Il Billygate – Sentenza ordinanza Ustica 31.08.1999

Nel settembre – ottobre ‘78 una delegazione di uomini d’affari americani guidata da Billy Carter, fratello del Presidente in carica si era recata per alcuni giorni in Libia su invito del Colonnello Gheddafi. La delegazione giungeva all’aeroporto di Fiumicino, proveniente da New York, accompagnata dal cittadino libico Shallouf Gibril. Il gruppo era composto oltre che da Billy Carter, da Randy Coleman, dal senatore Long J.C. Hudgins, Long Leonard, dal senatore Henry Russel, da certi Jordan e Leanza, e dalla signora Joan Kasper, e veniva ricevuto a Roma dal cittadino libico Zwei Salem (v. appunto S.I.S.MI del 27.09.78 trasmesso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in data 27.01.98). Scopo della visita era la stipula di accordi di natura commerciale.

Nel febbraio del ‘79 Billy Carter ricambiò l’ospitalità di Gheddafi invitando una delegazione commerciale libica a Pleins in Georgia. Agli inizi del 1980 Billy Carter chiese e ricevette dai libici un prestito di 200.000 dollari. La vicenda allorché apparve sui media provocò serio imbarazzo al Presidente Carter, in quanto si era a pochi mesi prima delle lezioni presidenziali. E’ bene però ricostruire l’intera successione dei fatti prendendo spunto dalla sentenza della Corte d’Assise di Roma nel procedimento penale cd “Supersismi”. Nel giugno 1980 – proprio il mese in cui accadde l’evento di cui è processo – i repubblicani americani per il tramite di Michel Ledeen, agente d’influenza americana in Italia chiesero al S.I.S.MI con cui Ledeen era in contatto in qualità di consulente, aiuto al fine di scoprire le attività di Billy Carter in Libia. Il S.I.S.MI avrebbe rifiutato le richieste per ovvi motivi, ma il generale Santovito dava comunque incarico informale della questione a Francesco Pazienza; Pazienza con la collaborazione di Placido Magrì incaricò a sua volta il giornalista Giuseppe Settineri di contattare l’avvocato Michele Papa, amico della Libia, che aveva già avuto rapporti proprio con la delegazione che si era recata in Libia. Il giornalista incontrò l’avvocato Papa a Catania, si fece narrare la vicenda e registrò il colloquio. Le informazioni raccolte furono così trasmesse al generale Haig e a Ledeen, e messe a profitto in una campagna scandalistica contro Carter per favorire la vittoria di Reagan. Pazienza inquadra l’operazione tra quella della struttura “parallela” che egli stesso ha denunciato. Il S.I.S.MI ha sempre negato una partecipazione all’operazione, ma in vero questa non poteva avvenire senza l’impiego di uomini e mezzi del Servizio. Infatti l’apparecchio di registrazione usato da Settineri per registrare la conversazione con l’avvocato Papa fu fornito dal S.I.S.MI; i tecnici del Servizio provvidero ad eliminare i rumori di fondo della registrazione; Settineri ebbe l’incarico di acquistare a qualsiasi prezzo eventuali fotocopie di incontri tra Billy Carter ed esponenti arabi; il successo dell’operazione fu commentato negli uffici del S.I.S.MI da Pazienza, Artinghelli e Musumeci. Quest’ultimo ebbe a dire ad Artinghelli, ancorché che in tono scherzoso, che “quella era una operazione del Servizio”.

Conferma dell’operazione giungeva da persona da sempre ben al corrente delle segrete cose del nostro Paese, cioè il prefetto Federico Umberto D’Amato: “Vengo all’autunno 1980, quando Pazienza mi porta un certo Mike Ledeen, che conosceva già bene da molti anni. E’ un giornalista – forse è noto alla Commissione – che si è sempre occupato di questioni italiane (parla molto bene l’italiano), soprattutto dei problemi del terrorismo e della sovversione, con una certa competenza, anche se con un’ottica particolare. Ledeen era stato addirittura collaboratore dei Servizi italiani, perché aveva tenuto, insieme a due ex elementi della CIA, dei corsi dopo il caso Moro. Egli era un uomo che puntava disperatamente alla vittoria di Reagan, ed era in Italia per cercare di combinare, come si dice alla napoletana, un “piattino” a Carter con la storia del fratello Billy. Insieme a Ledeen e Pazienza andammo a pranzo un sera. Ledeen mi disse che stava mettendo su una campagna contro il fratello di Carter, che, a suo dire, era un corrotto, un dissoluto, lavorava con i libici, aveva regalato brillanti alla signora Carter e altre storie di questo genere. Riuscirono a montare un caso abbastanza interessante attraverso un contatto che crearono con un certo avvocato Papa di Catania, un uomo di Gheddafi.

