Lettera di Edgardo Sogno a L’Espresso e risposta 24.03.1974

In merito a quanto pubblicato sul numero 8 dell'”Espresso” del 24 febbraio nell’articolo “Streppa e moschetto”, a firma di Gabriele Invernizzi, vorrei precisare che non ho mai avuto alcun rapporto diretto o indiretto con le persone citate dell’articolo come organizzatori o sostenitori della cosiddetta e non meglio precisata maggioranza silenziosa e cioè con l’avvocato Adamo Degli Occhi, il signor Luciano Buonocore e gli industriali Attilio Monti e Furio Cicogna. A maggior ragione non sono mai stato invitato né è mai stata mia intenzione partecipare alle manifestazioni delle maggioranze silenziose, di solidarietà con le forze armate o alle giornate anticomuniste citate nell’articolo.
Edgardo Sogno

La memoria stavolta ha giocato davvero un brutto scherzo all’ambasciatore Sogno se non ricorda quel lunedì sera dell’ottobre scorso in cui egli invitò tutto lo stato maggiore della maggioranza silenziosa (e cioè Adamo Degli Occhi, Luciano Buonocore e Margherita di Solagna) a celebrare presso la sala del Grenchetto di Milano la presenza dei liberali nella Resistenza. Allo stesso modo Sogno ha dimenticato che il giorno precedente Luciano Buonocore e Margherita di Solagna, furono ospiti della sua villa Arborio Mella a Limbiate, dove assieme discussero la possibilità di organizzare giornate anticomuniste. Circa infine i suoi rapporti con i rappresentanti della destra industriale italiana come Monti e Cicogna, basta scorrere l’elenco dei partecipanti ai convegni di studio per la “Rifondazione dello Stato” organizzati da Sogno.
Gabriele Invernizzi

“L’orchestra nera” – Panorama 13.07.1974

Se la tiene sul cuore, ben custodita nella tasca interna della giacca di gabardine marrone scuro che indossa da tre settimane, da quando martedì 28 maggio la bomba fascista ha uc­ciso sette persone in piazza della Loggia a Brescia. È la mappa dei personaggi del terrorismo nero. La più completa mai fatta sino a oggi in Italia. Se l’è costruita pezzo per pezzo con un paziente lavoro di me­si. Francesco Delfino, 36 anni, cala­brese di Platì, capitano dei carabi­nieri e comandante del nucleo inve­stigativo di Brescia, è l’uomo sul quale governo e magistratura puntano per dare al Paese nomi e co­gnomi degli assassini fascisti, dei lo­ro mandanti e dei loro finanziatori.

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Dal 9 marzo 1974, giorno dell’arre­sto di Kim Borromeo e Giorgio Spe­dini, i due terroristi sorpresi in val Camonica con 57 chili di tritolo, Delfino non ha avuto più un minuto di tregua. Mangia una volta al gior­no (l’unico pasto un po’ tranquillo l’ha fatto martedì 4 giugno con alcuni amici al ristorante La Sosta di Brescia), dorme quattro ore per not­te quando gli va bene, passa le gior­nate tra perquisizioni, interrogatori, arresti e tentativi, quasi sempre va­ni, di sfuggire al perenne assedio dei 22 giornalisti che a Brescia se­guono lo sviluppo delle indagini sul­le trame nere.
« La strada maestra per riuscire a mettere le mani sui massacratori di piazza della Loggia », dicono al tribunale di Brescia, « è quella di ri­costruire la storia della trama ever­siva che, ormai ne siamo certi, ave­va cominciato tre mesi fa a operare sul piano pratico ». « Era una con­giura », precisa il giudice istruttore Giovanni Arcai, « che siamo riusciti a fermare proprio nel momento più pericoloso, quello di un tentativo di colpo di Stato ». « La scintilla che avrebbe potuto farlo scattare », ag­giunge il sostituto procuratore della Repubblica Enzo Giannini, « doveva essere la bomba che la notte del 19 maggio 1974 ha ucciso il terrorista che la stava portando a destinazione ».

