La sparatoria di Pian del Rascino – seconda parte

Esposti fu fatto oggetto di due colpi di moschetto dal brigadiere, questo me lo ricordo, gli sparò due colpi di moschetto molto velocemente, quello che mi è rimasto impresso è il fatto che Esposti ad un certo punto rimase con la pistola ancora in mano per un attimo come fermo, credo per i colpi che aveva ricevuto, in quella circostanza il maresciallo Filippi gli sparò questo colpo in testa. […] non fu il colpo di grazia, secondo me, perché comunque Giancarlo Esposti era ancora in piedi, forse stava già cadendo, ma era ancora in piedi, aveva la pistola in mano, per cui credo che chiunque al posto di […] gli avrebbe sparato in testa […]. Credo anche senza questo colpo alla testa sarebbe comunque morto perché sembra che i colpi di moschetto lo raggiunsero proprio. Questo è proprio quello che ricordo quel momento perché lo vidi in piedi con questa pistola per un attimo come colpito probabilmente però aveva la pistola in mano ancora.

Per Danieletti «chiunque gli avrebbe sparato in testa», ma nella realtà non dovrebbe essere così. Nelle voci di carcere, e non in aula, lui e D’Intino, avrebbero raccontato di un’«esecuzione». Le risultanze medico-legali hanno accertato che non vi siano stati colpi a bruciapelo ma, la dinamica che si può ricostruire, fa pensare a qualcosa di simile a un’esecuzione. Infatti nella memoria del Pm dell’ultimo processo della strage di Brescia, si trova scritto:

Molti testi hanno riferito di aver appreso da D’Intino e Danieletti notizie che riportano all’esecuzione. Se sono poco credibili quelle che fanno riferimento ad un palese concordato omicidio, appaiono abbastanza attendibili quelle che ci conducono a concludere che Esposti, già colpito, ormai fermo e non in grado di difendersi adeguatamente, fu ucciso dal M.llo Filippi con un autentico colpo di grazia, sparato alla testa, che poi è uno dei due colpi mortali emergenti dall’autopsia.

Oltre a tutto questo, oltre al fatto che l’azione non solo ha determinato la morte di Esposti, ma ha messo a repentaglio la vita di Mancini e Jagnemma, rimangono diversi altri dettagli, i quali dimostrerebbero che la realtà dei fatti sarebbe stata contraffatta e che sono state raccontate diverse falsità:

– Il maresciallo Filippi oltre alla pistola si porta dietro un fucile con cannocchiale fuori ordinanza. Prima della sparatoria lo avrebbe lasciato alla guardia De Villa. Dovendo giustificare il fucile, perché successivamente emerge la sua presenza, Filippi afferma, con una strana scusa, che avrebbe dovuto poi portarlo a riparare. Ma De Villa e De Angelis avevano scritto nel loro verbale che l’arma fosse «pronta all’uso».

– In base all’autopsia Esposti è stato attinto da otto colpi di arma da fuoco, tutti trapassanti, che hanno determinato sedici fori, otto in entrata e otto in uscita. Ma un colpo è di provenienza sconosciuta. «Stando ai verbali Muffini avrebbe esploso 2 colpi, mentre Filippi ne avrebbe esplosi 4; in realtà i colpi esplosi dal maresciallo furono 5, perché al momento del reintegro gli vengono restituiti 5 colpi, per un totale di 7 colpi sparati dai due militari». Sette colpi in totale, che non sono otto, e quindi il sospetto va al fucile fuori ordinanza.

– Il colpo che attinge Esposti alla tempia destra, secondo i periti, parte appunto da un fucile. Non collima con il racconto di Filippi, che dice di aver sparato con la sua pistola, uccidendo lui il neofascista. Chi uccise Esposti quindi: Muffini o Filippi? O forse anche qui si deve pensare al fucile fuori ordinanza?

-Il corpo di Esposti sarebbe stato spostato, secondo D’Intino, prima dei sopralluoghi e dell’arrivo del magistrato. D’Intino ha affermato «di aver avuto l’impressione, in sede di sopralluogo del P.M. che il cadavere di Esposti giacesse in un luogo un po’ spostato rispetto a quello in cui lo vide cadere e cioè più in basso verso il bosco e soprattutto in posizione diversa, bocconi e non supina». Il G.I. ha ipotizzato, forzatamente, che il corpo si sia potuto muovere per «forza dinamica propria». In realtà la posizione rannicchiata, in cui il cadavere di Esposti è stato trovato, appare abbastanza anomala, non concorde con i colpi subiti, che semmai avrebbero dovuto farlo cadere in una posizione supina, come lo ricorda D’Intino.

– Nel verbale di sopralluogo viene scritto che Esposti impugna la pistola browning con la mano sinistra, invece nella foto del sopralluogo si intravede il calcio dell’arma impugnato con la destra. Potrebbe trattarsi di una mera svista nella verbalizzazione, sicuramente è così, però c’è dell’altro. Le testimonianze delle forze dell’ordine indicano che Esposti avesse sparato con la sinistra. Quindi la foto fa pensare che l’arma sia stata posizionata artatamente nella mano destra.

