Avv. Nino Filastò – requisitoria processo di appello 09.12.1986 – prima parte

Io sono certo che al termine di questa fatica, nostra dei difensori di parti civili, e anche vostra, loro apprezzeranno quello che è stato lo sforzo di questi difensori e dell’accusa privata. Riflettevo su quest’argomento ascoltando le ultime parole del collega avvocato Trombetti. Quando, al termine della sua disamina, di una delle posizioni certamente più rilevanti del processo che riguarda il testimone Fianchini e vi chiedeva insomma, ma perché questo signore avrebbe dovuto inventarsi queste cose? Quale motivazione, quale ragione? Con questo, sia il collega avvocato Trombetti che l’avvocato Montorzi, che chi modestamente vi sta parlando adesso, è questo in sostanza che vi vogliono dire: che questo processo è a doppio, è il processo dell’Italicus e il processo del contro-Italicus.

1974_Italicus

Contiene dentro di sé una specie di negazione di se stesso. E il compito fondamentale che si sono assunti questi difensori è proprio quello di aiutarvi a liberare la materia processuale. Da che cosa? Dalle congetture che mettono in forse quelle acquisizioni processuali che di primo acchito hanno una loro indiscutibile validità. Congetturando si può arrivare a negare tutto, voi mi capite. Ma è difficile. Perché proprio ontologicamente la congettura è un procedimento apparentemente logico per il quale si può affermare una determinata cosa facendo a meno di sostenerla con dati emergenti altrove. Quindi è questo il compito che ci siamo assunti, e l’avevamo svolto in primo grado ed è stata fonte per noi di amarezza riconoscere come la sentenza di primo grado invece è rimasta invischiata dentro a questo perverso meccanismo del “doppio processo”. Ora io, dovendo evidentemente limitare il mio contributo a cose che non sono state o che non saranno dette, mi occuperò, forse in maniera che potrebbe apparire disorganica, di alcuni aspetti della vicenda processuale, finendo per – io lo dico immodestamente – dimostrarvi come, con riferimento all’episodio De Bellis, quando si va per congetture, si rischia di restare smentiti, ma smentiti male, capite, male. Nettamente, in un modo che non potrebbe essere più plateale. L’episodio De Bellis, che tratterò alla fine, proprio dimostra fino a che punto il giudice, quando abbandona il criterio sereno, freddo, ragionato di argomentare, di pesare le circostanze per affidarsi ad un’impostazione di tipo soggettivo, attraverso la quale appunto si finisce per sostituire alle carte, anche all’argomentazione concatenata sotto un profilo logico, il salto… la congettura finisce per trovarsi, talvolta, con il tempo, di fronte ad una smentita netta.