Il dinamitardo nero era Silvio Fer­rari, 22 anni, studente, estremista di destra, figlio del rappresentante del­la Lancia di Brescia. Ferrari doveva mettere l’ordigno in piazza della Loggia dove, il mattino dopo, do­menica 20 maggio, era stato fissato il raduno degli ex-appartenenti ai Lupi di Toscana, una divisione di fanteria, decorata di medaglia d’oro al valor militare (la motivazione di­ce: « Acquistando fama leggendaria sì che il nemico sbigottito chiamò lupi gli implacabili fanti »). La bom­ba, firmata da una organizzazione di sinistra, avrebbe dovuto fare una strage fra i reduci e i drappelli mi­litari presenti alla sfilata, provocan­do così una dura reazione di destra. Secondo notizie raccolte dai ser­vizi segreti, l’azione di Ferrari era legata a un piano di mobilitazione ge­nerale di tutte le associazioni com­battentistiche italiane. Il programma prevedeva: manifestazioni di piazza sapientemente orchestrate dai fasci­sti: assalti alle sedi dei sindacati, dei partiti di sinistra e delle orga­nizzazioni extraparlamentari; atten­tati contro caserme, uffici diploma­tici stranieri, sedi dell’Anpi (l’asso­ciazione partigiani italiani), abitazio­ni di esponenti di sinistra; rivolte nelle carceri delle principali città italiane; blocchi alle linee ferroviarie e sulle autostrade. Alla tensione immediata avrebbe dovuto fare seguito, il 2 giugno fe­sta della repubblica, un colossale at­tentato in via dei Fori Imperiali, durante la tradizionale parata del­l’esercito. Obiettivo: scatenare l’ini- i zio di una guerra civile, obbligare le forze armate a intervenire per ristabilire l’ordine, annullare la Costituzione repubblicana, imporre una repubblica presidenziale di stampo reazionario controllata dai generali. Silvio Ferrari era una semplice pedina della manovra eversiva. Stan­do alle prime indagini, uno degli organizzatori del piano sarebbe stato Carlo Fumagalli, 49 anni, valtellinese, arrestato dal capitano Delfino assieme a una ventina di altri fascisti una settimana prima della morte di Ferrari. Dal 1970 Fumagalli e gli uo­mini della sua organizzazione, il Mar (Movimento di azione rivoluziona­ria), si erano sempre battuti per « una repubblica presidenziale capa­ce di far rispettare la legge, l’ordi­ne, la disciplina ».

Ex-partigiano in Valtellina, ex-co­mandante dei Gufi (un’organizzazio­ne della Resistenza, autonoma dal Comando generale del corpo di libe­razione), ex-agente dei servizi se­greti americani in Italia, ex-collaboratore, negli anni 60, dei servizi di spionaggio dell’Arabia Saudita, Fu­magalli aveva una grossa esperienza di guerriglia. In più poteva vantare amicizie e stretti legami con setto­ri del Sid (controspionaggio italia­no), dell’ esercito, e della destra « benpensante » che si identificava con la cosiddetta Maggioranza Silen­ziosa, guidata a Milano dall’avvocato Adamo Degli Occhi (convocato due volte e interrogato per 14 ore dai carabinieri dopo la strage di piazza della Loggia, provocata dall’esplosio­ne di una carica di tritolo).

« Fumagalli è il capo di tutto », af­ferma Francesco Trovato, sostituto procuratore della Repubblica a Bre­scia. A dare alla magistratura questa sicurezza sono soprattutto tre ele­menti. Primo: nell’ufficio di Fumagal­li in via Egidio Folli, a ridosso della stazione ferroviaria di Lambrate, è stata trovata una matrice per ciclo­stile con impresso un minaccioso proclama rivoluzionario, da inviare ai giornali subito dopo gli attentati che avrebbero dovuto precedere il colpo di Stato (« Dichiariamo uffi­cialmente guerra allo Stato e al bol­scevismo. Le ostilità continueranno con attentati alle principali linee ferroviarie »).
Il secondo elemento in mano alla magistratura, è la Land Rover tro­vata, sempre a Milano, nel garage del capo del Mar in via Felice Poggi. La fuoristrada era intestata alla stes­sa persona (Antonio Sirtori, milane­se, iscritto al Msi-Destra nazionale) e rifornita degli stessi equipaggia­menti (sacchi a pelo, divise da guer­riglieri, viveri a secco), di quella servita a Giancarlo Esposti, Alessan­dro D’Intino, Salvatore Vivirito, Ales­sandro Danieletti, per raggiungere il campo Dux di Rascino, in provincia di Rieti il giorno della strage di piaz­za della Loggia. I quattro avevano il compito di fare l’attentato a Roma il 2 giugno. Sorpresi dai carabinieri giovedì 30 maggio, sono stati cattura­ti ed Esposti è rimasto ucciso con in mano una pistola Mauser con la quale aveva sparato su un appun­tato e un brigadiere, ferendoli gra­vemente.

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Il terzo elemento, infine, che pro­va la parte di capo avuta da Fu­magalli nella congiura, sono le con­fessioni di Kim Borromeo e Giorgio Spedini, i due fascisti arrestati per primi da Delfino. Muti sino al gior­no della strage di Brescia, Borro­meo e Spedini han­no confermato il lo­ro diretto legame con Fumagalli, han­no detto che il tri­tolo in loro posses­so lo stavano tra­sportando per con­to del Mar, rivelato i rifugi segreti dei terroristi fascisti nelle grotte della Valtellina, fornito notizie sui campi di addestramento, elencato nomi, indi­rizzi, struttura ope­rativa dell’organiz­zazione, suggerito in­dicazioni sulla man­cata missione dina­mitarda di Ferrari e sugli ambienti bre­sciani, veronesi e milanesi in cui cer­care gli esecutori materiali della stra­ge di piazza della Loggia.

