Pierluigi Concutelli – colloquio investigativo 05.02.1993

Nell’ambito di un colloquio in cui venivano espresse specifiche richieste alternate a discussioni relative alla necessità di chiarire definitivamente le responsabilità della destra eversiva nella cosiddetta “strategia della tensione, il Concutelli riferiva quanto segue:

– di essere disposto a fornire chiarimenti su quanto non ancora acclarato e che comunque non coinvolgano persone mai finite in galera perché sarebbe scorretto nei loro confronti. Subito dopo precisava che in fondo si trattava di fatti cosi’ vecchi che, anche se avesse fatto dei nomi, non avrebbe, coinvolto nessuno.

– di aver compreso l’inutilita’ di quanto fatto in passato, di essere oramai di fede radicale, pannelliano convinto, e, quindi, non violento, pur non essendo disposto a porgere cristianamente l’altra guancia se provocato.

– di essere convinto di aver pagato per gli sbagli fatti e di essere ormai prossimo ad uscire mancando solo piu’ 4 anni per potere usufruire dei benefici di legge, di conseguenza affermava di non voler infastidire nessuno ne’ adesso ne’ quando sara’ fuori. Anzi, se una volta libero le condizioni sociali dovessero essere prodromiche di una rivoluzione, la sua risposta ad una eventuale chiamata sarebbe: “Ragazzi ho già dato, dove eravate quando facevo l’idealista per voi?”. Ammetteva che la pecca di questa ricostruzione era il non aver chiesto al “popolo” il parere sui suoi metodi rivoluzionari.

– di ritenere che una perequazione della pena fosse vicina, permettendogli cosi’ di uscire prima dei quattro anni previsti; il suo lavoro sarebbe stato quello di tecnico della forestazione.

– in merito all’omicidio Occorsio sosteneva, in un primo tempo, e come sempre ribadito di fronte alla magistratura, di esserne il responsabile politico ma non l’esecutore materiale, successivamente, chiestogli di non essere in contraddizione con la propria volonta’ di chiudere con il passato, ammetteva di esserne stato anche l’autore materiale. Precisava di aver sparato 2 raffiche di mitra con un caricatore da 32 colpi che, però,ne aveva solo 30 per non affaticare la molla, di aver sparato. quando l’autovettura del magistrato transitava sullo stop ed era quindi piu’ lenta, di aver diretto i colpi dal basso verso l’alto per non fare danni ad altri.
Specificava di non aver utilizzato proiettili espansivi alternati a blindati come detto dai periti, ma solo colpi “full metal jacket” di cui alcuni “scamiciati” dal vetro, traiettoria durante.
Sosteneva di non averlo mai ammesso per non dare alle forze di Polizia informazioni sulla sua Organizzazione e cioe’, in questo caso, dell’identità del politico col militare.
Affermava di aver ucciso il magistrato per la risposta che questi gli diede in una udienza in merito alle sue contestazioni sull’uguaglianza, per tutti, della legge.

– in merito a “Zio Otto” ed alle sue mansioni sosteneva che non aveva mai sentito tale soprannome e che, comunque, nessuno con lui usava tali accortezze, pero’ sapeva che una persona che avrebbe dovuto fornire al suo gruppo armi, e con la quale si era incontrato una sola volta, aveva all’epoca quarant’anni, era veneta, era in grado di costruire le armi da sola comprando le canne in Svizzera dalla Aerlikon (comprava canne da 108 e poi le segava) ed era stata piu’ volte in Spagna. Data l’abilita’ manuale di questa persona, riteneva che lo Zio Otto ed il Carlo fossero la stessa persona.

-affermava che il coinvolgimento del Delle Chiaie con Bologna faceva parte di un depistaggio, che la strage era stata fatta per coprire Ustica venendo decisa da circoli massoni sovranazionali.

– riferiva non credere alle indiscrezioni circa una bomba come causa di Ustica ma, in base alle sue conoscenze tecniche, riteneva si trattasse di un missile aria-aria con ricerca ad infrarossi delle fonti di calore.

– riteneva che il depistaggio dell’esplosivo rinvenuto sul treno fosse stato fatto proprio per far credere ad un matrice governativa deviata esclusivamente nazionale.

– sosteneva di avere molti dubbi sull’individuazione dei colpevoli della strage del 904 poiche’ solo un pazzo utilizzerebbe un detonatore elettrico su di una linea ferroviaria.

-chiedeva di ribadire al Dr. Salvini, del quale dimostrava di avere una grande stima, che la famosa cassa di ananas, era stata presa dal Dr. Improta, e che questo era uno dei motivi per i quali aveva molti dubbi sulle reali possibilità di giungere alla verità, in quanto, probabilmente, lo schifo che li aveva circondati era piu’ grande di quanto non potessero immaginare.

– riteneva molto probabile che il gruppo del poligono di Venezia fosse in mano ai servizi.

-affermava che se veramente volevamo scoprire Bologna dovevamo chiederci il perché dell’innesco chimico e pensare alla vittima sacrificale e non ai presunti individuati autori.

-aggiungeva che se volevamo arrivare a Brescia dovevamo battere sui responsabili e cioè su Ermanno Buzzi e sul Capitano dei Carabinieri Francesco Delfino.

L’attività di depistaggio – sentenza strage di Brescia luglio 2015 – seconda parte

Ma l’azione depistante del S.I.D. si manifesta in termini ancora più eclatanti proprio in sede giudiziaria.

Sentito dal G.L Vino il 29 agosto 1974, il gen. Maletti, infatti, lungi dal riferire le allarmanti notizie fornite da Tritone, nell’ imminenza della strage e subito dopo di essa, su Maggi, sul gruppo ordinovista veneto e sui suoi collegamenti, ha indicato agli inquirenti tutt’ altra pista, consigliando loro di indagare in Valtellina, sugli appartenenti al M.A.R.; pista sicuramente falsa, in quanto il M.A.R. era di fatto non operativo dopo l’arresto del suo capo, Carlo Fumagalli, il 9 maggio 1974.

E di questo il gen. Maletti, collettore di tutte le notizie riservate dei vari Centri di controspionaggio, era ben consapevole. Così come era ben consapevole che le notizie fornite da Tritone erano attendibili, avendo egli stesso accreditato la fonte presso il capo del S.LD., definendola “ottima”. Risulta, in tal modo, evidente che il S.I.D. non ha scelto la via del silenzio per (o solo per) tutelare la propria fonte, ma ha voluto coprire quelli che sapeva essere i reali colpevoli della strage.

Solo leggendo la trascrizione delle dichiarazioni rese dal gen. Maletti alla Corte d’Assise di Brescia – che si ritiene opportuno riportare integralmente nella parte de qua – può, d’altra parte, cogliersi l’impudenza dell’alto militare nel negare l’evidenza e confermare, ancora, a distanza di decenni, l’identico atteggiamento fuorviante e gravemente omissivo tenuto all’epoca dei fatti. Non senza sottolineare che i vuoti di memoria del teste non si giustificano a fronte di due osservazioni: l’una, che le domande rivoltegli non riguardavano fatti marginali, di cui il tempo avrebbe potuto cancellare la memoria, ma una delle stragi più emblematiche degli intrecci di potere sui quali il Servizio, ai cui vertici era collocato Maletti, aveva incentrato la propria attenzione; l’altra, che lo stesso teste mostra di avere memoria precisa di tanti minuziosi particolari di vicende ben meno eclatanti.

Questo il testo della trascrizione dell’ esame dibattimentale del gen. Maletti, svoltosi, in videoconferenza con la città di Pretoria, davanti la Corte bresciana:

“DOMANDA – Poi dopo ne riparleremo. Senta, noi ci occupiamo di Piazza della Loggia, della strage del 28 di maggio. Quindi lei in quel momento era il capo del reparto D da circa tre anni. È un evento che …

RISPOSTA – Sì, mi ricordo l’evento!

DOMANDA – Ci dica tutto quello che ricorda, se vennero prese delle iniziative, se ha ricevuto delle informazioni, poi dopo ritorneremo con alcuni appunti, però è bene che dica da solo prima con la sua memoria che cosa ricorda di quel periodo.

