Licio Gelli – dichiarazioni 17.02.1993

Io avevo in effetti conosciuto l’on.le Martelli a fine 1979 – inizi 1980, su presentazione del mio amico, dr. Fabrizio Trecca. L’on. Martelli venne a trovarmi alcune volte all’Hotel Excelsior a Roma e avemmo anche occasione di fare colazione una o due volte presso tale hotel. L’on. Martelli mi chiese qualche intervento sul “Corriere della Sera” affinché la posizione del giornale nei confronti del PSI fosse un po’ più favorevole. Egli mi disse che aveva già chiesto ciò sia ad Angelo Rizzoli sia a Tassan Din, che lui conosceva, ma non aveva ottenuto i risultati sperati. L’on. Martelli mi parlò poi – credo fosse la primavera del 1980, se ben ricordo – della situazione finanziaria, assai pensante, del PSI, che era esposto particolarmente nei confronti del Banco Ambrosiano. L’on. Martelli era preoccupato a causa dei continui solleciti del Banco Ambrosiano al partito perché rientrasse della esposizione debitoria. Mi chiese così di interessarmi della questione, sapendo che io avevo ottimi rapporti con Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano. Io promisi l’interessamento ed infatti ne parlai con Calvi, il quale mi confermò che l’esposizione debitoria del PSI era rilevante e per di più non era sufficientemente garantita.
Calvi si disse in difficoltà per questa situazione, però mi spiegò che forse si poteva trovare una soluzione. Disse in particolare che a quell’epoca i vertici dell’ENI erano socialisti e che si poteva trovare una via per risolvere i problemi finanziari del partito. Osservò che l’ENI manovrava all’estero una grande quantità di denaro – si parlava di migliaia di miliardi – e che tale ente avrebbe potuto effettuare dei depositi a società del gruppo Ambrosiano. Tali società avrebbero potuto corrispondere interessi inferiori a quelli dovuti e la differenza sarebbe stata trattenuta e destinata da Calvi a favore del PSI. Questa fu l’idea espostami da Calvi, e io, in base alle sue dichiarazioni, pensai che il gruppo Ambrosiano non dovesse rimetterci dei soldi e che, invece, potesse ricevere dei finanziamenti e contemporaneamente trovare un modo per avere dei rientri sulla situazione debitoria del PSI. Nella prospettazione di Calvi, a rimetterci sarebbe stato il gruppo ENI, che avrebbe percepito interessi inferiori rispetto a quelli normali. Calvi mi disse che era interessato ad avere una sorta di procura dell’ENI, per alcuni paesi esteri dove c’erano grossi interessi dell’ENI; egli si riferì in particolar modo al Canada. Si riprometteva di potersi occupare degli affari bancari dell’ENI e contemporaneamente di poter fare gli interessi del Banco Ambrosiano. In una tale prospettiva, egli sarebbe stato disposto a riconoscere dei benefici al PSI, sempre in funzione dell’obiettivo  di ripianare la situazione debitoria del partito verso il Banco Ambrosiano.
Sulla base delle proposte di Calvi, io riferii all’on. Martelli, e concordammo di vederci anche con l’on. Bettino Craxi, segretario del PSI. L’incontro si tenne nella casa romana dell’on. Martelli, che mi sembra fosse situata in via Giulia. Io ci andai accompagnato dal dr. Trecca e con l’auto di costui. Era una giornata assai piovosa e ricordo un particolare curioso. Io suonai lungamente, e bussai anche con le mani, alla porta dell’on. Martelli, che era al primo piano, ma nessuno venne ad aprire. Insistetti, poiché dalla fessura della porta filtrava la luce accesa. A un certo punto sopraggiunse l’on. Bettino Craxi, e gli esposi la situazione; anche lui provò a bussare, ma senza risultato. Si decise allora di mandare il dr. Trecca presso la sua auto, provvista di telefono, affinché telefonasse all’appartamento dell’on. Martelli. Fu così che riuscimmo ad entrare e l’on. Martelli si scusò perché si era addormentato. Io feci il punto sulle proposte che mi aveva fatto Calvi; l’on. Craxi e l’on. Martelli mi dissero che il fabbisogno del partito, per le sue esposizioni bancarie ammontava a circa 21 milioni di dollari, e che questa era la somma per la quale chiedevano l’intervento di Calvi. Dissero che avrebbero parlato delle proposte di Calvi al vertice dell’ENI e in particolare al vice presidente Leonardo Di Donna. Dopo pochi giorni seppi dall’on. Martelli che le proposte di Calvi potevano essere realizzate. Devo dire che in quell’epoca fra gli iscritti alla mia loggia P2 c’era Leonardo Di Donna, che fra l’altro da tempo aspirava a diventare presidente dell’ENI. Della mia loggia P2 facevano parte anche Fabrizio Trecca e Giorgio Mazzanti, già presidente dell’ENI. Non vi facevano, invece, parte l’on. Martelli e neppure l’on. Craxi, che io in effetti speravo di riuscire ad iscrivere. (…) La cosa però rimase nei miei intendimenti e io non ebbi il tempo di cercare di realizzarla, giacché, come noto, nel marzo 1981 scoppiò la vicenda P2. Proprio perché avevo contatti con Di Donna, seppi anche da lui che era stato informato delle proposte di Calvi. Di Donna mi confermò la sua disponibilità e mi disse che il gruppo ENI avrebbe fatto un deposito di 50 o di 75 miliardi di lire, non ricordo bene, al gruppo Ambrosiano. Mi parò anche di un deposito che la Tradinvest di Nassau, del gruppo ENI, avrebbe fatto al Banco Ambrosiano Andino per circa 50 milioni di dollari.
Di Donna disse che poteva accontentare Calvi anche per la procura dell’ENI a suo favore con riferimento al Canada. Io riferii a Calvi sia quanto avevo appreso dall’on. Martelli sia, soprattutto, quanto avevo appreso dal Di Donna. In prosieguo – non passò molto tempo – Calvi mi disse che il gruppo ENI aveva fatto un primo deposito attraverso il dr. Fiorini, che si occupava della finanza estera dell’ENI. Calvi aggiunse che aveva bisogno di conoscere un conto sul quale far pervenire 3,5 milioni di dollari a favore del PSI. Calvi mi disse che il versamento dei 3,5 milioni di dollari doveva avvenire sull’estero ed aggiunse di raccomandare che poi la cifra fosse rapidamente utilizzata per ridurre l’esposizione debitoria del PSI nei confronti del Banco Ambrosiano. Io riferii all’on. Martelli l’esigenza di avere un numero di conto sul quale fare l’accredito. Dopo qualche giorno, l’on. Martelli venne all’Hotel Excelsior e mi consegnò una busta intestata Camera dei Deputati. Adesso io non ricordo se davanti a me l’on. Martelli scrisse sulla busta il numero e la sigla del conto, Protezione, nonché l’indicazione della banca che era l’UBS. E’ possibile che invece tali indicazioni  fossero scritte su un bigliettino contenuto nella busta ed è anche possibile che tutto fosse già predisposto e che l’on. Martelli si limitò a consegnarmelo. Prendo atto che nel mio dattiloscritto sopra riportato e nella lettera di accompagnamento io avevo evidenziato che le annotazioni furono fatte dall’on. Martelli innanzi a me. Evidentemente all’epoca questi erano i miei ricordi e d’altro canto io inviai la lettera e il testo all’on. Martelli proprio per avere l’indicazione di eventuali inesattezze. Oggi, anche per il tanto tempo trascorso, non ricordo bene questo particolare. Sta di fatto che certamente fu l’on. Martelli che mi diede le indicazioni sul conto sul quale fare l’accredito. Potrà egli stesso, cosa che non fece a suo tempo perché non ricontrò la lettera, essere preciso nei particolari al riguardo.
Io trasmisi le indicazioni datemi dall’on. Martelli a Calvi, affinché provvedesse all’accredito e seppi poi da Calvi che l’accredito era in effetti avvenuto. Io poi mi annotai su un foglio dattiloscritto i vari dati relativi alle operazioni in corso di attuazione. Tale foglio venne poi rinvenuto in occasione del sequestro a Castiglion Fibocchi, unitamente alle annotazioni datemi dall’on. Martelli ed anche il testo della procura che Di Donna aveva fatto a Calvi, come incaricato dell’ENI presso il Canada. Io dovetti raccogliere le lamentele di Calvi, che si dolse con me del fatto che, nonostante l’avvenuto accredito all’estero, lo scoperto del PSI nei confronti del Banco Ambrosiano non era stato poi ridotto. Io riferii tutto ciò all’on. Martelli, il quale mi confermò la ricezione dell’accredito e il fatto che in realtà il partito non aveva potuto ridurre lo scoperto nei confronti del Banco Ambrosiano, a causa di esigenze più urgenti. L’on. Martelli aggiunse che era necessario un secondo versamento di pari importo, una sorta di anticipazione della seconda rata del programma globale concordato. Tale programma come ho detto prevedeva l’erogazione a favore del partito di circa 21 milioni di dollari in più tranches, da corrispondere in concomitanza con i depositi che il gruppo ENI doveva effettuare a favore del gruppo Ambrosiano. L’on. Martelli mi disse che, se avessero ricevuto un secondo accredito di 3,5 milioni di dollari, la metà sarebbe stata sicuramente versata a decurtazione dello scoperto del PSI a favore del Banco Ambrosiano. Riportai queste richieste a Calvi che rispose picche. Devo dire che dell’intera vicenda era informato fin dall’inizio Umberto Ortolani, comune amico mio e di Calvi. L’Ortolani aveva avuto così ampia occasione di essere messo al corrente di tutto sia da me sia da Calvi. Io credo di aver richiesto un suo particolare intervento quando Calvi si irrigidì. E in realtà Ortolani verso la fine dell’anno mi disse che Calvi si era convinto a fare un secondo versamento di 3,5 milioni di dollari, aggiungendo che però dovevano essere rispettati gli impegni di decurtazione sullo scoperto del PSI. Seppi, ancora in prosieguo, dall’on. Martelli che in effetti anche il secondo accredito era stato effettuato. Devo dire che di tutti questi sviluppi Leonardo Di Donna era messo al corrente, anche perché c’erano rapporti con me ed egli era d’altronde in contatto con l’on. Craxi. Credo che abbia anche saputo che gli accrediti vennero fatti sul conto Protezione presso UBS. Dopo lo scoppio della vicenda P2 io non ebbi occasione di parlare né direttamente, né per telefono con l’on. Martelli. Prendo atto che mi si domanda se io abbia mai saputo a chi fosse specificamente intestato il conto Protezione presso UBS. Io non lo ho mai saputo, anche perché ritenevo il particolare di scarsa rilevanza e non mi interessava. Sapevo che si trattava di un conto nella disponibilità dell’on. Martelli o dell’on. Craxi e comunque del PSI proprio per le circostanze che ho innanzi riferito. Mi risultava quindi del tutto trascurabile la questione della effettiva intestazione del conto. Prendo atto che mi viene richiesto se io abbia mai conosciuto Silvano Larini ed altresì sa abbia mai conosciuto Gianfranco Troielli e Ferdinando Mach di Palmstein. Non ho mai avuto alcun rapporto con tali persone né le ho mai conosciute.