– I terroristi, una volta arrestati, rendono un elenco preciso delle armi di cui disponevano e fra queste c’è una Beretta calibro 9, di provenienza da un contatto dei carabinieri che aveva Esposti. La pistola però non c’è fra le armi sequestrate. O meglio, è menzionata in alcuni dei primi atti, ma dopo sparisce.

– Danieletti e D’Intino avrebbero subito un trattamento particolarmente pesante, posto in essere per intimorirli.

Infine c’è il rintracciamento del gruppo Esposti: in parte è stato casuale, frutto dell’imprudenza di Vivirito e D’Intino, ma è anche vero che il gruppo era stato individuato già a Roiano. Ossia è possibile che i movimenti del gruppo di Esposti venissero seguiti da vicino costantemente. Per esempio poteva esserne informato il capitano dei carabinieri Giancarlo D’Ovidio, in servizio presso il SID. Dopo la sparatoria di Pian del Rascino, il 16 giugno Giancarlo D’Ovidio, arrivato a Lanciano da Roma la sera precedente, telefona a Luciano Benardelli (che è un suo confidente, oltre ad essere uno degli amici di Esposti) e lo invita a casa sua per un colloquio, dopo il quale l’estremista si allontana rendendosi latitante. Giusto in quelle ore è stato spiccato mandato di cattura verso Benardelli. Secondo quanto questi dichiarerà successivamente, in quell’occasione il capitano D’Ovidio, il cui padre è procuratore della Repubblica, lo avrebbe preavvertito consentendogli così la fuga. Ma non solo, nell’occasione gli avrebbe parlato anche della sparatoria di Pian del Rascino: che «il gruppo Esposti era già stato sorvegliato e che nel luogo della sparatoria erano state fatte delle mutazioni prima dell’arrivo dei magistrati». Le «mutazioni» sarebbero consistite nello «spostamento del cadavere di Esposti prima dell’arrivo del Magistrato ed il rifacimento dei verbali relativi alla dinamica del fatto».
Benardelli non poteva conoscere il contenuto dell’appunto dei servizi segreti, quello dove si scrive che vi fu un sopralluogo la sera prima della sparatoria, le dichiarazioni di D’Intino, le incongruenze dei verbali e il fucile fuori ordinanza. Il capitano D’Ovidio, anche se avesse convocato Benardelli solo per ottenerne informazioni, poteva invece essere a conoscenza di tutti gli elementi. Tra l’altro la sua figura è ben nota, il suo nome è risultato tra quelli degli iscritti alla P2 e ha condotto operazioni per il SID, tra cui la famigerata provocazione dell’arsenale di Camerino del 1972, dove un rinvenimento di un ingente quantitativo di armi fu utilizzato per accusare falsamente militanti dell’estrema sinistra. Secondo Viccei lo stesso Esposti era in contatto con D’Ovidio. Tutto questo per dire che esisteva un canale, e forse non era l’unico, fra il gruppo dell’estremista lodigiano e chi, da fuori, ne seguiva le mosse.

Estratto libro “Sciabole e tritolo

La sparatoria di Pian del Rascino – prima parte

(…) mentre Esposti è a Roma, D’Intino e Vivirito improvvidamente si esercitano con le armi nelle campagne, come dei ragazzini in gita, e fanno anche conoscenza con due persone che risiedono in un casale nella zona: uno di questi, impaurito, ne denuncia la presenza, consegnando quattro bossoli alle guardie forestali.

[…] ci recammo a Roma con la moto di Vivirito e non riuscimmo a tornare in giornata perché facemmo tardi, D’Intino e Vivirito con un’ingenuità che oggi sembra paradossale, però è la verità, si misero a sparare con un fucile con dei pescatori di frodo, fecero vedere questo fucile che anche il più sprovveduto avrebbe riconosciuto che questo non era fucile che poteva usare il primo che veniva, era un fucile Mauser con un cannocchiale Zais […] era un fucile da killer, era un fucile che un estraneo che l’avesse visto si sarebbe insospettito.[…] Perché noi arrivammo il 29 mattina presto, non appena cominciò ad albeggiare, durante la notte con la moto in queste montagne non riuscivamo a trovare il campo, riuscimmo a trovarlo solo alle prime luci dell’alba. Io ed Esposti arrivammo al campo e lo trovammo vuoto, con il sacco dell’esplosivo abbandonato, con le armi nella tenda, i mitra abbandonati, Giancarlo andò su tutte le furie, quando arrivano D’Intino e Vivirito si presero una bella lavata di capo da Giancarlo Esposti. Esposti, a ripensarci a posteriori, commise un errore che gli è stato fatale, avremmo dovuto smobilitare il campo in seduta stante (…)

Vivirito viene via nel pomeriggio del 29, torna a Milano perché è in libertà condizionata, lo accompagnano alla statale, quindi tornerà usando l’autostop fino a Roma e poi con il treno. Si salva così da una minaccia imminente, perché quella stessa notte l’accampamento sarebbe stato avvistato dalle forze dell’ordine, come indica un appunto del centro CS di Roma a firma Federico Marzollo:

Nella sera del 29 maggio i militari della compagnia carabinieri Cittaducale ed elementi della stazione forestale di Fiamignano eseguivano una ricognizione nella zona mantenendosi a distanza dal punto segnalato che osservavano per qualche tempo con l’ausilio di binocoli, confermata la presenza di una tenda senza alcun segno di vita né veicoli visibili nei pressi, i militari rientravano nelle rispettive sedi e il comando compagnia Cittaducale disponeva per le prime ore del mattino e successivo l’invio di un robusto contingente di carabinieri integrato da 2 guardie forestali.