RISPOSTA – Per quanto riguarda l’attività informativa, a parte il fatto che ricordo molto poco dell’ evento della Loggia, a parte l’evento stesso, il reparto D non fece molto, perché non avevamo, sul momento, delle fonti utilizzabili. Inoltre una nostra attività avrebbe probabilmente intralciato l’attività delle forze dell’ordine, Polizia e Carabinieri, che stavano già indagando ed avevano una loro rete di informatori che a noi mancava in particolare a Brescia. Quindi ricordo molto poco di quell’evento – ripeto – per quanto riguarda la attività informativa. Se qualcosa fu scritto dai centri interessati, ripeto, si dovrebbe trovare agli atti.

DOMANDA – lo le chiedo se lei è al corrente che uno dei nostri imputati era una fonte del SID. Maurizio Tramante lei l’ha sentito nominare? La fonte Tritone.

RISPOSTA – No, non ne sono al corrente, faccio ancora presente che le fonti erano note al capo del reparto D solamente con il nome di copertura.

DOMANDA – Come Tritone?

RISPOSTA – Gli elenchi dei nominativi li aveva il reparto D ma erano gestiti, sia i nominativi sia i compensi, sia – ovviamente – l’utilizzazione, dai vari centri. E quindi io non connetto il nome di fonte Tritone con quello del signor Tramonte.

DOMANDA – Questo glielo dico perché vi è un appunto del 7 agosto del 1974, quindi posteriore rispetto alla strage di Piazza della Loggia, vi è un appunto … , non un appunto, un I annotazione, una nota a sua firma su carta intestata del reparto D, in cui lei scrive al capo del servizio, quindi presumibilmente Miceli, e riferisce “capo centro Padova, ha un’ottima fonte, quella che qui viene citata in allegato Tritone, che potrebbe essere bruciata da un intempestiva segnalazione agli organi di Polizia Giudiziaria”. Poi nell’appunto si fa riferimento ad un fatto …

RISPOSTA – Non ricordo questo mio appunto.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – L’appunto è a sua firma e fa chiaro riferimento alla fonte Tritone.

RISPOSTA – Ricordo che io di solito siglavo gli appunti per il capo servizio, ma non mi ricordo questo particolare punto di segnalazione al capo servizio.

DOMANDA – Non si ricorda di questa segnalazione.

RISPOSTA – Neanche la fonte Tritone mi dice niente.

DOMANDA – Cioè in questo momento la fonte Tritone non le dice niente?

RISPOSTA – No, quello che mi ha detto lei, dottore, ma non mi richiama alcun ricordo.

DOMANDA – Senta ma capitava spesso che lei parlasse con il capo servizio di fonti, chiamandole, fornendo dei giudizi, formulando delle ipotesi, o è un fatto abbastanza raro?

RISPOSTA – Era una cosa rara. Ricordo alcuni episodi, ma ben pochi. Fonti …tra l’altro una delle fonti di estrema destra, ma non Tritone”.

Ed ancora, con riguardo alle dichiarazioni rese al G.I. Vino, nell’ agosto 1974:

“DOMANDA – Quindi, generale, lei disse al Giudice di Brescia il 29 agosto: “Per ora le fonti non ci hanno portato ad acquisire elementi di consistenza tale da potere essere forniti alla Autorità Giudiziaria, gli accertamenti sono. in corso”. Le chiedo se può darci una spiegazione, tenendo conto che siamo al 29 agosto del ’74, abbiamo visto in parallelo le informative di Tritone, questa importanza il SID avesse attribuito a quelle informative e con quale attenzione avesse ordinato al centro es. di Padova di comunicare ai Carabinieri quelle notizie, che sicuramente parlavano in qualche modo dell’attentato di Brescia. Qui però si afferma il 29 agosto, quindi in epoca successiva, che in realtà le fonti non avevano dato ancora nessuna indicazione. Se può spiegarci il senso di questa risposta, non è un addebito che le viene mosso, ma le chiedo una spiegazione, se è possibile darla.

RISPOSTA – Non ne ho idea, oggi proprio non ho idea del ragionamento che stava alla base della mia risposta al Giudice di Brescia. Potrebbe darsi che una delle ragioni fosse proprio quella di non rivelare il nome di una fonte, nel caso specifico Tritone, ma a parte questo non so dire quale ragione avessi di non dire niente di interessante al Giudice di Brescia. Per altro ho fatto presente che noi avevamo già informato, o intendevamo informare l’Autorità Giudiziaria tramite il centro di Padova, come è noto. Quindi non era una mancanza di lealtà nei confronti del Giudice, molto probabilmente era il desiderio di coprire la fonte, il cui nome avremmo probabilmente, necessariamente dovuto rivelare quando ancora erano in corso contatti da parte della forte con elementi eversivi.

DOMANDA – Ma è chiaro che la fonte doveva essere tutelata, ma le notizie che la fonte aveva fornito potevano essere svelate, pur tenendo coperta la fonte, così come pure si dice al centro es. di Padova di comunicare all’Arma territoriale i contenuti di quelle informative, ovviamente tenendo coperto il nome del fonte.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – Perché c’è un contrasto tra: dite due nomi alla Autorità Giudiziaria, o dite i nomi alla Autorità Giudiziaria, e poi dire al Giudice che non ci sono fonti, non ci sono accertamenti utili al riguardo.

RISPOSTA – Ripeto io adesso non ricordo per quale ragione non abbia dato le informazioni che il Giudice di Brescia si attendeva da me. Ma faccio notare che la Giustizia era comunque stata allentata, attivata dal centro di Padova. Quindi il. ..

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – Sì ma lei non ne aveva ricevuto riscontro di tutto ciò. Nel momento in cui il Giudice … ?

RISPOSTA – … senz’altro aveva preso contatto con la Autorità Giudiziaria di Padova, oltre che informare i suoi superiori a Milano e Roma. Non era necessario che io avessi conferma perché quando io davo r ordine di effettuare un’operazione, l’ordine veniva eseguito, a meno che non fosse impossibile. Se avessi ricevuto la comunicazione … (parola incomprensibile) questo poteva anche tardare.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – Nel momento in cui ci si trova di fronte a quella Autorità Giudiziaria, alla quale si sono inviati atti o si è data disposizione di inviare atti, come mai non dire alla stessa Autorità Giudiziaria: ma avete ricevuto quegli atti? Vi sono stati inviati quegli atti? Sapete che ci sono delle fonti? Sapete che ci sono degli accertamenti? C’è una contraddizione tra quanto detto al Giudice nell’agosto ed il precedente comportamento.

RISPOSTA – Giudice, non so perché io non lo abbia detto, ad ogni modo sono cose che non ricordo oggi, non so quali motivi mi abbiano indotto a dire a Padova ma non a Brescia. Non posso dire oggi se … quale fosse la logica.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – Va bene, andiamo avanti.

DOMANDA – Lei ricorda se venne formulata da parte sua qualche ipotesi in ordine ai responsabili della strage di Brescia, dove dovessero essere collocati, in occasione di quella escussione da parte del Giudice di Brescia?

RISPOSTA – lo non ricordo neanche di essere stato interrogato dal Giudice di Brescia. Mi chiarite voi le idee? Non posso dire cosa abbia detto al Giudice.

DOMANDA – Le leggo quello che disse, generale
(N.d.r.: seguono le opposizioni dei vari difensori, respinte dal Presidente della Corte. Quindi, riprende l’esame del P.M.).

“DOMANDA – Generale, lei disse: “‘Per quanto riguarda la strage di Brescia, dal complesso degli elementi raccolti si potrebbe inquadrare l’attentato in un programma eversivo di matrice di estrema destra”.

RISPOSTA – Mi fa piacere che me l’abbia ricordato.

DOMANDA – Vado avanti a leggere, così poi ci dà una risposta complessiva: “Si potrebbe pensare ad un collegamento con gruppi aventi la base di azione in Valtellina, e quindi ad un collegamento con Fumagalli, che aveva a suo tempo manifestato intenzioni eversive violente e che aveva una sua base in Valtellina”.

