L’imputazione a carico di Tuminello e sua improcedibilità per prescrizione

La seconda questione attiene al ruolo giocato dal Col. TUMINELLO, all’ epoca comandante del Gruppo Carabinieri di Arezzo, nelle indagini relative all’ attentato dell’italicus. Il tema P.2, peraltro, è ricorrente nell’istruttoria e la figura di GELLI emerge in molti altri contesti, come si vedrà in seguito. Per ben comprendere la posizione del TUMINELLO occorre premettere che questi risultò affiliato alla P.2 (come pure risultarono affiliati alla P.2 il Gen. BITTONI, all’ epoca comandante della 5° Brigata Carabinieri di Firenze, l’Amm. BIRINDELLI) ed il prof. OGGIONI, persone tutte coinvolte a vario titolo nell’intricata vicenda che ora si cercherà di chiarire.
Peraltro il TUMINELLO doveva avere un rapporto diretto con GELLI, come traspare dalla deposizione del Col. Mario SANTONI al G. I. Di Venezia di data 13.2.1990 e dalla successiva deposizione dello stesso innanzi al G.I. atti dai quali si evince che il TUMINELLO provvide, almeno in un’ occasione, ad avvertire il Gen. MALETTI di un’ indagine sul conto del GELLI, che venne quindi bloccata:

” Allorché tornai a Roma da Pistoia il MARZOLLO mi informò che il Generale MALETTI era venuto a sapere della mia visita a Pistoia (appunto nell’ ambito dell’ indagine sul GELLI; n.d.r.), penso dal comandante del Gruppo di Arezzo, TUMINELLO, -poi risultato iscritto alla P.2- e che pertanto era andato su tutte le furie: MALETTI infatti disse testualmente a me “sei andato a toccare una persona sacra per noi, per il nostro Servizio”…”.

birindelli

Accadde dunque che il Generale BITTONI, in data 11.12 81 (cioè alcuni mesi dopo che gli elenchi degli affiliati alla P.2, nei quali egli stesso era inserito, erano divenuti pubblici) rese al P. M. Del processo bis delle dichiarazioni estremamente importanti, che successivamente rinnoverà, seppur poi sfumandole, innanzi alla Corte d’ Assise di Bologna (v. Sent 20.7.83 C. Ass. Bologna, f. 51 ess.). Il BITTONI affermò dunque, in queste due diverse sedi, che l’Amm. BIRINDELLI -già comandante delle forze N.A.T.O. per il Sud Europa e quindi passato alla politica nelle file del M.S.I.- nell’estate del 1974 gli aveva telefonato chiedendogli un appuntamento e, -incontratolo-, gli aveva passato un biglietto recante tre nomi -FRANCI, certamente, e probabilmente MALENTACCHI e BATANI- ed aveva affermato che, secondo informazioni provenienti dalla federazione dell’ M.S.I. di Arezzo, le predette persone erano implicate nella strage dell’ ITALICUS.

Il Col. TUMINELLO, come si è visto comandante del Gruppo Carabinieri di Arezzo, nel settembre del 1974 ricevette – giratagli dal Bittoni- la segnalazione in questione. Fece svolgere accertamenti a suo dire risultati negativi (v. Dichiarazioni TUMINELLO 19.12.81), ma nulla riferì all’a. G. Di Bologna che procedeva per l’attentato dell’ ITALICUS. Di qui l’imputazione di favoreggiamento a suo carico. Detto reato risulta prescritto nel settembre del 1989 (prescrizione nei quindici anni per il delitto di favoreggiamento aggravato, tenuto conto degli atti interruttivi) ed il Col. TUMINELLO va prosciolto, essendo il reato estinto per la causa anzidetta.

Gli elementi di prova a suo carico , infatti, sono tali da non consentire un proscioglimento istruttorio nel merito ai sensi dell’ art. 152 C. P. P.. A tal proposito va premesso che, come peraltro esplicitato dall’ art. 378 u.c.C.P. , a nulla rileva che il FRANCI ed il MALENTACCHI siano stati assolti con sentenza definitiva dal delitto di strage. Anzi, ciò in un certo senso aggrava la responsabilità dell’imputato in quanto, senza le omissioni del TUMINELLO, le indagini bolognesi avrebbero potuto orientarsi sul FRANCI e sul MALENTACCHI pressoché nell’ immediatezza del fatto (anziché ad anni da questo) e forse avrebbero potuto sortire risultati ben diversi da quelli ottenuti.

A carico del TUMINELLO va considerato, poi, che vi sono le dichiarazioni del BITTONI, (v. BITTONI, atti di sommaria), quelle dei M.lli CHERUBINI e BRODI (che negano di aver mai ricevuto l’incarico, da parte del Col. TUMINELLO, di controllare l’alibi del FRANCI; v. CHERUBINI e BRODI; atti di sommaria ), quelle del Cap. TERRANOVA (v. TERRANOVA, atti di sommaria) che esclude di aver fatto accertamenti sul FRANCI successivamente all’attentato dell’italicus, circostanza questa che, invece, il TUMINELLO avrebbe riferito al Gen. BITTONI; quelle analoghe del Cap. REGOLI e del Magg. PENZO (ibidem, f. 36 e 40) e, infine, la documentazione contenuta nel fascicolo n. 14181 del Gruppo Carabinieri di Arezzo, mai portata a conoscenza dell’ A. G. Di Bologna (in particolare i ff. 18 e 25 e ss.), contenente elementi tali da far sospettare l’implicazione del FRANCI in attentati ferroviari, e, in particolare, uno schizzo planimetrico riguardante un’ area ferroviaria.
Va aggiunto che il Col. Olinto DELL’AMICO, all’ epoca comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri Firenze, in data 9.2.82 consegnò al P. M. Di Bologna un biglietto di pugno del TUMINELLO recante i nomi di FRANCI e di Batani e appunti concernenti il FRANCI relativi all’ ipotesi di una sua implicazione nell’attentato di Vaiano ed al relativo alibi. Vero è, peraltro, che proprio questo materiale documentale ha fatto ritenere (e questa ipotesi è adombrata anche nella sentenza di primo grado dell’ ITALICUS) che la segnalazione del BIRINDELLI al BITTONI risalisse alla primavera del 1974 (e quindi ad epoca anteriore all’ ITALICUS) e si riferisse all’ attentato di Vaiano del 21.4.1974, ma tale congettura risulta inequivocabilmente smentita dalle deposizioni ARESU (ibidem, f. 19), MALVAGIA (f. 30) e TERRANOVA ( f. 41 ), nonché dalle stesse dichiarazioni rese dal TUMINELLO ancora in veste di testimone (f. 30) che collocano l’incontro BIRINDELLI-BITTONI e la successiva richiesta del BITTONI al TUMINELLO in epoca sicuramente successiva alla strage dell’ ITALICUS.