Tutti negheranno di aver fatto la ricognizione, carabinieri e forestali, ma la nota dei servizi segreti così recita. E comunque è poco credibile che possano muoversi tanti militari soltanto per dei sospetti bracconieri. Infatti la mattina del 30 alle 6.30 circa si danno appuntamento a Pian del Rascino sei uomini dell’Arma e due guardie forestali. Uno dei carabinieri, Bruno D’Angelo, resta di sentinella ai mezzi, gli altri arrivano alla tenda, in realtà sita più avanti, a Pian di Cornino. A una decina di metri dalla tenda c’è anche il Land Rover. In quel momento, mentre i tre neofascisti stanno dormendo, le forze dell’ordine si mettono a semicerchio rispetto all’ingresso, poi il maresciallo Antonio Filippi e il brigadiere Carmine Muffini invitano gli occupanti ad uscire per essere identificati. Non subito ma, dopo qualche minuto, esce Danieletti semi addormentato e già nel panico, che al momento non sa quali documenti dare. Per intanto cede quello fasullo di Esposti e quello di D’Intino:

Vidi subito due uomini in divisa dei carabinieri, uno aveva un’arma in mano, l’altro era quello che seppi poi essere il maresciallo, aveva le mani libere e la pistola nella fondina. Il maresciallo mi chiese di fargli vedere i documenti, rientrai nella tenda scossi e svegliai Esposti e D’Intino, dissi loro che c’erano i carabinieri. Preciso che quando vidi i carabinieri prima di uscire dalla tenda mi infilai i pantaloni e scarponi […], rientrai nella tenda ed a mia richiesta Esposti mi diede la sua patente falsa intestata a Costa Francesco, D’Intino mi diede la sua carta d’identità, i miei documenti erano nella valigia, uscii dalla tenda e porsi al maresciallo i due documenti, spiegando che per i miei dovevo aprire la valigia, perciò mi accinsi ad entrare dentro la tenda. Quando uscii dalla tenda la prima volta vidi che, oltre il maresciallo ed il carabiniere con il MAB che avevo notato quando mi ero affacciato prima piazzati sulla mia sinistra, c’era un altro carabiniere con il MAB al di là della tenda dalla parte opposta alla sua apertura tra la jeep e la tenda dietro un albero.

Dopo che esce dalla tenda anche Giancarlo Esposti, è difficilissimo ricostruire con certezza i fatti. In teoria con una decina di testimoni, quasi tutti appartenenti alle forze dell’ordine, si dovrebbe poter avere una dinamica dei fatti chiara e precisa, ma le dichiarazioni sono discordanti fra di loro. Ciascuno dei presenti racconta una o più versioni differenti e con una serie di contraddizioni non da poco, anche rispetto alle risultanze peritali e balistiche. Comunque, volendo provare a verificare, in aula al processo di Brescia il carabiniere Pietro Mancini spiega così la prima fase in cui gli estremisti vengono fatti uscire dalla tenda:

Guardando la tenda io potevo essere pressappoco sul lato sinistro ecco, a circa 4 metri, 5 metri, una cosa del genere. Allora i due sottufficiali hanno intimato, o per meglio dire, il brigadiere Muffini oppure il maresciallo Filippi ha detto «siamo i carabinieri, uscite fuori dalla tenda», lo ha ripetuto tre o quattro volte però nessuno, in pratica nessuno è uscito subito. A questo punto ha ripetuto mi pare la terza o quarta volta di uscire, e una persona ha fatto capolino dalla tenda e ha detto «sì, stiamo uscendo» e subito è uscito il primo, uscendo il primo i due sottufficiali lo hanno preso, lo hanno spostato dalla tenda davanti, portandoselo dietro cioè, lo hanno perquisito gli hanno fatto con le mani in alto […]. Il secondo è uscito dopo un paio di minuti ed è uscito anche questo, quindi hanno fatto la stessa operazione […]. Esattamente, il terzo è uscito, anziché portarsi verso la direzione dei due sottufficiali, perché credo che dall’interno lui ha potuto vedere i precedenti movimenti dei suoi colleghi, non si è diretto verso i due sottufficiali, addetti al controllo, ma bensì stava venendo verso la mia direzione, è uscito dalla tenda con le mani in tasca.[…] Sì, con le mani in tasca, e appena è uscito ripeto, stava prendendo la direzione verso dove io ero dietro l’albero, anziché portarsi verso i due sottufficiali che stavano di fronte alla tenda.