Quindi tentando di inserirmi nelle pieghe del discorso che gli altri vi hanno fatto o che vi faranno, uno dei primi argomenti che mi pare il caso di additarvi, come argomento, circostanza processuale che indica questa doppia anima del processo, e questa doppia anima della sentenza, intendo parlarvi dell’episodio che si potrebbe intitolare come “la bomba a Firenze”. Cioè, l’esplosivo è stato messo alla stazione di Firenze? Questa valigetta che conteneva questa materia terribilmente letale, ha avuto una collocazione in quel luogo e la ricostruzione che noi sappiamo, per indiretta voce di Franci, recepita da Fianchini, per cui arriva in quel certo modo alla stazione di Firenze, Malentacchi la colloca sul treno, Franci fa da palo: è una ricostruzione attendibile? Perché è questo che dobbiamo chiederci. L’indicazione c’è nel processo, è data in quel modo, cos’è che vi contrasta? E qui ecco la sentenza di primo grado: “Sì – dice la sentenza di primo grado – è attendibile, anzi, molto probabile, quasi certo, che l’esplosivo sia stato innescato alla stazione di Firenze”. Perché? Qui a pagina 95 la sentenza espone una serie di dati, tutti concatenati, tutti certi, tutti validi, impressionanti, per affermare che: coloro i quali hanno ideato il piano, per forza hanno dovuto innescare, dare inizio al procedimento di esplosione in quel luogo. Perché? Vi rimando alla lettura di quel che è scritto in sentenza, ci sono vari motivi: se fosse stato fatto prima si correva il rischio che esplodesse prima; si è dovuto tener conto del ritardo del treno, quei diciassette minuti di ritardo; perché si era previsto che la termite che con il suo effetto di incendio, di fumo e di asfissiamento, indica che così si era programmato. Si era previsto che il treno dovesse arrivare all’interno della lunga galleria, al centro della lunga galleria appenninica e là esplodere, e quindi si è dovuto valutare anche e non solo il percorso, il tempo di percorso della tratta Roma-Bologna, ma quella tratta, quel tempo e quel percorso inferiore Firenze-Bologna detratto il ritardo, o meglio aggiunto il ritardo. E se invece le cose non sono andate come previsto lo si deve a quei tre minuti che il treno ha recuperato… quindi tutta una serie di considerazione valide per dire: sì è così. Io posso affermare che l’innesco è avvenuto qui. Però, detto questo, la sentenza contraddittoriamente signori, in maniera che non esito a definire contraddittoria, dice però inattendibile, improbabile, pressoché impossibile affermare che, non l’innesco ma l’operazione di collocamento, sia avvenuto a Firenze, con quelle modalità che vengono descritte. Ma perché? Cominciamo col dire che tutte quelle considerazioni che militano e che suffragano la ipotesi dell’innesco avvenuto alla stazione di Firenze valgono anche per il collocamento dell’esplosivo. Collocarla prima avrebbe evidentemente accresciuto i rischi di una scoperta prematura. Avrebbe accresciuto anche i rischi di una esplosione prematura benché non innescata. Voi tutti sapete, forse qualcuno non lo sa, è il caso di dirlo adesso, come talvolta un esplosivo possa deflagrare anche senza innesco. Per effetto di circostanze le più varie e circostanze che per l’appunto possono inserirsi in un lungo viaggio ferroviario: il calore, una scossa brusca, un colpo, quelle che si chiamano le correnti vaganti, cioè di correnti elettriche capaci di attivare il timer – meccanismo di esplosione per una serie di circostanze talvolta imperscrutabili. E poi che qualcuno si accorgesse di un certo bagaglio, ne chiedesse conto, un controllo di polizia, una qualsiasi circostanza… certamente tutte quelle considerazioni che fa la sentenza per dire l’innesco è certamente avvenuto a Firenze valgono anche per dire il collocamento, nella prospettiva di un piano ben preordinato, è avvenuto a Firenze.
Ma si dice: “E’ improbabile che Malentacchi sia salito fuori della pensilina, mentre il treno era ancora in corsa, perché non si sale su un treno in corsa, specialmente con un bagaglio in mano”. Questa è tipicamente una forzatura, un appesantimento pseudo logico. Sapete sulla base di quale, e di quale consistenza, argomento la sentenza a pagina 97 per esattezza, esclude questa ipotesi? Perché il Malentacchi si sarebbe venuto a trovare con una mano impiegata per attaccarsi al supporto verticale del treno e l’altra sarebbe stata usata per aprire la portiera: quindi dove sta la valigetta? Dove sta il bagaglio? Ma che si sale così su un treno in corsa? La portiera si apre prima. Si spalanca, il treno continua a procedere, con l’altra mano ci si issa a bordo. Avete mai visto qualcuno che salga su un treno in movimento usando contemporaneamente le due mani? Costui sarebbe uno sciocco, un matto, si tirerebbe sulla faccia la portiera, no? Mi par chiaro. Bloccato con questa mano all’appoggio, con quest’altra apre, la portiera la prende sul viso… Vedete, è quasi umoristica questa descrizione che vi sto proponendo, ma indica abbastanza bene, la debolezza, la inconsistenza di una congettura, di un meccanismo pseudo logico, con la quale la sentenza va a contrastare un’emergenza di prova specifica, di prova logica. Certo la foto non c’è in questo processo, il cinema, la sequenza cinematografica, la registrazione non c’è e non la troverete mai. Troverete solo delle tracce, delle immagini e una in particolare, una ingiustamente trascurata dalla sentenza. E qual è? La porta del quinto vagone trovata da alcuni viaggiatori, e per l’esattezza quelle parti civili che io qui rappresento, aperta. Al momento in cui il treno ancora sta arrivando. Circostanza eccezionale. Certamente non consueta, rilevata come stranezza immediatamente da Lascialfari Valentina che ne parla il giorno successivo alla Questura, che ne resta talmente colpita per l’anormalità del fatto da chiedere una collaborazione ai cittadini. Pubblica un trafiletto su un giornale dicendo: “Ho visto questo… i viaggiatori che fossero eventualmente scesi da questo vagone si rivolgano a me, spieghino, raccontino”.
(…) Dice: “Arrivato il treno ho notato che lo sportello della quinta carrozza, quella interessata dallo scoppio aveva una portiera aperta, come se qualcuno fosse sceso mentre il treno si fermava”. Come si fa a dire impossibile, incredibile, quando non solo non lo è sul piano della normale prevedibilità e probabilità. Ma questa ricostruzione, questo evento, il fatto che qualcuno sia salito sul treno ancora in movimento o ne sia sceso dal treno ancora in movimento, questo fatto trova una traccia una conferma. Certo non una fotografia, ma un dato che lo conforta.

