“L’orchestra nera” – Panorama 13.07.1974

Se la tiene sul cuore, ben custodita nella tasca interna della giacca di gabardine marrone scuro che indossa da tre settimane, da quando martedì 28 maggio la bomba fascista ha uc­ciso sette persone in piazza della Loggia a Brescia. È la mappa dei personaggi del terrorismo nero. La più completa mai fatta sino a oggi in Italia. Se l’è costruita pezzo per pezzo con un paziente lavoro di me­si. Francesco Delfino, 36 anni, cala­brese di Platì, capitano dei carabi­nieri e comandante del nucleo inve­stigativo di Brescia, è l’uomo sul quale governo e magistratura puntano per dare al Paese nomi e co­gnomi degli assassini fascisti, dei lo­ro mandanti e dei loro finanziatori.

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Dal 9 marzo 1974, giorno dell’arre­sto di Kim Borromeo e Giorgio Spe­dini, i due terroristi sorpresi in val Camonica con 57 chili di tritolo, Delfino non ha avuto più un minuto di tregua. Mangia una volta al gior­no (l’unico pasto un po’ tranquillo l’ha fatto martedì 4 giugno con alcuni amici al ristorante La Sosta di Brescia), dorme quattro ore per not­te quando gli va bene, passa le gior­nate tra perquisizioni, interrogatori, arresti e tentativi, quasi sempre va­ni, di sfuggire al perenne assedio dei 22 giornalisti che a Brescia se­guono lo sviluppo delle indagini sul­le trame nere.
« La strada maestra per riuscire a mettere le mani sui massacratori di piazza della Loggia », dicono al tribunale di Brescia, « è quella di ri­costruire la storia della trama ever­siva che, ormai ne siamo certi, ave­va cominciato tre mesi fa a operare sul piano pratico ». « Era una con­giura », precisa il giudice istruttore Giovanni Arcai, « che siamo riusciti a fermare proprio nel momento più pericoloso, quello di un tentativo di colpo di Stato ». « La scintilla che avrebbe potuto farlo scattare », ag­giunge il sostituto procuratore della Repubblica Enzo Giannini, « doveva essere la bomba che la notte del 19 maggio 1974 ha ucciso il terrorista che la stava portando a destinazione ».

Il dinamitardo nero era Silvio Fer­rari, 22 anni, studente, estremista di destra, figlio del rappresentante del­la Lancia di Brescia. Ferrari doveva mettere l’ordigno in piazza della Loggia dove, il mattino dopo, do­menica 20 maggio, era stato fissato il raduno degli ex-appartenenti ai Lupi di Toscana, una divisione di fanteria, decorata di medaglia d’oro al valor militare (la motivazione di­ce: « Acquistando fama leggendaria sì che il nemico sbigottito chiamò lupi gli implacabili fanti »). La bom­ba, firmata da una organizzazione di sinistra, avrebbe dovuto fare una strage fra i reduci e i drappelli mi­litari presenti alla sfilata, provocan­do così una dura reazione di destra. Secondo notizie raccolte dai ser­vizi segreti, l’azione di Ferrari era legata a un piano di mobilitazione ge­nerale di tutte le associazioni com­battentistiche italiane. Il programma prevedeva: manifestazioni di piazza sapientemente orchestrate dai fasci­sti: assalti alle sedi dei sindacati, dei partiti di sinistra e delle orga­nizzazioni extraparlamentari; atten­tati contro caserme, uffici diploma­tici stranieri, sedi dell’Anpi (l’asso­ciazione partigiani italiani), abitazio­ni di esponenti di sinistra; rivolte nelle carceri delle principali città italiane; blocchi alle linee ferroviarie e sulle autostrade. Alla tensione immediata avrebbe dovuto fare seguito, il 2 giugno fe­sta della repubblica, un colossale at­tentato in via dei Fori Imperiali, durante la tradizionale parata del­l’esercito. Obiettivo: scatenare l’ini- i zio di una guerra civile, obbligare le forze armate a intervenire per ristabilire l’ordine, annullare la Costituzione repubblicana, imporre una repubblica presidenziale di stampo reazionario controllata dai generali. Silvio Ferrari era una semplice pedina della manovra eversiva. Stan­do alle prime indagini, uno degli organizzatori del piano sarebbe stato Carlo Fumagalli, 49 anni, valtellinese, arrestato dal capitano Delfino assieme a una ventina di altri fascisti una settimana prima della morte di Ferrari. Dal 1970 Fumagalli e gli uo­mini della sua organizzazione, il Mar (Movimento di azione rivoluziona­ria), si erano sempre battuti per « una repubblica presidenziale capa­ce di far rispettare la legge, l’ordi­ne, la disciplina ».

Ex-partigiano in Valtellina, ex-co­mandante dei Gufi (un’organizzazio­ne della Resistenza, autonoma dal Comando generale del corpo di libe­razione), ex-agente dei servizi se­greti americani in Italia, ex-collaboratore, negli anni 60, dei servizi di spionaggio dell’Arabia Saudita, Fu­magalli aveva una grossa esperienza di guerriglia. In più poteva vantare amicizie e stretti legami con setto­ri del Sid (controspionaggio italia­no), dell’ esercito, e della destra « benpensante » che si identificava con la cosiddetta Maggioranza Silen­ziosa, guidata a Milano dall’avvocato Adamo Degli Occhi (convocato due volte e interrogato per 14 ore dai carabinieri dopo la strage di piazza della Loggia, provocata dall’esplosio­ne di una carica di tritolo).

« Fumagalli è il capo di tutto », af­ferma Francesco Trovato, sostituto procuratore della Repubblica a Bre­scia. A dare alla magistratura questa sicurezza sono soprattutto tre ele­menti. Primo: nell’ufficio di Fumagal­li in via Egidio Folli, a ridosso della stazione ferroviaria di Lambrate, è stata trovata una matrice per ciclo­stile con impresso un minaccioso proclama rivoluzionario, da inviare ai giornali subito dopo gli attentati che avrebbero dovuto precedere il colpo di Stato (« Dichiariamo uffi­cialmente guerra allo Stato e al bol­scevismo. Le ostilità continueranno con attentati alle principali linee ferroviarie »).
Il secondo elemento in mano alla magistratura, è la Land Rover tro­vata, sempre a Milano, nel garage del capo del Mar in via Felice Poggi. La fuoristrada era intestata alla stes­sa persona (Antonio Sirtori, milane­se, iscritto al Msi-Destra nazionale) e rifornita degli stessi equipaggia­menti (sacchi a pelo, divise da guer­riglieri, viveri a secco), di quella servita a Giancarlo Esposti, Alessan­dro D’Intino, Salvatore Vivirito, Ales­sandro Danieletti, per raggiungere il campo Dux di Rascino, in provincia di Rieti il giorno della strage di piaz­za della Loggia. I quattro avevano il compito di fare l’attentato a Roma il 2 giugno. Sorpresi dai carabinieri giovedì 30 maggio, sono stati cattura­ti ed Esposti è rimasto ucciso con in mano una pistola Mauser con la quale aveva sparato su un appun­tato e un brigadiere, ferendoli gra­vemente.