Memoriale di Bruno Tassan Din alla Commissione P2 – 12.08.1983

Illustrissimo Signor Presidente, ho appreso, oggi dalla radio, che ella è stata riconfermata Presidente della Commissione di indagine parlamentare sulla P2 e che la Commissione è stata ricostituita.
Mi rivolgo a Lei e alla Commissione, oggi 12 agosto 1983 dopo circa due anni e mezzo da quando il 6 gennaio 1981 io sono venuto a deporre in una lunga notte davanti a Lei e alla Commissione, cui avevo fatto pervenire una lettera e relativa documentazione di denuncia contro i tentativi di ingerenza del Gelli e l’Ortolani sul gruppo editoriale  di cui allora avevo la responsabilità. Come credo ricorderà nel corso della deposizione, dopo aver esposto le minacce cui ero stato sottoposto (“sarai stritolato”) avevo detto a Lei e agli altri onorevoli membri che (…) mi affidavo a loro.
(…) io le scrivo da una cella (reparto ROI “osservazione interna”) del carcere di Piacenza dove sono da circa 72 giorni. Sono rimasto in isolamento completo per 30 giorni. Dopo 54 giorni sono uscito per la prima volta a prendere mezz’ora d’aria. Mi trovo nella cella che fu dei Vallanzasca e dei più pericolosi banditi. Sono in un reparto di sei celle dove vengono tenuti coloro che sono in punizione. Cioè quelli che in carcere tentano di uccidersi, fanno lo sciopero della fame, sono violenti con gli altri, cioè quelli che arrivano al limite estremo della disperazione (non so come chiamarla) dell’uomo. E le loro urla o i loro dialoghi penetrano nelle mie orecchie e nel mio cervello da 72 giorni di giorno e notte. E’ la terza volta nel giro di dodici mesi che sono stato incarcerato per una serie di accuse che iniziarono nell’aprile 1982 (…).
Mi rivolgo a Lei ancora una volta  perché credo che lei sia spinta dall’intento primario di giungere alla verità in tutta la vicenda che state indagando (e spero di non essere accusato ancora una volta di voler distorcere i lavori della Commissione) e perché sono convinto che l’aspetto politico di queste vicende deve essere ancora svelato e perché l’analisi impressionante dei fatti e la loro successione  nel corso di questo periodo deve avere per quanto mi riguarda anche delle responsabilità politiche, se no paiono inspiegabili.
Non voglio assumere la figura del perseguitato, ma è certo che in uno Stato di diritto, tutto quanto mi è capitato assume un aspetto impressionante in particolare per il fatto che due anni e mezzo fa io avevo denunciato al Parlamento queste previsioni di minacce.
Vorrei quindi ripartire questa mia memoria, in due parti:
La prima riguarda il periodo che va fino all’aprile 1981 e vuol esporre in aggiunta a quanto ho già fatto presente nelle mie deposizioni presso di voi e anche integrando in parte gli interrogatori dei diversi magistrati delle Procure e dei Tribunali di Milano, Roma e Perugia, quanto io so per diretta conoscenza o perché mi è stato riferito dallo stesso Gelli, dall’Ortolani, dal Rizzoli sui rapporti politici tra il Gelli (o la P2) e i vari partiti e uomini politici. Cioè vorrei esporre quanto io so sull’aspetto politico sulle connessioni di Gelli e di Ortolani e sui quali in Commissione ho sempre taciuto.
La seconda parte riguarda il periodo che va dall’aprile 1981 a oggi agosto 1983 ed elenca i fatti che sono accaduti e sottopone la loro impressionante successione perché coincidenze e situazioni anch’esse assumono o possono assumere una rilevanza politica importante.

