Le lettere che Buzzi inviò a se stesso (e al proprio giudice)

Altri, ben più significativi ed articolati messaggi il Buzzi ave­va, però, lanciato in precedenza e costituiscono, ora, la ripro­va più vera e clamorosa del suo agitarsi e del suo minacciare spe­cifiche rivelazioni riguardanti la strage di Brescia.

Giaceva, infatti, negli archivi di questo Ufficio un fascicoletto (recante i NN. 2159/80-C P.M. e 1285/81 -C G.I.) che, opportuna­mente riesumato, si è rivelato uno “scrigno” preziosissimo in quan­to contenente appunto messaggi di fondamentale importanza, suffi­cientemente chiari e decifrabili nel loro tenore letterale e so­stanziale, ma decisamente oscuri e criptici sotto il profilo del­la loro provenienza; aspetto, quest’ultimo, che aveva finito, a suo tempo, per oscurarne anche i contenuti e per decretarne – do­po un’infruttuosa indagine – l’assegnazione all’archivio. L’intuizione che l’enigma potesse essere sciolto con una attribuzione di quegli scritti (rectius: dattiloscritti) al Buzzi, ha indotto a svolgere tutta una serie di accurati accertamenti (esa­me delegato alla polizia scientifica; escussione dei testi M.llo Alberto La Prova -Brig. Carmine Paragliola; perizia tecnografi­ca) che, alla fine hanno pienamente confermato la bontà di quella intuizione, riconducendo senza ombra di dubbio i documenti in questione alla persona del Buzzi.

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Ciò posto, va detto che trattasi di due missive dattiloscritte (anche la scelta del tipo di strumento con cui scrivere appare significativa), datate 7/XI/1980 e 15/XI/1980, che l’apparente autore (si noti che la prima reca una sottoscrizione, mentre la seconda -quasi un segno della titubanza del vero autore a tenta­re un’altra sottoscrizione – presenta in calce solo le iniziali battute a macchina), Angelo Falsaci (persona realmente esisten­te, già imputata nel processo M.A.R.-Fumagalli, ma, guarda caso, latitante all’epoca delle missive; e viene spontaneo osservare che la scelta stessa di tale persona, e soprattutto di tale nome, è – come suol dirsi – tutto un programma, in termini di allusive “assonanze”), indirizzò rispettivamente al Magistrato di Sorveglian­za di Brescia, e, si badi, allo stesso Buzzi (che subito si premu­rò di far avere la propria, e cioè quella del 15 novembre, al pre­detto magi strato).

Ora, nella prima delle due lettere, l’autore tra l’altro dichia­ra di sapere che “la strage di Brescia è stata fatta dai Sanbabilini” e che la bomba “è stata messa nella spazzatura da uno di Milano e da uno di Lanciano” (dove era ed è trasparente ed inequi­voco il riferimento alla coppia Ferri-Benardelli). Con la secon­da si informa il destinatario apparente (Buzzi) dell’invio della precedente al Magistrato di Sorveglianza e lo si assicura che in appello, grazie a decisive rivelazioni, egli sarà scagionato.

Oltre ai contenuti (che si commentano da soli), lo straordinario è che – come si è appurato attraverso l’indagine tecnografica – Buzzi (ossia il vero autore) aveva lasciato in e con entrambe le lettere in discorso, in special modo con le scritturazioni sulla busta della seconda (che dovevano farla apparire come provenien­te dall’esterno del carcere), segnali tali che si potesse, sia pure con qualche sforzo, risalire a lui, ma che, solo all’esito dell’indagine ora espletata, sono stati decifrati (si ponga altresì attenzione al bollo, risultante privo di timbro postale; e si prendano in ulteriore esame comparativo – per quanto attiene an­cora alla scritturazioni citata – in particolare la scritta “Ex minori” presente sulla busta de qua, vero e proprio segno di pa­ternità del Buzzi, e le analoghe, ma diversissime, scritte – que­ste davvero apposte da agenti di custodia – presenti su buste di corrispondenza indirizzata al Buzzi e rinvenuta nella sua cella di Novara: v. Fald. “A”, allegato II0).