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Il terzo elemento, infine, che pro­va la parte di capo avuta da Fu­magalli nella congiura, sono le con­fessioni di Kim Borromeo e Giorgio Spedini, i due fascisti arrestati per primi da Delfino. Muti sino al gior­no della strage di Brescia, Borro­meo e Spedini han­no confermato il lo­ro diretto legame con Fumagalli, han­no detto che il tri­tolo in loro posses­so lo stavano tra­sportando per con­to del Mar, rivelato i rifugi segreti dei terroristi fascisti nelle grotte della Valtellina, fornito notizie sui campi di addestramento, elencato nomi, indi­rizzi, struttura ope­rativa dell’organiz­zazione, suggerito in­dicazioni sulla man­cata missione dina­mitarda di Ferrari e sugli ambienti bre­sciani, veronesi e milanesi in cui cer­care gli esecutori materiali della stra­ge di piazza della Loggia.

Assieme alle co­incidenze, ai docu­menti e alle confes­sioni che i carabi­nieri hanno accumu­lato in questi gior­ni, esistono nei con­fronti di Fumagalli anche precisi rap­porti del ministero dell’Interno e del Sid. Spiegano come il capo del Mar fosse uno dei principali coordinatori di una specie di gran consiglio del neofascismo attorno al quale ruota­vano le Sam, squadre di azione Mus­solini: 40 attentati a Milano dal 1969 al 1974; Ordine Nero: 10 bombe contro edifici pubblici e ferrovie fra il febbraio e l’aprile 1974; Anno Ze­ro, un gruppo di giovani romani, veronesi, torinesi e triestini specia­lizzati nella propaganda terroristi­ca; Ordine Nero, composto da ex ­aderenti del disciolto Ordine Nuovo, il movimento fondato dal deputato missino Pino Rauti; Avanguardia Nazionale, un’associazione di picchia­tori professionisti addestrati in cam­peggi paramilitari; le correnti del Msi-Destra Nazionale che si richia­mano a Rauti e Pino Romualdi (Gianni Colombo, dirigente missino di Monza, era il sorvegliante del covo per latitanti fascisti apparte­nenti alla banda Fumagalli in via Airolo a Milano); il gruppo brescia­no di Riscossa, una delirante rivistina neonazista; il nucleo della Feni­ce, l’organizzazione diretta da Giancarlo Rognoni, il missino milanese accusato di strage per l’attentato del 7 marzo 1973 al direttissimo Torino- Genova.

Nel gennaio 1974, tutti questi mo­vimenti, dopo una serie di riunioni preparatorie tenute a Roma, Tori­no, Verona e Cattolica, decisero di passare all’azione e di costituire un comitato nazionale ristretto a poche persone, cui toccava il compito di organizzare, città per città, le « cen­turie » terroristiche : quella di Bre­scia, la più scatenata, era diretta da Enzo Tartaglia, 49 anni collaborato­re di Riscossa, un fanatico che, se­condo Kim Borromeo, portava la pi­stola infilata anche nel pigiama. Nel gran consiglio c’era una sedia vuota. Era riservata al nazifascista padovano Franco Freda, il procura­tore legale accusato per la strage di piazza Fontana, massimo teorico della strategia della tensione, consi­derato da tutti « un maestro e un profeta ».

Con il Comitato di solidarietà per Franco Freda (i camerati lo chiama­no Giorgio), i vari gruppi del comi­tato nero avevano stretti contatti. Riscossa, Anno Zero, La Fenice, ne­gli anni scorsi hanno fatto una gran­de campagna di propaganda per il legale padovano (« ingiustamente ac­cusato dal potere borghese e giu­daico »). Nel gennaio 1973 Riscossa aveva pubblicato una intervista di Beppino Benedetti, un ragioniere di 41 anni (arrestato con Fumagalli), a Marco Pozzan, uno dei luogote­nenti di Freda, latitante, accusato di aver collaborato alla realizzazio­ne degli attentati del 1969. Ai tre giornali di estrema destra e ai le­gali che gli ruotavano attorno, fa­ceva capo l’organizzazione del Soc­corso Nero, una specie di San Vin­cenzo per terroristi, con una sede in Svizzera, a Bellinzona, e un punto di ritrovo a Barcellona, in Spagna.

Compito del Soccorso Nero, coor­dinato all’estero da un collaborato­re di Riscossa e da un giornalista di destra legato al Sid, era quello di aiutare i « camerati » fuggiaschi (in Svizzera ce ne sono di importantissimi: Clemente Graziani, lea­der di Ordine Nero, Elio Massagran­de, uno dei responsabili di Anno Ze­ro, Giancarlo Rognoni e il suo luo­gotenente Piero Battiston, denun­ciato per detenzione di esplosivo, Gianni Nardi, ricercato per l’assas­sinio del commissario Luigi Calabre­si). All’estero sarebbe dovuto anda­re anche Freda.

Il Mar nei suoi programmi preve­deva anche la liberazione di Freda attraverso lo scambio con un grup­po di quattro magistrati milanesi : Gerardo d’Ambrosio, autore dell’in­dagine su piazza Fontana, Ciro De Vincenzo, Libero Riccardelli (l’accu­satore di Nardi) e Vincenzo De Liguori. Nelle cantine di via Folli, gli uomini di Fumagalli avevano già pre­parato i pannelli isolanti adatti a costruire le celle per i sequestrati.

Stando all’indagine dei magistrati bresciani, oltre ai sequestri di tipo politico, i congiurati avevano idea­to rapimenti a scopo di estorsione (anzi, ne avrebbero fatto uno nel mese di aprile ricavandone 400 mi­lioni). Ma i giudici di Brescia sono poco convinti di questa traccia. I finanziamenti, cospicui, arrivavano ai fascisti per vie molto meno ri­schiose : conti cifrati in una banca di Lugano, sui quali mandanti e fi­nanziatori depositavano, coperti dal­l’anonimato, le sovvenzioni per le stragi. Solo pochi uomini del co­mitato nero conoscono i nomi dei grandi pagatori del neofascismo ita­liano. Questi nomi sono la grossa lacuna nella mappa sulle trame ne­re del capitano Delfino.

“Il torbido passato di Gianni Nardi” – L’Unità 22.09.1972

Di Gianni Nardi si è parla­to la prima volta all’indomani del clamoroso colpo di scena che portò all’identificazione del vero assassino del benzinaio Innocenzo Prezzavento, ucciso da due colpi di pistola la notte del 9 febbraio del 1967 nel chiosco che gestiva in piazzale Lotto. L’omicidio era avvenuto a scopo di ra­pina. Era stato incriminato per l’assassinio il giovane Pasqua­le Virgilio, riconosciuto, dopo molte perplessità, dall’unico testimone del delitto, Italo Rovelli; il Virgilio, al termine dell’istruttoria, venne rinvia­to a giudizio sotto l’accusa di omicidio aggravato a scopo di rapina.