RISPOSTA – Ripeto, non ricordo, ad ogni modo …

DOMANDA – “Potrebbe ravvisarsi in via ipotetica anche un collegamento dell’attentato con gli altri gruppi di estrema destra eventualmente legati da rapporti a gruppi stranieri. Si tratta però pur sempre di ipotesi”. La domanda è intanto se ricorda di avere detto queste cose, ma immagino di no, sono passati troppi anni. Da parte mia c’è il tentativo di capire perché venga formulata un’ipotesi in direzione di Fumagalli, a fronte di notizie che indicano i nomi di Romani, di Maggi, di Rauti … “

(N.d.r.: seguono opposizioni da parte della Difesa, respinte dal Presidente)

“INTERVENTO DEL PRESIDENTE – È tornato il collegamento. Le domande sono due: dato che aveva formulato un’ipotesi con riferimento al gruppo della Valtellina di Fumagalli, quali elementi aveva per potere indicare quella pista come ipotesi, ma pur sempre una pista investigativa?

RISPOSTA – Elementi informativi scritti non ne ricordo, ma elementi informativi verbali erano molto probabilmente alla base della mia segnalazione al Giudice di Brescia.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE – La seconda domanda è: come mai, dato che invece c’erano informazioni scritte che provenivano dal centro di Padova, di diverso tenore rispetto a Fumagalli, come mai al Giudice non si prospettò questa ulteriore informazione?

RISPOSTA – Questo non glielo so dire, proprio non ricordo il corso della conversazione, e se tutto quanto sia stato riferito come io ho detto, oppure sia stato sintetizzato. Ad ogni modo io ho parlato del gruppo Fumagalli probabilmente, ripeto probabilmente, non citando Padova, nel convinzione, come vi ho già detto, che la Magistratura di Padova fosse naturalmente pronta a fornire notizie anche su cose di interesse di Brescia.

DOMANDA – Ricorda chi verbalmente aveva accostato il gruppo Fumagalli alla strage di Brescia?

RISPOSTA – No, non ricordo”.

Non meno significativa delle scelte depistanti del S.I.D., anche a livello territoriale, è la palese falsificazione della data in cui sono state raccolte le informazioni di Tritone riversate nell’ appunto allegato alla nota n. 4873, resa si necessaria per “coprire” il ritardo enorme nella loro comunicazione formale al Reparto D, non certo imputabile alla risibile spiegazione, fatta propria dalla Difesa di Maggi, dell’ assenza per ferie del magg. Bottallo. Falsificazione che lo stesso Felli, nelle sue ultime dichiarazioni, è stato costretto a riconoscere.
Nell’identica direzione va l’incredibile decisione di distruggere gli archivi dei Centri territoriali, ed in particolare quello di Padova, adottata, a dire di Bottallo, intorno al 1984-1985 dall’ammiraglio Martini, all’epoca capo del S.I.S.M.I..
Al riguardo non può non condividersi il rilievo dei difensori delle Parti civili circa l’interesse dei Servizi alla soppressione del materiale informativo contenuto negli archivi alla luce anche delle dichiarazioni rese da Vincenzo Vinciguerra in epoca concomitante o prossima all’ordine di distruzione. Questi, infatti, sentito dal G.l. di Brescia il 6 maggio 1985, aveva indicato i responsabili delle stragi, inclusa quella di Brescia, “nel gruppo di Ordine Nuovo collegato con ambienti di potere ed apparati dello Stato; area che vedeva nella strage lo strumento per creare la punta massima di disordine al fine di ristabilire <l’ordine>” .

Una conferma, in tal senso, si desume anche dall’immotivata decisione del S.l.D. di troncare il rapporto con la fonte “Turco” (alias Gianni Casalini) nonostante questa stesse riferendo notizie assai interessanti sui collegamenti fra il gruppo ordinovista di Venezia-Mestre e le stragi. Non va dimenticato che il ten. col. Del Gaudio – figurante fra gli iscritti alla Loggia P2 (fasc. n. 117 ), nonostante abbia negato di avere accettato l’invito in tal senso rivoltogli da Licio Gelli – è stato condannato a Venezia per falsa testimonianza proprio in relazione alla vicenda “Turco”. Dell’ atteggiamento “protettivo” del S.I. D. nei confronti dell’ estrema destra all’epoca dei fatti è, d’altra parte, traccia negli appunti di Felli. Successivamente alla strage, infatti, Tritone, nell’ appunto allegato alla nota n. 6748 del 4.10.1974, riferisce che Giangastone Romani, prendendo spunto dal “caso Giannettini” e dal recente rapporto del S.I.D. sulle “trame nere”, “ha confidato ad alcuni suoi seguaci che i servizi segreti italiani hanno agito disonestamente, ricattando e tradendo i propri collaboratori. Pur criticando aspramente le ‘spie’, Romani sostiene che esse erano state certamente indotte a collaborare col S.I.D. da certi atteggiamenti di <simpatia> da esso assunti in passato nei confronti dell’estrema destra”.

L’appunto prosegue con la rappresentazione dell’intento dell’ estrema destra di “far pagare” al S.I.D. il suo “voltafaccia” e dell’ elaborazione in corso di un piano ritorsivo, fondato sull’indicazione di piste false, in modo da screditare i Servizi e determinare la rimozione dei vertici del S.I.D. Non meno sintomatica della speciale protezione di cui il gruppo ordinovista facente capo a Maggi godeva anche da parte dei vertici territoriali dell’ Arma dei carabinieri, è l’inerzia tenuta dal Gruppo di Padova, diretto dal ten. Col. Manlio del Gaudio, a fronte di informazioni allarmanti ricevute in tempo reale dal Centro C.s. di Padova, grazie allo stretto rapporto personale intercorrente fra lo stesso Del Gaudio ed il magg. Bottallo, legame di cui danno prova le dichiarazioni del cap. Traverso (all’epoca, vice di Bottallo), del mar. Guerriero (in forza al Nucleo Informativo CC. di Padova) e del dattilografo del Centro C.S. di Padova, Todaro.

II tema è già stato in parte trattato con riferimento all’ appunto del 6 luglio. In questa sede si intende dare spazio alle puntuali osservazioni del P.M. e delle altre Parti appellanti circa l’anomalo comportamento dei vertici territoriali dell’Arma. E’ incontestabile che in tre R.I.S. – rispettivamente del 7 giugno, del 20 luglio e del 3 agosto 1974 – del Gruppo Carabinieri di Padova, sottoscritti dal comandante Del Gaudio ed indirizzati ai superiori gerarchici, siano riversate informazioni rese da Tritone a Felli.

Invero, nel R.I.S. del 7 giugno si fa riferimento:
a) alla costituzione in itinere di una nuova organizzazione, includente “ gli sbandati di Ordine Nuovo” ed avente due facce: “una palese, sotto forma di circoli culturali, l’altra, occulta, strutturata in gruppi ristrettissimi per dare vita ad azioni contro obiettivi scelti di volta in volta”;
b) alle iniziative programmate per Padova, indicate in azioni di volantinaggio, attacchi diffamatori e minacciosi contro il Procuratore Fais ed illustrazione degli scopi politici dell’ organizzazione stessa, ovvero “difendere, anche con la violenza, gli estremisti di destra ingiustamente perseguitati; attaccare le strutture del sistema borghese, del parlamentarismo e del marxismo”.

Elementi, quelli sub a), che si ritrovano nell’ appunto allegato alla nota n.4873 del 8 luglio e, quelli sub b), nell’ appunto allegato alla nota s.n. del 23 maggio. Del pari, nel R.I.S. del 20 luglio sono riportate, quanto alla struttura ed alle modalità operative della neo-formazione (“organico molto ristretto; elementi di media età e di provata fede politica; operare nel terreno dell’azione violenta contro obiettivi scelti di volta in volta”), nonché ai canali di rifornimento delle armi “tramite autotreni TIR provenienti dall’Olanda”, informazioni trasfuse negli appunti allegati alle note n. 4873 e n. 5120 del 16 luglio.