1° = Connessioni politiche di Gelli e Ortolani (fatti o rapporti a mia conoscenza nel periodo 1976-1981).
Premetto che io non conosco né il progetto (se c’era) politico di Gelli e Ortolani, né tutta la rete di rapporti politici degli stessi. Il mio rapporto con loro riguardava problemi relativi al mio gruppo. Posso solo riferire quello che mi hanno detto o sono venuto casualmente a conoscere sui rapporti che tutti e due o singolarmente avevano con partiti e uomini politici e che mi pare finora siano solo in parte stati analizzati e chiariti. Tali rapporti, come d’altronde è naturale, hanno subito evoluzioni nel corso del periodo considerato. Io posso solo riferire quanto onestamente ricordo, con la sola intenzione di contribuire alla verità e senza alcuna mira di carattere politico. L’altro punto da sottolineare era che Gelli tendeva a millantare amicizie o collegamenti, molte volte invece dell’uomo politico interessato contattava il suo segretario. Quindi cercherò di riferire solo le situazioni di cui sono certo o quando vi sono dubbi di evidenziarli. Cercherò di ricostruire i miei ricordi nei vari periodi del nostro rapporto con Gelli. Posso dire in estrema sintesi che Gelli, a mia conoscenza, ha avuto rapporti con uomini politici della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista, del Partito Repubblicano, del Partito Social-Democratico. Non sono direttamente al corrente di rapporti con uomini politici del Partito Liberale, del Movimento Sociale. Mentre per il Partito Comunista, con me, è sempre stato molto netto nel considerarlo il suo più importante nemico, ma Ortolani invece mi diceva che aveva dei rapporti con alcuni esponenti, senza mai indicarmi il nome.
Ortolani invece a mia conoscenza aveva rapporti con uomini della Democrazia Cristiana, mentre per il Partito Socialista so solo di pochissimi contatti. I rapporti di Ortolani erano più ramificati con personaggi della burocrazia statale e delle aziende a partecipazione statale. Riepilogo qui di seguito ripartiti per partito i contatti di cui io sono stato al corrente. Di molti potrete verificare con Rizzoli oltre che con gli interessati:

Democrazia Cristiana
In questo partito i collegamenti di Gelli erano tenuti con quasi tutte le correnti e variavano nel tempo a seconda delle alleanze e delle posizioni che ciascun personaggio assumeva nelle istituzioni statali o governative. Quindi non so dire quale sia stato il suo grado di influenza specifica e di durata nel tempo e per ciascuno. Posso ad ogni modo riassumere quanto segue per quanto riguarda personaggi che come esposto negli interrogatori alla magistratura hanno avuto contatti con noi.

Leone (Presidente della Repubblica)
Non sono al corrente di un suo rapporto diretto. Lui controllava (come diceva) il segretario generale della presidenza dell’epoca e altri funzionari.

Fanfani
Diceva di conoscerlo e di frequentarlo, cenando con lui e con la moglie (mi ha accennato a diverse colazioni nel corso del periodo). Aveva rapporti strettissimi con Cresci (Rizzoli era amico di Cresci e di Gervaso anche perché li sapeva amici di Gelli), che era il factotum di Fanfani. Per quanto mi riguarda direttamente ricordo che per l’affare Sipra Gelli mi parlò offrendomi un suo interessamento presso Cresci e presso Pasquarelli. Pasquarelli sicuramente andò diversamente volte da Gelli al momento della conclusione dell’affare Sipra. Conoscevo questo perché un giorno Pasquarelli venne da me in via Abruzzi, preavvisato da una telefonata di Gelli.

Bisaglia
Diceva di avere un rapporto diretto con quello che chiamava Toni. Io non lo so se era vero o no. Posso dire che molto spesso telefonava dall’albergo a, lui diceva, Bisaglia, ma forse era millantato credito e telefonava solo al segretario. So che Bisaglia intratteneva rapporti molto cordiali con Calvi. Così mi diceva anche il Gelli. Da parte mia i rapporti con Bisaglia li tenevo direttamente e l’ho conosciuto prima di conoscere Gelli. Non c’è mai stata connessione per quanto mi riguarda. Ricordo che passava per questo uomo politico da un amore sviscerato a contrasti. Alcune volte, ma molto blandamente, mi ha chiesto di supportarlo.

Piccoli
Non ho mai avuto rapporti attraverso Gelli, ma sempre diretti. Gelli ogni tanto parlava di lui e chiese a me e Rizzoli il nostro accordo, di cui era a conoscenza, e che gli dovemmo consegnare al momento dello studio della capitalizzazione. Piccoli intratteneva rapporti con Battista uomo di Ortolani, di cui era amico da 30 anni. So che una volta fummo informati che Ortolani, attraverso Battista, aveva detto a Piccoli che controllava il gruppo. Fummo costretti io e Rizzoli ad andare da Piccoli, per smentire direttamente queste affermazioni. Allora Piccoli era segretario della DC.

Donat Cattin
Io e Rizzoli incontrammo Gelli nello studio di Donat Cattin, che era ministro dell’Industria. Era stato accompagnato da un certo Giasoli (ndt dovrebbe trattarsi di Ilio Giasoli), uomo di fiducia di Donat Cattin e grande amico di Gelli. nessun altro tipo di rapporto, se non di aiutare mi pare il figlio. Cosa che facemmo.

Cossiga
Quando era Presidente del Consiglio, Gelli si diceva molto vicino allo stesso, con cui usciva qualche volta a cena o colazione. Così diceva. Per certo era amico di Zanda-Loy, che era il capo gabinetto o capo ufficio stampa di Cossiga. Fu in quel periodo che Gelli ci mostrò, come il risultato di un suo interessamento, l’ottenimento di un nulla osta o di un’autorizzazione per l’emissione di francobolli da parte dell’Ordine di Malta. Confesso che è un problema che non ho seguito. So che Rizzoli, venne interpellato direttamente dal Cossiga. So che era un affare di cui non so descriverne i termini precisi, ma lo ritenevano molto importante ed era di interesse dell’Ordine di Malta e di Ortolani, per il quale il Gelli molte volte mi disse che era divenuto ambasciatore dello stesso ordine per merito suo.