Quindi nella versione descritta, Esposti non viene immobilizzato (come accaduto per Danieletti e D’Intino), ma è lasciato libero di muoversi: non è una gestione consona in un’operazione così delicata. Il brigadiere Muffini dice che Esposti tergiversa parecchio poi, uscito dalla tenda, si sposta verso la posizione di Mancini, o meglio cerca di andare verso il Land Rover. La guardia forestale De Angelis in quel frangente si rende conto che l’estremista ha indosso un’arma, notando «una protuberanza che sporgeva leggermente da sotto il lembo posteriore sinistro del giubbotto». De Angelis dice di non aver fatto in tempo ad avvertire nessuno ma, secondo l’altra guardia forestale De Villa, avrebbe addirittura urlato per avvisare gli altri. Poi arriva il primo sparo. Il maresciallo Filippi dice di averlo sentito mentre sta verificando l’interno della tenda: «[…] vidi, verso il fondo della tenda, il calcio di una carabina. Mi rialzai immediatamente per fare un cenno di allarme ai militari, ma nel frattempo udii colpi di arma da fuoco». Anche qui le versioni dei presenti sono discordanti: chi vede Esposti sparare all’impazzata (De Angelis), chi lo vede sparare con le mani in tasca (Jagnemma), chi sente solo partire un colpo e vede del fumo vicino alla jeep. È però spendibile l’ipotesi che non abbia sparato per primo l’estremista lodigiano: mentre Esposti si sta spostando verso la Land Rover (o mentre sta per aversi la colluttazione con Mancini), avviene un primo sparo verosimilmente «esploso da uno dei presenti quando Esposti aveva le mani in tasca». Questo colpo, sfiorando l’estremista lodigiano alla testa, va a infilarsi nella ruota di scorta del Land Rover. Questo lo si può sostenere anche in base alla perizia balistica: Esposti aveva una pistola Browning calibro 9 lungo, mentre potrebbe appartenere ai carabinieri il proiettile finito contro la ruota di scorta: «I frammenti repertati sulla ruota di scorta della Land Rover si riferiscono a proiettile di tipo “blindato” molto verosimilmente di calibro 9 corto».
Comunque il fatto origina la sparatoria, inducendo Esposti a reagire, come un animale in gabbia, d’istinto e non di ragione. Racconta ancora Mancini:

[…] volevo chiaramente indirizzarlo verso dove stavano i due sottufficiali, però lui immediatamente ha sparato, perché mi ha visto, evidentemente lui non si aspettava la mia presenza, forse non mi aveva visto, io stavo dietro l’albero. A questo punto ho subito il colpo, ho accusato il primo colpo, ho buttato, ripeto, il mitra per terra, buttato, lasciato per terra, istintivamente mi sono scagliato contro di lui […] sono riuscito ad afferrarlo, me lo sono messo anche sotto, gli ho anche preso il polso, sono riuscito a prendergli il polso che impugnava la pistola, però c’è stata una colluttazione, ci siamo ruzzolati due volte, uno sopra all’altro, e lui, mio malgrado, è riuscito a sparare un secondo colpo che mi ha ferito […] al gomito, quindi già ferito precedentemente, quando mi sono visto ferito anche il braccio ho perso, ho sentito subito che le forze del braccio non c’erano più, a questo punto ancora lucido mi sono ricordato che c’era un mio collega di guardia ai mezzi, lasciato lì apposta, sono uscito dall’immediata periferia, perché la tenda era nell’immediata periferia del bosco, e mi sono diretto verso questo collega.

In aula, a Brescia, Mancini ha spiegato che avrebbe buttato il mitra per terra in contemporanea con il primo sparo di Esposti. Sarebbe illogico pensare che Mancini si sia gettato contro un uomo armato, per di più che sta sparando, lasciando cadere il proprio mitra. Quindi in teoria il primo colpo di Esposti arriva quando il militare lo sta, coraggiosamente, fermando. Poi c’è la colluttazione, il secondo sparo su Mancini, e quindi il terzo su Jagnemma, che sta sopraggiungendo per aiutare il collega, attinto all’addome in una ferita molto grave. Sia Mancini che Jagnemma, pur essendo armati avrebbero, in questa ricostruzione, cercato di evitare lo scontro a fuoco. Poi invece il terrorista viene ammazzato senza tante riflessioni.
Muffini in una delle sue dichiarazioni dice di aver sparato verso Esposti, con il suo moschetto d’ordinanza, dopo la colluttazione, quando questi «faceva il movimento della persona che si rialza in piedi». Il cadavere del giovane in sede di autopsia presenta infatti ferite da arma da fuoco provenienti da angolazioni diverse, compatibili con una persona che è stata colpita in differenti momenti, da quando si sta «rialzando offrendosi come bersaglio» a quando «cadde definitivamente a terra». Filippi, da parte sua, ha dichiarato:

[…] Cominciai ad aprire il fuoco contro l’Esposti quando vidi la sua testa emergere dall’orizzonte che la tenda mi limitava. Egli, in quell’istante, mi dava il suo fianco destro. Gli sparai finché non lo vidi cadere definitivamente a terra, dove lo vidi giacere con un breve sussulto.

Quindi Filippi vede la testa di Esposti «emergere», ossia il giovane si è alzato in piedi, e gli spara fino a quando non l’ha ammazzato, pur se ferito e ormai impossibilitato a reagire.