Detto questo, la vicenda può essere ricostruita come segue.
Nell’ agosto-settembre 1974 l’Ammiraglio BIRINDELLI si recò dal Gen. BITTONI e gli indicò tre nominativi di persone ( una delle quali il FRANCI), segnalategli come implicate nell’ ITALICUS da una non precisata fonte aretina. Il BITTONI passò la segnalazione al TUMINELLO per accertamenti. Questi omise qualsiasi indagine e non comunicò la segnalazione all’ A. G. di Bologna. Nel frattempo, molto tempo dopo, il FRANCI venne inquisito per l’attentato dell’ ITALICUS e rinviato a giudizio sulla base delle dichiarazioni di Aurelio FIANCHINI (che suscitarono sin dall’inizio dubbi e polemiche pubbliche fra innocentisti e colpevolisti), ma né il BITTONI, né il TUMINELLO fecero alcunché per segnalare gli elementi -di scarsissimo peso processuale, ma di notevole rilievo investigativo- che essi avevano a disposizione sul conto del FRANCI. Solo a dibattimento già iniziato e solo dopo la perquisizione di Castiglion Fibocchi, il BITTONI comparve sulla scena processuale con le note dichiarazioni, non smentite, ma fortemente stemperate dalle dichiarazioni rese sulla questione dal BIRINDELLI.
Viene a questo punto da chiedersi che senso abbia questa inutilmente intricata vicenda ed in proposito si deve tenere conto di alcuni fatti. In primo luogo della circostanza che sia il BITTONI che il BIRINDELLI che il TUMINELLO sono risultati affiliati alla P.2 e che la loro affiliazione è stata svelata a seguito della nota perquisizione. In secondo luogo del fatto che l’ Amm. BIRINDELLI risulta esser stato intimo di GELLI e collegato ai vari eversori toscani che gli facevano da guardaspalle durante le campagne elettorali (in particolare v. BROGI Andrea 23.4.87 int. ITALICUS).
In terzo luogo del fatto che la cooperazione fra l’ambiente piduista-militare filogolpista e i gruppi eversivi di destra a un certo punto -evidentemente- deve essere entrata in crisi. FRANCI e MALENTACCHI vennero tratti in arresto col venir meno, forse proprio nell’ estate del 1974, della praticabilità di quel colpo di Stato atteso già dal 1970. Se è così, non è azzardato ipotizzare che l’Amm. BIRINDELLI, ormai consapevole della pericolosità delle relazioni che aveva sino allora coltivato, abbia voluto lasciar traccia della sua presa di distanza dagli eversori. La pregressa contiguità a costoro rischiava infatti di divenire sempre più imbarazzante.

Ed è ragionevole che per distanziarsi, cautamente, come era necessario in un frangente così delicato, si sia rivolto al suo compagno di loggia BITTONI che, a sua volta, affidò la questione al TUMINELLO. Questi non indagò sul FRANGI, quale possibile autore dell’attentato dell’ ITALICUS, ma si limitò a tener memoria, per ogni evenienza della segnalazione del BIRINDELLI. Che il BITTONI, poi, abbia rispolverato la questione nel 1982 (e, si noti bene soltanto nel 1982, a istruttoria già da tempo conclusa) si spiega col fatto che -a quel punto, scoperta la sua affiliazione alla P.2, e sapendo dei nessi fra P.2 e eversione di destra- aveva tutto l’interesse a sottolineare la sua distanza da quell’ ambiente e -come traspare dai sui verbali- dallo stesso GELLI. I processi e le aule di giustizia sono stati utilizzati per uno scambio di segnali -niente di più- attorno al quale si sono affannati per lungo tempo Corte d’Assise, giudici e pubblici ministeri, senza che nulla di utile ne venisse all’accertamento della verità’, se non un ulteriore elemento di generica conferma degli ambigui rapporti fra esponenti di rilievo delle forze armate, massoneria deviata ed eversione di destra.

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 48-51

Andrea Brogi – verbale di udienza 22.01.1988 – seconda parte

Il Presidente: per voi nella riunione alla quale partecipo’ Massagrande che cosa si decise? Di procurarsi in prevalenza esplosivi lei ha detto prima.

Brogi: sì, ma lì chi era che teneva un po’ tutte file non era il Massagrande; Massagrande intervenne un paio di volte dicendo che lui garantiva per le persone presenti, però era Peppino Pugliese che era venuto su da Roma per questa riunione con queste prospettive.

Il Presidente: come si svolsero queste trattative? Quante visite il Cauchi fece al Gelli? Cosa rispose il Gelli? Quante volte lei partecipo’ di persona a queste riunioni?

Brogi: ci fu un approccio telefonico, poi una prima andata di Augusto, nella quale appunto…..

Il Presidente: dove? A Villa Vanda?

Brogi continua: si, esatto, nella quale appunto fu detto: “ma guardiamo, vediamo”, poi gli fu detto:” ok. Va bene” in un secondo incontro, però gli fu anche detto: “ci vuole questa soluzione”, cioe’ ci vuole un presenza di questo personaggio.

Il Presidente: cioe’ Gelli disse che era disposto a dar del denaro a condizione che ci fosse un personaggio con le stellette, lei ha detto.

Brogi interviene: si’, perche’ lui…

Il Presidente continua: è una frase sua o e’ una frase riferita da Cauchi?

Brogi: no un personaggio con le stellette e’ una frase che a me e’ rimasta impressa quando io ho riascoltato una certa bobina di cui lei forse avrà letto nei…

Il Presidente: questa bobina in quale occasione fu registrata?

Brogi: praticamente nell’ultimo incontro, in quello alla presenza del maggiore Pecorella.

Il Presidente: oltre a Gelli chi c’era?

Brogi: c’erano Cauchi e Mennucci.

Il Presidente: fu Mennucci che fece la registrazione della bobina?

Brogi: sì, Mennucci aveva questo registratorino che avevamo comprato in Arezzo, uno fra i piu’ piccoli dell’epoca e praticamente lo teneva sotto un giubbotto paramilitare, legato alla cintura e praticamente doveva essere un qualche cosa per salvaguardarci in quanto appunto qualcuno aveva messo in testa ad Augusto che potevamo cadere in qualche situazione. Cioe’ io mi ricordo che Augusto disse:” vedrai che questa gente qui a certi livelli, con queste situazioni qui, convinto da altri, non so se ci resisteranno…”, cioe’ pensavano anche a salvaguardarci. Il che venne cosi’, a livello molto proletario, molto arrangiato un’ idea, anche perche’ noi avevamo la convinzione che non saremmo stati, ne’ frugati e poi nemmeno, diciamo cosi’, la convinzione che questa gente qui pensasse a un registratore. Abbiamo giocato un po’ di rimessa valutando che non ci sarebbero questi controlli o queste situazioni…

Il Presidente: lei accompagno’ Cauchi la seconda volta?

Brogi: io sono rimasto all’ ingresso e la terza volta invece, quando vidi arrivare il maggiore Pecorella ero proprio in un vialetto con del ghiaino, mi ricordo vicino a una pianta di limoni, vicino a un cespuglio.

Il Presidente: lei c’e’ andato due volte, ma senza ma partecipare direttamente all’ incontro, ma aspettando fuori che Cauchi uscisse fuori dalla Villa Vanda. Sempre a Villa Vanda? Il tutto?

Brogi: sì. Io sono sempre stato li’.

Il Presidente: lei ha parlato anche di discussioni che c’erano all’ interno di Ordine Nuovo fra Pugliese e Signorelli e ha detto che Signorelli era fautore di una linea politica che prevedeva l’appoggio dei militari, mentre il Pugliese era dell’avviso che non ci si doveva fidare di nessuno. Conferma questa affermazione?

Brogi: si’, confermo questo discorso perche’ e’ quello mi e’ sempre rimasto intesta.

Il Presidente: puo’ dire di piu’ sulle affermazioni Signorelli a questo proposito?