Assieme alle co­incidenze, ai docu­menti e alle confes­sioni che i carabi­nieri hanno accumu­lato in questi gior­ni, esistono nei con­fronti di Fumagalli anche precisi rap­porti del ministero dell’Interno e del Sid. Spiegano come il capo del Mar fosse uno dei principali coordinatori di una specie di gran consiglio del neofascismo attorno al quale ruota­vano le Sam, squadre di azione Mus­solini: 40 attentati a Milano dal 1969 al 1974; Ordine Nero: 10 bombe contro edifici pubblici e ferrovie fra il febbraio e l’aprile 1974; Anno Ze­ro, un gruppo di giovani romani, veronesi, torinesi e triestini specia­lizzati nella propaganda terroristi­ca; Ordine Nero, composto da ex ­aderenti del disciolto Ordine Nuovo, il movimento fondato dal deputato missino Pino Rauti; Avanguardia Nazionale, un’associazione di picchia­tori professionisti addestrati in cam­peggi paramilitari; le correnti del Msi-Destra Nazionale che si richia­mano a Rauti e Pino Romualdi (Gianni Colombo, dirigente missino di Monza, era il sorvegliante del covo per latitanti fascisti apparte­nenti alla banda Fumagalli in via Airolo a Milano); il gruppo brescia­no di Riscossa, una delirante rivistina neonazista; il nucleo della Feni­ce, l’organizzazione diretta da Giancarlo Rognoni, il missino milanese accusato di strage per l’attentato del 7 marzo 1973 al direttissimo Torino- Genova.

Nel gennaio 1974, tutti questi mo­vimenti, dopo una serie di riunioni preparatorie tenute a Roma, Tori­no, Verona e Cattolica, decisero di passare all’azione e di costituire un comitato nazionale ristretto a poche persone, cui toccava il compito di organizzare, città per città, le « cen­turie » terroristiche : quella di Bre­scia, la più scatenata, era diretta da Enzo Tartaglia, 49 anni collaborato­re di Riscossa, un fanatico che, se­condo Kim Borromeo, portava la pi­stola infilata anche nel pigiama. Nel gran consiglio c’era una sedia vuota. Era riservata al nazifascista padovano Franco Freda, il procura­tore legale accusato per la strage di piazza Fontana, massimo teorico della strategia della tensione, consi­derato da tutti « un maestro e un profeta ».

Con il Comitato di solidarietà per Franco Freda (i camerati lo chiama­no Giorgio), i vari gruppi del comi­tato nero avevano stretti contatti. Riscossa, Anno Zero, La Fenice, ne­gli anni scorsi hanno fatto una gran­de campagna di propaganda per il legale padovano (« ingiustamente ac­cusato dal potere borghese e giu­daico »). Nel gennaio 1973 Riscossa aveva pubblicato una intervista di Beppino Benedetti, un ragioniere di 41 anni (arrestato con Fumagalli), a Marco Pozzan, uno dei luogote­nenti di Freda, latitante, accusato di aver collaborato alla realizzazio­ne degli attentati del 1969. Ai tre giornali di estrema destra e ai le­gali che gli ruotavano attorno, fa­ceva capo l’organizzazione del Soc­corso Nero, una specie di San Vin­cenzo per terroristi, con una sede in Svizzera, a Bellinzona, e un punto di ritrovo a Barcellona, in Spagna.

Compito del Soccorso Nero, coor­dinato all’estero da un collaborato­re di Riscossa e da un giornalista di destra legato al Sid, era quello di aiutare i « camerati » fuggiaschi (in Svizzera ce ne sono di importantissimi: Clemente Graziani, lea­der di Ordine Nero, Elio Massagran­de, uno dei responsabili di Anno Ze­ro, Giancarlo Rognoni e il suo luo­gotenente Piero Battiston, denun­ciato per detenzione di esplosivo, Gianni Nardi, ricercato per l’assas­sinio del commissario Luigi Calabre­si). All’estero sarebbe dovuto anda­re anche Freda.

Il Mar nei suoi programmi preve­deva anche la liberazione di Freda attraverso lo scambio con un grup­po di quattro magistrati milanesi : Gerardo d’Ambrosio, autore dell’in­dagine su piazza Fontana, Ciro De Vincenzo, Libero Riccardelli (l’accu­satore di Nardi) e Vincenzo De Liguori. Nelle cantine di via Folli, gli uomini di Fumagalli avevano già pre­parato i pannelli isolanti adatti a costruire le celle per i sequestrati.

Stando all’indagine dei magistrati bresciani, oltre ai sequestri di tipo politico, i congiurati avevano idea­to rapimenti a scopo di estorsione (anzi, ne avrebbero fatto uno nel mese di aprile ricavandone 400 mi­lioni). Ma i giudici di Brescia sono poco convinti di questa traccia. I finanziamenti, cospicui, arrivavano ai fascisti per vie molto meno ri­schiose : conti cifrati in una banca di Lugano, sui quali mandanti e fi­nanziatori depositavano, coperti dal­l’anonimato, le sovvenzioni per le stragi. Solo pochi uomini del co­mitato nero conoscono i nomi dei grandi pagatori del neofascismo ita­liano. Questi nomi sono la grossa lacuna nella mappa sulle trame ne­re del capitano Delfino.

Gaetano Orlando – dichiarazioni 13.02.1991

Il GI da’ atto che l’ Orlando viene sentito in qualita’ di teste in quanto non ha procedimenti pendenti ed in quanto i fatti su cui potra’ essere sentito appaiono comunque coperti da giudicato penale, essendo gia’ stato condannato con sentenza definitiva in fase di espiazione. Il GI chiede quindi al teste se questi sia a conoscenza e sia stato a conoscenza negli anni ‘60 e ‘70 di una struttura in funzione anticomunista e dei rapporti eventuali tra tale struttura e la organizzazione denominata Mar. Il GI richiama quindi all’ attenzione del teste la denominazione “Gladio” che risulta ora data ad una organizzazione di civili e richiede se fosse al corrente di tale denominazione.