Estratto dal libro “Sciabole e tritolo

Appunto del comandante dei CC de L’Aquila al procuratore della Repubblica – 31.05.1974

Trasmetto l’unito appunto, significando che la per­sona che ha riferito le notizie in esso contenute, ha desiderato esporle al sottoscritto, presente il Maggiore Cosimo Muci, comandante del Nucleo di P.G. de L’Aquila.
Lo stesso ha preteso che, durante la esposizione al­lo scrivente, non fossero presenti altre persone oltre il citato ufficiale. Il giorno 30 corrente, alle ore 11,00 circa, in località Monte Rascino (Rieti), D’Intino Alessandro, nato a Milano il 29.4.1953, tratto in arresto da militari dell’Arma per concorso in tentato omicidio plurimo, detenzione e porto abusivo di armi da guerra ed associazione per delinquere, prima di esse­re tradotto al carcere, riferiva:

1.Esposti Giancarlo
-già responsabile delle S.A.M., in atto era capo di Ordine Nero;
-aveva rapporti strettissimi con Franco Freda e Bruno Stefano, con i quali, due anni orsono, era stato detenuto in uno stesso carcere;
-era amico intimo di Gianni Nardi, attualmente nell’America Latina, da dove saltuariamente raggiunge Vicenza, per far visita alla madre, vedova, sentimentalmente legata ad un ufficiale superiore in servizio a quella Base NATO;
-operava sulla base di preventive intese con Carlo Fumagalli e Kim Borromeo, a loro volta in contatto con il Gen. Nardella ed il Maggiore Spiazzi;
-era sicuro conoscitore di armi, materie esplodenti e mez­zi di trasmissione ed in grado di realizzare, con estrema facilità, qualsiasi, tipo di ordigno esplosivo, nonché im­pianti-radio per ricetrasmettere; capacità acquisite durante il servizio militare nel 183° Nembo;
-per più tempo e fino a qualche anno fa, aveva lavorato per i servizi segreti portoghesi, prendendo anche parte attiva ad un attentato contro un generale portoghese, deceduto nella circostanza.

d'intino

2.Con Esposti Giancarlo, Danieletti Alessandro e Vivirito Salvatore, era partito da Lambrate (Milano) il giorno 10 mag­gio corrente, dopo rilevata la “Land Rover”, già carica di armi, esplosivi, radio ricetrasmittente ed equipaggiamento vario, da una officina meccanica di Carlo Fumagalli; in det­ta officina vi era ricoverata anche un’altra “Land Rover”, carica di equipaggiamento per campeggi, ma priva di armi e materiali esplodenti. Tale automezzo, che doveva essere ri­tirato dopo qualche giorno da altri giovani collegati con il Fumagalli, fungeva anche da copertura di quello da loro rilevato, carico di armi.
La radio era stata acquistata circa due mesi orsono a Milano, per captare trasmissioni delle radio dei Carabinieri e della Polizia. Durante i trasferimenti da una località all’altra, la “Land Rover” veniva preceduta di due o tre chilometri dal motomezzo, guidato da Vivirito Salvatore, che aveva il compito di segnalare, con apparecchio “Talk-Walk”, la presenza eventuale di posti controllo di Carabinieri e P.S., che potevano essere elusi con aggiramenti o soste in luoghi defilati.
Vivirito fa tutt’uno con Marco Ballan, dirigente nazio­nale “Avanguardia Nazionale”, di cui è capo Stefano Delle Chiaie, attualmente all’estero ma talvolta in Italia per im­partire istruzioni alla organizzazione.

3.Gran parte delle armi dei gruppi neofascisti vengono acquistate a Genova in via Prè, abituale ritrovo di contrabban­dieri, protettori, prostitute, pregiudicati in genere, ecc.

4.Egli è uno dei dirigenti di Avanguardia Nazionale; anche Danieletti Alessandro svolge funzioni di dirigente in det­to movimento, che si articola in:
– simpatizzanti;
– aderenti;
– militanti;
– guardie runiche;
– dirigenti

Simpatizzanti, aderenti e militanti svolgono compiti marginali poiché non ancora di provata fede. Le guardie per converso, sono elementi di tutto affidamento, alle quali l’organizzazione conferisce incari­chi particolari; i dirigenti possono anche essere guardie ru­niche e viceversa. L’Avanguardia Nazionale ha per simbolo la “Runa”, segno alfabetico di popolazione germanica, nonché emblema di una divisione corazzata tedesca.

5. Da alcuni mesi tutti i movimenti extraparlamentari di destra stanno adottando particolari misure cautelative per vanifi­care le infiltrazioni di provocatori, al servizio delle pub­bliche autorità e della sinistra.
In concreto, vengono costituiti piccoli nuclei:

-nei quali confluiscono elementi, provenienti da movimen­ti o gruppi diversi della estrema destra extraparlamenta­re, ma cimentati da solidi vincoli di amicizia;
-che operano autonomamente e le cui attività sono note soltanto a pochi dirigenti; il Fumagalli ne assicura i finanziamenti.

