Pierluigi Concutelli – colloquio investigativo 05.02.1993

Nell’ambito di un colloquio in cui venivano espresse specifiche richieste alternate a discussioni relative alla necessità di chiarire definitivamente le responsabilità della destra eversiva nella cosiddetta “strategia della tensione, il Concutelli riferiva quanto segue:

– di essere disposto a fornire chiarimenti su quanto non ancora acclarato e che comunque non coinvolgano persone mai finite in galera perché sarebbe scorretto nei loro confronti. Subito dopo precisava che in fondo si trattava di fatti cosi’ vecchi che, anche se avesse fatto dei nomi, non avrebbe, coinvolto nessuno.

– di aver compreso l’inutilita’ di quanto fatto in passato, di essere oramai di fede radicale, pannelliano convinto, e, quindi, non violento, pur non essendo disposto a porgere cristianamente l’altra guancia se provocato.

– di essere convinto di aver pagato per gli sbagli fatti e di essere ormai prossimo ad uscire mancando solo piu’ 4 anni per potere usufruire dei benefici di legge, di conseguenza affermava di non voler infastidire nessuno ne’ adesso ne’ quando sara’ fuori. Anzi, se una volta libero le condizioni sociali dovessero essere prodromiche di una rivoluzione, la sua risposta ad una eventuale chiamata sarebbe: “Ragazzi ho già dato, dove eravate quando facevo l’idealista per voi?”. Ammetteva che la pecca di questa ricostruzione era il non aver chiesto al “popolo” il parere sui suoi metodi rivoluzionari.

– di ritenere che una perequazione della pena fosse vicina, permettendogli cosi’ di uscire prima dei quattro anni previsti; il suo lavoro sarebbe stato quello di tecnico della forestazione.

– in merito all’omicidio Occorsio sosteneva, in un primo tempo, e come sempre ribadito di fronte alla magistratura, di esserne il responsabile politico ma non l’esecutore materiale, successivamente, chiestogli di non essere in contraddizione con la propria volonta’ di chiudere con il passato, ammetteva di esserne stato anche l’autore materiale. Precisava di aver sparato 2 raffiche di mitra con un caricatore da 32 colpi che, però,ne aveva solo 30 per non affaticare la molla, di aver sparato. quando l’autovettura del magistrato transitava sullo stop ed era quindi piu’ lenta, di aver diretto i colpi dal basso verso l’alto per non fare danni ad altri.
Specificava di non aver utilizzato proiettili espansivi alternati a blindati come detto dai periti, ma solo colpi “full metal jacket” di cui alcuni “scamiciati” dal vetro, traiettoria durante.
Sosteneva di non averlo mai ammesso per non dare alle forze di Polizia informazioni sulla sua Organizzazione e cioe’, in questo caso, dell’identità del politico col militare.
Affermava di aver ucciso il magistrato per la risposta che questi gli diede in una udienza in merito alle sue contestazioni sull’uguaglianza, per tutti, della legge.

– in merito a “Zio Otto” ed alle sue mansioni sosteneva che non aveva mai sentito tale soprannome e che, comunque, nessuno con lui usava tali accortezze, pero’ sapeva che una persona che avrebbe dovuto fornire al suo gruppo armi, e con la quale si era incontrato una sola volta, aveva all’epoca quarant’anni, era veneta, era in grado di costruire le armi da sola comprando le canne in Svizzera dalla Aerlikon (comprava canne da 108 e poi le segava) ed era stata piu’ volte in Spagna. Data l’abilita’ manuale di questa persona, riteneva che lo Zio Otto ed il Carlo fossero la stessa persona.

-affermava che il coinvolgimento del Delle Chiaie con Bologna faceva parte di un depistaggio, che la strage era stata fatta per coprire Ustica venendo decisa da circoli massoni sovranazionali.

– riferiva non credere alle indiscrezioni circa una bomba come causa di Ustica ma, in base alle sue conoscenze tecniche, riteneva si trattasse di un missile aria-aria con ricerca ad infrarossi delle fonti di calore.

– riteneva che il depistaggio dell’esplosivo rinvenuto sul treno fosse stato fatto proprio per far credere ad un matrice governativa deviata esclusivamente nazionale.

– sosteneva di avere molti dubbi sull’individuazione dei colpevoli della strage del 904 poiche’ solo un pazzo utilizzerebbe un detonatore elettrico su di una linea ferroviaria.

-chiedeva di ribadire al Dr. Salvini, del quale dimostrava di avere una grande stima, che la famosa cassa di ananas, era stata presa dal Dr. Improta, e che questo era uno dei motivi per i quali aveva molti dubbi sulle reali possibilità di giungere alla verità, in quanto, probabilmente, lo schifo che li aveva circondati era piu’ grande di quanto non potessero immaginare.

– riteneva molto probabile che il gruppo del poligono di Venezia fosse in mano ai servizi.

-affermava che se veramente volevamo scoprire Bologna dovevamo chiederci il perché dell’innesco chimico e pensare alla vittima sacrificale e non ai presunti individuati autori.

-aggiungeva che se volevamo arrivare a Brescia dovevamo battere sui responsabili e cioè su Ermanno Buzzi e sul Capitano dei Carabinieri Francesco Delfino.

L’intercettazione ambientale Raho/Battiston – estratto motivi di impugnazione avv. Sinicato

E’ impressionante, a questo punto, ascoltare l’intercettazione ambientale del 26.9.95 tra Roberto Raho e Piero Battiston nella quale si trova la conferma “dal vivo” del racconto di Digilio.

A questo proposito la Corte raggiunge vette di assurdità sorprendenti e la lettura della motivazione sul punto conferma il pregiudizio che permea l’intero capitolo dedicato al narrato di Digilio.

Una corretta valutazione di questo passaggio fondamentale della ricostruzione giudiziaria non può prescindere dal considerare che Raho è stato ritenuto responsabile di numerosi reati legati al possesso ed utilizzo di esplosivo e, in particolare, come si è già detto, sono risultati provati proprio i frequenti rapporti con Digilio e per la sua reticenza la Procura di Milano ebbe ad emettere un ordine di custodia cautelare proprio con riferimento al contenuto delle dichiarazioni del colloquio con Battiston.

Negli interrogatori resi nel ’95 e ’96 dal Raho alla P.M. Pradella (e acquisiti agli atti), del resto, non si fa fatica a trovare ragione delle sue reticenze (peraltro comuni anche a molti altri protagonisti di quegli anni) nel rischio di vedersi contestare la partecipazione ai reati imprescrittibili di strage o di essere costretto a coinvolgervi amici e sodali con i quali spesso i rapporti non erano cessati.

E’ proprio il caso di Raho e Battiston che il primo è costretto ad ammettere di avere rivisto proprio in quei giorni e proprio per parlare di Digilio!.