Il teste risponde: oggi, nel clima che si e’ creato in Italia, ho delle difficoltà nel parlare di questi fatti. Mi chiedo ad esempio a che cosa sia servito il fatto che Vinciguerra nei suoi verbali abbia detto moltissime cose di estrema importanza. Tutto quello che diceva Vinciguerra e’ vero. Aggiungo che a seguito della condanna riportata sono considerato un sequestratore a scopo di estorsione, mentre tutto quello che ho fatto aveva una precisa funzione politica e si inseriva in una strategia politica ben precisa. Comincero’ dando a voi magistrati una indicazione.
Il 25.04.74 c’e’ stata una riunione di partigiani in Valtellina. Dovreste accertare chi ha partecipato a questa riunione. C’erano delle persone che ora vengono indicate come degli eroi.  La riunione si tenne a Grosio, più precisamente a Valgrosina. L’ arma dei carabinieri sa tutto di questa riunione. Ci sono delle fotografie dei partecipanti, nonche’ l’ elenco di tutti costoro. Anche la stampa dette risalto alla manifestazione. Parlo della stampa locale.
Sollecitato da loro magistrati ad essere piu’ preciso e piu’ chiaro voglio fare una premessa. Il maggiore Rossi, della divisione Pastrengo quando venne trovato il corpo di Feltrinelli a Segrate dette come prima indicazione che potessi essere io. Questo fatto, unitamente ad altri mi indusse a prendere le distanze dal Fumagalli, col quale avevo strettamente collaborato fino al 1970.
Ricordo un dettaglio, cioe’ che panorama pubblico’ una mia foto, ripresa col teleobiettivo a mia insaputa mentre mi trovavo nella officina del Fumagalli di Segrate, presso la quale lavoravo. Detto questo devo aggiungere che il Fumagalli non è lo sprovveduto che affermava di essere nelle dichiarazioni rese a lei GI e che ora lei sinteticamente mi rappresenta.
La Valtellina non doveva essere un fatto isolato. Io ho creduto di fare qualcosa di utile per l’ Italia in un certo momento politico. Alcuni che fra coloro come me, hanno pensato questo ora sono considerati degli eroi, mentre io sono condannato come un volgare delinquente. Faccio poi presente che molte cose di quelle che mi chiedete gia’ si sanno in quanto sono evidenziate in atti processuali.

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Ad esempio un teste sentito nel processo contro il Mar ha dichiarato di aver partecipato ad una riunione cui erano presenti dei generali, anche statunitensi. Questa persona, un ex partigiano della zona, una volta, sentito dai cc di tirano disse loro pressoche’ testualmente “non fatene tante perche’ io sono protetto da gente con le stellette sulle spalle”. Ancora interrogato in merito a eventuali rapporti fra Mar e Gladio, dichiaro che a quel tempo il nome Gladio non esisteva. Comunque il Mar non e’ stata una pazzia, non e’ stato un fungo. Si e’ mosso in un contesto ben preciso e con compiti ben precisi.
Quello che dice Vinciguerra e’ vero, il Fumagalli, secondo Vinciguerra era un agente della Cia. Per quanto mi riguarda anch’ io, seppure con delle perplessita’, non sono alieno dal condividere questa opinione. Per tutto un complesso di ragioni, per tutta una storia che prende le mosse dal Veneto e in particolare da Verona, ho seri motivi per ritenere che il Fumagalli fosse ricattato. Sono convinto che a un certo punto non poteva piu’ uscirne.
Tornando al discorso che avevo iniziato ribadisco che il Mar ha avuto un suo spessore. In relazione ai cosiddetti “Nasco” mi chiedo perche’ non si faccia un controllo sulle armi del Fumagalli, o meglio per quelle che sono state trovate in Valtellina e per le quali sono stato condannato negli anni 1970 nel processo celebratosi in Toscana, armi trovate in Valtellina nel 1970.
Io so da dove venivano quelle armi. Provenivano da ambienti dei cc del Veneto, in particolare di Padova. Quelle armi, almeno in parte provenivano da sequestri operati dai carabinieri. Che provenissero da sequestri e’ una mia presunzione in quanto si trattava di armi usate. Sono certo invece che vennero date dai cc. Sin dal 1964, in Valtellina, c’ erano caserme dei cc che disponevano di armi da consegnare a civili in funzione di anticomunista. Cio’ l’ho appreso nel 1966, nell’ ambiente politico da me frequentato a quel tempo. Sapevo bene l’esistenza di una struttura che doveva contrastare l’ avanzata del partito comunista e che a tal fine poteva disporre anche di armi. Aggiungo che le consegne di armi fatteci da alcuni ufficiali dei cc di Padova le consideravano una dimostrazione di fiducia e di simpatia da parte dell’ arma. Le armi provenienti dal veneto erano destinate alla Valtellina nonche’ ad altre localita’. Dico questo con riferimento in particolare all’anno 1969. In questa faccenda c’erano di mezzo i servizi segreti e ufficiali americani. Nel 1969, nei mesi di settembre ottobre novembre vi furono a Padova parecchie riunioni. Io partecipai ad alcune di queste in rappresentanza del Mar. Il Fumagalli, invece, non partecipo che sporadicamente a queste riunioni, forse a una sola.
Erano presenti ufficiali dei cc, ufficiali americani della base Nato di Vicenza, nonche’ quel tale “penna nera” . Ora che lei GI mi da lettura di quanto riferito da Vinciguerra in merito a questo “penna nera” nel verbale del 26.10.87, posso dire che costui si identifica nel Dogliotti. Oltre ai predetti ufficiali c’ erano rappresentanze