Il R.I.S. del 3 agosto, infine, ricalca le informazioni di Tritone, riportate nell’appunto allegato alla nota n. 5519 del 3 agosto 1974, quanto alla riunione dei vertici ordinovisti, incluso Rauti, prevista a breve a Roma; alla mobilitazione di aderenti alla destra rivoluzionaria in occasione del processo a carico di Franco Freda, a Catanzaro, ed allo spostamento del teatro d’azione dei gruppi rivoluzionari dalle grandi città ai piccoli centri per sfuggire all’ apparato repressivo, maggiormente organizzato nelle prime.

Vero è che – come sottolineano i giudici d’appello di Brescia – i rapporti di Del Gaudio sono tutti successivi alla strage e che, seppure la datazione della nota n. 4873 sia falsa, non si ha prova dell’ acquisizione delle informazioni relative alla riunione di Abano prima del 28 maggio. Ma non è questo il punto. Non si sta qui valutando il coinvolgimento di Del Gaudio, o di altri ufficiali dell’ Arma, nella strage, quanto la rilevanza di una condotta post factum tanto gravemente omissiva da apparire fuorviante, sulle cui ragioni occorre interrogarsi.

Il ten. col. Del Gaudio risulta al corrente delle informazioni di Tramonte sulla riunione di Abano quanto meno dal 7 giugno, nove giorni dopo l’attentato. E, in base alla testimonianza del cap. Traverso, può fondatamente ritenersi che egli abbia preso visione, sia pure non in un unico contesto ove si tenga conto della datazione dei fatti di cui ai punti 7-13, dell’intero contenuto degli appunti da cui aveva tratto le informazioni contenute nei tre R.I.S. menzionati. Il teste Traverso ha, infatti, riferito in dibattimento che, per prassi, al comandante dell’ Arma territoriale era consentito leggere le informative complesse – quali oggettivamente erano, quanto meno, quelle allegate alla nota n. 4873 ed a quella s.n. del 23 maggio – e prendere appunti. Orbene, in quelle informative erano contenute notizie che avrebbero allarmato chiunque, tanto più alla luce del tragico evento verificatosi tre giorni dopo la riunione di Abano e ad una settimana dall’incontro della fonte con lo studente di Ferrara. Ma, quel che più conta, nell’ appunto allegato alla nota n. 4873 – nel quale si faceva esplicita menzione della struttura, delle modalità operative, del programma, della dirigenza, della denominazione, delle vie di approvvigionamento di armi, della sostanziale rivendicazione della strage di Brescia – erano menzionati i nominativi di Maggi, di Romani, di Rauti, di Melioli, Francesconi Sartori, soggetti dal profilo politico ben definito, sui quali era doveroso attivare immediatamente le indagini. Ciò nondimeno, nessun significativo accertamento risulta avviato nella direzione indicata a chiare lettere dalla fonte del S.I.D..
E’, d’altra parte, corretto il rilievo del P.M. secondo cui, se il S.I.D. poteva avere delle remore a “bruciare” la sua fonte, i CC non avevano alcuna ragione di omettere o ritardare accertamenti doverosi, che avrebbero potuto avviare anche di iniziativa, con servizi di appostamento, pedinamenti, perquisizioni o intercettazioni tanto più che, all’epoca, l’attivazione di queste ultime era consentita anche sulla base di notizie provenienti da fonte confidenziale.

Al contrario tutti gli sforzi investigativi si sono concentrati sulle figure di Buzzi e di Angelino Papa – apparentemente reo confesso, ma in realtà vittima di violenze (restrizione carceraria in condizioni degradate ed antiigieniche, soprusi, interrogatori lunghissimi protratti fino a notte inoltrata e lusinghe, promessa di ingenti somme poste a sua disposizione dopo una confessione, tutti strumenti di una pressione psicologica, alla cui violenza non aveva retto la fragile personalità dell’imputato, vero e proprio capro espiatorio – con i risultati che sono noti. Ciò, anche grazie all’impegno del cap. Delfino, la cui definitiva assoluzione non elimina del tutto le ombre che la stessa Corte d’Assise d’Appello di Bresciana colto nel suo comportamento, caratterizzato da “plurimi atti abusivi” e da rapporti non troppo limpidi con “frange estremiste di destra“, da una frenetica e spregiudicata attività investigativa, troppo marcatamente orientata, che ha poi finito per inquinare le risultanze probatorie e che, seppure riferibile all’ iniziativa del giudice Arcai, ha trovato in Delfino un assai solerte conduttore.

Ed il fatto che la Cassazione abbia sancito la correttezza del ragionamento probatorio che ha portato la Corte bresciana ad assolvere Delfino, nulla toglie alla rilevanza delle connotazioni negative che l’attività investigativa dell’ex imputato assume nella ricostruzione dell’ opera di sviamento delle indagini posta in essere da alcuni settori dell’Arma.

Peraltro, la stessa Cassazione non ha ritenuto inverosimile l’ipotesi che Delfino abbia depistato le indagini, orientandole verso Buzzi. La Corte – investita, si sottolinea, del giudizio relativo alla responsabilità di Delfino quale imputato della strage – si è, invero, limitata ad affermare che la circostanza avrebbe comunque “scarso peso probatorio; anche in considerazione del fatto che l’eventuale depistaggio operato dall’ufficiale, in mancanza di ulteriori atti di compartecipazione nel fatto. criminoso, configurerebbe un semplice favoreggiamento che ad oggi sarebbe ampiamente prescritto”.

In conclusione, ritiene la Corte che l’attività di depistaggio attuata dal S.I.D., il silenzio mantenuto da Del Gaudio sulla riunione di Abano e sull’identità dei partecipi, in uno con !’inerzia conseguitane, a fronte di informazioni reputate attendibili che orientavano chiaramente verso la pista veneta ed in particolare verso il gruppo facente capo a Maggi, non siano altrimenti spiegabili se non con la scelta di dare copertura ai responsabili della strage.
Ne deriva che anche tale circostanza assume valenza di indizio grave e preciso, che va nella medesima direzione delle altre risultanze probatorie che supportano l’assunto accusatorio.

Maurizio Tramonte – dichiarazioni su Ermanno Buzzi

“In merito al punto 8 dello stesso appunto, posso aggiungere che scendemmo insieme dalla macchina, e prendemmo qualcosa con la coppia del Duetto nel bar sito in Piazza della Loggia. Nell’appunto dico nei pressi della piazza, ma credo che si trattasse proprio di questa, perché ricordo dei portici. Non ricordo altri particolari della coppia, ma erano entrambi del bresciano. Il conducente della FIAT li conosceva entrambi. Se nell’appunto non è indicata la targa, quasi certamente questa era della provincia di Brescia. Ricordo che si ripartì per Salò ognuno sulle proprie macchine, con davanti il Duetto”.

(…) Come già ho avuto occasione di precisare con il Capitano Giraudo e il Maresciallo Botticelli – questo è il richiamo appunto alla relazione di servizio a seguito della quale lei venne iscritto al registro indagati – devo aggiungere che i rapporti con il Buzzi presso l’area di servizio Agip di cui ho parlato si sono svolti in modo drammatico. Quando ci siamo allontanati dalla Porsche del Buzzi a bordo della quale vi erano le due ragazze, ci siamo portati Luigi ed io e lo stesso Buzzi a una certa distanza dalle auto. Presa visione delle foto allegate alla nota 1963/30-5 del 4/01/1996, la foto di questa area di servizio, posso precisare che ci siamo portati sulla sinistra dell’edificio guardando la foto. La Porsche e la nostra auto erano posizionate proprio dinanzi alle pompe di benzina con la parte anteriore verso destra. In sostanza siamo andati in un punto nel quale le due ragazze e il gestore del distributore non potessero vederci. Ricordo che c’era un certo movimento sebbene fosse abbastanza tardi. Saranno state circa le 22. Eravamo molto tesi e determinati perché lungo tutto il tragitto da Salò avevamo pensato a come comportarci per costringere il Buzzi a fornire tutte le spiegazioni di cui avevamo bisogno. Gli abbiamo puntato due pistole. Io gli ho infilato la canna di revolver in bocca e Luigi gli ha puntato l’altra pistola credo all’addome. Anche Buzzi era molto teso e spaventato. Ricordo che a seguito della nostra condotta perdeva sangue dalla bocca. Io, infatti, gli avevo premuto violentemente la canna della pistola sul palato. Volevamo sapere a ogni costo chi fosse il Carabiniere per il quale faceva il confidente. Per noi era importante sapere quel nome in quanto solo in tale modo sarebbe stato possibile intervenire su questo militare attraverso le conoscenze che Fachini aveva nell’ambiente dei servizi segreti. In particolare le conoscenze del Fachini avrebbero consentito un intervento sul militare, finalizzato a indurre questo ultimo a pressare il Buzzi. (…)