Le poche battute riservate dalla sentenza alla figura di Roberto Raho sono ancora una volta il frutto della incomprensibile frettolosità di un giudice incapace di andare oltre ciò che ha direttamente ascoltato in aula dimenticando ogni collegamento con la rilevante messe di informazioni che la amplissima indagine gli aveva messo a disposizione.

Ma è la lettura del testo della conversazione fatta dalla Corte che non convince sia per l’omissione di alcuni passaggi importanti sia per le conclusioni.

Il passaggio che riguarda direttamente i fatti del processo è riportato a pag. 214 della sentenza ma deve essere letto nella sua interezza e si compone di tre diverse affermazioni tutte di Roberto Raho.

  1. “Se il nonno dice la verità sulle piccole cose …. Potrebbe … eh, dirla anche sulle grandi”
  2. “Per esempio era trapelato che il nonno aveva detto che Marcello Soffiati il giorno prima della strage era partito per Brescia con le valigie piene di esplosivo, Soffiati è morto ….”
  3. “Il dottore è vivo poi, però, e il Soffiati gli serve per fargli portare la …”

La prima affermazione non può che essere interpretata come la consapevolezza della conoscenza, da parte di Digilio, di molti segreti di grande rilievo sui fatti più eclatanti di quegli anni e si colloca come ulteriore riscontro generico alla attendibilità di Digilio.

Quanto alla seconda è facile notare che Raho collega direttamente la valigetta di Soffiati a Brescia e non già a Milano come sempre sostenuto da Digilio.

Ciò significa che la fonte di conoscenza di Raho non è Digilio ma qualcuno che conosceva l’effettiva destinazione dell’ordigno.

Ciò è tanto più evidente poiché la frase sembra riferirsi alla conoscenza del fatto proveniente da una propalazione estranea al “nonno”: se Raho avesse avuto la notizia dallo stesso Digilio la frase sarebbe stata “il nonno aveva detto che …”.

Si deve parlare, dunque, di una fonte diversa e autonoma rispetto al dichiarato di Digilio e di una fonte certamente precedente alle dichiarazioni sul punto rese ai giudici italiani.

La terza affermazione è un ulteriore elemento di grande rilevanza poiché riguarda direttamente Maggi.

E’ bene notare, che Raho, nel riferire la sua conoscenza dell’episodio due righe sopra non aveva nominato il mandante di Soffiati e, dunque, l’indicazione di questo passo certamente completa la comunicazione delle informazioni in suo possesso indicando il “dottore” (cioè Maggi) come il mandante.

Ma la frase si completa riferendo che il Soffiati “…gli serve per fargli portare la …”.

E’, dunque, a Maggi che serve Soffiati per l’incombenza e, questo, è tecnicamente un riscontro individualizzante al dichiarato di Digilio.

L’affermazione della Corte secondo la quale questa “non sarebbe altro che una ulteriore versione di Digilio resa in tempi antecedenti alla sua collaborazione” è destituita, allora, di ogni fondamento.

Ma la sentenza non avendo rilevato l’evidenza del fatto che il reale dichiarante è il solo Raho, spende varie pagine nel tentativo di ottenere precisazioni e chiarimenti da Battiston col solo risultato di confondersi ulteriormente.

In effetti Battiston dapprima si dice sicuro di aver appreso della valigetta di Soffiati direttamente da Digilio (pag. 223 sentenza) mentre si trovavano tutti e tre insieme collocando l’incontro o nel periodo del militare in Veneto ovvero durante la latitanza in Venezuela, poi finisce per dichiarare di non avere un ricordo diretto del colloquio (pag. 226).

Successivamente (pag. 231) rispondendo al controesame della difesa Zorzi che gli segnala come Digilio avesse escluso (int. 20.1.97 P.M. Brescia) di averne parlato con loro in quei termini, Battiston finisce per sostenere che è Digilio che mente (pur avendo un evidente interesse opposto).

L’errore in cui cade Battiston è lo stesso in cui cade la Corte e cioè escludere che le frasi di Raho abbiano una fonte diversa da Digilio (ad esempio lo stesso Maggi con il quale Raho aveva all’epoca molti rapporti).

Solo così, del resto, si spiega il riferimento a Brescia che Digilio non ha mai fatto e si giustificano le incertezze di Battiston non solo sull’epoca della conoscenza dell’episodio ma anche sulla evidente illogicità di non aver collegato la valigetta alla strage!.

E se è vero che nella descrizione di questo fatto i due non dicono che Soffiati aveva ricevuto la valigetta da Zorzi (come invece afferma Digilio), questa omissione non è in grado, ad un attento esame, di far perdere carattere individualizzante al riscontro.

L’intercettazione ambientale deve essere letta, infatti, unitariamente, vale a dire in tutte le parti del discorso che intercorre fra Raho e Battiston e ciò consente di rilevare come, da un lato, dalla prima parte della conversazione emerga chiaramente la preoccupazione di Zorzi rispetto ad una accusa generica di Digilio, ma dall’altro, quando l’accusa si concretizza, essa corrisponde nelle modalità descrittive del fatto proprio all’episodio della valigetta, di cui Digilio non aveva ancora parlato nel corso dei suoi interrogatori.

L’individualizzazione della accusa verso Zorzi deriva dalla preoccupazione di Zorzi stesso, precedentemente affermata, il quale, se non avesse fornito l’esplosivo, non avrebbe avuto alcuna ragione di temere che Digilio potesse attribuirgli questa condotta e quindi non avrebbe dovuto rientrare nel novero dei “soggetti preoccupati”. E, invece, in questa intercettazione ambientale, oltre a Maggi, i soggetti preoccupati non sono solo Raho e Battiston (perché sanno di avere frequentato con una certa assiduità lo Scalinetto) ma anche Delfo Zorzi.

Ciò non bastasse negli atti si trova un’altra intercettazione che indirettamente conferma la provenienza dell’esplosivo dal gruppo Zorzi.

Ci si riferisce al passaggio alle pagine 50-51 dell’intercettazione ambientale Siciliano-Fisanotti del 16 maggio 2002 che, per comodità di consultazione, viene qui integralmente riprodotto:

Martino: un altro è il Digilio che lo ricoverano … con grado di Capitano in ospedale …

Beppe: Dov’è? … (ride) … Dove cazzo è?

Martino: il coso è qui … vicino al lago di Garda.

Beppe: Ma sarà in qualche ricovero, dai …

Martino: In ospedale.

Beppe: E’ moribondo, cazzo … su …!

Martino: Ma quale “moribondo” ….’

Beppe: Non ha fatto un ictus?

Martino: Si … va beh ….

Beppe: insomma, la malattia …

Martino: (…) …

Beppe: …. La malattia dei camerati è l’ictus …. (riso lieve) ….

