Sui rapporti tra Licio Gelli e gli altri soggetti sospettati di essere coinvolti nell’omicidio Calvi

(…) MANNOIA ha riferito di aver appreso da BONTATE, intorno al 1980, che Giuseppe CALÒ si stava legando a Francesco PAZIENZA, Licio GELLI e Roberto CALVI e che CALÒ e altri stavano usando queste persone per agevolare l’investimento di ingenti somme di denaro che, in realtà, erano provento del contrabbando di sigarette e del traffico di droga (indicazioni rese 1.11.3.1991, ad agenti del FBI).

In data 15.7.1991, innanzi ai PM di Palermo e Roma, ha riferito di aver appreso da Stefano BONTATE (cognato di Giacomo VITALE, appartenente alla P2) e altri uomini d’onore della sua famiglia mafiosa che “Pippo CALO, Salvatore RIINA, Francesco MADONIA ed altri dello stesso gruppo avevano somme di denaro investite a Roma attraverso Licio GELLI che ne curava gli investimenti ”, e che “parte di questo denaro era investito nella Banca del Vaticano ”.
Il collaborante ha ribadito le sue conoscenze nel corso dell’incidente probatorio del 18.12.1997, ove ha riferito che: “CALO’ investiva i suoi soldiattraverso CALVI e Licio GELLI” e nel corso della deposizione dibattimentale rese nel processo di primo grado, davanti alla Corte di Assise di Roma.

È evidente che tale attività implica l’esistenza di un rapporto collaudato, fiduciario e particolarmente intenso. Sempre M ANNOI A ha posto in rilievo che CALVI era stato presentato a Licio GELLI da Michele SINDONA nel corso del 1975 (vedi verb. 1.10.2002, pag. 8).
Il teste Eligio PAOLI ha riferito di aver compreso da un discorso delle sorelle KLEINSZIG che GELLI e CARBONI si conoscevano da tempo. Ha aggiunto che il primo aveva conosciuto CARBONI tramite Armando CORONA, che Flavio CARBONI era il “tirapiedi” di GELLI, che CARBONI lavorava per conto di GELLI e ORTOLANI (vedi pag. 39 — 40, trasc. 26.9.2006 e verb. reso in fase d’indagine del 22.8.1983, pag. 4).

Antonio MANCINI ha riferito che, secondo ABBRUCIATI, CARBONI costituiva un anello di raccordo tra la Banda della Magliana, la mafia di Pippo CALÒ e gli esponenti della massoneria facenti capo a Licio GELLI (vedi verbale dell’11.3.1994, pag. 9). Ha ribadito tali dichiarazioni anche nel corso della dichiarazione dibattimentale dinanzi alla Corte d’Assise di Roma (vedi pag. 116 e 117, 209 – 210, trasc. 29.3.2006).
Salvatore LANZALACO ha dichiarato che Lorenzo DI GESÙ era stato mandato in soggiorno obbligato a Monte San Savino, ove aveva conosciuto, tramite CALÒ, GELLI; che quando CALÒ andava a trovare DI GESÙ contemporaneamente si recava da GELLI. Ha aggiunto di essersi recato nella villa di GELLI ad Arezzo con PANZECA, nel corso di uno dei weekend, in cui si erano recati a Monte San Savino. Nell’occasione, gli era stato presentato il figlio di GELLI e aveva notato che avevano parlato di DI GESÙ e di alcuni amici di quest’ultimo. Da ciò aveva desunto che GELLI e DI GESÙ avessero avuto dei buoni rapporti (vedi pag. 130, trasc. 2.5.2006, deposizione innanzi alla Corte d’Assise di Roma).
Antonino GIUFFRÈ ha riferito che “Licio GELLI era un tramite, vale a dire gestiva i finanziamenti di altre persone”. Ha aggiunto di aver appreso da DI GESÙ, PANZECA e Pino GAETA che GELLI aveva fatto confluire dei capitali per gli investimenti in Sardegna curati dal gruppo di CALÒ e che PANZECA e DI GESÙ si erano recati a trovare GELLI in Toscana (vedi verb. 4.12.2002, pag. 17 e 18).

Tullio CANNELLA ha riferito di intensi rapporti tra mafia e la P2, affermando: “appresi che la P2 aveva costituito diverse logge regionali, tra le quali questa denominata Carnea, che aveva sede in Liguria — se la memoria non mi inganna a Santa Margherita Ligureera una loggia che era espressione di gruppi mafiosi della Sicilia. Nella fattispecie era una loggia creata e costituita per volontà di Stefano BONTATE”. Ha aggiunto che Giacomo VITALE gli aveva confidato di “ingenti somme di denaro che suo cognato Stefano BONTATE aveva dato alla P2(rif trasc. ud. del 9.7.2001, processo nei confronti di Marcello DELL’UTRI). Si noti che dette indicazioni trovano una significativa conferma in quelle del testimone massone Angelo SIINO (Gran Maestro dell’oriente di Palermo della loggia massonica Carnea, con il grado di 33), il quale ha riferito di un incontro avvenuto casualmente a Santa Margherita Ligure, all’interno della sede della Loggia Carnea, il cui gran maestro era Aldo VITALE. Egli ha riferito di essersi recato a Santa Margherita con Giacomo VITALE, cognato di Stefano BONTATE, massone parimenti appartenete alla loggia CAMEA. Aldo VITALE, sempre espansivo, gentile ed accogliente nei suoi confronti, gli aveva detto di “aspettare un attimo”. Si era meravigliato ed aveva domandato a Giacomo VITALE: “ma chi è questo che è in compagnia di VITALE?”. Questi gli aveva risposto che era CALVI “un banchiere di Milano” “un personaggio importante”, “anche perché gestisce dei soldi nostri”. Aveva usato il plurale maiestatis per fargli intendere che gestiva dei soldi di Cosa Nostra”. Nell’occasione, aveva detto che gestiva anche denaro di altri. Aveva usato l’espressione “e non solo” (vedi pag. 73 — 76, trasc. 28.3.2006). Si era meravigliato del fatto che Aldo VITALE avesse la portata di conoscere Roberto CALVI. Era, però, un personaggio importante, anche amico di Licio GELLI, circostanza che aveva potuto constatare personalmente (vedi pag. 75, trasc. 28.3.2006).

Licio GELLI ha negato di aver mai conosciuto CARBONI e ha escluso qualunque rapporto con lo stesso. Invero, tali affermazioni non appaiono credibili. Tale convinzione viene suffragata dalla documentazione depositata da Emilio PELLICANI il 21.6.1988, all’autorità giudiziaria. In particolare, vi è un prospetto dal quale si rileva l’esistenza di un assegno da Lire 223 milioni a favore del sig. L. GORI (pseudonimo utilizzato da Licio GELLI, come si avrà modo di precisare nel prosieguo della presente richiesta) da parte di Flavio CARBONI e di un altro assegno consegnato al sig. L. GORI, sempre per conto di F. CARBONI.

Licio GELLI ha sostenuto di non aver mai conosciuto il banchiere svizzero Hans KUNZ e Francesco PAZIENZA. Tali indicazioni paiono, invero, poco credibili ove si consideri che nel corso delle investigazioni Eligio PAOLI ha riferito di aver appreso da Riccardo PIAZZESI (vale a dire da Silvano VITTOR, come ha spiegato in maniera convincente nel corso dei verbali del 2003) dell’esistenza di “un’intima amicizia” “tra la moglie di KUNZ e la moglie di GELLI” (vedi verb. 22.8.1983) e che è stato acquisito in atti un appunto del giornalista Bruno FERRARIO dal quale emerge che Hans KUNZ e Licio GELLI, i primi di maggio 1982, avrebbero pranzato al ristorante Chevai Blanc di Vandeuvre nei dintorni di Ginevra.

 

Estratto richiesta di archiviazione pm 2013 – omicidio Calvi pag 4-7

“Vidi Andreotti insieme ai Boss” – La Repubblica 05.11.1996

Francesco Marino Mannoia dice di ricordarselo come fosse ieri, l’ immagine dell’ uomo in blu è nitida, viva nei suoi occhi, senza ombre. Ecco la scena che il pentito ricostruisce davanti ai giudici nell’ aula bunker di Rebibbia a Roma: una mattina calda di primavera, una villetta sulla circonvallazione di Palermo, Giulio Andreotti che arriva in macchina insieme ai cugini Nino ed Ignazio Salvo, scende, “scruta” il gruppo di uomini d’ onore che gli sta davanti, entra in casa per chiedere al boss Stefano Bontade conto e ragione dell’ omicidio dell’ allora presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, un democristiano che dava fastidio a Cosa nostra. Questo è il racconto che Francesco Marino Mannoia fa di quella mattina palermitana di sedici anni fa, quando, sostiene, vide il sette volte presidente del Consiglio incontrare i capimafia. Adesso, Giulio Andreotti è sul banco degli imputati, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. E lui, Marino Mannoia, uno dei due pentiti di mafia che dicono di avere visto con i loro occhi Andreotti incontrare i boss, è tornato dagli Stati Uniti proprio per deporre contro di lui. Nell’ aula bunker di Rebibbia, a Roma, Giulio Andreotti è seduto accanto ai suoi avvocati, lo sguardo puntato su quel paravento bianco che nasconde le sembianze del suo grande accusatore. Dell’ uomo che ieri ha lanciato, sebbene indirettamente, una nuova grande ombra, offrendo un altro anello della catena che parte dal sequestro di Aldo Moro. Non solo l’ omicidio di Mino Pecorelli, ma anche quello del generale Dalla Chiesa sarebbe stato chiesto ai boss di Cosa nostra come un favore da fare ad alcuni politici vicini. Già nel 1978, quando il generale Dalla Chiesa era ancora lontano dalla Sicilia, si occupava di terrorismo e non costituiva alcuna minaccia per la mafia, alcuni mesi dopo il sequestro Moro. Ma Mannoia non ha dubbi: “Nel ‘ 78 sentii Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo parlare dell’ omicidio del generale Dalla Chiesa. Dicevano che bisognava fare un favore ad alcuni politici. Non fecero nomi, ma era chiaro che si trattava degli onorevoli democristiani vicino a loro”. Dunque un filo rosso che, nel nome di Andreotti, porterebbe alle carte del memoriale Moro ed al delitto Pecorelli. Ma questi sono solo frammenti di conversazione ascoltati da Mannoia. Quello che il pentito dice di aver visto con i suoi occhi è ben altro. E’ attorno alla “svolta” di Piersanti Mattarella che ruotano i due incontri che, in poco meno di un anno, Giulio Andreotti avrebbe avuto con i capi di Cosa nostra. Racconta Mannoia: “In un primo tempo Mattarella non lesinava favori a Bontade ed ai Salvo. Poi volle scrollarsi di dosso quest’ amicizia scomoda e lo disse a Rosario Nicoletti che ne riferì a Stefano Bontade. Da lì scaturì la necessità di riunire la Commissione per esaminare il comportamento di Mattarella. Così si decise di far venire Andreotti in Sicilia per rappresentargli la situazione”. Al primo incontro, che sarebbe avvenuto nella primavera del ‘ 79, Mannoia non c’ era ma seppe tutto da Stefano Bontade. “L’ incontro si tenne nella tenuta di caccia dei cavalieri del lavoro Costanzo di Catania alla presenza di Salvo Lima, Rosario Nicoletti, i cugini Nino ed Ignazio Salvo. In quella riunione Bontade chiese ad Andreotti di intervenire su Mattarella, poi disse: ‘ staremo a vedere’ . Dopo qualche mese, seppi sempre da Stefano Bontade che la situazione era precipitata e che avevano riunito la commissione e avevano deciso di eliminare Mattarella”. Il 6 gennaio del 1980, Piersanti Mattarella viene ucciso. Qualche mese dopo, Andreotti vola a Palermo sull’ aereo privato dei Salvo, atterra all’ aeroporto di Trapani e si presenta nella villetta di Inzerillo. Marino Mannoia ricorda: “Una mattina Stefano Bontade mi disse di andarlo a trovare molto presto. Con la sua macchina andammo nella villetta di Totuccio Inzerillo, in una traversina di via Pitrè, una villetta in stile mediterraneo, nascosta da un cancello a due ante. Bontade strada facendo mi disse: ‘ Sta arrivando Andreotti, stai attento al cancello’ . Arrivati lì c’ era un gruppetto di uomini d’ onore, Salvatore Inzerillo, Santino Inzerillo, Giuseppe Albanese, Girolamo Teresi. Dopo circa un’ ora sentimmo il clacson di un’ auto ed andai ad aprire il cancello. Era l’ Alfa Romeo dei Salvo, una macchina blu che conoscevo molto bene. Nino Salvo guidava, Ignazio Salvo era accanto a lui, Andreotti dietro. La macchina entrò, Andreotti scese dalla macchina e si scrutò attorno. Era vestito in blu, non indossava nè cappotto nè soprabito. Gli indicarono la strada e lui entrò in casa. La riunione durò circa un’ ora. Da fuori sentivamo le voci di Stefano Bontade. Poi Andreotti ed i Salvo uscirono, salirono sulla macchina e se ne andarono. Bontade mi disse che Andreotti era venuto per sapere il perchè dell’ omicidio Mattarella e lui gli aveva risposto: ‘ Ma non lo avete ancora capito che qui comandiamo noi e se non cambierete atteggiamento vi leveremo tutti i voti e non solo quelli della Sicilia, ma anche quelli della Calabria e dell’ Italia meridionale?’ “. I pubblici ministeri gli chiedono: dopo quella volta sentì più parlare di Andreotti? “Sì, nel 1987. Io ero detenuto all’ Ucciardone. Dall’ esterno, Totò Riina ci inviò un ordine, quello di votare tassativamente per il Psi alle elezioni politiche. In quell’ occasione seppi che si voleva dare uno schiaffo alla Dc ed in particolare ad un singolo uomo, all’ onorevole Giulio Andreotti che, dopo la morte di Bontade, dopo tutto quello che era successo, non si era più reso disponibile per Cosa nostra. Dopo non ne ho più sentito parlare, non so se si sia nuovamente avvicinato o se si è definitivamente allontanato dalla mafia”.