Fecero parlare questo Michele Papa con un giornalista che era andato lì con un microfono e gli fecero dire cose compromettenti. In seguito il Ledeen su una catena di giornali molto importanti (l’americano Washington Post credo collegato anche a “L’Express” francese e a qualche altro giornale) scatenò questi articoli qualche giorno prima delle elezioni presidenziali. Anche di tutto questo io resi edotto il Capo della Polizia ed il Ministro perché mi sembrava un fatto interessante, tenuto conto che avveniva sul territorio italiano. Debbo dire però, per obiettività che nella cosa non fu coinvolto, per ciò che mi risulta, il Servizio italiano; cioè non è che Pazienza, con l’occasione, si rivolse a Santovito per farsi aiutare in questa faccenda che aveva messo su, tanto è vero che chiesero consiglio a me circa il modo di accostare qualche dipendente dell’albergo Hilton, dove il Carter aveva alloggiato per riuscire a raccogliere degli elementi. Quando vinse Reagan, il Pazienza andò in grande euforia insieme a Ledeen, il quale allora stava quasi sempre a Roma.

E a questo punto credo che vada messo in evidenza un momento forse non conosciuto della storia dei rapporti tra l’Italia e Stati Uniti; un momento di vuoto di rapporti fra l’America di Reagan, appena eletto, e l’Italia. E questo perché l’Ambasciatore Gardner era molto inviso al nuovo Presidente, il quale, praticamente tagliò subito i rapporti con lui e gli fece sapere che se ne doveva andare, tanto che non si attese nemmeno che venisse il nuovo Ambasciatore Raab per liquidarlo (come forse si ricorderà, nel mese di gennaio Gardner fu cacciato via). Di conseguenza che cosa accadde? Come ripeto, si verificò un fenomeno abbastanza singolare del quale ho sempre riferito al mio Ministro e al Capo della polizia perché ero un osservatore abbastanza interessato: e cioè che in un certo senso, i rapporti tra la classe politica italiana, il Governo italiano e il nuovo gruppo che era andato al potere in America, erano tenuti da Pazienza e da Ledeen. L’Ambasciata americana non faceva nulla, erano tutti come bloccati; e anche la CIA: Montgomery, che era all’epoca il capostazione, fu sostituito immediatamente dopo. Quindi, vi fu un periodo di paralisi: era come se l’ambasciata americana non esistesse. Dico questo per spiegare ciò che avvenne; come è noto, ci furono dei viaggi organizzati, in un certo senso attraverso messaggi che erano stati inviati preventivamente da Ledeeen che era consigliere – o asseriva di essere tale, ma credo che lo fosse – di Haig e dallo stesso Pazienza, che aveva profonde conoscenze in quell’ambiente, cioè praticamente nell’ambiente repubblicano. E cosi avvennero questi viaggi”. (v. audizione Federico Umberto D’Amato alla Commissione P2, 29.10.82).

Sentenza ordinanza del giudice Rosario Priore – Ustica 31.08.1999

Fascicolo su D’Amato presente nell’archivio di Gelli sequestrato in Uruguay

Top secret
Le notizie riservate raccolte sul dott. D’Amato riguardano tre settori:
1) Collaborazione, che risale ad oltre venti anni, con gli ambienti Pro Deo Vaticano – OSS – CIA, vedi copia pro memoria (A);
2) Collaborazione P.C.I.;
3) Archivio riservato personale e rete personale, al di fuori di ogni apparato ufficiale.

Rapporto P.C.I.
I rapporti diretti continui sono tenuti esclusivamente con l’on. Giancarlo Pajetta, che è stato anche il tramite di collegamento con i Servizi dell’Est. Il P.C.I. ha ottenuto grossi favori – alcuni fascicoli “riservati” furono forniti ed altri fatti scomparire. E’ indicativamente rilevante coma mai, in tutte le occasioni in cui l’Ufficio Affari Riservati e la persona del dott. D’Amato sono stati soggetti di rilievo sia in sede politica, amministrativa e parlamentare, la stampa di sinistra non abbia dato risalto, né abbia proposto inchieste giornalistiche. Più di una volta l’on. Pajetta, Anderlini (P.S.), Amendola hanno riconfermato il loro divisamento: “D’Amato non si tocca”. Con la stampa i rapporti sono stati sempre molto cordiali; il D’Amato si è servito di vari fidati giornalisti ed Agenzie di stampa largamente finanziate tramite fondi del Ministero dell’Interno (AIFE, Senise, Op, Pecorelli, ecc).
La posizione economica di D’Amato, in Svizzera e presso la Banca Morin di Parigi (versamenti americani), è rilevantissima. Il D’Amato ha eseguito anche una serie di operazioni valutarie per autorevolissime personalità politiche, tra cui due Ministri.

Archivio riservato e personale
Oltre alle reti ufficiali ed ufficiose, il D’Amato ha avuto l’accortezza di approntare un “ufficio riservato personale”, che ha affidato ad alcuni suoi intimissimi e fedelissimi collaboratori, che non fanno parte dell’amministrazione, tra cui il sig. Danese. La copertura è perfetta e la massa dei documenti, molti dei quali microfilmati, è di una importanza esclusiva. Non per nulla egli suole, fra i suoi intimi, definire tale ufficio “la mia polveriera”. In queste ultime settimane molto materiale è stato portato in questa sicura “base operativa”.