“Sulle trame esplode la polemica tra i giudici di Bologna e Arezzo” – L’Unità 21.10.1976

Nuova disputa fra i giudici di Arezzo e Bologna che si so­no occupati delle inchieste sul Fronte Nazionale Rivoluzionario di Tuti e Ordine Nero. Dopo il “caso” Fianchini, l’evaso di Arezzo che con le sue rivela­zioni ha portato all’incrimina­zione di Tuti, Franci e Malentacchi per la strage dell’Italicus, una nuova vicenda divi­de la procura di Arezzo e quella di Bologna. Al centro del nuovo “caso” c’è l’avvo­cato Oreste Ghinelli, federale del MSI di Arezzo e difensore dei terroristi neri aretini.

Secondo i giudici bolognesi che hanno svolto l’inchiesta su Ordine Nero di cui Augusto Cauchi proprio ieri arrestato in Spagna era uno dei massi­mi esponenti, ci sono suffi­cienti elementi per contestare all’avvocato Ghinelli il reato di favoreggiamento nei con­fronti proprio del Cauchi, ar­restato mentre spacciava dol­lari falsi in un locale della cittadina spagnola di Mar­bella.
La stessa accusa i giudici di Bologna l’hanno rivolta an­che a un sottufficiale della questura aretina. Trasmessi gli atti per competenza terri­toriale (in quanto i reati sa­rebbero stati commessi ad Arezzo) i giudici di Bologna si sono visti tornare l’incarta­mento con una richiesta a dir poco sorprendente. La procura di Arezzo chiede, infatti, che si proceda per il reato di ca­lunnia nei confronti di colo­ro che hanno accusato Ghi­nelli: una richiesta assurda in quanto la procura aretina avrebbe prima dovuto accer­tare se le accuse contro Ghi­nelli erano infondate e rife­rire poi alla magistratura bo­lognese che in questo senso aveva voluto procedere.

In realtà vengono al petti­ne antichi nodi: già quando fu scoperta la cellula nera di Arezzo non furono approfonditi i legami che univano i terroristi con il MSI di Arezzo del quale erano esponenti Rossi, Franci, Malentacchi e Gallastroni. Ed è piuttosto significativo che solo il giudice istruttore di Bologna Vito Zincani e non la procura di Arezzo abbia af­fermato nella sentenza di rin­vio a giudizio degli ordinovi­sti neri che “a onta delle proclamazioni ufficiali le per­sone accusate di aver fatto parte di Ordine Nero opera­vano stando all’interno del partito (MSI-DN, ndr) dal quale ricevevano denaro e protezione per il tramite del locale federale e difensore di alcuni, avvocato Ghinelli”.

Queste accuse vengono dal neofascista fiorentino Andrea Brogi e da Alessandra De Bellis, moglie di Augusto Cauchi. Andrea Brogi partecipò alla famosa riunione di Monte San Savino nel corso della quale furono messi a punto: piani per gli attentati di Moiano, Ancona e Bologna. Brogi non può essere considerato un mitomane: egli faceva parte del gruppo eversivo, conosceva tutti i retroscena dell’organiz­zazione; era amico del Cau­chi e quindi le sue dichiara­zioni dovevano essere per lo meno controllate da parte del­la magistratura aretina. Più o meno le stesse accuse a Ghi­nelli le ha ribadite la moglie del Cauchi che senza dubbio sa molte più cose di quanto si crede. Del resto sulla fu­ga del Cauchi, avvenuta tre giorni dopo la strage di Empo­li, fin dal primo momento so­no stati sollevati molti inter­rogativi. Lo stesso avvocato Ghinelli ammise di essersi in­contrato con il Cauchi poche ore prima che sparisse dalla circolazione. Il federale di Arezzo precisò in quell’occasione di aver consigliato il giovane di Cortona a presen­tarsi alla polizia. Apparve strano tra l’altro che Cauchi, nonostante fosse conosciuto per la sua attività di picchia­tore e di appartenente alla organizzazione eversiva Ordi­ne Nuovo, non venisse posto sotto controllo appena il suo nome, saltò fuori dall’agenda del Tuti e si sia atteso tre giorni prima di spiccare l’ordine di cattura.

