Carlo Semerari – dichiarazioni 28.12.1984

Per quanto riguarda gli ambienti frequentati da mio fratello ed in particolare ambiente della destra eversiva, devo dire che nulla so in proposito poiche’ io e Aldo, pur essendo legati da affetto profondo, avevamo diverse ideologie e frequentavamo ambienti diversi. Conosco il colonnello Santoro Michele, in passato inquisito a Trento, poiche’ questi e’ stato amico di infanzia sia mio che mio fratello. Solo in occasione del funerale di Aldo conobbi poi un certo avvocato Franco Era, all’ epoca amministratore di villa Mafalda. Dopo il funerale si raccolsero gli amici in casa di mio fratello nella sua villa di Poggio Mirteto.

aldo-semerari

Qui venne anche l’ avvocato Era, il quale, in presenza del colonnello Santoro, mi riferi’ una circostanza che a me sembro’ immediatamente molto strana. Premetto che io ricevetti la telefonata di mio fratello da Napoli verso le ore 17,00 di giovedi’ , giorno in cui venne sequestrato. Mi disse che aveva avuto conferma che la sua salute era ottima, che si sentiva in forma e che il viaggio era andato bene. Mi apparve insomma in ottima forma dopo giorni in cui era apparso molto preoccupato per la sua salute. L’ avvocato Era mi disse, in quella occasione, di avere ricevuto una telefonata di mio fratello, tra le 17 e le 18 di quello stesso giovedi’ .

In quella telefonata mio fratello gli avrebbe detto che lo aveva chiamato per comunicargli una cosa importante ma poiche’ , a detta di Era, la linea era disturbata, egli lo invito’ a riferirgli quella cosa importante il giorno dopo, in occasione del suo rientro a Roma. La cosa mi sembro’ subito molto strana, sia perche’ una telefonata interurbana non la sia lascia cadere tanto facilmente, e sia perche’ le stesse ragioni adottate mi sembravano poco credibili posto che avevo chiamato poco prima e la linea funzionava benissimo. Chiesi al colonnello Santoro chi fosse questo Era ed egli mi disse che faceva parte dei servizi segreti e che era persona molto trasparente. Aggiungo che io non ho mai creduto alla responsabilità di Ammaturo Umberto quale autore dell’ omicidio di mio fratello nel modo piu’ categorico, sia perche’ era in ottimi rapporti con lui, sia perche’ era inverosimile che un uomo come Ammaturo potesse lasciare nella

Tasca della vittima la prova di un incontro precedente e cioe’ un assegno a sua firma e sia perche’ io stesso, frequentando gli ambienti dei manicomi giudiziari come consulente, avevo appreso da piu’ fonti cui davo credito, dell’ estraneita’ di Ammaturo. Peraltro io stesso avrei corso pericolo ove mio fratello fosse stato ammazzato per uno “sgarro” alla camorra, che viceversa, non aveva nessun interesse ad eliminarlo.

Lo stesso suicidio della sua assistente mi lascio’ perplesso poiche’ avvenuto dopo il sequestro di mio fratello e poche ore prima del ritrovamento del suo corpo ad Ottaviano e perche’ avvenuto con un colpo di pistola 44 magnum esploso in bocca, cosa che non ricorre letteralmente come ipotesi di suicidio per una donna. La stessa motivazione di quel gesto e’ scarsamente credibile. Posso dire con sicurezza che la lettera che Aldo spedi’ a Maresca Marina ed anzi all’ “Unita’ ” di Roma, gli venne estorta non trattandosi del suo stile e contenendo la lettera errori di grammatica, laddove mio fratello era un cultore della lingua italiana. Ricordo che quando mio fratello venne scarcerato dalla magistratura di Bologna, appariva preoccupatissimo e si trasferì per ragioni di malattia dal San Camillo dove era piantonato, a villa Mafalda. Dopo qualche tempo gli giunse un telegramma, nel settembre – ottobre 1981, con il quale Cutolo Raffaele lo nominava perito del figlio. Era incerto se accettare o meno per le sue condizioni precarie di salute. Cio’ lo mise in stato di agitazione, ma infine accettò l’ incarico anche dietro mio consiglio. Questo telegramma che egli aveva sulla propria scrivania, non fu piu’ trovato dopo il suo omicidio. Riferii questa stranezza immediatamente ai carabinieri che vennero a perquisire la casa ed al giudice di Napoli.