Rosario Spatola – dichiarazioni udienza 29.10.1993 – II

GIUDICE: per noi può bastare. Il Pubblico Ministero?

P.M.: signor Spatola, se ho capito bene, lei è stato affiliato a Cosa Nostra nel 72.

SPATOLA: sì.

P.M.: e la sua qualifica è rimasta sempre quella di uomo d’onore o ha avuto altre cariche all’interno della famiglia?

SPATOLA: no, ma ero particolarmente vicino ad Antonio Messina. Nonostante il grado però può essere un soldato a conoscenza di cose più di un capodecina a volte.

P.M.: non c’è dubbio. Volevo chiederle, tanto per ricominciare un attimo, lei all’inizio ha detto che il Presidente Mattarella, secondo quanto confidatole dal primo capofamiglia di cui ha fatto il nome, da Passarante, avrebbe avuto dei voti provenienti da Cosa Nostra.

SPATOLA: sì.

P.M.: se ho capito bene è questo il primo passaggio. Provenienti da Cosa Nostra in generale? Dalla famiglia vostra anche, dalla provincia palermitana, da quella trapanese?

SPATOLA: soprattutto dal posto, dalla provincia dove era candidato, quindi non riguardava la nostra famiglia, in quanto non era candidato nella nostra… cioè nel trapanese che io sappia.

P.M.: era candidato a Palermo?

SPATOLA: sì, certamente.

P.M.: allora da quali famiglie, da Cosa Nostra palermitana?

SPATOLA: sì.

P.M.: poi lei ha detto… quindi Passaranti esce di scena nel 74.

SPATOLA: sì, si dimette da capo della famiglia per determinate situazioni che si erano create all’interno, cioè lui non…

P.M.: va bene, è estraneo a questo processo. Lei poi le altre confidenze che mi riferisce di avere raccolto da Messina, capofamiglia dall’82… giusto?

SPATOLA: sì.

P.M.: sono che ad un certo punto il presidente Mattarella non avrebbe dato corso verosimilmente a qualche richiesta che lei non sa nel dettaglio, comunque un atteggiamento sfavorevole in generale.

SPATOLA: ma non… io non ho parlato di richieste specifiche, cioè un atteggiamento ostile…

P.M.: in generale.

SPATOLA: in maniera totale.

P.M.: questo è quanto le riferisce Messina.

SPATOLA: sì.

P.M.: capofamiglia di Campobello.

SPATOLA: sia il Messina, sia…

P.M.: i fratelli Caro.

SPATOLA: i fratelli Caro cui in quel periodo frequentavo moltissimo perché abitavo a Palermo, quindi loro conoscevano più la realtà palermitana, ancora più di quella che poteva conoscere Pino Ala che non è che si…

P.M. : i fratelli Caro sono uomini d’onore sempre della vostra famiglia?

SPATOLA: sono uomini d’onore. Su questo posso dire che anche quel progetto di fusione di uomini di Cosa Nostra messi all’interno di logge è un progetto che fece… attuò già nei primi anni del ’60 il suocero di Federico Caro, Salvatore Margiotta, vecchio capofamiglia di Campobello trasferitosi a Palermo.

P.M.: restiamo al nostro problema. Questi omicidi, dovrebbero essere stati, secondo l’impostazione dell’accusa, decisi dalla Commissione provinciale di Palermo, di cui i nomi sono stati fatti.

SPATOLA: ma era un periodo in cui gli omicidi si facevano senza che si riunisse tutta la Commissione.

P.M.: questo a lei chi lo ha detto?

SPATOLA: ma era un momento particolare, un momento di guerra, per cui non sempre ci si riuniva.

P.M.: questo a lei chi lo ha detto?

SPATOLA: ma non è una questione di averlo detto. Cioè era un momento in cui non è che si mettessero a conoscenza…

PRESIDENTE: no, lei deve rispondere alle domande del Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero le chiede con precisione questa notizia chi gliel’ha data.

SPATOLA: ma questa notizia poi in seguito mi venne detta dal mio capofamiglia, Antonio Messina, che praticamente anche in altri omicidi non è che ne venivano messi tutti al corrente per come dovere di…

P.M.: noi stiamo parlando… questa Corte si occupa dell’omicidio Reina, e lei ha detto che non sa niente. Poi dell’omicidio Mattarella, 6 gennaio 80, e dell’omicidio La Torre, aprile 82. Sono due momenti… ci sono due anni e quattro mesi di distanza che quello che risulta da tante risultanze processuali segnano due periodi completamente o notevolmente diversi. Lei sa modo preciso e da chi che la Commissione abbia deciso, non lo sa, sa se si è riunita, sa se non si è riunita, sa se la Commissione ha dovuto in qualche modo avere un’informazione, un consenso da altre province ed in particolare da Trapani? Ripeto, su queste varie domande ha delle risposte specifiche da dare?

SPATOLA: per quanto riguarda l’omicidio dell’onorevole Mattarella, che io sappia, non tutta la Commissione ne era d’accordo.

P.M.: questo glielo disse Messina.

SPATOLA: sì.

P.M.: dopo l’ottanta.

SPATOLA: sì, siamo… omicidio avvenuto nell’80. Per quanto riguarda l’omicidio dell’onorevole La Torre fu deciso dalla Commissione all’unanimità.

P.M.: ora…

SPATOLA: cioè non avevo percepito…

P.M.: perfetto. La fonte di queste notizie è Antonio Messina.

SPATOLA: sì, certamente.

P.M.: capofamiglia di Campobello di Mazara. Che lei sappia, la Commissione di Palermo che o a maggioranza o all’unanimità, informalmente o formalmente ha deciso questi omicidi, aveva un problema di rapporti di informazione quantomeno, o addirittura di mettersi d’accordo con i capifamiglia per esempio di Trapani?

SPATOLA: sì, certamente c’era anche…

P.M.: o c’era un predominio della Commissione di Palermo?

SPATOLA: la Commissione di Palermo… si parla di Commissione regionale, in questa Commissione ne dovevano fare parte, ne fanno parte anche i rappresentanti provinciali.

P.M.: questo lo abbiamo appreso da altre fonti. Io cerco con fatica di restare fermo agli anni 80 e 82 e le chiedo se la Commissione di Palermo per decidere questo omicidio, per quello che può sapere lei, sa lei, aveva un motivo per informare il signor Messina oppure no? Un motivo giuridico al di là poi delle amicizie che potevano esserci fra singoli esponenti.

SPATOLA: no, non aveva un motivo specifico, non aveva l’obbligo, ma visto la rilevanza che godeva Messina in quel momento…

P.M.: una questione di prestigio personale per Messina.

SPATOLA: sì.

P.M.: che era legato particolarmente a chi?

SPATOLA: a Ciccio Madonia.

P.M.: cioè Madonia Francesco di Resuttana.

SPATOLA: sì.

P.M.: va bene. Ora io le volevo chiedere, lei ha iniziato la sua collaborazione quando?

SPATOLA: a settembre dell’89, 19 settembre dell’89.

P.M.: di questa vicenda relativa agli omicidi La Torre e Mattarella in particolare ha riferito altre volte?

SPATOLA: no ricordo con esattezza, ma non mi è… non ci sono stati interrogatori in questo senso. Cioè anche con la buonanima di Borsellino ci si parlava di cose molto più attinenti al circondario di Marsala.

P.M.: quindi in sostanza il suo non ricordo significa che su questo non aveva mai reso dichiarazioni.

SPATOLA: credo di no.

P.M.: ed è vero, come diciamo risulta a molti di noi anche solo per notizie giornalistiche e televisive ampiamente diffuse, che era stato progettato un attentato al dottor Borsellino, prima e ovviamente diverso da quello tragicamente realizzatosi, da compiere in Mazara e per cui si aspettava l’autorizzazione della Commissione di Palermo?

SPATOLA: nel momento… fino a quando io ho iniziato la mia collaborazione, non si parlava di progetti contro il giudice Borsellino, in quanto non c’erano motivi… motivi per farlo.

P.M.: quindi lei non ne è a conoscenza.

SPATOLA: no. Ho sentito dire che in seguito… posso giustificarlo che in seguito questo…

P.M.: non di quello che è successo in seguito, di quello che risulta a lei.