Brogi: il discorso era in questi termini, cioe’ Peppino Pugliese credo che non si sia classificato proprio all’estremita’ di questa sua situazione, cioe’ e una persona che forse voleva valutare tutte queste realta’, a dimostrazione che cedette la linea contrari a questa operazione, però non so se cedette perche’ furono messi in minoranza o perche’ servivano troppo questi soldi, non glielo so dire.

Il Presidente: a proposito di questa affermazione di Signorelli sulla necessita’ di appoggiarsi ai militari?

Brogi: sono realta’, sono cose che sono uscite fuori in quegli incontri che sono stati fatti a quell’epoca e che Augusto mi ha riferito. Mentre per quello che riguarda Pugliese c’era una situazione contraria si’, però non estremizzata come posizione del Signorelli. Se vuole sapere un mio parere …

Il Presidente: no, si riferisca a dei fatti.

Brogi: le persone che si sono opposte maggiormente sono state persone che erano dei piccoli responsabili anche dei vari gruppi di ordine nuovo a quell’epoca.

Il Presidente: lei dice nell’ interrogatorio reso al giudice Minna l’01.12.86: “difatti nella Villa di Signorelli sul lago di Bolsena ci fu una riunione dove Pugliese sosteneva la necessità di fare attentati coperti, nel senso che su questi attentati i carabinieri avrebbero potuto chiudere un occhio anche per il tipo di obiettivo e per la qualita’ stessa degli attentati. Signorelli invece, appoggiato dai milanesi e da Zani, in particolare voleva attentati istintivi, cioe’ sul pesante”.

SIGNORELLI

Brogi interviene: si, le spiego. Il discorso sta in questi termini: per arrivare ad un appoggio, diciamo cosi’, militare, si poteva arrivare per due vie. Una creare quello che e’ stato detto piu’ volte, cioe’ stato di cause e mettere nelle condizioni lo stato a creare leggi speciali e quindi chiaramente a limitare quello che erano un aspetto della democrazia e a mettere in crisi questo meccanismo.

Il Presidente: questa era la tesi di Pugliese?

Brogi: cioe’ la tesi di Pugliese era questa qui, cioe’ fare … Siccome Pugliese sapeva che a fare un’ indagine a livello di base ci sarebbero stati i soliti discorsi di chi era favorevole e chi contrario, cercava di fare un discorso di destabilizzazione, però con questo tipo di copertura, perche’ come le ripeto lui non era contrario al cento per cento. Mentre Signorelli era favorevolissimo ad un intervento militare però creato da una situazione di cause destabilizzanti. In queste due funzioni si arriva sempre a un intervento militare, però ci si arriva per due motivi: uno scontato, di intervento grossolano, nell’altra un filone politico con degli appoggi anche di partiti e di organizzazioni. Sono due soluzioni per arrivare a uno stesso fine.

Il Presidente da’ la parola al PM.

Il PM: se ha conosciuto Concutelli e in quali circostanze.

L’avv. Bezicheri interviene: c’e’ opposizione Concutelli non e’ soggetto di questo processo. A dire la verita’ questo difensore ha piu’ volte rivolto istanza affinche’ Concutelli venga convocato e sentito su tutti punti nei quali viene chiamato in causa da cosiddetti pentiti su pretese confidenze che avrebbero ricevuto da Concutelli. Non è ancora stato deciso nulla su questo punto, ma a ogni modo, rifacendomi anche alla giurisprudenza, come l’altro giorno ho precisato, proprio di questa corte, che in una ordinanza dice che nel dibattimento occorre verificare le cose che sono state portate a dibattimento, io francamente sentire oggi quali sono stati gli incontri e i rapporti fra Brogi, che in questo processo e’ un soggetto di passaggio e Concutelli che non c’è per niente, mi sembra che siam completamente al di fuori di un retto dibattimento, pertanto mi oppongo.

Il Presidente: ci spiega il rilievo di questa domanda?

PM: Presidente, Concutelli …

Il Presidente interviene: Concutelli per se stesso non ci interessa; se ci porta ad altri rapporti con persone che interessano questo processo.

Il PM: Concutelli porta a collegamenti tra il gruppo aretino e quello di ordine nuovo nel quale si riconosceva anche Signorelli, e porta a questo riferimento nei confronti di persona che appare centrale nell’ attivita’ eversiva degli anni 1979 – 80 poiche’ numerosi tentativi furono fatti da parte degli imputati di strage per liberarlo sia dal carcere di palermo che dal carcere di Taranto. Poiche’ si tratta di un filone costante che lega Concutelli, Signorelli e successivamente gli epigoni di costoro, cioe’ Fioravanti, Mambro ed altri, e questa figura attraversa tutta l’ eversione dagli anni 70 agli anni 80…

Il Presidente: facciamo una domanda piu’ esplicita. Che l’ abbia conosciuto e’ pacifico dagli atti.

Brogi interviene: ma ecco, si taglia la testa al toro perche’ io non ho mai avuto confidenze e non ho ma avuto rapporti, quindi non c’e’ problema ne’ fra difesa ne’ fra accusa perche’ non so dirle niente su questo personaggio.

Il PM: ma lui ricorda come Augusto e un’ altra persona “mi acchiapparono e fu allora…”

Brogi interviene: quello l’ ho gia’ specificato quello … Lei dovrebbe continuare a leggere il verbale.

Il PM: “so benissimo che si tratta di Concutelli.”

Brogi: sì, ma quello fu un depistaggio che io feci all’ inizio del mio… Per non tirare fuori e dentro la storia del Tuti, quindi se lei prosegue nei verbali lo trova poi che io l’ho affermato chiaro e tondo.

Il Presidente: quindi non era Concutelli.

Brogi: non era Concutelli. Io Concutelli l’ho visto di transito, ma non ho mai avuto rapporti con lui.

Il PM: io non ho questo verbale in cui rettifica tutto.

Brogi: si, c’è. Glielo dico io.

Il PM: non lo abbiamo qui agli atti.

L’ avv Bezicheri: reso in dibattimento avanti alla Corte di Assise di Firenze.

Il PM: non lo abbiamo ed ecco il motivo per cui era anche importante fare questa precisazione.

Il Giudice a latere: peraltro il teste è stato ammesso a deporre soltanto sui verbali gia’ acquisiti da questa Corte.

Il PM: se conferma che con quel denaro, cioè i 18 milioni, fu comprato l’esplosivo e le armi di cui al famoso camion di Rimini e tutto ciò che ha raccontato di particolari di questo acquisto e di questo trasporto.

Brogi: si, l’ ho trasportato io.

Il PM: e dell’utilizzo anche.

Brogi: dell’ utilizzo io ho detto come e’ stato spartito, poi come sia stato mescolato dopo …
Il PM: si, nel senso della spartizione tra vari persone, tra le quali il tuti. Se conferma questa dichiarazione: “con Benardelli sulla moto io e Augusto nella macchina di Augusto e con il camion, raggiungemmo le Fonti del Clitumno dove al bivio salimmo verso Campello. Qui c’erano altre persone fra cui ricordo Zani, Vivirito, il padrone di un’auto che una Land o Range Rover. Il padrone di una Land Rover era molto amico di Vivirito e non ho difficolta ad ammettere che si trattava di Giancarlo Esposti, dopo che mi venne mostrata una foto segnaletica dello stesso.”

Brogi: si, confermo.

L’ avv Bezicheri interviene: c’e’ opposizione, sono circostanze che riguardano altri processi.

Il Presidente: il fatto che riguardi un altro processo non …

L’ avv Bezicheri continua: nessuna delle persone citate fa parte di questo processo.