Forlani
Diceva di essere suo amico. Non ho mai avuto modo di constatarlo direttamente, anzi nei nostri riguardi Forlani non aveva mai atteggiamenti favorevoli. Era amico del capo di gabinetto di Forlani, che diceva di controllare. Nell’ambito della corrente per certo diceva di avere il controllo di Badioli, che era il capo dell’Iccrea. Ciò diceva anche Ortolani che mi aveva detto di aver combinato una interessante operazione tra Badioli e Genghini per l’acquisto di una banca mi pare in Canada. Di certo anche che Badioli fece a me e a Rizzoli, nel corso di un incontro preciso riferimento agli “amici” ed ad una operazione per cui avrebbero dovuto mettere a disposizione diverse decine di miliardi del gruppo. Io so che nei miei contatti con Badioli non ho mai avuto vantaggi e anzi consideravo il personaggio persona modesta e di assoluta mancanza di correttezza nelle iniziative.

Andreotti
Ne parlava con grande stima. Diceva di vederlo qualche volta nel suo ufficio in piazza Montecitorio. Non mi ha mai detto niente che lo riguardasse. Io Andreotti lo trattavo direttamente senza alcuna connessione con Gelli, di cui credo di non avere mai parlato.

Per quanto riguarda direttamente altri rapporti vi può essere utile il dottor G. Rossi, nostro collaboratore per le relazioni esterne, che Gelli qualche volta chiamava per contatti o favori che chiedeva per certi personaggi politici di minor conto. Io non lo seguivo nemmeno, perché non consideravo importante questi questi piccoli servizi che il Rossi faceva per il Gelli. Ed anzi mi serviva per distoglierlo dall’interesse sul nostro gruppo, da cui volevo stesse lontano.

Partito Socialista
Il rapporto con questo partito da parte di Gelli si divideva in due tempi a mia conoscenza. Un primo periodo va fino al 1979 e il Gelli è vicino a certi uomini politici e contrario a Craxi e alla sua corrente. Dopo il 1979 fino al 1981 Gelli è favorevole a Craxi e ai suoi collaboratori. Posso riferire quanto segue.

Mancini G.
Io conobbi Mancini a casa sua invitato da Gelli e Cosentino, insieme a Rizzoli. Cioè Gelli e Mancini si conoscevano e Gelli ci presentò per far vedere che ci conosceva. Non ci chiese però mai nulla suo favore.

Nisticò
Gelli mi chiese una volta di dare 50 miloni mi pare e questo personaggio, che io non ho mai visto. Lasciai eseguire a Cereda questo incarico. Gelli mi disse per migliorare i rapporti del Gruppo con il Partito. Era un finanziamento perché questo signore aveva dei problemi.

Signorile
Gelli diceva di sostenerlo molto. Ma non so altro, se non che aveva rapporti con Battista ed Ortolani. Non lo conosco.

Mariotti
Gelli era molto amico di questo personaggio e mi costrinse praticamente a prenderlo come consulente per una trattativa relativa ad una rete televisiva con un certo Marcucci. Non l’ho mai visto, ma solo sentito due volte per telefono per questa consulenza.

Craxi
Gelli fino al 1979 aveva una avversione per questo uomo politico che dopo tramutò in apprezzamento, tanto che che mi diceva che bisogna sostenerlo. Non so i motivi del cambiamento. So che mi diceva di averlo visto due o tre volte.

Formica
Gelli lo vedeva spesso a colazione all’Excelsior negli ultimi due anni (così almeno lui mi diceva: infatti almeno 3 volte mi disse è uscito ora il ministro Formica). Ciò avveniva sempre dopo il 1979. Per questo fatto potete fare riferimento al Dr. Campironi, che ne era perfettamente al corrente. Mi disse anche che cercava di riparare ai guasti fatti dall’Ortolani nei rapporti con Formica.

Martelli
Gelli mi chiese due o tre volte di vederlo e di telefonargli. Cosa di cui non avevo bisogno perché lo conoscevo perfettamente. So che lo frequentava e che vi era stato portato e supportato da Trecca, amico di Martelli e di Gelli. Gelli nell’ultimo periodo mi rimproverò diverse volte la linea editoriale del Corriere nei rispetti dei socialisti e in particolare di Martelli (ricordo la questione del suo viaggio negli Stati Uniti) e mi ripeteva le stesse osservazioni che poi Martelli faceva direttamente a me e a Di Bella. Ortolani mi disse che da Ginevra Intercontinental Hotel dove Gelli era riparato in marzo, aprile, maggio 1981 aveva preavvisato telefonando a casa a Martelli che le situazioni riguardanti i conti all’estero delle ultime operazioni (io non sapevo di cosa si trattasse) era a posto. Basta controllare i telefoni e le telefonate della stanza di Gelli a questo Hotel in quel periodo per verificare.

Di Donna
Gelli insistette molto perché io lo vedessi. Lo chiamava Leonardo e diceva che dovevo aiutarlo per la faccenda Globo. Gelli mi aveva preannunciato per Globo una sua ipotesi che prevedeva una quota Di Donna, una quota Rizzoli e una quota Gelli e Ortolani. In ciò disse concordava con il Di Donna. Feci fare lo studio da Mucci e Iorio e discussi 4/5 volte con il Di Donna il Globo da un punto di vista del progetto editoriale (…). Poi lasciai andare perché consideravo non fattibile il progetto, anche se il Di Donna mi diceva che il valore del gruppo Eni (di cui parlava come se fosse suo) era enorme (…) e (in ciò era stato preannunciato da Gelli), un intervento dell’Eni per contribuire alla sistemazione del nostro gruppo di 100 miliardi non era un problema. In questa ottica ripeto lo vidi 4/5 volte a casa mia a Roma o al Grand Hotel. Gelli accennò a me e a Rizzoli diverse volte che aveva fatto combinare molti affari a Di Donna e Calvi. Senza però specificare i dettagli. Che ci precisò dolo a posteriori.

Manca
Mi fu portato a casa da Costanzo di cui era amico. Trecca mi disse che era vicino al Gelli ed era a disposizione per tutto quello che il gruppo avesse bisogno al ministero del commercio estero (mi pare che Manca fosse all’epoca ministro del commercio estero).

Aniasi
I rapporti sapevamo che esistevano da parte di Rossi, cui potete fare riferimento. Ricordo che chiedeva solo dei piccoli favori in occasione delle elezioni.

Partito Socialdemocratico
Longo
Gelli mi disse che qualunque cosa avessimo bisogno poteva intervenire su questo uomo politico. Cosa che non è una novità perché con Longo aveva rapporti diretti, di cui abbiamo già riferito alla magistratura.

Massari
Gelli lo considerava un suo adepto. Potete avere più dirette informazioni dal Rossi, perché io non ho mai avuto contatti.

Partito Repubblicano
Gelli non mi ha parlato di rapporti con questo partito, con i suoi rappresentanti.

Partito Liberale
Gelli non mi ha mai riferito di contatti con questo partito.

