L’attività di depistaggio – sentenza strage di Brescia luglio 2015 – seconda parte

Ma l’azione depistante del S.I.D. si manifesta in termini ancora più eclatanti proprio in sede giudiziaria.

Sentito dal G.L Vino il 29 agosto 1974, il gen. Maletti, infatti, lungi dal riferire le allarmanti notizie fornite da Tritone, nell’ imminenza della strage e subito dopo di essa, su Maggi, sul gruppo ordinovista veneto e sui suoi collegamenti, ha indicato agli inquirenti tutt’ altra pista, consigliando loro di indagare in Valtellina, sugli appartenenti al M.A.R.; pista sicuramente falsa, in quanto il M.A.R. era di fatto non operativo dopo l’arresto del suo capo, Carlo Fumagalli, il 9 maggio 1974.

E di questo il gen. Maletti, collettore di tutte le notizie riservate dei vari Centri di controspionaggio, era ben consapevole. Così come era ben consapevole che le notizie fornite da Tritone erano attendibili, avendo egli stesso accreditato la fonte presso il capo del S.LD., definendola “ottima”. Risulta, in tal modo, evidente che il S.I.D. non ha scelto la via del silenzio per (o solo per) tutelare la propria fonte, ma ha voluto coprire quelli che sapeva essere i reali colpevoli della strage.

Solo leggendo la trascrizione delle dichiarazioni rese dal gen. Maletti alla Corte d’Assise di Brescia – che si ritiene opportuno riportare integralmente nella parte de qua – può, d’altra parte, cogliersi l’impudenza dell’alto militare nel negare l’evidenza e confermare, ancora, a distanza di decenni, l’identico atteggiamento fuorviante e gravemente omissivo tenuto all’epoca dei fatti. Non senza sottolineare che i vuoti di memoria del teste non si giustificano a fronte di due osservazioni: l’una, che le domande rivoltegli non riguardavano fatti marginali, di cui il tempo avrebbe potuto cancellare la memoria, ma una delle stragi più emblematiche degli intrecci di potere sui quali il Servizio, ai cui vertici era collocato Maletti, aveva incentrato la propria attenzione; l’altra, che lo stesso teste mostra di avere memoria precisa di tanti minuziosi particolari di vicende ben meno eclatanti.

Questo il testo della trascrizione dell’ esame dibattimentale del gen. Maletti, svoltosi, in videoconferenza con la città di Pretoria, davanti la Corte bresciana:

“DOMANDA – Poi dopo ne riparleremo. Senta, noi ci occupiamo di Piazza della Loggia, della strage del 28 di maggio. Quindi lei in quel momento era il capo del reparto D da circa tre anni. È un evento che …

RISPOSTA – Sì, mi ricordo l’evento!

DOMANDA – Ci dica tutto quello che ricorda, se vennero prese delle iniziative, se ha ricevuto delle informazioni, poi dopo ritorneremo con alcuni appunti, però è bene che dica da solo prima con la sua memoria che cosa ricorda di quel periodo.

RISPOSTA – Per quanto riguarda l’attività informativa, a parte il fatto che ricordo molto poco dell’ evento della Loggia, a parte l’evento stesso, il reparto D non fece molto, perché non avevamo, sul momento, delle fonti utilizzabili. Inoltre una nostra attività avrebbe probabilmente intralciato l’attività delle forze dell’ordine, Polizia e Carabinieri, che stavano già indagando ed avevano una loro rete di informatori che a noi mancava in particolare a Brescia. Quindi ricordo molto poco di quell’evento – ripeto – per quanto riguarda la attività informativa. Se qualcosa fu scritto dai centri interessati, ripeto, si dovrebbe trovare agli atti.

DOMANDA – lo le chiedo se lei è al corrente che uno dei nostri imputati era una fonte del SID. Maurizio Tramante lei l’ha sentito nominare? La fonte Tritone.

RISPOSTA – No, non ne sono al corrente, faccio ancora presente che le fonti erano note al capo del reparto D solamente con il nome di copertura.

DOMANDA – Come Tritone?

RISPOSTA – Gli elenchi dei nominativi li aveva il reparto D ma erano gestiti, sia i nominativi sia i compensi, sia – ovviamente – l’utilizzazione, dai vari centri. E quindi io non connetto il nome di fonte Tritone con quello del signor Tramonte.

DOMANDA – Questo glielo dico perché vi è un appunto del 7 agosto del 1974, quindi posteriore rispetto alla strage di Piazza della Loggia, vi è un appunto … , non un appunto, un I annotazione, una nota a sua firma su carta intestata del reparto D, in cui lei scrive al capo del servizio, quindi presumibilmente Miceli, e riferisce “capo centro Padova, ha un’ottima fonte, quella che qui viene citata in allegato Tritone, che potrebbe essere bruciata da un intempestiva segnalazione agli organi di Polizia Giudiziaria”. Poi nell’appunto si fa riferimento ad un fatto …

RISPOSTA – Non ricordo questo mio appunto.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – L’appunto è a sua firma e fa chiaro riferimento alla fonte Tritone.

RISPOSTA – Ricordo che io di solito siglavo gli appunti per il capo servizio, ma non mi ricordo questo particolare punto di segnalazione al capo servizio.

DOMANDA – Non si ricorda di questa segnalazione.

RISPOSTA – Neanche la fonte Tritone mi dice niente.

DOMANDA – Cioè in questo momento la fonte Tritone non le dice niente?

RISPOSTA – No, quello che mi ha detto lei, dottore, ma non mi richiama alcun ricordo.

DOMANDA – Senta ma capitava spesso che lei parlasse con il capo servizio di fonti, chiamandole, fornendo dei giudizi, formulando delle ipotesi, o è un fatto abbastanza raro?

RISPOSTA – Era una cosa rara. Ricordo alcuni episodi, ma ben pochi. Fonti …tra l’altro una delle fonti di estrema destra, ma non Tritone”.

Ed ancora, con riguardo alle dichiarazioni rese al G.I. Vino, nell’ agosto 1974:

“DOMANDA – Quindi, generale, lei disse al Giudice di Brescia il 29 agosto: “Per ora le fonti non ci hanno portato ad acquisire elementi di consistenza tale da potere essere forniti alla Autorità Giudiziaria, gli accertamenti sono. in corso”. Le chiedo se può darci una spiegazione, tenendo conto che siamo al 29 agosto del ’74, abbiamo visto in parallelo le informative di Tritone, questa importanza il SID avesse attribuito a quelle informative e con quale attenzione avesse ordinato al centro es. di Padova di comunicare ai Carabinieri quelle notizie, che sicuramente parlavano in qualche modo dell’attentato di Brescia. Qui però si afferma il 29 agosto, quindi in epoca successiva, che in realtà le fonti non avevano dato ancora nessuna indicazione. Se può spiegarci il senso di questa risposta, non è un addebito che le viene mosso, ma le chiedo una spiegazione, se è possibile darla.

RISPOSTA – Non ne ho idea, oggi proprio non ho idea del ragionamento che stava alla base della mia risposta al Giudice di Brescia. Potrebbe darsi che una delle ragioni fosse proprio quella di non rivelare il nome di una fonte, nel caso specifico Tritone, ma a parte questo non so dire quale ragione avessi di non dire niente di interessante al Giudice di Brescia. Per altro ho fatto presente che noi avevamo già informato, o intendevamo informare l’Autorità Giudiziaria tramite il centro di Padova, come è noto. Quindi non era una mancanza di lealtà nei confronti del Giudice, molto probabilmente era il desiderio di coprire la fonte, il cui nome avremmo probabilmente, necessariamente dovuto rivelare quando ancora erano in corso contatti da parte della forte con elementi eversivi.

DOMANDA – Ma è chiaro che la fonte doveva essere tutelata, ma le notizie che la fonte aveva fornito potevano essere svelate, pur tenendo coperta la fonte, così come pure si dice al centro es. di Padova di comunicare all’Arma territoriale i contenuti di quelle informative, ovviamente tenendo coperto il nome del fonte.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – Perché c’è un contrasto tra: dite due nomi alla Autorità Giudiziaria, o dite i nomi alla Autorità Giudiziaria, e poi dire al Giudice che non ci sono fonti, non ci sono accertamenti utili al riguardo.