La sua segretaria a nome Barlesi Lucia mi disse che la mattina del giovedì in cui scomparve Aldo subì due “avvertimenti”, un’auto tento di speronare la loro vettura e, contrariamente al solito, non trovo’ la stanza nell’ albergo che riuscì ad ottenere solo dietro insistenza. Anche questa cosa mi sembro’ non credibile, perche’ come ho detto mio fratello era di buon umore quando mi telefono’ e mi avrebbe riferito una circostanza di quella gravità come il tentativo di speronamento e sia perche’ la Barlesi non avverti’ per tutta la notte ne’ me, ne’ mia cognata, del mancato rientro in albergo di Aldo.

Letto confermato e sottoscritto.­

Maurizio Abbatino – dichiarazioni 08.01.1993

Come ho gia’ avuto modo di dichiarare in precedenti interrogatori, gia’ prima che si cementasse l’ unione tra il nostro gruppo – cioe’ quella che si potrebbe definire “Banda della Magliana” – e quello di Selis Nicolino, tra questi ed il professor Semerari Aldo esistevano rapporti abbastanza stretti, avendo il primo, unitamente ad D’Ortenzi Alessandro, fruito di consulenze e, comunque di perizie psichiatriche di favore da parte dello stesso Semerari. Non so se e quanto fossero costate, in termini di denaro, quelle prestazioni professionali; so, tuttavia, che rientrava nel piu’ complessivo disegno politico del professor Semerari intrattenere rapporti operativi con gruppi della criminalita’ comune e fu proprio il D’Ortenzi, legato al gruppo di Selis Nicolino, a sollecitare gli incontri – dei quali ho gia’ parlato -tra noi ed il Semerari. In proposito, dal tenore dei colloqui avuti con il Semerari, potei capire che preesistevano rapporti tra i neofascisti – e, in particolare, il gruppo facente capo a Carminati massimo, Alibrandi Alessandro ed i fratelli Bracci – e il gruppo del Selis, come pure mi risulta che i predetti neofascisti avevano gia’ stretti contatti con Giuseppucci Franco, in forza dei quali si spiega perche’ venne accolta la mediazione di Carminati massimo in ordine al rilascio di Aleandri Paolo, sia la liberta’ dello stesso Carminati di accedere al deposito di armi del ministero della sanita’.

Selis Nicolino, per come ho gia’ riferito, intratteneva rapporti, sia personali con Cutolo Raffaele, sia operativi tra il suo gruppo e la Nuova Camorra Organizzata, facente capo a Cutolo. A sua volta, il gruppo del Carminati intratteneva rapporti oltre che con il Giuseppucci anche con i “Testaccini” , gruppo al quale – percome ho avuto modo di chiarire in precedenza – il Giuseppucci stesso era legato, prima ancora di unirsi, durante la detenzione di De Pedis Enrico, a noi e per i quali teneva armi.

Adr: per come ho riferito in precedenti interrogatori, quando ormai i vari gruppi – cioe’ il nostro, quello che era stato il gruppo di Selis Nicolino e quello dei “Testaccini” – si erano riuniti in una unica associazione, il gruppo del Carminati intratteneva rapporti un po’ con tutti, rientrando cio’ in un piu’ generale contesto di scambi di favori. In particolare, comunque, ricordo, per intensità degli stessi, sia quelli tra il Giuseppucci e gli uomini di Carminati cointeressati, per le ragioni gia’ spiegate, al recupero di crediti, in parte comuni, sia quelli con Abbruciati Danilo, attese le entrature che questi aveva in ambienti dediti al riciclaggio e al reinvestimento dei proventi delle attivita’ criminali.