Il PM: ma questo non c’ entra nulla.

L’ avv Bezicheri: ma come non c’entra nulla? Allora chiediamogli se ha conosciuto Cagliostro, se ha conosciuto Garibaldi, non lo so. Io faccio una formale opposizione, facendo presente che i testi che vengono assunti ai sensi dell’ art 450 bis, del cpp, per la lettera della norma e per giurisprudenza costante possono essere interrogati su circostanze che riguardano il processo nel quale vengono assunti ai sensi dell’ art 450 bis del cpp, e non gia’ quello nel quale hanno veste di imputati che è un altro processo. Da cio’ ne deriva che la domanda formulata dall’ illustrissimo PM non riguardante alcuno degli imputati di questo processo ed essendo null’ altro che l’oggetto principale del procedimento teste’ conclusosi avanti la corte di assise di Firenze ove il brogi era imputato è, secondo una retta interpretazione del 45 bis del cpp e secondo il concetto che vuole che questa istruttoria dibattimentale debba riguardare fatti e personaggi di questo processo, è inammissibile.

Il Presidente, premesso che la rilevanza di fatti e di personaggi riguardanti altri procedimenti deve essere di volta in volta valutata dalla corte e che quindi non puo’ accettarsi il limite assoluto di tutto cio’ che altri procedimenti non possa essere rivalutato nel presente procedimento; ritenuto tuttavia che la domanda fatta dal PM sia in concreto ininfluente ai fini del presente procedimento non la ammette.

Il PM: voglio fare rilevare che in questo dibattimento e non soltanto nella requisitoria e nella sentenza ordinanza dei giudici istruttori, i nomi di Zani, Vivirito sono ricorsi numerose volte e c’ e’ stata anche una aperta controversia circa l’appartenenza e la militanza di queste persone ad una delle due organizzazioni neofasciste i cui vertici vengono oggi processati. Ecco perche’ io chiedo che la Corte voglia riveder questa decisione, poiche’ la presenza di esponenti di Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo all’ interno di gruppi terroristici operanti in Toscana nel 1974 appare certamente a mio giudizio rilevante, tenuto conto della rilevanza che queste persone hanno avuto e queste ipotesi hanno avuto all’ interno sia della requisitoria del PM, sia dell’ ordinanza dei GI se qui si impedisce di leggere i verbali, si impedisce di porre domande….. E’ chiaro che si devono porre domande estrapolate da un contesto che e’ molto piu’ logico e molto piu’ ampio e qui si finisce con l’impedire di andare ad accertare ed approfondire fatti che sono certamente importanti nella ricostruzione di tutti gli avvenimenti, dal 1974 in poi.

Il Presidente: l’ opposizione alla lettura dei verbali fatta nei modi di legge e’ una legittima opposizione. Verbali possono essere letti come sappiamo per rinfrescare la memoria al teste o per fare rilevare incongruenze.

Il PM: ma questi qui sono casi classici per rinfrescare la memoria a un teste che ha reso dichiarazioni….

Il Presidente interviene: ritengo che quella affermazione non sia rilevante …

Il PM continua: per anni su fatti riguardanti il 1974 … Se conferma cio’ che ha in maniera piu’ dettagliata riferito in ordine a cio’ che fu detto al Gelli per ottenerne il finanziamento.

Il Presidente: faccia una domanda specifica.

Il PM: ha dato una risposta, a mio giudizio, molto riassuntiva poiche’ in maniera piu’ articolata ha parlato di questa questione ….

Il Presidente interviene: e’ in grado di aggiungere qualcos’ altro a quello che abbiamo detto poco fa su quello che fu detto al Gelli per ottenere quei 18 milioni?

Brogi: io rispondo, dicendo questo, che se mi volete chiedere che cosa capi’ il Gelli di che cosa gli chiedevamo, il Gelli capi’ questo: che un gruppo o dei gruppi, di persone al di fuori del Msi si stavano organizzando in previsione del mutamento storico, come lo e’ stato infatti qualche anno dopo, del cambiamento politico del paese, e quindi chiaramente creare un serbatoio di materiale, sia di strutture logistiche, operanti e anche di finanziamento di uomini, in caso di una presa di potere da parte delle sinistre e in caso di una limitazione di quelle che erano le iniziative private, le imprese private ripeto, che era praticamente una ghettizzazione di un certo mondo. In particolare modo al Gelli non fu parlato esplicitamente ne’ di attentati, ne’ di quello che noi avremmo fatto. Indiscutibilmente il Gelli aveva le nozioni e le possibilità conoscitive di accertarsi al cento per cento di quello che noi potevamo fare, in quanto appunto il maggiore dei carabinieri Pecorella aveva il compito di saggiare che la situazione andasse su questi canali. Che poi invece la palla dell’esplosivo sia saltata di mano a tutti, perche’ alla fine queste armi questo esplosivo sono andati a finire a varie persone che indiscutibilmente avevano gia’ preso una loro decisione estrema di utilizzo. Indiscutibilmente e’ stata una cosa che e’ sfuggita di mano sia al maggior Pecorella che non so come l’ ha potuta gestire e sia al Gelli.

Il Presidente: fu fatto specificamente al Gelli il discorso dei partigiani alla rovescia? Le risulta che gli sia stata detta questa frase?

Brogi: quella e’ una frase che dissi io ad Augusto d fargli, quindi me la ricordo bene perché dissi: “andiamo noi questa volta in montagna, facciamo i partigiani alla rovescia”.

Il Presidente: le risulta che il Cauchi l’ abbia riferita?

Brogi: sì, sì.

Il Presidente: ha sentito se fosse rimasta registrata anche in quella bobina?

Brogi: No, cioe’ il discorso…. Ricordiamoci questo quando Augusto parlo’ dei partigiani alla rovescia, ne parlo’ nel primo incontro quando il Gelli doveva darci l’ ok quando abbiamo registrato con la bobina, il Gelli aveva gia’ deciso di darci il denaro, quindi non c’era bisogno di ridirgli il discorso. Cioe’ fu la prima pasticca che fu data al Gelli per essere digerita l’operazione, l’investimento.

Il PM: se conferma che Augusto avrebbe dovuto dire al Gelli che i soldi sarebbero serviti per iniziative volte a dare maggiore forza a quelle forze di destra alternative al Msi. Gli avrebbe parlato anche di una libreria da aprire ad Arezzo dove vendere libri e edizioni come AR, e in particolare compiere un’ azione di addestramento e di preparazione sul piano militare e cioe’ con armi ed esplosivi a persone che avrebbero potuto e dovuto nel dopo referendum, assumere iniziative. Augusto avrebbe dovuto dire al Gelli che per addestrare questi giovani si trattava di fargli fare delle azioni non di grossa entità, in vista di un loro preparazione.

Brogi: infatti l’ uso del materiale che il Gelli al massimo avrebbe potuto concepire era di fare questi piccoli addestramenti di preparazione a quello che ho detto, doveva essere un utilizzo, non però per un discorso destabilizzante, cioe’ per un discorso di preparazione a un qualchecosa che, diciamo così, doveva accadere; in quel momento lì tutti ne erano convinti. Quindi questa realtà operativa e militare doveva essere su piccolissime basi addestrative. Certo, ribadisco che il Gelli non avrebbe mai pensato che i soldi fossero stati poi investiti in un grossissimo quantitativo quasi tutto di armi ed esplosivo e non chiaramente anche in librerie o iniziative di questo tipo e che poi a sua volta questo esplosivo andasse a finire nelle mani dei gruppi più estremizzati in quell’epoca. E’ chiaro che il discorso delle librerie… Furono messe fra le situazioni di approvvigionamento. Certo che il Gelli non avrebbe mai pensato che i 18 milioni sarebbero andati tutti spesi soltanto per le armi e l’esplosivo.