RISPOSTA – Ripeto io adesso non ricordo per quale ragione non abbia dato le informazioni che il Giudice di Brescia si attendeva da me. Ma faccio notare che la Giustizia era comunque stata allentata, attivata dal centro di Padova. Quindi il. ..

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – Sì ma lei non ne aveva ricevuto riscontro di tutto ciò. Nel momento in cui il Giudice … ?

RISPOSTA – … senz’altro aveva preso contatto con la Autorità Giudiziaria di Padova, oltre che informare i suoi superiori a Milano e Roma. Non era necessario che io avessi conferma perché quando io davo r ordine di effettuare un’operazione, l’ordine veniva eseguito, a meno che non fosse impossibile. Se avessi ricevuto la comunicazione … (parola incomprensibile) questo poteva anche tardare.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – Nel momento in cui ci si trova di fronte a quella Autorità Giudiziaria, alla quale si sono inviati atti o si è data disposizione di inviare atti, come mai non dire alla stessa Autorità Giudiziaria: ma avete ricevuto quegli atti? Vi sono stati inviati quegli atti? Sapete che ci sono delle fonti? Sapete che ci sono degli accertamenti? C’è una contraddizione tra quanto detto al Giudice nell’agosto ed il precedente comportamento.

RISPOSTA – Giudice, non so perché io non lo abbia detto, ad ogni modo sono cose che non ricordo oggi, non so quali motivi mi abbiano indotto a dire a Padova ma non a Brescia. Non posso dire oggi se … quale fosse la logica.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – Va bene, andiamo avanti.

DOMANDA – Lei ricorda se venne formulata da parte sua qualche ipotesi in ordine ai responsabili della strage di Brescia, dove dovessero essere collocati, in occasione di quella escussione da parte del Giudice di Brescia?

RISPOSTA – lo non ricordo neanche di essere stato interrogato dal Giudice di Brescia. Mi chiarite voi le idee? Non posso dire cosa abbia detto al Giudice.

DOMANDA – Le leggo quello che disse, generale
(N.d.r.: seguono le opposizioni dei vari difensori, respinte dal Presidente della Corte. Quindi, riprende l’esame del P.M.).

“DOMANDA – Generale, lei disse: “‘Per quanto riguarda la strage di Brescia, dal complesso degli elementi raccolti si potrebbe inquadrare l’attentato in un programma eversivo di matrice di estrema destra”.

RISPOSTA – Mi fa piacere che me l’abbia ricordato.

DOMANDA – Vado avanti a leggere, così poi ci dà una risposta complessiva: “Si potrebbe pensare ad un collegamento con gruppi aventi la base di azione in Valtellina, e quindi ad un collegamento con Fumagalli, che aveva a suo tempo manifestato intenzioni eversive violente e che aveva una sua base in Valtellina”.

RISPOSTA – Ripeto, non ricordo, ad ogni modo …

DOMANDA – “Potrebbe ravvisarsi in via ipotetica anche un collegamento dell’attentato con gli altri gruppi di estrema destra eventualmente legati da rapporti a gruppi stranieri. Si tratta però pur sempre di ipotesi”. La domanda è intanto se ricorda di avere detto queste cose, ma immagino di no, sono passati troppi anni. Da parte mia c’è il tentativo di capire perché venga formulata un’ipotesi in direzione di Fumagalli, a fronte di notizie che indicano i nomi di Romani, di Maggi, di Rauti … “

(N.d.r.: seguono opposizioni da parte della Difesa, respinte dal Presidente)

“INTERVENTO DEL PRESIDENTE – È tornato il collegamento. Le domande sono due: dato che aveva formulato un’ipotesi con riferimento al gruppo della Valtellina di Fumagalli, quali elementi aveva per potere indicare quella pista come ipotesi, ma pur sempre una pista investigativa?

RISPOSTA – Elementi informativi scritti non ne ricordo, ma elementi informativi verbali erano molto probabilmente alla base della mia segnalazione al Giudice di Brescia.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – La seconda domanda è: come mai, dato che invece c’erano informazioni scritte che provenivano dal centro di Padova, di diverso tenore rispetto a Fumagalli, come mai al Giudice non si prospettò questa ulteriore informazione?

RISPOSTA – Questo non glielo so dire, proprio non ricordo il corso della conversazione, e se tutto quanto sia stato riferito come io ho detto, oppure sia stato sintetizzato. Ad ogni modo io ho parlato del gruppo Fumagalli probabilmente, ripeto probabilmente, non citando Padova, nel convinzione, come vi ho già detto, che la Magistratura di Padova fosse naturalmente pronta a fornire notizie anche su cose di interesse di Brescia.

DOMANDA – Ricorda chi verbalmente aveva accostato il gruppo Fumagalli alla strage di Brescia?

RISPOSTA – No, non ricordo”.

Non meno significativa delle scelte depistanti del S.I.D., anche a livello territoriale, è la palese falsificazione della data in cui sono state raccolte le informazioni di Tritone riversate nell’ appunto allegato alla nota n. 4873, resa si necessaria per “coprire” il ritardo enorme nella loro comunicazione formale al Reparto D, non certo imputabile alla risibile spiegazione, fatta propria dalla Difesa di Maggi, dell’ assenza per ferie del magg. Bottallo. Falsificazione che lo stesso Felli, nelle sue ultime dichiarazioni, è stato costretto a riconoscere.
Nell’identica direzione va l’incredibile decisione di distruggere gli archivi dei Centri territoriali, ed in particolare quello di Padova, adottata, a dire di Bottallo, intorno al 1984-1985 dall’ammiraglio Martini, all’epoca capo del S.I.S.M.I..
Al riguardo non può non condividersi il rilievo dei difensori delle Parti civili circa l’interesse dei Servizi alla soppressione del materiale informativo contenuto negli archivi alla luce anche delle dichiarazioni rese da Vincenzo Vinciguerra in epoca concomitante o prossima all’ordine di distruzione. Questi, infatti, sentito dal G.l. di Brescia il 6 maggio 1985, aveva indicato i responsabili delle stragi, inclusa quella di Brescia, “nel gruppo di Ordine Nuovo collegato con ambienti di potere ed apparati dello Stato; area che vedeva nella strage lo strumento per creare la punta massima di disordine al fine di ristabilire <l’ordine>” .

Una conferma, in tal senso, si desume anche dall’immotivata decisione del S.l.D. di troncare il rapporto con la fonte “Turco” (alias Gianni Casalini) nonostante questa stesse riferendo notizie assai interessanti sui collegamenti fra il gruppo ordinovista di Venezia-Mestre e le stragi. Non va dimenticato che il ten. col. Del Gaudio – figurante fra gli iscritti alla Loggia P2 (fasc. n. 117 ), nonostante abbia negato di avere accettato l’invito in tal senso rivoltogli da Licio Gelli – è stato condannato a Venezia per falsa testimonianza proprio in relazione alla vicenda “Turco”. Dell’ atteggiamento “protettivo” del S.I. D. nei confronti dell’ estrema destra all’epoca dei fatti è, d’altra parte, traccia negli appunti di Felli. Successivamente alla strage, infatti, Tritone, nell’ appunto allegato alla nota n. 6748 del 4.10.1974, riferisce che Giangastone Romani, prendendo spunto dal “caso Giannettini” e dal recente rapporto del S.I.D. sulle “trame nere”, “ha confidato ad alcuni suoi seguaci che i servizi segreti italiani hanno agito disonestamente, ricattando e tradendo i propri collaboratori. Pur criticando aspramente le ‘spie’, Romani sostiene che esse erano state certamente indotte a collaborare col S.I.D. da certi atteggiamenti di <simpatia> da esso assunti in passato nei confronti dell’estrema destra”.