La procura di Arezzo ha passato la patata bollente a Bologna, senza però rispondere agli interrogativi sollevati dai magistrati bolognesi i quali si trovano nella condi­zione di non sapere se l’avvo­cato Ghinelli è incorso nel reato di favoreggiamento pro­prio perché i loro colleghi di Arezzo non vogliono preci­sarlo. Questo nodo deve essere sciolto se si vuole fare piena luce sui favoreggiatori, sui mandanti e i finanziatori delle trame nere in Toscana.

Gli scritti di D’Alessandro e le valutazioni del giudice Vella sul ruolo dell’avvocato Ghinelli

Nelle sue note di diario il D’Alessandro, con le con­siderazioni sulla sua vicenda egli si protesterà sempre innocente del delitto per il quale venne poi condannato dalla Corte d’Assise di Arezzo a 16 anni di reclusione -, sulla sua condizione personale e familiare, sui suoi studi ed i suoi rapporti sentimentali, registra rifles­sioni stilla vita carceraria, stilla giustizia e sul suo processo ed interessanti descrizioni di personaggi, epi­sodi e situazioni del piccolo universo in cui andava tristemente evolvendo la sua giovane personalità.

Occorre subito rilevare a proposito degli scritti del D’Alessandro che, certa la loro autenticità, non può disconoscersene l’indubbio valore documentario e, quan­to alle osservazioni di ambiente ed ai riferimenti circostanziali di cui sono cospicuamente disseminati, la loro incontestabile validità probatoria. Si opporrà a tale tesi l’osservazione della mancanza di conferma e di ratifica di quegli scritti da parte del loro autore, tuttora latitante; è però questa osser­vazione non pregevole per il rilievo della natura e del­la struttura del procedimento di formazione del libero convincimento del giudice, a costituire il quale pos­sono essere legittimamente assunti tutti quegli elemen­ti di fatto di cui è dato operare un riscontro obbiet­tivo e razionale e della cui utilizzazione sia fornita motivazione logica e persuasiva.

Da quegli scritti si apprende che nel piccolo univer­so carcerario di Arezzo (53 detenuti) il gruppo dei neofascisti aretini godeva di non dissimulata simpatia da parte di elementi del personale di custodia; che ta­luni membri di quel gruppo, pur esaltando l’ideologia cui avevano ispirato le loro imprese di violenza, non disdegna­vano tuttavia contatti con gli avversari politici, favori­ti naturalmente dall’angustia degli ambienti e dalle leg­gi ineludibili della convivenza necessaria; – che i mag­giori esponenti della piccola cellula neofascista erano difesi dall’avv. Ghinelli, all’epoca commissario straordinario della federazione aretina del MSI ed indicato da insospettabili fonti (la De Bellis f. 102 ; il Brogi: f, 34 e 48; il Rossi Giovanni f. 68/r/48) come il nume tutelare del gruppo, il finanziatore dello stesso, il leader carismatico del neofascismo aretino (emerse tali circostanze nel corso della istruttoria del procedimento contro Balistreri ed altri, n. 270/74: f»62/42, venne­ro denunciate dal G.I. di Bologna al PM di Arezzo; ma a questo ufficio non è nota la sorte riservata a quel­la denuncia), avvocato ed uomo politico che di certo godeva di non platonico prestigio nell’ambiente carcera­rio e non, se già il 21 dicembre ‘75 poteva disporre della fotocopia non autenticata dell’ufficio – quindi verosimilmente acquisita favoris gratia — della let­tera diretta alla direzione dell’Espresso dagli evasi D’Alessandro e Fianchini (ff. 60 e 61/42) rinvenuta con gli scritti del D’Alessandro e prodotta all’inizio dell’interrogatorio del Franci da parte di quest’ufficio (f. l/50) – documento costituente corpo di reato o co­munque attinente ad un reato e relativa a due coimputati del Franci che alla immediata conoscenza di quello scritto non era legittimato ad accedere.
A tal riguar­do è opportuno considerare il fatto che mentre l’avv. Ghinelli poteva disporre subito, ed illegittimamente, di quel documento, al giudicante invece che aveva richiesto et pour cause, tutti gli scritti del D’Alessandro in vi­sione per rilevare notizie e riferimenti alla strage dell’Italicus in essi ricorrenti secondo non isolate ed insi­stite notizie di stampa, veniva trasmessa la fotocopia di un solo piccolo brano (8 righi: tratti dal f. 22/56) (il volume delle fotocopie, fasc. 56, conta oltre 380 pagine), nell’assunto che esso contenesse il solo riferimento all’Italicus (di qui ad un istante si rileverà il contra­rio). Solo con l’esplicita e perentorio richiamo al dovere di esibizione di cui all’art. 342 C.P.P., quest’ufficio poté acquisire la necessaria e doverosa conoscenza di tutti quei documenti (ff. 63, 64, 68, 69/42).
E’ certo, per quanto è legittimo desumere dalle sof­ferte pagine del D’Alessandro, che i pupilli dell’avv. Ghinelli ed i gregari del Tuti, dovevano respirare una atmosfera carceraria materiata di particolare comprensione, di quasi compiacente solidarietà, che il D’Alessandro coglie e descrive, anche se talora con punte di non immo­tivato disperato risentimento per la sua condizione evi­dentemente deteriore rispetto a quella dei fascisti.