SPATOLA: certamente se c’era un progetto del genere non sarebbe potuto avvenire senza l’assenso della Commissione regionale.

P.M.: va bene Presidente, per me basta.

GIUDICE : io ho un’altra domanda. Lei sa quando è morto Giuseppe Greco Scarpa?

SPATOLA: no, assolutamente.

GIUDICE: sa quando è subentrato a Michele Greco?

SPATOLA: ma che io sappia dopo l’arresto.

PRESIDENTE : mettiamolo nella riassuntiva.
…(verbalizzazione riassuntiva)…

PRESIDENTE : l’arresto di Michele Greco fu?

SPATOLA: ma non ricordo con esattezza quali gli anni, credo nell’85-86, se non ricordo male.

PRESIDENTE : non ricorda con esattezza quando fu arrestato Michele Greco. La difesa di parte civile?

AVV.GALASSO: intanto riepilogando lei signor Spatola è stato fatto uomo d’onore nel 1972 e ha praticamente vissuto la vita di Cosa Nostra fino al 1989, quando ha cominciato a collaborare.

SPATOLA: sì.

AVV.GALASSO: durante tutto questo periodo ha avuto questo flusso continuo di informazioni nell’ambito della sua famiglia o ci sono stati dei momenti di interruzione?

PRESIDENTE : risponda.

SPATOLA : i momenti di interruzione erano momenti particolari dove non si facevano commenti per quello che succedeva e quindi non si facevano domande, cercavi di tenerti il più in disparte possibile. Sono stati dei momenti che vanno dal sequestro Corleo, quindi siamo nel 75 fino al 77. Sono stati due anni particolarmente… dove era meglio non infilarsi in determinate situazioni.

AVV.GALASSO : perché?

SPATOLA: perché era come dire un momento particolare che c’era questa guerra interna a determinate famiglie campobellesi, la famiglia di Castelvetrano di Mazara e quindi di certe cose era meglio non commentarle. Diversi uomini sono stati uccisi esclusivamente per aver commentato l’uccisione di un altro uomo d’onore.

AVV.GALASSO : riepilogando invece le fonti di informazione, per quanto riguarda il delitto Mattarella, le sue fonti di informazione in sostanza sono state interne alla famiglia di Campobello. E’ così?

SPATOLA: sì, anche se diciamo i due fratelli Caro vivono la realtà palermitana. Come ho già espresso in altri procedimenti, vivono soprattutto… Federico Caro è a conoscenza della realtà di Cosa Nostra a Palermo.

AVV.GALASSO: e per quanto riguarda invece il delitto La Torre, lei ha avuto una prima serie di informazioni o di giudizi in carcere, con D’Agostino e con Panzera.

SPATOLA: sì, e con altri.

AVV.GALASSO : poi nell’infermeria, alla fine del 1982, ha detto con Bonanno, Madonia, Fontana ed altri.

SPATOLA: sì.

AVV.GALASSO: e poi dopo uscito dal carcere con l’avvocato Antonio Messina detto Totò.

SPATOLA: sì, perché si commentava questa legge Rognoni-La Torre che era entrata in vigore proprio per questo omicidio.

AVV.GALASSO: dato questo flusso continuo di notizie, come mai non ebbe notizia, come mai non si parlò, come mai non si parlava dell’assassinio di Michele Reina?

SPATOLA: ma non entrammo mai su questo discorso.

AVV.GALASSO: sì, questo lo ha già detto, ma dico come si spiega questo silenzio attorno a questo delitto Reina, mentre per gli altri le notizie circolavano, i giudizi?

SPATOLA: ma vede, non è che sia difficile da spiegare, era una cosa che in fin dei conti a me non interessava più di tanto e non era… né tantomeno chi ne era a conoscenza aveva motivo od obbligo di riferirmelo. Del resto io non… cioè andare a chiedere determinate cose se non te le dicono spontaneamente, è come impelagarti in qualcosa che non ha senso.

AVV.GALASSO: il Pubblico Ministero le ha già chiesto se lei ha parlato di queste informazioni con altri giudici. Lei ha detto che le sembra di no, in particolare ha fatto riferimento al Procuratore della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino. Ne ha parlato per caso con il giudice Taurisano di Trapani?

SPATOLA: no, assolutamente. Credo di no, credo di no, potrei sbagliarmi, ma credo che non abbiamo parlato di queste cose.

AVV.GALASSO: le risulta che ci sia stato un cambiamento all’interno della Commissione di Cosa Nostra tra il 1980 e il 1982, in particolare se Stefano Bontade, che me faceva parte nel 1980, una volta ucciso era stato sostituito e da chi?

SPATOLA: ma da chi è stato sostituito… cioè i suoi eredi sarebbero dovuti essere fra Marino Grado (o nome simile) o fra Marino Mannoia, ma credo che non… in quel momento la famiglia di Santa Maria del Gesù sia stata assorbita da Michele Greco che rappresentava anche la famiglia di Santa Maria del Gesù. Non so in seguito se è stata ricomposta questa famiglia.

AVV.GALASSO : quindi in sostanza è a sua conoscenza che dal 1980 al 1982, una volta che con la guerra di mafia e con l’uccisione di Bontade ed Inzerillo diciamo era scomparsa l’ala tradizionale o precedente di Cosa Nostra, in realtà la Commissione era passata ormai nel governo esclusivo dei corleonesi.

SPATOLA: sì.

PRESIDENTE : mi scusi, evitiamo di fare le domande che richiedono una risposta sì o no. Non dico domande che sottintendono la risposta, mi limito a dire questo.

AVV.GALASSO: allora riformula la domanda. Nel 1982 la Commissione di Cosa Nostra le risultava che fosse composta soltanto da Corleonesi o personaggi fedeli ai corleonesi?

SPATOLA: sì, che io sappia per quanto riguardava la famiglia di Santa Maria del Gesù, quindi la famiglia di Stefano Bontade, in quel periodo veniva rappresentata da Michele Greco, mentre per quanto riguardava la famiglia dell’Uditore, quella era Montalto ad esserne il rappresentante.

AVV.GALASSO: questo nel 1982.

SPATOLA: sì.

AVV.GALASSO: e nel 1982 sa chi erano i personaggi politici referenti della Commissione di Cosa Nostra?

SPATOLA: non lo so con esattezza chi fossero i personaggi. Certamente c’erano dei personaggi politici che erano referenti di Cosa Nostra. Fra tutti… cioè non so se ci fossero altri, Salvo Lima in testa e Ciancimino certamente era un referente di Cosa Nostra.

AVV.GALASSO: questo era nel 1982?

SPATOLA: sì.

AVV.GALASSO: questo le risulta sempre sulla base di quelle informazioni, fonti di informazioni che ha detto?

SPATOLA: sì, erano voci che circolavano diciamo da tutte le fonti.

AVV.GALASSO: ha notizia se a quel tempo, nel medesimo tempo, c’erano dei personaggi referenti di Cosa Nostra negli apparati dello Stato?

SPATOLA: sì.

AVV.GALASSO: chi?

SPATOLA: ma non so se riguarda questo processo.

AVV.GALASSO : ma noi stiamo… Presidente noi stiamo…

PRESIDENTE: questo lo lasci dire a me.

AVV. GALASSO: prego.

PRESIDENTE: questo lo devo stabilire io.

AVV.GALASSO : e infatti a lei mi sto rivolgendo per questo Presidente. Infatti ho cessato di rivolgermi al…

PRESIDENTE : la cambi la domanda avvocato.

AVV.GALASSO : è un po’ difficile cambiare questa domanda Presidente.

GIUDICE : si può porre o non porre Presidente.

AVV.GALASSO: come?

PRESIDENTE: allora diciamo non la ponga, ecco.

AVV.GALASSO : allora se mi dice così… C’erano rapporti sempre a quell’epoca… nel 1982 se ha rapporti precisi, cioè se sa farci qualche nome, qualche cognome, qualche situazione particolare di rapporti tra Cosa Nostra e la Massoneria? Sto parlando del 1982.

SPATOLA: sì, ma vede il rapporto Massoneria- Cosa Nostra, come ho già riferito poc’anzi, è un progetto portato avanti già nei primi anni 60. Cioè già a quel tempo diversi erano entrati in logge massoniche. Cioè già nell’80 siamo inoltrati, diciamo sono gli anni in cui stavo per entrarci anche io, rifiutai poi di farne parte.

AVV.GALASSO : ma si ricorda chi erano questi personaggi?

SPATOLA: personaggi…

AVV.GALASSO : o questi capimafia, o uomini d’onore di Cosa Nostra che erano diventanti o stavano diventando massoni, o i massoni a cui facevano riferimento?

SPATOLA: sì, guardi, Stefano Bontade e il fratello erano già massoni da qualche anno. Diciamo se lei parla dell’80 le posso dire che Stefano Bontade era massone almeno già da cinque anni.

AVV.GALASSO: i Greco?

SPATOLA: Michele Greco era massone, Mariano Agate era già massone.

AVV.GALASSO : lei a proposito di questi delitti politici non ha mai sentito parlare di coinvolgimenti specifici della massoneria o di esponenti massonici, o di interessi che avesse la massoneria in questi delitti?

SPATOLA: non… non ho, come dire, notizie in merito. Sono notizie un po’ frammentarie.

AVV.GALASSO : ecco, queste notizie frammentarie se ce le vuole dire…

GIUDICE: già credo siano sufficienti le notizie frammentarie fino a questo momento apprese avvocato Galasso.

AVV.GALASSO : è un concetto di frammentarietà particolare evidentemente.

PRESIDENTE: sì, comunque non credo che possiamo pretendere di più di quello che possa dare dichiarando.

AVV.GALASSO: no, dice che non lo sa, basta, non c’è problema. Un’ultima cosa sempre a proposito della massoneria. Lei ha detto che era sul punto di entrare nella massoneria, forse lo ha detto anche in qualche altro processo. Conviene saperlo prima. Qual era l’interesse degli uomini di onore di entrare nella massoneria?

SPATOLA: ma l’interesse di entrare in una loggia… cioè da quel momento in poi hai dei rapporti di fratellanza come sono in Cosa Nostra, però in quel momento puoi averli con persone che sono all’interno di determinate istituzioni e quindi diventa un rapporto di fratellanza e lei sa cos’è… cioè sappiamo tutti cos’è un rapporto di fratellanza, tant’è che vale più il fratello massone che il fratello di sangue.

AVV.GALASSO: quindi era diciamo una specie di rafforzamento del vincolo anche di protezione esterna.

SPATOLA: certamente.

AVV.GALASSO: forse è questo che vuole…

SPATOLA: sì.

AVV.GALASSO : e sempre nel periodo a cui facciamo riferimento, sostanzialmente 80-82 per quanto mi riguarda, e in particolare l’82, sa se c’erano dei rapporti di uomini di onore o di capifamiglia con esponenti di servizi segreti italiani o stranieri?

SPATOLA: ma non… non lo so con precisione. Certamente c’erano… io parlo di… si potevano avere rapporti con persone delle istituzioni anche loro massoni e quindi c’era un rapporto non più fra un esponente dello Stato di un’istituzione, diventa un rapporto fra due fratelli. Cioè in questo senso la copertura nasce.

