Gli iscritti alla P2 nel 1971 – estratto libro “I massoni in Italia”

(…) A quel tempo Gelli aveva già strutturato la P2 come un mondo del tutto separato dall’universo massonico ma presente, e ai più alti livelli, in ogni settore della vita pubblica, dei ministeri, delle banche e delle forze armate. La sede era in una palazzina di via Cosenza, a Roma, presidiata in permanenza dai fedelissimi generali Franco Picchiotti e Luigi De Sanctis. Lo schedario comprendeva nomi del calibro di Nicola Picella, segretario generale della presidenza della Repubblica e tra i politici erano stati arruolati Forlani, Stammati, il senatore democristiano Vincenzo Carollo, il deputato romano Umberto Righetti, i repubblicani Emanuele Terrana e Pasquale Bandiera, il socialista all’apice dell’ascesa Luigi Mariotti, l’ex ammiraglio Gino Birindelli, che lasciata l’uniforme era andato a intrupparsi nel Movimento sociale italiano ad alimentare i sogni di grandezza di Giorgio Almirante.
Il 30 per cento dei membri della P2 erano direttori generali o comunque alti funzionari di ministeri, enti pubblici e parapubblici: Luigi Samuele Dina, direttore generale del ministero della Difesa, Mario Besusso, direttore per la Cassa del Mezzogiorno, Aldo Fraschetti, ex direttore generale dell’Anas, Carlo Biamonti, dell’Enpas, Antonio De Capua, Ministero dell’Interno, Giuseppe Catalano, direttore della Banca d’Italia, Giuseppe Arena, ufficio italiano dei cambi. Pochi e non di primo piano i magistrati: Marco Lombardi, consigliere di corte d’Appello, Domenico Raspini, presidente del tribunale di Ravenna in compagnia di un altro ravennate, Edoardo Zambardino, del magistrato a riposo palermitano, Giuseppe Mannino e di Francesco Pinello e Giuseppe Del Pasqua.
Consistente e di buon peso la rappresentanza del mondo imprenditoriale, dove brillavano le stelle Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli. Seguivano l’industriale aeronautico Domenico Agusta, quelli dell’abbigliamento Vincenzo Monti e Mario Lebole (di questo Gelli sarebbe anche diventato socio), il titolare dell’industria elettronica romana Voxson, Umberto Ortolani, l’industriale del caffè, Giovanni Danesi, il presidente dell’Alsor-alluminio Sardegna, Giorgio Costa e l’armatore triestino Giorgio Vassilà.
L’architrave della P2 era però costituito da militari, vecchia passione  e lucida intuizione di Gelli, che ne aveva capito l’importanza e valutato il peso nella vita della nazione molti anni prima che i grandi partiti popolari italiani cominciassero a esplorare quell’universo a loro completamente sconosciuto. Di militari nella P2 ce n’erano talmente tanti che avrebbero potuto riunirsi in una caserma. Dietro al massone della prima ora Saverio Malizia, in lista fin dal 18 dicembre 1961, stavano allineati e coperti Vito Miceli, fresco di nomina a capo del Sid, OSvaldo Minghelli, ufficiale di Pubblica Sicurezza, Renzo Apollonio, che sarebbe diventato presidente del tribunale militare dopo aver fatto un tentativo per arrivare al comando dei carabinieri, Siro Rosseti, di cui erano note le simpatie per il Partito comunista e che dirigeva il servizio informazioni dell’esercito, Antonino Anzà, aperto ai socialisti, che dopo aver comandato con abilità e saggezza il quinto corpo d’armata avrebbe cercato di diventare comandante dei carabinieri, o capo di stato maggiore dell’esercito o capo di qualunque altra cosa e sarebbe morto tragicamente, Paolo Gaspari, protagonista di una memorabile battaglia contro il generale Giovanni De Lorenzo. Scarsa la presenza dell’aeronautica, il cui uomo più in vista nella P2 era il generale Duilio Fanali.
Consistente quella dei carabinieri che oltre a Picchiotti allineavano Luigi Bittoni, che era stato capo di stato maggiore ai tempi di De Lorenzo, Igino Missori che comandava la divisione carabinieri Lazio e sarebbe diventato vice comandante dell’Arma, gli allora colonnelli Emilio e Umberto De Bellis, Giuseppe Cianciulli e Giuseppe Bernabò Pisu seguiti da un battaglione di maggiori e capitani.
La parte del leone la faceva però la guardia di finanza, altra furbissima intuizione gelliana. Le fiamme gialle avevano nella P2 i generali Fausto Musso, di Bolzano, e Salvatore Scibetta, di Roma, il colonnello Amedeo Centrone, di Perugia, tre tenenti colonnelli, Pietro Aquilino, Enzo Climinti E Roberto Manniello, i capitani Angelo Iaselli e Franco Sabatini, di Firenze, e Lino Sovdat, di Trento.
Un gruppo poderoso e presente praticamente ovunque davanti al quale la patetica P1 di Lino Salvini con i suoi mantelli e cappucci neri suscitava tenerezza e ilarità. (…) alla fine del 1971 il Gran Maestro nominò Gelli, fino ad allora factotum abusivo, segretario organizzativo della P2 (…). Poi consegnò lo schedario della P1 a Gelli: 450 nomi per lo più di medio livello. Il padrone della P2 non si contentò di questo ma pretese una procura scritta con la quale il Gran Maestro lo autorizzava formalmente a custodire lo schedario e in più gli delegava la sua più preziosa prerogativa: quella di poter iniziare segretamente nuovi fratelli.