Ma dodici giorni prima del processo ci fu un clamoroso colpo di scena: un giovane, Marcello Del Buono, si pre­sentò al magistrato accusando dell’assassinio un certo Rober­to, aggiungendo che egli stes­so e due suoi amici, Gianni Nardi — appunto — e Gian­carlo Esposti, appartenenti tutti e tre alla « Giovane Ita­lia », la organizzazione giova­nile fascista, fiancheggiatrice del MSI, avevano fornito l’ar­ma del delitto. Il Nardi interrogato dal giu­dice dopo le rivelazioni del Del Buono, che insisteva a parlare di traffico d’armi da parte dei tre fascisti, ammise di conoscere un certo Roberto Rapetti che venne rintraccia­to di lì a poco, nelle carceri di Forlì.
Si ebbe allora un confronto a quattro col Del Buono, il Nardi, il Rapetti e l’Esposti. Il Del Buono riconobbe nel Rapetti, il Roberto di cui aveva parlato; a sua volta il Rapetti venne riconosciuto anche da Italo Rovelli, il testimone del delitto. La corte tuttavia non die­de molto peso al riconosci­mento perchè il Del Buono era appena uscito da una casa di cura: egli morì qualche tempo dopo in circostanze mi­steriose.

Il Virgilio venne comunque prosciolto dall’accusa di omi­cidio dopo un nuovo colpo di scena, con l’avv. Pisapia che affermò davanti alla Corte di avere appreso da un clien­te, sotto il vincolo del segre­to professionale, cose tali da far escludere la responsabi­lità di Virgilio. La Corte pro­sciolse il Virgilio per non avere commesso il reato. Il Nardi, l’Esposti e il Rapetti vennero a loro volta incrimi­nati per concorso in omicidio aggravato e rapina. Il Rapetti, che intanto ave­va finito di scontare la pena cui era stato condannato per il tentato omicidio, fu sotto­posto a misure di sicurezza, e ricoverato all’istituto psi­chiatrico Paolo Pini di Mila­no. Senonché il giudice sco­pri che l’istituto non era adat­to ad ospitarlo e ordinò la sua incarcerazione a San Vittore.

Il Rapetti informato, cercò di fuggire, ma venne cattu­rato nascosto in un armadio nella sua casa di via Lorenteggio a Milano. Due giorni dopo, i carabinieri arrestarono nel­la sua villa vicino ad Ascoli Piceno, anche il Nardi. Una perquisizione portò alla sco­perta di un vero e proprio ar­senale: nella villa del Nardi si trovarono centinaia di car­tucce per fucile mitragliato­re; il Nardi venne arrestato Il Rapetti alla fine confessò di essere l’autore del de­litto di Piazzale Lotto e ac­cusò il Nardi di avergli, lui, fornito l’arma del delitto. Il Nardi è nipote di un no­to industriale; suo padre stes­so (morto da qualche anno) fu costruttore d’aerei; la for­tuna della famiglia cominciò sotto il periodo fascista. An­che l’Esposti ha un curricu­lum significativo; anche se la sua parte nella rapina dì Piazzale Lotto non risultò mai abbastanza chiara. Il 2 feb­braio del 1969 fu bloccato al­le porte di Bologna dalla po­lizia che sulla sua auto trovò una rivoltella con munizioni, una miccia al magnesio, pol­vere di alluminio e alcune « gabbiette » che costituisco­no la sicura delle bombe a mano « SRCM », cioè quelle dello stesso tipo usate In at­tentati appena precedenti, compiuti ai danni di sezioni del PCI dalle SAM (« squadre d’azione Mussolini»). Il 6 giu­gno dello stesso anno nella sua abitazione, perquisita per un attentato al palazzo espo­sizioni di Vigevano, vennero trovati ancora detonatori, ba­rattoli di polvere d’alluminio e di magnesio, di clorato di potassio e altre sostanze esplo­sive.

Perizia Teatini sul proiettile finito contro la Land Rover – 01.02.1975

Incarico
In data 3 dicembre 1974, l’Ill.mo signor giudice istruttore del Tribunale di Rieti, dott. Angiolo Verini, conferiva al sottoscritto tenente colonnello Luciano Teatini, direttore del centro carabinieri Investigazioni scientifiche, l’incarico di eseguire una perizia balistica nel procedimento penale n. 78/A/74, contro D’Intino Alessandro, Danieletti Alessandro ed altri, proponendo il seguente quesito:
“Accerti il perito il tipo di proiettile cui si riferiscono i frammenti rinvenuti nella ruota di scorta della Land Rover ed attualmente in giudiziale sequestro”.
Il prefato magistrato fissava in giorni 45 il termine per il deposito della relazione scritta – termine prorogato di altri 15 giorni – e consegnava al perito i frammenti da esaminare.
(…)

Esami svolti
Come fatto cenno in sede di descrizione del reperto, le condizioni attuali del proiettile da esami­nare non consentono di acquisire dati metrici validi per la determinazione del calibro. Pertanto si è proceduto a misurazioni ponderali di tutto il materiale repertato e al confronto con analoghe misurazioni di proiettili, sparati, prelevati dal campionario di laboratorio, dei calibri 7,65 – 9 corto e 9 lungo (foto nn.3 e 4).
I risultati conseguiti attestano che il reper­to, del peso complessivo di grammi 5,8851- (foto n.5), non può essere attribuito ad elemento di cartuccia calibro 7,65 perché, quest’ultimo, pesa solo gr 4,7775 (foto n.6). Molto verosimilmente è da attribuire a cartuccia calibro “9 corto” il cui peso è di gr 6,0321 (foto n.7) ma non si può escludere che esso appartenga a munizionamento calibro “9 lungo” -il cui peso medio è di gr 7,4172 (foto n.8)- in quanto piccole parti di metallo potrebbero essere andate disperse (o rimaste adese al bersaglio) nel momento della frantumazione. Pertanto, con gli elementi fin qui acquisitisi può solo affermare che il proiettile repertato non è del calibro 7,65 perché il suo peso è superiore di grammi 1,1076, che è verosimile sia del calibro 9 corto in quanto la differenza di peso è di appena gr 0,1470, differenza che può riscontrarsi anche tra due proiettili della stessa marca e lotto di fabbricazione. Infine, pur con meno probabilità, non si può escludere possa provenire da cartuccia calibro 9 lungo perché la differenza di gr 1,5321, potrebbe essersi dispersa.