AVV.GALASSO : questo in linea generale, ma a noi interesserebbe sapere se le risulta che c’erano dei collegamenti specifici in quel periodo, cioè chi erano.

PRESIDENTE : ha risposto negativamente.

AVV.GALASSO : e a proposito di questi collegamenti, diciamo così, esterni di Cosa Nostra, lei ha mai sentito parlare di collegamenti di Cosa Nostra con il terrorismo e in particolare il terrorismo nero, i terroristi neri?

SPATOLA: no, anche se c’erano dei rapporti, pure il mio capofamiglia li aveva con qualcuno della Magliana…

PRESIDENTE: il suo capofamiglia chi?

SPATOLA: Antonio Messina.

PRESIDENTE : aveva rapporti con qualcuno della Magliana?

SPATOLA: sì, aveva buoni rapporti qua in Roma con esponenti sia della criminalità romana e della Magliana.

GIUDICE : e cioè?

SPATOLA: ma aveva rapporti con Giorgio Graziani, aveva che io sappia rapporti con Abbatino, aveva rapporti con alcuni di loro che erano stati impiegati anche in sequestri di persona, aveva questo genere di rapporti.

AVV.GALASSO : come mai Totò Messina di Campobello di Mazara aveva rapporti con questi personaggi della malavita romana?

SPATOLA: guardi, non è che vi deve stranizzare, chiunque può avere rapporti con altri della malavita. Io avevo rapporti con esponenti della malavita milanese. Rapporti che possono tornare utili, nel senso se hai bisogno di armi ti ci puoi rivolgere e fai anche in quel momento che le abbiano. Sono dei rapporti di convenienza. Oppure li puoi impiegare in qualcosa che… ti possono tornare utili, impiegarli in qualcosa che devi fare per conto proprio e non vuoi fare intervenire nessuno della famiglia.

AVV.GALASSO : ma le risulta che questo genere di rapporti era, diciamo così, in qualche modo abitualmente presente in Cosa Nostra? Cioè era solo l’avvocato Messina o erano altri?

SPATOLA: no, no, anche altri. Certamente vorrei sottolineare che ci si guarda uno con l’altro… se tu hai rapporti con esponenti di fuori, anche per salvaguardarsi nel caso vuoi portare una guerra all’interno di una famiglia o di un’altra famiglia, e quindi ci sì vede un pochino… se hai contatti con altri criminali, per così dire, potresti impiegarli contro noi stessi. Ma è una cosa assodata, in diversi avevano questi rapporti.

AVV.GALASSO: un’ultima domanda Presidente. Lei ha parlato a proposito del movente, chiamiamolo così, dell’assassinio di Pio La Torre, oltre questi provvedimenti antimafia che lui avrebbe sollecitato e poi degli interessi connessi alla base di Comiso, gli interessi economici di Cosa Nostra connessi a questa base economica… ha parlato di questi due elementi… ha sentito parlare, o le parlò Messina, perché mi pare di capire che fu Totò Messina che le dette qualche notizia un po’ più precisa su questo, di invece altri interessi che Pio La Torre contrastava? Per esempio appalti, affari, contributi agrari?

SPATOLA: ma che io sappia l’onorevole La Torre cercava dì contrastare tutte quelle che possono essere le attività in cui Cosa Nostra può mettere lo zampino, per cui era vasto il suo impegno.

AVV.GALASSO: non ho altre domande Presidente.

PRESIDENTE: qualcun’altro dei difensori deve intervenire? L’avvocato Criscimanno, difesa di parte civile Mattarella.

AVV.CRISCIMANNO: mi scusi Presidente, non vorrei aver capito poco bene, essendo stato costretto a recuperare, per ragioni di traffico, dalla riassuntiva delle domande del Pubblico Ministero, ciò che è avvenuto in mia non presenza in aula, però vorrei cercare di capire meglio appunto un passaggio. Se ho colto adeguatamente quanto è stato detto, il teste ha presente notizie, conosce notizie relative al presidente Mattarella, in una prima fase con riferimento ad un interesse elettorale dello stesso che rimonterebbe agli anni 70, se ho ben capito. Del resto oltre gli anni 70 non potremmo andare, ma credo ai primi anni 70 se ho ben capito, e poi ha notizie dell’omicidio soltanto nell’82. Gli vengono riferite circostanze relative all’omicidio soltanto nell”82. Ripeto ancora una volta se ho ben capito, vorrei chiedere se al teste risulta che il presidente Mattarella fosse, come lo è il teste, originario della provincia di Trapani.

SPATOLA: il padre era di Castellamare. Dove sia nato l’onorevole Mattarella figlio non ne ho notizia.

AVV.CRISCIMANNO: l’omicidio dell’onorevole Mattarella avviene il 6 gennaio del 1980. Nelle famiglie trapanesi in quel periodo non avvenne, o non venne colto comunque dal teste, commento alcuno con riferimento a questo omicidio? Parlo del gennaio 80, cioè dell’immediatezza, dei tempi immediatamente prossimi all’omicidio.

SPATOLA: no, non ebbi modo subito di averne commento in quanto seppi di questo omicidio mentre ero a Milano per altri affari.

AVV.CRISCIMANNO: ma lei stette a Milano parecchi mesi, parecchi anni?

SPATOLA: si, sì, operavo moltissimo su Milano.

AVV.CRISCIMANNO: quindi lei seppe dell’omicidio ma non seppe cosa si diceva all’interno dell’organizzazione mafiosa di cui lei faceva parte nella provincia di Trapani?

SPATOLA: no, determinate cose poi tornando giù a Palermo e frequentando, come ho già detto, i fratelli Caro, furono loro un pochino a mettermi al corrente di questa situazione.

AVV.CRISCIMANNO: ha mai sentito, parlare delle ragioni per cui si addivenne alla eliminazione del presidente Mattarella, cioè le causali dell’omicidio Mattarella?

SPATOLA: le ragioni erano quelle che voleva portare avanti una politica pulita, voleva dare un cambio a questa politica che prima c’era stata, cioè diciamo voleva innovare, qualcosa di nuovo.

AVV.CRISCIMANNO: le risulta che a questo fosse connesso anche il ruolo politico partitico dell’onorevole Mattarella.. all’interno della Democrazia Cristiana?

SPATOLA: non… mi scusi, non ho percepito bene la domanda.

AVV.CRISCIMANNO: se le risulta che a questa motivazione di natura politica possa essere stata connessa la particolare rilevanza del ruolo svolto dall’onorevole Mattarella in seno alla Democrazia Cristiana sia regionale che nazionale?

SPATOLA: certamente è così, è mia deduzione che lui aveva un ruolo di primo piano nel partito.

AVV.CRISCIMANNO: va bene presidente, grazie.

PRESIDENTE : ci sono altre domande?

P.M.: presidente, i difensori mi pare che abbiano finito…

PRESIDENTE : prego.

P.M.: tre richieste lampo. Il signor Spatola ha dichiarato di sapere che Bontade sarebbe stato massone da… il fratello di Bontade, quindi Giovanni presumo….

SPATOLA: sì, anche Giovanni era massone.

P.M.: massone forse dal 75. Così Greco…

SPATOLA: sì.

P.M.: e così poi lei ha detto anche un altro esponente mafioso palermitano che in questo momento mi sfugge. E qual è la fonte di queste notizie, sempre i fratelli Caro o qualcun altro?

SPATOLA : sì, loro erano già massoni anche loro da data e quindi…

P.M.: cioè sono stati i fratelli Caro a dirle che Bontade e Greco erano nella massoneria.

SPATOLA: ed anche il mio capofamiglia che era già massone dai primi del 70.

P.M.: poi un’altra cosa. Ha detto che la sua famiglia aveva rapporti con la Banda della Magliana.

SPATOLA: non la mia famiglia, il mio capofamiglia.

P.M.: il suo capofamiglia in proprio diciamo, non come capofamiglia.

SPATOLA: sì.

P.M.: e ha fatto due nomi…

SPATOLA: erano rapporti che lui aveva iniziato ancor prima di divenire capofamiglia e rapporti che continuava a mantenere.

P.M.: e ha fatto due nomi: Graziani e Abbatino.

SPATOLA: Giorgio Graziani, Abbatino, tantissimi… c’erano anche Sarti con cui qua a Roma aveva rapporti…

P.M.: a noi interessa per la verità la Banda della Magliana.

SPATOLA: sì.

P.M.: questo Graziani è un killer, è un terrorista, un rapinatore? Che cosa è?

SPATOLA: Giorgio Graziani è un grosso esponente qua a Roma, molto legato ai servizi segreti che io sappia, anche ai servizi segreti libici. In questa fase diciamo che si è operato anche ad ingaggiare qualcuno per uccidere dei profughi libici uccisi qua a Roma.

P.M.: lasci perdere la Libia per cortesia. No, le ho chiesto io: quindi è un organizzatore di omicidi?

SPATOLA: sì, ma non solo di omicidi. E’ un grosso trafficante, è un grosso riciclatore…

P.M.: non le risulta che sia innanzitutto un grosso falsificatore di documenti per caso?

SPATOLA: ma i documenti sì, ma anche è un’altra… del resto il mio documento… il documento che avevo io, come altri, se ne occupò lui.

P.M.: senta, un’ultima cosa. Lei ha detto di avere parlato nell’infermeria del carcere dell’Ucciardone, fine 82, con Bonanno e Madonia Giuseppe.

SPATOLA: sì, Peppuccio Madonia.

P.M.: com’era avvenuta la presentazione? Cioè qual era stato l’uomo d’onore che aveva presentato lei provincia di Trapani con…

SPATOLA: ma la prima presentazione io con Bonanno la ebbi nei primi periodi, mi venne fatta da Antonio Messina, che nel frattempo era anche il mio difensore, presso gli uffici dove si va a colloquio con gli avvocati. P.M.: la sala colloqui.

SPATOLA: la sala colloqui, sì.

P.M.: e per Giuseppe Madonia?

SPATOLA: me lo presentò poi Armando Bonanno.

P.M.: quindi la presentazione originaria è con Armando Bonanno tramite il suo difensore.

SPATOLA: certamente, poi…

P.M.: va bene Presidente, io ho finito.

PRESIDENTE: ci sono altre domande? No? Può essere riaccompagnato.

Il Presidente dichiara espletata l’assunzione dei mezzi di prova fuori dalla sede ordinaria. L’udienza è tolta.

Rosario Spatola – dichiarazioni udienza 29.10.1993 – I

PRESIDENTE : Spatola Rosario…

SPATOLA: sì, Spatola Rosario, nato a Campobello di Marsala il 14.8 del 49.

PRESIDENTE : lei è stato convocato qui nella qualità di imputato di reato connesso, e pertanto può anche astenersi dal deporre.

SPATOLA: intendo rispondere.

PRESIDENTE : avvertito della facoltà di astenersi, vuole deporre. Quale imputato di reato connesso dichiara: “intendo rispondere”. Questa Corte si occupa degli omicidi, avvenuti tutti e tre in Palermo, del segretario provinciale della Democrazia Cristiana Michele Reina, ucciso il 9 marzo del 1979; del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980; dell’onorevole Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista Italiano, ucciso il 30 aprile del 1982. Lei ci deve dire che cosa sa, per conoscenza sua o per averlo appreso, per averne sentito parlare e da chi di questi delitti. Che cosa ha, saputo?