Roberto Fabiani, “I massoni in Italia”, 1978

L’imputazione a carico di Tuminello e sua improcedibilità per prescrizione

La seconda questione attiene al ruolo giocato dal Col. TUMINELLO, all’ epoca comandante del Gruppo Carabinieri di Arezzo, nelle indagini relative all’ attentato dell’italicus. Il tema P.2, peraltro, è ricorrente nell’istruttoria e la figura di GELLI emerge in molti altri contesti, come si vedrà in seguito. Per ben comprendere la posizione del TUMINELLO occorre premettere che questi risultò affiliato alla P.2 (come pure risultarono affiliati alla P.2 il Gen. BITTONI, all’ epoca comandante della 5° Brigata Carabinieri di Firenze, l’Amm. BIRINDELLI) ed il prof. OGGIONI, persone tutte coinvolte a vario titolo nell’intricata vicenda che ora si cercherà di chiarire.
Peraltro il TUMINELLO doveva avere un rapporto diretto con GELLI, come traspare dalla deposizione del Col. Mario SANTONI al G. I. Di Venezia di data 13.2.1990 e dalla successiva deposizione dello stesso innanzi al G.I. atti dai quali si evince che il TUMINELLO provvide, almeno in un’ occasione, ad avvertire il Gen. MALETTI di un’ indagine sul conto del GELLI, che venne quindi bloccata:

” Allorché tornai a Roma da Pistoia il MARZOLLO mi informò che il Generale MALETTI era venuto a sapere della mia visita a Pistoia (appunto nell’ ambito dell’ indagine sul GELLI; n.d.r.), penso dal comandante del Gruppo di Arezzo, TUMINELLO, -poi risultato iscritto alla P.2- e che pertanto era andato su tutte le furie: MALETTI infatti disse testualmente a me “sei andato a toccare una persona sacra per noi, per il nostro Servizio”…”.

birindelli

Accadde dunque che il Generale BITTONI, in data 11.12 81 (cioè alcuni mesi dopo che gli elenchi degli affiliati alla P.2, nei quali egli stesso era inserito, erano divenuti pubblici) rese al P. M. Del processo bis delle dichiarazioni estremamente importanti, che successivamente rinnoverà, seppur poi sfumandole, innanzi alla Corte d’ Assise di Bologna (v. Sent 20.7.83 C. Ass. Bologna, f. 51 ess.). Il BITTONI affermò dunque, in queste due diverse sedi, che l’Amm. BIRINDELLI -già comandante delle forze N.A.T.O. per il Sud Europa e quindi passato alla politica nelle file del M.S.I.- nell’estate del 1974 gli aveva telefonato chiedendogli un appuntamento e, -incontratolo-, gli aveva passato un biglietto recante tre nomi -FRANCI, certamente, e probabilmente MALENTACCHI e BATANI- ed aveva affermato che, secondo informazioni provenienti dalla federazione dell’ M.S.I. di Arezzo, le predette persone erano implicate nella strage dell’ ITALICUS.

Il Col. TUMINELLO, come si è visto comandante del Gruppo Carabinieri di Arezzo, nel settembre del 1974 ricevette – giratagli dal Bittoni- la segnalazione in questione. Fece svolgere accertamenti a suo dire risultati negativi (v. Dichiarazioni TUMINELLO 19.12.81), ma nulla riferì all’a. G. Di Bologna che procedeva per l’attentato dell’ ITALICUS. Di qui l’imputazione di favoreggiamento a suo carico. Detto reato risulta prescritto nel settembre del 1989 (prescrizione nei quindici anni per il delitto di favoreggiamento aggravato, tenuto conto degli atti interruttivi) ed il Col. TUMINELLO va prosciolto, essendo il reato estinto per la causa anzidetta.