Martino: (…) …

Beppe: La malattia (…) camera …

Martino: Lui si ricorda tutto. Con l’ictus si ricorda ….

Beppe: Si ricorda veramente?

Martino: Mi hanno … mi hanno usato a me questo … (…).

La mia questione lì è stata tenuta in piedi solo per quello. Tu lo sai benissimo che io non … (…)…

Beppe: Beh, certo.

Martino: (…) là. Adesso continua (?) a metterlo in culo e … teniamo duro. C’è anche Delfino là.

Posto che non risulta che Siciliano abbia mai conosciuto il capitano Delfino, tali affermazioni dimostrano, innanzitutto, che non era solo Raho ad utilizzare il soprannome di “Delfino” per indicare Zorzi e, sotto tale profilo, costituiscono riscontro sia alla intercettazione ambientale Raho – Battiston sia alle dichiarazioni rese al dibattimento dallo stesso Battiston.

Ma vi è di più. Il passaggio sopra citato dimostra che nel 2002, nel corso di una conversazione nella quale Siciliano era all’oscuro di essere intercettato (mentre Fisanotti era stato mandato dagli inquirenti ad incontrarlo proprio per “provocare” le sue dichiarazioni) lo stesso Siciliano, che aveva ricevuto denaro da Zorzi per non accusarlo (e ciò è riconosciuto nella sentenza impugnata), afferma confidenzialmente che lui, come “pentito”, viene “tenuto in piedi” dagli organi inquirenti per riscontrare le dichiarazioni di Digilio, anche se (precisa il collaboratore) egli non era là in quel periodo (cioè non era più politicamente attivo nella zona di Mestre nel 1974), mentre “Delfino”, cioè Zorzi, si che c’era!

Ebbene, anche alla luce di questi ulteriori elementi, risulta ormai inutile domandarsi il perché Zorzi abbia deciso di “pagare” la ritrattazione di Siciliano.

Una cosa è certa: la risposta che fornisce la Corte di primo grado è a dir poco “imbarazzante”.

Così rilette, le affermazioni di Raho appaiono in tutta la loro rilevanza e si configurano come vere.

Carlo Maria Maggi – dichiarazioni 08.12.1982

Adr: ho preso visione del mandato di cattura nr 177/82. Intendo rispondere. Gia’ tempo prima del 19.09.82 avevo proposto al Gianniotti e a suo cognato di fare una gita a Monfalcone per andare a mangiare e per andare a trovare Guerin. Sapevo che il cognato di Gianniotti intendeva invitarci a pranzo e pertanto feci tale proposta. Il cognato non era in alcun modo coinvolto in attivita’ politiche. Veniva con noi soltanto per pagarci il pranzo e farci da autista. Cambiammo programma e decidemmo invece di andare a Colognola in quanto intendevo parlare nuovamente con Soffiati del nostro progetto di far catturare la banda Cavallini. Intendevo riferire al Soffiati che circa 15 giorni prima avevo parlato col Digilio. Preciso che gli avevo parlato un mese e mezzo prima.

Adr: probabilmente anche il viaggio a Colognola dell’ aprile lo feci col Gianniotti e forse anche col cognato di quest’ ultimo servendoci della sua macchina. Il 19.09.82 partimmo verso le 10 da piazzale Roma. Eravamo in tre, io, Gianniotti e mio cognato. Commentammo l’ arresto di Bressan, ma non particolarmente.

L’ imputato quindi soggiunge di non aver parlato di tale arresto col Gianniotti, afferma che Gianniotti era neurolabile e dichiara di non aver ritenuto percio’ opportuno di impressionarlo.

Prendo atto che dall’ intercettazione di una telefonata da me effettuata chiamando tale Barbaro Giorgio emerge che la notizia dell’ arresto del Bressan avrebbe provocato al Gianniotti una “diarrea” (tlf h. 20,12 del 23.09.82). Puo’ darsi che abbia parlato dell’ arresto del Bressan al Gianniotti pero’ “senza insistere”, in modo discorsivo.

Adr: durante il viaggio abbiamo parlato di argomenti che non ricordo, probabilmente pero’ anche dell’ arresto di Bressan. Durante il ritorno prestavo attenzione alla radiocronaca di “Tutto il calcio minuto per minuto” e dormicchiavo. Arrivammo alla trattoria verso le 12. Mangiammo quasi subito e finimmo verso le 13 circa, rettifico facendo presente che iniziammo a mangiare dopo circa mezz’ ora.

Adr: nella sala c’ era una comitiva di Verona. Ritengo che fosse proveniente da tale citta’ in quanto parlavano dialetto veronese.

Adr: solo dopo il pranzo dissi al Gianniotti e al cognato di allontanarsi facendo loro presente che avevo da trattare affari personali col Soffiati. Li feci aspettare circa venti minuti. Ripartimmo da Colognola verso le quindici. Fra le 17 e le 18 eravamo giunti a Venezia.

Adr: la vettura del cognato di Gianniotti e’ una toyota colore verdino tipo berlina e non fuoristrada. La conoscevo per esserci salito gia’ un’ altra volta.

Adr: parcheggiammo nella piazza della chiesa. Piu’ prossimo alla trattoria vi era uno slargo adibito a parcheggio che era gia’ completamente occupato. Quando venne il cognato di Bressan la comitiva di veronesi non c’ era piu’. Tenendo conto di quanto ora detto, devo rettificare gli orari sopra riportati nel senso che sicuramente feci attendere il Gianniotti ben piu’ di venti minuti perche’ dovevo attendere l’ arrivo di Casanova che tardo’ all’ appuntamento.

Adr: mentre mangiavamo, Soffiati mi disse riservatamente che sarebbe venuto Casanova, che era inferocito con lui. Io avrei dovuto cercare di calmarlo.

Adr: Casanova accusava Soffiati di avere provocato l’ arresto di Bressan. Io avrei dovuto cercare di tranquillizzarlo usando la mia autorita’ di medico.

Adr: l’ incontro con Casanova non duro’ piu’ di mezz’ ora. Spiegai al Casanova che Bressan era venuto da me a ritirare gli indumenti per Digilio e che, avendo visto sulla mia scrivania delle pallottole per tiro a segno, me le aveva chieste. Naturalmente cio’ non rispondeva a verita’. Era una versione dei fatti ideata da Soffiati al fine di tranquillizzare Casanova. Questi mi disse inoltre che era preoccupato per del materiale trovato presso il Bressan, mi parlo’ di timbri contenuti in una borsa. Non sapevo che Soffiati avesse dato queste cose a Bressan, ne sentii parlare per la prima volta dal Casanova.
Se ne parlo’ solo incidentalmente in quanto Casanova aveva tirato fuori questo argomento per rendere evidente ed avvalorare la sua preoccupazione. Ma l’ oggetto principale del colloquio era il mio tentativo di rassicurare il Casanova circa l’ arresto di Bressan. La famiglia di Bressan era una potenza a Colognola ed il Soffiati temeva che inimicandosela avrebbe potuto andare incontro a conseguenze spiacevoli di carattere economico.

