatrio clandestino in Albania.
Il giudice di appello ha ritenuto di potere superare queste due circostanze, sicuramente accertate, in base a due elementi: l’indicazione da parte di Franci di un recapito (la cameriera “Mary”) ove rintracciarlo e la prospettiva dell’espatrio in Albania. Si tratta di due elementi desunti , in base a corrette argomentazioni, dalla effettiva esistenza della cameriera, facilmente rintracciabile, ed in rapporti di amicizia con il Franci, e dalle ammissioni di Malentacchi in appello, delle quali non esistono ragioni per dubitare. Ma quello che manca è il collegamento, razionalmente dimostrato e spiegato, tra quei due elementi e lo scopo della pubblica denuncia attraverso la stampa, in quanto l’indicazione di “Mary” è sufficientemente giustificata dall’opportunità di mantenere i contatti per il progettato espatrio e questo ultimo trova adeguata spiegazione nell’evasione in se stessa, mentre l’altra correlazione è stata ritenuta con motivazione apodittica od incongrua ed illogica. Quanto all’invito al Malentacchi il giudice di appello (pag. 355 – 356 sent. imp.) ha messo in rilievo che il discorso sull’evasione venne “troncato”, avendo subito il Malentacchi considerato inattuabile il progetto di espatrio in Albania ed ha poi ritenuto che le pubbliche rivelazioni non avrebbero potuto trattenere il Franci dal mettere al corrente dell’evasione il Malentacchi, al quale, evadendo ed espatriando in Albania, nessun danno sarebbe derivato da quelle rivelazioni. In sostanza, non potendo evidentemente essere nascosto al complice nell’evasione il proposito di fare pubbliche rivelazioni, se effettivamente esistente, il giudice di merito affida alla sola prospettiva dell’espatrio l’opinione del Franci che anche il Malentacchi si sarebbe indotto ad aderire a quel proposito. Siffatta possibile adesione del Malentacchi alle pubbliche rivelazioni è, però, una mera supposizione del giudice, mentre finanche al Franci, per quanto sprovveduto egli fosse, non poteva sfuggire la concreta probabilità  con conseguenze palesemente negative per l’attuazione della stessa evasione che il Malentacchi si opponesse decisamente a quelle rivelazioni non necessariamente, correlate all’ evasione e comportanti gravissimi rischi per accuse da ergastolo.

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Peraltro il Malentacchi era detenuto per altri fatti con posizione meno grave di quella del Franci, tanto che sarà poi assolto per insufficienza di prove dai  tre attentati ai treni e condannato a cinque anni di reclusione per altri reati. Senza una adeguata spiegazione su questi punti – del tutto trascurati dal giudice di appello— non possono, sul piano logico, ritenersi compatibili le pubbliche rivelazioni e la partecipazione del Malentacchi all’evasione. Quanto all’abbandono del Franci il giudice di appello, poiché premessa al suo ragionamento sono le ragioni dell’abbandono, ha ritenuto che dovesse ricercarsi nel mancato arrivo sul posto del veicolo che avrebbe dovuto assicurare un rapido allontanamento degli stessi, dato che il Franci non era in grado di camminare speditamente a lungo, per il suo fisico, e non poteva recarsi alla stazione ferroviaria di Arezzo, ove era conosciuto. Ma l’intervento dell’automezzo, anche se assicurato dal Fianchini al Franci, prima dell’evasione (come ammesso pure dal Franci), è rimasto affidato alla sola parola dello stesso Fianchini, che il giudice di appello ha ritenuto credibile sotto il riflesso che appariva giustificato il silenzio del Fianchini su chi fosse stato incaricato di procurargli l’automezzo.
Proprio questo è uno dei punti in cui doveva essere, invece, vagliata attentamente la personalità del Fianchini, con riferimento anche all’accertato raggiro sul promesso espatrio in Albania mediante pescherecci, di cui il Fianchini non aveva alcuna possibilità di usufruire.

Sentenza cassazione Italicus 1987 pag 48-55- Corrado Carnevale

“Una sfilza di processi per giungere al nulla” – L’Unità 25.03.1992

Il 4 agosto del 74, poco dopo l’una del mattino, la bomba all’Italicus. Dopo quasi due anni di indagini la magistratura deci­de alcuni provvedimenti. Nel maggio del ‘76 l’ufficio istru­zione dì Bologna emette tre mandati di cattura a carico di Mario Tuti, impiegato del Co­mune di Empoli, già in carce­re a Volterra, Luciano Franci, un ferroviere di Firenze, e Piero Malentacchi, che all’e­poca ha solo 26 anni. I giudici sono convinti di aver messo le mani su esponenti di una centrale eversiva responsabile di numerosi at­tentati alle ferrovie. Tuti, Franci e Malentacchi appar­tengono al «Fronte Nazionale Rivoluzionario» e sono colle­gati al latitante Augusto Cauchi. Cauchi, secondo una sentenza della Corte d’Assise di Firenze annullata in appel­lo, aveva ricevuto da Licio Gelli il denaro necessario per compiere attentati ai treni in Toscana.