Allegato A
L’organizzazione schematica dei servizi informativi facenti capo a P.Morlion, capo rete OSS, è stata la seguente. Inizialmente i servizi USA-OSS erano coperti dalla organizzazione CIP Centri Informazioni Pro-Deo. Collaboravano con Morlion la signora Brady Anna, Obolensky, Smider, Gleser. L’ufficio iniziale fu fatto a via Napoli e poi a via Nomentana, presso l’abitazione della Brady. Successivamente, nel 1955, l’organizzazione Morlion OSS Pro Deo venne integrata da due elementi: Mons. Giovanni Dunne, Mon. Bruning e dal nipote del primo, Dr. Massara. Puntualizzarono la loro attività verso i Paesi dell’Est europeo, con fondi e trasmissione di notizie anche alla Gran Bretagna. Nello stesso anno si gettarono le basi di una collaborazione tuttora in atto con l’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, Dr. D’Amato – Dr. Di Girolamo che con Mons. Ferrero e il Dr. Croce curavano il settore Pro Deo, rivolto inizialmente a quella fase a servizi informativi politici e di interesse economico e militare. Gli uffici di questi servizi erano posti in via del Tritone 122, poi a viale Pola 12; la direzione ed il vaglio del materiale informativo era fatto sempre di concerto tra Mons. Ferrero e il Dr. D’Amato. La copertura data dei servizi con la sigla DOC era aggiornata costantemente con i collaterali servizi francesi (CIP Francia), belgi (CIP Belgique), USA (Cip New York). Allorquando scoppiò lo scandalo degli agenti Smider e Obolensky, fu proprio il Dr.D’Amato che si interessò più di ogni altro per fare espatriare Obolensky in Francia e Smider a Rio Grande del Sud.
Nel 1954-55 si è svolta presso il Tribunale di Roma una causa per sottrazione di “documenti e relazioni segrete della Pro Deo”. Il procedimento penale fu promosso dalla Pro Deo a carico di tali Perotti e Airoldi, conclusasi con la condanna di quest’ultima.
Di tale causa esiste un documentato “dossier” presso la D.G. PS Ufficio A.R.
Dopo un intervento del cardinale Dell’Acqua, Mons. Ferrero, sempre in collaborazione con il Dr. D’Amato e P. Morlion, redige un rapporto quotidiano in solo dodici esemplari, che viene trasmesso ad altissime personalità ed ai dirigenti dei servizi collegati. (…) Si acclude un elenco di spese mensili relativo alla rete di Roma del 1964; nonché un elenco dei cosiddetti collaboratori esterni. Il nominativo di D’Amato è riportato con il nome di battesimo, Umberto, che è il suo secondo nome.

“Primo colpo di bisturi” – Panorama 13.06.1974

Una vittima, e importante, anche nella macchina dello Stato: dalle 11,45 di martedì 4 giugno, l’Ufficio informazioni generali e sicurezza interna (fino a tre anni fa si chiama­va Ufficio affari riservati) non esi­ste più. Secondo molti lo scioglimen­to a pochi giorni dalla strage ha un preciso significato politico. « Era un ufficio tanto preoccupato di scopri­re o inventare sovversioni a sinistra da non vedere le centrali eversive fasciste e che comunque non ne ha mai impedito le gesta delittuose », dice Alberto Malagugini, deputato milanese, uno degli esponenti più qualificati del Pci.

Duecento uomini in tutto tra fun­zionari, impiegati e scrivani, dal 1969 in poi l’ufficio era stato al centro di aspre polemiche tra le diverse parti politiche. Da sinistra e da destra, in particolare, si erano accusati i suoi dirigenti di utilizzarne i fondi e le strutture per influenzare subdo­lamente la vita politica italiana. Giorgio Almirante, segretario del Msi, per esempio, aveva detto espli­citamente che Stefano Delle Chiaie, leader del gruppo estremista di de­stra Avanguardia Nazionale, era in realtà un agente di Umberto Fede­rico D’Amato, il questore che diri­geva l’ufficio dal 1971 (Delle Chiaie, ricercato perché sospettato di essere coinvolto nella preparazione della strage di piazza Fontana a Milano, dal dicembre 1969, è tuttora lati­tante). E il predecessore di D’Ama­to, Elvio Catenacci, era stato incri­minato (ma poi prosciolto) dal giu­dice istruttore Gerardo D’Ambrosio per non aver comunicato alla ma­gistratura i risultati della perizia sul brandello della borsa che aveva portato la bomba in piazza Fontana.

In sostanza, l’ufficio veniva visto da molti come uno dei centri moto­ri della cosiddetta « strategia della tensione », che tenendo l’Italia sotto la costante paura di atti violenti da destra o da sinistra, era desti­nata a favorire i partiti di centro. A questo serviva anche la teoria de­gli « opposti estremismi », e cioè che le bombe e gli attentati potevano es­sere di colore rosso o nero.