Ciò posto, nel tentativo di acquisire altri elementi di giudizio, si è proceduto ad un più approfondito esame dei frammenti di camiciatura, prendendo in particolare considerazione quelli interessati da porzioni di orlatura (elemento caratterizzante la base dei proiettili blindati) e dalle tracce di rigature prodotte dalle nervature della canna.
Le prime -circoscritte sulla foto n.9- sono state prese in considerazione nel tentativo di ricostruire la circonferenza del proiettile e ricavarne il dia­metro. Le seconde per cercare di stabilire la lunghez­za della superficie cilindrica del medesimo elemento.
La incompletezza di entrambe non ha però per­messo di conseguire risultati qualitativamente suffi­cienti per la formulazione di un giudizio di assoluta certezza.
La misurazione delle porzioni di orlatura con ferma i dati acquisiti in sede di misurazioni ponderali, mentre votano a favore del calibro minore (9 corto) le dimensioni longitudinali delle rigature. Infatti, considerando che un proiettile del calibro 9 lungo misura 3 millimetri e mezzo più di quello 9 corto, si evince chiaramente che, nonostante la maggiore rastrematura ogivale, la superficie cilindrica del primo è maggiore e quindi maggiore è anche la lunghezza della rigatura. Ciò si può infatti apprezzare osservando le foto nn.11 e 12 che mostrano, ingranditi, due proiettili dei calibri in discussione, accostati. Una migliore dimostrazione delle differenze esistenti tra i due esemplari è data dai confronti effettuati con le foto nn.13-14 e 15-16, che mostrano le rigature a confronto per accostamento.
Sui frammenti di camiciatura repertati sono presenti sei rigature ad andamento destrogiro (foto dal n.17 al n.22), alcune frammentarie ed altre de formate, ma tutte caratterizzate, nel loro interno, da peculiarità che le rendono utili per eventuali con fronti con omologhi esemplari provenienti da armi sospette. Di dette rigature, le tre colorate sulla precedente foto n.10 si prestano per un, apprezzabile confronto dimensionale con quelle dei due campioni innanzi esaminati. Come si può notare dagli accostamenti effettuati con le foto dal n.23 al n.32 le rigature del reperto trovano una certa qual corrispondenza con il campione calibro 9 corto, confermando quanto acquisito in sede di misurazioni ponderali. Non è però completamente allontanato il dubbio che il reperto possa appartenere a munizionamento calibro 9 lungo in quanto le deformazioni subite dal reperto stesso potrebbero aver prodotto possibili variazioni alla effettiva dimensione longitudinale delle rigature.

Conclusioni
Sulla base delle risultanze come innanzi accertate e documentate si può così concludere in risposta al quesito proposto dal magistrato:
I frammenti repertati sulla ruota di scorta della land rover si riferiscono a proiettile di tipo “blindato” molto verosimilmente del calibro 9 corto. Di tali frammenti, quelli relativi alla camiciatura contengono residui di sei rigature ad andamento destrorso caratterizzate da peculiarità utilizzabili per eventuali confronti con omologhi elementi provenienti da armi sospette.

A Roma, 1° febbraio 1975

“C’è un mistero nella fine di Nardi: noi diciamo che non è mai morto” – L’Europeo 26.11.1976

In queste settimane L’Europeo ha indagato sulle diverse facce del terrore nero: quella dei legami oscuri con l’apparato statale, quella, più recente, dei rapporti istituzionali con la malavita (sequestri, rapine, riciclaggi e altro), quella della preparazione e dell’attuazione del terrorismo politico puro. Terrorismo che, abbiamo visto, si deve più correttamente definire « di centro », o bianco.
Ma il terrore ha un’altra faccia, spesso dimenticata. Quella dell’abbandono, o del « tradimento ». Decine e decine di giovani, usati per anni dai corpi separati dello Stato attraverso le organizzazioni di estrema destra, addestrati con cura all’attentato, alla rapina, alla violenza, all’assassinio politico (due settimane fa abbiamo parlato del segreto campo di addestramento di Alghero) sono stati poi abbandonati dai loro protettori.
Con minore o maggior durezza, i più sono stati « invitati » al silenzio e formano oggi il piccolo esercito degli espatriati, ricattabili e pronti a tutto. Come Pierluigi Concutelli, l’assassino del giudice Vittorio Occorsio. Alcuni, depositari di segreti irrivelabili, sono stati giustiziati: vale per tutti l’esempio di Giancarlo Esposti, colpito a morte nell’imboscata di Pian del Rascino. E del resto, quella pallottola nel collo di Mario Tuti al momento dell’arresto non ha mai avuto una plausibile giustificazione.
Fra i giustiziati la pubblicistica ha inserito i giovani fascisti colpiti da morti misteriose. L’e­lenco è lungo: gli ultimi due nomi sono partico­larmente interessanti. Qualche mese fa, Bruno Stefàno, Avanguardia nazionale e poi Ordine nuovo, amico di Stefano Delle Chiaie, di Gianni Nardi e dei veneti di Freda, viene dato per morto in Svizzera. La notizia è definita certa dalla polizia, ma il corpo di Stefàno non è mai stato trovato, né mai sono state svelate le circo­stanze della sua morte. A metà settembre, infi­ne, Gianni Nardi muore in un incidente d’auto a Palma di Majorca. In circostanze altrettanto misteriose.

Gianni Nardi 2

La morte di Nardi ha avuto l’onore della cro­naca, sui giornali italiani, per due giorni. Qual­cuno vi ha visto dietro le mani del potere. Qualcun altro ha segnalato piccole « stranez­ze ». Poi tutto è finito. Abbiamo voluto condur­re un’inchiesta in Spagna. La sua conclusione è sconcertante: secondo noi, Gianni Nardi non è mai morto. Eppure il suo caso, questo caso, è pur sempre un esempio dell’altra faccia del ter­rore. Un esempio atipico, come atipico è il per­sonaggio Gianni Nardi, con tutti i suoi miliardi e con le palesi protezioni che, per lui, certo non svaniscono nell’arco di una stagione. Ecco i ri­sultati della nostra inchiesta.

L’incidente
Palma di Majorca, venerdì 10 settembre, cin­que e mezzo del pomeriggio. Sulla strada che va da Santani a Las Palmas, al chilometro trentaquattro, poco fuori il paesino di Campos, una Fiat 127 esce troppo forte da una curva diffici­le, sbanda sulla sinistra e si schianta contro un camion che viene in senso opposto. L’auto ha una targa italiana: Vicenza 323885. L’incidente provoca un morto.
Del fatto, prima « stranezza », non si sa nulla per sette giorni. È soltanto il venerdì seguente, infatti, che la Guardia Civil di Palma dà una prima versione dell’incidente: la comunica a un giornalista che telefona da Madrid. Questa la versione: nello scontro è morto un cittadino boliviano, Arnaldo Costa Vina; era alla guida della Fiat; nell’auto sono stati trovati i suoi do­cumenti e la sua patente rilasciata a La Paz.
Dopo la telefonata circola per Madrid il nome di Gianni Nardi. Suoi parenti si sono recati a Palma (e già sono rientrati in Italia). Al centra­lino dell’isola è giunta una valanga di chiamate dall’Italia: amici, giornalisti e anche uomini dello Stato. Il giornalista di Madrid richiama la Guardia Civil di Palma e riceve questa seconda versione: a bordo dell’auto c’erano due persone, l’autista boliviano, che è morto, e un italiano, certo Giuseppe Ascoli, che è rimasto ferito solo leggermente. Questo nome è falso (lo provano controlli effettuati in seguito), ma è un nome falso-logico: Giuseppe si chiama il proprietario dell’auto, un generale italiano amico del Nardi, e Ascoli è la città natale di Gianni Nardi (oltre che del generale).
Questa seconda versione della Guardia Civil, comunque, deve terribilmente spaventare il Co­mando. Evidentemente l’ha fornita qualche in­genuo poliziotto che lì per lì ha consultato le carte dell’incidente (come fa infatti uno spa­gnolo a inventare un nome come quello di Giu­seppe Ascoli che calza così bene al ricercato Gianni Nardi? ). Sta di fatto che il comando del­la guardia di Palma si premura subito dopo di richiamare il giornalista di Madrid (in Spagna non capita mai, per prassi ormai quarantenna­le, che la polizia chiami la stampa) per avvisar­lo che la seconda versione è falsa: sull’auto c’e­ra soltanto il boliviano. Un deplorevole errore.
Che a bordo della Fiat ci fosse un boliviano, comunque, la polizia di Palma era ben convin­ta: subito dopo l’incidente, infatti, la Guardia segnala il fatto al consolato generale di Bolivia a Barcellona. Ma, invece di parenti boliviani, giungono a Palma (quattro giorni dopo lo scon­tro) l’avvocato di Nardi, Fabio Dean, la madre Cecilia e uno zio materno. Seconda « stranez­za »: come hanno fatto a sapere, così rapida­mente, che Gianni è coinvolto nell’incidente? L’avvocato Dean sostiene che il riconoscimento di Gianni Nardi è stato fatto dalla polizia spa­gnola subito dopo lo scontro: ciò contrasta con la segnalazione della polizia stessa al consolato di Bolivia e con le tre telefonate. Una settima­na dopo i poliziotti parlavano ancora di bolivia­no, perché?
Il mistero con cui la Guardia Civil copre l’in­tera vicenda appare molto significativo. Dopo le risposte telefoniche di settembre essa non ha più voluto offrire spiegazioni, né mai ha comu­nicato notizie precise sull’incidente, né mai ha rilasciato fotografie. Infine non ha mai voluto fornire il nome del camionista investito, testi­mone decisivo sulla presenza di una o due per­sone a bordo della Fiat 127 finita sotto le ruote del camion. Ho telefonato alla Guardia di Las Palmas. Due mesi dopo l’incidente, non mi ha fornito alcun dato e ha motivato il silenzio con il « necessario riserbo » dovuto al fatto che l’in­chiesta è in mano a un non meglio precisato giudice di Manacor. Ci si chiede: perché un’in­chiesta giudiziaria su un semplice incidente stradale? Ci si chiede ancora: che motivo ha il « necessario riserbo » quando le responsabilità sono ben definite (la Fiat è piombata sulla cor­sia di sinistra)?