L’appunto prosegue con la rappresentazione dell’intento dell’ estrema destra di “far pagare” al S.I.D. il suo “voltafaccia” e dell’ elaborazione in corso di un piano ritorsivo, fondato sull’indicazione di piste false, in modo da screditare i Servizi e determinare la rimozione dei vertici del S.I.D. Non meno sintomatica della speciale protezione di cui il gruppo ordinovista facente capo a Maggi godeva anche da parte dei vertici territoriali dell’ Arma dei carabinieri, è l’inerzia tenuta dal Gruppo di Padova, diretto dal ten. Col. Manlio del Gaudio, a fronte di informazioni allarmanti ricevute in tempo reale dal Centro C.s. di Padova, grazie allo stretto rapporto personale intercorrente fra lo stesso Del Gaudio ed il magg. Bottallo, legame di cui danno prova le dichiarazioni del cap. Traverso (all’epoca, vice di Bottallo), del mar. Guerriero (in forza al Nucleo Informativo CC. di Padova) e del dattilografo del Centro C.S. di Padova, Todaro.

II tema è già stato in parte trattato con riferimento all’ appunto del 6 luglio. In questa sede si intende dare spazio alle puntuali osservazioni del P.M. e delle altre Parti appellanti circa l’anomalo comportamento dei vertici territoriali dell’Arma. E’ incontestabile che in tre R.I.S. – rispettivamente del 7 giugno, del 20 luglio e del 3 agosto 1974 – del Gruppo Carabinieri di Padova, sottoscritti dal comandante Del Gaudio ed indirizzati ai superiori gerarchici, siano riversate informazioni rese da Tritone a Felli.

Invero, nel R.I.S. del 7 giugno si fa riferimento:
a) alla costituzione in itinere di una nuova organizzazione, includente “ gli sbandati di Ordine Nuovo” ed avente due facce: “una palese, sotto forma di circoli culturali, l’altra, occulta, strutturata in gruppi ristrettissimi per dare vita ad azioni contro obiettivi scelti di volta in volta”;
b) alle iniziative programmate per Padova, indicate in azioni di volantinaggio, attacchi diffamatori e minacciosi contro il Procuratore Fais ed illustrazione degli scopi politici dell’ organizzazione stessa, ovvero “difendere, anche con la violenza, gli estremisti di destra ingiustamente perseguitati; attaccare le strutture del sistema borghese, del parlamentarismo e del marxismo”.

Elementi, quelli sub a), che si ritrovano nell’ appunto allegato alla nota n.4873 del 8 luglio e, quelli sub b), nell’ appunto allegato alla nota s.n. del 23 maggio. Del pari, nel R.I.S. del 20 luglio sono riportate, quanto alla struttura ed alle modalità operative della neo-formazione (“organico molto ristretto; elementi di media età e di provata fede politica; operare nel terreno dell’azione violenta contro obiettivi scelti di volta in volta”), nonché ai canali di rifornimento delle armi “tramite autotreni TIR provenienti dall’Olanda”, informazioni trasfuse negli appunti allegati alle note n. 4873 e n. 5120 del 16 luglio.

Il R.I.S. del 3 agosto, infine, ricalca le informazioni di Tritone, riportate nell’appunto allegato alla nota n. 5519 del 3 agosto 1974, quanto alla riunione dei vertici ordinovisti, incluso Rauti, prevista a breve a Roma; alla mobilitazione di aderenti alla destra rivoluzionaria in occasione del processo a carico di Franco Freda, a Catanzaro, ed allo spostamento del teatro d’azione dei gruppi rivoluzionari dalle grandi città ai piccoli centri per sfuggire all’ apparato repressivo, maggiormente organizzato nelle prime.

Vero è che – come sottolineano i giudici d’appello di Brescia – i rapporti di Del Gaudio sono tutti successivi alla strage e che, seppure la datazione della nota n. 4873 sia falsa, non si ha prova dell’ acquisizione delle informazioni relative alla riunione di Abano prima del 28 maggio. Ma non è questo il punto. Non si sta qui valutando il coinvolgimento di Del Gaudio, o di altri ufficiali dell’ Arma, nella strage, quanto la rilevanza di una condotta post factum tanto gravemente omissiva da apparire fuorviante, sulle cui ragioni occorre interrogarsi.

Il ten. col. Del Gaudio risulta al corrente delle informazioni di Tramonte sulla riunione di Abano quanto meno dal 7 giugno, nove giorni dopo l’attentato. E, in base alla testimonianza del cap. Traverso, può fondatamente ritenersi che egli abbia preso visione, sia pure non in un unico contesto ove si tenga conto della datazione dei fatti di cui ai punti 7-13, dell’intero contenuto degli appunti da cui aveva tratto le informazioni contenute nei tre R.I.S. menzionati. Il teste Traverso ha, infatti, riferito in dibattimento che, per prassi, al comandante dell’ Arma territoriale era consentito leggere le informative complesse – quali oggettivamente erano, quanto meno, quelle allegate alla nota n. 4873 ed a quella s.n. del 23 maggio – e prendere appunti. Orbene, in quelle informative erano contenute notizie che avrebbero allarmato chiunque, tanto più alla luce del tragico evento verificatosi tre giorni dopo la riunione di Abano e ad una settimana dall’incontro della fonte con lo studente di Ferrara. Ma, quel che più conta, nell’ appunto allegato alla nota n. 4873 – nel quale si faceva esplicita menzione della struttura, delle modalità operative, del programma, della dirigenza, della denominazione, delle vie di approvvigionamento di armi, della sostanziale rivendicazione della strage di Brescia – erano menzionati i nominativi di Maggi, di Romani, di Rauti, di Melioli, Francesconi Sartori, soggetti dal profilo politico ben definito, sui quali era doveroso attivare immediatamente le indagini. Ciò nondimeno, nessun significativo accertamento risulta avviato nella direzione indicata a chiare lettere dalla fonte del S.I.D..
E’, d’altra parte, corretto il rilievo del P.M. secondo cui, se il S.I.D. poteva avere delle remore a “bruciare” la sua fonte, i CC non avevano alcuna ragione di omettere o ritardare accertamenti doverosi, che avrebbero potuto avviare anche di iniziativa, con servizi di appostamento, pedinamenti, perquisizioni o intercettazioni tanto più che, all’epoca, l’attivazione di queste ultime era consentita anche sulla base di notizie provenienti da fonte confidenziale.

Al contrario tutti gli sforzi investigativi si sono concentrati sulle figure di Buzzi e di Angelino Papa – apparentemente reo confesso, ma in realtà vittima di violenze (restrizione carceraria in condizioni degradate ed antiigieniche, soprusi, interrogatori lunghissimi protratti fino a notte inoltrata e lusinghe, promessa di ingenti somme poste a sua disposizione dopo una confessione, tutti strumenti di una pressione psicologica, alla cui violenza non aveva retto la fragile personalità dell’imputato, vero e proprio capro espiatorio – con i risultati che sono noti. Ciò, anche grazie all’impegno del cap. Delfino, la cui definitiva assoluzione non elimina del tutto le ombre che la stessa Corte d’Assise d’Appello di Bresciana colto nel suo comportamento, caratterizzato da “plurimi atti abusivi” e da rapporti non troppo limpidi con “frange estremiste di destra“, da una frenetica e spregiudicata attività investigativa, troppo marcatamente orientata, che ha poi finito per inquinare le risultanze probatorie e che, seppure riferibile all’ iniziativa del giudice Arcai, ha trovato in Delfino un assai solerte conduttore.

Ed il fatto che la Cassazione abbia sancito la correttezza del ragionamento probatorio che ha portato la Corte bresciana ad assolvere Delfino, nulla toglie alla rilevanza delle connotazioni negative che l’attività investigativa dell’ex imputato assume nella ricostruzione dell’ opera di sviamento delle indagini posta in essere da alcuni settori dell’Arma.

Peraltro, la stessa Cassazione non ha ritenuto inverosimile l’ipotesi che Delfino abbia depistato le indagini, orientandole verso Buzzi. La Corte – investita, si sottolinea, del giudizio relativo alla responsabilità di Delfino quale imputato della strage – si è, invero, limitata ad affermare che la circostanza avrebbe comunque “scarso peso probatorio; anche in considerazione del fatto che l’eventuale depistaggio operato dall’ufficiale, in mancanza di ulteriori atti di compartecipazione nel fatto. criminoso, configurerebbe un semplice favoreggiamento che ad oggi sarebbe ampiamente prescritto”.