In stretto contatto con il Sid, il Servizio militare di informazioni (due motociclisti facevano tutti i giorni la spola tra le due sedi per consegnare plichi, copie di telegram­mi, fonogrammi, tutti chiusi in dop­pie buste con la dicitura « riserva­tissimo »), oltre che con la Cia (il controspionaggio degli Stati Uniti) e i servizi segreti Nato, l’ufficio era sospettato di avere raccolto infor­mazioni anche su tutti i principali personaggi della vita pubblica italia­na attraverso il lavoro di un piccolo esercito di informatori prezzolati (da lire 50 mila in su), e di avere mobilitato schiere di collaboratori specializzati in sabotaggi, terrori­smo, falsificazione di documenti.

Nato a Marsiglia ma vissuto sem­pre a Napoli, esperto di culinaria e di opere d’arte, 54 anni, D’Amato non interpreta lo scioglimento del­l’ufficio (è stato incorporato nell’i­spettorato antiterrorismo affidato a Emilio Santillo, già questore a Reg­gio Calabria, a Genova e a Torino) come una misura punitiva. È stato formalmente promosso a dirigere il servizio frontiere e trasporti (con 18 mila uomini alle dipendenze) e a chi gli ricorda i sospetti delle si­nistre controbatte di essere stato lui a denunciare alla magistratura organizzazioni fasciste come il Mar e Ordine Nuovo (« Di una cosa sono certo », dice Adolfo Sarti, per cin­que anni sottosegretario all’Interno: « D’Amato è un vero antifascista»).

Restano due interrogativi: a chi andranno in mano gli scottantissimi dossier dell’ufficio? E chi pagherà ora le legioni dei suoi informatori?

Relazione di Guido Paglia su A.N. e il Golpe Boghese – documento trovato presso la sede di OP

Per forza di cose questa relazione si riferisce all’attività svolta dall’Avanguardia Nazionale nel periodo compreso tra la fine del 1967 ed il corrente mese di novembre del 1972. Di volta in volta si cercherà di narrare anche fatti antecedenti dei quali, tuttavia, si hanno per il momento soltanto particolari frammentari.
Innanzi tutto è bene precisare subito che quando si parla di Avanguardia Nazionale ci si riferisce in generale ad un certo ambiente che gravita inevitabilmente intorno alla figura di Stefano Delle Chiaie, uno dei leader più rappresentativi delle frange della destra extraparlamentare. La metodologia studiata da Delle Chiaie per la battaglia politica ha fatto però in modo che l’Avanguardia Nazionale non sia altro che la facciata “ufficiale” di un’organizzazione che può contare sopra tutto su un “apparato” clandestino di notevole capacità operativa. Questo “apparato” costituisce la vera e propria forza del gruppo di Delle Chiaie.
Di esso fanno parte personaggi più o meno noti dell’estrema destra, ma anche (ed è questo un punto di ulteriore forza) per­sone assolutamente sconosciute agli archivi “politici”. Ciò permette all’organizzazione una notevole libertà di movimento.

Il metodo di lavoro politico si basa così sui seguenti punti:
1) gli attivisti più noti e comunque tutti coloro che in qualche modo hanno avuto a che fare con la polizia, i carabinieri e naturalmente la magistratura, vengono inquadrati in seno all’Avanguardia, la “facciata ufficiale” dell’organizzazione; sono loro che conducono le battaglie che riguardano la “politica attiva”, quella di stretta concorrenza al MSI;
2) gli aderenti meno noti e soprattutto coloro i quali hanno dimo­strato delle capacità organizzative più adatte alla clandestinità, vengono invece destinati alla struttura “secondaria”, quella dell’apparato; di esso comunque fanno parte anche attivisti notissimi che però, almeno “ufficialmente” non svolgono più attività politica; a questa struttura “secondaria” appartengono proprio i componenti dei “commandos” terroristici; per garantire la loro attività sono stati studiati particolari accorgimenti quali ad esempio il fatto di non conoscersi neppure tra membri dell’apparato, di non sapere mai chi ha compiuto una certa “azione” etc.;
3) l’Avanguardia oltre che condurre la battaglia ufficiale ha anche il compito di “filtrare” per l’”apparato” gli elementi che via via vengono giudicati idonei a svolgere un lavoro di maggiore responsabilità;
4) infine, proprio per quanto detto finora, c’è anche da tenere presente che non tutti (anzi è meglio dire la stragrande maggioranza) gli appartenenti all’Avanguardia appartengono alla struttura secondaria; l’inquadramento in quest’ultima avviene per meriti (e soprattutto per fiducia) soltanto in un secondo momento.