6. Il giorno delle elezioni per il referendum aveva raggiunto con l’Esposti, il Danieletti ed il Vivirito, Roiano (Teramo), proveniente da Lambrate; tutti avevano preso alloggio nella abitazione di una pantalonaia. L’abitazione era stata affittata da Giancarlo Esposti, per 100.000 lire. Durante la permanenza in Roiano, protratteci per una quindicina di giorni ed a scopo di addestramento. più volte erano stati raggiunti da un certo Giorgio di Ascoli Piceno, conoscente dell’Esposti, ed avevano consumato pasti presso una trattoria del luogo;

7. Gianni Colombo, da Lecco, è il responsabile di Avanguardia Nazionale per l’Abruzzo; lo stesso ha contatti con Guido e Luciano. entrambi da Lanciano. Luciano, in Lanciano, lavora in uno studio legale.

8.Dal 27 al 30 giugno, a Barcellona, in Spagna, avrà luogo la “Internazionale Nera”, alla quale parteciperanno tutte le organizzazioni internazionali neo-fasciste. La Internazionale Nera è sovvenzionata dal Partito Nazionale Socialista Spagnolo.

9. Nell’ambito dei gruppi della destra extraparlamentare era maturato il convincimento che, dopo il 12 maggio, avrebbe avuto luogo un colpo di stato, protagoniste le Forze Armate, per la instaurazione di un regime presidenziale. E’ per tale motivo che, con Esposti, Danieletti e Vivirito si era trasferito sulla montagna reatina, località ottima par addestrarsi, raggiungere agevolmente Roma ed operare nel quadro ed a sostegno dei golpisti.
In relazione a ciò, anche altri nuclei di neo-fascisti dovevano trasferirsi, dall’Italia settentrionale, in località montane non distanti da Roma, per addestrarsi e rimanere in attesa.

10. La strage di Brescia secondo una sua personale valutazione è stata opera degli extraparlamentari di sinistra. Avanguardia Nazionale ed Ordine Nero erano convinti che, dopo il rapimento del giudice Sossi, vi sarebbe stato a Brescia una iniziativa di eccezionale gravità da parte dei ci­tati estremisti, che fosse  oggettivamente addebitabile agli extraparlamentari di destra e che distraesse la opinione pubblica dal caso Sossi e dalle attività delle Brigate Rosse.

Ai fini di una più aderente valutazione del fatto, si reputa giovevole sommettere che il D’Intino, nel manifesta­re i pensieri e riferire i fatti di cui sopra, alternava mo­menti di euforia e di ansia ad improvvise pause ed a preoc­cupate espressioni del volto. Nell’insieme, il D’Intino dava l’impressione di essere alquanto turbato e di avvertire la necessità di confidarsi con qualcuno nell’intento di “alleggerirsi” comunque e, nel contempo, di sviare l’attenzione degli inquirenti da responsabilità personali ben più pesanti e gravi di quelle contratte e che spontaneamente ammetteva.

L’Aquila, 31 maggio 1974

Appunto del comandante dei CC de L’Aquila, Leo Della Porta, al procuratore della Repubblica di Rieti – 31.05.1974

Giuseppe Fisanotti – verbale 26.09.1986 su pista Ferri (e O.N. veneto)

L’ ufficio da atto che la dichiarazione testimoniale viene raccolta in una pausa dell’ interrogatorio cui viene sottoposto il teste, arrestato per spaccio stupefacenti unitamente a Segat Pierangelo ed altri in data 17.09.85. Nel corso di tale interrogatorio il teste ha ampiamente collaborato con gli inquirenti consentendo tra l’ altro il recupero di numerosissime armi da guerra e comuni da sparo ed esplosivi e la identificazione di numerosi responsabili di gravi fatti criminosi. A questo punto il teste spontaneamente dichiara :

“Intendo a questo punto per una questione che riguarda la mia coscienza ed un dovere di linearita’ processuale che ho definitivamente assunto, formalizzare quanto gia’ dichiarato spontaneamente nel corso dei miei precedenti interrogatori ho conosciuto Macchi Marilisa, attualmente mia coimputata anch’ella in stato di arresto, nel corso del 1984. Ho avuto con lei intensi rapporti di conoscenza in quanto all’ epoca era la donna di Danieletti alessandro, mio amico e associato nelle mie medesime condotte criminose. I due avevano una relazione difficile e tormentata a causa della instabilita’ emotiva di entrambi tanto che su sollecitazione del Danieletti i due avevano preso a fare uso di sostanze stupefacenti (eroina) . Quando cominciai a collaborare con il Danieletti nella mia attivita’ criminosa, dovendo costatare di persona che il Danieletti stesso si trovava continuamente in stato di agitazione mentale continuando a fare uso di sostanze stupefacenti.

Cercai di dargli una mano e poiche’ il Danieletti asseriva che tutti i suoi problemi avevano un rapporto con la Macchi, lo invitai dapprima a rompere la relazione , cosa che il Danieletti mi disse di aver fatto ma che non rispondeva a verità circa il mese di giugno / luglio dello scorso anno il Danieletti si presento’ a Bologna con la Macchi che mi presento’ in quella occasione . Ebbi modo di costatare a quale livello di tensione erano i rapporti tra i due e mi adoperai nel tentativo di rendere possibile la prosecuzione del loro rapporto. Nonostante un apparente risultato inizialmente positivo, i rapporti tra i due tornarono immediatamente all’usuale tensione tanto da rendere necessario un mio intervento per limitare l’aggressione del Danieletti verso la Macchi.