SPATOLA: non solo all’interno di Cosa Nostra, cioè dal fatto che Mattarella mentre prima poteva… poteva riconoscere quella realtà precedente di Cosa Nostra, cioè una Cosa Nostra che non era eclatante, si comportava in un certo modo, per cui poteva andargli bene, ma non… così, non riconosceva la nuova Cosa Nostra che si stava affacciando. Cioè l’arroganza dei Corleonesi, diciamo i nuovi sistemi. Mentre prima un onorevole, nonostante fosse… un politico fosse da noi stato eletto, nel momento in cui ci si doveva rivolgere per qualche favore c’era tutto un sistema più educato, più rispettoso di avvicinarlo, mentre diciamo il nuovo sistema corleonese, il politico veniva praticamente comandato. Cioè era una realtà che il Mattarella non accettava, ne aveva preso le distanze a differenza di altri, altri come l’onorevole Lima e Vito Ciancimino in particolare. Di Vito Ciancimino posso dire che non è soltanto un politico colluso con Cosa Nostra, Vito Ciancimino è uomo d’onore a tutti gli effetti, appartenente alla Famiglia di Corleone.

PRESIDENTE: soffermiamoci un momento sulla prima parte di questo discorso che sta facendo lei. Cioè lei distingue il momento operativo di Cosa Nostra prima del sopravvento dei corleonesi, appunto dalla politica, chiamiamola così, in seno a Cosa Nostra instaurata dai corleonesi stessi.

SPATOLA: certamente, era scoppiata una guerra che non sfuggiva…

PRESIDENTE : mi ha detto però di avere, appreso… sta parlando per il momento, sta parlando di avvicinamenti che ci potevano essere da parte di esponenti di Cosa Nostra nei confronti dell’onorevole Mattarella. Ma lei di questo che cosa ne sa? Come lo ha saputo? Cioè che si erano verificati questi interventi, ecco.

SPATOLA: ma quello che stava cambiando, la guerra che c’era in atto, che non sfuggiva neanche, come dire, i politici, a chi ne era anche referente di Cosa Nostra, cioè chi ha preso le distanze, cioè chi ha saputo aspettare e vedere con chi puoi stare, e mi riferisco all’onorevole Lima. Anche Lima faceva parte della vecchia Cosa Nostra ma ha aspettato che… questi mutamenti li ha aspettati senza schierarsi né da una parte, né dall’altra, mentre a differenza l’onorevole Mattarella rimaneva schierato nella vecchia Cosa Nostra.

PRESIDENTE: mi scusi, non è molto chiaro questo concetto.

SPATOLA: forse stento ad esprimerlo io con chiarezza.

PRESIDENTE: vediamo di esprimerlo meglio. Cioè Cosa Nostra, lei sta dicendo, aveva dei suoi referenti politici.

SPATOLA: politici, sì.

PRESIDENTE: fra questi referenti politici c’era l’onorevole Mattarella?

SPATOLA: certamente c’era l’onorevole Mattarella. L’onorevole Mattarella… primo referente era sua padre, Bernardo Mattarella.

PRESIDENTE: no, io vorrei parlare dell’onorevole Mattarella.

SPATOLA: cioè io non voglio così criminalizzare l’onorevole Mattarella, del resto significava… si chiudeva un occhio, ‘sta parola Mafia tutti la pronunciavano e nessuno ne sapeva niente, quindi non era eclatante e si poteva accettare.

PRESIDENTE : questo discorso era allora un discorso un po’ generalizzato, non è che c’era un determinato gruppo o determinate persone, personaggi politici che erano dei referenti e altri no. Lei ne fa un discorso di carattere generale.

SPATOLA: ma diciamo che degli eletti nella zona solo qualcuno non era referente di co… cioè non referente di Cosa Nostra, non aveva avuto i voti di Cosa Nostra.

PRESIDENTE: ah, ecco.

SPATOLA: non può sfuggire ad un politico di sapere da dove sono arrivati i voti.

PRESIDENTE : prego, prego, è gradito l’intervento.

P.M.: continua naturalmente la Corte, però se passiamo da queste affermazioni generali ed ipotetiche, a sapere chi gli ha detto che cosa, se sono stati chiesti favori all’onorevole Mattarella e sono stati poi fatti, quali sono le sue fonti di informazione.

PRESIDENTE: sì, ho capito, ho capito. Il Pubblico Ministero vuole mettere a fuoco una situazione. Lei si sta esprimendo nei termini generali, poi sarà valutato naturalmente. Lei sta dicendo questo, non c’era quasi nessuno di quelli che prendevano voti che non avevano un certo tipo di rapporto…

P.M.: no, che non poteva capire per la verità.

PRESIDENTE: cerchiamo di avvicinare questo discorso a quello che ci interessa, cioè alla figura dell’onorevole Mattarella. Lei può citare da chi ha saputo questo discorso e se c’è stato qualche episodio in particolare a sua conoscenza che le potesse far pensare che Mattarella poteva essere avvicinato, poteva avere rapporti, eccetera.

SPATOLA: io non so dei favori nei dettagli che abbia potuto fare, ma che fosse un politico eletto con una parte dei voti di Cosa Nostra, lo era. E questo lo si sapeva nell’ambito…

PRESIDENTE: è tutto qui?

SPATOLA: sì.

PRESIDENTE: poi non ha saputo di episodi specifici?

SPATOLA: no.

PRESIDENTE: ma anche il “lo si sapeva” dovrebbe essere un po’ circoscritto. Queste notizie a lei, più precisamente, da quale fonte provenivano?

SPATOLA: ma da fonti… soprattutto da Nenè Passarante che era stato capo della famiglia a cui appartenevo, anche lui impegnato in politica.

PRESIDENTE: Nenè Passarante di dove?

SPATOLA: di Campobello di Mazara.

PRESIDENTE: e poi?

SPATOLA: e poi da altri esponenti di Cosa Nostra, della famiglia. Lo si sapeva…

PRESIDENTE : sempre locali?

SPATOLA: sì, sempre locali.

PRESIDENTE : di Campobello di Mazara?

SPATOLA: sì. dalla fine del 72.

PRESIDENTE : all’epoca quanti anni aveva?

SPATOLA: sono del 49, 23 anni.

GIUDICE: faceva parte della Famiglia di Campobello.

SPATOLA: di Campobello di Mazara.

GIUDICE: conosce o ha conosciuto Totò Riina?

SPATOLA: ho incontrato Totò Riina verso la fine dell’81, fine novembre o primi di dicembre, in Bologna. Siamo rimasti insieme con altri per qualche ora, il tempo di pranzare presso il Ristorante Chicchibio. C’erano altri in nostra compagnia, fra i quali Giacomo Riina, Totò Rizzuto, Miccio… Carlo Miccio, un napoletano, un altro palermitano Carmelo Cosmà, abitante a Bologna da tanti anni, palermitano e uomo d’onore.

GIUDICE : chiaramente ne conosceva la qualità.

SPATOLA: sì, certamente ne conoscevo la qualità. Per la mia persona a tavola garantì Salvatore Rizzuto.

GIUDICE : parliamo degli altri coimputati del Riina in questo processo, che secondo l’accusa fanno parte dell’organismo detto Commissione.

SPATOLA: sì.

GIUDICE : in Cosa Nostra. Se me scordo qualcuno mi aiutate. Calò?

SPATOLA: sì.

GIUDICE: lei conosce Pippo Calò?

SPATOLA: no, personalmente non lo conosco.

GIUDICE: poi Bernardo Provenzano?

SPATOLA: no, neanche lui. Ne ho sentito sempre parlare ma non lo conosco personalmente.

GIUDICE : Brusca France…

SPATOLA: anche di lui…

GIUDICE : Brusca Bernardo.

SPATOLA: Bernardo di San Giuseppe Iato, lo conosco come nome, ma mai… mai avuto presente.

GIUDICE : Madonia Francesco?

SPATOLA: Ciccio Madonia sì, lo conosco.

GIUDICE: quando lo ha conosciuto?

SPATOLA: credo alla fine dell’82 al carcere dell’Ucciardone.

GIUDICE: allora lei con queste persone, o con altri all’interno dì Cosa Nostra, parlò dell’omicidio Mattarella dopo che si è verificato?

SPATOLA: sì, in seguito, negli anni…

GIUDICE : con queste persone non…

SPATOLA: no, non direttamente con loro. Ne parlai con il mio capofamiglia, con Antonio Messina, perché praticamente il suo punto di questi che la Sua Signoria ha nominato, un suo punto di riferimento della Commissione era particolarmente Ciccio Madonia. Del resto, così per precisare, Ciccio Madonia ha degli ottimi rapporti con Campobello, con la famiglia di Campobello. Ha dei terreni che la famiglia di Campobello si occupava di coltivargli, di mandargli avanti terreni in zona di Torretta Granitola, diversi appezzamenti.

GIUDICE: Antonio Messina cosa le disse specificamente, che era un omicidio maturato all’interno di Cosa Nostra? Che era voluto dalla Commissione?

SPATOLA: ma non solo…

GIUDICE : tutto quello che sa.

SPATOLA: ma non solo esclusivamente dalla Commissione, era…

GIUDICE: lei poco fa ha detto questo, non era una cosa…

SPATOLA: non esclusivamente della Commissione, significava… per lui l’onorevole Mattarella era convinto di dover cambiare, come dire, linea politica anche a costo di perdere i voti… cioè in sostanza voleva pigliare le distanze da Cosa Nostra.

GIUDICE: e allora quindi Cosa Nostra decise l’eliminazione. Sa chi lo uccise?

SPATOLA: no, non so chi personalmente lo uccise.

PRESIDENTE : in seno a Cosa Nostra ci fu qualcuno, le risulta, che caldeggiò particolarmente questa iniziativa?

SPATOLA: ma l’iniziativa fu dei corleonesi soprattutto, per poi caldeggiare l’iniziativa o prenderla anche senza riunirsi tutti, esclusivamente Totò Riina.

PRESIDENTE: poteva farlo?

SPATOLA: si.

GIUDICE: siamo nel 1980.

SPATOLA: sì.

GIUDICE: 6 gennaio. La cosiddetta guerra di mafia a quell’epoca ancora non era iniziata.

SPATOLA: no, era iniziata. La guerra di mafia inizia già da qualche anno prima, inizia nel trapanese.

GIUDICE : come inizia?

PRESIDENTE : perché?

SPATOLA: ma col sequestro Corleo inizia la guerra di mafia. Cioè i corleonesi puntano al sequestro Corleo, poi le cose vanno in un certo modo, come ho riferito ad altra autorità… vanno in un certo modo e allora vengono eliminati chi ha fatto quel sequestro, chi non è più affidabile e i Corleonesi si scaricano da questa accusa di essere stati loro i promotori. In realtà sono stati loro i promotori, tant’è che del sequestro Corleo se ne parlò… venne tutto organizzato in una riunione al ristorante La Fattoria di Settimo Faila, ristorante che si trova fra Palermo e Monreale. Fu lì che venne discusso e organizzato questo sequestro.