In conclusione, ritiene la Corte che l’attività di depistaggio attuata dal S.I.D., il silenzio mantenuto da Del Gaudio sulla riunione di Abano e sull’identità dei partecipi, in uno con !’inerzia conseguitane, a fronte di informazioni reputate attendibili che orientavano chiaramente verso la pista veneta ed in particolare verso il gruppo facente capo a Maggi, non siano altrimenti spiegabili se non con la scelta di dare copertura ai responsabili della strage.
Ne deriva che anche tale circostanza assume valenza di indizio grave e preciso, che va nella medesima direzione delle altre risultanze probatorie che supportano l’assunto accusatorio.

L’attività di depistaggio – sentenza strage di Brescia luglio 2015 – prima parte

E’ questa, forse, la pagina più amara della vicenda in esame, come altri hanno già autorevolmente rilevato. Non è un fuor d’opera introdurla nell’ ambito della valutazione degli elementi di prova a carico di Carlo Maria Maggi.
Dagli atti processuali emerge, in effetti, la prova certa di comportamenti ascrivibili ai vertici territoriali dell’Arma dei Carabinieri e ad alti ufficiali del S.I.D., che sono incompatibili con ogni principio di lealtà e fedeltà ai compiti istituzionali loro affidati. Le distorsioni operate nel processo di trasmigrazione, verso la naturale sede giudiziaria, delle informazioni acquisite in ordine alle pericolose derive verso cui da mesi si erano avviate le frange della destra eversiva che nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia ed in Veneto erano fortemente radicate hanno indubbiamente giovato al prosperare dell’ attività di ricompattamento delle fila degli ex ordinovisti e consentito la concreta attuazione di progetti destabilizzanti dei quali sussistevano da tempo segnali inquietanti.

Nulla si è mosso. Almeno non nella direzione istituzionale. E quando pure è stato fatto, l’ottica seguita, almeno per ciò che riguarda i Servizi segreti, non è stata certo quella di consentire agli inquirenti di fare luce sull’ accaduto, sulle trame sottostanti, sui responsabili. E’ doveroso domandarsi: cui prodest?

La risposta è fin troppo ovvia, ove si tenga conto del contesto politico dell’ epoca e dell’ attenzione che pezzi importanti dell’ apparato, civile e militare dello Stato, e centrali di potere occulto prestavano all’ evoluzione del quadro socio-politico del Paese, condividendo l’interesse – comune a potenze straniere che godevano di un osservatorio privilegiato grazie alla massiccia presenza sul territorio di basi militari e di operatori dei servizi di intelligence – a sostenere l’azione della destra, anche estrema, in chiave anticomunista.

L’azione di depistaggio – termine destinato ad entrare nel lessico giuridico con ben altra portata a seguito dell’introduzione dello specifico omonimo reato nel codice penale – non può avere altro senso se non quello di sviare l’attenzione della magistratura dai reali responsabili dell’attentato. E’ sotto tale profilo che essa assume, in questo processo, la valenza di indizio, grave e preciso, a carico di Maggi e del suo gruppo operativo, rispetto ai quali è stata alzata una rete di protezione, fatta di ritardi, omissioni, tentennamenti, connivenze, sviamenti, cortine fumogene, che hanno gravemente pregiudicato i tempi, la durata e gli esiti delle indagini.

Ma, ancora una volta, procediamo con ordine, nel dare conto, di tali conclusioni sulla base degli atti processuali. Si è già fatto cenno, nel trattare la posizione di Tramonte, al carteggio interno fra i vertici del S.I.D.. Trattasi di prove documentali di notevole rilevanza, in quanto dimostrano, inequivocabilmente, come l’atteggiamento dei Servizi segreti militari verso l’Autorità giudiziaria fosse tutt’altro che collaborativo. Ritiene la Corte di accogliere in toto i rilievi unanimemente mossi sul punto dai difensori delle Parti civili Comune di Brescia, Natali, Trebeschi Giorgio e altri alla quasi nulla importanza attribuita a tale aspetto dalla sentenza di primo grado, appena attenuata da quella d’appello.

Per non incorrere nel rischio di ulteriori sottovalutazioni, giova ripercorrere la cronologia ed il contenuto di quel carteggio interno, che ruota attorno a due dei più importanti appunti informativi del Centro CS. di Padova: quelli allegati alle note del 23 maggio e del 8 luglio 1974. Sempre nel trattare la posizione di Tramonte, è stato fatto riferimento alla nota trasmessa il 23 maggio 1974 dal magg. Bottallo, capo del CS. di Padova, al gen. Maletti ed alle peculiari caratteristiche della stessa. Trattasi, infatti, con evidenza, di una nota non ufficiale, perché manoscritta, priva di numero di protocollo e del seguente testuale tenore:

“Sig. Generale, unisco un appunto “informale” su argomento oggetto di conversazione. Ritengo che, volendo proseguire nell’azione in maniera incisiva, esista la possibilità di individuare componenti ed intenzioni di uno o, probabilmente, due dei ‘gruppi’ citati”.

In data 25 maggio, la risposta di Maletti, che, in calce alla medesima nota stila e sottoscrive la seguente annotazione – collegata con tanto di freccia al secondo periodo e diretta al col. Genovesi, che la riscontra – “sì. Dire con mia lettera s.n. che proceda senz’altro”.

La non ufficialità del rapporto epistolare fra il capo del Reparto D e il capo del C.S. di Padova, dunque, perdura con l’ordine del primo di non protocollare neppure la risposta da dare al secondo, ordine puntualmente eseguito, come si evince dalla minuta in atti.

Segue l’annotazione manoscritta e firmata con la quale il col. Genovesi, il 10 luglio, esprime al gen. Maletti il proprio pensiero: “Non ritengo si possa dire solo ‘qualcosa o due nomi’, ma sono del parere che tutto, per la sua gravità, debba essere urgentemente riferito all’A.G., sia pure attraverso organi di P.G. Per le decisioni.”. Quasi piccata la risposta di Maletti, il quale, il giorno successivo, scrive al suo vice: ” <Dire almeno due nomi> era espressione figurata. Ritengo anch’io che della vicenda debba essere messa al corrente l’AG. Intanto, rappresentiamo (‘per le decisioni’) a Sig. C.S.”. Con calma, con molta calma: in effetti, l’appunto riservato, contenente le informazioni della fonte Tritone di cui alla nota del 8 luglio, viene inoltrato al Capo Servizio, gen. Vito Miceli, il 13 luglio, ed all’ordine (definito “urgente”) dello stesso – “Diciamo tutto agli organi P.G. interessati (conservando traccia delle segnalazioni)“- Maletti dà seguito solo il 15 luglio, demandandone al Genovesi l’esecuzione. In realtà, nulla accade. Anzi, la documentazione proveniente dal S.I.D. dimostra che vi è stato un netto ripensamento dei vertici sull’atteggiamento da tenere.

Il 3 agosto, invero, il col. Genovesi, facendo riferimento, a strage avvenuta, alla nota inviata da Bottallo il 23 maggio, esprime a Maletti il suo dissenso sulla comunicazione delle informazioni in loro possesso nei seguenti termini: “Recentemente V.S. mi ha dato fornito foglio di CS Padova. Alla luce dei recenti ed attuali fatti, sarei del parere di non ‘far procedere’ nella direzione richiesta dal Centro e di fare, invece, cadere la cosa. Un elemento di prova della non validità della fonte può scaturire dal ‘sorriso enigmatico’, a domanda sugli attentati (per dare ad intendere di saperne) e, poi, della necessità di dover acquisire notizie al riguardo. Contrasto evidente che denuncia una potenziale ‘bufala’. Per le definitive decisioni di V.S”.

Sconcertante la risposta di Maletti del 4 agosto, data in cui ha luogo la strage dell’Italicus: “Concorderei se non dovessi rischiare anche il ‘bidone’ soprattutto ora che il nuovo fatto terroristico suggerisce intensificazione azione info nella direz. Extra dx”.