Quanto alle ragioni di assoluta superfluità, che hanno sconsiglia­to di spingere l’accertamento peritale fino a ricomprendere la palesemente apocrifa firma “Angelo Falsaci” della missiva 7/XI/80, sia consentito rinviare al provvedimento già preso, sul punto, a seguito di specifica istanza della difesa Ferri (in breve: nel­le precedenti indagini, il Falsaci, una volta costituitosi, ven­ne appositamente esaminato e potè disconoscere quella sua appa­rente sottoscrizione, oltre che naturalmente il riferimento a lui dei contenuti della missiva; e il disconoscimento venne conferma­to da un accertamento di polizia scientifica, disposta allo sco­po).

Per soffermarsi ancora un momento sul senso e sulla portata di quanto ora scaturito dalla lettura piena, come “in trasparenza”, delle carte dello “pseudo-Falsaci”, è proprio il caso di sottoli­neare il dato più emblematico che emerge dalla situazione consi­derata. Si vuol dire cioè che il Buzzi (sia pure sotto le predet­te mentite spoglie, ponendo però particolare attenzione e cura a non rendere troppo impenetrabile la studiata mascheratura, ed al preciso fine di far recepire comunicazioni e notizie dichiara­tamente favorevoli al condannato all’ergastolo in primo grado – Buzzi stesso – per la strage di Brescia, poiché caratterizzate da contenuti che la responsabilità di tale delitto proiettavano in ben diverse e riconoscibili direzioni) si rivolse non già a persone qualsiasi, ma ad un organo giudiziario (tanto più impersonato da qualificato magistrato, per la sua funzione stessa e per il precedente incarico svolto, all’epoca dell’eccidio, presso la Procura della Repubblica di Brescia, avente sicuramente una buona conoscenza dei fatti e dei personaggi del processo “strage”), organo che, come tale, non poteva tenere per se quelle comunica­zioni ma doveva rimetterle – come in effetti fece – agli uffici inquirenti.

Un altro aspetto, la cui singolarità non può sfuggire ormai ad alcuno, è quello rappresentato dal senso di una missiva(quale fu la seconda indicata) che risultava trasmessa al Buzzi stesso, ad informazione dell’avvenuto invio della precedente (insomma, quasi una “copia per conoscenza”); con la conseguenza che il Buz­zi (che – come si è detto – sintomaticamente si affrettò a conse­gnarla al Magistrato di Sorveglianza, in tal modo apportando quel­la che non poteva non apparire come una solida conferma della pri­ma lettera) finiva per risultare, agli occhi dell’Autorità Giudi­ziaria, egli stesso informato delle novità, potenzialmente deci­sive, che riguardavano le sue sorti di imputato appellante, e per collocarsi in posizione quasi di controllore interessato ed atten­to degli sviluppi delle indagini che sarebbero state avviate al riguardo.

Se dunque questa – come tutto concorre a far ritenere – è l’interpretazione della vicenda (unica a rivelarsi – purtroppo con ritardo – in termini cosi netti); se dunque Buzzi arrivò ad archi­tettare tanto, altrettanto plausibile è che egli numerose altre volte si sia mosso – con altre modalità, con altre cautele, rivol­gendosi ad altre persone, facendo leva su altri rapporti e con inserimenti in contesti diversi, direttamente o indirettamente – nelle medesime direzioni e con gli stessi scopi.

Il riflesso dei segnali lanciati dal Buzzi infatti non si ferma e non si esaurisce qui. Per esempio, sulla stessa linea delle due menzionate lettere, si colloca altra sua missiva – questa volta non per apparenti interposte persone – anch’essa indirizzata al medesimo Magistrato di Sorveglianza: trattasi della lettera 5/4/1981, compresa negli atti novaresi, nella quale, tra l’altro, il Buzzi proclama la propria ferma intenzione evidentemente di bat­tersi in appello, se – come dice – sicurissimamente non rinuncerà a comparire in udienza, come spesso aveva invece ritenuto di fare nel corso del giudizio di primo grado.