Adr: Abbruciati Danilo, come ho gia’ detto, prima di unirsi al nostro gruppo, era stato un grosso boss della malavita romana, all’ epoca in cui a Roma operavano i cd “marsigliesi”, Faiella e Tabarrani. Egli oltre che con i vari Berenguer Jacques e Bergamelli Albert, Bellicini Maffeo e De Santis Laudavino, aveva avuto stretti rapporti con Turatello Francis. Il campo di attivita’ al quale era certamente dedito, prima della sua detenzione, a meta’ degli anni Settanta, era quello delle rapine; probabilmente, ma sul punto non posso essere preciso, trafficava anche cocaina. Dopo la sua scarcerazione, anche a seguito di una “guerra” nella quale era stato coinvolto con Tabarrani e Faiella – ma non so direda quale parte egli fosse schierato, suoi nemici di vecchia data, comunque, erano Belardinelli Bebo, col quale nelle carceri mi sembra avesse sempre avuto divieti d’ incontro, e Garofalo Fernando, detto “ciambellone” – Abbruciati Danilo non aveva legami con alcun gruppo in particolare: economicamente egli non aveva problemi di nessun genere, per cui si dedicava, di tanto in tanto, a qualche colpo, magari limitandosi a fornire delle “dritte” . Una volta che della nostra associazione erano entrati a far parte, grazie a Giuseppucci Franco, i vari De Pedis, Maragnoli e Pernasetti, venne da costoro cooptato nel gruppo.
A ragione dei suoi trascorsi malavitosi, avvalendosi anche delle numerose ed importanti conoscenze acquisite in ambiente carcerario, sia tra i comuni, sia tra i mafiosi, sia tra i politici – egli non disdegnava di tenere rapporti con estremisti di destra – Abbruciati Danilo, una volta entrato a far parte della banda, strumentalizzò la stessa ai suoi personali interessi, di fatto impedendo la incondizionata integrazione nel sodalizio dei “Testaccini”.
L’ Abbruciati teneva sostanzialmente per se le proprie “conoscenze” e faceva partecipi delle attivita’ finanziarie attraverso le quali riciclava e reinvestiva il denaro provento del traffico degli stupefacenti non già l’intera banda, ma soltanto i “Testaccini” , i quali, ben presto acquisirono un consistente patrimonio mobiliare, societario ed immobiliare, che si andava a cumulare ai proventi dell’ attivita’ di “strozzinaggio” da essi sempre praticata.
Abbruciati Danilo, infatti, aveva un campo di interessi assai diversificati, dall’ edilizia al commercio di auto, alla finanza, rispetto ai quali i traffici criminali rappresentavano la principale, se non unica, fonte di finanziamento. Tutto questo aveva necessariamente comportato un salto di qualita’ per i “Testaccini” , il cui comportamento, improntato ad insofferenza per le regole dell’ associazione di cui tutti facevamo parte, aveva indotto negli altri associati una certa diffidenza nei loro confronti, destinata ad acuirsi ed a sfociare in veri e propri propositi di vendetta, specie dopo la morte di Giuseppucci Franco, il quale aveva rappresentato, comunque, l’ elemento di mediazione: propositi la cui attuazione venne rinviata tuttavia, per dar corso a quella che fu la “guerra” contro i proietti, della quale ho ampiamente riferito. Questa “guerra” , infatti, impedì il dissolversi del sodalizio, rappresentando un forte momento di aggregazione. I propositi di regolare i conti con i “Testaccini” , comunque, si rafforzarono irreversibilmente dopo l’ omicidio di Balducci Domenico, come ho gia’ in precedenza spiegato.