Sentenza ordinanza G.I. Vella 1980 pag 247-249

Le indagini sulle dichiarazioni della De Bellis – sentenza ordinanza contro Marsili

La seconda ipotesi del capo B) attiene alle indagini conseguenti alle, dichiarazioni rese sull’attentato dell’Italicus e altri fatti criminosi da tale De Bellis Alessandra.
Costei è stata sposata col Cauchi ed ha convissuto col medesimo circa sino agli inizi del 1974. Va qui rammentato che Augusto Cauchi era un estremista di De­stra di spicco, aveva avuto contatti con i vertici delle organizzazioni eversive operanti all’epoca, nonché con Gelli e con i servizi segreti. Inquisito nei procedimenti conto il FNR, e  contro ordine nero, si era sottratto all’esecuzione di ordine di cattura grazie ad una segnalazione giuntagli de un graduato della polizia di Arezzo (nel valutare l’episodio si tenga con­to delle infiltrazioni piduiste nella questura di Arezzo, co­sì come evidenziate dagli atti della commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia P2).

Orbene, la De Bellis, già do tempo divisa dal marito, durante un viaggio in Sardegna, in data 9/8/75, Contattò di propria iniziativa la sede del P.C.I. di Cagliari per riferire notizie concernenti l’Italicus e altre attività della destra eversiva: Toscana. I responsabili del P.C.I. di Cagliari le accompagneranno in questura dove, assunta a s.i.t., la De Bellis riferì fra l’altro che nel dicembre 1973 suo merito le aveva parlate di progetti di attentati, in particolare riferendosi a quello di Molano e a quello dell’Italicus, e indicò i nomi di tali Mas­simo Batani, Luciano Franci, Paolo Duchi nonché di tali Lucia­na e Patrizia. La donna affermò di non aver parlato di ciò con nessuno per paura del merito, il quale le aveva fatto confidenze per coinvolgerla nella propria attività e per comprometterla. La questura di Cagliari diramò alle Questure interessate le notizie relative alla De Bellis secondo una logica che a tutt’oggi risulta indecifrabile (si vedano in proposito gli analoghi accertamenti di cui al rapporto della Digos di Bologna del marzo ‘85) e, in particolare non sembra aver notiziato l’A.G. di Bologna in merito alle dichiarazioni rese dalla teste che invece, venne condotta in aereo ad Arezzo ove fu sentita dal dr. Marsili il 10 agosto 1975.

Innanzi al P.M. la De Bellis rese ulteriori dichiarazioni non del tutto coincidenti con le precedenti, ed indicò in un tale generale Mario Giordano di Carrara la persona cui il Cauchi si rivolgeva con l’appellativo di “capo”.
In esito alle dichiarazioni della teste vennero compiuti accertamenti estremamente limitati, consistenti in alcune perquisizioni .

Non è questa la sede per esprimere una valutazione delle dichiarazioni della De Bellis, ritenuta sofferente di disturbi psichici e sottoposta, dopo i fatti ora richiamati, a terapie particolarmente distruttive quali l’elettroshock. Non ci si può esimere, tuttavia dal ritenere come le affermazioni della donna (forse rese in uno stato di particolare tensione emotive, ma certo verbalizzate dalla P.G. di Cagliari in modo grossolano e del tutto inadeguato alla gravità, delicatezza e complessità dei fatti riferiti) abbiano trovato negli anni di lunghe indagini compiute sulle attività eversive di destre dell’epoca una serie di significativi riscontri e come traspaia negli inquirenti una sorta di prevenzione nei confronti della teste, al cui presunto stato di sofferenza psichica si fa conseguire – implicitamente o esplicitamente – una presunzione di inattendibilità. Riprendendo l’esposizione dei fatti, occorre rilevare che le dichiarazioni della De Bellis sul Gen. Giordano fossero comunque assolutamente precise e risultassero integrate delle deposizione del col. Arturo De Bellis (padre della teste) che sentito dal dr. Marsili il 13.8.75, aggiunse alle già circostan­ziate indicazioni della figlia un decisivo elemento di identi­ficazione precisando che Alessandra e suo marito erano in ami­cizia con un Ufficiale sposato ad una donna paralitica.