A mettere gli inquirenti sul­le tracce dei neofascisti è Au­relio Fianchini, un detenuto comune che in carcere rice­ve le confidenze di Franci, ar­restato nel gennaio del 75, dopo un altro attentato alla linea ferroviaria nei pressi di Terontola. In quell’occasio­ne Mario Tuti è riuscito inve­ce a fuggire, dopo avere as­sassinato due poliziotti che stavano per arrestarlo. Ma prima del Fianchini, altri testi hanno indicato la pista nera agli inquirenti. Voci strana­mente trascurate come quel­la di Maurizio del Dottore, un giovane che pochi giorni do­po la strage dell’ltalicus fa scoprire ai carabinieri un de­posito d’esplosivo sull’Apperinino. Il sottufficiale che ha ricevuto la confidenza, il maresciallo Cherubini, non mette le cariche a disposizio­ne dei giudici che indagano sull’attentato: le fa brillare. Chi ha dato l’ordine? Al pro­cesso. Cherubini dirà di non ricordarlo.

Il procedimento approda per la prima volta al dibatti­mento nell’83 e si risolve con tre assoluzioni per insuffi­cienza di prove. Tre anni do­po, il 18 dicembre dell’86, la sentenza viene ribaltata. Tuti e Franci vengono condanna­ti all’ergastolo. Malentacchi è assolto. Ma la Cassazione (presidente Carnevale) an­nulla la sentenza per inatten­dibilità del Fianchini. Il 4 aprile del ’91 i giudici d’ap­pello assolvono nuovamente Tuti e Franci, ma definiscono la strage “inequivocabilmen­te fascista” e riabilitano il te­ste Fianchini.
Nelle motivazioni sosten­gono però che Franci, duran­te la detenzione, potrebbe avergli raccontato delle frot­tole. Un’ipotesi illogica, se­condo il pm: a chi può venire in mente di accusarsi falsa­mente di un reato tanto gra­ve?

La versione degli imputati – appello Italicus 1986 – prima parte

In sede di dibattimento la posizione di questi ultimi imputati veniva stralciata, con remissione agli atti del G.I.: ciò a seguito della declamatoria di nullità dell’ordinanza di rinvio a giudizio e degli atti successivi.

Il Franci, il Malentacchi, il Tuti e la Luddi respingevano ogni addebito. In particolare il primo insisteva nell’evidenziare come alla stazione di Santa Maria Novella, la notte fra il 3 ed il 4 agosto ‘74, vi fosse molta confusione ed una massiccia presenza di polizia: essendo addetto col suo carrello al trasporto di plichi contenenti valori, si sarebbe trovato sotto il costante controllo delle forze dell’ordine e quindi nell’assoluta impossibilità di allonta­narsi inosservato durante le operazioni nei pressi del treno postale fermo al binario n.12. A suo dire non ricordava di aver visto la Luddi il 3 agosto, così come non ricordava di averla vista il giorno successivo: “poteva darsi l’aveva incontrata, come avveniva quasi tutte le domeniche”. Asseriva di non rammentare di segni di sofferenza da parte della Luddi, né dei motivi per cui si era messo in malattia dal 6 agosto. Era in realtà caduto dalla moto trovandosi in compagnia di Del Dottore Maurizio, ma non era in grado di precisare quando fosse avvenuto.

Quanto alla sua milizia politica, il Franci adduceva di essere stato iscritto alla D.C. ed at­tivista di quel partito, dal quale era stato aiutato per entrare nelle Poste e per ottenere immediatamente il trasferimento da Milano a Firenze. Dopo breve tempo se ne era distaccato per aderire al MSI: aveva così frequentato la federazione di Arezzo, conoscendo quasi tutti e guidando tal volta la macchina per accompagnare in giro per la provincia esponenti di quel partito. Ne era quindi uscito, ma pur sapendo che il Batani ed altri amici avevano preso a frequentare la sede di O.N. in Via dei Pescioni, se ne era astenuto, non avendo aderito a quel movimento. Si era limitato, a suo dire, a frequentare il Batani, il Cauchi, raramente il Morelli ed in genere tutto l’ambiente di ragazzi che aveva conosciuto presso la sede del M.S.I. Ciò per altro, senza aderire ad O.N., ne prima, né dopo il decreto di scioglimento.

