Leonardo Messina – dichiarazioni 04.12.1992 in commissione parlamentare antimafia

(…)
Presidente: sapeva che Sindona era massone?
Messina: Sì.
Presidente: Che era iscritto alla loggia P2?
Messina: Questo l’ho saputo dai giornali. A me dicono “massone” non l’appartenenza.
(…)
Presidente: Ha mai sentito parlare di una specie di patto fra mafia e massoneria alla fine degli anni Settanta, per cui si decise che i mafiosi importanti avrebbero potuto entrare nella massoneria?
Messina: No, non ne ho mai sentito parlare. Ci sono stati tempi nella mia vita – ero un ragazzo – nei quali abbiamo controllato alcuni obiettivi da assaltare. Aspettavamo un ordine perché dovevamo assaltare la caserma dei carabinieri e altri uffici.
Presidente: Quando?
Messina: Avevo circa 16 anni.
Presidente: Quando è nato?
Messina: Sono nato nel 1955.
Presidente: Quindi intorno al 1971?
Messina: Sì, 1970-1971.
Presidente: Sono i tempi del golpe BORGHESE?
Messina: Sì.
Presidente: Avete avuto ordine di fare questi assalti?
Messina: Eravamo pronti ad assaltare caserme e prefetture, municipi e tutto.
Presidente: Chi aveva dato quest’ordine?
Messina: Noi  prendevamo ordini dal vecchio CALI’ di San Cataldo. Eravamo circa 20 giovani, uomini d’onore ed avvicinati, i figli del CALI’ ed io ero il nipote.
Presidente: Una volta assaltati quegli obiettivi, cosa dovevate fare?
Messina: Aspettavamo già da giorni l’ordine di occupare che poi non è arrivato.
Presidente: Perché non è arrivato?
Messina: Non avevo  titolo per farmelo spiegare. Sapevamo di dover controllare, avevamo pronti i mezzi e le armi, eravamo a disposizione, seduti.
Presidente: Quella fu l’unica volta o è successo in altre occasioni?
Messina: E’ successo in due occasioni.
Presidente: Può dire quale fu l’altra?
Messina:   Intorno alla fine del 1973 avevamo l’ordine di assaltare soltanto la caserma.
Presidente: Fine del 1973 o 1974?
Messina: Fine 1973  1974.
Presidente: Cioè, fine del 1973 e inizi del 1974?
Messina:Già ero diciottenne. Purtroppo la mia pecca è di non ricordare le date precise.
Presidente:Faceva caldo o freddo?
Messina: Una volta mi hanno chiesto se c’era luce o il buio”. Comunque, penso fosse novembre, alla fine dell’autunno.
Presidente: Questi contatti tra Cosa nostra e la massoneria si limitano alla Sicilia oppure no?
Messina: No, non si limitano alla Sicilia. Ho detto che a Cosa nostra sta stretta la Sicilia
Presidente: Quindi questi rapporti sono anche in altre regioni?
Messina: Sì.
Presidente: Le uniche cose che lei sa del tentativo di colpo di Stato del 1970 sono che stavate ad aspettare un ordine che non è arrivato?
Messina: Sì. C’erano altri due o tre ragazzi giovanissimi, poi gli altri erano gli uomini d’onore e gli avvicinati.

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/170776.pdf

“Calano sull’Italia le ombre cilene”

Le bombe dell’orrendo attentato sulla ferrovia Firenze-Bologna si inseriscono in un momento particolarmente drammatico della vita italiana, costituiscono un nuovo agghiacciante capitolo di quella strategia della tensione e dell’intimidazione che ha puntualmente coinciso coi momenti di sbandamento e di dispersione delle forze democratiche. Il governo è vulnerato nei suoi centri decisionali; ogni scelta dell’esecutivo sembra paralizzata da un insondabile cupio dissolvi, in cui concorrono indifferentemente, e spesso con disinvolta incoscienza, i maggiori partiti, i grandi sindacati, le forze economiche, i prepotenti interessi settoriali e di categoria. Il parlamento è in gravi difficoltà di fronte alle misure di terapia finanziaria e fiscale su cui sembrava esistere agli inizi un largo, generale consenso: i decreti di emergenza, che ha parzialmente condotto in porto, sono stati smembrati, sfigurati, talvolta frantumati nelle trattative di vertice o in quelle di coulisse. La crisi economica si aggrava nonostante le cifre ingannevoli e illusorie dei bilanci di previsione dello Stato (…)