Elencati i principi generali sui quali si fonda la metodologia di lotta ideata e messa in pratica da Delle Chiaie, passiamo a qualche dato più concreto sull’organizzazione. Attualmente, ad esempio, il ver­tice è composto, oltre che da Delle Chiaie, dalle seguenti persone:

MAURIZIO GIORGI (senz’altro il più autorevole ed il più capace tra i luogotenenti), abitante in via Olindo Malagodi 25, numero di tele­fono 4383430;
FLAVIO CAMPO, già numero due del gruppo e attualmente destinato all’organizzazione e all’esecuzione dei pro­grammi clandestini, abitante in via Cerveteri ed impiegato presso il Ministero delle Finanze dove lavorano anche il padre e la sorella); CESARE PERRI, laureando in Medicina, studente fuori sede residente a Catanzaro (è colui che curò più da vicino i rapporti con il “Fronte Nazionale” di Borghese in occasione del “colpo di stato”); GIULIO CRESCENZI, idraulico, abitante al quartiere Nuovo Salario (Val Melaina); FAUSTO FABBRUZZI, impiegato presso la Cassa di Risparmio di Rieti in via in Aquiro. Gli ultimi due sono di scarse capacità ed appartengono al vertice più in quanto amici fedelissimi di Delle Chiaie che per meriti individuali; eccellenti esecutori di ordini e niente più. Pur non facendo parte del “vertice” è alla stessa altezza dei sunno­minati anche ADRIANO TILGHER (il padre, Mario, lavora al “Roma” di Napoli al servizio interni), abitante in via dei giornalisti 6 o 8 (telefono 341548). Tilgher ha assunto l’incarico di Presidente Nazio­nale dell’Avanguardia dopo le dimissioni di Guido Paglia. È anch’egli soprattutto un buon esecutore d’ordini, ma non difetta neppure di qualità organizzative ed ideative. Instancabile, svolge quotidianamente una molo di lavoro impressionante. Attualmente, in seguito al noto mandato di cattura per falsa testimonianza circa l’istruttoria della strage di Milano, Delle Chiaie è sostituito al vertice da una specie di triumvirato del quale fanno parte Campo, Giorgi e Perri.

Elementi di sicura affidamento per l’apparato sono anche Roberto Palotto, Tonino Fiore, Saverio Ghiacci, Bruno Di Luia, Marco Marchetti, Saverio Savarino, Riccardo Minetti, Enzo Casale, Fabio Regoli, Carmine Palladino etc. In tutt’Italia, la struttura dell’Avanguardia rispecchia fedelmente i principi generali già elencati: agli attivisti di piazza, inquadrati ufficialmente, fanno riscontro i membri dell’apparato clandestino. Punto di forza è naturalmente la Calabria: in tutte e tre le province, l’Avanguardia ha raggiunto posizioni di indiscutibile autorità  riuscendo perfino a scalzare dalle piazze i missini (l’emorragia di giovani verso la linea dura dell’Avanguardia è incessante).

Responsabile delle due “strutture” in Calabria è il marchese Felice (Fefè) Zerbi di Reggio Calabria. Persona di grande prestigio, gode di incondizionate protezioni anche presso l’ambiente mafioso che in più di un’occasione è stato assai utile all’Avanguardia. In passato ha ricoperto l’incarico di “reggente” del Fronte Nazionale e in occasione della visita a Reggio di Borghese (ottobre 1969) dimostrò ampiamente lo sue capacità organizzative. Suoi strettissimi collaboratori sono Pino Barletta e Carmelo Dominici (attualmente in carcere). A Catanzaro, fiduciario risulta tale Totonno, un professore facilmente meglio identificabile in quanto già “reggente” anche lui del Fronte Nazionale.

La presenza dell’Avanguardia è particolarmente consistente anche nelle seguenti città: Messina, Catania, Bari, Taranto, Avellino, Napoli, Latina, Rieti, Grosseto (qui per l’apparato è responsabile tale Ciabatti, fedelissimo di Borghese), Massa (Piero Carmassi), Pistoia, Firenze, Perugia, Terni, Viareggio (e tutta la Versilia), La Spezia, Lucca, Siena (Pierfranco Di Giovanni), Ravenna (tale Alvaro), Bologna, Reggio Emilia (Paolo Pecoriello), Pavia, Trento (Cristiano De Eccher), Trieste, Padova, Novara, etc. Recentemente è stato costituito il gruppo di Avanguardia anche a Milano (responsabile tale Marco, un nobile molto amico di Flavio Campo). In poche settimane di attività, il gruppo ha già acquistato notevole forza e prestigio.