Partito Comunista
Gelli aveva nei discorsi che faceva con me solo profondo contrasto con questo partito e mi rimproverava le mie amicizie con alcuni suoi rappresentanti.

Altri personaggi o persone che Gelli diceva di conoscere oppure erano suoi amici non politici erano i seguenti industriali o banchieri o altre attività:
1) Editori
Berlusconi
Era molto suo amico e in diverse occasioni mi disse di fare degli accordi con lui sia nel settore della televisione che dell’editoria. Io conoscevo Berlusconi direttamente e questi in verità mi fece riferimento alla opportunità di un accordo nel quadro anche dei contatti che lui aveva con Gelli. Direi che non abbiamo mai fatto niente di concreto  nel periodo perché io diffidavo dello stesso proprio perché la raccomandazione mi veniva da Gelli.

D’Amato
E’ un direttore-editore di Roma. Anche egli era molto insistente e dovetti accettare come mi fosse presentato dal Gelli. Non feci mai niente con lui malgrado le insistenze.

Industriali o finanzieri
Bonomi Bolchini
Gelli diceva che era una sua grande amica, che aveva fatto l’accordo con Calvi nella sua stanza all’Excelsior e che lui la controllava.

Pesenti
Gelli diceva di controllarlo ed in effetti quando ebbi bisogno di un’anticipazione da una banca del Pesenti gli telefonai ed egli era pure perfettamente al corrente, perché fece riferimento proprio al Gelli per la concessione del prestito, che avvenne nel quadro di un accordo con Calvi. Mi diceva che l’accordo Pesenti-Calvi era l’ultimo affare che faceva e poi si ritirava a vita privata in Uruguay.

Erano persone che mi diceva potevano fare quello che lui voleva e presso i quali ho potuto constatare che gli erano vicini i seguenti banchieri:
Guidi Giovanni: A. delegato del Banco di Roma.
Ferrari: BNL. Questo era molto vicino anche ad Ortolani.
Bellei: Monte del Pegno di Bologna.
Cresti: Monte dei Paschi.

“Spadolini a Craxi negli omissis non c’è nulla di importante” – La Repubblica 19.01.1985

Stragi e segreto di Stato: è già polemica. Se da una parte c’ è chi plaude alla decisione di Craxi di controllare quei documenti sui quali i servizi di sicurezza chiesero e ottennero delle “cancellature”, dall’ altra c’ è chi ricorda che gli omissis sicuramente non porteranno a scoprire la verità sulle stragi e sulle deviazioni che di segreto di Stato non avevano bisogno.
Liberali, socialdemocratici e democristiani approvano l’ iniziativa, i socialisti vedono nella decisione del presidente del Consiglio un preciso segnale: è cominciata una nuova era, i servizi di sicurezza si incammino sulla strada dell’ affidabilità, il segreto di Stato non coprirà eventuali deviazioni. Ed è arrivata anche la prima valutazione ufficiale del Pci. “Un atto doveroso”, ha detto Violante. E ha subito aggiunto: “non bisogna fermarsi all’ esaltazione propagandistica”, ora dobbiamo sapere perchè i servizi non sono riusciti a impedire la strage, “perchè l’ Italia è ancora il poligono di tiro del terrorismo internazionale”. I repubblicani hanno invece messo le mani avanti. Siamo d’ accordo, dicono, ma Craxi quando ha convocato Sparano sapeva già tutto, sapeva che si trattava solo di due documenti, uno relativo alla strage di piazza Fontana e l’ altro all’ Italicus.
E lasciano intuire che probabilmente Craxi era a conoscenza che gli omissis non hanno a che fare con le stragi. Un attacco che Spadolini, il quale nelle vesti di presidente del Consiglio appose il segreto su un documento riguardante l’ attentato dell’ Italicus, ha sferrato personalmente. “Ben venga la liquidazione del segreto di Stato – ha dichiarato ieri mattina – si sacrificheranno senza danno alcuni interessi di natura tecnica e si metterà in luce il nulla su cui si basava una leggenda di complicità o di corresponsabilità nelle stragi”. E ancora: “Si tratta di due documenti che sono entrambi esterni alla pista delle indagini. Il presidente del Consiglio già da tempo mi aveva comunicato la sua intenzione, che io pienamente condivido, di revocare il segreto di Stato che per quanto riguarda l’ unico che io confermai, quello dell’ Italicus, concerne quattro righe, dico testualmente quattro righe, in nessun modo attinenti alla pista delle indagini e alla questione in discussione”. “Naturalmente – ha concluso Spadolini – aggiungo che il mettere in luce a difesa dei servizi la inconsistenza dei romanzi di appendice che sul segreto di Stato si perseguono non vuol dire che non ci siano state deviazioni nei servizi segreti; e chi deviava certo non ricorreva al segreto di Stato”.
Dello stesso tono un editoriale della “Voce repubblicana”: “tutti potranno constatare che l’ apposizione del segreto di Stato non ha la minima attinenza coi delitti di strage, ma riguarda operazioni occasionali dei servizi solo incidentalmente riportate negli atti processuali”. Ben diversa la posizione del democristiano Giuseppe Gargani, responsabile del dipartimento problemi della giustizia: “il presidente del Consiglio ha fatto bene perchè la scrupolosità anche eccessiva in questi casi non guasta”. E il socialista Paris Dell’ Unto, membro dell’ esecutivo del Psi: “Craxi ha fatto la cosa più giusta che potesse fare: andare a verificare se negli anni passati ci sono state coperture su fatti di sangue. Così ha precisato in modo definitivo la sua posizione sul segreto di Stato”. Reggiani, capogruppo dei deputati socialdemocratici, si è dichiarato d’ accordo sull’ iniziativa di Craxi e lo stesso ha fatto Paolo Battistuzzi, vicesegretario liberale. Anche per il procuratore della Repubblica di Bologna Guido Marino, che sta indagando sulla strage di Natale, siamo di fronte a “una svolta importante perchè si attua la legge di riforma dei servizi”. Marino si è dichiarato moderatamente “ottimista” per i riflessi che potrebbero esserci al processo d’ appello per la strage dell’ Italicus. In primo grado Tuti, Franci e Malentacchi furono assolti per insufficienza di prove.