Adr: prendo atto che a seguito di una iniziativa del difensore di Bressan, questi successivamente al suo arresto modifico’ l’originaria versione dei fatti. Raccomandai a Soffiati di far sapere all’ avvocato di invitare il Bressan semplicemente a dire il vero.

Ad dif r: non sapevo neppure l’ esistenza dei timbri e dei documenti di cui mi parlo’ Casanova. Non mi importava niente della destinazione che Casanova intendeva dare a queste cose.

Ad pm r: non mi pare che nella trattoria di Soffiati si sia parlato col Casanova degli oneri relativi alla difesa di Bressan e dei difensori cui affidarla.

Adr: nel momento in cui avvenne il colloquio che ebbe luogo nella sala da pranzo, nella trattoria non c’ era piu’ nessuno.

Adr: terminato il colloquio io e Casanova ci allontanammo insieme, o forse si allontano’ prima lui precedendomi di un attimo. Raggiunsi quindi il Gianniotti e suo cognato e tutti e tre insieme passammo a salutare Soffiati e sua moglie e a bere un bicchiere.

Adr: durante il pranzo mangiammo tagliatelle con piselli ed una grigliata, bevemmo del vino rosso.

Adr: prima del pranzo Soffiati mi presento’ delle persone di cui non ricordo il nome, si trattava di suoi amici. Non ricordo di avere incontrato un commercialista.

Adr: Soffiati conosce Gianniotti come avvocato.

Adr: ricevo lettura della trascrizione di una lettera del 03.05.82 da me inviata a Soffiati. La riconosco come mia.

Adr: Rauti era stato ad Abano Terme per una conferenza sul turismo, intendevo parlargli del rilancio della corrente rautiana nel veneto e a Venezia in particolare. Io stesso appartengo alla corrente di rauti, che intendevo contribuire a rilanciare soprattutto al fine di avvicinare la “nuova destra”. Credo che la nuova destra faccia capo a Tarchi Marco.

Adr: gli “amici che tu sai”, cui faccio cenno nella lettera, sono Gianniotti, Barbaro e mio figlio. Di costoro solo Gianniotti venne con me a Colognola ai colli.

Adr: sono stato a Colognola col Gianniotti tre o quattro volte, sempre da Soffiati.

Adr: quando faccio riferimento ad un gruppo di giovani che si sarebbe avvicinato a noi, intendo parlare dei coniugi Tonini residenti a Venezia e di tale Held, persona impegnata nel settore della pubblicita’. Nei contatti con queste persone lavoravo insieme a Barbaro. Con queste persone costituimmo il GRE, gruppo di ricerca ecologica. I coniugi Tonini e Held consideravano tuttavia il Msi sorpassato ed inutile e facevano proprio il modo di pensare della nuova destra italiana. Secondo me la nuova destra italiana si ispira a sua volta alla nuova destra francese. Fu il direttore dell’”uomo libero”, persona che abita a Laveno e che io incontrai a Pallanza, a dirmi che la nuova destra francese e’ legata alla massoneria.

Adr: quando nella lettera parlo di “noi”, intendo far riferimento al gruppo rautiano di Venezia di cui faccio parte con barbaro.

Adr: non ricordo i nomi degli “elementi trentenni” che affermo essere stati da noi avvicinati. In proposito dichiaro che avevo dato delle copie della sentinella al Paolucci. Questi avrebbe dovuto darle a queste persone ed invitarle ad una riunione. I nomi di costoro dovrebbero essere noti al Paolucci.

Adr: nella lettera che mi e’ stata letta comunico a Soffiati che mio nipote ha rotto i ponti con terza posizione e che pertanto questi non sa nulla delle vicende di Terza Posizione. Cio’ era accaduto subito dopo Pasqua, cosi’ almeno credo.

Adr: prendo atto che ella sta leggendo la trascrizione della mia lettera 03.05.82 effettuata da un agente del Sisde su autorizzazione del Soffiati. Non sapevo che Soffiati avesse mostrato a qualcuno la mia lettera. Soffiati e’ un “parafango”, cioe’ una persona che non si è comportata correttamente nei miei confronti. Pensavo che Soffiati avesse rapporti con i CC, non con il Sisde. Scrissi questa lettera per trasmettere a Soffiati l’elenco degli abbonati della “Sentinella d’ Italia”. Tale elenco serviva a Soffiati per controllare se alcune persone da lui segnalate avevano rinnovato l’abbonamento.

Adr: prendo atto che dalla telefonata da me effettuata alle 20,02 del 23.09.82 risulta che ho raccomandato a Ferrarese Maria Grazia, madre di Ferrarese Nicola, di far sparire da casa le cose “strane”. Intendevo con cio’ esortarla a far sparire pubblicazioni di Terza Posizione.

Adr: prendo atto che Gianniotti asserisce che lo avrei portato in giro con me al fine di usarlo come “copertura”. Cio’ non corrisponde a verita’. Portavo con me Gianniotti sia perche’ non mi piace viaggiare da solo, sia perche’ questi contribuiva generosamente alla spese dei nostri spostamenti. I pranzi venivano pagati quasi sempre dal Gianniotti, spesso anche la benzina. D’altrone io lo curavo gratis.

Adr: non partecipai alla riunione celebrativa del solstizio 1981 svoltasi nella trattoria di Soffiati. C’ era molta neve ed ero solo. Non so percio’ chi abbia preso parte a tale incontro.

Adr: in ordine ai tre biglietti sequestrati al Bressan, mi riporto alle dichiarazioni gia’ rese al PM.

Adr: non sapevo nulla dei detonatori, se non quanto riferitomi dal Paolucci e successivamente dal quaderni. Scrivevo al Digilio con uno di tali biglietti, per avere la conferma dell’ esistenza o meno dei detonatori e per venire a sapere se Digilio era coinvolto in questa vicenda, per riferirlo poi a Soffiati che a sua volta avrebbe interessato una qualche autorità.

Adr: ricevo parziale lettura della trascrizione di una telefonata effettuata alle ore 11,25 del 28.09.82. Parlando dell’ “amico” intendevo probabilmente riferirmi a qualche infermiere. Il quaderni lo vidi in ospedale un mercoledì per caso.

Adr: io e quaderni ci diamo del “lei”, l’ho visto tre o quattro volte in vita mia, soprattutto al tiro a segno. Non l’ ho mai incaricato di portare un pacchettino in ospedale.