Il Colpo di Stato
A questo proposito il discorso va riallacciato alla nascita del “Fronte Nazionale” di Borghese. Per decisione di Delle Chiaie i rapporti tra i due ambienti si fecero sempre più stretti, tanto che spesso era l’Avanguardia, a camuffarsi da “Fronte” per svolgere azioni di una certa importanza. Borghese poté comunque contare sempre sulla dispo­nibilità dell’apparato. I primi discorsi sulla possibilità di effettuare un “golpe” con l’aiuto delle Forze Armate cominciarono a circolare tra i membri dell’apparato verso la fine del 1969. Si parlò sempre di scadenze brevi e di organizzazione perfetta (in poche ore era­no pronte -secondo i discorsi dei responsabili del Fronte- tutte le soluzioni per assicurare la continuità dell’apparato statale). I rapporti tra il Fronte e l’Avanguardia vennero curati da Borghese in persona e in sua assenza o indisponibilità dal maggiore Orlandini.
Per l’Avanguardia partecipavano alle riunioni Delle Chiaie, Campo e Perri. La prima data stabilita per agire doveva e sa ere compresa nel mese di giugno del 1970. Nel cantiere che l’impresa edilizia di Orlandini aveva nei presai della Buffalotta, le riunioni si intensificarono sempre più: vi partecipavano senza dubbio alti ufficiali e personaggi del mondo politico (testimonianze dirette); Orlandini e Adria­no Monti (membro del consiglio nazionale del PLI, medico, molto noto a Rieti) sostenevano che c’era un appoggio praticamente incondizionato anche da parte dei carabinieri, della, polizia e di stessi ambienti governativi. Tutto sembrava procedere senza intoppi di sorta e se non altro la coreografia che circondava i preparativi, pareva avva­lorare lai credibilità del discorso di fondo. La complicità all’interno del Ministero degli Interni era assicurata da un certo dottor Drago che sembrava essere uno dei più autorevoli «golpisti».

Si arrivò così alla famosa notte sul 4 dicembre quattro giorni prima di quella prestabilita per l’azione. Il 7 dicembre, Delle Chaie rifinì gli ultimi particolari. Divise i compiti e affidò a Flavio Campo i compiti dinamitardi, riservando a se stesso quelli riguardanti l’azione al Viminale. I membri fedelissimi dell’Avanguardia sarebbero stati convocati in sede per le 18 del 7 stesso. Dovevano essere circa una cinquantina e sarebbero stati informati dei loro compiti all’ultimo momento poiché soltanto pochissimi di loro facevano già parte dell’apparato clandestino. Ufficialmente essi dovevano restare a disposizione presso la sede dell’Avanguardia (via dell’Arco della Ciambella 6, ter­zo piano) perché i dirigenti avevano saputo che proprio quella notte i comunisti avrebbero dato l’assalto alla sezione. Contemporanea­mente tutti gli altri membri dell’apparato si sarebbero riuniti in una serie di appartamenti dislocati in varie zone della città. Ai romani (un centinaio) si aggiunsero un’altra cinquantina di elementi di varie città fatti affluire precipitosamente, nella capitale. E’ scontato che anche al di fuori di Roma i membri dell’apparato erano pronti ad intervenire: gli ordini prevedevano però il passaggio allo scoperto soltanto dopo una precisa comunicazio­ne proveniente da Roma e diramata solo nel caso in cui tutti gli obiettivi strategici fossero stati occupati secondo i piani pre­stabiliti.

Si seppe che oltre all’Avanguardia risultavano mobilitati per l’azione la stragrande maggioranza degli aderenti all’associazione paracadutisti (punto di raccolta la famosa palestra, di via Eleniana), il gruppo “Europa Civil­tà” diretto da Loris Facchinetti, Stefano Serpieri e Mauro Tappella, ed elementi del MSI raccolti intorno all’on. Giulio Caradonna (particolar alquanto stridente con quanto proclamato fin dal principio dai responsa­bili del “Fronte”, i quali avevano assicurato che in nessun caso i missini sarebbero stati resi partecipi del “colpo di stato”). All’ora prestabilita gli attivisti dell’Avanguardia si trovarono all’appuntamento fissato in sede, periodicamente, i dirigenti vennero informati degli sviluppi della situazione da altri membri dell’appa­rato. Alle 19,30, ad esempio, Giulio Crescenzi giunse in via dell’Arco della Ciambella per comunicare che il gruppo dell’Avanguardia guidato da Adriano Monti e da Alberto Mariantoni (responsabili delle due strutture del capoluogo) era già all’interno del Viminale pronto ad agire.
Alle 23, sempre il Crescenzi avvertiva che un secondo gruppo si tro­vava nel garage del Ministero degli Interni dove era stato armato da un maggiore della “Celere” di Centro Pretorio (non sarebbe diffici­le individuarlo perché si seppe che quel giorno era di turno). Insieme a quelli dell’Avanguardia (tutti appartenenti al gruppo del Quadraro e guidati da Roberto Palotto, Saverio Ghiacci e Carmine Palladino), c’erano comunque anche alcuni (tre o quattro) agenti di polizia che avevano naturalmente il compito di inquadrare gli attivisti. Particolare significativo; il maggiore fece un discorsetto di circostanza affermando che lui non era affatto fascista ma che comunque credeva in quello che stava facendo; concluse chiedendo la massima collaborazione e soprattutto l’esecuzione di qualsiasi ordine senza discussioni.