Tornando al discorso su Buzzi, ricordo che a seguito della nostra insistenza questo ultimo cominciò a fornire qualche indicazione sul conto del militare del quale era confidente. Prima disse che si trattava di un ufficiale, poi disse che era un capitano. Alla fine fece il nome del capitano Delfino. In ordine alla telefonata allarmata che aveva fatto allo Zorzi, Buzzi si era giustificato spiegando che questo capitano dopo la strage aveva mutato l’atteggiamento nei suoi confronti. Nel senso che aveva iniziato a fargli molte domande come se sospettasse qualcosa, proprio con riguardo alla strage. Per me questo giustificazione del Buzzi non era assolutamente credibile, posto che non aveva alcun senso che detto militare si rivolgesse a lui per attingere eventuali notizie con riferimento alla strage se veramente il Buzzi fosse stato solo un confidente in grado di fornire indicazioni relative alla malavita comune. Proprio alla luce di queste considerazioni io e Luigi ripetevano che in realtà il Buzzi si fosse fatto scappare qualche mezza affermazione con il capitano relativa a quanto era effettivamente in sua conoscenza. L’incarico che avevamo ricevuto da Maggi Carlo Maria e da Melioli era quello di far parlare il Buzzi a ogni costo. Devo dire che la tensione era tale che saremmo anche potuti arrivare ad ucciderlo. Al fine le spiegazioni del Buzzi non ci hanno convinto totalmente. Avevamo però ottenuto il nome del suo referente e abbiamo deciso di relazionare il tutto a Melioli e agli altri, lasciando andare il Buzzi. Al Buzzi abbiamo anche chiesto notizie del secondo ordigno in quanto era nostra intenzione rientrarne in possesso. Lui ha detto che lo teneva nascosto e che della cosa avrebbe parlato direttamente con Zorzi. Non so dire che fine abbia fatto quell’ordigno. Anni dopo parlando con Melioli ho appreso che non è mai stato restituito dal Buzzi. Il giorno successivo all’incontro con Buzzi ho riferito quanto accaduto a Melioli che è andato su tutte le furie nell’apprendere che la situazione era nelle mani di un delinquente comune, confidente dei Carabinieri che avrebbe potuto tradirci in qualunque momento anche perché non motivato politicamente. (…)

Melioli ha quindi convocato una nuova riunione presso la libreria Ezelino. In quell’occasione Melioli ha contestato al Maggi, al Fachini e allo Zorzi che la scelta per un così delicato incarico, il trasporto e la custodia dei due ordigni fosse caduta su una persona come il Buzzi sul conto della quale aveva raccolto anche altre indicazioni negative da parte dei camerati bresciani. Nell’occasione Melioli ha preteso che Maggi, Zorzi e Fachini facessero la roulette russa affinché anche loro dimostrassero il loro coraggio. Mettessero la loro vita nella mani di Dio e corressero gli stessi rischi che lui aveva corso venendo a Brescia a mettere la bomba. La cosa non deve stupire in quanto nel nostro ambiente a quell’epoca la roulette russa veniva vista come un gesto eroico”.

Angelo Izzo – dichiarazioni 19.01.1984 prima parte

-Izzo angelo, il quale conferma la nomina dell’ avv. Leone Leonella, non presente e di voler rendere dichiarazioni.

Izzo dice: mi sono, anzitutto, rammentato di un particolare relativo a Freda ed Antonelli e cioe’ che Freda mandava dei vaglia ad Antonelli quando questi era a Trani e Freda si trovava in altro carcere. Desidero ora riferire quanto pervenuto a mia conoscenza circa Ordine Nero. Riferisco quanto mi ha detto in proposito Bonazzi Edgardo, informazioni delle quali in epoca piu’ recente ho trovato conferma, in taluni punti, in quanto dettomi da Signorelli.

Poiche’ Concutelli, quando lo vidi nel carcere di Volterra, mi aveva detto, parlando di Ordine Nero, che si trattava di una provocazione della polizia, io successivamente, quando Bonazzi mi parlo’ di una grande amicizia e di stima verso gli imputati di Ordine Nero con i quali era stato in carcere a Bologna e in piu’ siccome Zani era divenuto nostro referente esterno, mentre noi eravamo detenuti in trani quando demmo vita alla rivista Quex, io e Bonazzi venimmo a parlare di Ordine Nero. Il Bonazzi mi disse che Ordine Nero era si’ una provocazione nei confronti di Ordine Nuovo, ma una provocazione in senso politico e non poliziesco. Cio’ nel senso che Ordine Nero avrebbe dovuto trascinare Ordine Nuovo verso la lotta armata, si’ da porsi come avanguardia armata rispetto al movimento politico che in quel momento era stato messo fuori legge. Bonazzi mi disse addirittura che Signorelli faceva praticamente il doppio gioco in questo senso fornendo, da un lato a quelli di Ordine Nero aiuti e informazioni e dall’ altro condannando le azioni di Ordine Nero nell’ambiente di Ordine Nuovo. Quando poi, in epoca piu’ recente, ho parlato col Signorelli, questi si dimostrava in difficolta’ quando io gli riferivo queste faccende e affermava che il suo nome era stato millantato dal Falica, nel senso che era questi che appoggiava Ordine Nero dicendo pero’ che dietro vi era Signorelli, il quale in un primo tempo mi diceva che in quel periodo lui si occupava solo di Anno Zero. A dimostrazione di cio’ Signorelli mi disse che aveva fatto compiere a Roma due attentati con esplosivi, uno mi pare alla Dc dell’ Eur, rivendicati Ordine Nuovo, il cui volantino diceva che gli unici attentati compiuti da Ordine Nuovo dovevano essere rivendicati con carta appositamente intestata.

In successivi discorsi io contestai al Signorelli la versione che mi aveva fornito facendogli presente innanzi tutto che era ben strano, come lui mi aveva ammesso, mettere delle bombe per rivendicare la estraneita’ alle bombe (quelle di Ordine Nero) e poi contemporaneamente che sapevo che esistevano altri episodi, una serie di altri episodi che riguardavano, e cioe” si inquadravano in una medesima campagna di attentati avvenuta in quel torno di tempo e che consideravo riconducibili a lui, anche perche’ me ne aveva parlato Concutelli.

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Di fronte a queste contestazioni Signorelli mi spiego’ esattamente il suo punto di vista: lui riconduceva Ordine Nero al gruppo milanese e lo legava ad elementi di Avanguardia Nazionale e del Mar di Fumagalli invece per quanto riguarda gli attentati del Fulas a Roma, gli attentati in Sicilia e quelli in Toscana li riconduceva, il Signorelli, a un discorso diverso dall’ altro, a un discorso ordinovista, accusando invece quelli che avevano fatto gli altri attentati di seguire una impostazione, reazionaria. Questo contrasto risalente a quegli anni ha avuto sviluppi anche in tempi recenti poiche’ Zani accusa Signorelli di legami con gli apparati, definendolo anche come uno della P2 (cosa riferitami da vari detenuti, fra cui il Pedretti) e manifestando anche intenzioni aggressive nei confronti del Signorelli.