Adr: Abbruciati Danilo, quando entro’ a far parte della banda, oltre ad essere particolarmente legato prima a Tigani Giovanni e poi a Frau Paolo – che per lui rappresentava nulla piu’ che dei “portaborse” – nonche’ ai vari De Pedis, Marognoli e Pernasetti – con i quali aveva invece, rapporti molto piu’ intensi di carattere economico finanziario, oltre che criminale – contava su amicizie di un certo rilievo: mi risulta che fosse in ottimi rapporti con Balducci Domenico, con cui fece affari nel mondo dell’ edilizia residenziale, in quanto cointeressato, anche assieme ai “Testaccini”, nella realizzazione di un villaggio turistico in Sardegna, nei pressi di porto rotondo: questo mi risulta anche perche’ ebbi occasione di presenziare ad un incontro tra l’ Abbruciati e il Marognoli, nel corso del quale il primo mostro’ al secondo le fotografie del suddetto villaggio turistico e dei villini; con Carboni Flavio e con Calò Pippo esponente della mafia siciliana a Roma.
Quanto a quest’ ultimo, a prescindere da cio’ che e’ emerso successivamente a suo carico, a quei tempi non godeva di particolare fama nel nostro ambiente, poiche’ l’ essere “cassiere” della mafia non significava di per se che egli rappresentasse un vertice di tale organizzazione, dal momento che tale ruolo di vertice, all’ epoca, era svolto da Bontade Stefano, la cui morte segno’ l’ ascesa del Calò: da parte mia, comunque, non ebbi mai occasione di conoscerlo e d’ incontrarlo, ne prima ne dopo tale evento. Neppure ho mai conosciuto personalmente Carboni Flavio, di cui, tuttavia, sentii parlare dall’ Abbruciati, come di persona ben introdotta, al pari del Balducci, nel mondo politico e finanziario.

Spontaneamente l’ imputato dichiara: ricordo che una volta accompagnai Selis Nicolino in macchina nei pressi di una villa dell’ Eur – tale villa si trova su una strada chiusa alle spalle del “fungo” , che si chiudeva con una specie di piazzola circolare – dove, mi disse il Selis abitava una persona che doveva essere ferita. Il Selis non mi forni’ particolari ulteriori: non posso escludere che si trattasse proprio di Carboni Flavio; si trattava, comunque di persona che io non conoscevo. Nell’ occasione, su altra autovetture, ricordo che c’ erano altre persone – si trattava di amici del Selis, forse un napoletano – ma della vicenda conservo un ricordo piuttosto vago.

Adr: Abbruciati Danilo era anche legato ad Diotallevi Ernesto, che ebbi modo d’ incontrare, su sollecitazione dell’ Abbruciati stesso, poco prima dell’ omicidio di Balducci Domenico, come ho avuto modo di riferire. In quella occasione, Diotallevi Ernesto ci venne presentato da Abbruciati come suo tramite con la mafia siciliana, e fu uomo di Bontade Stefano – o come “contatto” con costui – del quale avevamo cominciato a “lavorare” l’eroina. A tal ultimo riguardo, mi preme ribadire che dopo la morte di Bontade Stefano si chiuse il relativo canale di approvvigionamento, senza ne che si prendessero contatti col Calò, ne che questi prendesse contatto con noi, anche perche’ noi subimmo degli arresti e nel frattempo morì anche lo stesso Abbruciati. Non posso escludere, comunque, che Calò Pippo fosse restato in contatto con i “Testaccini” . Da quanto potei capire, sia per quanto si disse in quell’ incontro, sia per quanto diceva l’ Abbruciati, sia infine per quanto appresi in carcere, il Diotallevi si trovava in posizione subordinata rispetto all’ Abbruciati, il quale se ne serviva come tramite verso le altre associazioni malavitose e verso il mondo economico finanziario, nel quale il Diotallevi stesso vantava notevoli entrature.
Debbo ancora dire che, a seguito della morte di Abbruciati Danilo, avvenuta mentre questi stava attentando a Rosone Roberto, a Milano, ignorando tutto di tale operazione, chiesi spiegazioni, al riguardo, a De Pedis Enrico e Pernasetti Raffaele, i quali mi riferirono di aver a loro volta appreso da Diotallevi Ernesto che, per un suo tramite, l’ Abbruciati aveva ricevuto cinquanta milioni di lire per eseguire l’ attentato. I predetti non mi fornirono ulteriori particolari, dicendo che l’ Abbruciati aveva agito anche a loro insaputa. La spiegazione, ricordo, mi lascio’ alquanto perplesso, atteso che, sebbene l’ Abbruciati fosse non poco avido, tuttavia era strano che avesse agito solo come killer, senza anche avere propri nell’attentato, tanto più che avrebbe dovuto, secondo le regole, comunque, dividere con i due i cinquanta milioni che ne costituivano, a loro dire, il prezzo.