Se la Guardia Civil resta silenziosa, qualcosa è pur possibile sapere da chi ha potuto seguire a Las Palmas gli sviluppi della vicenda. Qual­cosa di molto significativo. Martedì 14 settem­bre giungono nell’isola l’avvocato e i parenti di Gianni Nardi (ripartono tre giorni dopo). Ar­rivano per il riconoscimento. Come viene ef­fettuato? Non dalla madre (che quindi non vede il corpo di suo figlio), non dall’avvocato (che come unica prova ha dunque la lettura del certificato di morte), ma dallo zio del Nardi. È la seconda « stranezza » della vicenda: non si sa chi sia questo zio e, comunque, anche di questo riconoscimento non viene fornito alcun docu­mento. Come si fa a dire con certezza, allora, che il « boliviano » ucciso è proprio Gianni Nar­di? Non si sa.
Il corpo dell’ucciso alla curva di Campos vie­ne provvisoriamente sepolto a Las Palmas. In attesa, evidentemente, del suo trasferimento nella tomba della famiglia Nardi, ad Ascoli Pi­ceno. Qui siamo di fronte alla terza « stranez­za », che appare macroscopica: sono passati due mesi è il corpo definito di Gianni Nardi è anco­ra là, nell’isola spagnola. Ci siamo informati: per il trasporto è sufficiente l’autorizzazione del pre­fetto della regione che, in questi casi (non è un semplice incidente stradale?), viene concessa con estrema rapidità. E allora? Nel settimanale spagnolo Posible, che da un paio di settimane avanza dubbi sulla morte di Nardi, scrive nel­l’ultimo numero: « Una volta che tutto era regolato [per il trasporto, n.d.r.], giunge la stra­na novità che la madre, che era andata a Palma per prendere il corpo del figlio, mostrava il suo disinteresse sull’argomento ». Non sappiamo se è disinteresse: sottolineiamo il dato di fatto che, due mesi dopo, il corpo dell’ucciso di Campos è ancora là, a Palma.

Una piccola notazione politica. Ai dubbi di Posible ha replicato con violenza il quotidiano falangista di Palma, Baleares. « Il corpo è sen­za ombra di dubbio quello di Nardi, voi giocate con i morti », ha scritto, e ha proseguito con pesanti offese alla nuova stampa spagnola. Si­gnificativa è l’impennata dell’estrema destra lo­cale, che per coerenza politica avrebbe dovuto porre dubbi sulla morte del camerata e non so­stenere a spada tratta, semplicemente, che il morto è proprio lui. Ma ancora più significativo è il fatto che l’organo falangista di Palma non ha smentito uno solo dei dubbi che circondano la morte di Nardi, non ha pubblicato un docu­mento, una dichiarazione, un’intervista, non ha portato una prova che è una. L’incongruenza è stata rilevata da alcuni quotidiani di Madrid che stanno assaporando, in questi mesi, l’eb­brezza della critica alle posizioni ufficiali, del governo, dei funzionari, della polizia.

La quarta « stranezza » è la più grave. Essa inquadra direttamente il caso Nardi in quello che ha tutta l’aria di essere: un « affaire » poli­tico. Sino a due settimane dopo l’incidente, dunque, nulla indica che il morto di Campos sia con certezza Gianni Nardi. Date per buone tutte le notizie e lo stesso riconoscimento, man­ca ancora una dichiarazione ufficiale. La Guar­dia Civil, ufficialmente, non ha mai detto che l’ucciso nell’incidente sia Gianni Nardi. Il 17 settembre l’Antiterrorismo italiano dichiara che è « indispensabile accertare l’identità dell’uomo morto a Palma, perché sarebbe il secondo del terzetto a sparire » (il primo è Bruno Stefàno, la terza è la tedesca Gudrun Kiess). Lo stesso giorno, Antonio Delfino, vicedirigente della se­zione italiana dell’Interpol, dichiara a La Stam­pa: « La certezza della sua identità la potremo avere soltanto quando sarà fatto il confronto delle impronte digitali ». Ecco, le impronte. È stato fatto questo confronto? No. Più precisamente (è la quarta « stranezza ») la Guardia Ci­vil ha fatto arrivare le impronte dell’ucciso sia all’Interpol che al ministero dell’Interno italiano. Sono passati due mesi e in Spagna non hanno ricevuto nulla: non solo i risultati del confronto, ma neppure il riscontro dell’arrivo delle impronte con la promessa di esaminarle al più presto, come è prassi. Che cosa nasconde questo nuovo disinteresse? Che cosa è tutto questo silenzio su una vicenda, abbiamo visto, zeppa di « stranezze »?