Continuai a frequentare la Macchi che dopo qualche tempo si trasferi’ a Bologna ed approfondendone la conoscenza siamo nel mese di agosto dello scorso anno , compresi che anche ella doveva avere degli enormi problemi insoluti che la maceravano interiormente fino a spingerla all’autodistruzione infatti in quel periodo la Macchi riuscì in qualche occasione a fare uso di eroina questi a dimostrare che era sua intenzione distruggersi definitivamente. All’ epoca la Macchi, a seguito della definitiva rottura con il Danieletti, lasciato Milano per cambiare ambiente, aveva fornito dei certificati di malattia per giustificare le assenze dal lavoro presso una ditta pubblicitaria legata al giornale il giorno, credo che si tratti della ditta Spe. Frequentando la Macchi mi accorsi che la sua tensione non accennava a diminuire. Sapevo che era stata sposata e da tempo separata da certo Ferri Cesare che fu molto amico di Danieletti con il quale mi pare sia stato detenuto anche presso la casa circondariale di Bologna; sapevo anche che da qualche mese la Macchi era stata chiamata dal magistrato per essere sentita in merito ai fatti relativi alla strage di Brescia. Seppi questa notizia dalla Macchi che mi specifico’ di essere stata interrogata da un giovane magistrato e precedentemente da Danieletti che le aveva consigliato di seguire una determinata linea di difesa presentandosi al magistrato con un avvocato di fiducia di entrambi.

Assistetti personalmente a una serie di telefonate che Danieletti effettuo dal telefoni della Sip della stazione centrale di Bologna alla Macchi; il Danieletti voleva sapere cosa fosse emerso nel corso dell’ interrogatorio ma la Macchi non solo rifiutava di rispondere ma per diverse volte consecutive interruppe la comunicazione. Ricordo che dovetti intervenire e trascinare Danieletti fuori dagli uffici della Sip in quanto il suo comportamento agitata dava quanto meno nell’ occhio. Questo episodio si svolse nei giorni della pasqua dell’ anno scorso. Posso identificare esattamente il periodo poiche’ mi trovavo in permesso dalla casa circondariale di Bologna. Ricordo anche che la Macchi mi disse che probabilmente il giovane magistrato che l’ aveva interrogata sapeva molte cose sul suo conto; in particolare mi riferi’ che gli era stato chiesto se continuava a frequentare Danieletti, se i due facessero ancora uso di sostanze stupefacenti, manifestando inoltre la certezza che lei doveva sapere “che Cesare aveva messo la bombetta” .

Nel corso di uno dei tanti momenti di tensione della Macchi quando le chiesi la ragione del suo stato d’animo particolare e soprattutto perche’ si trovasse stabilmente in determinate condizioni psicologiche mi rispose affermando di essere maledetta, di dover comunque pagare per quanto era successo e di vivere ormai da anni perseguitata da quei ricordi. Non entro’ in particolari dettagli anche perche’ io cercai solamente di tranquillizzarla, cercando di ripeterle che in fondo lei era estranea ai fatti e che quindi non avrebbe dovuto sentirsi moralmente responsabile di quanto accaduto.

Mi preciso’ in quella occasione di essere stata personalmente alla guida dell’auto che aveva accompagnato il marito ed altre  persone nei pressi del luogo della tragedia. Mi disse inoltre di essere molto preoccupata poiche’ doveva essere nuovamente interrogata dal magistrato e perche’ alcune persone l’ avevano contattata per sentire come procedessero le cose.

Alle ore 12.30 il dr Paolo Giovagnoli si allontana.

Mi disse inoltre che avrebbe dovuto incontrare nuovamente queste persone per tenerle al corrente degli sviluppi della situazione. Rimasi molto turbato dalla notizia, e le chiesi espressamente se anche il Danieletti fosse stato a conoscenza di questi aspetti della vicenda. Mi rispose che purtroppo ne era stato messo a conoscenza da lei stessa. Infatti mi spiego’ che Danieletti pur essendo stato molto amico di Ferri Cesare ed avendolo frequentato lungamente, non aveva mai goduto di eccessiva considerazione da parte del Ferri che lo considerava una sorta di pedina e che gli affidava mansioni del tutto irrilevanti anche in precedenti episodi che non sono assolutamente in grado di precisare per i quali il Danieletti si era limitato a procurare l’ automobile senza nemmeno sapere a che cosa sarebbe servita.

Preciso ancora che la Macchi mi riferi’ di aver accompagnato Ferri ed altri a Brescia il giorno della strage, prima che essa avvenisse, probabilmente con la sua auto, precisando di essere stata completamente estranea alle intenzioni del gruppo. Era stata usata per guidare l’ auto poiche’ completamente incensurata e perche’ di sesso femminile e dunque piu’ facilmente non avrebbe dato nell’ occhio e non era affatto nota per nessuna ragione. Mi disse inoltre che Ferri aveva una grande fiducia in lei perche’ considerava una sua creatura: infatti mi riferi’ di averlo conosciuto quando era molto giovane mentre gia’ egli si trovava ad occupare posizioni di rilievo e non so in quale organizzazione di destra. La Macchi infatti prese a frequentare da giovanissima gli ambienti della destra parlamentare ed extraparlamentare soprattutto sulle orme del fratello Dario che tra l’ altro so essere stato arrestato molti anni fa perche’ accusato di aver partecipato ad un campeggio paramilitare nei pressi di Trento. Il Ferri aveva curato personalmente la preparazione culturale della Macchi preparandola addirittura a tutti gli esami universitari che essa superò. Mi risulta infatti che le manchino pochi esami per la laurea.