Adr: personalmente non conoscevo Nieddu Bruno, anche egli amico dell’Abbruciati, ma mi era noto, oltre che come amico di Abbruciati Danilo, quale esperto motociclista con trascorsi di scippatore.

A questo punto, sono le ore 18.10, poiche’ l’ imputato accusa un malore e non e’ in condizioni di continuare l’ interrogatorio, lo stesso viene sospeso e rinviato a domani 930109, ad ore 9.00 e seguenti.

Letto confermato e sottoscritto.­

 

Maria Grazia De Stefano – dichiarazioni 23.03.1985

– Dall’ottobre ‘75 e fino alla sua morte, sono stata assistente del professore Aldo Semerari ed ho avuto con lui un rapporto di allieva devota. Ho effettuato numerose perizie su detenuti minorenni e su bambini in affidamento i cui genitori si rivolgevano al professore Semerari. Solo in qualche occasione ho affiancato il professore in qualche perizia come nel caso del detenuto Liggio Luciano. Il professore arrestato come noto nell’agosto 1980, dopo la detenzione cambiò moltissimo nel carattere tanto da divenire irriconoscibile. Solo nel settembre ‘81 il professore Semerari dopo un intervento chirurgico a villa Mafalda, riprese la sua attivita’ professionale, Semerari aveva molta paura poiche’ secondo quanto piu’ volte mi diceva, a suo giudizio “erano convinti” che avesse parlato in carcere e che fosse stato liberato poiche’ aveva fatto i nomi in riferimento agli autori della strage di Bologna. Alludeva come mi spiego’ alle stesse persone che erano state arrestate con lui.

Mi riferi’ di essere stato aggredito nel carcere di Reggio Emilia (o forse di Forlì) intorno al novembre ‘80 e che un suo compagno di cella gli aveva infilato un ago in pancia che gli aveva provocato un blocco intestinale di natura nervosa. Semerari poi aveva bisogno di tornare a guadagnare poiche’ la sua posizione economica a causa della detenzione era divenuta precaria. Effettivamente dissi al professore Semerari che era stato molto imprudente nel rilasciare la intervista alla giornalista trapani nella quale aveva indicato il noto capobanda Cutolo come persona intelligente e lucida proprio mentre lo stava periziando. Infatti intorno alla meta’ del marzo ’82. Ricordo la data con precisione, accompagnai Semerari ad Ascoli piceno poiché aveva in corso, come perito di parte, una ennesima “superperizia” sulle condizioni mentali di Cutolo.

Come sempre mi ero rifiutata di entrare nel carcere poiche’ ho sempre diffidato della camorra per cui rimasi ad aspettare Semerari dalle dodici alla diciassette passeggiando per Ascoli Piceno. Il professore era molto amico del direttore del carcere dr giordano, per cui ritengo come faceva abitualmente, avesse pranzato con il direttore e fosse rimasto a colloquio con Cutolo alcune ore. Nel far ritorno a Roma Semerari non accenno’ minimamente a quel colloquio. Per la redazione di quella perizia era stato altre due o tre volte ad Ascoli tra il settembre 1981 e il marzo 1982. Non so nulla di perizia al figlio di Cutolo a nome Roberto richiesta a Semerari.