Il PM: se conferma che il Gelli in cambio aveva chiesto due cose e cioe’ tre o quattro ragazzi capaci che sapessero guidare l’automobile e imparassero a guidare l’ elicottero … “penso gli servissero come guardie del corpo ..”

Brogi: sì, questo l’ aveva chiesto …

Il PM continua: “e poi aveva chiesto di essere tenuto al corrente di come venivano spesi i soldi e quali iniziative, riferendosi alle azioni di addestramento, sarebbero state compiute.”

Brogi: esatto. Non so io chi l’abbia tenuto al corrente. Molto facilmente doveva tenerlo al corrente il maggiore Pecorella. Era lui che doveva avere il compito di gestire questo discorso. Noi una volta ottenuti i soldi… Poi tutto il resto … Insomma le promesse, sa …

Il PM: se conferma che fu il generale Giordano a mettere in collegamento Cauchi con il maggiore Pecorella.

Brogi: cioe’ il generale Giordano disse che l’amm Birindelli sarebbe stato il piu’ idoneo a trovare un personaggio nell’ambiente militare atto a fare questo tipo di operazione. Infatti il nome del maggiore Pecorella usci’ da un incontro fatto vicino alla federazione del Msi di Pistoia. Quindi dopo Giordano arrivo’ l’ ammiraglio Birindelli. L’ ammiraglio Birindelli fece arrivare questo maggiore Pecorella.

Il PM: se conferma che mentre vi era la riunione nella Villa di Signorelli alla presenza del maggiore Pecorella, di Cauchi, di Pugliese, di Benardelli, di Castori e di Tomei, telefono’ Campo di Avanguardia Nazionale da Castrovillari.

Brogi: sì, doveva dare una risposta su quello che era la decisione che Avanguardia Nazionale, almeno quella presente e chi la rappresentava in Italia in quel momento, avrebbe preso come posizione in questo contesto.

Il PM: se conferma che a Castrovillari fu deciso di fare attentati anche nel meridione e campo comunico queste cose prima per telefono e poi di persona.

Il Presidente: a chi le comunicò?

Brogi: praticamente Campo si era preso… Non so che cosa fosse a quell’ epoca nell’ organizzazione di AN, si era preso l’ incarico di tastare il terreno di Avanguardia, in particolare modo quello del profondo sud, di vedere se questi personaggi qui a livello di base, a livello di organizzazione, avessero accettato questa proposta operativa e sembra… Cioe’ e’ stato certamente dato l’ ok a questo tipo di operazione.

Il PM: afferma che nel sentire la registrazione egli capì che gia’ dalla prima frase pronunciata dal Gelli questi aveva gia’ conosciuto, di nome, il maggiore Pecorella?

Brogi: sì, nella registrazione si intuisce, non ricordo su che sfumature, ma che non fosse un discorso casuale. Con ciò era vero anche questo, che il Gelli aveva detto al Cauchi nell’incontro, quando gli disse “serve un uomo con le stellette” disse chiaramente “tanto io ho la possibilità di controllare questa persona”. In piu’ si capisce nella registrazione che viene fatto un discorso simile a questo: “io mi fido perche’ non ci sono problemi in quanto so che posso prendere informazioni su di lei o le posso avere, e posso sapere lei come si muove”. Ecco, quindi questo è quello diciamo cosi’ … La sicurezza del Gelli è perché bene o male avrebbe… Qualunque tipo di ufficiale sarebbe stato buono perché avrebbe potuto controllarne i movimenti.

Il PM: afferma il teste: “il Cauchi inoltre era sicuramente legato ai servizi. E’ dal 1975 che dico che Cauchi era collegato ai Servizi, già quando depose davanti al dr Zincani”.

Caratteristiche dell’infiltrazione nei movimenti anche eversivi della destra – sentenza Argo 16

La tipologia dell’infiltrazione degli apparati di Polizia nelle strutture della destra ha assunto funzioni e forme diverse in relazione a differenti situazioni storiche. Vi fu una prima fase, quella dell’immediato dopoguerra, in cui la riorganizzazione degli apparati repressivi dello Stato comportò una cooptazione di buona parte del personale già in servizio durante il regime fascista nella polizia repubblicana e nei Servizi di sicurezza. Contemporaneamente la destra neofascista si andò riorganizzando: primi in testa gli ex militanti della repubblica di Salò.

Si versava in una situazione di contiguità oggettiva e soggettiva dunque fra la destra e gli apparati dello Stato riorganizzati che, al più, richiedeva una buona tecnica di manipolazione. Fino a verso la fine degli anni Sessanta sarebbe perciò improprio parlare di infiltrazione; piuttosto si trattò di un rapporto osmotico – sostenuto dalla influenza e dai mezzi della NATO – che percorse i binari di una stretta collaborazione fra la destra tutta e lo Stato. Sarebbe altresì non pertinente, in ordine a quel periodo, il parlare di un doppio Stato e di una doppia Obbedienza: quella formale, alla Repubblica nata dalla Resistenza e un’altra, sostanziale, ai dettami transnazionale dell’Alleanza atlantica e dell’anticomunismo.

In quella fase, semmai, la destra – e principalmente l’M.S.I. di Michelini e Almirante – svolsero una funzione di tipo subordinato e quindi non alternativa nella trama anticomunista costituendo l’esercito di riserva e la cassa di risonanza per le imprese eversive di apparati dello Stato: non è un caso che il generale DE LORENZO come l’Ammiraglio BIRINDELLI, disvelati i loro piani, trovarono un comodo rifugio in Parlamento e proprio nelle file del Movimento Sociale o della Destra Nazionale.

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Con l’intenso sconvolgimento socioculturale causato dal Sessantotto fu modificato in radice lo schema appena descritto in quanto i movimenti di destra, e non solo quelli istituzionali, furono proiettati nel conflitto di massa che divideva il paese acquistando, per molti versi, una loro autonoma dimensione: gli eversori si erano fatti, per così dire, le ossa, erano divenuti adulti e lasciavano la mano del padre.

Gli apparati dello Stato e i referenti atlantici, dal canto loro, pur continuando ad avere una sorta di contiguità preferenziale con i movimenti della destra ne compresero l’insorta autonomia. Fu quindi alla fine degli anni Sessanta che va inquadrato l’inizio di una autentica infiltrazione capillare nelle formazioni della destra, soprattutto quella extraparlamentare, ad opera degli strateghi di Stato. Il M.S.I. persevererà nel suo ruolo di basso profilo e di subalternità alle strategie atlantiche che, attraverso l’anticomunismo che le caratterizzò, costituì il collante ideologico ed un comune assioma in un periodo storico segnato da grossi movimenti di carattere sociale orientati a sinistra idonei a renderlo ancora più solido.