GIUDICE : quindi anche se era iniziata questa guerra di mafia, vi era…

SPATOLA: non era iniziata apertamente, ma comincia a partire da lì la vera guerra di mafia.

GIUDICE: ora altri collaboratori hanno detto che per decidere l’omicidio di un personaggio, tra virgolette, importante, quale può essere un magistrato…

SPATOLA: sì, certamente.

GIUDICE: …un uomo politico, la decisione deve essere presa all’interno di Cosa Nostra, per quanto possa esserci un predominio. A lei le risulta che potesse da solo Totò Riina o comunque che la Commissione dovesse esserne al corrente?

SPATOLA: ma anche se non erano tutti d’accordo siamo in piena guerra, per cui può decidere qualcuno e assumersi le sue responsabilità. Se poi ha forza di contrastare, come è successo, chi si era opposto, può andare avanti.

GIUDICE : al di là di quello che poteva succedere, Antonio Messina le disse che questo omicidio fu deciso soltanto da Riina, ovvero che fu la Commissione, o comunque in senso ampio Cosa Nostra a decidere questo omicidio di Mattarella?

SPATOLA: l’omicidio dell’onorevole Mattarella è stato soprattutto deciso dai corleonesi. Per corleonesi non indico solo Totò Riina, certamente c’era il benestare di Ciccio Madonia su cui ricadevano determinate zone, c’era il benestare di Greco. Cioè la maggioranza era con lui, sia il Michele Greco, sia il Calò, per cui altri che si potevano apporre a quel tempo, come Stefano Bontade o Salvatore Inzerillo…

GIUDICE: allora mi dica, per quello che le risulta, Brusca Bernardo faceva parte della corrente dei corleonesi?

SPATOLA: sì.

GIUDICE : Provenzano?

SPATOLA: sì.

GIUDICE : Madonia lo ha già detto.

GIUDICE : quali altri imputati mi dimentico Pubblico Ministero?

P.M.: Gerace.

GIUDICE: Nenè Gerace?

SPATOLA: sì, Nenè Gerace di Partinico è della… corleonese.

GIUDICE : quindi l’omicidio Reina, per quello che le risulta, fu senz’altro deciso da questa…

SPATOLA:  dai corleonesi. Erano loro che potevano…

GIUDICE: di cui fanno parte queste persone che io le ho nominato adesso: Calò, Brusca, Provenzano, Geraci e Madonia.

SPATOLA: sì, sono…

GIUDICE: e Greco Michele.

SPATOLA: e Greco Michele.

GIUDICE : va bene. Ora questo è intanto il discorso Mattarella.

PRESIDENTE: verbalizzazione riassuntiva da non registrare… (verbalizzazione riassuntiva)…

PRESIDENTE: se è sbagliata la mia verbalizzazione riassuntiva me lo dica. Era Nenè Passarante il capofamiglia o no?

SPATOLA: in precedenza, fino al 74.
(verbalizzazione riassuntiva)

PRESIDENTE : allora queste notizie relative all’omicidio di Piersanti Mattarella a lei vengono da Pino Ala, perché Pino Ala…

SPATOLA: ma non è che mi venissero solo da Pino Ala. C’erano altri che conoscevano la realtà… altri, sia uomini d’onore, come i fratelli Caro, campobellesi, della famiglia di Campobello, ma inseriti anche in logge massoniche e quindi determinate cose erano più a conoscenza degli altri. Cioè della realtà palermitana ne erano più a conoscenza e quindi…

PRESIDENTE : chi erano questi?

SPATOLA: Rosario Caro e Federico Caro.

PRESIDENTE: fratelli?

SPATOLA: sì, sono entrambi fratelli e abitano in Palermo.

PRESIDENTE :…(verbalizzazione riassuntiva)… i fratelli come si chiamano?

SPATOLA: Federico e Rosario Caro. Anzi a questo proposito su Federico Caro ho parlato di una riunione nell’agosto del 79 dove era presente in Tre Fontane… ci fu una riunione… cioè parlando di Federico Caro parlo di uno che all’interno della loggia è un trentatré.

PRESIDENTE : è un?

SPATOLA: è un trentatré di grado massonico.

GIUDICE: scusi, lei è massone?

SPATOLA: no, stavo per esserlo, quindi sono documentato.

PRESIDENTE: costoro erano anche massoni?

SPATOLA: credo che siano ancora massoni, non sono morti.

GIUDICE : per quanto riguarda l’omicidio dell’onorevole La Torre, lei apprese di questo omicidio all’interno di Cosa Nostra? Nell’82 lei era già uomo d’onore.

SPATOLA: sì, nell’82, quando ci fu questo omicidio io ero detenuto all’Ucciardone e quindi se ne parlava che era stato bene ammazzarlo perché si occupava di antimafia, si occupava di fare delle leggi contro la mafia, perché non la si chiamava ancora Cosa Nostra.

PRESIDENTE : un momento, lei ha detto che in quel periodo era detenuto. Poi lei specificherà i suoi periodo di detenzione.

SPATOLA: sì.

PRESIDENTE: intanto lei mi dica qual è il suo periodo di detenzione riferito a questo periodo.

SPATOLA: fui arrestato a febbraio dell’82 e scarcerato a gennaio dell’83.

PRESIDENTE : questo si parlava e si diceva lo vogliamo mettere a fuoco specificando chi glielo ha detto mentre lei era detenuto?

SPATOLA: quand’ero detenuto in quel periodo che fu ucciso ero alla quinta sezione e quindi gli uomini d’onore con cui ero più referente era Rosario D’Agostino in quel periodo.

PRESIDENTE: uno solo?

SPATOLA: Rosario D’Agostino… sì, era… diciamo non è che ci fosse un altro mio coimputato su… Salvatore Panzera ed altri di cui non… momentaneamente non ricordo il nome.

PRESIDENTE: di dove erano questi due, D’Agostino e Panzera?

SPATOLA: D’Agostino di Palermo, Panzera è originario di Raffadano (o nome simile).

PRESIDENTE: e dicevano che avevano fatto bene ad ammazzarlo per le sue iniziative nella lotta alla mafia.

SPATOLA: iniziative, si, della lotta antimafia. Questo era quello che si diceva in quel momento.

PRESIDENTE: fatemi verbalizzare questo. …(verbalizzazione riassuntiva)…

SPATOLA: poi successivamente anche con altri se ne parlò, quali Armando Bonanno in seguito, anche con Peppuccio Madonia.

PRESIDENTE: in seguito quando?

SPATOLA: verso la fine dell’82, quando fui trasferito all’infermeria. …(verbalizzazione riassuntiva)…

PRESIDENTE: da Armando Bonanno e chi?

SPATOLA: da Peppuccio Madonia, Stefano Fontana, Totò… anche questo credo che sia stato ucciso… Totò Anselmo, con cui eravamo nella stessa stanza, Domenico Adamita ed altri… Salvatore Anselmo.

PRESIDENTE : ed altri. Va bene, per la riassuntiva può bastare.

GIUDICE: al di là del commento positivo sull’uccisione, le dissero che questa uccisione era stata deliberata…

SPATOLA: che era opera nostra fuor di dubbio. Che era stata opera nostra.

GIUDICE: sa chi ha commesso questo omicidio?

SPATOLA: no, non ne sono stato informato, né tantomeno mi riguardava chi era direttamente questo… chi era stato. Era una cosa nostra e tanto bastava. Solo che in seguito, dopo la mia scarcerazione, tornammo su questo argomento. Cioè quando io venni scarcerato, a gennaio dell’83, quindi trovai la nuova realtà che era la legge Rognoni-La Torre. Quindi visti i problemi che c’erano, in banca si doveva stare attenti a non superare i venti milioni, se no venivi segnalato… e quindi chiesi se era stato veramente un bene uccidere l’onorevole La Torre, visto che dopo la sua morte era scattata questa legge che ci… cioè erano aumentate anche le richieste di misure di prevenzione, viste queste cose, per cui pensavo che… e chiesi che non era stato tanto intelligente. E mi si disse che sì in realtà era questo suo impegno antimafia, ma c’era anche qualcos’altro che aveva fatto scattare questo omicidio.

GIUDICE : e che cosa?

SPATOLA: era stato questo suo impegno anche antimafia, il suo impegno pacifista in quel periodo che disturbava praticamente l’installazione e quindi i lavori per Comiso.

PRESIDENTE : questo specificatamente da chi lo ha sentito?

SPATOLA: da Antonio Messina.

GIUDICE: mi scusi, ad Antonio Messina cosa interessava che vi fossero dei lavori a Comiso per l’installazione…

SPATOLA: ma non è che interessavano a lui personalmente, questo non so se… credo di no, ma lui come ho già riferito in quel periodo, nell’83, aveva un ruolo di primo piano in provincia, visto che c’era stato anche l’arresto di Mariano Agate, e quindi il referente con Palermo in determinati casi ne era per cui era a conoscenza di decisioni particolari prese in Palermo.

GIUDICE : interessava a chi quindi questa installazione del…

SPATOLA: interessavano soprattutto… non lo so a Cosa Nostra. A Cosa Nostra può interessare quella fettina che… quella fetta che… su cui nel territorio indubbiamente si deve mettere le mani.

PRESIDENTE: lo specifichi meglio questo discorso.

PRESIDENTE : ma non c’è un lavoro in una zona della Sicilia dove… un appalto dove non ci sia una fetta per Cosa Nostra.

GIUDICE: quindi diciamo da un punto di vista economico?

SPATOLA: sì. Se poi questi interessi coincidono con altri interessi, allora Cosa Nostra se ne assume la responsabilità di eliminare queste difficoltà, quale era l’interesse dell’onorevole La Torre.

GIUDICE : lei sta facendo capire, non so per quanto lo sa o per quanto lo intuisce, o comunque le è stato ventilato, perché non è chiaro… se lo può specificare meglio… che vi fossero degli altri interessi di cui Cosa Nostra si sia fatta portatrice in qualche modo? Cioè abbia eliminato l’onorevole La Torre per questo impegno pacifista che dava fastidio a qualche altra forza che io non capisco quale possa essere.

SPATOLA: forza io intendo su chi aveva interessi politici perché fosse installata questa base a Comiso, e a cui lui si opponeva. C’erano manifestazioni che ritardavano i lavori, che ritardavano l’installazione, e quindi interessi anche economici su cui Cosa Nostra ha la sua fetta e quindi gli torna utile che questa difficoltà si abbatta. Ma non era solo Cosa Nostra ad avere questo interesse, gli altri… non lo so chi siano gli altri.

GIUDICE: sa come era composta la commissione di Cosa Nostra in questo periodo nell’omicidio La Torre?

SPATOLA: nell’omicidio La Torre era già composta da Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Nené Geraci… non ricordo altri.

PRESIDENTE : Greco Giuseppe non c’era?

SPATOLA: no, non ne sono a conoscenza, ma credo che poi se si riferisce a Greco Giuseppe Scarpuzzedda, o Scarpa, che in realtà si dice Scar… ma è Scarpa il suo soprannome, non poteva in quel momento esserlo, in quanto lui subentrò dopo a Michele Greco, per cui non poteva fare parte di quella Commissione.