Sentenza ordinanza processo per la strage di Brescia 1986 pag 18-22

Giuseppe Fisanotti – verbale 26.09.1986 su pista Ferri (e O.N. veneto)

L’ ufficio da atto che la dichiarazione testimoniale viene raccolta in una pausa dell’ interrogatorio cui viene sottoposto il teste, arrestato per spaccio stupefacenti unitamente a Segat Pierangelo ed altri in data 17.09.85. Nel corso di tale interrogatorio il teste ha ampiamente collaborato con gli inquirenti consentendo tra l’ altro il recupero di numerosissime armi da guerra e comuni da sparo ed esplosivi e la identificazione di numerosi responsabili di gravi fatti criminosi. A questo punto il teste spontaneamente dichiara :

“Intendo a questo punto per una questione che riguarda la mia coscienza ed un dovere di linearita’ processuale che ho definitivamente assunto, formalizzare quanto gia’ dichiarato spontaneamente nel corso dei miei precedenti interrogatori ho conosciuto Macchi Marilisa, attualmente mia coimputata anch’ella in stato di arresto, nel corso del 1984. Ho avuto con lei intensi rapporti di conoscenza in quanto all’ epoca era la donna di Danieletti alessandro, mio amico e associato nelle mie medesime condotte criminose. I due avevano una relazione difficile e tormentata a causa della instabilita’ emotiva di entrambi tanto che su sollecitazione del Danieletti i due avevano preso a fare uso di sostanze stupefacenti (eroina) . Quando cominciai a collaborare con il Danieletti nella mia attivita’ criminosa, dovendo costatare di persona che il Danieletti stesso si trovava continuamente in stato di agitazione mentale continuando a fare uso di sostanze stupefacenti.

Cercai di dargli una mano e poiche’ il Danieletti asseriva che tutti i suoi problemi avevano un rapporto con la Macchi, lo invitai dapprima a rompere la relazione , cosa che il Danieletti mi disse di aver fatto ma che non rispondeva a verità circa il mese di giugno / luglio dello scorso anno il Danieletti si presento’ a Bologna con la Macchi che mi presento’ in quella occasione . Ebbi modo di costatare a quale livello di tensione erano i rapporti tra i due e mi adoperai nel tentativo di rendere possibile la prosecuzione del loro rapporto. Nonostante un apparente risultato inizialmente positivo, i rapporti tra i due tornarono immediatamente all’usuale tensione tanto da rendere necessario un mio intervento per limitare l’aggressione del Danieletti verso la Macchi.

Continuai a frequentare la Macchi che dopo qualche tempo si trasferi’ a Bologna ed approfondendone la conoscenza siamo nel mese di agosto dello scorso anno , compresi che anche ella doveva avere degli enormi problemi insoluti che la maceravano interiormente fino a spingerla all’autodistruzione infatti in quel periodo la Macchi riuscì in qualche occasione a fare uso di eroina questi a dimostrare che era sua intenzione distruggersi definitivamente. All’ epoca la Macchi, a seguito della definitiva rottura con il Danieletti, lasciato Milano per cambiare ambiente, aveva fornito dei certificati di malattia per giustificare le assenze dal lavoro presso una ditta pubblicitaria legata al giornale il giorno, credo che si tratti della ditta Spe. Frequentando la Macchi mi accorsi che la sua tensione non accennava a diminuire. Sapevo che era stata sposata e da tempo separata da certo Ferri Cesare che fu molto amico di Danieletti con il quale mi pare sia stato detenuto anche presso la casa circondariale di Bologna; sapevo anche che da qualche mese la Macchi era stata chiamata dal magistrato per essere sentita in merito ai fatti relativi alla strage di Brescia. Seppi questa notizia dalla Macchi che mi specifico’ di essere stata interrogata da un giovane magistrato e precedentemente da Danieletti che le aveva consigliato di seguire una determinata linea di difesa presentandosi al magistrato con un avvocato di fiducia di entrambi.

Assistetti personalmente a una serie di telefonate che Danieletti effettuo dal telefoni della Sip della stazione centrale di Bologna alla Macchi; il Danieletti voleva sapere cosa fosse emerso nel corso dell’ interrogatorio ma la Macchi non solo rifiutava di rispondere ma per diverse volte consecutive interruppe la comunicazione. Ricordo che dovetti intervenire e trascinare Danieletti fuori dagli uffici della Sip in quanto il suo comportamento agitata dava quanto meno nell’ occhio. Questo episodio si svolse nei giorni della pasqua dell’ anno scorso. Posso identificare esattamente il periodo poiche’ mi trovavo in permesso dalla casa circondariale di Bologna. Ricordo anche che la Macchi mi disse che probabilmente il giovane magistrato che l’ aveva interrogata sapeva molte cose sul suo conto; in particolare mi riferi’ che gli era stato chiesto se continuava a frequentare Danieletti, se i due facessero ancora uso di sostanze stupefacenti, manifestando inoltre la certezza che lei doveva sapere “che Cesare aveva messo la bombetta” .