Gli elementi di prova a suo carico , infatti, sono tali da non consentire un proscioglimento istruttorio nel merito ai sensi dell’ art. 152 C. P. P.. A tal proposito va premesso che, come peraltro esplicitato dall’ art. 378 u.c.C.P. , a nulla rileva che il FRANCI ed il MALENTACCHI siano stati assolti con sentenza definitiva dal delitto di strage. Anzi, ciò in un certo senso aggrava la responsabilità dell’imputato in quanto, senza le omissioni del TUMINELLO, le indagini bolognesi avrebbero potuto orientarsi sul FRANCI e sul MALENTACCHI pressoché nell’ immediatezza del fatto (anziché ad anni da questo) e forse avrebbero potuto sortire risultati ben diversi da quelli ottenuti.

A carico del TUMINELLO va considerato, poi, che vi sono le dichiarazioni del BITTONI, (v. BITTONI, atti di sommaria), quelle dei M.lli CHERUBINI e BRODI (che negano di aver mai ricevuto l’incarico, da parte del Col. TUMINELLO, di controllare l’alibi del FRANCI; v. CHERUBINI e BRODI; atti di sommaria ), quelle del Cap. TERRANOVA (v. TERRANOVA, atti di sommaria) che esclude di aver fatto accertamenti sul FRANCI successivamente all’attentato dell’italicus, circostanza questa che, invece, il TUMINELLO avrebbe riferito al Gen. BITTONI; quelle analoghe del Cap. REGOLI e del Magg. PENZO (ibidem, f. 36 e 40) e, infine, la documentazione contenuta nel fascicolo n. 14181 del Gruppo Carabinieri di Arezzo, mai portata a conoscenza dell’ A. G. Di Bologna (in particolare i ff. 18 e 25 e ss.), contenente elementi tali da far sospettare l’implicazione del FRANCI in attentati ferroviari, e, in particolare, uno schizzo planimetrico riguardante un’ area ferroviaria.
Va aggiunto che il Col. Olinto DELL’AMICO, all’ epoca comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri Firenze, in data 9.2.82 consegnò al P. M. Di Bologna un biglietto di pugno del TUMINELLO recante i nomi di FRANCI e di Batani e appunti concernenti il FRANCI relativi all’ ipotesi di una sua implicazione nell’attentato di Vaiano ed al relativo alibi. Vero è, peraltro, che proprio questo materiale documentale ha fatto ritenere (e questa ipotesi è adombrata anche nella sentenza di primo grado dell’ ITALICUS) che la segnalazione del BIRINDELLI al BITTONI risalisse alla primavera del 1974 (e quindi ad epoca anteriore all’ ITALICUS) e si riferisse all’ attentato di Vaiano del 21.4.1974, ma tale congettura risulta inequivocabilmente smentita dalle deposizioni ARESU (ibidem, f. 19), MALVAGIA (f. 30) e TERRANOVA ( f. 41 ), nonché dalle stesse dichiarazioni rese dal TUMINELLO ancora in veste di testimone (f. 30) che collocano l’incontro BIRINDELLI-BITTONI e la successiva richiesta del BITTONI al TUMINELLO in epoca sicuramente successiva alla strage dell’ ITALICUS.