Augusto Cauchi: il Sid fa il distratto

Nel 1975 il terrorista toscano Augusto Cauchi, accusato di essere coinvolto in attentati a impianti ferroviari, fa perdere le sue tracce favorito anche dalla copertura concessagli dal capo del Centro controspionaggio di Firenze del Sid colonnello Federigo Mannucci Benincasa, con il quale è in rapporti così come lo è con il maestro venerabile della loggia P2 Licio Gelli. Il giudice istruttore di Firenze titolare dell’inchiesta su quegli attentati (almeno tre dei quali si configurano giuridicamente come stragi) non conosce chi dall’interno del Sid teneva i contatti con Cauchi e tenta di accertarlo. E’ così che va a urtare contro il segreto di Stato.
Il conflitto non si rivela immediatamente. Anzi, il Sismi collabora con il magistrato quando questi chiede notizie su persone, organizzazioni e attentati. Ma poi il magistrato, interrogando alcuni ufficiali del Sismi tra i quali lo stesso Mannucci Benincasa, chiede maggiori delucidazioni sui fatti che il Sismi ha riferito e sulle fonti, e a questo punto gli ufficiali del Sismi interrogati alzano il muro del segreto di Stato. Accade il 23 gennaio 1985 e il giudice istruttore ricorre allora al Presidente del Consiglio Bettino Craxi perché dichiari infondata l’opposizione del segreto, facendo notare che l’inchiesta in corso riguarda anche delitti di strage.
Ma l’onorevole Craxi conferma invece la validità del segreto, informando il giudice e, come vuole la legge, i Presidenti di Camera e Senato il 28 marzo 1985:

A norma dell’articolo 17 della legge 24 ottobre 1977 n. 801, comunico di aver confermato, ai sensi dell’articolo 352 del codice di procedura penale, l’opposizione del segreto di Stato eccepita da un dipendente del Sismi, su disposizione del Direttore, nel corso del procedimento penale contro Cauchi Augusto e altri, pendente presso il Tribunale di Firenze, in ordine a taluni quesiti posti dal giudice istruttore e riguardanti la identità di fonti del Servizio. Tale conferma è motivata dal fatto che la violazione del fondamentale principio di riserbo sulle fonti dei Servizi, compromettendo l’efficienza operativa di questi ultimi, è idonea ad arrecare danno agli interessi indicati all’articolo 12 della legge 24 ottobre 1977 n 801, quali l’integrità dello stato democratico e la difesa delle istituzioni, alla cui tutela sono posti i servizi stessi. 

Ecco un esempio esauriente di un certo uso del segreto di Stato per proteggere ufficiali dei Servizi compromessi col terrorismo o quanto meno con terroristi riconosciuti come tali (…) e per lasciare fuori dalla porta delle indagini, come si vedrà, personaggi imbarazzanti appartenenti ala loggia massonica P2.

Estratto “Segreto di Stato”, Claudio Nunziata, Gianni Flamini

Clara Calvi – audizione in commissione P2 – 06.12.1982

(…)
Presidente. Signora, noi avremmo interesse a chiarire un punto sul quale so che l’onorevole Andreotti le ha anche scritto personalmente.

Clara Calvi. Mi avrà scritto, ma io non ho ancora ricevuto niente.

Presidente. Noi abbiamo ricevuto la lettera per conoscenza: credo che l’onorevole Andreotti gliel’abbia inviata tramite il suo avvocato, quindi le arriverà. In ogni modo, a parte la lettera, ci interessa questo punto: se, quando lei vide Andreotti, questi le fece delle minacce.

Clara Calvi. No, assolutamente. No. Quando io ho visto Andreotti?

Presidente. Sì, quando lei andò nello studio dell’onorevole Andreotti.

Clara Calvi. No, no, aveva l’aria di voler aiutare, gli disse che la Banca d’Italia voleva mettere due commissari, che lui suggeriva Venini e Bagnasco, che Cuccia si era già…

Presidente. Le posso leggere la lettera, così…

Clara Calvi. Perché io ho detto ai magistrati che mi ha minacciata?

Massimo Teodori. No.

Clara Calvi. No, assolutamente. Dico che mio malto mi ha parlato di minacce molto pesanti di Andreotti; ha cominciato dicendo: “Andreotti mi ha detto delle cose che non mi hanno fatto per niente piacere” e poi ha continuato a parlare di minacce. Poi si viveva in un ambiente di terrore, quindi…

Presidente. Ha parlato di minacce che gli venivano da Andreotti o di Andreotti che gli esprimeva minacce…?

Clara Calvi. No, no, no, che gli venivano da … Mi dispiace, io dico e ripeto quello che mi ha detto mio marito: se mi vuol dare anche querela non mi interessa assolutamente niente, perché è la verità pura e semplice. La prima volta, quando sono andata, io pensavo che volesse aiutare Roberto però, naturalmente, adesso penso che fosse un aiuto interessato perché a quel che mi risulta, nessuno fa niente per niente soprattutto, ho avuto delle prove tali che tutti facevano…

Presidente. Ma questo problema delle minacce…

Clara Calvi. Negli ultimi tempi, prima che io partissi, Roberto mi ha sempre detto che era minacciato pesantemente. Non sarà stato vero? Avrà capito male? A me ha detto che lo minacciavano; d’altra parte, mio marito è morto: qualcuno lo ha ucciso. Non accuso l’onorevole Andreotti, però mio marito le minacce le ha ricevute perché me lo ha ripetuto tante di quelle volte…

Presidente. Minacce…?

Clara Calvi. Minacce…. Dico che ne saprei di più se non avesse avuto tanta paura. però, ad un certo punto, mi sono anche rifiutata di andare a parlare… C’è andata mia figlia, più di una volta, a tenerlo tranquillo, a metterlo quieto.

Presidente. A noi interessa, in questo momento, aver chiaro il rapporta di Andreotti con suo marito.

Clara Calvi. Si vedevano spessissimo. In certi momenti, come sa, i giochi politici sono fatti così: ce ne sono cento, uno sopra l’altro, e si cambiano continuamente. Per quello che mi risulta dalla mia esperienza

Presidente. Per quello che le ha detto suo marito, in che senso Andreotti lo avrebbe minacciato?

Clara Calvi. Lo avrebbe minacciato di morte.

Presidente. Avrebbe minacciato di morte suo marito?

Clara Calvi. Sì, lui mi ha detto così. Io non posso che dire e ripetere ciò che mi ha detto più di una volta, perché stava facendo queste trattative con l’Opus Dei, per cui… Questo è sempre ciò che mi ha detto mio marito, per l’amor di Dio.

Presidente. Lei può ricordarsi il periodo in cui questo avvenne?

Clara Calvi. Era già un bel po’ che avevamo le minacce di morte. Le avevamo…

Presidente. Parlo sempre di Andreotti, non di altri.

Clara Calvi. Mi riferisco ad un giornale semplicemente perché io lo stavo guardando; era il “Candido”, c’era la fotografia di Casaroli e parlava dell’Ostpolitik; Roberto allora ha commentato: “Hai visto, ho distratto io l’Ostpolitik: se in questi 15 giorni non succede qualche cosa e Andreotti non mi mette i bastoni tra le ruote , siamo a posto”. Poi, dopo qualche giorno, mi disse: “Quello che mi ha detto Andreotti non mi è piaciuto per niente”; poi mi parlò di minacce di morte: di minacce di morte mi ha sempre parlato, ha cominciato a parlarmene … in maniera particolare quelle di Andreotti.

Presidente. Ci interessa il fatto sempre in relazione, ad Andreotti. Secondo quanto le ha detto suo marito, quest’ultimo stava conducendo un’azione che avrebbe messo fine alla Ostpolitik?

Clara Calvi. A lui sembrava di averla già conclusa, questa operazione.

Presidente. Ciò contrastava con Andreotti?

Clara Calvi. Ciò contrastava con Andreotti.