Nel corso di uno dei tanti momenti di tensione della Macchi quando le chiesi la ragione del suo stato d’animo particolare e soprattutto perche’ si trovasse stabilmente in determinate condizioni psicologiche mi rispose affermando di essere maledetta, di dover comunque pagare per quanto era successo e di vivere ormai da anni perseguitata da quei ricordi. Non entro’ in particolari dettagli anche perche’ io cercai solamente di tranquillizzarla, cercando di ripeterle che in fondo lei era estranea ai fatti e che quindi non avrebbe dovuto sentirsi moralmente responsabile di quanto accaduto.

Mi preciso’ in quella occasione di essere stata personalmente alla guida dell’auto che aveva accompagnato il marito ed altre  persone nei pressi del luogo della tragedia. Mi disse inoltre di essere molto preoccupata poiche’ doveva essere nuovamente interrogata dal magistrato e perche’ alcune persone l’ avevano contattata per sentire come procedessero le cose.

Alle ore 12.30 il dr Paolo Giovagnoli si allontana.

Mi disse inoltre che avrebbe dovuto incontrare nuovamente queste persone per tenerle al corrente degli sviluppi della situazione. Rimasi molto turbato dalla notizia, e le chiesi espressamente se anche il Danieletti fosse stato a conoscenza di questi aspetti della vicenda. Mi rispose che purtroppo ne era stato messo a conoscenza da lei stessa. Infatti mi spiego’ che Danieletti pur essendo stato molto amico di Ferri Cesare ed avendolo frequentato lungamente, non aveva mai goduto di eccessiva considerazione da parte del Ferri che lo considerava una sorta di pedina e che gli affidava mansioni del tutto irrilevanti anche in precedenti episodi che non sono assolutamente in grado di precisare per i quali il Danieletti si era limitato a procurare l’ automobile senza nemmeno sapere a che cosa sarebbe servita.

Preciso ancora che la Macchi mi riferi’ di aver accompagnato Ferri ed altri a Brescia il giorno della strage, prima che essa avvenisse, probabilmente con la sua auto, precisando di essere stata completamente estranea alle intenzioni del gruppo. Era stata usata per guidare l’ auto poiche’ completamente incensurata e perche’ di sesso femminile e dunque piu’ facilmente non avrebbe dato nell’ occhio e non era affatto nota per nessuna ragione. Mi disse inoltre che Ferri aveva una grande fiducia in lei perche’ considerava una sua creatura: infatti mi riferi’ di averlo conosciuto quando era molto giovane mentre gia’ egli si trovava ad occupare posizioni di rilievo e non so in quale organizzazione di destra. La Macchi infatti prese a frequentare da giovanissima gli ambienti della destra parlamentare ed extraparlamentare soprattutto sulle orme del fratello Dario che tra l’ altro so essere stato arrestato molti anni fa perche’ accusato di aver partecipato ad un campeggio paramilitare nei pressi di Trento. Il Ferri aveva curato personalmente la preparazione culturale della Macchi preparandola addirittura a tutti gli esami universitari che essa superò. Mi risulta infatti che le manchino pochi esami per la laurea.

– non ho mai conosciuto di persona D’Intino Alessandro. Il Danieletti mi parlo’ piu’ volte di lui, che ne era stato molto amico e che attualmente si era ritirato dall’ eversione di destra e che lavorava regolarmente. Mi disse anche che erano stati coimputati.

– nulla mi dice il nome Vivirito Giuseppe.

– Danieletti mi parlava di D’Intino perche’ seppur saltuariamente continuava ad incontrarlo.

– ho conosciuto Signorelli paolo che ho incontrato in carcere di Modena nel dicembre 1980 e che ho rivisto per un attimo nel carcere di Bologna quando si trovava in isolamento in occasione del processo per l’omicido Amato. Mi disse in tale occasione che si proclamava completamente innocente ed estraneo ai fatti che gli venivano addebitati.