Ad dif r: Paolucci non mi disse da chi aveva appreso dell’ esistenza dei detonatori seppelliti nel tiro a segno. Me ne parlo’ in quanto erano imminenti dei lavori di scavo ed ho avuto l’ impressione che avesse paura che venissero trovati.

Ad dif r: risposi a Paolucci che se avesse trovato i detonatori avrebbe dovuto buttarli in acqua.

Ad pm r: non mi fidavo molto dell’ ambiente veneziano e cosi’ quando venni arrestato per la prima volta non informai nessuno della mia intenzione di cooperare in qualche modo alla cattura di Cavallini.

Adr: ero effettivamente preoccupato allorche’ seppi dell’ arresto di Bressan, temevo il ritrovamento dei bigliettini, in quanto si prestano ad essere intesi in modo a me sfavorevole.

Adr: non presi nessuna cautela contro tali possibili interpretazioni. Speravo che Bressan se li fosse mangiati.

Adr: anche quando Bressan venne arrestato non ero sicuro che dei contatti tra Digilio e Cavallini. E’ questa la ragione per cui non informai di cio’ Soffiati (…).

L.c.s. ­

Carlo Digilio – dichiarazioni 19.02.1994

”….La persona a cui facevo riferimento all’interno di questa attività mi chiese di prendere contatto con un professore di Vittorio Veneto che aveva bisogno di una persona come me esperta in armi, ma non conosciuta politicamente in tale zona e non contrassegnata da una precisa militanza politica.  Mi recai quindi a Vittorio Veneto ove conobbi il professore che si chiamava Professor FRANCO….
Costui …. aveva combattuto per la Repubblica Sociale Italiana tanto da essere appunto il responsabile della locale sezione degli ex combattenti della R.S.I. Il professore mi disse che avrei dovuto controllare una certa situazione proprio grazie alla mia esperienza in fatto di armi.
Avrei dovuto poi riferirgli ed egli stesso avrebbe poi riferito alla Struttura cui facevamo riferimento. Mi disse quindi di andare a Treviso in una libreria di cui non ricordo più il nome, gestita da GIOVANNI VENTURA e di chiedere di costui. Così feci e conobbi VENTURA, in un primo momento un po’ diffidente, ma poi abbastanza presto affabile. Mi espose il suo problema che consisteva nella catalogazione e risistemazione di quella che lui chiamava una “collezione di armi”.
Capii subito che VENTURA non capiva niente di armi. Ci incontrammo quindi una seconda volta, di lì a pochi giorni, e mi accompagnò con la sua macchina, una Mini Minor rossa, partendo da Treviso sul posto che dovevamo raggiungere. Si trattava di un casolare un po’ isolato in provincia di Treviso che all’occorrenza saprei indicare.
Ricordo che VENTURA con la sua macchinetta correva a rotta di collo. Arrivammo quindi in una casetta modesta, isolata, in fondo ad un viottolo e vi trovammo un’altra persona che mi riservo di indicare, persona che si fece riconoscere e che io vedevo per la prima volta proprio in quella occasione. All’interno di questo casolare, costituito da due stanze al piano terreno, c’era nella prima stanza a destra qualcosa coperto da un telo ed era una stampatrice che loro stessi indicarono come “la vecchia”. VENTURA disse proprio all’altro: “Stai facendo la guardia alla vecchia?”.
Nella stanza a sinistra, lungo il muro del lato destro, sotto un telo c’era ammassato un quantitativo di armi in una gran confusione, alcune intere, alcune smontate e c’erano anche alcune cassette di munizioni e di caricatori. Sembravano buttate lì di fretta per una ulteriore sistemazione. Ricordo dei moschetti MAUSER, dei M.A.B., un fucile semiautomatico tedesco di precisione, qualche STEN e una mitragliatrice MG 42 e cinque o sei cassette di cartucce per questa mitragliatrice. E poi c’erano altre cartucce di vario tipo.
C’erano vari tipi di armi e tanti tipi di cartucce. Ricordo che VENTURA si preoccupava della intercambiabilità di queste cartucce.
Talune armi, come ho detto, erano smontate e attaccate con del nastro isolante.
Io mi misi a fare questo lavoro di catalogazione e sistemazione occupandomi anche del rimontaggio, quando era possibile, della armi smontate. C’era veramente di tutto, anche delle pistole dell’800 ad avancarica. Il casolare era circondato da un muretto e ciò non consentiva a nessuno, anche a chi fosse passato di lì per caso, di vedere cosa vi fosse all’interno. Ad un certo punto, essendo ora di pranzo, VENTURA uscì con la macchina per andare a prendere dei panini in un paese vicino e l’altro rimase fuori dal casolare di guardia.
Mi avevano detto che i sacchi che si notavano sul lato sinistro della stanza dove c’erano le armi, erano un paio di sacchi di juta e un paio di plastica, contenevano del concime chimico e che mi dissero di lasciare perdere.
In effetti dall’aspetto poteva sembrare così, ma io sfruttai quei pochi minuti per rendermi conto di cosa ci fosse realmente.
Nei due sacchi di juta c’erano due cassette metalliche color verdastro, di tipo militare, che io aprii rapidamente e dentro le quali c’erano dei candelotti di tritolo di quelli in uso all’Esercito, ricoperti di carta con il vano cilindrico, da un lato protetto da un velo di carta, per introdurvi il detonatore.
Ricordo che per controllare che non fossero di plastico ne ho preso in mano qualcuno che ho battuto leggermente sullo spigolo della cassetta e davano il suono secco dei candelotti di tritolo che avevo visto durante il servizio militare. Sotto le cassette c’erano anche alcune mine anticarro ancora con la loro custodia metallica e integre. I sacchi di plastica, che stavano davanti a quelli di juta e che erano quelli che potevano sembrare contenere il concime, contenevano invece in totale una ventina di chili di una sostanza a scaglie di colore rosaceo che era un tipo di esplosivo che non sarei in grado di definire. Non mi azzardai a prenderne un campione poichè temevo di essere controllato all’uscita, come in effetti poi avvenne. Sfruttai quei pochi minuti anche per smontare il percussore della mitragliatrice MG 42 che consideravo l’arma più pericolosa nelle loro mani e che ritenevo necessario neutralizzare.
Nascosi il percussore, che è molto piccolo, in un calzino.
D’altro canto la mancanza del percussore non viene notata dall’esterno e quindi ero tranquillo del fatto che non se ne sarebbero accorti.
A domanda dell’Ufficio, tra armi corte e lunghe saranno state una quarantina di cui, a mio avviso, quasi la metà erano pero non utilizzabili.
I due ritornarono, dissi loro che avevo fatto un controllo sommario e comunque non completo, e VENTURA mi disse che comunque aveva fretta e che si sarebbe potuto completare l’inventario in seguito in data da stabilirsi.
All’uscita, effettivamente, la seconda persona, come io temevo, disse a VENTURA che nonostante l’amicizia e la fiducia dovevo essere comunque perquisito cosa che fece facendomi vuotare le tasche. Io reagii manifestando il mio disappunto, ma non mi opposi.
Non trovarono quindi il percussore che avevo nascosto tra le dita dei piedi. Con VENTURA tornai quindi in macchina Treviso e li ci lasciammo. Relazionai accuratamente il professore, così come mi era stato richiesto, e gli consegnai il percussore segnalandogli anche la pericolosità della situazione che avevo notato grazie al mio esame dei sacchi che avevo fatto all’insaputa dei due….”