Il terrorismo
A tutt’oggi, dunque, resta il fatto, incontro­vertibile, che ufficialmente il morto di Palma non è ancora Gianni Nardi. Chi è allora? Avanziamo un’ipotesi, che può d’incanto spie­gare tutte le « stranezze » della vicenda. Gian­ni Nardi è quel Giuseppe Ascoli seduto accan­to al falso boliviano che guida la Fiat. Tra l’altro egli non ha mai avuto la patente e sem­pre ha amato farsi scortare da amici-gorilla. O da sosia, come quel Mario Merlini che lo seguiva nelle imprese ascolane e milanesi. Seguiamo l’ipotesi. Ascoli-Nardi resta fe­rito nell’incidente, il falso boliviano muo­re. Ascoli-Nardi vede allora nella vicen­da una occasione unica per « scompa­rire » e, muovendo le amicizie che ha (più i milioni), mette in piedi la storia della sua morte. Si spiegherebbero co­sì i tempi strani della vicenda, le in­cognite della Guardia Civil, il corpo an­cora a Palma, le impronte che non ar­rivano (per inciso, quand’anche arrivas­sero potrebbero avere un valore di pro­va relativo: Gianni Nardi vivo, infatti, muovendo le solite e antiche amicizie, può ben far giungere a Roma sue im­pronte).

Questa è un’ipotesi. Un’altra è quella dell’incidente provocato e ciò spieghereb­be l’inchiesta della magistratura spagno­la. Altre ipotesi sono possibili. Tutte co­munque portano il segno dell’altra fac­cia del terrorismo politico, quella dell’ab­bandono. Gianni Nardi vuole scomparire o, ipotesi alternativa, deve scomparire. Perché?
Nardi è stato per molti anni una pedi­na di quel ramo dell’apparato statale che ha favorito e coperto le bande armate neofasciste con lo scopo di piegare verso destra (non troppo!) l’asse politico italiano. Una pedina di rilievo di quel ra­mo che aveva i suoi nuclei operativi nel­l’Ufficio affari riservati del ministero del­l’Interno e del SID parallelo. Quel ramo lo ha usato in vari modi: lo ha protetto in numerose azioni e in numerosi traffi­ci (di armi, ad esempio), lo ha costretto, più o meno spontaneamente, a subire l’accusa, poi rivelatasi falsa, di aver uc­ciso il commissario Calabresi. Un’accusa che serviva soltanto a sviare le indagini dai veri assassini e mandanti.

Nella primavera del 1974 Gianni Nardi viene gettato allo sbaraglio con il suo amico Giancarlo Esposti e con i resti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazio­nale, ormai fuorilegge. Il giudice bre­sciano Giovanni Arcai che ha indagato, sin che ha potuto, sulla vicenda di Pian del Rascino, è convinto che Esposti, pri­ma di essere giustiziato, abbia ingaggiato la violenta sparatoria con i carabinieri per permettere a Nardi di fuggire. Resta il fatto che da interrogativi di altri neo­fascisti appare che, se Esposti era re­sponsabile nel Reatino di quella che egli considerava una « guerriglia preparatoria della guerra civile», Nardi lo era per il versante marchigiano.

Il ministero
I due avevano appoggi sicuri che giungevano molto in alto. Al giudice Ar­cai l’istruttoria è stata tolta un anno fa, ma egli ha preparato una contro-requisitoria in cui ribadisce i precisi legami fra le bande armate e il ministero dell’Interno. In particolare, egli sostiene (nulla di ciò apparirà poi nell’indagine ufficiale, naturalmente) di aver individuato l’uffi­ciale del centro Italia che fornì all’Esposti la cartina dei posti di blocco della polizia e dei carabinieri. Dice Arcai sull’episodio: « Ritengo, sul­la base di precise risultanze istruttorie, che tale ufficiale sia stato identificato nel maggiore di PS Mezzina, il cui arresto provvisorio il PM non volle convalidare.
Il maggiore Mezzina comandava all’epo­ca il gruppo guardia di PS di Frosinone; aveva subito una perquisizione domici­liare durante la quale era stato trovato, nel suo alloggio di servizio, Gianni Nar­di, che aveva abbandonato il soggiorno obbligato di Ascoli Piceno e che vi per­maneva da una ventina di giorni dopo essere rientrato clandestinamente dalla Spagna. L’alloggio di servizio dell’ufficia­le era frequentato anche da Giancarlo Esposti ».
Gianni Nardi, dunque, in soggiorno obbligato ad Ascoli e poi latitante in Spagna è protetto e ospitato da un ufficiale di PS! Non basta: dall’ufficiale e dall’intera vicenda di Pian del Rascino il giudice Arcai risale, con nomi e cognomi, al ministero dell’Interno e al SID paralle­lo. È evidente che risale troppo e, come già un anno fa L’Europeo scrisse e come è ben documentato in un coraggioso li­bro pubblicato in questi giorni (Achille Lega e Giorgio Santerini, Strage a Bre­scia, potere a Roma, Mazzotta), un testi­mone improvviso coinvolge il figlio del giudice (quindici anni e mezzo all’epoca) nella strage di piazza della Loggia. L’in­chiesta del padre, è ovvio, deve cambiare titolare. Quel tenue filo che porta al ministero dell’Interno si spezza.
Primavera ‘74
Ma che cosa succede in quella prima­vera del 1974? Succede che quel nucleo di potere statale che proteggeva Nardi e la gente come lui viene duramente col­pito: l’Ufficio affari riservati è sciolto d’autorità subito dopo la strage di Brescia e l’altro SID prepara e attua, patro­no Andreotti, l’attacco decisivo a Miceli. L’immediata conseguenza è che tutti i giovani protagonisti del terrore « nero » restano senza copertura: questa è la ve­rità che il potere politico, Partito comu­nista incluso, vuole tener nascosta agli italiani. Così, Giancarlo Esposti viene giustiziato a Pian del Rascino, così deci­ne di neofascisti vengono a ripetizione (e improvvisamente, dopo anni di pro­tezione) colpiti da mandati di cattura e molti sono costretti a fuggire all’estero. I più entrano in quel giro « parallelo » (certo gestito dall’alto, ma non più o non esclusivamente con gli obiettivi politici di prima) che opera, a contatto con la malavita, nel campo dei sequestri, delle rapine, degli assassinii su ordinazione.
Qui non si vuole certo difendere i neo­fascisti, ma impedire che ancora una volta la stampa cada, in nome di un fal­so antifascismo, nei giochi del potere, del nuovo potere in questo caso: un pe­ricolo di estrema destra in Italia non c’è più da anni, è inutile riesumarlo, magari con tardive inchieste giudiziarie, per co­prire una nuova stabilizzazione. Il nuovo fascismo, se verrà, non sarà fatto dai volti di questi fanatici resti dell’ordinovismo, non sarà fatto da « alalà » né da slogan vecchi di cinquant’anni. Sarà fatto da altro su cui, questo è il dovere della stampa, sarà utile indagare. Si vestirà, magari, con i panni di una ferrea stabi­lizzazione.