– il nome Esposti Giancarlo mi e’ stato piu’ volte fatto dal Danieletti che mi racconto’ di essere stato suo intimo amico e di averlo frequentato assiduamente. Mi disse anche di essere stato presente nel momento in cui i carabinieri fecero irruzione nel loro campo a Pian del Rascino e mi racconto’ il fatto con abbondanza di particolari.
Mi disse che Esposti non accolse l’ invito ad arrendersi e fu  ammazzato mentre tentava di raggiungere le armi per aprire il fuoco credo che in quell’ occasione sia stata trovata presso il campo una grossa quantita’ di esplosivo. Il Danieletti mi disse che per fortuna erano stati fermati in tempo e che l’ intenzione del gruppo era quella di compiere un attentato credo nelle vicinanze.
Credo a un complesso industriale o a una centrale che a suo dire avrebbe provocato una conseguenza tale da causare la distruzione di un intero paese. Mi disse che disponevano di una quantita’ illimitata di armi, anche pesanti. Mi disse che avevano una Land o una Range Rover e che negli spostamenti si servivano di contatti radio con staffette. In tale maniera avevano appunto raggiunto Pian del Rascino.

– conosco Ballan Marco per averlo incontrato in carcere a Bologna al momento del suo arresto e anche quando fu arrestato. E’ notoria la sua appartenenza ad Avanguardia Nazionale e che era il rappresentante di Delle Chiaie Stefano in Italia. Mi parlo’ dettagliatamente di questa sua posizione certo Marcello Soffiati di Verona il quale pure si trovava in carcere a Bologna ed era stato arrestato per reati connessi alle trame eversive di destra con un gruppo di persone delle quali uno e’ geometra di un paese in provincia di Verona credo Colognola ai Colli, un’ altra era un noto medico tale Maggi, un’ altra la proprietaria di un ristorante di Venezia. Il Soffiati che conoscevo da dieci anni in quanto nativo di Verona come me, mi disse che tra le sue intenzioni e del gruppo vi era quella di sequestrare Ballan Marco per farsi dire con la forza dove si nascondesse Delle Chiaie Stefano.
Il gruppo proponeva l’ eliminazione fisica di Delle Chiaie e questo a loro dire in accordo con determinati elementi dei servizi segreti di non so quale paese. Il Soffiati diceva di essere in contatto con elementi della Cia tramite degli ufficiali americani della Setaf. Mi parlo’ anche di un suo viaggio allucinante a bordo di un furgone effettuato nell’ estato di non o quale anno per raggiungere in Francia un certo Affatigato. Disse Soffiati che in quella occasione lo stesso Affatigato gli fece avere un assegno per cambiare il quale ebbe dei guai che non ricordo. Mi disse inoltre di essere dispiaciuto per aver coinvolto il tale viaggio un religioso di Verona.
Soffiati, che si fidava molto di me, mi disse che il colonnello Spiazzi Amos era certamente la persona che aveva consentito nel corso degli ultimi dieci anni ad affossare le trame nere in particolare a Verona poiche’ a suo dire aveva sempre collaborato attivamente con i servizi segreti italiani. Soffiati mi disse che non vedeva l’ ora di essere scarcerato per poter rientrare alla sua trattoria di Colognola ai colli e che si sarebbe in seguito disinteressato dalla politica attiva perche’ aveva avuto solo delle delusioni.
Si limito’ a dirmi che l’unica sua responsabilita’ nel processo era quella di aver sotterrato una pistola unitamente al geometra e forse ad un’ altra persona che io non sono in grado di indicare e che lo stesso Soffiati mi disse di non conoscere come latitante. Mi disse anche di aver ospitato questa persona nella sua abitazione sita credo nelle vicinanze di via stella dove molti anni addietro fu rinvenuta una grande quantita’ di armi e di proiettili. Quando seppe che si trattava di un ricercato, cerco’ di sbarazzarsene invitandolo a lasciare la città. Preciso infatti di essere stato costretto a ritardare le sue ferie a causa di questo imprevisto. Al momento non ricordo particolari utili.

Letto confermato sottoscritto.­

Sergio Latini – dichiarazioni 05.03.1984 su pista Ferri

Io non volevo dire i discorsi del Ferri perchè non ho sicurezza se li dico di rientrare a casa e mi è nata da pochi giorni una bambina che ha bisogno di “me e ne ha anche bisogno mia moglie… Ferri mi disse che era preoccupato per il processo di Ordine Nero ed era preoccupato anche di potere essere nuovamente inquisito per la strage di Brescia. Mi chiese se le voci all’interno del carcere confermavano che Buzzi era intenzionato a parlare in appello ed io gli dissi che correva una voce diffusa in questo senso. Ferri mi chiese come mai nessuno in carcere avesse pensato di chiudere la bocca a Buzzi e disse che se Buzzi avesse parlato, avrebbe messo nei guai i ragazzi di Milano. Io dissi a Ferri che Buzzi era nel carcere di Brescia.
Quando tornai in carcere, dissi a Izzo e Concutelli i discorsi che mi aveva fatto Ferri…

Quando eravamo in carcere insieme, parlando dei fatti di piazza della Loggia, Ferri mi disse che c’era un prete che lo aveva visto a Brescia il giorno della strage, ma che lui era riuscito a trovare degli studenti che avevano detto di averlo visto all’interno dell’università, o poco prima o poco dopo la strage.