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Dopo il Sessantotto gli apparati repressivi dello Stato e i Servizi di sicurezza avvertirono che le formazioni della destra eversiva avevano, come già detto, assunto una propria autonomia e la trama dell’infiltrazione fu ordita proprio al fine di negarla per far rientrare quelle pulsioni eversive della piazza di destra in una camera più misteriosa ove si andò ridisegnando quel grande filone strategico, gestito dagli americani, della contrapposizione al comunismo. Con l’ingresso degli agenti infiltrati nella destra eversiva, a differenza di quanto fu possibile in ordine alle formazioni di sinistra, non si trattò di svolgere soltanto un ruolo volto ad una raccolta conoscitiva di dati.: i soggetti infiltrati furono attivi nell’orientare in una certa direzione la linea politica di quei gruppi e quando questo non fu possibile giunsero persino alla decisione di creare essi stessi dei nuovi raggruppamenti politici, come avvenne, secondo quanto sancito in dichiarazioni di alcuni militanti della destra armata di Avanguardia Nazionale poi divenuti collaboratori di giustizia, per il DELLE CHIAIE il cui ruolo dopo il 1968 divenne più specifico (cfr. dep. Paglia del 12.3.1990: “nel gennaio del 1970 fu rifondata Avanguardia Nazionale”)

E’ questa la fase centrale della strategia della tensione: Guido GIANNETTINI e Giovanni VENTURA da una parte e DELLE CHIAIE dall’altra indirizzarono i gruppi di destra verso una attività di aperta provocazione contro la sinistra per conto degli apparati dello Stato. In questa strategia vi furono esiti stragisti. Alcuni di essi possono ritenersi incidenti di percorso in cui incorsero anche i mandanti: gli agenti infiltrati erano infatti ispirati da una filosofia di stabilizzazione centrista e, dopo aver lavorato per la destabilizzazione il concreto esito stragista si rifletté in modo assai negativo sulle loro Operazioni. Solo per alcuni di quei fatti di strage si potrebbe ormai affermare che si trattò di una affermazione di autonomia della destra eversiva nei confronti della intrusiva presenza degli apparati dello Stato: è il caso dell’attività terroristica di Mario TUTI.

Si arriva così ad un’ultima fase storica caratterizzata da una profonda modificazione della strategia dell’infiltrazione nel settore della destra eversiva – il periodo va collocato dalla metà degli anni Settanta ai primi anni Ottanta – e segnata dall’attività dei gruppi autodenominatisi Terza Posizione e N.A.R. e dalla quella parte più movimentista e determinata dei gruppi di estrema destra rappresentata da Ordine Nuovo, Lotta di Popolo, Europa Civiltà che decisero di praticare la lotta armata non solo contro lo storico nemico, la sinistra, ma contro lo Stato. Fu così che lo scenario dell’infiltrazione ne uscì stravolto a fronte di una insorgenza di organizzazioni clandestine, di militanti latitanti, di cellule fasciste compartimentate: i vecchi metodi di infiltrazione e quella originaria contiguità oggettiva non contarono più.

Non cambiò tuttavia la strategia complessiva degli apparati dello Stato e dei Servizi di sicurezza che ancora pretesero di controllare e indirizzare questi spezzoni fuori controllo della destra armata. Non potendolo più fare direttamente anche a causa del rischio ritenuto enorme rispetto al passato in presenza di una magistratura ormai mutata nei suoi quadri, del serio impegno di alcuni apparati della polizia e dei carabinieri profuso nelle indagini, di una stessa politica americana improntata a parametri meno unidirezionali arginarono, il vuoto di uno scenario capovolto e attuarono una ennesima fase di infiltrazione nella destra armata. Questa fu caratterizzata dal ricorso alla mediazione di organizzazioni criminali o di apparati lobbistici.I N.A.R. – principale organizzazione terroristica della destra e difficilmente infiltrabile a causa della estrema esiguità dei suoi nuclei militari – fruivano di ottimi rapporti con i boss della banda della Magliana con cui si andavano scambiando favori reciproci e così Terza Posizione, che aveva capi carismatici introdotti nella loggia P2. La stessa Cosa Nostra, attraverso i canali carcerari e la continua attività del traffico d’armi, era in grado di agganciare e stabilire buoni rapporti con i nuclei del terrorismo nero.

Il fatto che alcuni apparati repressivi dello Stato avessero un’ampia agibilità nella banda della Magliana, nella Loggia P2 e in Cosa Nostra è un dato ormai accertato negli esiti di molte inchieste giudiziarie.

 

Sentenza ordinanza Argo 16 pag 2156-2158

Massimo Batani – dichiarazioni 08.06.1992

A.d.r. Sono stato condannato con sentenza definitiva a quattro anni e mezzo di reclusione, di cui tre condonati nel processo contro ordine nero. Non ho altre condanne, ne ho procedimenti penali pendenti che riguardino questi vecchi fatti. Sono quindi disposto ad essere sentito come testimone.

A.d.r. Circa il confronto avuto col Franci nel carcere di Firenze, non posso che confermare quanto ho gia’ detto alle molte AA.GG. Che mi hanno sentito sul punto, cioe’ che io tenni corda al Franci il quale voleva far credere al dr. Vigna di avere importanti rivelazioni da fare, e ciò al fine di evitare un trasferimento in un carcere della Sardegna che era stato disposto nei suoi confronti. Durante il confronto col Franci io non dissi nulla, ma appunto per stare al suo gioco feci capire che avrei potuto avere rivelazioni da fare su rapporti con la P2 e i servizi segreti.

A.d.r. E’ vero che Rossi, di Arezzo, era massone, ma era della Loggia del Gesu’. Tutti noi sapevamo che Rossi apparteneva alla massoneria, cosa della quale non aveva mai fatto mistero, ma ci era stato detto che era “in sonno”, e ciò sulla base di un orientamento della massoneria locale che a quei tempi voleva accogliere esponenti politici comunisti e socialisti, i quali si erano dichiarati disponibili a farne parte a condizione che i fascisti fossero stati emarginati.

A.d.r. Non so se Rossi abbia mai incontrato Affatigato, certo è che io non l’ho mai accompagnato da quest’ultimo.

A.d.r. Chiestomi se abbia notizie recenti del Cauchi, faccio presente di aver frequentato i suoi genitori fino a due anni fa. Essi si dichiararono disponibili a darmi il suo indirizzo, nel caso in cui io avessi voluto scrivergli, ma io preferii non saperlo.

A.d.r. Chiestomi se abbia mai avuto rapporti con il gruppo della Val di Nievole, ricordo di aver conosciuto tale Sergio Carrara, appartenente a questo gruppo. L’ho incontrato due volte a Firenze verso il 1972 in occasioni di manifestazioni del M.S.I.. E’ vero che io avevo fondato una sezione di Ordine Nuovo ad Arezzo, ma la sezione aveva contatti soltanto con Tomei a Lucca e con i fratelli Castori e col Gubbini a Perugia.

A.d.r. Peppino Pugliese l’ho conosciuto soltanto in carcere.

A.d.r. Quando fondai la sezione di O.N. Il Cauchi si trovava a Massa Carrara, ove si era trasferito con la moglie. Tornato ad Arezzo fece attivita politica nell’ambito della sezione, anche se in realtà e sempre stato più vicino al M.S.I.. Fui io a trovargli una sistemazione abitativa nella villetta della Verniana.