Detto questo, la vicenda può essere ricostruita come segue.
Nell’ agosto-settembre 1974 l’Ammiraglio BIRINDELLI si recò dal Gen. BITTONI e gli indicò tre nominativi di persone ( una delle quali il FRANCI), segnalategli come implicate nell’ ITALICUS da una non precisata fonte aretina. Il BITTONI passò la segnalazione al TUMINELLO per accertamenti. Questi omise qualsiasi indagine e non comunicò la segnalazione all’ A. G. di Bologna. Nel frattempo, molto tempo dopo, il FRANCI venne inquisito per l’attentato dell’ ITALICUS e rinviato a giudizio sulla base delle dichiarazioni di Aurelio FIANCHINI (che suscitarono sin dall’inizio dubbi e polemiche pubbliche fra innocentisti e colpevolisti), ma né il BITTONI, né il TUMINELLO fecero alcunché per segnalare gli elementi -di scarsissimo peso processuale, ma di notevole rilievo investigativo- che essi avevano a disposizione sul conto del FRANCI. Solo a dibattimento già iniziato e solo dopo la perquisizione di Castiglion Fibocchi, il BITTONI comparve sulla scena processuale con le note dichiarazioni, non smentite, ma fortemente stemperate dalle dichiarazioni rese sulla questione dal BIRINDELLI.
Viene a questo punto da chiedersi che senso abbia questa inutilmente intricata vicenda ed in proposito si deve tenere conto di alcuni fatti. In primo luogo della circostanza che sia il BITTONI che il BIRINDELLI che il TUMINELLO sono risultati affiliati alla P.2 e che la loro affiliazione è stata svelata a seguito della nota perquisizione. In secondo luogo del fatto che l’ Amm. BIRINDELLI risulta esser stato intimo di GELLI e collegato ai vari eversori toscani che gli facevano da guardaspalle durante le campagne elettorali (in particolare v. BROGI Andrea 23.4.87 int. ITALICUS).
In terzo luogo del fatto che la cooperazione fra l’ambiente piduista-militare filogolpista e i gruppi eversivi di destra a un certo punto -evidentemente- deve essere entrata in crisi. FRANCI e MALENTACCHI vennero tratti in arresto col venir meno, forse proprio nell’ estate del 1974, della praticabilità di quel colpo di Stato atteso già dal 1970. Se è così, non è azzardato ipotizzare che l’Amm. BIRINDELLI, ormai consapevole della pericolosità delle relazioni che aveva sino allora coltivato, abbia voluto lasciar traccia della sua presa di distanza dagli eversori. La pregressa contiguità a costoro rischiava infatti di divenire sempre più imbarazzante.

Ed è ragionevole che per distanziarsi, cautamente, come era necessario in un frangente così delicato, si sia rivolto al suo compagno di loggia BITTONI che, a sua volta, affidò la questione al TUMINELLO. Questi non indagò sul FRANGI, quale possibile autore dell’attentato dell’ ITALICUS, ma si limitò a tener memoria, per ogni evenienza della segnalazione del BIRINDELLI. Che il BITTONI, poi, abbia rispolverato la questione nel 1982 (e, si noti bene soltanto nel 1982, a istruttoria già da tempo conclusa) si spiega col fatto che -a quel punto, scoperta la sua affiliazione alla P.2, e sapendo dei nessi fra P.2 e eversione di destra- aveva tutto l’interesse a sottolineare la sua distanza da quell’ ambiente e -come traspare dai sui verbali- dallo stesso GELLI. I processi e le aule di giustizia sono stati utilizzati per uno scambio di segnali -niente di più- attorno al quale si sono affannati per lungo tempo Corte d’Assise, giudici e pubblici ministeri, senza che nulla di utile ne venisse all’accertamento della verità’, se non un ulteriore elemento di generica conferma degli ambigui rapporti fra esponenti di rilievo delle forze armate, massoneria deviata ed eversione di destra.

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 48-51

Olinto Dell’Amico – dichiarazioni 09.02.1982

Mi presento spontaneamente alla sv per produrre degli atti che ho rinvenuto nella pratica del nucleo operativo del gruppo cc di Firenze concernente l’ attentato avvenuto in localita’ Usella di Vaiano sulla linea ferroviaria Firenze -Bologna il 21.04.74. In particolare ho ritenuto che tali atti possano essere utili alle indagini della sv in quanto contengono tra l’ altro un biglietto recante l’ intestazione “il comandante del gruppo di Arezzo” contenente i nominativi di Franci Luciano e Batani Massimo, sui quali furono svolti accertamenti.

– Non ricordo che in relazione a queste indagini vi sia stato un interessamento del generale Bittoni. Io avevo rapporti diretti col comandante del gruppo e non gia’ col colonnello generale Bittoni.

Si dà atto che vengano prodotti i seguenti atti che si presentano spillati tra di loro in modo da formare un unico fascicolo che porta in alto a sinistra in rosso il numero “24/4.1.65” : appunto dattiloscritto composto da nr 2 pagine, una fotocopiata intestata “appunto per il signor colonnello” datato 29.04.74, l’ originale dell’ atto 29.04.74, altro appunto dattiloscritto datato 29.04.74 firmato dell’ amico, copia fotostatica dell’ atto precedente con annotazioni a mano con pennarello rosso, un biglietto intestato “gruppo carabinieri di Arezzo” – il comandante con annotazioni a mano, un biglietto manoscritto, appunto dattiloscritto “per il signor tenente colonnello Scalzone” con annotazioni a mano in rosso e in nero. Si da atto che si tratta di nr 9 fogli che vengono numerati progressivamente e siglati dall’ ufficio.