PRESIDENTE: perché ci fu un momento in cui Michele Greco fu accantonato?

SPATOLA: dopo l’arresto sì. Ma no solo dopo l’arresto, anche prima di essere arrestato su Michele Greco gravavano le colpe di Buscetta, nel senso che il pentimento di Buscetta aveva messo in difficoltà Cosa Nostra e a Michele Greco si rimproverava il fatto che quando si era deciso di ucciderlo già nel 70 l’unico ad opporsi all’uccisione di Buscetta era stato Michele Greco.

GIUDICE : non Bontade?

SPATOLA: no, che io sappia Michele Greco.

PRESIDENTE : perché nel 70 era stato deciso di uccidere Buscetta?

SPATOLA: ma perché era alleato con Angelo La Barbera, quindi si pensava di uccidere anche lui… da parte dei corleonesi di uccidere anche lui.

PRESIDENTE : e lei quando lo ha saputo questo?

SPATOLA: ma quando praticamente Buscetta poi in seguito ha combinato quello che combinato, anche commentando col mio capofamiglia, dice: “vedi, se nel 70 Michele Greco se ne stava buono, non interveniva per salvargli la testa, non sarebbe successo quello che è successo adesso”.

Giuseppe Zupo arringa 04.04.1991- prima parte

… perché è morto Gaetano Costa procuratore della Repubblica di Palermo. Per rispondere occorre ricostruire innanzi tutto il dove, il quando, il come.

… Dove? Quando? Palermo, fine degli anni 70. Palermo è una città difficile, pericolosa, sonnolenta, permeata di mafia in tutte le strutture, Palermo è una città piena di mafia. Così la descrive Rocco Chinnici, in un documento che richiameremo spesso, non solo per l’autorità della persona anch’essa suggellata dalla morte, ma perché in esso, in una lettura attenta e penetrante di alcuni suoi passaggi essenziali riteniamo vi siano le chiavi per entrare laddove a Costa e a Chinnici fu impedito di entrare. Si tratta dell’audizione del 25 febbraio ‘82 da parte della prima commissione referente del Consiglio Superiore della Magistratura, nel procedimento che come sappiamo dopo la morte di Costa si instaurò circa il comportamento dei sostituti Croce e Sciacchitano nella riunione del 9 maggio ‘80; riunione di cui tanto ci siamo occupati nell’istruttoria dibattimentale e di cui parleremo più estesamente in seguito.

Piena di mafia, ma quale mafia. La parola è generica e si rischiano equivoci se non la si colloca in un determinato contesto soprattutto economico e politico. Si veda ad esempio l’audizione del dr. Costa dalla Commissione parlamentare antimafia il 28 marzo ‘69 opportunamente pubblicata dal giornale L’Ora di Palermo il giorno dopo il suo assassinio. Lì egli coglieva con grande lucidità il nesso tra trasformazioni del tessuto economico dell’isola e mutamenti della mafia da agraria ad urbana, dal feudo e dalla guardiania alle mani sulle pubbliche amministrazioni delle città, agli appalti espressamente indicati anche nella tipologia delle possibili procedure truffaldine, ed eravamo ancora nel 1969 pensate che antiveggenza, che capacità di analisi. Quali erano dunque i connotati salienti della mafia della fine degli anni ‘70? Il sacco edilizio della città è ormai in gran parte consumato; c’è il filone dei lavori pubblici che dipende dalla forza dei legami con i settori amministrativi e politici per condizionare, innanzi tutto, il flusso del denaro pubblico che dal governo nazionale e regionale si riversa sulla città; e poi l’assegnazione degli appalti; questi ultimi servono anche, sebbene in misura che va attenuandosi, per il riciclaggio del denaro che viene dal filone più recente e più ricco: la droga. La droga ha assunto una tale importanza per l’intensificarsi del traffico internazionale verso gli Stati Uniti da porre, da tempo, problemi nuovi per l’investimento dell’immenso surplus finanziario della mafia.

… Del resto è Buscetta stesso che … di fronte alle insistenze di Falcone si confessa: tutte le famiglie palermitane sono coinvolte nel traffico degli stupefacenti; so con certezza perché riferitomi da Stefano Bontade e dallo stesso Salvatore Inzerillo che i più attivi nel traffico di eroina sono e qui segue l’elenco nel quale figura lo stesso Salvatore Inzerillo.

… Già da tempo dunque il surplus finanziario derivante dal traffico di droga ha imposto nuovi sbocchi e investimenti a più largo raggio, Palermo non basta più e ha un livello, questi investimenti, impensabile ai tempi della torbida economia delle campagne e anche in quella dei primi esperimenti sulle città. Ed ecco, ecco l’uomo, ecco il ruolo di Sindona ….il mago della finanza.

…. al vertice di un impero che sugge linfa dai traffici della mafia; ma per fortuna, e lo possiamo ben dire, a un certo punto il meccanismo si inceppa, qualcosa non ha funzionato secondo le aspettative. Si sono fatte molte ipotesi in proposito, era l’uomo che aveva appunto salvato la lira, l’uomo della provvidenza; una reazione dei vertici sani dell’economia di fronte ad uno strapotere che diventava ogni giorno più invadente e pericoloso; un errore nelle alleanze politiche … Sta di fatto che qualcosa non funziona e il meccanismo si inceppa. Cuccia e la Banca d’Italia non coprono i giochi, negli Stati Uniti la potentissima banca sindoniana va in fallimento e vanno in fallimento di conseguenza le banche italiane collegate al giro. La reazione è violentissima, almeno in Italia; Cuccia, Cuccia è lui il Gotha dell’industria italiana, Mediobanca è colui che ha fatto il bello e il cattivo tempo nell’economia italiana ma da quaranta anni a questa parte; Cuccia subisce due attentati … Ambrosoli liquidatore delle banche del finanziere di Patti, uomo integerrimo e competente per tanti versi simile a Costa anche nel destino, viene assassinato il 12 luglio del ’79, siamo nei dintorni. Sui vertici della Banca d’Italia si abbatte un ciclone senza precedenti con l’arresto di Sarcinelli e il mancato arresto, ma solo in extremis dello stesso governatore della Banca d’Italia, … in America non si scherza e lì Sindona viene arrestato senza tanti complimenti e malgrado i graziosi affidatari di tanti illustri personaggi nostrani tra i quali l’ex Procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo, anche lui della stessa loggia massonica P2; dietro tutto la regia … della loggia massonica P2. Una regia presente anche in quella sorta di colpo ad effetto fatale che doveva essere il finto sequestro di Sindona ad opera di un gruppo terroristico di sinistra.

… Un sequestro operato in America dove Sindona il 3 agosto del ’79, guardate le date, sparisce dall’hotel Pierre sua residenza in stato di libertà sulla parola e dove ricompare, come Garibaldi ferito ad una gamba, ma molto meno nobile, il 16 ottobre successivo. Nell’intermezzo il 9 ottobre del ’79 viene fermato dalla polizia a Roma mentre sta recapitando all’avvocato Guzzi una delle lettere del cosiddetto sequestrato, tale Vincenzo Spatola di professione almeno quella dichiarata, costruttore edile in Palermo. Si accerterà poi che il finto sequestro di Sindona è stato concertato e gestito da ambienti massonici e piduisti che hanno ospitato Sindona a Palermo e dalla cosca mafiosa dei Gambino, quelli americani e quelli italiani, degli Spatola, degli Inzerillo, dei Bontade.

… la messa in scena del finto sequestro mira sicuramente e accertatamente a ricattare ambienti che contano per ottenere finalmente l’avalla ad una operazione di salvataggio con denaro pubblico.

… l’incontro tra Bontade e gli altri Spatola, Inzerillo etc. come è noto, avvenne tra Sindona, Bontade e Inzerillo nell’agosto del ’79 sapete dove? negli uffici dell’altro costruttore di famiglia Rosario Spatola.

Ecco dunque il livello signori della Corte… a cui si situava all’epoca dell’omicidio Costa il raggruppamento mafioso degli Inzerillo, Bontade, Spatola, Gambino, Di Maggio…. questa cosca dominante che la fa da padrona forte dell’intreccio con settori importanti, assai importanti dell’apparato politico finanziario espresso da Sindona.

…. Tutto questo era, ci sembra, abbastanza chiaro anche al consigliere Falcone il quale così scriveva nel mandato di cattura del 9 luglio ’83: “Per quanto concerne l’Inzerillo” diceva Falcone “basterà richiamare l’ordinanza di rinvio a giudizio nel procedimento penale contro Spatola Rosario ed altri del 26 gennaio ‘82 che ha trovato autorevole conferma nella sentenza dibattimentale etc. Da tale provvedimento emerge che il predetto Inzerillo era il capo indiscusso della cosca mafiosa di Uditore Passo di Rigano, collegata con quella dei cugini Gambino degli USA e che lo smercio dell’eroina in tale paese era la più lucrosa delle attività illecite di tale organizzazione.

… La famiglia di Inzerillo era particolarmente legata a quella di Stefano Bontade… i motivi di tale guerra ormai sono chiari… il predominio nel traffico degli stupefacenti, dalle dichiarazioni di un imputato particolarmente attendibile perché riscontrate etc. risulta in sintesi che Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo consapevoli della forza delle proprie organizzazioni e delle loro alleanze intendevano fare la parte, loro, del leone nella spartizione dei proventi del traffico degli stupefacenti estromettendo le altre organizzazioni e in particolare quella dei corleonesi capeggiati da Riina…. Anzi era intenzione del Bontade e degli Inzerillo di attirare in un tranello i capi delle cosche avversarie per sterminarli. Il tranello però non funzionò e la vendetta contro Bontade etc fu bestiale.”

… Al predominio della cosca Bontade, Inzerillo, Di Maggio, e company fanno da contrappunto per completare il quadro di quella Palermo, di quella città di Palermo primo: un lavoro della commissione antimafia vasto e complesso, ma che ha inciso poco sui nodi essenziali per motivi facilmente intuibili dopo quanto abbiamo cercato di ricordare. Secondo: un mondo politico nazionale e siciliano fortemente intimidito dall’eliminazione brutale ed oscura di uomini come Aldo Moro, è morto nel ’78 un anno prima …. E l’eliminazione di Michele Reina segretario provinciale dello stesso partito assassinato il 9 marzo ’79 dopo avere annunciato, appena poche ore prima, di volere aprire il governo dell’isola alle forze sane dell’opposizione.

… Terzo punto: un mondo della giustizia magistrati e polizia giudiziaria fermo quando non acquiescente, nel quale comunque la paura si taglia a fette. L’ultimo processo memorabile alla mafia quello cosiddetto dei 114 si era risolto malgrado gli sforzi del povero giudice Terranova, anche lui ammazzato, prima di Costa, in una memorabile sconfitta davanti ai giudici di Catanzaro e si trattava di fatti vecchi di dieci anni prima e più, poi il vuoto tanto che il consigliere Martorana sentito in questa aula ha dovuto annaspare indietro fino al 1970 per cavare dalla sua memoria un processo di rilievo, e non è che non vi fossero stati delitti e delitti di ogni genere: dagli omicidi di Reina a quello del sindaco di Castelvetrano al colonnello dei carabinieri Russo al mafioso Di Cristina, alle decine di confidenti della polizia sistematicamente eliminati come ha ricordato il questore Immordino dando un quadro veramente impressionante della situazione da lui trovata al momento dell’assunzione della carica in Palermo nel dicembre del ’79. Ed è la stessa situazione in cui alla Procura della Repubblica di Palermo arriva un uomo dal nome comune in Sicilia: Gaetano Costa.