Il giorno 11 agosto, comunque, venne ordinata e fu eseguita una perquisizione presso il Gen. Mario Giordano di Massa. Tale perquisizione diede esito negativo. Solo il rapporto 13/11/84 della Digos di Bologna rivelerà che Mario Giordano era sposato con tale Farri Adriana , affetta da paralisi e che il suddetto all’epoca dei fatti, era segretario del M.S.I. di Massa. Il suddetto rapporto evidenzierà infine che già all’epoca dei fatti l’autorità di polizia aveva notizie sul Gen. Giordano e in particolare, era al corrente che fosse coniugato con donne affetta da paralisi. Risulterà, poi che il Ger. Mario Giordano, perlomeno stando a notizie di stampa, era in rapporto col noto Porta Casucci, inquisito nel processo per la “Rosa dei Venti, tant’è vero che fu identificate nella villa di quest’ultimo allorché il Casucci fu tratto in arresto.

Il giorno 12 agosto il dr. Luongo, vice questore di Arezzo trasmise al dr. Marsili un’informativa del seguente tenore: “a quadro delle note indagini, si informa la S.V. che da parecchio tempo fonti confidenziali hanno segnalato a questo Ufficio, nella persona di un Ufficiale superiore (colonnello o generale) abitante tra Massa-Carrara-e La Spezia, il capo cella cellula eversiva toscana ed in specifico come la persona con cui il Cauchi Augusto teneva i contatti”.

Il 14 agosto il dr. Marsili raccolse nella sede di escussione testimoniale le contradditorie dichiarazioni che il generale Mario Giordano volle rendere spontaneamente in merito alla circostanza se avesse o meno conosciuto il Cauchi. L’imputato non ha dunque tenuto in alcuna considerazione l’indicazione accusatoria fornita dalla De Bellis ed ha attribuito al Generale Giordano la veste – processualmente del tutto impropria di testimone. Ciò è pacifico, come peraltro è pacifico che nonostante il fatto che l’Ufficiale indicato dalla De Bellis e da suo padre fosse identificabile senza il benché minimo dubbie nel Generale Mario Giordano di Massa, il dott. Marsili ritenne di dover dar corso ad una perquisizione contro un altro Generale di cognome Giordano, il Generale Luigi Giordano residente a Corlaga di Bagnone e del tutto estraneo agli ambienti della destra.

Questi a seguito della perquisizione subita inviò alla Procura Generale di Firenze un esposto contro il PM di Arezzo. Il nominativo del generale Luigi Giordano aveva fatto comparsa negli atti processuali grazie alla deposizione di tale Pierini Andrea, qualificato come pensionato INPS, il quale venne sentito dal dr. Marsili in data 18/8/75 per ragioni che non sono rilevabili dagli atti e che perciò risultano ora del tutto incomprensibili. Nella sua deposizione il Pierini disse dunque al PM di conoscere un Generale di cognome Giordano abitante a Corlaga frazione di Bagnone.Solo il rapporto 21/3/85della Digos di Bologna riferirà che il Pierini era all’epoca, commissario della federazione del MSI di La Spezia.
E’ oggettivamente inconfutabile, dunque, che le indagini volte a verificare le affermazioni della De Bellis (fra l’altro compiute senza alcun coordinamento con l’A .G . di Bologna e precedeva per l’Italicus e per Ordine Nero, sono consistite solo in alcune sporadiche perquisizioni e che non furono sottoposte al minimo vaglio le posizioni di coloro che stati indicati dalla donna come ispiratori e organizzatori degli attentati di Moiano e dell’Italicus.(…) Pare inoltre aderente ai fatti ora esposti la conclusione del PM “che le indagini che si erano inizialmente appuntate sul generale Mario Giordano vennero dirottate sul Generale Luigi Giordano grazie alla testimonianza del Pierini, cioè di un teste il cui ingresso negli atti di causa appare del tutto misteriosa e che le duplicazione dei nominati Giordano sia valsa a screditare le indicazioni della De Bellis”.