Ammetteva di aver avuto nel carcere di Arezzo buoni rapporti col Fianchini, pur avendone conosciuto fin dall’inizio le idee di sinistra. Anzi per tranquillizzarlo l’aveva messo in contatto col D’Alessandro, anch’egli con tendenza di sinistra, finendo col mangiare assieme al Fianchini medesimo, talvolta in compagnia di altri detenuti, fra i quali il Malentacchi ed il Donati. Mentre infatti nell’ambiente del carcere quelli di destra venivano tacciati di “bombaroli” ed accusati delle stragi, il Fianchini trattava questi argomenti con calma e cognizione di causa. Esso Franci ave­va finito così per discutere con lui dell’istruttoria a suo carico per gli attentati di Arezzo e di Terontola, facendo accenni al Tuti – che vi era anch’esso coinvolto – ed alla strage dell’Italicus. Su quest’ultimo argomento il Fianchini aveva ripetutamente manifestato l’avviso che esso Franci potesse esserne accusato. Al che aveva sempre replicato che una simile eventualità gli sembrava pazzesca, dal momento che per la notte tra il 3 ed il 4 agosto disponeva di un alibi sicuro.

Escludeva in particolare di aver detto al D’Alessandro di aver visto un agente di polizia sa­lire sulla quinta carrozza dell’Italicus e far da un finestrino un segno d’intesa ad una persona rimasta a terra. Parlando col Fianchini era pian piano maturato il proposito di evadere, sulla base del comune desiderio di libertà. Del progetto era stata fat­ta parola al D’Alessandro ed era stato deciso di comune accordo di segare le sbarre della cella del Fianchini dal momento che il D’Alessandro, come condannato per omicidio, era sottoposto a più stretta sorveglianza.

Dopo aver ribadito di aver collaborato al progetto d’evasione’ solo con informazioni sui luoghi e con un copriletto impiegato per preparare la corda di poi usata per superare il muro di cinta, insisteva nel dire di essere stato lasciato “di brutto” dal Fianchini e dal D’Alessandro mentre si trovava­no lungo i binari della ferrovia “Casentinese”: i due intendevano infatti raggiungere la stazione ferroviaria di Arezzo, alla quale erano ormai vicini, e si erano avviati di corsa in quella direzione, lasciandolo solo.

Negava in particolare di aver saputo che il Fianchini avesse intenzione di rilasciare delle in­terviste dopo l’evasione e di sapere comunque, se non per vaghi accenni, dove lo stesso Fianchini ed il D’Alessandro intendessero recarsi. Per quanto riguarda i rapporti con i coimputati, il Franci, ammessa la costante frequentazione della Luddi, adduceva di aver avuto incontri radi e saltuari col Malentacchi, che vedeva talvolta ad Arezzo, nella federazione del M.S.I., tal altra, a Castiglion Fiorentino, in occasione di qualche comizio.

Il Tuti invece l’aveva conosciuto nel ’72-’73, gli aveva presentato il prof. Giovanni Rossi, di Arezzo, e sì era incontrato talvolta con lui sia a Firenze, nei pressi della Stazione di S. Maria Novella, sia nella di lui abitazione, ad Empoli. Ammetteva anzi che, per evitare domande indiscrete, l’aveva fatto passare come suo cugino presso i compagni di lavoro alla stazione di Firenze. Insisteva nel dire di aver ricevuto dal Tuti le armi che erano state sequestrate a casa della Luddi, precisando anzi che le aveva custodite presso la donna per conto e nell’interesse dello stesso Tuti.

I quattro passaporti trovati a casa della Lud­di invece erano di provenienza furtiva e li aveva ricevuti direttamente dal ladro, conservandoli senza uno scopo preciso. L’esplosivo ed i detona­tori – a suo dire – li aveva rubati in una cava di Pergine Valdarno la notte del 26 dicembre 1974, occultandoli nella chiesetta sconsacrata di Orzarle Cappuccini e ad Ortignano Raggiolo, a casa del la nonna della Luddi.

Bruni Luigi, gestore della cava indicata dal Franci, negava di aver subito furti nel dicembre 74. Fornendo l’imputato molti particolari sulla cava e sulla baracca in cui si trovava l’esplosivo, adduceva di essere autorizzato solo al consumo giornaliero di esplosivo, e non a conservarlo in deposito. Insisteva quindi nel negare che nella sua cava potesse essere stato rubato dell’esplosivo.