Presidente. Le minacce di Andreotti vennero in relazione alla Ostpolitik?

Clara Calvi. Sì, sì. A me pare che negli ultimi tempi i rapporti con Andreotti fossero molto stretti: a volte gli interessi coincidevano altre volte no.

Presidente. Ricorda il periodo? Era la fine del 1981 o eravamo nel 1982?

Clara Calvi. Io ero via, sono tornata a fine di novembre. Ho visto molto spesso Ciarrapico venire a casa nostra, anche quando si trattava del Corriere. Una volta è venuto Mazzotta. C’era anche Ciarrapico.

Uno l’ho fatto passare da una parte, il secondo dall’altra, perché non si incontrassero. Poi Ciarrapico telefonava, per Andreotti, a quello che almeno mi risulta. Ciò avveniva anche nel periodo in cui Guido Rossi voleva far quotare le azioni in borsa… sì, perché volevano contrastare l’azione di Guido Rossi e per un certo periodo erano sempre a casa di Pazienza, mentre mio marito era in prigione.

Massimo Teodori. Chi c’era in casa di Pazienza? Guido Rossi andava a casa di Ciarrapico?

Clara Calvi. No, Guido Rossi andava a casa di Pazienza. Una volta ho telefonato. Mi ha risposto: “Siamo qui che ci stiamo occupando dell’economia italiana”  Più tardi, qualche mese dopo, Roberto mi disse: “Infatti, mi hanno rovinato per un bel numero po’ di anni la borsa italiana”. Riferisco le frasi così, come le io sentite. Non è che io ne capisca, non era il mio lavoro. Riferisco soltanto le frasi, le riferisco così come le ricordo.

Salvatore Ando’. Sarebbe interessante che la signora dicesse se ha elementi per ritenere che questi rapporti esistessero o se era una voce.

Presidente. L’onorevole Andò chiede se lei può dirci quali fossero i rapporti Pazienza-Guido Rossi, in relazione alla vicenda.

Clara Calvi. A quel che mi risulta, io parlavo al telefono e sentivo delle voci, da Pazienza. Quest’ultimo mi disse: “Siamo qui che ci stiamo occupando dell’economia italiana”. Poi mi raccontò«, che avevano cercato di fermare il crollo della borsa, una volta con la solita storia delle bombe, per cui bisognava interrompere, un’altra volta con scioperi. Mi disse che stava con Rossi e per frenare il crollo della borsa aveva preso vari provvedimenti. In primo luogo che c’era una bomba (basta andare a controllare), un’altra volta invece con uno sciopero.

Presidente. Quando suo marito era in prigione, lei contattò, oltre che l’onorevole Andreotti, anche gli onorevoli Piccoli e Craxi?

Clara Calvi. Prima sono tornata a Milano, per andare in carcere da mio marito.

Presidente. Lei sa se queste due persone svolsero degli interventi effettivi? Che cosa fecero in concreto?

Clara Calvi. Con Andreotti abbiamo parlato. Egli mi ha consigliato Guarino. Invece, Craxi, l’ho chiamato io, perché Francesco Pazienza mi aveva detto: “Telefoni all’onorevole Craxi”. Io avevo il numero, perché me lo aveva dato l’Anna Craxi. Quando mio marito era in carcere, credo la mattina stessa o il giorno dopo, comunque il primo giorno, dopo il quale io sono partita, l’Anna Craxi mi aveva telefonato e mi aveva detto che se avessi avuto bisogno, era a Roma. Mi aveva dato il numero del telefono. Mi disse di cercarla.
Infatti Pazienza mi consigliò: “Allora alla signora telefoni lei e prenda un appuntamento”. Infatti, feci come mi avevano consigliato e andai da Craxi. Con Piccoli prese l’appuntamento Pazienza.

Presidente. Questo lo abbiamo letto. Quello che ci interesserebbe sapere è se poi in realtà, per quello che a lei risulta, queste due persone hanno svolto un effettivo interessamento.

Clara Calvi. Piccoli, direi di sì. Mi pare che abbia parlato alla Camera dei deputati.

Presidente. Lei pensa a questo?

Clara Calvi. Non ha fatto degli interventi? Penso che siano stati quelli. Penso che anche l’onorevole Craxi abbia parlato. Secondo me però l’onorevole Craxi voleva più che altro tenermi buona e pensare a cosa doveva fare. Anzi, mi mandava sempre sua moglie, la quale è venuta molte volte a casa. Mi diceva: “Ha detto Bettino che ti debbo sorvegliare”, qualcosa del genere. Poi, si raccomandava di mangiare, perché avevo detto che volevo fare come l’irlandese.

Presidente. Lei su questo argomento ha già deposto, sull’incontro con l’onorevole Craxi. Vorremmo avere una spiegazione, se possibile. Quando vide Craxi, gli disse una frase che era stata suggerita: “Trenta miliardi non sono uno scherzo!”.

Clara Calvi. Me l’ha insegnato Ciarrapico.

Presidente. Fu Ciarrapico a consigliarla?

Clara Calvi. Ho la memoria molto buona. Ho ripetuto le parole precise.

Presidente. Cosa significava questa frase per quello che lei sapeva?

Clara Calvi. Io non ne sapevo niente, sapevo soltanto che mio marito aveva parlato del sequestro di De Martino e mi aveva detto all’epoca che avrebbe pagato lui perché lo liberassero. Io gli avevo chiesto: “Li daranno poi indietro?”. Roberto mi rispose: “Fino a questo momento li hanno sempre dati indietro”. Ciarrapico mi aveva detto di dire così, di andare a colpo sicuro e io ciò ho ripetuto.

Presidente. Quale reazione ebbe l’onorevole Craxi?

Clara Calvi. Mi disse: “Se lo aiutiamo, è solo perché è un amico”.
Presidente. L’onorevole Craxi era solo?

Clara Calvi. C’era l’onorevole Craxi a destra, l’onorevole Formica, che non era ancora ministro a sinistra. Io ho ripetuto tutte le frasi che mi ha detto, cioè che secondo De Michelis era possibile mandar via Cuccia in mezz’ora. Egli mi ha risposto: “In mezz’ora no, in due mesi sì”. Invece, è andato via dopo il processo.

Presidente. Lei conferma queste cose così come le ha dette anche ai giudici?

Clara Calvi. Ripeto le parole di mio marito, anche per ciò che mi ha detto dell’onorevole Andreotti. Anche per quanto riguarda l’onorevole Andreotti, quello che ha detto a me è un conto, quello che ho sentito da Roberto è un altro. D’altra parte, mio marito è morto Può darsi che non sia una prova, però è una prova. Chi è stato non posso dirlo, posso ripetere solo le parole come mi sono stata dette. Resta il fatto che è morto. Posso fare una lista delle persone che possono avere avuto secondo me interesse a farlo sparire!

Presidente. Suo marito fece delle dichiarazioni a Viola, nel carcere di Lodi, poi le ritrattò con Cudillo. Le ha mai parlato del perché le aveva fatte e del perché poi le aveva ritrattate? C’erano state intimidazioni prima o dopo?