All’una la “doccia fredda”: dal quartier generale, dopo che tutti i giovani dell’Avanguardia, informati sul reale motivo della convoca­zione, si apprestavano a salire su un automezzo che sarebbe dovuto giun­gere nel giro di pochi minuti dal Viminale, giunse l’ordine di “fer­mare” tutto e di tornare a casa senza creare complicazioni. Si disse che l’ordine giungeva direttamente da Orlandini e quindi da Borghese.

Il maggiore si mostrò estremamente contrariato e iniziò a congedare quelli dell’Avanguardia che si trovavano nel garage del Viminale di­cendo: “Mi dispiace ragazzi, purtroppo è finita… è finita… gli ordini di Orlandini e Drago sono precisi… si sospende tutto e si torna a casa”. Fu a questo punto che Palotto e Ghiacci pensando ad una possibile e futura manovra “ad incastro” decisero di impadronir­si di alcune “machine-pistolen” e dei relativi proiettili. Queste armi –pensarono – fanno parte della dotazione del Ministero degli Interni. Se domani dovesse andarci male, potremo almeno, grazie a queste, andare fino in fondo a questa storia.

I membri più fedeli dell’apparato vengono convocati da Delle Chiaie che informa gli intervenuti circa le disposizioni alle quali ciascu­no dovrà attenersi in concomitanza con lo scoccare dell'”ora X”.
Secondo le decisioni del comandante Borghese, l’Avanguardia dovrà occuparsi di due obiettivi:
1) alcuni “commandos” avranno il compito di far saltare in aria tutto le strade che potrebbero permettere alle unità dell’esercito di stanza ad Anzio-Nettuno (al “Fronte” viene spiegato trattarsi di truppe corazzate fedelissime al presidente Saragat): di raggiungere Roma. I golpisti distribuiscono a questo proposito mappe e schizzi a membri dell’Avanguardia.
2) Il grosso dei membri dell’Avanguardia ufficiale e clandestina si dovrà invece occupare di occu­pare il Ministero degli Esteri. A loro verranno affiancati tecnici specializzati che subito dopo l’occupazione degli edifici, dovranno preoccuparsi di utilizzare, a seconda dogli ordini, la importantissima centrale di comunicazioni radio e telefoniche. A questo proposito viene fatto un discorso del genere: “agiremo servendoci di complicità interne. Con voi ci saranno anche parecchi carabinieri. Altri ne troverete dentro il ministero. Questi ultimi dovrebbero immediatamente unirsi a noi; nel caso in cui però ciò non avvenisse allora non bisognerà avere esitazioni: se necessario, dovrete usare le armi!”.

La seconda parte del “golpe” prevedeva poi questa ulteriore utilizzazione degli elementi di Delle Chiaie: “Dopo l’occupazione del Ministero degli Esteri, dovrete attendere fino all’alba del giorno appresso (l’azione naturalmente si sarebbe dovuta svolgere intorno alla mezzanotte). Vorrete infatti rimpiazzati da truppe rego­lari. Compiuto così la prima fase del colpo di Stato, sarete destina­ti ad un altro incarico di fiducia: insieme ad i carabinieri andrete a rastrellare nelle prime ore del mattino una serie di persone che viene ritenuto opportuno allontanare coattivamente da Roma por qualche tempo. Quelli del “Fronte” spiegarono trattarsi soprattutto di sindacalisti molto importanti la cui eventuale libertà d’azione avrebbe potuto provocare uno sciopero generale immediato che avrebbe fatalmente arrestato e forse compromesso l’esito dell’insurrezione delle forze armate. Que­ste persone dovevano essere caricate a bordo di autocarri dei carabinieri e della celere e scortate fino a Civitavecchia. Qui, al porto, sarebbero state messe a disposizione diverse navi che avrebbero poi accompagnato gli arrestati in due isole dell’arcipelago delle Eolie o Lipari.

Il fatto di essere subito estromessi da un punto-chiave quale il Ministero degli Esteri e naturalmente il timore che tutto il “golpe” potesse rivelarsi una trappola per stroncare l’estrema destra provocò non poche perplessità e perfino proteste. Tra l’altro si paventava il pericolo di un arresto in massa degli appartenenti all’Avanguardia all’uscita del Ministero: in questo modo, in un certo senso si poteva ripetere  quanto era avvenuto in Grecia dove, subito dopo il colpo di stato, i colonnelli avevano pensato bene di mettere in galera sia estremisti di destra che di sinistra. Le obiezioni trovarono quasi subito l’appoggio incondizionato di Delle Chiaie e di altri autorevoli responsabili del “vertice” d’apparato. Venne pertanto deciso di chiedere ufficialmente ai responsabili del “Fronte” di fare svolgere a quelli dell’Avanguardia un compito di maggiore responsabilità e che soprattutto potesse in pratica fornire quelle garanzie di sicurezza futura che stavano a cuore di tutti.
La proposta fu accettata quasi subito e a questo proposito va sotto­lineato come un appoggio autorevole alle richieste dell’Avanguardia venne dal dott. Drago il quale non mancò di ricordare gli indiscutibili meriti dei giovani guidati da Delle Chiaie nell’organizzazione di tutto il “pre-golpe”. Il 6 dicembre venne cosi deciso che l’Avanguardia avrebbe avuto il compito di occupare il Ministero degli Interni. Drago fornì Delle Chiaie ed al­tri di una pianta del Viminale. La mappa era fatta a mano ma appariva corrispondente alla realtà. Drago spiegò per filo e per segno le tappe dell’occupazione mostrando bene dove si trovava la centrale operativa del Ministero.