Sta di fatto che neppure la nuova strage smuove i vertici del S.l.D. e a prevalere è ancora la linea del silenzio. In realtà, il 17 luglio figura come trasmesso al Centro C.s. di Padova un marconigramma a firma Maletti, col quale quest’ultimo dispone che, “qualora non ancora provveduto”, il contenuto della nota n. 4873 del 8 luglio (si badi, non anche quello dell’ appunto precedente, allegato alla nota di Bottallo) sia portato a conoscenza dell’Arma territoriale e che copia della comunicazione sia trasmessa anche all’ufficio centrale. Trattasi, tuttavia, di un sicuro falso. Ed in effetti:

a) il testo del marconigramma è evocativo di una precedente comunicazione di identico tenore, della quale non è stata trovata traccia;

b) è in atti altro marconigramma a firma di Maletti, recante la data del 13 luglio ed indirizzato ai Centri C.s. ed al Raggruppamento degli stessi, col quale veniva raccomandata la massima vigilanza verso ex appartenenti al Fronte Nazionale, ad Ordine Nuovo e al M.A.R. avendo varie fonti segnalato la possibilità di attentati eversivi su scala nazionale tra il 10 e il 15 agosto, ma, nel contempo veniva inibita , fino a nuovo ordine, la comunicazione delle informazioni anzidette all’Arma dei Carabinieri, alla Polizia di Stato ed alle Autorità militari.

c) non si è trovata traccia neppure dell’avvenuta comunicazione all’Arma territoriale e tanto meno di un riscontro da parte di quest’ultima, nonostante l’esplicita richiesta in tal senso, contenuta nel marconigramma;

d) il mar. Felli ha escluso di avere avuto notizia di quel comunicato;

e) 1’11 novembre 1980 è stato sequestrato, presso l’abitazione del gen. Maletti, un appunto relativo all’incontro tenutosi il 6 agosto 1974 presso il S.I.D. con tutti i capi dei centri territoriali, dal quale emerge che, ancora a quella data Bottallo chiedeva istruzioni sulle modalità con cui comunicare ai CC. ed alla Polizia notizie destinate ad essere trasfuse in atti di polizia giudiziaria;

f) a metà agosto ancora non era stata effettuata alcuna segnalazione, posto che, con nota del 7 agosto, il gen. Maletti rappresenta al gen. Miceli che il Centro di Padova “ha un’ottima fonte (Tritone) che potrebbe essere bruciata da un’intempestiva segnalazione agli organi di P.G.” e che Miceli, con nota del 14 agosto, risponde: “attendiamo seguito da PD“. Il marconigramma del 17 luglio aveva, dunque, la funzione di “coprire” artificiosamente il perdurante vuoto di notizie all’ A.G. ed agli organi di polizia giudiziaria su quanto appreso dalla fonte Tritone.

L’intercettazione ambientale Raho/Battiston – estratto motivi di impugnazione avv. Sinicato

E’ impressionante, a questo punto, ascoltare l’intercettazione ambientale del 26.9.95 tra Roberto Raho e Piero Battiston nella quale si trova la conferma “dal vivo” del racconto di Digilio.

A questo proposito la Corte raggiunge vette di assurdità sorprendenti e la lettura della motivazione sul punto conferma il pregiudizio che permea l’intero capitolo dedicato al narrato di Digilio.

Una corretta valutazione di questo passaggio fondamentale della ricostruzione giudiziaria non può prescindere dal considerare che Raho è stato ritenuto responsabile di numerosi reati legati al possesso ed utilizzo di esplosivo e, in particolare, come si è già detto, sono risultati provati proprio i frequenti rapporti con Digilio e per la sua reticenza la Procura di Milano ebbe ad emettere un ordine di custodia cautelare proprio con riferimento al contenuto delle dichiarazioni del colloquio con Battiston.

Negli interrogatori resi nel ’95 e ’96 dal Raho alla P.M. Pradella (e acquisiti agli atti), del resto, non si fa fatica a trovare ragione delle sue reticenze (peraltro comuni anche a molti altri protagonisti di quegli anni) nel rischio di vedersi contestare la partecipazione ai reati imprescrittibili di strage o di essere costretto a coinvolgervi amici e sodali con i quali spesso i rapporti non erano cessati.

E’ proprio il caso di Raho e Battiston che il primo è costretto ad ammettere di avere rivisto proprio in quei giorni e proprio per parlare di Digilio!.

Le poche battute riservate dalla sentenza alla figura di Roberto Raho sono ancora una volta il frutto della incomprensibile frettolosità di un giudice incapace di andare oltre ciò che ha direttamente ascoltato in aula dimenticando ogni collegamento con la rilevante messe di informazioni che la amplissima indagine gli aveva messo a disposizione.

Ma è la lettura del testo della conversazione fatta dalla Corte che non convince sia per l’omissione di alcuni passaggi importanti sia per le conclusioni.

Il passaggio che riguarda direttamente i fatti del processo è riportato a pag. 214 della sentenza ma deve essere letto nella sua interezza e si compone di tre diverse affermazioni tutte di Roberto Raho.

  1. “Se il nonno dice la verità sulle piccole cose …. Potrebbe … eh, dirla anche sulle grandi”
  2. “Per esempio era trapelato che il nonno aveva detto che Marcello Soffiati il giorno prima della strage era partito per Brescia con le valigie piene di esplosivo, Soffiati è morto ….”
  3. “Il dottore è vivo poi, però, e il Soffiati gli serve per fargli portare la …”

La prima affermazione non può che essere interpretata come la consapevolezza della conoscenza, da parte di Digilio, di molti segreti di grande rilievo sui fatti più eclatanti di quegli anni e si colloca come ulteriore riscontro generico alla attendibilità di Digilio.

Quanto alla seconda è facile notare che Raho collega direttamente la valigetta di Soffiati a Brescia e non già a Milano come sempre sostenuto da Digilio.

Ciò significa che la fonte di conoscenza di Raho non è Digilio ma qualcuno che conosceva l’effettiva destinazione dell’ordigno.

Ciò è tanto più evidente poiché la frase sembra riferirsi alla conoscenza del fatto proveniente da una propalazione estranea al “nonno”: se Raho avesse avuto la notizia dallo stesso Digilio la frase sarebbe stata “il nonno aveva detto che …”.

Si deve parlare, dunque, di una fonte diversa e autonoma rispetto al dichiarato di Digilio e di una fonte certamente precedente alle dichiarazioni sul punto rese ai giudici italiani.

La terza affermazione è un ulteriore elemento di grande rilevanza poiché riguarda direttamente Maggi.

E’ bene notare, che Raho, nel riferire la sua conoscenza dell’episodio due righe sopra non aveva nominato il mandante di Soffiati e, dunque, l’indicazione di questo passo certamente completa la comunicazione delle informazioni in suo possesso indicando il “dottore” (cioè Maggi) come il mandante.

Ma la frase si completa riferendo che il Soffiati “…gli serve per fargli portare la …”.

E’, dunque, a Maggi che serve Soffiati per l’incombenza e, questo, è tecnicamente un riscontro individualizzante al dichiarato di Digilio.

L’affermazione della Corte secondo la quale questa “non sarebbe altro che una ulteriore versione di Digilio resa in tempi antecedenti alla sua collaborazione” è destituita, allora, di ogni fondamento.

Ma la sentenza non avendo rilevato l’evidenza del fatto che il reale dichiarante è il solo Raho, spende varie pagine nel tentativo di ottenere precisazioni e chiarimenti da Battiston col solo risultato di confondersi ulteriormente.

In effetti Battiston dapprima si dice sicuro di aver appreso della valigetta di Soffiati direttamente da Digilio (pag. 223 sentenza) mentre si trovavano tutti e tre insieme collocando l’incontro o nel periodo del militare in Veneto ovvero durante la latitanza in Venezuela, poi finisce per dichiarare di non avere un ricordo diretto del colloquio (pag. 226).

Successivamente (pag. 231) rispondendo al controesame della difesa Zorzi che gli segnala come Digilio avesse escluso (int. 20.1.97 P.M. Brescia) di averne parlato con loro in quei termini, Battiston finisce per sostenere che è Digilio che mente (pur avendo un evidente interesse opposto).