Clara Calvi. No, le ha ritrattate perché in quel momento, dopo, quando era già fuori, si vede che si è messo d’accordo. Non lo so. Il fatto è che quando era all’ospedale, dopo aver tentato il suicidio, venne il vicedirettore del carcere, D’Auria, che mi chiese se mio maritò era stato minacciato. Gli risposi che non lo sapevo. Allora domandai a Roberto: Ma ti hanno minacciato? Rispose: “Sì, certo, mi hanno minacciato. E’ stato l’avvocato Prisco, che nell’aula del tribunale mi si è seduto vicino”. Come avrà letto, l’avvocato Prisco prima aveva accettato, era venuto con noi in aereo, era venuto dall’avvocato Guarino, che penso non avrà difficoltà ad ammettere che l’avvocato Prisco era con noi. Hanno parlato. L’avvocato Guarino ha detto: “Per accettare la difesa di suo marito, debbo prima vedere le carte. Mi basta un giorno solo”. Queste carte avrebbe dovuto dargliele Prisco. Poi Prisco mi ha detto che non era più disponibile perché era un affare dei politici, questo dopo aver accettato, perché in aereo gli avevo chiesto: “Lei è l’avvocato di famiglia, allora cosa debbo fare per darle il mandato?”. Egli mi rispose ridendo: “Basta che lei non vada in giro a dire che io dico delle bugie, che io sono veramente l’avvocato di famiglia”. Poi, invece, si è ritirato. Successi vanente si è di nuovo offerto, però a Roberto. E’ venuto a casa nostra la domenica prima del tentativo di suicidio e mi ha detto: “Roberto mi ha chiesto di essere il suo avvocato di famiglia”. A me ha detto che era stato Roberto. Io ho detto: “Roberto, ma tu glielo hai chiesto?”. Roberto mi ha risposto: “No, è stato lui che mi è venuto vicino e mi ha detto di averci ripensato e di accettare di essere l’avvocato di famiglia”.

Presidente. L’una o l’altra di queste due versioni furono dovute anche a pressioni? Prima a Lodi, a Viola, suo marito ha dato una versione, poi a Cudillo ne ha data un’altra. A noi interessa sapere se suo marito ha subito delle pressioni e se le ha subite per la prima deposizione o per la seconda, in modo da capire qual è quella vera, quella che è stata data in condizioni di maggiore libertà.

Clara Calvi. Quando gli ho parlato aveva ancora l’ossigeno, la mattinata stessa. Mi ha detto che era stato minacciato, che era stato l’avvocato Prisco che gli era andato a sedere vicino, in tribunale.

Salvatore Ando’. E’ stato minacciato per la prima o per la seconda delle versioni?

Presidente. Quello che ci interessa sapere è …

Clara Calvi. Non lo so se è stato … Comunque gli è andato vicino, gli ha detto: “Guarda cosa fai, perché tanto hanno distrutto tutte le prove. Formica ha preso il Ministero delle Finanze, se non stai attento resti in prigione per tutta la vita”. Queste sono le parole che riferisco, che mi sono state dette. Riferisco sempre e solo ciò che mi è stato detto da mio marito. D’altra parte, salvo questo periodo, io sono stata sempre in casa. Aspettavo giornate intere, per tutta la settimana. Uscivo semplicemente per andare in campagna quindi passavo da una casa all’altra.

Presidente. Sarebbe molto importante per noi definire la questione. Queste sono le parole?

Clara Calvi. Sì, le parole testuali.

Presidente. Senta, signora, ricorda perché suo marito voleva evitare che lei testimoniasse, portando un certificato medico, in un processo a Roma, nel quale testimoniarono anche sua figlia e il suo ragazzo. Suo marito voleva che lei evitasse di testimoniare.

Clara Calvi. Sì, era il suo ragazzo. Roberto prima voleva, poi non voleva più, come faceva sempre.

Presidente. A noi interessa capire perché voleva che lei non testimoniasse. Temeva? Si è fatto capire perché temeva?

Clara Calvi. Non voleva essere stritolato nella lotta fra le due magistrature. Diceva che non c’entrava, che aveva grane per conto suo, che non voleva essere stritolato nella lotta fra le due magistrature. Io so che avrei potuto dire che non andavo perché non volevo andare, ma egli non voleva neanche irritare l’uno o l’altro. Così probabilmente ha irritato tutti e due. Voleva in altri termini che io avessi una scusa ufficiale, non che mi rifiutassi di andare a testimoniare. Io invece volevo andare.

Presidente. Infatti, suggerì di portare un certificato medico.

Clara Calvi. Fra l’altro, io tremo sempre, in continuazione. Da quel periodo ho cominciato a tremare.

Presidente. Suo marito diceva di non voler essere stritolato fra le due magistrature…

Clara Calvi. Nella deposizione non hanno messo che la lotta si riferiva alle due magistrature. Io ho lasciato perdere. La parola giusta e che non voleva essere stritolato nella lotta fra le due magistrature.

Presidente. Può dirci qualcos’altro che suo marito le abbia detto in riferimento alla lotta fra le due magistrature, che lei ricordi?

Clara Calvi. Ne abbiamo parlato tante volte, non qualche frase particolare, perché me le ricordo esatte. Sapevo che c’erano i processi che venivano portati da Milano a Roma, che c’era questa lotta. Lo sape vo da me, che era una lotta. D’altra parte ne parlavano tutti i giornali.

Presidente. Naturalmente, le due magistrature sono quella di Roma e quella di Milano.

Clara Calvi. Sì.

Presidente. Per quanto riguarda i colloqui che ebbe con Andreotti, o che suo marito ebbe con Andreotti, leggendo la sua deposizione mi è parso di capire che lei ricavasse l’impressione che Andreotti non si fidava di Pazienza e di Ciarrapico.

Clara Calvi. No. Ciarrapico veniva da parte di Andreotti, certo; di Pazienza no, assolutamente.

Presidente. Andreotti non si fidava?

Clara Calvi. No, non ne voleva neanche sapere.

Presidente. Quindi, per quello di cui lei ebbe conoscenza quando lo incontrò e per quello che seppe da suo marito, mentre Ciarrapico veniva inviato da Andreotti e, comunque, aveva un rapporto di fiducia, così non era per Pazienza.

Clara Calvi. No, no, assolutamente; anzi, non lo voleva proprio vedere perché diceva che una volta era stato a Parigi, aveva preso lui il biglietto, aveva prenotato personalmente l’albergo – io riferisco quello che mi ha detto mio marito – e poi voleva andare alle corse …

Antonio Bellocchio. Di cavalli?

Clara Calvi. Sì, ha detto che voleva andare alle corse; invece, quando poi si è trovato in albergo, è arrivato un alto ufficiale mandato dall’Eliseo, per cui evidentemente aveva perso… Insomma, si era seccato perché attribuiva questo intervento dell’Eliseo al fatto che Francesco aveva voluto dimostrare la sua potenza, in un certo modo aveva voluto prender lo in giro o avvisarlo.
(…)