Aggiunse che la notte sull’8 dicembre sarebbe stato senz’altro necessario far uso del le armi in quanto le guardie ed i funzionari che orano all’interno della sala che ospitava la cen­trale radio non avrebbero aperto la porta se non di fronte a persone più che conosciute e soprattutto in possesso di precise credenziali. Venne garantito che i membri dell’Avanguardia sarebbero stati fatti entrare nel Ministero degli Interni grazie ad una serie di complicità sfuggendo ai frettolosi controlli delle guardie, le armi uscirono così dal Viminale.
Dopo una riunione convulsa svoltasi nel quartiere generale (installato nella sede del Fronte in viale XXI Aprile) si predisposero gli ultimi accorgimenti affinché la macchina del golpe si potesse arrestare senza provocare una serie di reazioni a catena contro i partecipanti all’azione. All’alba tutti gli attivisti convocati fecero così ritorno a casa con l’impegno di non fare parola con alcuno di quanto accaduto nel corso della notte. Nei giorni seguenti, naturalmente, si svolsero diverse riunioni per tentare di capire cosa avesse inceppato l’ingranaggio definito fino all’ultimo momento come “assolutamente perfetto”. Fu lo stesso comandante Borghese a spiegare che le difficoltà maggiori erano giunte nel corso dell’occupazione del Ministero della Difesa. “Qualcuno” infatti si era tirato indietro e non era stato più possibile procedere senza troppi rischi ed entrare nei palazzi di via XX settembre da dove, secondo quanto stabilito in precedenza, un altissimo ufficiale avrebbe rivolto un appello comunicato attraverso la radio.

Si seppe anche un altro particolare. Un ufficiale dei carabinieri, tale Pecorella, che doveva arrivare da fuori Roma accompagnato da quaranta militi, era giunto portando con sé soltanto sedici carabinieri. Per rimediare allora Orlandini e gli altri avevano proposto di armare e rivestire con l’uniforme alcuni attivisti. Pecorella si era però recisamente opposto a questa soluzione, minacciando di rinunciare ad entrare in azione. Poiché il suo obiettivo doveva essere proprio il Ministero della Difesa per l’occupazione del quale erano già sorte complicazioni delle quali si è detto, anche questo atto convinse i golpisti a rimandare l’operazione.
E’ chiaro (e borghese a questo proposito non volle aggiungere altro che vi furono comunque anche altri intoppi poiché non è certo giustificabile in questo modo l’arresto di un “colpo di stato”.

Fu proprio questa considerazione che contribuì a far sorgere i primi sospetti circa l’inattendibilità delle intenzioni “golpiste” di certi personaggi che circondavano Borghese, primo fra tutti il Drago. I sospetti divennero quasi certezza quando l’entourage dell’Avanguardia apprese che il Drago altri non era se non un fedelissimo del dottor Federico Umberto D’Amato, capo della sezione “Affari Riservati” del Ministero degli Interni.
Si rivelò comunque fondamentale la mossa del trafugamento delle armi e delle munizioni dal Viminale: fu infatti probabilmente grazie a quello stratagemma che l’ambiente dell’Avanguardia non subì alcun danno dall’azione poi intrapresa sia dalla polizia (Provenza, l’amico di D’Amato in testa) che dalla magistratura.
Nessuno del giro di Delle Chiaie finì in carcere e questo particolare confermò che evidentemente lo stesso D’Amato doveva aver ritenuto più prudente non colpire chi avrebbe potuto svelare sconcertanti retroscena dell’inchiesta contro il Fronte Nazionale.
Naturalmente il Drago cerco in tutti di farsi restituire le armi e le munizioni trafugate. Si mise in contatto più volte con Flavio Campo affermando che se le armi non fossero state restituite, il maggiore della “Celere” di Castro Pretorio avrebbe passato dei guai seri perché i mitra facevano parte di una dotazione numerata. Disse anche che non era possibile farne copia (particolare falso perché invece così fu poi fatto).
Tutte le sue preghiere non sortirono effetti di sorta e ancora oggi le armi sono in possesso del gruppo di Delle Chiaie, così come probabilmente anche altri documenti significativi riguardanti i preparativi del famoso “colpo di Stato”. Risulta che al corrente del golpe erano anche diversi altri ambienti. Fra questi quello che fa capo ai giornalisti Gianfranco Finaldi e Raffaello Della Bona (proprietari del Bagaglino). Fu proprio Finaldi, parlando con alcuni elementi dell’Avanguardia, a rivelare che si era trattato di una “azione provocatoria” organizzata dal Ministero degli Interni.