Sentenza ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Marsili

Le dichiarazioni di Alessandra De Bellis – sentenza 1980 G.I. Vella

Con nota dell’11 agosto ‘75 un sottufficiale di PS in servizio presso la Questura di Arezzo riferiva al dr Marsili, Sostituto Procuratore della Repubblica di detta città che tal dr. Fichera; funzionario della Questura di Cagliari, nel richiedere informazioni sulla signora Alessandra De Bellis, consorte del latitante Cauchi Augusto rendeva noto che la predetta si era presentata alla sede del P.C.I. di Cagliari e, adducendo di essere stata derubata da ignoti di ogni suo avere, aveva chiesto una certa somma di danaro in cambio di notizie sensazionali sul Tuti Mario e sugli attentati dinamitardi “verificatisi negli ultimi tempi in Toscana”. Ai funzionari della Questura di Cagliari la De Bellis, confermando quanto riferito al P.C.I. aggiungeva di “essere a conoscenza che elementi di estrema destra stavano preparando degli attentati a Cagliari, diretti contro la “stessa Questura e caserme”.

Accertata da indagini immediatamente svolte la infondatezza di tali ultime notizie, si comunicava che in data 10 agosto la De Bellis era stata avviata, in aereo, da Cagliari ad Arezzo e presentata al citato Sostituto Procuratore, precisandosi che da informazioni assunte presso tale signora Di Gemma di Roma, della quale da ultimo la De Bellis era stata ospite, costei “aveva più volte dato segno di squilibrio mentale” per cui il padre, De Bellis Antonio si era munito di certificato medico per farla ricoverare in manicomio (ff, 2,3/51). La nota predetta con l’interrogatorio reso al suo arrivo dalla De Bellis al dr. Marsili venivano trasmessi per quanto di competenza al Procuratore della Repubblica di Bologna (f.1/51).
Nel suo interrogatorio la De Bellis, premesso di essere coniugata al Cauchi — noto estremista di destra aretino ed allo stato latitante — dal ‘73 e da lui separata dal febbraio ‘74 col quale aveva risieduto alla Verniana, località del comune di Monte San Savino riferiva che nella sua abitazione convenivano frequentemente alcuni amici del marito. Le ragioni di tali incontri le avrebbe dedotte apprendendo dalla stampa dell’attentato di Moiano avvenuto nella notte tra il 12 ed il 13 aprile ‘74 e che sarebbe stato progettato in casa sua il 12 aprile. Aggiungeva che le sue deduzioni erano state confermate dai riferimenti fattile da tali Franci Luciano e Rossi Giovarmi, amici di suo marito, i quali nell’indicarle gli autori dell’attentato predetto, tra cui essi stessi, la infornavano pure che nella sua abitazione era stato preparato anche l’attentato al treno “Italicus” in una riunione alla quale avrebbero partecipato oltre al marito, al Franci ed al Rossi, anche tali Batani Massimo, Bellini Elena, Albiani Franco, Duchi Paolo, Capacci Giovanni, Alberti Pietro, Del Dottore Maurizio e Gallastroni Roberto, e ciò riteneva perché tutti i predetti erano abituali frequentatori di casa sua. A suo giudizio “l’attentato all’Italicus è stato fatto dal “Cauchi e dal Batani che erano i capi e sapevano maneggiare l’esplosivo”.

Affermando di non aver mai sentito parlare del Tuti precisava tuttavia che il marito, riferendosi frequentemente al Suo “capo” tale generale Mario Giordano, ebbe ad incontrarsi una sera a Firenze con costui e con un grosso personaggio di detta città ch’ella presumeva fosse il Tuti, senza però possedere alcun elemento di riscontro per confortare tale sua presunzione. Riferiva altresì, che il marito ebbe una volta a nascondere in terra nei pressi della loro casa di Verniana alcuni mitra e delle pistole e che un mitra venne altra volta consegnato da un amico garagista di Cortona di nome Valerio, mentre ella trovavasi in macchina con il Batani Massimo e la Berna Patrizia. Concludeva le sue dichiarazioni riferendo che il marito Cauchi Augusto deteneva nella sua abitazione “delle bombe a mano” e una valigia “di esplosivo a rotoli in polvere color terra. I rotoli erano rivestiti di carta giallina” (ff,4 a 6/^1).

Richiesta dal PM la formale istruzione in ordine ai fatti innanzi indicati, come propri delle indagini sull’attentato all’Italicus veniva disposta la riunione di copia degli atti relativi al procedimento contro Batani Massimo ed altri imputati dell’attentato di Molano e di altri reati (n.270/A/74).