Il mistero dei Servizi segreti si infittisce di giorno in giorno: le inchieste si sovrappongono alle inchieste, le denunce alle denunce, rivelazioni impressionanti, confermano distorsioni e sovrapposizioni intollerabili in un qualunque paese di democrazia ordinaria o semplicemente in qualunque stato di diritto, la lotta dei corpi separati si svolge alla sua ombra senza esclusione di colpi. La crisi di credibilità, che ha investito in pieno i gruppi politici, che non ha risparmiato le istituzioni fondamentali dello Stato, lambisce le forze armate, mette in discussione il lealismo degli organi militari colpevoli di tutto, nella storia italiana, tranne che di tendenze o di tentazioni al “pronunciamento”.
Si respira già, nella vita del nostro paese, un’atmosfera cilena. Il terrorismo sanguinario e misterioso, quello che si è espresso nella catena di attentati ferroviari, da Nico Azzi alla strage di San Benedetto in Val di Sambro (strage che poteva degenerare in una carneficina, se i piani degli attentatori fossero riusciti in pieno), si innesta con una crisi inflazionista non arrestata che travolge i ceti medi, che investe con particolare spietatezza i settori più sensibili alle tesi moderate, alla causa che una volta si definiva senza ironia “la causa dell’ordine”.

Il posto di governatore della Banca d’Italia è all’incanto; la resistenza, coraggiosa, di Carli ha trovato un limite che sembra ormai insuperabile. Non regge più nessuna delle vecchie strutture dell’amministrazione: il dissolvimento della burocrazia centrale si unisce al caos di quella regionale, inesperta, prepotente, dilapidatrice. Si continuano a promettere riforme che si sa di non poter attuare, a cominciare da quella sanitaria: copertina presuntuosa di un libro tutto bianco, tutto da scrivere. E intanto crescono i deficit: i deficit degli enti locali, i deficit delle mutue, i deficit degli organismi pubblici o parapubblici, che si possono permettere tutto. Perché alla fine pagherà Pantalone… Il paradosso è che chi chiede elezioni anticipate, come il capogruppo della Camera onorevole Mariotti, uno dei pochi socialisti seriamente anticomunisti, crede di poter arrestare la marcia del compromesso storico con questo marchingegno. Il PSI teme soprattutto l’intesa diretta fra DC e comunisti sulla sua testa. E’ l’ombra del “bipartitismo”, sempre meno imperfetto almeno a livello parlamentare o di enti locali, che angoscia la “terza forza” socialista, oscillante fra il massimalismo già frontista e i residui dell’autonomia democratica.

Si tratta di un errore che potrebbe rivelarsi fatale. Contro il compromesso storico la DC conosce un solo e veramente insuperabile freno: il timore di una grossa emorragia elettorale, il rischio che conobbe il MRP in Francia. Il giorno in cui l’eventuale prova elettorale, una prova cui la DC fosse obbligata dai socialisti controvoglia, potesse essere superata con danni minori del previsto, con una sostanziale tenuta dell’elettorato cattolico, lo Scudo crociato potrebbe tentare la via della “grande coalizione”, scambiando i comunisti in via di socialdemocratizzazione, coi socialisti attratti dal miraggio di un radicalismo messianico. Già la periferia cattolica preferisce i comunisti ai socialisti… E poi c’è il vaticano cui interessa sempre un dialogo diretto con Mosca (i concordati non servono solo in Spagna).

Giovanni Spadolini – editoriale Epoca 17.8.1974