A.d.r. Il Cauchi dichiarava di avere rapporti con ambienti istituzionali, carabinieri e servizi segreti. Cominciò a parlarmene nei primi mesi del 74, allorquando mi disse che intendeva abbandonare l’attività politica per curare questo tipo di rapporto. In particolare diceva che voleva collaborare con i servizi nella prospettiva di un imminente colpo di stato. Era stato messo in contatto col Sid tramite il prof. Oggioni – cosi almeno diceva – col quale era entrato in contatto a sua volta attraverso la Ghelli Mirella, un’infermiera dell’ospedale di Montevarchi con la quale aveva avuto una relazione. Diceva in particolare di essere in contatto con un tale capitano Lamberti del Sid, persona che anch’io ho visto una volta. Si trattava di un uomo allora dell’eta’ di 50 anni circa, di corporatura media, con i capelli rossicci. Prendo visione della foto allegata al rapporto dei cc. Di Firenze di data 24 aprile 92 ed escludo che il Lamberti possa identificarsi con la persona ivi effigiata.

A.d.r. Albiani Franco era un mio coimputato in Ordine Nero ed anch’egli aveva appreso dal Cauchi che questi, tramite l’Oggioni, era entrato in contatto con i servizi segreti.

A.d.r. Non escludo che il Cauchi mi abbia detto che il Lamberti lo aveva messo in contatto con un suo superiore di Firenze, ma ad una cosi grande distanza dai fatti non ricordo questa circostanza.

A.d.r. Il Cauchi aveva anche un rapporto informativo con il m.llo Cherubini, cosa di cui ho gia’ parlato ed inoltre conosceva il m.llo Baldini della questura di Arezzo che credo sia morto in questi giorni.

A.d.r. Spontaneamente faccio presente una questione che non ho mai capito, cioe’ che il Cauchi mi disse che la notte dell’attentato di Moiano risultava ricoverato nell’ospedale del prof. Oggioni un certo Batani Massimo. Io ovviamente ero altrove e non ho mai saputo spiegare il senso e la consistenza di questa affermazione del Cauchi, come pure mi turbo’ il fatto che questi, attraverso la Bellini, mentre mi trovavo in carcere, mi suggerì un alibi per l’attentato di Moiano, alibi che io mi rifiutai di adottare in quanto, come piu’ volte detto, mi trovavo in caserma.

A.d.r. Non ho mai neppure compreso i riferimenti al mio nome fatti dal gen. Bittoni e da quel tale Salvatore Sanfilippo che mi ha indicato – peraltro deformando il mio cognome – come corresponsabile dell’attentato all’Italicus.

A.d.r. Il Brandani, che ella mi dice capo del gruppo della val di Nievole, l’ho conosciuto solo pochi anni or sono in occasione di una riunione preparatoria a un congresso del M.S.I.. So che il Mrandani afferma di avermi incontrato in una qualche riunione avvenuta nel corso degli anni 70, ma io non me ne ricordo.

A.d.r. Circa i rapporti Cauchi – Gelli e circa eventuali finanziamenti al primo da parte del secondo non so nulla. L’unica circostanza che posso riferire e’ che Gelli una volta diede una piccola somma, mi pare 300 mila lire, al Birindelli perché la consegnasse al M.S.I. di Arezzo per la campagna elettorale. Il Birindelli la diede al Ghinelli e questi al Dal Piaz.

A.d.r. Non ho mai conosciuto tale Zorzi residente in Arezzo. Il cognome Zorzi qualcosa mi dice.

A.d.r. Ho conosciuto Marcello Soffiati in carcere, mi pare nel 75, ma poi non ho piu’ avuto rapporti con lui ne’ altri del Veneto.

A.d.r. Il Signorelli l’ho conosciuto soltanto nel 78, appena uscito dal carcere e successivamente l’ho visto altre tre o quattro volte. Dimesso dal carcere avrei dovuto continuare il servizio militare, ma desideravo evitarlo, ragion per cui attraverso l’avv. Nicola Madia mi procurai un appuntamento col Semerari, il quale mi rilasciò una certificazione medico-psichiatrica grazie alla quale potei evitare di ritornare sotto le armi. Ricordo che verso il giugno del 78 mi recai a Roma ritirare questo certificato presso lo studio del professore e che quello stesso giorno, non ricordo in quale circostanza, conobbi per la prima volta Paolo Signorelli.

A.d.r. Come ho gia’ detto, ad un certo punto il Cauchi nel 1973 disse che voleva cessare l’attività politica per meglio curare i suoi rapporti con i carabinieri ed i servizi segreti. E’ piu’ o meno in questo periodo che si intensificò la frequentazione di Cauchi e Bumbaca. Quest’ultimo, come ho gia’ più volte detto, era uno di Milano che si era stabilito a Montepulciano e che parlava di gruppi milanesi che cercavano proseliti un po’ in tutte le parti d’Italia nell’ipotesi di un colpo di stato. Fino al ’73, cioè fino al suo scioglimento O.N. Era un’organizzazione pulita che aveva progressivamente raccolto consensi negli ambienti giovanili a  discapito del M.S.I.. Ad un certo punti ci fu’ il tentativo di coinvolgere O.N. nella strategia golpista, tentativo facilitato dall’arresto dei dirigenti intermedi, ad esempio come me. E’ evidente che gli affiliati di Ordine Nuovo poteva essere estremamente utili nella prospettiva di un colpo di stato. O.N. Comunque, intendo l’O.N. di Graziani nell’imminenza dello scioglimento rifiuto di darsi al terrorismo e decise di ristrutturarsi in circoli culturali e di pubblicare un periodico, cioe’ Anno Zero. L.c.s.

Gino Birindelli – dichiarazioni 11.01.1982

Richiesto di illustrare la mia posizione del 1974 nel partito, chiarisco che, una volta che il Msi prese il nome di Destra Nazionale e vi entrarono anche i monarchici, mi offersi in quanto ritenevo di poter aiutare la realizzazione, (ed in un certo senso di farne da mallevadore) , di un cambiamento nella direzione di una grande destra europea. Senonché dovetti presto constatare una contraddizione, specie sul ruolo degli elementi giovanili, in quanto io ritenevo che la violenza fosse da bandire in modo chiaro e assoluto, perche’ in caso contrario, ove la si giudicasse indispensabile, avremmo dovuto essere noi della direzione in prima fila, e invece l’ onorevole Almirante pur stigmatizzando in chiave generale nei suoi discorsi il ricorso alla violenza me che gli dicevo di far conoscere questa direttiva ai giovani del partito, rispondeva che anche detti giovani “erano del partito” e non si poteva abbandonarli. In effetti spesso la stampa attribuiva ai giovani del Msi colpe non sussistenti, determinando poi la loro ribellione.

Spesso nei volantinaggi innocenti i giovani del Msi venivano aggrediti, la situazione e’ complessa per racchiuderla in poche parole … Comunque resta fermo che furono gli avvenimenti del 1974, fino alla strage di Brescia, che mi convinsero che la politica del Msi era incerta, non univoca nel senso europeo, e comunque l’ incertezza derivava dal fatto che i nostri giovani non mettevano o lanciavano bombe pur venendone spesso accusati ingiustamente, in quanto non si era stati chiari a sufficienza nell’ indicare il nostro rifiuto alla violenza. Dieci giorni prima della strage di Brescia, io avevo chiesto che con fermezza il partito si scindesse da chiunque propugnava la violenza. Prendo visione del documento sequestrato il 02.06.79 che mi dite appartenere a Signorelli Paolo e, lettolo, dichiaro che le idee ivi contenute risultavano all’ epoca propugnate da qualche persona soltanto nel partito, ma senza dubbio ….