Torniamo a Nardi. Dopo le disgrazie del suo « ramo » statale (primavera ’74) egli capisce di essere alla vigilia dell’ab­bandono. Dopo l’« esecuzione » di Esposti egli capisce che può diventare un capro espiatorio. Fugge allora in Spagna defi­nitivamente. Malgrado sia soltanto accu­sato, in Italia, per una storia di armi e bossoli nella sua villa di Marino del Tron­to, non vuole più tornare. Conoscendo l’ambiente e i suoi polli, avendo perduto di forza le sue protezioni, teme di essere di nuovo coinvolto nell’uccisione di Ca­labresi e di finire i suoi giorni in car­cere.
In Spagna Nardi frequenta per un po’ l’ambiente del neofascismo in esilio e ne scopre le debolezze e la doppiezza. La famosa « Internazionale nera » spagnola è in realtà un’accozzaglia di cani sciolti neofascisti, di agenti spagnoli e italiani, di « manager » pronti a vendere notizie e uomini al miglior offerente. Più che un’Internazionale nera è un’Internazio­nale della malavita. Nardi tende a non frequentare questo ambiente, vede sol­tanto qualche amico di Barcellona che considera fidato. È ricco, e allora viaggia molto per l’Europa, è spesso in Svizzera, si concede le vacanze a Palma di Major­ca, dove affitta un appartamento a Santani. Vuole tornare in Italia, questo de­siderio lo esprime a molti. L’incidente può avergli fornito lo spunto, l’occasione. In tal modo spera che, morto ufficialmente, l’altra faccia del terrorismo non lo colpisca più.

CorradoIncerti, L’Europeo 26.11.1976

Adolfo Sabattini – dichiarazioni 16.04.1986

– Nel 1967 mi sono trasferito da Genova a Riccione, dove avevo un albergo, l’hotel Mimosa. All’epoca avevo anche una tenuta agricola nel retroterra di Riccione. Ho conosciuto Crocesi Nestore e De Andreis Mario. La conoscenza del De Andreis risale all’epoca in cui vivevo a Genova, e mi pare che sia stato il De Andreis a presentarmi il Crocesi.

– ho conosciuto anche Esposti Giancarlo il quale era amico di Crocesi e del De Andreis. L’ Esposti l’ ho visto soltanto due o tre volte, una volta a Milano e poi a rimini dove ci recammo a mangiare nel ristorante di Nestore. La mia conoscenza dell’ Esposti è del tutto superficiale e nulla so dei suoi progetti politici. Per quanto ricordo questi incontri sono avvenuti circa due anni prima della morte di Esposti.

– nulla so di un bagno di Rimini che negli anni 1973 – 1974 sarebbe stato il punto di incontro di estremisti di destra.

– non ho mai conosciuto Ferri Cesare ne’ Fabrizio Zani, ne’ tantomeno i fratelli Ferrari.

– all’ epoca a Rimini c’ era gente di Ordine Nuovo ma non ricordo nessuno, salvo il nome di tale Renzi. Io ero nell’ Msi e simpatizzavo per Rauti Pino e per almirante e non avevo nulla a che fare con Ordine Nuovo.

– nulla so dei traffici di armi e di esplosivi che sarebbero avvenuti nella zona di Rimini nel 1974.

– in vita mia non sono mai stato in Svizzera e nulla so’ circa la presenza di latitanti italiani in quello stato.

Letto confermato sottoscritto.

Giovanni Crespi – dichiarazioni 26.09.1975 – seconda parte

Adr: proseguendo il discorso ora sono in grado di stabilire altre date delle gite ad Ascoli Piceno, oltre quella del 30 marzo, se non in relazione ad un’ altra gita effettuata nel mese di aprile 1974, poco dopo la pasqua, in quanto sono sicuro di avere trascorso la pasqua in famiglia o comunque a Milano: questa gita dovrebbe essere stata fatta intorno al 20.04.74 come sv ritiene in base a elementi gia’ acquisiti agli atti. Fatto sta che tale gita venne effettuata con la Ford Cortina di Esposti. Si parti’ da Milano nel pomeriggio. Ricordo che gia’ prima della partenza l’ Esposti aveva detto che ci saremmo dovuti fermare al Terminillo in quanto avrebbe dovuto incontrare un suo amico che aveva un negozio di armi in Roma. Non disse il nome dell’ amico.
Io non vidi se telefono’ a costui per accordarsi sull’ appuntamento, ma dal complesso delle cose ritengo che possa aver telefonato dalla stessa mia abitazione. Venne con noi, come di consueto del resto, la Boidi. Arrivammo al Terminillo verso tardi, fra le ore 21 e le 20 tanto che ricordo che il bar che si trovava vicino ad un campeggio di roulotte, era ancora aperto. Ricordo che Giancarlo parcheggio’ la Ford Cortina in coma ad una stradina sulla sinistra dalla quale partiva un’ altra strada che toccava tangenzialmente il campeggio e sulla quale erano parcheggiate 4-5 auto. Io e Giancarlo scendemmo dalla macchina ove sul sedile posteriore resto’ la Boidi.

Io mi fermai al bar per bere qualcosa e Giancarlo entro’ nel campeggio ove a suo dire si trovava l’ amico. Dopo 10 15 minuti Giancarlo ritorno’ insieme con un signore che era vestito da cacciatore, ed io nel frattempo avevo consumato una coca cola, lasciai il bar ed andai loro incontro. Parlavano di un fucile. Cio’ compresi dal loro discorso, che peraltro fu subito interrotto in quanto l’ amico si reco’ sulla strada ove erano parcheggiate le autovetture e da quella che si trovava in terza o quarta posizione trasse un involucro. Nel frattempo Giancarlo ed io avevamo raggiunto la Ford Cortina, presso la quale l’ amico ci raggiunse con un involto di forma oblunga, e dalla sua stessa forma io compresi che conteneva l’ arma della quale parlavano. Si trattava di un involto di tela juta l’ amico lo apri’ e mostro’ a Giancarlo un’ arma smontata in due pezzi, e cioe’ il calcio e gli altri congegni da una parte e la canna da un’ altra parte. Vidi bene che la canna era piuttosto lustra o lucida e dai discorsi che fecero compresi che andava brunita.
In precedenza io non avevo mai visto un’ arma del genere e solo dai loro discorsi compresi che si trattava di un Mauser cal 308 e che con quella canna si potevano anche sparare pallottole nato. Questi per me erano termini nuovi percio’ mi restarono impressi nella memoria. In sostanza i due parlando della canna precisarono due questioni e cioe’ che era necessario brunirla e che con essa si poteva sparare con cartucce della nato. Mi pare di ricordare che sulla canna vi fosse un mirino.

Adr: i due parlarono di munizioni ma ricordo soltanto questo termine preciso e testuale: che quella canna era idonea per il calibro “nato”

Io pensai vagamente che si riferissero al calibro delle armi usate dagli eserciti appartenenti alla nato. Naturalmente io non feci domande ne intervenni nel discorso che era tecnico e che per me del tutto nuovo. Parlarono anche di soldi e ricordo che ad un certo punto Esposti trasse una busta di plastica gialla intestata alla “Midled limited bank of England” e gli consegno’ del denaro, non vidi e non sentii per quale importo. Comunque a mio giudizio si tratto’ di qualche centinaio di migliaia di lire, intorno alle due o trecento mila lire, parte in banconote italiane e parte in banconote svizzere.