Sentenza  ordinanza Italicus 1980 G.I. Vella pag 28-30

Antonino Filastò – dichiarazioni 03.07.1981

(…)
Risponde a verità che il 10/6 u.s., ma sulla data non potrei giurarci, fu mandata in onda una mia intervista, nel corso del T.G.2 delle 20,45, registrata qualche giorno prima in un albergo di Livorno. L’argomento della intervista riguardava il mio intervento quale patrono di due Parti Civili costituite nel celebrando processo della strage dell’Italicus. Dal momento che alcuni degli imputati del suddetto processo è ormai acclarato che avevano fatto parte della cellula nera aretina ed essendo stato celebrato in Arezzo il proc. penale a carico di numerosi affiliati aretini e non al suddetto gruppo eversivo, il discorso dell’intervistatore, richiamandosi ovviamente alla nota vicenda P2, mi portò a rispondere ad alcune sue domande relative alla possibilità che la loggia P2 avesse, tramite alcuni suoi affiliati, avuto a che fare con la strage del treno Italicus, al che sono quasi certo che ho risposto così mi pare, che si trattava di una valida ipotesi di lavoro; che nel corso dell’inchiesta del Dr. Vella, questo magistrato aveva manifestato esplicitamente di essersi trovato di fronte a delle dif­ficoltà, che gli avevano impedito di approfondire in maniera più esauriente tutta quanta l’indagine.

filastò

Io espressi all’intervistatore il mio convincimento, innanzi tutto, di non condividere le conclusioni del giudice Vella perché, secondo me, tutto quanto era il risultato della mancata confluenza in un unico processo di tutte le inchieste (attentato alla Casa del Popolo di Moiano e processo contro Ordine Nero di Bologna, processo a carico di Franci ed altri c/o Corte d’Assise di Arezzo, processo relativo agli esplosivi di Terontola, processo relativo all’omicidio del giudice Occorsio, processo relativo a un gruppo di rapinatori e a una serie di attività criminose svolte a Firenze fino al ‘75 definito impropriamente dalla stampa come il processo del «Drago Nero», che hanno trovato sbocco in altrettanti, separati, processi. A questo punto il giornalista mi pose la precisa domanda se rite­nevo che la loggia P2, attraverso alcuni dei suoi affiliati avesse avuto a che fare e se qualche magistrato, collegato con la loggia, avesse tenuto un atteggiamento di scarsa collaborazione con i giudici che indagavano con il delitto sopra ricordato.

Io risposi di sì e a precisa domanda se quindi si doveva considerare responsabile di qualche attività non collaborativa con gli organi inquirenti, io risposi affermativamente e ri­cordo che precisai usando la parola intralcio.
L’intervistatore ribatté chiedendomi se ritenevo che la magistratura aretina avesse intralciato le indagini, ed io risposi che intendevo riferirmi non all’intero corpo dei magistrati di Arezzo, ma ad un solo giudice. L’intervistatore mi chiese se quest’ultimo poteva identificarsi nel dr. Marsili, genero del Gelli, ed io risposi di sì. Questa ultima precisazione ed anche larghissima parte dell’intervista non è stata mandata in onda.

Batani, Benardelli e Bumbaca

D.R. il mio convincimento su quanto sopra espresso si fonda soprattutto su tutto quanto ho potuto appurare dal 1976 in poi e soprattutto da tutta la documentazione reperibile all’in­terno dell’istruttoria formale condotta dal giudice Vella di Bologna nonché dall’istruttoria, seguita passo-passo da me personalmente, relativa alle indagini sul “Drago nero”. Per meglio precisare, il mio intervento professionale nell’inchiesta sulla strage del treno Italicus è maturato nel corso del processo, appunto sulla inchiesta cosiddetta del “Drago nero”. Nella documentazione che lascio alla S.V. si possono cogliere notevoli spunti,  a mio avviso, giustificativi di quanto ho dichiarato alla TV. In particolar modo all’episodio che riguarda il commissario dr. De Francesco e il vice questore Carlucci; altrettanto importante è lo spunto che si può ricavare da un passo della requisitoria finale del dr. Persico; sono di notevole rilievo le dichiarazioni di Fianchini Aurelio, nonché della giornalista del giornale “Panorama” Bonsanti, di Del Dottore Mau­rizio; il confronto fra Massimo Batani e Luciano Franci dell’8.9.1976; le dichiarazioni della De Bellis Alessandra moglie di Cauchi Augusto e per certi versi anche la missiva proveniente dalla Procura della Repubblica di Arezzo e diretta al Cons. Istrut. Dr. Vella del 22.12.1975. Consegno anche fotocopia degli appunti della citata intervista televisiva. (…)