– non ho mai conosciuto di persona D’Intino Alessandro. Il Danieletti mi parlo’ piu’ volte di lui, che ne era stato molto amico e che attualmente si era ritirato dall’ eversione di destra e che lavorava regolarmente. Mi disse anche che erano stati coimputati.

– nulla mi dice il nome Vivirito Giuseppe.

– Danieletti mi parlava di D’Intino perche’ seppur saltuariamente continuava ad incontrarlo.

– ho conosciuto Signorelli paolo che ho incontrato in carcere di Modena nel dicembre 1980 e che ho rivisto per un attimo nel carcere di Bologna quando si trovava in isolamento in occasione del processo per l’omicido Amato. Mi disse in tale occasione che si proclamava completamente innocente ed estraneo ai fatti che gli venivano addebitati.

– il nome Esposti Giancarlo mi e’ stato piu’ volte fatto dal Danieletti che mi racconto’ di essere stato suo intimo amico e di averlo frequentato assiduamente. Mi disse anche di essere stato presente nel momento in cui i carabinieri fecero irruzione nel loro campo a Pian del Rascino e mi racconto’ il fatto con abbondanza di particolari.
Mi disse che Esposti non accolse l’ invito ad arrendersi e fu  ammazzato mentre tentava di raggiungere le armi per aprire il fuoco credo che in quell’ occasione sia stata trovata presso il campo una grossa quantita’ di esplosivo. Il Danieletti mi disse che per fortuna erano stati fermati in tempo e che l’ intenzione del gruppo era quella di compiere un attentato credo nelle vicinanze.
Credo a un complesso industriale o a una centrale che a suo dire avrebbe provocato una conseguenza tale da causare la distruzione di un intero paese. Mi disse che disponevano di una quantita’ illimitata di armi, anche pesanti. Mi disse che avevano una Land o una Range Rover e che negli spostamenti si servivano di contatti radio con staffette. In tale maniera avevano appunto raggiunto Pian del Rascino.

– conosco Ballan Marco per averlo incontrato in carcere a Bologna al momento del suo arresto e anche quando fu arrestato. E’ notoria la sua appartenenza ad Avanguardia Nazionale e che era il rappresentante di Delle Chiaie Stefano in Italia. Mi parlo’ dettagliatamente di questa sua posizione certo Marcello Soffiati di Verona il quale pure si trovava in carcere a Bologna ed era stato arrestato per reati connessi alle trame eversive di destra con un gruppo di persone delle quali uno e’ geometra di un paese in provincia di Verona credo Colognola ai Colli, un’ altra era un noto medico tale Maggi, un’ altra la proprietaria di un ristorante di Venezia. Il Soffiati che conoscevo da dieci anni in quanto nativo di Verona come me, mi disse che tra le sue intenzioni e del gruppo vi era quella di sequestrare Ballan Marco per farsi dire con la forza dove si nascondesse Delle Chiaie Stefano.
Il gruppo proponeva l’ eliminazione fisica di Delle Chiaie e questo a loro dire in accordo con determinati elementi dei servizi segreti di non so quale paese. Il Soffiati diceva di essere in contatto con elementi della Cia tramite degli ufficiali americani della Setaf. Mi parlo’ anche di un suo viaggio allucinante a bordo di un furgone effettuato nell’ estato di non o quale anno per raggiungere in Francia un certo Affatigato. Disse Soffiati che in quella occasione lo stesso Affatigato gli fece avere un assegno per cambiare il quale ebbe dei guai che non ricordo. Mi disse inoltre di essere dispiaciuto per aver coinvolto il tale viaggio un religioso di Verona.
Soffiati, che si fidava molto di me, mi disse che il colonnello Spiazzi Amos era certamente la persona che aveva consentito nel corso degli ultimi dieci anni ad affossare le trame nere in particolare a Verona poiche’ a suo dire aveva sempre collaborato attivamente con i servizi segreti italiani. Soffiati mi disse che non vedeva l’ ora di essere scarcerato per poter rientrare alla sua trattoria di Colognola ai colli e che si sarebbe in seguito disinteressato dalla politica attiva perche’ aveva avuto solo delle delusioni.
Si limito’ a dirmi che l’unica sua responsabilita’ nel processo era quella di aver sotterrato una pistola unitamente al geometra e forse ad un’ altra persona che io non sono in grado di indicare e che lo stesso Soffiati mi disse di non conoscere come latitante. Mi disse anche di aver ospitato questa persona nella sua abitazione sita credo nelle vicinanze di via stella dove molti anni addietro fu rinvenuta una grande quantita’ di armi e di proiettili. Quando seppe che si trattava di un ricercato, cerco’ di sbarazzarsene invitandolo a lasciare la città. Preciso infatti di essere stato costretto a ritardare le sue ferie a causa di questo imprevisto. Al momento non ricordo particolari utili.

Letto confermato sottoscritto.­