L’errore in cui cade Battiston è lo stesso in cui cade la Corte e cioè escludere che le frasi di Raho abbiano una fonte diversa da Digilio (ad esempio lo stesso Maggi con il quale Raho aveva all’epoca molti rapporti).

Solo così, del resto, si spiega il riferimento a Brescia che Digilio non ha mai fatto e si giustificano le incertezze di Battiston non solo sull’epoca della conoscenza dell’episodio ma anche sulla evidente illogicità di non aver collegato la valigetta alla strage!.

E se è vero che nella descrizione di questo fatto i due non dicono che Soffiati aveva ricevuto la valigetta da Zorzi (come invece afferma Digilio), questa omissione non è in grado, ad un attento esame, di far perdere carattere individualizzante al riscontro.

L’intercettazione ambientale deve essere letta, infatti, unitariamente, vale a dire in tutte le parti del discorso che intercorre fra Raho e Battiston e ciò consente di rilevare come, da un lato, dalla prima parte della conversazione emerga chiaramente la preoccupazione di Zorzi rispetto ad una accusa generica di Digilio, ma dall’altro, quando l’accusa si concretizza, essa corrisponde nelle modalità descrittive del fatto proprio all’episodio della valigetta, di cui Digilio non aveva ancora parlato nel corso dei suoi interrogatori.

L’individualizzazione della accusa verso Zorzi deriva dalla preoccupazione di Zorzi stesso, precedentemente affermata, il quale, se non avesse fornito l’esplosivo, non avrebbe avuto alcuna ragione di temere che Digilio potesse attribuirgli questa condotta e quindi non avrebbe dovuto rientrare nel novero dei “soggetti preoccupati”. E, invece, in questa intercettazione ambientale, oltre a Maggi, i soggetti preoccupati non sono solo Raho e Battiston (perché sanno di avere frequentato con una certa assiduità lo Scalinetto) ma anche Delfo Zorzi.

Ciò non bastasse negli atti si trova un’altra intercettazione che indirettamente conferma la provenienza dell’esplosivo dal gruppo Zorzi.

Ci si riferisce al passaggio alle pagine 50-51 dell’intercettazione ambientale Siciliano-Fisanotti del 16 maggio 2002 che, per comodità di consultazione, viene qui integralmente riprodotto:

Martino: un altro è il Digilio che lo ricoverano … con grado di Capitano in ospedale …

Beppe: Dov’è? … (ride) … Dove cazzo è?

Martino: il coso è qui … vicino al lago di Garda.

Beppe: Ma sarà in qualche ricovero, dai …

Martino: In ospedale.

Beppe: E’ moribondo, cazzo … su …!

Martino: Ma quale “moribondo” ….’

Beppe: Non ha fatto un ictus?

Martino: Si … va beh ….

Beppe: insomma, la malattia …

Martino: (…) …

Beppe: …. La malattia dei camerati è l’ictus …. (riso lieve) ….

Martino: (…) …

Beppe: La malattia (…) camera …

Martino: Lui si ricorda tutto. Con l’ictus si ricorda ….

Beppe: Si ricorda veramente?

Martino: Mi hanno … mi hanno usato a me questo … (…).

La mia questione lì è stata tenuta in piedi solo per quello. Tu lo sai benissimo che io non … (…)…

Beppe: Beh, certo.

Martino: (…) là. Adesso continua (?) a metterlo in culo e … teniamo duro. C’è anche Delfino là.

Posto che non risulta che Siciliano abbia mai conosciuto il capitano Delfino, tali affermazioni dimostrano, innanzitutto, che non era solo Raho ad utilizzare il soprannome di “Delfino” per indicare Zorzi e, sotto tale profilo, costituiscono riscontro sia alla intercettazione ambientale Raho – Battiston sia alle dichiarazioni rese al dibattimento dallo stesso Battiston.

Ma vi è di più. Il passaggio sopra citato dimostra che nel 2002, nel corso di una conversazione nella quale Siciliano era all’oscuro di essere intercettato (mentre Fisanotti era stato mandato dagli inquirenti ad incontrarlo proprio per “provocare” le sue dichiarazioni) lo stesso Siciliano, che aveva ricevuto denaro da Zorzi per non accusarlo (e ciò è riconosciuto nella sentenza impugnata), afferma confidenzialmente che lui, come “pentito”, viene “tenuto in piedi” dagli organi inquirenti per riscontrare le dichiarazioni di Digilio, anche se (precisa il collaboratore) egli non era là in quel periodo (cioè non era più politicamente attivo nella zona di Mestre nel 1974), mentre “Delfino”, cioè Zorzi, si che c’era!

Ebbene, anche alla luce di questi ulteriori elementi, risulta ormai inutile domandarsi il perché Zorzi abbia deciso di “pagare” la ritrattazione di Siciliano.

Una cosa è certa: la risposta che fornisce la Corte di primo grado è a dir poco “imbarazzante”.

Così rilette, le affermazioni di Raho appaiono in tutta la loro rilevanza e si configurano come vere.

“L’orchestra nera” – Panorama 13.07.1974

Se la tiene sul cuore, ben custodita nella tasca interna della giacca di gabardine marrone scuro che indossa da tre settimane, da quando martedì 28 maggio la bomba fascista ha uc­ciso sette persone in piazza della Loggia a Brescia. È la mappa dei personaggi del terrorismo nero. La più completa mai fatta sino a oggi in Italia. Se l’è costruita pezzo per pezzo con un paziente lavoro di me­si. Francesco Delfino, 36 anni, cala­brese di Platì, capitano dei carabi­nieri e comandante del nucleo inve­stigativo di Brescia, è l’uomo sul quale governo e magistratura puntano per dare al Paese nomi e co­gnomi degli assassini fascisti, dei lo­ro mandanti e dei loro finanziatori.

strage-brescia

Dal 9 marzo 1974, giorno dell’arre­sto di Kim Borromeo e Giorgio Spe­dini, i due terroristi sorpresi in val Camonica con 57 chili di tritolo, Delfino non ha avuto più un minuto di tregua. Mangia una volta al gior­no (l’unico pasto un po’ tranquillo l’ha fatto martedì 4 giugno con alcuni amici al ristorante La Sosta di Brescia), dorme quattro ore per not­te quando gli va bene, passa le gior­nate tra perquisizioni, interrogatori, arresti e tentativi, quasi sempre va­ni, di sfuggire al perenne assedio dei 22 giornalisti che a Brescia se­guono lo sviluppo delle indagini sul­le trame nere.
« La strada maestra per riuscire a mettere le mani sui massacratori di piazza della Loggia », dicono al tribunale di Brescia, « è quella di ri­costruire la storia della trama ever­siva che, ormai ne siamo certi, ave­va cominciato tre mesi fa a operare sul piano pratico ». « Era una con­giura », precisa il giudice istruttore Giovanni Arcai, « che siamo riusciti a fermare proprio nel momento più pericoloso, quello di un tentativo di colpo di Stato ». « La scintilla che avrebbe potuto farlo scattare », ag­giunge il sostituto procuratore della Repubblica Enzo Giannini, « doveva essere la bomba che la notte del 19 maggio 1974 ha ucciso il terrorista che la stava portando a destinazione ».