Il Franci escludeva di aver conosciuto Licio Gelli e di sapere comunque — al di là di vaghe voci raccolte in carcere – di rapporti fra la massoneria ed ambienti di estrema destra. Quando aveva chiesto di essere sentito dal P.M. di Firenze sull’argomento, l’aveva fatto soltanto per evitare di essere tradotto a Nuoro. Le sue presunte rivelazioni se l’era quindi inventate, e per questo fatto era stato ripreso, anche se bonariamente, dal Tuti. Ammetteva infine di aver conosciuto Marco Affatigato, senza per altro riceverne ordini od istruzioni, così come aveva conosciuto Augusto Cauchi, del quale gli erano note le vicissitudini coniugali, Luca Donati, Massimo Batani ed in genere tutte quelle persone che frequentavano la federazione aretina del M.S.I.

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Luddi Margherita dal suo canto, ammessi gli intimi rapporti col Franci, riallacciati nel ’74, all’epoca della campagna per il referendum sul di­vorzio, dopo una prima conoscenza avvenuta nel ’70, dava atto di essere stata a casa del Tuti ad Empoli il primo novembre 1974, in compagnia del Franci. Successivamente costui le aveva dato il numero di telefono del Tuti, da usare in caso di difficoltà. Le armi ed i passaporti – a suo dire – li aveva ricevuti dal Franci in un pacchetto chiuso, ignorandone il contenuto. À contestazione delle preoccupazioni espresse al riguardo telefonando all’amica Innocenti Ivana, adduceva di non ricordare se il Franci le avesse detto quale’ fosse il contenuto del pacchetto. Le aveva confidato invece di aver portato della “roba” ad Ortignano Raggiolo, a casa della nonna di essa Luddi (casa della quale si era fatto fare di sua iniziativa una copia delle chiavi), e di qui nascevano le preoccupazioni manifestate all’Innocenti, dopo aver appreso dell’arresto del Franci. Adduceva la Luddi che il pomeriggio del 3 agosto ’74 l’aveva trascorso ad Ortignano Raggiolo, andando al fiume con le sue cugine per prendere il sole e fare il bagno. A sera aveva avuto un disturbo gastrointestinale: era stata male tutta la notte e la mattina della domenica sua madre si era fatta da re una pastiglia di mexaform dall’infermiera Pecchiai Giuseppina. Si era sentita, meglio, e nel pomeriggio era andato, ad Arezzo, ove si era incontrato, con la sua amica Ivana Innocenti e col Franci, assieme ai quali era andato. all’Arno, ove non aveva fatto il bagno perché non aveva con sé il costume. La sera poi si era trattenuta ad Arezzo, dormendo a casa dell’Innocenti. Affermava infine di aver conosciuto il Malentacchi solo nel gennaio ’75, di non aver saputo che ad Arezzo, in via dei Pescioni, vi fosse la sede di Ordine Nuovo, e che il Franci la frequentasse.

Sull’alibi della Luddi venivano sentiti il padre e la madre – Luddi Michele e Luddi Maria – i quali confermavano il malore accusato dalla ragazza la sera del 3 agosto: secondo la madre anzi la Margherita era andata al fiume con le amiche in mattinata, mentre al pomeriggio non aveva potuto andarvi perché aveva accusato i primi disturbi verso le 15-16. Entrambi affermavano che la ragazza aveva passato in casa la serata e la notte fra il sabato e la domenica; in particolare Luddi Maria ribadiva che al mattino della domenica era andata dalla Pecchiai, (la farmacia più vicina è infatti a Bibbiena), la quale le aveva dato 2 o 3 pastiglie. Pecchiai Giuseppina, lontana parente dell’imputata, confermava l’episodio, dicendosi però nella impossibilità di collocarlo nel tempo, non ricordando neanche se fosse avvenuto nel ’74 o nell’anno precedente.

Analogamente Luddi Gabriella e Luddi Rossella non si dicevano in grado di attestare di avere trascorso con la cugina il pomeriggio del 3 agosto.
Innocenti Ivana dal suo- canto asseriva di non ricordare se avesse passato con la Luddi il pomeriggio della domenica (4 agosto) precedente alla loro partenza per le ferie trascorse a Tortoreto. Asseriva di aver appreso dalla Luddi che il Franci le aveva dato in custodia delle armi e dei passaporti e che lo stesso Franci aveva nascosto altre armi nella casa di Ortignano Raggiolo: la Luddi anzi le aveva detto di aver consegnato al Franci una seconda chiave di questa casa.

Sentenza appello Italicus pag 95-104