ventura

Specifica di Carlo Digilio – dichiarazioni 05.03.1994:

”….Sciogliendo la riserva del precedente interrogatorio, posso dire che la persona che si trovava nel casolare a fare la guardia era Delfo ZORZI…. In relazione alle armi che ho visto, posso precisare, oltre a quelle che ho già elencato nel precedente interrogatorio, che c’era una machinen pistol SCHMEISSER MP40 nonchè un fucile cal.8 semiautomatico di precisione, di fabbricazione tedesca del 1943, G43 MAUSER…. Per quanto concerne l’esplosivo, la sostanza a scaglie di cui ho accennato era bianca con riflessi rosacei….”

La figura di Lino Franco

FRANCO Lino (del quale si è già accennato con riferimento ai fatti di Paese) è stato indicato dal DIGILIO quale uno dei fiduciari statunitensi nell’ambito della rete informativa da lui descritta. Il DIGILIO lo indica come un informatore della C.I.A. attribuendogli anche il ruolo di appartenente al cosiddetto “Gruppo Siegfried”.
Arruolatosi nelle file della R.S.I. dopo l’8 Settembre del ‘43, venne inquadrato, a dire della moglie, nel Battaglione “BARBARIGO” della Divisione “Decima M.A.S.”, il primo ad entrare in combattimento contro gli Alleati. Partecipò quindi sul fronte meridionale alle battaglie di Anzio e Nettuno fino a quando il suo Reparto non venne travolto dagli Angloamericani e lui si trovò sbandato. Riuscì a rientrare in Veneto ma a Padova venne fatto prigioniero dagli Americani. Da questo punto la sua storia si fa nebulosa al punto che nemmeno la moglie è riuscita a ricostruire precisamente le sue vicende. Secondo DIGILIO il FRANCO combattè la battaglia di Cassino a fianco dell’Alleato Germanico giungendo persino, a soli 17 anni, a dare consigli sulle modifiche da apportare ad una mitragliatrice aeronautica di fabbricazione tedesca
convertita per l’impiego terrestre con l’adozione di calciolo e bipiede, la MASCHINE-GEWEHR 15. Per tale abilità nel maneggio e nella costruzione delle armi, venne immediatamente notato dagli Americani quando lo fecero prigioniero.
Questi non si fecero scappare l’occasione di cooptare l’uomo giungendo, sempre secondo il DIGILIO, ad arruolarlo quale fiduciario affidandogli il compito di lavorare leghe metalliche per elicotteri ed aerei all’interno di un capannone industriale sito nei pressi di Monfalcone (GO) ed in altro nei pressi di Trieste. In questo compito venne coadiuvato anche dal MINETTO Sergio, a quel tempo già fiduciario C.I.A., che grazie alla sua attività in proprio poteva spostarsi facilmente ed occuparsi del trasporto dei pezzi lavorati dal FRANCO. Tutto ciò avvenne, secondo il DIGILIO, a partire dalla seconda metà degli anni ‘50. Si è avuto soltanto qualche parziale riscontro a tale fase della vita del FRANCO. Sua moglie riferisce gli avvenimenti in modo diverso dal DIGILIO, ma, per certi versi, coincidente.

Infatti, parlandogli delle sue vicende antecedenti alla loro conoscenza, il FRANCO confermò alla moglie di aver combattuto nelle già citate battaglie inquadrato nelle fila della Decima M.A.S., di essere stato fatto prigioniero a Padova, di aver lavorato per conto degli Inglesi e dei Polacchi, prima come barista, e poi come sminatore nella zona di Imperia. Da notare che anche lui ebbe una sorte analoga ad altri repubblichini nel primo dopoguerra; infatti nei primi anni ‘50 emigrò per l’Argentina, rientrando in Italia dopo circa due anni, come fecero altri due elementi della rete indicata dal DIGILIO: il MINETTO Sergio ed il GUNNELLA Pietro. Il FRANCO aiutava il cognato, DE POLI
Francesco, in una ditta per la distribuzione di giochi ed intrattenimenti da bar (flipper, slot-machine, juke-box, etc.), ma svolgeva anche l’attività di insegnante di educazione fisica nelle scuole medie inferiori e superiori.
Da una perquisizione operata presso l’abitazione della moglie del FRANCO sono emersi elementi che contribuiscono a qualificarlo quale simpatizzante del Movimento Politico ORDINE NUOVO.
Infatti sono stati rinvenuti i cosiddetti “quaderni di Ordine Nuovo”, degli opuscoli periodici relativi alle attività del Movimento, con articoli ideologicamente orientati, in sintonia con le affermazioni del DIGILIO circa la conoscenza tra il FRANCO ed il MAGGI, per cui quest’ultimo, anche se in ritardo rispetto alla richiesta, aveva procurato al primo l’abbonamento alla rivista del Movimento. Nel corso della perquisizione sono anche stati sequestrati dei volantini inneggianti alla campagna per la scheda bianca condotta nella seconda metà degli anni ‘60 da ORDINE NUOVO e, soprattutto, il noto volumetto dal titolo “Le mani rosse sulle Forze Armate”, il cui autore, che si celava dietro lo pseudonimo di Flavio MESSALLA, fu il noto Pino RAUTI coadiuvato dal GIANNETTINI. Il possesso di tale pubblicazione potrebbe sembrare a prima vista normale per un simpatizzante di destra, ma si deve considerare la rarità di tale documento diffuso a suo tempo soltanto fra gli “addetti ai lavori”, cioè i militanti Ordinovisti, e coloro che si ritenevano cooptabili all’ideologia sottesa.