Di civili provenienti da diverse aree del nord, in particolare la Toscana, il Piemonte, la Lombardia, la Liguria. Parte dei toscani erano del Mar, altri erano in rappresentanza di altri movimenti anticomunisti. Al termine di queste riunioni avveniva la consegna delle armi nel senso che nel bagagliaio delle macchine si trovavano delle armi. Parte delle armi che mi sono state date a Padova sono state rinvenute in Valtellina, cosi’ almeno credo, ed hanno formato oggetto del procedimento toscano a mio carico.
Adr: a queste riunioni normalmente partecipava una trentina di persone fra ufficiali e civili. Le riunioni si tenevano in locali pubblici di Padova o nella zona circostante, ovvero in case private. In occasione di tali riunioni non ho mai soggiornato a Padova. Preferivo tornare direttamente alla mia residenza oppure dormire in localita’ vicino a Padova, ma di solito rientravo. E’ evidente ormai dal mio discorso che queste armi ci venivano date in funzione interna anticomunista. La storia che una struttura di tal genere dovesse servire contro una invasione straniera, e’ a mio giudizio una barzelletta. Allora tale ipotesi non si ventilava nemmeno.
La struttura di cui parlo faceva capo agli americani che davano gli ordini, mentre i cc provvedevano al coordinamento. Voglio ora parlare di una riunione avvenuta a Milano il 700320 o comunque nel marzo del 1970 presso il circolo dalmata giuliano, riunione che sancì la nascita del raggruppamento “Italia Unita” . Questo raggruppamento rappresento’ l’ unificazione di 18 gruppi extraparlamentari di destra. Io aderii in rappresentanza del Mar. Venne costituito un comitato direttivo e venne nominato presidente onorario il generale Bertoldi Felice e presidente effettivo il generale Biagi.

Adr: la cosiddetta “Maggioranza silenziosa” era una articolazione di questa struttura.

Adr: Avanguardia Nazionale fu esclusa dal raggruppamento Italia Unita poiche’ il suo rappresentante era persona sgradita, non solo a me.

Adr: a questa riunione partecipo’ Bertoli, che fu uno dei promotori. A mio giudizio tutta la destra, pur nelle sue molteplici articolazioni ha un denominatore comune costituito dall’ anticomunismo, che rappresentava la base il cemento del raggruppamento Italia Unita.

Adr: circa i miei rapporti con Bellini Guido confermo le dichiarazioni rese al GI di Bologna il 07.03.84. Il fratello, Bellini Paolo, lo conobbi successivamente in Italia. In stato di liberta’ può essere che abbia incontrato il Bellini Paolo se questi e’ la persona che una volta accompagnava il fratello e che venne presentato come un brasiliano. Mi pare che si sia presentato con cognome “Da Silva” e che abbia detto di essere un pilota brasiliano. Questa persona mi fece una cattiva impressione ed esternai questo mio giudizio al Bellini Guido, il quale non mi disse che Ilda Silva era suo fratello. Il rapporto col Bellini Guido riguarda esclusivamente il mio lavoro di importatore che a quel tempo svolgevo in Paraguay e il mio rapporto col bellini paolo si e’ risolto nei termini sopradetti.

Adr: lo stesso giorno del mio arresto incontrai Zicari a Milano in piazza Tirana. Per essere preciso lo incontrai la notte prima del mio arresto. Lo Zicari apparteneva ai servizi e doveva venire con me in Valtellina per visitare il luogo di un campo di addestramento militare. Lo Zicari aveva nascosto su di se un registratore, col quale appunto registro’ la nostra conversazione. Non avevo motivo di dubitare dello Zicari, che era accreditato dal Degli Occhi, e percio’ parlai liberamente. Rettifico quanto ho prima detto precisando che lo Zicari non aveva con se un registratore, bensi’ un microfono attraverso il quale era in contatto con persone occultate in un camion per traslochi contenente una attrezzatura da ascolto, parcheggiato poco distante dalla macchina dove ebbe luogo la mia conversazione con lo Zicari. Le notizie relative a queste modalita’ di registrazione del mio discorso con lo Zicari le ho apprese dopo essere stato scarcerato dopo il novembre del 1970 da persona appartenente al mio ambiente che lo aveva a sua volta appreso dai cc.