Angelo Izzo – dichiarazioni 05.04.1984 su pista Ferri (e Ballan)

Alla fine del ‘79 mi trovai a Rebibbia, per l’appello del Circeo, col mio coimputato Gianni Guido. Preciso che ci conosciamo dall’età di tre anni e siamo sempre stati molto in confidenza. Io lo presi in giro perché  aveva fatto amicizia con Buzzi, in quanto il predetto era un personaggio chiacchierato; preciso che nel ‘79 io avevo ormai troncato i rapporti con Buzzi, proprio a seguito delle voci che correvano in giro. Guido mi disse che Buzzi se la tirava da superterrorista, attribuendosi cose inverosimili; quando Guido prospettò a Buzzi la possibilità di controllare la veridicità di queste sue affermazioni, Buzzi fece praticamente marcia indietro e gli raccontò che in realtà si stava inserendo nel grande terrorismo, quando finì in galera per i fatti, di Brescia. In particolare Buzzi disse a Guido che lui centrava con la strage di Brescia, e con lui Angelino Papa, Nando Ferrari e De Amici; che la strage doveva costituire, a parte la vendetta per Silvio Ferrari, un discorso più vasto di tipo golpista, e parlò di un gruppo milanese che era centrale rispetto a strategie golpiste. Buzzi fece a Guido due nomi, come direttamente implicati nella strage, con funzione di mandanti ed organizzatori: Ferri e Ballan; disse che Ferri era venuto materialmente a Brescia il giorno della strage, per guidare il gruppo bresciano nell’esecuzione materiale della strage; i contatti tra i due gruppi li teneva Marco De Amici; gli organizzatori erano quelli di Milano; l’iniziativa non fu del gruppo di Brescia. La strage doveva essere la prova del fuoco per il gruppo bresciano, per permettere allo stesso un salto di qualità. Aggiunse anche che Ferri per il giorno della strage si era procurato un falso alibi, mandando qualcuno altro al suo posto all’università, per una pratica o per un esame. Tutte queste cose furono dette da Buzzi a Guido, e da questi riferite a me”.

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(…) “Quando Latini rientrò nel carcere ebbe un attimo di scoramento… Concutelli lo consolò. Dopo qualche ora incominciammo a fargli un pò di domande su chi aveva visto, su quali contatti aveva avuto con camerati che si trovavano fuori. Lui parlò soprattutto con Concutelli e gli disse che i ragazzi fuori lo aspettavano, perché prendesse il comando militare della situazione… Latini disse a Concutelli che c’erano pronti per lui un giubbotto antiproiettile e un M/12, che si trovavano a disposizione di Terracciano. Gli disse, poi, che doveva parlargli anche di una cosa molto delicata, che forse solo lui avrebbe potuto risolvere. Concutelli, che è una persona molto vanitosa e che tiene molto al suo ruolo di capo-killer, lo incalzò con domande, dicendosi subito disponibile a risolvere qualsiasi cosa. Io ebbi l’impressione che se lo stesse arruffianando. Latini allora continuò, dicendo che aveva parlato con Ferri al suo matrimonio; che questi gli aveva detto che esisteva un problema molto serio riguardante lui Ferri ed altri; si trattava di questo: Ferri temeva che Buzzi in appello parlasse e finisse per coinvolgere e rovinare lui e altri; il timore derivava dalle voci nate su Buzzi, quale confidente delle direzioni carcerarie (in particolare si diceva in giro che aveva fatto sventare delle evasioni), individuo poco pulito in tutti i sensi e psicolabile. Latini precisò che Ferri gli aveva chiesto conferma della sussistenza di queste voci che descrivevano Buzzi come un infame; Latini disse anche che Ferri aveva espresso il convincimento che se Buzzi si fosse trovato con le spalle al muro, avrebbe parlato in appello, e che quindi bisognava tappargli la bocca.