Letto confermato e sottoscritto

Gino Birindelli – dichiarazioni 11.01.1982

Richiesto di illustrare la mia posizione del 1974 nel partito, chiarisco che, una volta che il Msi prese il nome di Destra Nazionale e vi entrarono anche i monarchici, mi offersi in quanto ritenevo di poter aiutare la realizzazione, (ed in un certo senso di farne da mallevadore) , di un cambiamento nella direzione di una grande destra europea. Senonché dovetti presto constatare una contraddizione, specie sul ruolo degli elementi giovanili, in quanto io ritenevo che la violenza fosse da bandire in modo chiaro e assoluto, perche’ in caso contrario, ove la si giudicasse indispensabile, avremmo dovuto essere noi della direzione in prima fila, e invece l’ onorevole Almirante pur stigmatizzando in chiave generale nei suoi discorsi il ricorso alla violenza me che gli dicevo di far conoscere questa direttiva ai giovani del partito, rispondeva che anche detti giovani “erano del partito” e non si poteva abbandonarli. In effetti spesso la stampa attribuiva ai giovani del Msi colpe non sussistenti, determinando poi la loro ribellione.

Spesso nei volantinaggi innocenti i giovani del Msi venivano aggrediti, la situazione e’ complessa per racchiuderla in poche parole … Comunque resta fermo che furono gli avvenimenti del 1974, fino alla strage di Brescia, che mi convinsero che la politica del Msi era incerta, non univoca nel senso europeo, e comunque l’ incertezza derivava dal fatto che i nostri giovani non mettevano o lanciavano bombe pur venendone spesso accusati ingiustamente, in quanto non si era stati chiari a sufficienza nell’ indicare il nostro rifiuto alla violenza. Dieci giorni prima della strage di Brescia, io avevo chiesto che con fermezza il partito si scindesse da chiunque propugnava la violenza. Prendo visione del documento sequestrato il 02.06.79 che mi dite appartenere a Signorelli Paolo e, lettolo, dichiaro che le idee ivi contenute risultavano all’ epoca propugnate da qualche persona soltanto nel partito, ma senza dubbio ….

– Pensi che all’ epoca del mio ingresso nel Msi, talune persone cercavano di portarmi in contrapposizione con la impostazione dell’ onorevole Almirante, ma mi accorsi che erano poi persone dalle idee rivoluzionarie, che, erroneamente, mi consideravano “golpista” cioe’ disposto a seguirli nelle loro fantasie golpistiche. Sapevano bene, peraltro, che era inutile prospettarmi tali idee per cui mai mi fecero proposte; forse non osavano. Sentendo i miei discorsi, capirono certamente che ben diversa era la mia impostazione. Per usare una immagine visiva, direi con la signora Thatcher mi ritrovo con Reagan mi ritrovo, con Strauss mi ritrovo, ma con Almirante non mi trovo. Io definisco nazionale, democratico, liberalista, eticamente motivato e credo che oggi non ci sia un partito che corrisponda a queste mie esigenze.

Letto confermato e sottoscritto.

Federigo Mannucci Benincasa – Verbale 20.2.1982

Preliminarmente rendiamo edotto il teste che stiamo procedendo ad indagini concernenti il delitto di cui all’ articolo 285 cp (attentato al treno Italicus del 04.08.74) e che pertanto in forza all’ articolo 12 ultimo capoverso legge 771024 nr 803 di riforma dei servizi informativi e di sicurezza non puo’ essere sottoposto il segreto di stato sui fatti per cui vi e’ indagine.

– per quanto mi (1) consta personalmente nel 1974 (anno in cui gia’ da tempo ero attuale funzione) il nostro ufficio non ebbe occasione di ricevere richiesta di una indagine informativa completa sul movimento ordinovista in Toscana e in particolare nella provincia di Arezzo. Tuttavia ci si pote’ occupare di informazioni singole su singole persone, riscontri, accertamenti che risulteranno documentati negli atti di ufficio.

Escludo che il nostro ufficio allora, nel 1974, ricevesse, intendo nella prima meta’ dell’ anno 1974, una segnalazione, informazione, richiesta tale da disporre indagini sui nomi di franci luciano, Malentacchi Piero, Batani massimo e Cauchi Augusto. Escludo nel modo piu’ assoluto che organi dell’ arma mi che dessero o per iscritto o per telefono o di persona emergenze particolari di detti individui (2) .

– Questa mia affermazione vale per tutto l’ anno 1974 e seguenti della vicenda tra il generale bittoni e l’ ammiraglio Birindelli io ho appreso dai giornali quindici giorni fa, quando e’ emerso nel processo di Bologna.