Riferisco ora quanto sono venuto a sapere circa la strage di piazza della Loggia di Brescia (maggio 1974). Io ho conosciuto Buzzi Ermanno nel carcere di Volterra e poi ci siamo anche scritti quando eravamo detenuti in carcere diversi e lettere son state sequestrate a lui quando e’ morto. Il Buzzi, dopo Volterra ando’ al carcere di San Gimignano ove stette in cella per diverso tempo con Rossi Mario, Damis Pasquale e il mio coimputato guido Gianni, col quale, in particolare, aveva una discreta amicizia. Guido Gianni mi ha raccontato che Buzzi gli ha riferito sulla strage di Brescia dicendogli che lui Buzzi aveva a Brescia un gruppetto a cavallo fra la malavita comune ed i fascisti e fece i nomi di Ferrari Nando e Papa Angiolino e soprattutto quello di De Amicis Marco che era il collegamento con Rognoni e Ballan, Buzzi, riguardo alla strage, cosi’ mi racconto’ guido Gianni, ammise di avervi partecipato e la strage doveva essere il fatto attraverso il quale il gruppetto Bresciano si sarebbe dovuto inserire in un discorso piu’ ampio.

Infatti da Milano si porto’ a Brescia Ferri Cesare, con funzioni per cosi’ dire di supervisore. Ferri, aveva raccontato Buzzi a guido Gianni, si era creato un alibi mandando uno al posto suo a dare un esame o a far qualche pratica a una scuola, mi pare la universita’. La partecipazione del Ferri alla strage di Brescia mi e’ stata confermata, piu’ tardi, da Latini il quale era il quale era molto amico, amico fraterno di Ferri: infatti quando Latini si reco’ in licenza matrimoniale e rientro’ poi al carcere di trani, in cella con me e Concutelli, dopo un “arruffianamento” nei confronti del “comandante” (Concutelli) cui disse che Terraciano Carlo aveva pronti per lui un M12, un giubbotto antiproiettile e due pistole e in piu’ che tutti lo aspettavano, gli disse che aveva visto Ferri cesare al suo matrimonio.

Ricordo che Latini mi mostro’ una fotografia del matrimonio indicandomi il Ferri. Poi Latini disse che c’ era una cosa molto delicata che solo lui Concutelli era all’ altezza di sbrigare egli parlo’ del fatto che Ferri temeva che in appello Buzzi, del quale nel carcere circolava voce che fosse confidente delle varie direzioni carcerarie, sputtanasse lui Ferri e anche Ballan Marco: Latini diceva che Ferri affermava che bisognava tappare la bocca al Buzzi. Io nei giorni seguenti parlando del fatto con Concutelli gli dissi che mi sembrava strano che lui dovesse impicciarsi di queste cose che riguardavano  altri, almeno per quanto fino ad allora mi aveva detto. Concutelli mi fece allora un discorso un po’ misterioso: disse che in passato le posizioni non erano come quelle che si erano venute determinando nel prosieguo del tempo; disse che le cose non stanno sempre come sembrano e poi aggiunse che se Buzzi parlava si apriva una inchiesta e allora “queste cose cominciano e poi non si sa dove vanno a finire”.

Io penso che quando a Tuti verranno contestate queste mie dichiarazioni e cioe’ quanto ho sentito dire, il Tuti andra’ in bestia. Io infatti ho avuto occasione di stare per mesi in cella con lui e non gli ho mai detto queste cose e dai suoi discorsi emergeva che egli si era indotto ad ammazzare Buzzi solo perche’ costui aveva la fama di confidente di cc o di direzioni del carcere senza supporre il vero movente dello omicidio. Riferisco anche questo: quando avvenne l’ omicidio a Novara del Buzzi, e io non ero a Novara, come e’ noto Concutelli e Tuti se ne assunsero la responsabilita’. Gia’ in precedenza su Quex era sortito uno scritto di Bonazzi nel quale si diceva che Buzzi era un confidente e allora il Bonazzi si prese un avviso di reato per l’ omicidio e cioe’ come concorrente in esso. Il Latini, mentre era in carcere, scrisse una lettera al Terracciano che fu sequestrata nella quale in sostanza diceva che certe cose si devono fare e questo gli comporto’ un avvisso di reato per partecipazione allo omicidio Buzzi.

Orbene quando il Latini usci’ dal carcere si presento’ poi dal GI di Novara e gli disse che desiderava essere sentito sull’ omicidio Buzzi: e qui invento’ di sana pianta una storia falsa e cioe’ disse che tale omicidio era stato deciso dai tribunali carcerari di Asinara Nuoro e altri. Aggiunse, il Latini, poi spieghera’ come seppi cose, che, nelle more del processo Quex, me presente, nella camera di sicurezza del tribunale di Bologna, Bonazzi si sarebbe vantato dicendo che all’ omicidio avevano partecipato anche lui Bonazzi, Azzi e Invernizzi come complici. Da qui il fatto che il GI di Novara mi chiamo’ a Novara per sentirmi come testimone. Io con riferimento al Bonazzi dissi solo (il giudice mi chiese: ma lei sa che Bonazzi ha partecipato all’ omicidio di Buzzi ?) Che in varie occasioni il Bonazzi, avendo ricevuto avviso di reato, era stato preso in giro sull’omicidio Buzzi, ma che a me risultava solo la partecipazione di Concutelli e Tuti (io all’ epoca dell’ omicidio ero a Trani).

Allora il giudice dispose un confronto fra me ed il Latini. Il Latini ripete’ la versione dei tribunali carcerari come gli organi che avevano deciso l’ omicidio Buzzi e disse che nell’ intervallo della prima udienza del processo Quex ci saremmo riuniti, io, Latini, Bonazzi, Tuti, Murelli, Naldi (e cioe’ i vari imputati) nella camera di sicurezza del tribunale e qui Bonazzi aveva raccontato le varie fasi dell’ omicidio accollandosi la partecipazione.

Io sapevo bene che la storia del Latini era falsa, ma allora non dissi la verita’, la verita’ intera (e cioe’ i discorsi del Ferri quali riferiti da Latini a Concutelli) e mi limitai a contestare a Latini dei dati di fatto: e cosi’ gli dissi che ci eravamo si’ visti nella camera di sicurezza, ma che il Bonazzi non aveva fatto quel discorso; che, anzi, lui Latini era stato rimproverato perche’ manteneva contatti epistolari con Affatigato. Quella riunione era stata consentita, dico ora questo, per consentire un incontro con i legali e quindi era anche percio’ assurdo che in loro presenza si facessero i discorsi che il Latini diceva.

Il giudice mi imputo’ per falsa testimonianza in quanto dava credito al Latini dicendomi: ma come faccio a non credere ad uno che essendo libero si e’ presentato per dirmi queste cose ? Questa ovviamente era la sostanza del discorso del giudice. Desidero aggiungere che dopo l’omicidio Buzzi, il Concutelli mi disse che comunque lui era convinto che Buzzi fosse un confidente delle direzioni del carcere e fece a questo proposito riferimento alla circostanza che Buzzi a San Gimignano aveva fatto trovare qualcosa di illegale che era stata mandata a Rossi: si trattava, cosi’ ricordo, di esplosivo. Con questo discorso avvenuto in Rebibbia nello ottobre 1981, il Concutelli tendeva a darmi una giustificazione, oltre il movente da me sopra indicata quando ho parlato dei discorsi del Latini, circa l’ omicidio Buzzi. Riferisco ora della situazione Toscana partendo dai discorsi che, in varie occasioni, mi sono stati fatti da Tuti Mario. Tuti mi disse, praticamente, che lui aveva aderito all’ ambiente di Ordine Nuovo, ma che aveva una posizione marginale, in pratica era il responsabile di Empoli, anzi, come battuta tipica diceva che il suo capo era Franci.
Tuti diceva che lui, per salire di grado e livello, avrebbe dovuto trasferirsi in citta’, in una citta’ grande tipo Firenze, ma non ne aveva avuto voglia per problemi familiari come quello della casa e come legami con amici che aveva ad Empoli. Mario mi disse pero’ di avere partecipato ad alcune riunioni in Toscana del gruppo ordinovista e in particolare mi parlo’ di una riunione ove era stato fatto intervenire il Graziani Clemente. In questa riunione Graziani parlo’ di colpire le ferrovie, i treni.
Successivamente quando Tuti, dopo il duplice omicidio, come spieghero’, fu lasciato a se stesso, nell’ ambiente fu fatta circolare la voce che gli attentati furono ordinati da un sosia di Graziani per scaricare Ordine Nuovo dalla responsabilita’ degli attentati alle ferrovie. Tuti mi parlo’ anche di altre riunioni avvenute una in montagna ove si erano recati tutti armati e in quella riunione tutti dissero che non li avrebbero mai presi vivi.