A.D.R. A me non risultava, né risulta tuttora, che a quell’epoca circolassero voci in carcere o fuori circa le intenzioni di Buzzi di parlare in appello. “Concutelli obiettò che Buzzi era difficile da raggiungere; che, se si trovava in un carcere giudiziario, sarebbe stato difficile trovare una persona che lo eliminasse; era chiaro che il senso del discorso mirava alla eliminazione fisica del Buzzi. Concutelli aggiunse anche che la cosa non era facile, ma andava fatta e che lui era disponibile a farla. Uno o due giorni dopo io presi Concutelli e gli chiesi come mai voleva mettersi in questa storia e coprire gente che aveva fatto stragi, che, a mio giudizio di allora, servivano solo a sputtanarci; feci presente che Ferri non aiutava nessuno dei camerati, e che non ne valeva neanche la pena di impelagarsi in queste storie. Concutelli mi rispose che al limite di Ferri non gliene fregava niente, ma che queste cose si sa dove cominciano e non si sa dove finiscono. Concutelli mi lasciò capire; che, se il discorso si fosse allargato, c’era il rischio che venissero coinvolti chissà quanti fascisti; in particolare temeva che si potesse arrivare ad un coinvolgimento del suo gruppo, e cioè di Ordine Nuovo. La sera stessa, a cena, Concutelli riportò il discorso sull’argomento, con l’intenzione di avere da Latini precisazioni che confermassero i timori a me già espressi nel pomeriggio. In tale occasione furono indicati, come possibili persone che Buzzi avrebbe potuto coinvolgere, il già citato Ferri e Marco Ballan…Ricordo che Concutelli non rimase molto soddisfatto della conversazione, in quanto si attendeva evidentemente da Latini altri nomi, che meglio giustificassero il coinvolgimento del Concutelli stesso in questa storia. In un’altra occasione Latini, mostrandomi le foto relative al matrimonio, mi mostrò Cesare Ferri… che, se non erro, aveva una giacca di velluto e la barba.

“Libertà provvisoria per otto neofascisti” – Il Giorno 21.6.1973

Otto fascisti, imputati di concorso e resistenza aggravata e radunata sediziosa in relazione agli scontri in cui fu ucciso l’agente Marino, hanno ottenuto ieri la libertà provvisoria. Si tratta di Pietro De Andreis, il funzionario del MSI cui è contestata anche l’aggravante di essere stato uno dei promotori, Flavio Carretta, Mario Di Giovanni, Amedeo Langella, Cesare Ferri, Alberto Stabilini, Romano La Russa, figlio di un senatore missino, e Claudio Cipelletti. Il De Andreis, lo Stabilini, il La Russa e il Carretta avevano chiesto, tramite i loro difensori, la scarcerazione per insufficienza di indizi. Il giudice istruttore Frascherelli l’ha rifiutata affermando nella sua ordinanza che, a carico dei quattro e degli altri, sussistono elementi di prova e quindi può essere concessa solo la libertà provvisoria, a norma della cosiddetta legge Valpreda ed in ossequio ai principi costituzionali.

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Val la pena di rilevare in proposito che un motivo talvolta addotto dal magistrato per rifiutare la libertà provvisoria è quello dell’allarme sociale dettato dai fatti contestati e del pericolo che gli imputati commettano altri reati. Così fece, ad esempio, il PM che procedeva contro Capanna e gli altri studenti per l’accusa di “sequestro” del rettore Schiavinato. Ora nel caso in esame, è certo che i fatti destarono “allarme sociale” e che diversi imputati sono tutt’altro che nuovi ad episodi del genere. Il fatto è che esiste un’altra interpretazione della legge, più vicina allo spirito della Costituzione, secondo la quale il giudice deve trattenere in carcere il cittadino solo finché questo sia indispensabile ai fini delle indagini e non in vista di possibili altri reati. Tale interpretazione ha seguito appunto il giudice Frascherelli, che già in un altro caso aveva deciso nello stesso senso, ritenendo che spetti semmai agli organi di governo fronteggiare l’allarme sociale con misure adeguate. Resta l’amarezza di vedere spesso la Costituzione disapplicata nei confronti di antifascisti e applicata invece a favore di quei fascisti che della Costituzione sono i principali nemici. Morale: restano in carcere solo gli imputati di concorso in strage.

Il Giorno, 21.06.1973