Adr: e’ inesatto quanto a dire della sv afferma l’ amico di Giancarlo e cioe’ Fulco Mondini, secondo il quale io stesso avrei pagato l’ arma con franchi svizzeri, per un importo in lire italiane di lire 150000. E’ vero invece che ancora in Milano io mi ero fatto cambiare da Esposti in valuta italiana circa 300 franchi svizzeri che mio padre mi aveva regalato dal ritorno di un viaggio in Svizzera. Non comprendo perche’ il Mondini affermi di essere stato pagato da me. Io neppure lo conoscevo e non avevo alcuna ragione per comprare un’ arma da lui, tanto meno un’ arma di quel tipo. A parte il fatto che allora io dimostravo proprio di essere un ragazzino.
A proposito di danaro debbo dire, prima che mi sfugga di mente che Esposti aveva sempre con se notevoli somme di denaro, aggirantesi sempre sulle 3-400000 lire (…) talvolta io mi seccavo perche’ mandava sempre me per cambiarle queste banconote. A quanto compresi dai suoi discorsi ed a certe sue ammissioni egli aveva dei traffici di armi con un signore di Milano che egli non nomino’ mai, ma al quale alludeva chiamandolo il “vecchio” . Si trattava a suo dire di un industriale di autovetture, dal quale anzi aveva anche ricevuto una Land Rover a bordo della quale talvolta lo vidi, preciso anzi che lo vidi alla guida di una Land Rover in Milano, dopo quest’ ultima gita ad Ascoli Piceno, ed egli mi disse che gliela aveva data il “vecchio” senza entrare in altri particolari.

Proseguendo circa l’ incontro con Mondini debbo dire che una volta ricevuta l’arma l’ Esposti la rimise nel panno di juta e la ripose nel baule della Ford Cortina. Preciso che si trattava di una Ford Cortina di colore verde chiara. Non sono in grado di dire se l’ Esposti abbia chiesto consigli al Mondini circa l’albergo dove pernottare in quanto io entrai in macchina prima di Esposti e mentre il medesimo parlava ancora col Mondini.
Fatto sta che Esposti Giancarlo ci condusse direttamente a monte Terminillo, in un albergo distante 4-500 metri dal campeggio, che era uno dei pochi che apparivano aperti, data la bassa stagione. Fummo ricevuti al bureau da un signore e da una signora entrambi sui 30-40 anni dalla parlata romanesca, ricordo soltanto che la signora era una biondina piuttosto sciatta nel vestire. Assegnarono una camera a me e alla Boidi, matrimoniale, e una camera singola ad Esposti.
Ricordo che tutti e tre lasciammo i nostri documenti sul tavolo del bureau. Non ricordo il numero della stanza assegnata a me e alla Boidi, ma so che era al primo piano.

L’ arredamento della stanza era piuttosto moderno, il letto matrimoniale era costituito da un unico letto. Io e la Boidi portammo in camera le nostre valige, ignoro se che cosa Esposti abbia portato nella sua camera. Mi viene ora in mente che fummo accompagnati in camera dalla signora.

L’ indomani mattina la Boidi si sveglio’ per tempo e mentre ero in dormiveglia mi disse che andava a fare colazione. Io continuai a dormire fin quasi alle 10 e quando mi alzai incontrai da basso Esposti e Boidi che rientravano dall’ aver fatto una passeggiata nel Terminillo, a quanto mi dissero. Ricordo vagamente che prima di partire ci fermammo al bar presso il campeggio, per consumare qualcosa, ma non ricordo se in questa occasione fosse presente anche il Mondini. Puo’ darsi pero’ che Esposti e Boidi si fossero gia’ trovati con lui prima che io mi alzassi. Partimmo per Ascoli Piceno ove giungemmo le ore 15.
Quando giungemmo mi resi conto che eravamo attesi, in quanto Esposti aveva evidentemente telefonato, pero’ debbo dire che io non avevo assistito ad una eventuale telefonata fatta da Esposti a Mondini. Come al solito a me ed alla Boidi venne data una stanza al primo piano, con letto matrimoniale, e a Giancarlo Esposti la stanza che davano sempre a lui, piuttosto piccola e dotata di un piccolo bagno: ricordo che in questa stanzetta c’ era nella parete un vero e proprio buco che sembrava fosse stato fatto a martellate e che era sempre aperto. Nardi Alba dormiva invece in un’ altra stanza col suo fidanzato Marini Piergiorgio.

Durante questo soggiorno in Ascoli Piceno, io il piu’ delle volte mi intrattenevo con Nardi Alba e la Boidi. Esposti e Marini andavano via insieme per le loro faccende, che peraltro non precisavano. Per esempio dicevano: voi trattenetevi pure a vostro agio, perche’ noi abbiamo cose nostre da fare. Talvolta si allontanavano anche per mezza giornata.
Io non vidi, all’ atto dell’ arrivo se e quali cose Esposti abbia tratto dal baule della Ford Cortina. Non vidi neppure se ne abbia tratto il fucile acquistato nel Terminillo. Da un complesso di circostanze che ora non riesco a concretare, mi pare pero’ di ricordare che in quei giorni egli ed il Marini si occuparono della brunitura del fucile. Ricordo che nella villa c’ era una stanzetta attrezzata come laboratorio e che e’ probabile che abbiano fatto tale lavoro in detta stanzetta.
Adr: quando lasciammo l’ albergo a Terminillo il mio passaporto, che la sera prima avevo consegnato nel bureau mi venne riconsegnato dalla Boidi la quale, a quanto compresi, aveva ritirato i documenti quando si era alzata. Proseguo il discorso e aggiungo che dopo due o tre giorni di permanenza in Ascoli Piceno, Esposti decise di andare a Roma per certi suoi impegni e mi invito’ ad accompagnarlo.

Appena giunti a Roma egli ando’ ad una armeria che io lessi intestata come “Bonvicini” e ove egli si incontro’ con l’ amico che gli aveva dato il fucile Mauser, e cioe’ col Fulco. Si trattenne a parlare con lui in disparte. Nel frattempo io girai nell’ armeria e acquistai una sacca e una giacca da caccia per l’ importo complessivo di 35000. Anche Esposti compro’ qualcosa, ma io, come poi diro’ , lo compresi soltanto piu’ tardi. Ad un certo punto, mentre discorrevano, io volli andare in gabinetto e Fulco mi indico’ una scala in fondo alla quale c’ era il gabinetto.

Nell’ andare al gabinetto feci caso che sotto la rampa della scala c’ era un tavolaccio, sul quale notai due canne da fucile appoggiate al muro. Le osservai e notai che erano perfettamente identiche alla canna che al Terminillo il Fulco aveva dato insieme con l’ altra parte del fucile, ad Esposti.
Questa circostanza, debbo dire, mi meravigliò e mi allarmò in quanto mi sembrò strano che Esposti fosse andato a prendere il fucile e di notte, al Terminillo; mi sembro’ inoltre strano che, visto che doveva andare nell’ armeria, non avesse comprato il fucile nella stessa armeria, dato che nell’armeria c’ erano delle canne uguali a quella del fucile che gli era stato dato al Terminillo. Come poi diro’ a seguito di tali considerazioni, io ebbi una discussione con Esposti, in conseguenza della quale lo abbandonai del tutto. Collegai queste mie considerazioni col fatto che anche in questo incontro Esposti e Fulco parlavano di armi, appartandosi dagli altri, e tanto che io stesso avevo capito che non era per me opportuno assistere al loro discorso.