Adr: circa l’ interrogatorio cui venni sottoposto da parte del Delle Chiaie e del Vinciguerra, dico che e’ mia profonda convinzione che il Delle Chiaie lavorasse per i servizi, anche dal tempo dell’interrogatorio e forse io debbo la vita a Delle Chiaie. Credo di non essere stato ucciso, dopo essere stato rapito in spagna, proprio grazie a Delle Chiaie. Rettifico la verbalizzazione precisando che non si tratto’ di rapimento, bensi’ di “prelevamento” . Comunque si tratto’ di un interrogatorio da me non richiesto e non voluto.

Adr: non ho mai conosciuto personalmente Esposti Giancarlo.

Ho conosciuto invece d’ intino, anzi altri ragazzi vicino al Fumagalli che aveva preso alloggio nell’ appartamento a me intestato. Ribadisco che dopo aver appreso che il Fumagalli aveva messo loro a disposizione l’ appartamento, disdissi immediatamente il contratto con raccomandata.

Adr: per tutta una serie di ragioni e di valutazioni ritengo che le armi di Esposti Giancarlo provenissero da Verona.

Adr: ho conosciuto Cauchi in Spagna, a Madrid nel 1975 o nel 1976. Io fui in Spagna dall’ agosto 1974 ai primi mesi del 1977. Di me l’ ambiente degli ordinovisti e degli avanguardisti non si fidava. Il Cauchi non si apri’ mai completamente con me sulle sue vicende politiche. Mi disse che era un fuoriuscito, mi lascio’ intendere, senza pero’ dirmi le cose in modo chiaro, che aveva avuto rapporti con servizi; non ha mai detto di aver partecipato ad attentati e neppure mi ha mai detto di avere frequentato il Gelli. Il nome del Gelli pero’ circolava in quell’ ambiente di Madrid. Io ho supposto che vi potessero essere stati dei rapporti fra Cauchi e Gelli in quanto ad un certo momento a Madrid a quelli di on e avanguardia mancavano soldi e poi seppi che Cauchi era venuto in Italia e, una volta tornato a Madrid vi erano anche i soldi. Vi vorrei chiedere se vi risulta un qualcosa in proposito della fusione tra ON e AN che non e’ mai comparso neppure sulla stampa.

Il pm di Firenze fa presente che, come risulta da atti giudiziari pubblici vi fu una riunione fra esponenti delle due organizzazioni ad Albano Laziale nell’ estate del 1975 e che nel dicembre dello stesso anno vi fu la scoperta a Roma della base di via sartorio frequentata da ordinovisti e avanguardisti.

Orlando dice: non intendevo alludere a queste cose note ma al fatto che questa unificazione fu per cosi’ dire imposta da ambienti politici italiani. Mi riferisco al fatto che a Madrid convennero esponenti politici italiani che ebbero incontri con i maggiori esponenti di ON ed AN che si trovavano in quella citta’ e dissero che la fusione era opportuna e necessaria perche’ ormai era giunto il momento in cui tutti dovevano essere pronti, alludendo ovviamente a un cambiamento della situazione politica in Italia.
Invitatomi a riferire chi fossero questi esponenti politici, orlando dice: si trattava di deputati del Msi e anche non di questo partito ma sono disposto solo a fare il nome di Romualdi Pino, deceduto.

Adr: mai il Mar ha operato attentati ai tralicci in Alto Adige. Spontaneamente aggiungo che e’ mio interesse dimostrare che non sono un delinquente e che e’ mio interesse percio’ e mia ferma volonta’ arrivare ad una ricostruzione completa e definitiva della mia vicenda umana e politica. Sono quindi disposto a essere nuovamente sentito, ma ho la necessita’ anche di confrontarmi col Fumagalli al fine di far chiarezza anche con lui su tutto quanto e’ accaduto. Ritengo che anche il Fumagalli abbia interesse a questo discorso.

Adr: quando ho fatto riferimento ad armi provenienti da Verona, intendevo riferirmi, fra gli altri anche allo Spiazzi, persona che io non ho mai conosciuto personalmente, ma che era ben conosciuto invece da Fumagalli Carlo che lo considerava un gran tecnico in fatto di armi e che lo considerava addirittura capace di progettarle e realizzarle. L’ ultima volta che vidi Fumagalli prima del suo arresto fu proprio la sera precedente al giorno in cui fu arrestato. Egli venne da me in ufficio a Milano in via Marco da Puia, ove io lavoravo presso suo fratello e mi disse: Tano, ti ho messo nella merda pero’ tu domani mattina avrai una borsa di documenti che prima esaminerai e poi ne farai l’ uso che credi. Il giorno egli fu arrestato e io di quella borsa non ho saputo piu’ nulla.

Adr: quando parlo del Bertoli che partecipo’ alla riunione in cui venne fondata Italia Unita, mi riferisco a Bertoli Raffaello.

Letto confermato e sottoscritto.­

“La destra nel fianco” – Panorama 01.04.1971

(…) Il 13 e il 14 marzo, finalmente, la sedicente maggioranza silenziosa e la minoranza sediziosa si incontra­vano ufficialmente a Milano e a Ro­ma e sfilavano insieme fino a piazza del Duomo e all’Altare della patria.