… Ed un commento ci ha colpito per la sua sobria intensità, un articolo del giornalista Mario Farinella, gettato giù a caldo, come si suol dire, su l’Ora del giorno successivo all’omicidio, leggiamolo:

“ Nessuno del resto era meno simbolo di Tano Costa, si può dire anzi che era l’antisimbolo, era l’antisimbolo per cultura, per educazione, per naturale disposizione. Si considerava ed era soltanto un caparbio amministratore della giustizia, un uomo apparentemente comune, disadorno, dalla vita semplice; essenziale nelle parole, nei gesti, nel lavoro e perciò era un magistrato di audace modernità, razionale e puntiglioso, comprensivo, di raro rigore morale ed intellettuale. Lo si è visto nel modo di affrontare e impostare le inchieste sulle cosche e intricate trame internazionali della mafia, quelle che a primo vedere ne avrebbero determinato la morte.”

…. un siciliano di razza schietta che viene da una terra, Caltanissetta, dove la mafia agraria aveva espresso le sue massime autorità, un uomo affabile e colto, forte, pacato, schivo e concreto, conoscitore profondo di uomini e cose. Ha combattuto la mafia in altri processi, ne segue l’evolversi la sua audizione dalla Commissione antimafia nel ’69, i suoi appunti sul tema, la sua assidua ed attenta partecipazione al convegno di magistratura democratica a Palermo ne sono conferma. Sa come muoversi in un ambiente nuovo, infido e pericoloso come quello di Palermo. – Io ebbi la sensazione che Costa fosse molto, ma molto prudente – esclama il pur prudentissimo consigliere Chinnici, ma questa virtù non ha salvato né l’uno, né l’altro.

… Tra Costa e Chinnici, così diversi tra loro, corre presto intesa e reciproca stima, sanno di potersi fidare l’uno dell’altro, in una città … in cui non ci si può fidare di nessuno.

… Bisognava dunque essere accorti, agire senza clamori, valorizzare in una situazione per tanti aspetti paurosa, gli elementi positivi che sembravano accennare ad una ripresa. Alla Regione il giovane Presidente Piersanti Mattarella sembra infatti intenzionato ad andare a fondo nel rinnovamento della pubblica amministrazione, a cominciare dal Comune di Palermo, quel Comune dove troppo spesso la mafia ha fatto il bello e il cattivo tempo.

In Questura c’è Immordino, anch’egli siciliano verace, buona tempra che non vuole andare in pensione lasciando lo sfascio che ha trovato. E nel Palazzo di giustizia se Pizzillo Presidente della Corte di Appello ha ritardato di 6 mesi la presa di possesso della carica da parte di Costa e con il Procuratore generale Viola non c’è grande affiatamento, con Chinnici si ragiona, ci si incontra, a volte in gran segreto, si collabora ad instaurare un nuovo clima nei due uffici incoraggiando i giovani magistrati ed educandoli ad una conduzione non superficiale delle indagini più pericolose e difficili.

… Ognuno forte o debole che sia, preparato o meno viene investito di responsabilità messo alla prova, consigliato e sostenuto, non è un pool orrenda parola di importazione, è una scuola, scuola di formazione umana e professionale … un esercizio di disciplina sui fatti concreti della vita di ogni giorno, quei fatti che per un magistrato inquirente si chiamano inchieste, reati, processi, un esercizio delicato e a Palermo in certi casi assai pericoloso.

Da qui l’insistenza di Costa a non personalizzare l’inchiesta, … Una sollecitudine invano, disperatamente invocata a Roma, signor Presidente, signori giudici vi abbiamo prodotto quei verbali del Consiglio Superiore che sono un’altra pagina della storia giudiziaria del nostro paese, quelli in cui viene sentito il consigliere Amato, leggetele perché il consigliere Mario Amato dopo poco anche lui stava sul selciato ucciso, guarda caso, dalla stessa parte che oggi viene indiziata dell’omicidio Mattarella.

… Ed è inequivocabile l’accenno che Gaetano Costa fa alla giornalista Bartoccelli all’indomani dell’assassinio di Mario Amato ad opera del terrorismo neofascista. “Ultimamente”, dice, “un giornale del nord mi chiese di indicare un sostituto della Procura esperto in un particolare settore, dice Costa, mi sono rifiutato e ho detto che tutti i magistrati della Procura sono competenti in tutto”. Avevano capito tutto questo i sostituti della Procura di Palermo? comprendevano il peso che gravava sulle spalle di quell’uomo?

… Ebbene cosa avvenne nella sostanza quel mattino del 9 maggio di 11 anni fa?

… il procuratore già da alcuni mesi stava lavorando su una pista promettente e a lui più congeniale, quella dell’intreccio affari politica che si dipartiva da alcuni appalti truccati del Comune di Palermo, impugnati dal Mattarella e andava su, oltre i nomi dei costruttori che per altro facevano sempre capo alla cosca denunciata da Immordino. … Costa sapeva dunque che la direzione in cui il Questore aveva mosso le sue forze era quella giusta … Immordino aveva fatto a lui e a Chinnici discorsi chiari e largamente condivisi. … Ed insieme a Chinnici avevano stabilito, i tre, di tener duro di non rompere le righe, di fare è testuale la frase – fronte unico – per restaurare l’autorità dello Stato e con essa almeno un minimo di legalità.

Che avrebbe significato in una situazione del genere fare poche convalide come volevano Croce e Sciacchitano: sette-otto su ventotto ha detto Croce al Consiglio Superiore della Magistrature, ma Pignatone che era stato tra i convocati alla riunione a casa di Sciacchitano la sera precedente, dice schiettamente che – noi altri avendo già esaminato detto documento sapevamo che se ne poteva salvare comunque ben poco -. Ha risposto in proposito lo stesso Martorana, fonte insospettabile, nella sua deposizione al Consiglio Superiore della Magistrature,- se le convalide fossero state poche il fatto sarebbe apparso come una clamorosa smentita del rapporto stesso-, con la conseguenza questo non è ancora Immordino questo sono io, che il sostituto Aliquò dice – il Procuratore ebbe ad esplicitare di possibili accuse di connivenza con i mafiosi-, che sarebbero venuti dagli ambienti della polizia a quel punto.

C’erano già. Ma perché la riunione allora, perché la riunione di quel mattino del 9 maggio ? … non poteva egli, il Procuratore capo, imporsi o trovare vie meno esposte, più diplomatiche per raggiungere l’obiettivo ? … Fu dunque un errore quella riunione in piena mattina tutti nella stanza del capo con fuori avvocati, parenti e giornalisti e un città dal fiato sospeso ?
No, per come era fatto Gaetano Costa fu un atto di necessità. E occorre dire che questo è il punto più oscuro e più inquietante del comportamento dei due sostituti incaricati dell’inchiesta e di chi come Scozzari, con la sua riconosciuta intelligenza, lucidamente vi dette mano, perché ? se il dubbio circa la tenuta del rapporto poté essere onesto, onestamente andava manifestato e subito al Procuratore capo.

… E qual’era, qual’era l’impedimento a parlare delle proprie perplessità con un capo così sollecito, affabile e comprensivo? e invece no, si va avanti con gli interrogatori, si fa intendere chiaramente o addirittura, si dice … che si tratta di acqua fresca e tutti saranno fuori in capo a poche ore. Poi la sera ci si raduna in pochi, si guardano le carte, ma non erano coperte da segreto istruttorio ? evidentemente il garantismo di qualcuno funziona a senso unico e ci si galvanizza per l’indomani e tutto questo alle spalle del Procuratore, tradendone la fiducia anzi preparandosi a fronteggiarne la forte personalità in una situazione per lui di obiettiva difficoltà, quale? L’indomani a un’ora, a un’ora e mezza da quando il duo Croce e Sciacchitano gli porta la bella notizia del rifiuto di convalidare i fermi ammantata di scrupoli garantistici, scadevano i termini.

Costa capisce, capisce il detto ed il non detto, intuisce che nella riunione notturna di cui gli si da notizia ora, si è stabilito un fronte che minacciava di sabotare la prima risposta forte dello Stato alla mafia dopo 10 anni di vuoto. Non è uomo di imposizioni brutali.

… Tra i nomi del rapporto vi erano pezzi da novanta, veramente paurosi ha detto Immordino che pur in tanti anni di polizia nell’isola di questi pezzi deve averne incontrati tanti e Costa decide di metterli alla prova quei suoi discepoli … per sapere su chi può fare veramente affidamento e da chi eventualmente guardarsi. Qui a nostro avviso sta la spiegazione di quel suo atteggiamento ostinato e radicale, convalida globale, che egli contrappone a quello altrettanto globale di Scozzari, scarcerazione globale.

Tra l’una e l’altra sponda dovranno schierarsi, pensa, e qui rivelarsi, scoprire il fondo del loro carattere e quando tutti si saranno dislocati si deciderà, lì, il da farsi con una soluzione che comunque non getti a mare il rapporto. Ed è qui che interviene l’imprevedibile e la situazione va fuori controllo; Croce o Sciacchitano, uno dei due certamente, lo dice Martorana al Consiglio Superiore della Magistratura, con tono ghiattante gli lancia la sfida: a questo punto li convalidi lei. Cosa avreste fatto al mio posto?

chiede Costa ai sostituti che silenziosi e sgomenti gli si stringono attorno dopo che la sfida è stata raccolta senza parole, senza questioni, col semplice tratto di quella firma solo un po’ più dilatato e grande del solito, come ricorda Geraci. … Costa dunque era riuscito a tener fermo l’obiettivo di non sfaldare il fronte esterno tra forza di polizia e magistratura inquirente ed aveva raggiunto anche l’obiettivo interno di conoscere e pesare meglio i suoi collaboratori, ma a quale prezzo, a quale prezzo! lui ormai era un bersaglio, il bersaglio, questo a Palermo lo capivano anche le pietre.

Il modo con cui il duo Croce e Sciacchitano aveva dato la notizia… aveva senz’altro aggravato un esposizione a quel punto, per altro, inevitabile. Chinnici che la leggeva bene dice al Consiglio Superiore della Magistratura: – allora ebbi la sensazione che ci fosse stata una affermazione come per dire noi non ci entriamo in tutta questa faccenda-. La verità è che chi si chiamava fuori, come i due sostituti, di rischi seri non ne correva perché la questione per la mafia, per quella mafia non era di vendicare un preteso torto, bensì di leggere bene anch’essa la situazione e individuare i punti di forza del campo nemico, come faceva Costa, i soggetti capaci e irriducibili che potevano minacciarla e questi soggetti non si chiamavano certo né Croce né Sciacchitano.