Mi parlo’ anche di altra riunione fatta in montagna quando si era sparsa la voce di un golpe di tipo reazionario e tutti si erano ritrovati armati pronti a darsi alla lotta. Il Tuti, cosi’ diceva, viveva in quel periodo in uno stato di esaltazione e un suo principio fondamentale era quello di non farsi mai arrestare. Tuti odiava ed odia profondamente Pugliese poiche’ il Pugliese era il capo, cosi’ mi ha detto Tuti, di Ordine Nuovo per la Toscana e l’Umbria. Tuti non mi ha specificato come sapeva di dipendere dal Pugliese, ma diceva con sicurezza che il Pugliese era il capo di ON per Toscana e Umbria:

L’ odio deriva dal fatto che, essendo stato, esso Tuti scaricato dalla organizzazione dopo il duplice omicidio, egli ne fa risalire la responsabilita’ primaria al Pugliese dal quale dipendeva. Anche Concutelli e Signorelli in varie epoche, sia risalenti che prossime, mi hanno confermato che Pugliese era a capo di Ordine Nuovo per Toscana e Umbria all’ epoca degli attentati del 1974 – 1975. In piu’ Signorelli quando io gli ponevo domande diceva che lui con quelle storie non c’ entrava per nulla e tutto aveva fatto capo al Pugliese. Di piu’ mi parlo’ dello attentato all’Italicus, il Signorelli, attribuendone la esecuzione materiale ad un gruppo di Perugia e la organizzazione al Pugliese.

Signorelli nel parlare dell’ Italicus, si doleva dei morti causati dall’ attentato. Tuti mi disse che aveva saputo dell’ arresto del Franci (non mi disse chi lo aveva avvisato) e che quindi aveva pensato che sarebbero arrivati a lui. Mi disse che, allora, aveva provveduto, con l’ aiuto di Affatigato a ripulire quel che di illegale aveva in casa, come armi etc. Il Tuti aggiungeva che essendosi liberato di tutto l’ armamentario illecito sarebbe stato illogico che si fosse tenuto le due bombe a mano e con me ha sempre detto che quelle bombe a mano gliele avevano messe i poliziotti.
Pero’, come ho accennato, lui diceva che arrestare non si sarebbe mai fatto arrestare. Ricordo che Tuti mi disse anche che il giorno in cui avvenne il duplice omicidio egli attendeva una visita di Cauchi, per andar via col Cauchi dandosi cosi’ alla latitanza. Mi ha raccontato, il Tuti, di aver poi saputo che il Cauchi era giunto poco dopo che egli Tuti aveva commesso il duplice omicidio e cioe’ era giunto nella zona e si era dovuto a corsa allontanare dati i posti di blocco. Ricordo che il Tuti mi disse che era venuto a sapere che insieme a Cauchi vi era, per andare a prelevare esso Tuti, un altro del quale mi ha fatto il nome che ora non ricordo, ma rammento che era quel giovane che poi fu abbandonato presso una pensione e poi si presento’ o fu trovato. Tuti mi ha sempre negato di aver partecipato all’Italicus. Di piu’: Tuti ha sempre detto e me lo diceva con accenti di verita’, che lui non partecipo’ agli attentati ai treni per cui fu condannato, non partecipo’ nel senso che sicuramente non agi’ materialmente: lui diceva che sapeva di un programma generico di questi attentati ma di non aver mai saputo i dettagli dato il suo livello inferiore.

Ricordo che il Signorelli mi parlo’ di un professore di Arezzo, non ne ricordo il nome, dicendo che era un po’ il contatto fra il Pugliese e altri giri e cioe’ fra ON e Ordine Nero. Lei mi fa il nome di Rossi Giovanni e ricordo perfettamente che questo era il nome. Ordine Nero fu preso per dichiarazioni di Batani: seppi dai ragazzi di Novara (Pedretti penso) che Batani aveva dato le indicazioni sul gruppo milanese (Zani ed altri) su disposizione degli ordinovisti per scagionare gubbini ed altri che in effetti non ci entravano. Il Pedretti che penso sia proprio quello che mi ha riferito queste cose, le seppe da Zani. Di questa cosa si e’ parlato a lungo in carcere con varie persone e alcune attribuiscono l’ ordine dato a Batani al Pugliese, mentre altri al Falica. So che nel carcere Batani e’ stato perdonato delle accuse mosse proprio perche’ veniva considerato esecutore di un ordine ricevuto. Tuti non ce l’ aveva invece con Signorelli e diceva: a me Signorelli non ha fatto nulla.
Dr: per quanto mi riguarda l’ attentato dell’ aprile 1975 avvenuto a Incisa Valdarno, Tuti non mi ha fatto discorsi specifici, ma ho in mente che mi disse che aveva fatto qualcosa per non essere estradato dalla Francia, colorandosi in modo ancor piu’ accentuato sotto il profilo politico.

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Per quanto riguarda l’ arresto avvenuto in Francia, il Tuti mi ha detto che dopo esser stato scaricato dalla organizzazione, negli ultimi tempi si era avvicinato ai pisani (Mennucci, Lamberti, Catola) che erano gli unici bravi ragazzi rimasti. Mi disse che quando arrivo’ la polizia lui era in macchina e aveva una pistola: Precisamente mi disse che lui stava scendendo dalla macchina, senti’ dire “polizia” e allora fece il gesto, abbassandosi col corpo in avanti, di prendere la pistola che probabilmente teneva sul pianale del cruscotto e allora la polizia sparo’ Tuti mi riferi’ anche di questi episodi relativi alla sua latitanza: mi disse che nei primissimi tempi aveva vissuto molto tempo alla macchia rimpiangeva di non esserci rimasto per sempre perche’ si sarebbe risparmiato numerose delusioni, e parlo’ , a questo proposito, della possibilita’ prospettatagli da ordinovisti, di rifugiarsi in Corsica e quando lui aveva chiesto come ce lo avrebbero fatto arrivare gli dissero che avrebbero cercato un mezzo sottomarino al che lui si era sentito preso in giro. Su questo episodio mi ha raccontato il Tuti che lui inseguito, aveva deciso, si’ di recarsi in Corsica, ma per eliminare a fucilate tutto il direttivo di ON che si trovava li’ riunito.
Vi fu su questo punto uno scambio di battute (me lo ha raccontato il Tuti) col Concutelli, quando il Tuti disse di questa sua intenzione al Concutelli perche’ il Gigi disse che c’ era anche lui in Corsica e avendo il Tuti detto che ci sarebbe andato di mezzo pure lui il Gigi (Concutelli) disse che a lui non ce l’ avrebbe fatta a sparargli. Tuti mi disse, abbandonato da tutti, si era dovuto praticamente arrangiare da se’ prima di andare all’ estero e aveva fatto un paio di rapine. Mi disse che all’ estero non aveva avuto riferimenti organizzativi ma si era arrangiato sulla base di rapporti personali, magari facendo amicizia con una ragazza e simili.
Adr: il Tuti mi disse che era stato effettivamente all’ ambasciata libica a Roma e che gli avevano dato 50 mila lire, dicendogli che sottoponesse un piano e loro erano disponibili. A me la cosa dell’andata all’ ambasciata libica pareva grossa e incredibile, ma Tuti la diceva seriamente. Questi attentati in Toscana nel periodo di cui  stiamo parlando, 1975 – 1975, non vanno considerati in maniera isolata e infatti in quel periodo si verificarono attentati del Fulas a Roma e attentati rivendicati mi pare come fronte arabo siculo in Sicilia e di questi diro’. Rammento che Calore mi parlo’ con riferimento a questo periodo di un “attentato mitico” che doveva fare dopo che era tornato dal fare il servizio militare, attentato che non fu condotto poi a compimento. A rilettura precisa: il Rossi di cui a capoverso 4 e roba diretta al quale fu fatta trovare da Bonazzi presso il carcere di San Gimignano e’ Rossi Mario.

A questo punto, essendo le ore 13,00 il verbale viene sospeso e la prosecuzione fissata per le ore 16,00 di oggi.