A Milano la manifestazione veni­va organizzata dai componenti del circolo Jan Palach, sede in uno scan­tinato squallido fuori e lussuoso dentro di corso di Porta Nuova 14: 15 mila manifesti e 100 mila volantini. Attivissimi co-organizzatori erano i comitati dei genitori di alunni dei licei dove più dura era stata la con­testazione di sinistra (e più nume­rose le violenze) e il comitato di agi­tazione degli avvocati contro la ri­forma tributaria, con alla testa Adamo Degli Occhi.
Alla manifestazione, sabato 13 marzo, aderiva il capogruppo democristiano in Comune, Massimo De Carolis, 30 anni, avvocato, 7.100 voti preferenziali (« Ora conto di pren­derne 15 mila », dice), promotore an­ni fa, all’università Cattolica, di una lista elettorale di destra e attual­mente pupillo politico dell’onorevole Carlo Sangalli, andreottiano. Aderi­va Vittorio D’Ajello, 47 anni, capo­gruppo socialdemocratico in Comu­ne, avvocato (adesso è pentito: « La manifestazione è degenerata », dice, « per la strumentalizzazione che han­no tentato di operare elementi fa­scisti nel corteo »).
Per la strada, tra gli altri, si erano infilati anche molti picchiatori fasci­sti (a cui la polizia aveva fatto sa­pere, tuttavia, che un solo saluto romano o un solo grido fascista sarebbe bastato a farli arrestare). C’erano un centinaio di giovani del « servizio d’ordine » di destra. C’era, per esempio, Luciano Buonocore, 26 anni, più volte protagonista, arresta­to e denunciato, di episodi di violen­za di destra. C’era Franco Rosario Mojana, leader del gruppo Alfa, del­l’università Cattolica, specializzato in incursioni violente contro aderen­ti al Movimento Studentesco. C’era Gian Luigi Radice, anche lui pluri-denunciato per episodi di violenza.

Nonostante la loro presenza, il corteo restava ancora, nell’opinione di chi lo doveva controllare, una ma­nifestazione non fascista: « Era so­prattutto gente che per mesi aveva visto il centro bloccato dai dimo­stranti di sinistra. Erano commer­cianti di San Babila, di corso Vit­torio Emanuele. C’erano molte don­ne in pelliccia, che salutavano le amiche alle finestre, le invitavano a scendere. Per questo, molta gente, che fascista non era, si unì al cor­teo ».

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Nella manifestazione di Roma, il giorno dopo, domenica 14 marzo, era invece chiara l’impronta eversi­va fascista. La manifestazione qui era organizzata dalla neo-costituita Associazione amici delle forze ar­mate, nata a Trieste e poi gravitata verso Roma, dove abita il suo at­tuale segretario, Gino Ragno, 38 an­ni, collaboratore del quotidiano II Tempo, scapolo sempre circondato da belle donne.

Già iscritto alla Dc, poi al Msi, già segretario della sezione di Roma del­la Giovane Italia, espulso nel 1957 dal Msi, amico personale di Franz Josef Strauss, il capo della destra democristiana tedesca, nel ’62 Ra­gno ha fondato l’Associazione per l’amicizia italogermanica. In questo momento non è iscritto a nessun partito: ma la notte del 7 giugno fe­steggiava il successo elettorale del Msi nella sede di via Quattro Fon­tane 25, a Roma.

« Noi vogliamo gettare un ponte tra l’opinione pubblica, le forze ar­mate e le forze dell’ordine, costantemente vilipese e insultate », dice Ra­gno, nel quartier generale dell’asso­ciazione, un appartamento a casset­toni dorati e stoffa alle pareti, in un palazzo di corso Vittorio dove hanno sede anche l’Istituto di studi mili­tari e l’Associazione di studi parla­mentari. « La manifestazione al cine­ma Adriano era anche per solidariz­zare col ministro Restivo, contro la casa del quale erano state lanciate, pochi giorni prima, due bottiglie Mo­lotov ».

Ma quella mattina all’Adriano, i tre oratori, cui era stato raccomandato di essere brevi per non far prendere pioggia al corteo, toccarono altri te­mi. « Ci incamminiamo verso una guerra civile », disse il generale Giu­seppe Valle, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica fino al 1939. E Fer­dinando Berardini, presidente della Federazione nazionale arditi d’Italia: « Bisogna far diventare fiamma rovente il clima caldo che siamo riu­sciti a conseguire ».

Per le strade il corteo scandì, pun­teggiandoli di saluti romani, slogan come « Basta con i bordelli, vogliamo i colonnelli », « Ankara, Atene, ades­so Roma viene ». A deporre la pro­grammata corona all’altare della pa­tria, davanti al picchetto d’onore dei granatieri, ordinato in servizio dal comando militare di Roma, si pre­sentarono sotto braccio, in prima fi­la, accanto all’ex-capo di Stato mag­giore generale Giorgio Liuzzi, l’ex- capo del Sifar, generale Giovanni De Lorenzo, ora deputato monarchico, il deputato missino Giulio Caradonna e lo squadrista Mario Gionfrida, mon­co perché anni fa una granata che intendeva lanciare contro un grup­po di comunisti gli era esplosa in mano.