Il dinamitardo nero era Silvio Fer­rari, 22 anni, studente, estremista di destra, figlio del rappresentante del­la Lancia di Brescia. Ferrari doveva mettere l’ordigno in piazza della Loggia dove, il mattino dopo, do­menica 20 maggio, era stato fissato il raduno degli ex-appartenenti ai Lupi di Toscana, una divisione di fanteria, decorata di medaglia d’oro al valor militare (la motivazione di­ce: « Acquistando fama leggendaria sì che il nemico sbigottito chiamò lupi gli implacabili fanti »). La bom­ba, firmata da una organizzazione di sinistra, avrebbe dovuto fare una strage fra i reduci e i drappelli mi­litari presenti alla sfilata, provocan­do così una dura reazione di destra. Secondo notizie raccolte dai ser­vizi segreti, l’azione di Ferrari era legata a un piano di mobilitazione ge­nerale di tutte le associazioni com­battentistiche italiane. Il programma prevedeva: manifestazioni di piazza sapientemente orchestrate dai fasci­sti: assalti alle sedi dei sindacati, dei partiti di sinistra e delle orga­nizzazioni extraparlamentari; atten­tati contro caserme, uffici diploma­tici stranieri, sedi dell’Anpi (l’asso­ciazione partigiani italiani), abitazio­ni di esponenti di sinistra; rivolte nelle carceri delle principali città italiane; blocchi alle linee ferroviarie e sulle autostrade. Alla tensione immediata avrebbe dovuto fare seguito, il 2 giugno fe­sta della repubblica, un colossale at­tentato in via dei Fori Imperiali, durante la tradizionale parata del­l’esercito. Obiettivo: scatenare l’ini- i zio di una guerra civile, obbligare le forze armate a intervenire per ristabilire l’ordine, annullare la Costituzione repubblicana, imporre una repubblica presidenziale di stampo reazionario controllata dai generali. Silvio Ferrari era una semplice pedina della manovra eversiva. Stan­do alle prime indagini, uno degli organizzatori del piano sarebbe stato Carlo Fumagalli, 49 anni, valtellinese, arrestato dal capitano Delfino assieme a una ventina di altri fascisti una settimana prima della morte di Ferrari. Dal 1970 Fumagalli e gli uo­mini della sua organizzazione, il Mar (Movimento di azione rivoluziona­ria), si erano sempre battuti per « una repubblica presidenziale capa­ce di far rispettare la legge, l’ordi­ne, la disciplina ».

Ex-partigiano in Valtellina, ex-co­mandante dei Gufi (un’organizzazio­ne della Resistenza, autonoma dal Comando generale del corpo di libe­razione), ex-agente dei servizi se­greti americani in Italia, ex-collaboratore, negli anni 60, dei servizi di spionaggio dell’Arabia Saudita, Fu­magalli aveva una grossa esperienza di guerriglia. In più poteva vantare amicizie e stretti legami con setto­ri del Sid (controspionaggio italia­no), dell’ esercito, e della destra « benpensante » che si identificava con la cosiddetta Maggioranza Silen­ziosa, guidata a Milano dall’avvocato Adamo Degli Occhi (convocato due volte e interrogato per 14 ore dai carabinieri dopo la strage di piazza della Loggia, provocata dall’esplosio­ne di una carica di tritolo).

« Fumagalli è il capo di tutto », af­ferma Francesco Trovato, sostituto procuratore della Repubblica a Bre­scia. A dare alla magistratura questa sicurezza sono soprattutto tre ele­menti. Primo: nell’ufficio di Fumagal­li in via Egidio Folli, a ridosso della stazione ferroviaria di Lambrate, è stata trovata una matrice per ciclo­stile con impresso un minaccioso proclama rivoluzionario, da inviare ai giornali subito dopo gli attentati che avrebbero dovuto precedere il colpo di Stato (« Dichiariamo uffi­cialmente guerra allo Stato e al bol­scevismo. Le ostilità continueranno con attentati alle principali linee ferroviarie »).
Il secondo elemento in mano alla magistratura, è la Land Rover tro­vata, sempre a Milano, nel garage del capo del Mar in via Felice Poggi. La fuoristrada era intestata alla stes­sa persona (Antonio Sirtori, milane­se, iscritto al Msi-Destra nazionale) e rifornita degli stessi equipaggia­menti (sacchi a pelo, divise da guer­riglieri, viveri a secco), di quella servita a Giancarlo Esposti, Alessan­dro D’Intino, Salvatore Vivirito, Ales­sandro Danieletti, per raggiungere il campo Dux di Rascino, in provincia di Rieti il giorno della strage di piaz­za della Loggia. I quattro avevano il compito di fare l’attentato a Roma il 2 giugno. Sorpresi dai carabinieri giovedì 30 maggio, sono stati cattura­ti ed Esposti è rimasto ucciso con in mano una pistola Mauser con la quale aveva sparato su un appun­tato e un brigadiere, ferendoli gra­vemente.

pian-del-rascino2

Il terzo elemento, infine, che pro­va la parte di capo avuta da Fu­magalli nella congiura, sono le con­fessioni di Kim Borromeo e Giorgio Spedini, i due fascisti arrestati per primi da Delfino. Muti sino al gior­no della strage di Brescia, Borro­meo e Spedini han­no confermato il lo­ro diretto legame con Fumagalli, han­no detto che il tri­tolo in loro posses­so lo stavano tra­sportando per con­to del Mar, rivelato i rifugi segreti dei terroristi fascisti nelle grotte della Valtellina, fornito notizie sui campi di addestramento, elencato nomi, indi­rizzi, struttura ope­rativa dell’organiz­zazione, suggerito in­dicazioni sulla man­cata missione dina­mitarda di Ferrari e sugli ambienti bre­sciani, veronesi e milanesi in cui cer­care gli esecutori materiali della stra­ge di piazza della Loggia.

Assieme alle co­incidenze, ai docu­menti e alle confes­sioni che i carabi­nieri hanno accumu­lato in questi gior­ni, esistono nei con­fronti di Fumagalli anche precisi rap­porti del ministero dell’Interno e del Sid. Spiegano come il capo del Mar fosse uno dei principali coordinatori di una specie di gran consiglio del neofascismo attorno al quale ruota­vano le Sam, squadre di azione Mus­solini: 40 attentati a Milano dal 1969 al 1974; Ordine Nero: 10 bombe contro edifici pubblici e ferrovie fra il febbraio e l’aprile 1974; Anno Ze­ro, un gruppo di giovani romani, veronesi, torinesi e triestini specia­lizzati nella propaganda terroristi­ca; Ordine Nero, composto da ex ­aderenti del disciolto Ordine Nuovo, il movimento fondato dal deputato missino Pino Rauti; Avanguardia Nazionale, un’associazione di picchia­tori professionisti addestrati in cam­peggi paramilitari; le correnti del Msi-Destra Nazionale che si richia­mano a Rauti e Pino Romualdi (Gianni Colombo, dirigente missino di Monza, era il sorvegliante del covo per latitanti fascisti apparte­nenti alla banda Fumagalli in via Airolo a Milano); il gruppo brescia­no di Riscossa, una delirante rivistina neonazista; il nucleo della Feni­ce, l’organizzazione diretta da Giancarlo Rognoni, il missino milanese accusato di strage per l’attentato del 7 marzo 1973 al direttissimo Torino- Genova.

Nel gennaio 1974, tutti questi mo­vimenti, dopo una serie di riunioni preparatorie tenute a Roma, Tori­no, Verona e Cattolica, decisero di passare all’azione e di costituire un comitato nazionale ristretto a poche persone, cui toccava il compito di organizzare, città per città, le « cen­turie » terroristiche : quella di Bre­scia, la più scatenata, era diretta da Enzo Tartaglia, 49 anni collaborato­re di Riscossa, un fanatico che, se­condo Kim Borromeo, portava la pi­stola infilata anche nel pigiama. Nel gran consiglio c’era una sedia vuota. Era riservata al nazifascista padovano Franco Freda, il procura­tore legale accusato per la strage di piazza Fontana, massimo teorico della strategia della tensione, consi­derato da tutti « un maestro e un profeta ».

Con il Comitato di solidarietà per Franco Freda (i camerati lo chiama­no Giorgio), i vari gruppi del comi­tato nero avevano stretti contatti. Riscossa, Anno Zero, La Fenice, ne­gli anni scorsi hanno fatto una gran­de campagna di propaganda per il legale padovano (« ingiustamente ac­cusato dal potere borghese e giu­daico »). Nel gennaio 1973 Riscossa aveva pubblicato una intervista di Beppino Benedetti, un ragioniere di 41 anni (arrestato con Fumagalli), a Marco Pozzan, uno dei luogote­nenti di Freda, latitante, accusato di aver collaborato alla realizzazio­ne degli attentati del 1969. Ai tre giornali di estrema destra e ai le­gali che gli ruotavano attorno, fa­ceva capo l’organizzazione del Soc­corso Nero, una specie di San Vin­cenzo per terroristi, con una sede in Svizzera, a Bellinzona, e un punto di ritrovo a Barcellona, in Spagna.