L.c.s. ­

Le lettere che Buzzi inviò a se stesso (e al proprio giudice)

Altri, ben più significativi ed articolati messaggi il Buzzi ave­va, però, lanciato in precedenza e costituiscono, ora, la ripro­va più vera e clamorosa del suo agitarsi e del suo minacciare spe­cifiche rivelazioni riguardanti la strage di Brescia.

Giaceva, infatti, negli archivi di questo Ufficio un fascicoletto (recante i NN. 2159/80-C P.M. e 1285/81 -C G.I.) che, opportuna­mente riesumato, si è rivelato uno “scrigno” preziosissimo in quan­to contenente appunto messaggi di fondamentale importanza, suffi­cientemente chiari e decifrabili nel loro tenore letterale e so­stanziale, ma decisamente oscuri e criptici sotto il profilo del­la loro provenienza; aspetto, quest’ultimo, che aveva finito, a suo tempo, per oscurarne anche i contenuti e per decretarne – do­po un’infruttuosa indagine – l’assegnazione all’archivio. L’intuizione che l’enigma potesse essere sciolto con una attribuzione di quegli scritti (rectius: dattiloscritti) al Buzzi, ha indotto a svolgere tutta una serie di accurati accertamenti (esa­me delegato alla polizia scientifica; escussione dei testi M.llo Alberto La Prova -Brig. Carmine Paragliola; perizia tecnografi­ca) che, alla fine hanno pienamente confermato la bontà di quella intuizione, riconducendo senza ombra di dubbio i documenti in questione alla persona del Buzzi.

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Ciò posto, va detto che trattasi di due missive dattiloscritte (anche la scelta del tipo di strumento con cui scrivere appare significativa), datate 7/XI/1980 e 15/XI/1980, che l’apparente autore (si noti che la prima reca una sottoscrizione, mentre la seconda -quasi un segno della titubanza del vero autore a tenta­re un’altra sottoscrizione – presenta in calce solo le iniziali battute a macchina), Angelo Falsaci (persona realmente esisten­te, già imputata nel processo M.A.R.-Fumagalli, ma, guarda caso, latitante all’epoca delle missive; e viene spontaneo osservare che la scelta stessa di tale persona, e soprattutto di tale nome, è – come suol dirsi – tutto un programma, in termini di allusive “assonanze”), indirizzò rispettivamente al Magistrato di Sorveglian­za di Brescia, e, si badi, allo stesso Buzzi (che subito si premu­rò di far avere la propria, e cioè quella del 15 novembre, al pre­detto magi strato).

Ora, nella prima delle due lettere, l’autore tra l’altro dichia­ra di sapere che “la strage di Brescia è stata fatta dai Sanbabilini” e che la bomba “è stata messa nella spazzatura da uno di Milano e da uno di Lanciano” (dove era ed è trasparente ed inequi­voco il riferimento alla coppia Ferri-Benardelli). Con la secon­da si informa il destinatario apparente (Buzzi) dell’invio della precedente al Magistrato di Sorveglianza e lo si assicura che in appello, grazie a decisive rivelazioni, egli sarà scagionato.

Oltre ai contenuti (che si commentano da soli), lo straordinario è che – come si è appurato attraverso l’indagine tecnografica – Buzzi (ossia il vero autore) aveva lasciato in e con entrambe le lettere in discorso, in special modo con le scritturazioni sulla busta della seconda (che dovevano farla apparire come provenien­te dall’esterno del carcere), segnali tali che si potesse, sia pure con qualche sforzo, risalire a lui, ma che, solo all’esito dell’indagine ora espletata, sono stati decifrati (si ponga altresì attenzione al bollo, risultante privo di timbro postale; e si prendano in ulteriore esame comparativo – per quanto attiene an­cora alla scritturazioni citata – in particolare la scritta “Ex minori” presente sulla busta de qua, vero e proprio segno di pa­ternità del Buzzi, e le analoghe, ma diversissime, scritte – que­ste davvero apposte da agenti di custodia – presenti su buste di corrispondenza indirizzata al Buzzi e rinvenuta nella sua cella di Novara: v. Fald. “A”, allegato II0).

Quanto alle ragioni di assoluta superfluità, che hanno sconsiglia­to di spingere l’accertamento peritale fino a ricomprendere la palesemente apocrifa firma “Angelo Falsaci” della missiva 7/XI/80, sia consentito rinviare al provvedimento già preso, sul punto, a seguito di specifica istanza della difesa Ferri (in breve: nel­le precedenti indagini, il Falsaci, una volta costituitosi, ven­ne appositamente esaminato e potè disconoscere quella sua appa­rente sottoscrizione, oltre che naturalmente il riferimento a lui dei contenuti della missiva; e il disconoscimento venne conferma­to da un accertamento di polizia scientifica, disposta allo sco­po).

Per soffermarsi ancora un momento sul senso e sulla portata di quanto ora scaturito dalla lettura piena, come “in trasparenza”, delle carte dello “pseudo-Falsaci”, è proprio il caso di sottoli­neare il dato più emblematico che emerge dalla situazione consi­derata. Si vuol dire cioè che il Buzzi (sia pure sotto le predet­te mentite spoglie, ponendo però particolare attenzione e cura a non rendere troppo impenetrabile la studiata mascheratura, ed al preciso fine di far recepire comunicazioni e notizie dichiara­tamente favorevoli al condannato all’ergastolo in primo grado – Buzzi stesso – per la strage di Brescia, poiché caratterizzate da contenuti che la responsabilità di tale delitto proiettavano in ben diverse e riconoscibili direzioni) si rivolse non già a persone qualsiasi, ma ad un organo giudiziario (tanto più impersonato da qualificato magistrato, per la sua funzione stessa e per il precedente incarico svolto, all’epoca dell’eccidio, presso la Procura della Repubblica di Brescia, avente sicuramente una buona conoscenza dei fatti e dei personaggi del processo “strage”), organo che, come tale, non poteva tenere per se quelle comunica­zioni ma doveva rimetterle – come in effetti fece – agli uffici inquirenti.

Un altro aspetto, la cui singolarità non può sfuggire ormai ad alcuno, è quello rappresentato dal senso di una missiva(quale fu la seconda indicata) che risultava trasmessa al Buzzi stesso, ad informazione dell’avvenuto invio della precedente (insomma, quasi una “copia per conoscenza”); con la conseguenza che il Buz­zi (che – come si è detto – sintomaticamente si affrettò a conse­gnarla al Magistrato di Sorveglianza, in tal modo apportando quel­la che non poteva non apparire come una solida conferma della pri­ma lettera) finiva per risultare, agli occhi dell’Autorità Giudi­ziaria, egli stesso informato delle novità, potenzialmente deci­sive, che riguardavano le sue sorti di imputato appellante, e per collocarsi in posizione quasi di controllore interessato ed atten­to degli sviluppi delle indagini che sarebbero state avviate al riguardo.

Se dunque questa – come tutto concorre a far ritenere – è l’interpretazione della vicenda (unica a rivelarsi – purtroppo con ritardo – in termini cosi netti); se dunque Buzzi arrivò ad archi­tettare tanto, altrettanto plausibile è che egli numerose altre volte si sia mosso – con altre modalità, con altre cautele, rivol­gendosi ad altre persone, facendo leva su altri rapporti e con inserimenti in contesti diversi, direttamente o indirettamente – nelle medesime direzioni e con gli stessi scopi.

Il riflesso dei segnali lanciati dal Buzzi infatti non si ferma e non si esaurisce qui. Per esempio, sulla stessa linea delle due menzionate lettere, si colloca altra sua missiva – questa volta non per apparenti interposte persone – anch’essa indirizzata al medesimo Magistrato di Sorveglianza: trattasi della lettera 5/4/1981, compresa negli atti novaresi, nella quale, tra l’altro, il Buzzi proclama la propria ferma intenzione evidentemente di bat­tersi in appello, se – come dice – sicurissimamente non rinuncerà a comparire in udienza, come spesso aveva invece ritenuto di fare nel corso del giudizio di primo grado.

Sentenza ordinanza processo per la strage di Brescia 1986 pag 18-22