Secondo il DIGILIO, il Sergio MINETTO aveva fatto vari viaggi in Grecia, intorno al 1970, per i suoi contatti politici. In quell’epoca infatti era al potere, in Grecia, il regime detto “dei Colonnelli”. In occasione di questi viaggi aveva saputo che il Prof. FRANCO Lino aveva inviato, tramite il Porto di Venezia, armi al generale GRIVAS, comandante dei camerati ciprioti dell’EOKA, avversario dell’arcivescovo
MAKARIOS, ed il MINETTO lo aveva quindi ammonito a stare molto attento ad operazioni del genere e ad attenersi comunque alle disposizioni. Le armi che FRANCO aveva mandato a Cipro erano quelle che il “Gruppo Siegfried” ancora conservava nei depositi di Pian del Cansiglio ove dei reparti scelti della Decima MAS avevano fermato il Corpo d’Armata titino che minacciava l’Italia.
L’affermazione del DIGILIO trovava sorprendente conferma in una nota dell’Ufficio Affari Riservati del 19.5.1964 ove viene rappresentato che il Prof. Lino FRANCO di Vittorio Veneto (TV) aveva intenzione di organizzare dei corsi di sabotaggio ai quali avrebbero dovuto partecipare elementi neofascisti militanti nelle formazioni giovanili del M.S.I., e che disponeva di un cospicuo deposito di armi e munizioni (circa un centinaio di fucili e mitra con relativo munizionamento).
Riguardo alla sua attività nell’ambito della rete clandestina, al FRANCO venne affidato, dai suoi superiori, il delicato incarico di tenere sotto controllo i movimenti e le iniziative del noto Giovanni VENTURA. Il FRANCO, a dire di DIGILIO, pensó inzialmente di affidare la missione di infiltrazione al SOFFIATI Marcello, ma poi, per non esporlo, visto che era noto per le sue simpatie di destra, in una operazione di contatto con una persona il cui credo politico in pubblico era dubbio, scelse proprio il DIGILIO. Il VENTURA stava cercando di realizzare un congegno di accensione a tempo servendosi di una sveglia, di alcune batterie, di filo al nichel cromo e, dietro suggerimento proprio del FRANCO, di fiammiferi antivento. Che costui avesse una competenza esplosivistica è peraltro confermato dalla già menzionata nota degli Affari Riservati del Viminale del Maggio 1964 ove viene anche specificato che nella precedente ricorrenza del 25 Aprile di quell’anno, aveva in animo di compiere un attentato dinamitardo contro la Camera del Lavoro di Milano con un ordigno rudimentale da lui stesso realizzato, essendo ritenuto uno specialista in materia. Il DIGILIO ha affermato di aver raccolto il maggior numero di informazioni possibili e poi di aver relazionato al professor FRANCO.
Un eccezionale riscontro ai rapporti tra VENTURA e tale “Dott. FRANCO – che quest’Ufficio ipotizza trattarsi proprio di Lino FRANCO – si rilevano dall’agenda di VENTURA relativa all’anno 1969 alle date del 20 e 23 febbraio. Tali annotazioni risultano apposte a febbraio, pertanto in un periodo di tempo in cui il FRANCO era ancora in vita; lo stesso morirà il 15 luglio successivo.
Del già citato “Gruppo Siegfried”, avrebbe fatto parte anche un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, giá Comandante della Stazione Carabinieri di Vittorio Veneto. Questo particolare non discende da una cognizione diretta del DIGILIO, ma venne a questi riferito dal FRANCO Lino. Il DIGILIO non descrive con esattezza la funzione del sottufficiale, anche perché il FRANCO, a suo dire, era un vero professionista in questo campo, e raramente si lasciava andare a confidenze, ma specificó due punti fondamentali relativi all’impiego del citato sottufficiale:
“…questi costituiva un punto di riferimento logistico per l’approvvigionamento di armi in caso di imprevisto ed immediato allarme.”. Il DIGILIO precisó che “…la parola imprevisto andava intesa nel senso che il FRANCO, quando non pressato da esigenze temporali, poteva autonomamente approvvigionarsi, con le sue conoscenza, del materiale logistico di cui necessitava. Il secondo punto fondamentale era la possibilitá di segnalare e reclutare direttamente che aveva il sottufficiale, che gli discendeva dalla profonda conoscenza che aveva del territorio su cui aveva giurisdizione, visti anche il prestigio e l’autoritá di cui godevano in passato gli appartenenti all’Arma dei Carabinieri ed in particolare i Comandanti di Stazione”.
Non è stato possibile identificare con certezza il sottufficiale poichè, in quel periodo, numerosi militari si succedettero nel Comando di tale Stazione, ma un riscontro alle dichiarazioni del DIGILIO viene dalle affermazioni di POLI Pietro, un sottufficiale dell’Arma in congedo, già Comandante della Stazione Carabinieri di Vittorio Veneto.
Questi ha narrato che il Maresciallo MARZOLI Giuseppe, suo predecessore, conosceva bene il FRANCO, ma che, tuttavia, non era costui il sottufficiale dell’Arma più vicino al professore. Vi era infatti il Maresciallo MIELE Benedetto, già Comandante della stazione CC di Serravalle (TV) che era in ottimi rapporti con il FRANCO e che una volta si recò in Francia con quest’ultimo. Tale figura, prima di apprenderne la morte, aveva destato interesse poiché nativo di Cassino e padre di una figlia nata a Pola a cui pose nome Benita. Anche la vedova ha testimoniato di visite del Comandante della Stazione Carabinieri di Vittorio Veneto presso la loro casa.

Memoria Pm strage piazza della Loggia

I documenti sequestrati a Gianluigi Napoli il 20.12.1978

NAPOLI è stato arrestato il 20 dicembre 1978 in quanto nel corso di una perquisizione eseguita presso la sua abitazione perchè accusato di alcune rapine commesse a Ferrara, è stato trovato in possesso di due documenti di natura eversiva:
IL FOGLIO D’ORDINE DI ORDINE NUOVO e LE NORME GENERALI.

“Le Norme generali”
L’opuscolo “NORME GENERALI” parte dal presupposto che le attuali condizioni storiche impongano agli uomini dell’organizzazione un comportamento e modalità operative che tengano conto del “fattore clandestinità”, in funzione dell’esigenza di combattere una “guerra rivoluzionaria”, costituita da una “lotta totale”, intrapresa da “soldati politici”. A questo punto vengono elencati un insieme di precauzioni, di regole, di principi che devono guidare la vita segreta del militante e proteggerlo, contro se stesso e contro il nemico.

“Il foglio d’ordine del movimento politico Ordine Nuovo”
Datato maggio e marzo 1978, contraddistinto dal noto simbolo dell’ascia bipenne, contiene l’affermazione di tutta una serie di premesse, (che prendono in considerazione anche il ruolo delle BR), e di principi su quello che deve rappresentare Ordine Nuovo. Tra l’altro si afferma che ON dovrà essere capace, nell’evenienza di un GOLPE bianco, di accentuare lo sforzo rivoluzionario inteso a contrastare il tentativo reazionario; che la lotta clandestina ha come sua premessa la mentalità clandestina. Che “Il nostro combattente” è il soldato politico. La scelta rivoluzionaria è una scelta cosciente: una volta compiuta comporta l’adesione totale al movimento e la militanza attiva in esso. Interrogato nel corso dell’udienza del 23.6.09 (pag.66), Gianluigi NAPOLI ha confermato che i documenti di cui sopra si trovavano assieme in occasione della perquisizione. La suddetta documentazione gli fu consegnata da MELIOLI perché la esaminasse e in seguito la restituisse. Secondo NAPOLI l’autore del documento era FACHINI.
La provenienza dal MELIOLI della suddetta documentazione, sia che sia stato lui ad elaborarla, sia che sia stato FACHINI, è di straordinaria importanza, trattandosi, il primo, del presunto esecutore materiale della strage di Brescia, e il secondo essendo stato indagato, prima della morte, in ordine al medesimo fatto eversivo.