Verso la fine del maggio ‘82 ricevetti una telefonata da parte di persona che mi diceva di volere un appuntamento con me per chiedermi una tesi di laurea. Poiche’ non era quello il periodo in cui si davano tesi di laurea ebbi paura e chiesi all’ interlocutore di darmi i nomi perche’ poi li avrei chiamati. L’ interlocutore mi forni’ quattro nomi di chiara origine napoletana, come del resto era napoletano l’ accento del telefonista. Il giorno successivo detti questi quattro nomi ai carabinieri di via Inselici che pero’ non mi fecero sapere nulla. Mi chiesero solo dopo qualche giorno se avessi fatto perizie a Cutolo. Intendo poi riferire con precisione alcuni episodi che si riferiscono al soggiorno napoletano di Semerari, che gli costerà la vita. Il lunedì 1 marzo, ricordo la data, ed in particolare la circostanza che era il primo lunedi’ di marzo 1982, ricevetti una telefonata nello studio del professore Semerari da Pupetta Maresca che chiese del professore. In quella occasione presero appuntamento per uno dei giorni successivi a Napoli “per visitare un malato” come mi disse Semerari. Un giovedì mattina verso le ore 08.00, ci sentimmo per telefono.

Semerari mi chiese di accompagnarlo a Napoli. Avevo mia madre ricoverata in clinica ed era in gravi condizioni per cui gli risposi negativamente. Insistette anche perche’ intendeva associarmi nella perizia che andava a fare a Napoli, ma inutilmente. Ricevetti nel pomeriggio intorno alle 16. 30 una telefonata dal professore Semerari. Mi disse piu’ o meno testualmente “ho paura, ho paura vieni a Napoli, non sono tranquillo” . Gli dissi di rivolgersi al generale era renato, nostro comune amico di cui parlero’ piu’ diffusamente.

Semerari mi disse che avrebbe fatto cosi’ e riattacco’. Era chiaro che il professore Semerari aveva ricevuto un segnale di allarme solo dopo essere giunto in albergo a Napoli. Dopo circa un’ora ricevetti la seconda telefonata dal professore. Mi disse di chiamare il generale era e di dirgli di mandarmi a prendere da un’ auto e di raggiungerlo a Napoli. Insistetti nel dirgli che le condizioni di mia madre ormai in coma non me lo consentivano. Mi disse anche che aveva parlato con era e che questi gli aveva detto di andare in Questura e di restare lì tranquillo in attesa di ripartire l’indomani per Roma. Cio’ per sottrarsi ad ogni pericolo. Rividi era nella stanza di attesa dei carabinieri di via Inselici il martedì successivo. Non gli riferii delle due telefonate con Semerari.

Era visibilmente agitato. Fu sentito prima di me dal giudice dr Di Persia che non potette cosi’ almeno quel giorno contestargli le mie dichiarazioni. Comunque mentre aspettavamo di essere interrogati dal giudice, era mi avvicinò per dirmi, ripeto in preda ad agitazione del tutto inusuale in una persona compassata e sicura di se’ come lui, di aver ricevuto il pomeriggio del giovedì la telefonata del Semerari sentendolo estremamente impaurito tanto che lo aveva consigliato di andare a rifugiarsi in questura o dai carabinieri. Non dissi nulla delle telefonate ricevute da Semerari che pero’ raccontai al giudice. Voglio anche riferire che durante i giorni della scomparsa del professore Semerari, degli sconosciuti vennero a cercarmi alla clinica Madonna del Rosario di Roma dove era ricoverata mia madre. Non trovandomi, lasciarono detto che mi cercavano per conto del capo della Mobile.
Telefonai allora al dirigente della squadra mobile il quale mi disse che non mi aveva mai cercata perche’ non aveva motivo e mi consiglio’ di non tornare a casa da sola e di non aprire a nessuno sconosciuto, in quanto metteva la visita degli sconosciuti con la scomparsa di Semerari. Mio padre, vice capo della PS e capo della Criminalpol, attualmente in pensione conosce molto bene il generale Era. Mi ha detto di non fidarmi di costui senza darmi spiegazioni. Mi disse cosi’ anche quando gli riferii dell’ atteggiamento sfuggente ed ambiguo che avevo notato nella caserma di via Inselici. In quel periodo Era si trovava ancora in servizio come generale dei carabinieri. Cosi’ mi disse Semerari.