Compito del Soccorso Nero, coor­dinato all’estero da un collaborato­re di Riscossa e da un giornalista di destra legato al Sid, era quello di aiutare i « camerati » fuggiaschi (in Svizzera ce ne sono di importantissimi: Clemente Graziani, lea­der di Ordine Nero, Elio Massagran­de, uno dei responsabili di Anno Ze­ro, Giancarlo Rognoni e il suo luo­gotenente Piero Battiston, denun­ciato per detenzione di esplosivo, Gianni Nardi, ricercato per l’assas­sinio del commissario Luigi Calabre­si). All’estero sarebbe dovuto anda­re anche Freda.

Il Mar nei suoi programmi preve­deva anche la liberazione di Freda attraverso lo scambio con un grup­po di quattro magistrati milanesi : Gerardo d’Ambrosio, autore dell’in­dagine su piazza Fontana, Ciro De Vincenzo, Libero Riccardelli (l’accu­satore di Nardi) e Vincenzo De Liguori. Nelle cantine di via Folli, gli uomini di Fumagalli avevano già pre­parato i pannelli isolanti adatti a costruire le celle per i sequestrati.

Stando all’indagine dei magistrati bresciani, oltre ai sequestri di tipo politico, i congiurati avevano idea­to rapimenti a scopo di estorsione (anzi, ne avrebbero fatto uno nel mese di aprile ricavandone 400 mi­lioni). Ma i giudici di Brescia sono poco convinti di questa traccia. I finanziamenti, cospicui, arrivavano ai fascisti per vie molto meno ri­schiose : conti cifrati in una banca di Lugano, sui quali mandanti e fi­nanziatori depositavano, coperti dal­l’anonimato, le sovvenzioni per le stragi. Solo pochi uomini del co­mitato nero conoscono i nomi dei grandi pagatori del neofascismo ita­liano. Questi nomi sono la grossa lacuna nella mappa sulle trame ne­re del capitano Delfino.

Stefano Serpa sul capitano Delfino e la P2

SERPA afferma di aver conosciuto DELFINO “tantissimi anni fa”. All’epoca era già capitano dei Carabinieri ed era nei servizi. SERPA ha confermato il seguente passo del verbale del 10.9.96 davanti alla DDA di Reggio Calabria :
“…vi è sempre stato un rapporto molto stretto tra Antonio NIRTA, denominato u du nasi e i colonnello dei Carabinieri DELFINO, originario di Platì. Il DELFINO vissuto all’ombra del padre, Maresciallo dei Carabinieri del suo paese di origine, ereditò dal genitore tutte le conoscenze di San Luca e Platì. Il colonnello DELFINO riceveva da Antonio NIRTA informazioni relative ai sequestrati che prelevati nell’hinterland milanese, venivano <acquistati> dallo stesso NIRTA, dai PAPALIA, dai PELLE e BARBARO. Sempre il NIRTA forniva all’ufficiale informazioni che gli permettevano di liberare i sequestrati. Dopo che questi, nella maggior parte dei casi, avevano già pagato il riscatto. E ove non l’avessero già fatto, era il NIRTA che acquistava il denaro, non nella misura corrisposta dai familiari dei sequestrati ma in entità inferiore, in quanto il resto andava al colonnello DELFINO” .

Fonte di quanto sopra lo stesso NIRTA , Vincenzo MACRI’ e perfino i “servizi”. SERPA ha spiegato che le amicizie che aveva i padre di DELFINO sono stransitate al figlio. Così come il padre prendeva i soldi, anche il figlio li prendeva. SERPA ha altresì confermato che NIRTA era da sempre simpatizzante della destra eversiva, condividendo la volontà dei DE STEFANO di inserire la ‘Ndrangheta in quel contesto . Ha
confermato, inoltre, che “in ciò il colonnello DELFINO giocò un ruolo importante essendo egli massone con legami alla P2 di Licio GELLI.”
Tali fatti li aveva appresi dallo stesso NIRTA durante la comune detenzione a Reggio Calabria. Non solo NIRTA, ma anche Paolo DE STEFANO era amico di DELFINO. Il Colonnello DELFINO ebbe ad occuparsi dello stesso Paolo DE STEFANO su richiesta di NIRTA. Infatti tra NIRTA e Paolo DE STEFANO non correva buon sangue ed allora DELFINO avrebbe potuto prendere delle iniziative nei
confronti del medesimo DE STEFANO, come arrestarlo o indagarlo. SERPA ha aggiunto che DELFINO, attraverso le sue conoscenze “all’interno dell’eversione di destra” e facendo parte della P2 avrebbe potuto far sapere a NIRTA quale esattamente era stato il tipo di accordo siglato a Montalto. SERPA ha confermato anche il seguente passo “Sempre NIRTA sperava che il tentativo di golpe ideato da BORGHESE avesse un esito favorevole affinchè egli potesse occupare nella nuova organizzazione un ruolo di primo piano”. Dallo stesso NIRTA ha appreso della sua conoscenza con Licio GELLI.
Ha confermato anche che dei rapporti DELFINO-NIRTA era a conoscenza anche Giovanni VOTTARI, assassinato in Milano. Anzi, questi custodiva della documentazione che lo stesso DELFINO aveva consegnato al NIRTA. In detta documentazione sarebbe stato compreso un elenco dei presenti a Montalto, compresi i “politici”, nonché altra documentazione attinente ai apporti tra massoneria e ‘Ndrangheta e l’elenco dei sequestri ai quali aveva partecipato. Da NIRTA aveva anche appreso dei rapporti di DELFINO con la P2.

Vincenzo Vinciguerra sul capitano Delfino – 12.01.95

“Avanguardia Nazionale è stato un gruppo che ha operato per conto del Principe BORGHESE , l’ufficiale DELFINO rientra tra coloro che si trovavano in una posizione sovrastante tale gruppo e non all’interno di esso. Voglio aggiungere che successivamente all’operazione di PG. che portò all’arresto dei noti BORROMEO e SPEDINI, Stefano DELLE CHIAIE me ne parlò in tono abbastanza risentito in quanto il Capitano DELFINO , e genericamente i Carabinieri della zona, conoscevano l’attività svolta dai due anche per quanto riguardava il trasporto di armi e munizioni e pertanto l’arresto era stato strumentale finalizzato all’operazione successiva contro il MAR di FUMAGALLI. Non voglio sbagliare , ma credo di ricordare che DELLE CHIAIE collegasse l’allora Capitano DELFINO al Generale Gianadelio MALETTI e mi giustificasse in tal modo l’azione antiavanguardista di quel periodo.
Sempre a livello di ipotesi posso suggerire che un eventuale collegamento fra DELFINO ed Avanguardia possa essersi stabilito al tempo del Golpe BORGHESE, quando Toni NIRTA attivò 1000-1500 uomini in Calabria la notte del sette sull’otto dicembre del 1970 per concorrere all’operazione predisposta con l’ausilio di forze militari e di polizia. Posso aggiungere che i rapporti tra DELFINO e NIRTA mi sono stati indicati in più occasioni come buoni mentre il NIRTA conosceva personalmente lo Stefano DELLE CHIAIE. Gaetano ORLANDO ebbe a dirmi esplicitamente nel carcere di Parma che del M.A.R. faceva parte anche un certo MOTTA che lavorava nel Ministero degli Interni e che non poteva essere confuso con il MOTTA ex-ufficiale degli Alpini e dei Partigiani Bianchi. ORLANDO sottolineò che di questo MOTTA del Ministero degli Interni non si era mai parlato. Voglio fare presente che l’attività di contrasto dell’Arma di Brescia verso il M.A.R. non va assolutamente interpretata nello scenario di uno scontro personale tra il Capitano DELFINO e il FUMAGALLI ma tra gli apparati dello Stato che in quel momento fra loro si scontravano e cioè il S.I.D. e l’Ufficio Affari Riservati”.

Memoria pm strage piazza della Loggia