LE NORME GENERALI costituiscono, infatti, un’elaborazione del manuale pratico rinvenuto presso la sede dell’AGINTER PRESSE e di ORDRE ET TRADITION, di cui alla busta 17 del volume C/a-4 degli atti. Pertanto MELIOLI, secondo il TRAMONTE organizzatore dell’attentato del 28.5.74, aveva contatti con l’AGINTER PRESSE , o era un estimatore della suddetta organizzazione che il medesimo TRAMONTE ha indicato come coinvolta nella strage di Piazza della Loggia.
Secondo NAPOLI, MELIOLI aveva rapporti “importanti” con Roberto RAHO, che ricordiamo presente nella conversazione ambientale con BATTISTON, nel corso della quale i due ultimi manifestano timori di essere coinvolti nelle indagini per la stage di Brescia dalla “gola profonda” Carlo DIGILIO, con il quale avevano avuto rapporti, e che parla del viaggio in treno a Brescia di Marcello SOFFIATI.
Sempre secondo NAPOLI, MELIOLI “era maniaco della sicurezza”! (si vedano, appunto, le NORME GENERALI, che sono un manuale di sicurezza) , aveva una preparazione militare, “oltre alla preparazione che aveva per quanto riguarda gli esplosivi”. MELIOLI “disse che c’erano stati dei problemi con esplosivi recuperati da un laghetto… era esplosivo di recupero della seconda guerra mondiale, c’erano problemi ed aveva avuto delucidazioni da parte non so, non vorrei sbagliarmi, da DIGILIO sul come farlo esplodere, cioè con il doppio innesco, sennò aveva problemi ad esplodere parzialmente. Ha precisato che si parlò di “esplosivo sordo”. Pertanto MELIOLI, presunto autore materiale della strage di Brescia, era in contatto anche con DIGILIO, e cioè il tecnico che si inserì in una certa fase nella predisposizione dell’ordigno. MELIOLI fece attentati che dovevano essere addossati ad Autonomia Operaia.
Anche FACHINI (altro soggetto indagato per la strage di Brescia) era un esperto di esplosivi e certamente andava a fare attentati con MELIOLI. Secondo NAPOLI era proprio FACHINI a dare esplosivi a MELIOLI.
NAPOLI ha riferito di attentati con esplosivo realizzati da MELIOLI, tra i quali quelli alla Democrazia Cristiana ed alla Questura di Rovigo. NAPOLI ha inoltre aggiunto: “Io Carlo DIGILIO ne ho sentito parlare dettagliatamente da FACHINI in carcere, poi mi sembra anche da MELIOLI…”. FACHINI aveva fatto appunto riferimento alla competenza di DIGILIO in fatto di esplosivi.
L’impressione era che “l’esperto fosse DIGILIO, era informatissimo anche FACHINI, però ne parlava come di una consulenza ulteriore, proprio a livello tecnico”.
NAPOLI ha confermato che il soprannome di DIGILIO, secondo quanto riferitogli da MELIOLI e da FACHINI, era “ZIO OTTO”. Fu lo stesso
FACHINI a parlargli di DIGILIO. NAPOLI ha implicitamente confermato che la conoscenza di FACHINI con DIGILIO risaliva ad anni addietro. Ha aggiunto che “MELIOLI parlava di un quintaletto, di alcuni quintali, di un quintaletto”, con riferimento all’esplosivo delle spedizioni subacquee nei laghetti.
Ha confermato che MELIOLI sicuramente si rese responsabile degli attentati alla Democrazia Cristiana, alla Questura di Rovigo, alla GGIL e al
Partito Socialdemocratico. Il teste ha confermato il seguente passo del verbale 27.6.97: “MELIOLI disse in anni precedenti la loro conoscenza che il gruppo disponeva di esplosivo a bizzeffe…” e “posso dire che ho appreso da MELIOLI che i detonatori elettrici detenuti da FACHINI provenivano da ambiente militare, si tratta di detonatori che, sempre a dire del MELIOLI, sono stati utilizzati quasi tutti negli attentati che si sono svolti attorno agli anni 76-77, 78-79 – anche FACHINI mi confermò la costanza”.
Dopo che entrambi erano stati scarcerati, nel 1981 MELIOLI affrontò con lui “il discorso delle stragi”. In particolare, quanto a quella di Piazza della Loggia , “MELIOLI, da come si espresse, dimostrò di conoscere nei dettagli la dinamica dell’episodio e , comunque, mi dette l’impressione che le sue fonti in ordine alla strage avessero partecipato direttamente alla stessa”. (dichiarazioni rese da NAPOLI al P.M. di Brescia il 27.6.1997).
NAPOLI ha anche confermato (58) le frequentazioni, da parte di MELIOLI, della “Libreria EZZELINO” di Padova, per la quale lui collaborava attivamente, vendendo anche i libri. Gli sembra di ricordare che detenesse anche le chiavi della libreria.
Ha appreso di “volantini di ANNO ZERO distribuiti da MELIOLI”. Gli sembra di aver anche “appreso di rivendicazioni utilizzanti la locandina di ANNO ZERO”. E’ evidente che tutto ciò conferma l’ipotesi accusatoria secondo cui la rivendicazione della strage di Brescia, materialmente depositata in una cassetta delle lettere di Vicenza da Roberto BALDASSARRE, non provenisse altro che dal MELIOLI.
Ricorda, anzi, che MELIOLI abbia nominato una “Sezione CODREANU”, che è appunto quella che ha rivendicato la strage di Brescia.
Pertanto, anche se MELIOLI non ha riferito a NAPOLI di un suo diretto coinvolgimento nella strage di Brescia ( particolare che evidentemente non avrebbe avuto alcun interesse a riferirgli) , le suddette dichiarazioni ci consentono comunque di concludere che il MELIOLI era quanto meno vicino agli autori del fatto.
Da FACHINI e da MELIOLI apprese di rapporti del FACHINI medesimo con GIANNETTINI e con LA BRUNA (64). Non esclude che ci siano stati rapporti tra lo stesso MELIOLI e GIANNETTINI.

 

Memoria pm strage di piazza della Loggia