Ricordo che il nostro primo interesse per il Batani derivo’ nel maggio 1974 quando i giornali riferirono che l’ AG di Perugia si interessava ad una recluta originaria di Arezzo per il fatto di Moiano, in merito all’ alibi della caserma, di cui ancora oggi non se l’ alibi fu chiarito. Ricordo che entravano nella vicenda anche due altri soldati certo Balistreri (3) di cui ora lei fa il nome e certo Brogi.

– Quanto da me riferito vale anche per il periodo successivo all’ Italicus, cioe’ dopo il 4 agosto 1974 che nessuno ci attivo’ con una specifica segnalazione che ci fossero dei nomi indicati come quelli di presunti responsabili di detto attentato.

Fu dopo l’ attentato di Terontola dei primi del 75 che io, confrontando le modalita’ tecniche dei vari attentati sulla Firenze Roma e la ripetizione dell’ obbiettivo che ritenni di sensibilizzare anche i miei dipendenti per evidenziare elementi di connessione tra i vari episodi.

– Nessuno ci segnalo’ , dopo l’ Italicus, che il Franci lavorava alla stazione ferroviaria di Firenze Santa maria novella.

-Prendo atto che mi rendete edotto che l’ ammiragli Casardi nella sua veste di capo del servizio e autorita’ nazionale di sicurezza certificava che il Cauchi augusto nel 1974 aveva avuto contatto telefonico con il nostro ufficio e ritengo di potere chiarire che la comunicazione del capo servizio dovrebbe ripetere in realta’ una nostra attestazione. Preciso il fatto: nell’ ambito degli accertamenti sul gruppo di cui poteva avere fatto parte il Batani riuscii a stabilire personalmente un contatto con il Cauchi in Firenze. Nel nostro incontro in Firenze il Cauchi avvallo’ l’ alibi del Batani, di cui affermo’ l’ estraneita’ per il fatto di Moiano.

Il Cauchi, circa il gruppo ordine nero, affermava poi che esistevano degli ex appartenenti di ordine nuovo che pensavano di riorganizzarsi, di non disperdersi, che pero’ lui li considerava gente di nessun conto, un fenomeno irrilevante e comunque contrario alla sua posizione. Il Cauchi riaffermava di essere a tutti gli effetti dentro al Msi e di essere rientrato nella linea politica del partito. Si dissociava dall’ estremismo di destra. Ritengo che i miei incontri personali col Cauchi fossero due, cercati da lui.

Nel secondo incontro mi riferi’ di avere subito perquisizione per l’ omicidio di un giovane di Cortona, Gorgai Donello, come ora lei mi specifica. Non sono in grado di ricordare se il Cauchi ammettesse che il Franci e il Malentacchi erano suoi amici o membri del gruppo. Parlando degli ex ordinovisti parlava di individui di Perugia o Roma. Non fece nomi specifici e non indico’ i fratelli Castori. Del Brogi disse che oltre ad essere ladro, era un “balordo” . Costui era andato in giro per le federazioni Msi anche della Emilia, dormendoci dentro, chiedendo soldi per fare servizi. E disse che nelle stesse federazioni dove aveva soggiornato il Brogi erano poi scoppiati dei “casini” tanto che lui poi si era preoccupato di informare le federazioni del partito che il Brogi era sospetto come provocatore.

– per quanto ricordo i miei incontri col Cauchi avvenivano prima dell’ attentato all’ Italicus. Quando nel gennaio 1975, dopo il 23 se non erro, il gruppo di Arezzo ando’ sotto pressione con l’ arresto del Franci e del Malentacchi, cercai, anzi sperai che il Cauchi si facesse vivo. Una sera sul tardi il Cauchi cerco’ il contatto telefonico con me e disse che ritelefonava da li’ a breve. Gli feci dire di lasciare un numero di telefono e infatti lascio’ un numero che corrispondeva ad un telefono (5) dentro le ferrovie di Milano. Lo richiamai li’ e lui mi disse che lo stavano puntando, ma che lui non c’ entrava niente e cercavano di coinvolgerlo. Mi chiese se io potevo metterlo in contatto con l’ AG, intuitivamente di Arezzo. Gli consigliai di mettersi in contatto con l’ AG per chiarire la sua estraneita’, mi annuncio’ che l’ avrebbe fatto ci accordammo per una sua telefonata l’ indomani (6) .Io personalmente mi recai ad Arezzo per incontrai in carcere non avendolo trovato in ufficio, il dr Marsili (7) , al quale dissi di questa possibilita’, che il Cauchi cercava mio tramite un contatto per dimostrare la sua estraneita’ . Il dr Marsili si dimostro’ felicissimo della prospettiva, e mi autorizzo’ a combinare l’ incontro, che invece poi non avvenne, perche’ il Cauchi non si fece piu’ trovare (8) .
Il Cauchi aveva la sola preoccupazione di parlare col magistrato con un magistrato, senza specificare il nome del Marsili, e nulla di diverso prometteva. Non ne ho piu’ saputo nulla.