Era ammise di essere generale dei carabinieri implicitamente ma mi raccomandava di chiamarlo avvocato. Semerari mi diceva che il generale Era rappresentava il numero due dei carabinieri ed in particolare dei servizi segreti militari. E che aveva come copertura il ruolo di amministratore di villa Mafalda di via Monte delle Gioie. (…) Il generale Era affermava di essersi interessato della posizione processuale del Semerari ed in particolare durante l’ ultimo periodo nel quale era degente al San Camillo. Qui vi era una lista di nomi tra cui il mio autorizzati a parlagli senza la presenza dei carabinieri. Non sono mai andata a fargli visita al San Camillo seppi poi che Semerari era “gelliano”. La circostanza mi fu riferita da un avvocato di Calvi, il noto banchiere, con studio legale alle spalle di piazza Cavour, il quale in questo momento non ricordo il nome. Ma che faro’ conoscere nei prossimi giorni so che e’ un avvocato civilista oltre che penalista, ed ha studio in societa’ con altro avvocato di nome tedesco. Semerari nel 1981 – 1982, nel confermare l’ elenco dei docenti dell’ anno precedente mi fece aggiungere alcuni nomi nuovi, che sarebbero divenuti cosi’ docenti della scuola di specializzazione. Tra questi vi era appunto l’ avvocato di Calvi, esponente piduista e probabile veicolo per l’ inserimento di Semerari. Sono stata consulente di parte di Luciano Liggio, questi mi ha sempre trattato con enorme rispetto anche perche’ mio padre a suo tempo lo aveva arrestato trattandolo umanamente. Subito dopo la morte di Semerari lo andai a trovare nel carcere di Rebibbia dove si trovava per chiedergli notizie relative alla uccisione del professore. Liggio mi fece capire chiaramente sia pure con un giro di parole che il mandante dell’ omicidio era Cutolo.

– ignoro se Semerari abbia mai conosciuto il generale Musumeci e Pazienza.

– sono sicura che il Semerari abbia conosciuto il generale Santovito, cio’ grazie alla loro comune amicizia con il professore Ferracuti. Semerari poi era anche amicissimo del generale Grassini e so anche che il generale Grassini stimava molto il professore Semerari. So ancora con certezza che il professore Ferracuti era uomo di fiducia del generale grassini il quale comincio’ ad utilizzarlo per conto del Sisde durante la vicenda Moro. Comunque fra i due vi era una stretta amicizia. All’ epoca il generale Era faceva parte del Sismi e ne era anche uomo di punta. Era si e’ servito di Semerari, dei suoi rapporti professionali e della sua capacita’ di creare rapporti. Mi risulta poi che l’ avvocato Cuttica e il generale Era si detestavano poiche’ era attribuiva a Cuttica la fuga di Kappler che sarebbe stata ricompensata dai familiari del Kappler con 170000000-180000000 questa cifra mi fu riferita da era. Semerari aveva assoluta fiducia di era. Questi lo trattava come un suo sottoposto gerarchico. Cuttica e’ notoriamente collegato alla destra tedesca che lo avrebbe ingaggiato, a dire di era per la fuga di Kappler. Prima che fosse ammazzato il professore Semerari, era mi propose di entrare nei servizi. Gli obiettai che ero donna, ma lui mi disse che tenuto conto del mio cognome cio’ non costituiva un ostacolo.

Gli risposi che se avessi voluto entrare nei servizi avrei senz’ altro preferito il Sisde poiche’ preferivo il ministero dell’ interno a quello della difesa. La sola persona al corrente di tutti i rapporti del professore Semerari e delle sue vicende piu’ riservate era la dottoressa Carrara Fiorella. Sono convinta che sia stata ammazzata. Le telefonai piu’ volte la mattina in cui morì e la trovai allegra e serena. Ci demmo anche appuntamento alle 14,00 in studio ma ovviamente non venne perche’ a quella ora era gia’ morta.

Semerari era anche molto amico del dr Macera, trattenuto in servizio fino a 70 anni con compiti delicatissimi di controspionaggio.

Letto confermato sottoscritto.