– Pensi che all’ epoca del mio ingresso nel Msi, talune persone cercavano di portarmi in contrapposizione con la impostazione dell’ onorevole Almirante, ma mi accorsi che erano poi persone dalle idee rivoluzionarie, che, erroneamente, mi consideravano “golpista” cioe’ disposto a seguirli nelle loro fantasie golpistiche. Sapevano bene, peraltro, che era inutile prospettarmi tali idee per cui mai mi fecero proposte; forse non osavano. Sentendo i miei discorsi, capirono certamente che ben diversa era la mia impostazione. Per usare una immagine visiva, direi con la signora Thatcher mi ritrovo con Reagan mi ritrovo, con Strauss mi ritrovo, ma con Almirante non mi trovo. Io definisco nazionale, democratico, liberalista, eticamente motivato e credo che oggi non ci sia un partito che corrisponda a queste mie esigenze.

Letto confermato e sottoscritto.

“Il veleno fascista” – Panorama 26.4.1973

La tattica era riuscita altre volte: proprio a Milano, per esempio, nel febbraio del ’71, parecchie migliaia di manifesti tricolori  firmati dalla federazione del MSI che chiedevano condanne esemplari per i colpevoli della serie di attentati dinamitardi firmati Sam, Squadre di azione Mussolini, avevano parato abbastanza efficacemente la prima ondata di sdegno antifascista che aveva travolto con tutta l’estrema destra anche la “destra nazionale”. Così Giorgio Almirante, sorpreso nel tardo pomeriggio di giovedì 12 aprile da una telefonata del direttore del Secolo, Franz Maria D’Asaro, che lo informava preoccupato delle prime notizie su un poliziotto assassinato a colpi di bombe a mano durante i disordini scoppiati in seguito alla decisione di tenere ugualmente il comizio di Ciccio Franco nonostante il divieto della polizia milanese, dettò le consuete istruzioni: “Denunciare con la massima fermezza il delitto; far capire che potrebbe trattarsi di una provocazione”.

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Poi, per quanto i camerati oggi dicano che era sconvolto, andò a presiedere una riunione del settore femminile che stava preparando l’assemblea nazionale delle donne fasciste, stette qualche minuto e infine se ne andò a casa. Fu solo in serata, dopo avere assistito a un telegiornale che coinvolgeva senza mezzi termini il MSI nell’omicidio, e dopo una lunga conversazione col federale di Milano, Franco Servello, che il segretario del MSI si rese conto della gravità della situazione: la morte di Antonio Marino, agente di polizia come quell’Antonio Annarumma che era servito alla destra per orchestrare una gigantesca campagna anticomunista, rischiava di spazzare via di colpo anni di tentativi di accreditare l’immagine di un MSI difensore dell’ordine e della legge, e di provocare pericolosi contraccolpi sull’unità di un partito tutt’altro che unito ideologicamente.
Cominciavano per Almirante le 72 ore più lunghe della sua segreteria, tre giorni di imbarazzate prese di posizione e di tensioni che dovevano allentarsi solo nella primissima mattina di lunedì, quando una telefonata lo informò che un’altra grave notizia era arrivata a distrarre l’attenzione dai fatti di Milano: l’orribile rogo nel quale avevano trovato la morte, a Primavalle, due figli del segretario della locale sezione del MSI.
I primi contraccolpi della bomba di Milano arrivarono a Palazzo drago, sede del MSI, fin dalla mattina di venerdì: mentre perfino giornali solitamente indulgenti con l’attività del partito di Almirante, il Resto del Carlino di Bologna, La Nazione di Firenze e Il Tempo di Roma, attaccavano abbastanza esplicitamente il MSI, corse voce (poi ufficialmente smentita all’esterno) di aspri commenti  pronunciati da alcuni deputati di recente immissione nella destra nazionale. In particolare ex-monarchici e un ex-questore di pubblica sicurezza entrato nel MSI “soprattutto per difendere la polizia vilipesa dall’estremismo rosso”. Per tutti, Almirante cercò di tranquillizzare l’ammiraglio Gino Birindelli, l’inquieto presidente del partito che già in un’altra occasione aveva minacciato clamorosi gesti di protesta.
“L’omicida non è iscritto al MSI”, lo rassicurò Almirante, senza tuttavia riuscire a impedire che l’ammiraglio dettasse alle agenzie un esplicito comunicato in cui prometteva dimissioni immediate “se le responsabilità del MSI-destra nazionale verranno provate”.
Poi Almirante autorizzò Franco Servello e l’altro dirigente locale del MSI, il senatore Gastone Nencioni, precipitatosi da Roma a Milano nel corso della notte, a prendere due importanti misure: denunciare alla polizia quelli che nel frattempo erano stati individuati come gli autori materiali del lancio delle bombe e reclamizzare una taglia di 5 milioni “a chiunque fornirà indicazioni decisive per l’identificazione dei colpevoli”.
Poche ore dopo Vittorio Loi, 21 anni, figlio dell’ex-pugile Duilio, estremista noto in questura per imprese teppistiche di piccola portata, veniva arrestato. Come Maurizio Murelli, 19 anni, pure indicato dal MSI come possibile omicida, Loi non era più iscritto al MSI da alcuni anni.
E l’operazione di sganciamento di responsabilità del partito sarebbe probabilmente andata in porto se prima Loi, e poi Murelli, non avessero saputo chi li aveva denunciati. “Come, prima ci utilizzano per creare disordini e poi ci mollano?”, fu l’esplicito, amaro commento di Loi, che decise allora di dire tutto al giudice. Dalla lunga confessione, confermata ampliamente da Murelli, venne il colpo decisivo alla macchinosa costruzione difensiva del MSI: la manifestazione non autorizzata dalla questura milanese era stata voluta dal MSI, che sapeva che ci sarebbero stati disordini; Loi e Murelli erano stati reclutati col preciso scopo di arrivare a uno scontro con la polizia da MArio De Andreis, fidatissimo di Servello, iscritto e, perfino, ufficialmente residente nella sede del MSI milanese, le bombe era state probabilmente fornite da un altro fascista notoriamente legato al MSI.

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Il comizio di Ciccio Franco, leader delle rivolte di Reggio Calabria, che cita come medaglie le molte denunce accumulate per istigazione a delinquere e a sovvertire l’ordine dello Stato, era stato meticolosamente preparato da un “Comitato milanese d’azione pro Reggio e Meridione d’Italia” frequentato, oltre che da squadristi milanesi, anche da immigrati sottoproletari trasferiti da qualche tempo a Milano. Lo slogan del comitato era esplicito: importare a Milano la guerriglia anarcoide che aveva incendiato tante volte la città calabra. E nelle ultime settimane, mentre anonimi comunicati stampa ai giornali avvertivano, riferendosi ai disordini più recenti in Calabria, “a presto risentirci a Milano”, i muri della città si riempivano di slogan verniciati in nero. Il più ripetuto “L’Aquila, Reggio, a Milano sarà peggio”. I dirigenti più moderati del MSI non hanno mai nascosto la loro preoccupazione per la presenza del leader reggino nel partito:
“Una vera e propria carica di tritolo innescata sotto la linea del doppiopetto inaugurata da Almirante”, dice un notabile missino padovano assicurando che parecchi dirigenti e parlamentari della destra nazionale pensano, come lui, che “dobbiamo assolutamente liberarci di un personaggio tanto pericoloso, se vogliamo accreditare onestamente l’immagine di un partito che ha accettato le regole della democrazia”. (…)

Gianni Farneti – Panorama 26.4.1973