– Ritengo che il maresciallo Castelli neanche ora sappia di questo mio contatto col Cauchi.

– Per quanto concerne la posizione del noto Gelli, posso dire che dopo un certo tempo che ero arrivato al mio ufficio, sulla base di precedenti d’ archivio, mi feci l’ impressione che detto personaggio fosse assai meno affidabile di quanto l’ opinione comune volesse far apparire. Mi risulto’ presto che il tenente colonnello Mazzei, comandante del gruppo di Arezzo, vantava la di lui amicizia. Si verifico’ un episodio, proprio col maresciallo Castelli, da me mandato in epoca precedente a raccogliere semplici risultanze anagrafiche sul Gelli. Il Mazzei per telefono mi fece una forte rimostranza, sul rilievo che il mio dipendente non si era presentato da lui prima di chiedere le notizie, come in realta’ la prassi vuole.
Pero’ le rimostranze del Mazzei erano in realta’ sproporzionate e non mancai di farglielo notare, pur essendo io in quel tempo soltanto capitano. Un’ altra rimostranza il Mazzei me la fece circa un dipendente suo che voleva passare al servizio, insomma ricavai l’ impressione che il Mazzei mi giudicasse un poco prevenuto nei suoi confronti. O meglio sentivo che esso Mazzei appariva prevenuto nei miei confronti, ma era solo una impressione.

– ritengo di non avere avuto mai contatto diretto col tenente colonnello Tuminello, quando questi era comandante del gruppo di Arezzo. Nessun incidente e’ avvenuto tra me e Tuminello, del tipo di quelli avvenuti col Mazzei. Prendo atto che atteso che sono le ore 12,00 la mia audizione viene sospesa e riprenderà in data da stabilirsi. Prendo atto che mi viene consegnato un esemplare di decreto di atti da rimettere con urgenza al direttore del servizio.Il teste al termine della lettura fa le seguenti modifiche e specificazione (i tratti sottolineati sono sostituiti dai seguenti) :

(1) possa ricordare al momento;

(2) oltre quanto emergeva, via via, dalle segnalazioni per altro discontinue degli atti di PG;

(3) mi sembra;

(4) ancor di piu’ ;

(5) pubblico o presso telefono pubblico;

(6) a distanza di almeno un giorno;

(7) che conobbi in quella circostanza;

(8) sentire telefonicamente ne’ in altra maniera.

Letto confermato e sottoscritto

Il generale Bittoni e l’amm. Birindelli – Sentenza appello Italicus 1986

All’udienza del 27 gennaio 1982 il P.M., il quale già in precedenza aveva reso noto come il suo ufficio dal 2 giugno dell’anno precedente avesse in corso un procedimento contraddistinto col n.1442/C/81, su pressioni o illecite interferenze nelle indagini relative alle stragi, faceva presente che il gen. dei C.C. in ausiliaria Luigi Bittoni, deponendo in altri procedimenti avanti al G.I. di Roma, aveva reso importanti dichiarazioni sull’attentato all’Ita­licus.

La Corte quindi, con ordinanze del 2 e 4 febbraio 1982, ammetteva come testi il gen.Bittoni Luigi, nonché l’ammiraglio in ausiliaria Gino Birindelli, Ten.col. dei C.C. Domenico Tuminello ed il pari grado Giovanni Guerrera.