Discrezione. A definire il tono della manifestazione basta oggi la dichia­razione di Alfredo Covelli, segreta­rio del Pdium, anche lui presente quella mattina in prima fila: « Io par­tecipai alla manifestazione, ma non sapevo che sarebbe degenerata in una squallida esibizione di estrema destra extra-parlamentare ». Alcuni deputati democristiani, che avevano mandato la loro adesione per tele­gramma, la ritirarono dopo aver let­to le cronache.

Come per Covelli, e in maggior mi­sura man mano che ci si spostava a sinistra nello schieramento politico, i toni deliranti della manifestazione di Roma vennero interpretati come un campanello d’allarme.(…)

La Maggioranza Silenziosa – estratto da “La notte della Repubblica”

Milano, 11 marzo 1971. Dopo i “Boia chi molla” di Reggio Calabria e la notte di Tora-Tora del principe Borghese, si fa largo la “maggioranza silenziosa”. ne è animatore l’avvocato milanese Adamo Degli Occhi, monarchico ed ex partigiano. L’esordio era avvenuto già a Torino, quattro giorni prima, con una manifestazione in piazza Castello indetta per difendere, così affermano i promotori, “la presenza dell’Italia che lavora, produce, paga, forma la maggioranza silenziosa degli italiani che vogliono ordine nella libertà e nel progresso sociale, e libertà di progresso nell’ordine”.
La manifestazione, che aveva avuto un modesto successo, si era conclusa con una grande zuffa. L’avvocato Degli Occhi riprova a Milano, e i risultati sono migliori. Il corteo, partito dai bastioni di Porta Venezia con circa trecento partecipanti, si gonfia per strada fino a raccogliere alcune migliaia di persone. Adamo Degli Occhi marcia davanti a tutti, avvolto nel tricolore.
La dimostrazione si conclude a Piazza Duomo, dirà lui stesso, in un tripudio di canti patriottici e di bandiere. Massimo De Carolis, uno dei leader della “maggioranza silenziosa”:
“Nel marzo del 1971 ci fu una manifestazione di quella che in quel momento non si chiamava ancora “maggioranza silenziosa”. I fascisti furono sostanzialmente assenti, cioè tentarono marginalmente di inserirsi; fu una manifestazione spontanea, di base, espressione di una opinione pubblica certamente moderata, conservatrice.
A organizzarla fu un gruppo di persone costituite in un comitato cittadino anticomunista, nessuna delle quali era iscritta al Movimento sociale italiano. Uno dei membri era addirittura un dirigente della Democrazia cristiana, c’erano dei liberali. Fu, indubbiamente, una manifestazione di base e di massa. Credo che le polemiche che suscitò fossero dovute proprio a questo fatto: la sinistra, a Milano e in Italia, si accorse per la prima volta che c’era un consenso di massa a tesi non schierate sulla sinistra”.

La notte della Repubblica, Sergio Zavoli

Carlo Fumagalli – dichiarazioni 30.09.1996

“…posso riferire un episodio narratomi nel 1971 dall’avv. Adamo DEGLI OCCHI del Foro di Milano, capo della Maggioranza Silenziosa, mio difensore e del Picone CHIODO che fu anch’egli presente alla conversazione e suo amico personale. Ebbene il DEGLI OCCHI già ci aveva detto in più occasioni che aveva stilato un lungo esposto nei confronti dell’On. ANDREOTTI, riferendo in dettaglio di tutti gli investimenti illeciti all’estero fatti dal parlamentare per il tramite della consulenza e della mediazione di Eugenio CEFIS il quale aveva provveduto a scegliere gli Istituti Bancari in Canada idonei per i depositi.

Adamo Degli Occhi

Nell’esposto che io ebbi a scrutare risultavano dunque specificati anche gli istituti Bancari canadesi e i numeri di c/c bancari di quei depositi. Ricordo che nel prosieguo lo accompagnai a Palazzo di Giustizia un giorno del ’71 in auto assieme a Picone CHIODO poiché il DEGLI OCCHI non era abilitato a condurre vetture, proprio il giorno in cui avrebbe dovuto farsi protocollare questo esposto, lo rimasi con Picone ad attenderlo all’uscita del Palazzo di Giustizia e dopo un paio d’ore il DEGLI OCCHI ritornò stupito e quasi piangente poiché l’alto Magistrato cui si era rivolto prima di formalizzare l’esposto gli aveva detto che sarebbe stato meglio non inoltrarlo perché diversamente non avrebbe più potuto lavorare al Palazzo di Giustizia di Milano. Comunque rappresento che, dalla destra che io frequentavo, ANDREOTTI rappresentava il nemico numero uno e in proposito adduco che – sempre io detenuto – durante il sequestro MORO appresi da CONCUTELLI che le forze della destra estrema da CONCUTELLI rappresentata avevano deciso l’eliminazione fisica del parlamentare procedendo anche ad una serie di pedinamenti agli inizi degli anni Settanta. Quando però si decise di passare all’azione ANDREOTTI era già stato messo sottoscorta. Erano staii individuati i siti da lui frequentati e in particolare la chiesa dove andava tutte le mattine a Messa. Il racconto di CONCUTELLI si riferiva a fatti degli inizi degli anni ’70 (‘72-73 massimo)…”).