Il gen.Bittoni già deponendo avanti al P.M. di Bologna il 14 e il 16 dicembre 1981 nonché il 10 gennaio 1932 aveva fatto presente che negli ultimi giorni dell’agosto 1934 – il 23 era infatti rientrato dalle ferie- aveva ricevuto nel suo ufficio di Comandante della V Brig. C.C. di Firenze la visita dell’amm. Gino Birindelli, da lui non conosciuto di – persona ed all’epoca deputato del M.S.I. Nella circostanza l’amm.Birindelli, parlando della strage dell’Italicus, gli aveva riferito di essere stato ad Arezzo dove nella federazione del M.S.I. gli era stato detto che tre individui – i cui nomi erano scritti su un foglio – erano probabilmente i responsabili della strage. Nel dir ciò l’amm.Birindelli gli aveva mostrato un bigliettino, su cui aveva letto i nomi di Franci, Malentacchi e di una terza persona che non ricordava, anche se alla sua mente era presente il nome di un certo Batani, in relazione al quale si era indagato per il precedente attentato di Vaiano. Immediatamente aveva comunicato la notizia al ten.col.Guerrera, comandante del Nucleo di P.G. presso la Brigata, il quale aveva consigliato di interessare il cap.Dell’Amico, che già era addentro alle indagini. Il Cap.Dell’ Amico gli aveva ai poi riferito che il Franci, già sospettato tanto che era stato perquisito senza esito il suo armadietto alla Sta­zione di Firenze, disponeva di un alibi sicuro per il 4 agosto, essendo stato ricoverato per 24 ore all’Ospedale di S.Giovanni Valdarno con la diagnosi di emorroidi. Aveva subito telefonato al Comandante del Gruppo di Arezzo, Ten.col.Tuminello, richiedendo un ac­curato controllo sui registri dell’Ospedale di S. Giovanni Valdarno. Si era quindi recato di persona ad Arezzo per sollecitare il col. Tuminello, il quale gli aveva riferito che gli accertamenti presso l’Ospedale fatti personalmente dal cap.Corrado Terranova – avevano confermato che il 4 agosto il Franci era stato ricoverato per emorroidi.

Il Bittoni aveva per altro aggiunto che avendo chiesto recentemente conferma di ciò al Terranova, costui aveva assunto di ricordare che il Franci era stato ricoverato nell’aprile del ‘74, come era emerso da accertamenti fatti per il tramite di un sot­tufficiale.

Il gen.Bittoni, sentito all’udienza dell’ 11 febbraio 1982, confermava queste dichiarazioni, con la precisazione che la segnalazione dell’amm.Birindelli era stata trasmessa direttamente al Ten.col. Tuminello, senza interessare ad essa il Ten.Col. Guerrera ed il Cap.Dell’Amico. L’ammiraglio Birindelli dal suo canto, premesso di aver ricevuto la notizia tramite tuia telefonata, presumibilmente anonima, confermava solo di averne parlato al gen.Bittoni, adducendo di non ricordare non solo i nomi che aveva fatto, ma anche l’episodio specifico cui si riferivano le “malefatte” di cui gli aveva parlato il suo interlocutore.

Nell’assoluta assenza di ricordi, collocava al 24-23 agosto, o dopo il 6 settembre, la visita al gen.Bittoni, posto che dal 20 al 24 agosto si era trattenuto in montagna e dal 26 agosto al 4 set­tembre era stato in crociera nel Tirreno con l’imbarcazione a vela “Calipso” della Marina Militare. Laddove il gen.Bittoni aveva goduto delle ferie fino al 23 agosto. I dubbi sull’esattezza dei ricordi dei due alti ufficiali apparivano subito molto fondati, posto che il Franci era stato ricoverato all’Ospedale di Montevarchi in due distinte occasioni – per una colica renelle e per un’appendicectomia – nella primavera del ’74 e che l’amm.Birindelli aveva dato le dimissioni dal M.S.I. di cui era presidente,il 24 giugno del lo stesso anno, in epoca quindi antecedente all’at­tentato contro l’Italicus.

In più il Ten.col. Tuminello ricordava con esattezza il nominativo del Franci e la segnalazione del gen.Bittoni,ma la collocava nella primavera del ’74 (fine d’aprile-inizi di maggio) collegandola alle indagini che all’epoca erano in corso per l’attentato di Vaiano. Inoltre era stato in ferie dal 4 al 31 agosto; il 23 settembre aveva lasciato il Comando del Gruppo di Arezzo per trasferirsi a Firenze, ed escludeva in modo assoluto che il gen.Bittoni potes­se avergli telefonato in settembre.

II gen.Bittoni dunque messo a confronto col Ten.col. Tuminello, dichiarava di non poterlo contraddire e che verosimilmente la segnalazione dell’amm. Birindelli si riferiva ad un altro attentato e non a quello dell’Italicus: ricordava del resto solo un vago accenno ai treni. Si che alla fine il gen.Bittoni, che verrà anche arrestato per falsa testimonianza, finirà per dire che la visita dell’amm.Birindelli era avvenuta cer­tamente nel ’74 e probabilmente in periodo caldo, quando si portavano le divise estive. Ulteriori accertamenti, anche documentali, per stabilire tramite i turni dei piantoni quando l’amm. Birindelli avesse fatto visita al gen.Comandante della Brigata, non daranno esito.
Sentenza appello Italicus 1986 pag 130-135