La sparatoria di Pian del Rascino – seconda parte

Esposti fu fatto oggetto di due colpi di moschetto dal brigadiere, questo me lo ricordo, gli sparò due colpi di moschetto molto velocemente, quello che mi è rimasto impresso è il fatto che Esposti ad un certo punto rimase con la pistola ancora in mano per un attimo come fermo, credo per i colpi che aveva ricevuto, in quella circostanza il maresciallo Filippi gli sparò questo colpo in testa. […] non fu il colpo di grazia, secondo me, perché comunque Giancarlo Esposti era ancora in piedi, forse stava già cadendo, ma era ancora in piedi, aveva la pistola in mano, per cui credo che chiunque al posto di […] gli avrebbe sparato in testa […]. Credo anche senza questo colpo alla testa sarebbe comunque morto perché sembra che i colpi di moschetto lo raggiunsero proprio. Questo è proprio quello che ricordo quel momento perché lo vidi in piedi con questa pistola per un attimo come colpito probabilmente però aveva la pistola in mano ancora.

Per Danieletti «chiunque gli avrebbe sparato in testa», ma nella realtà non dovrebbe essere così. Nelle voci di carcere, e non in aula, lui e D’Intino, avrebbero raccontato di un’«esecuzione». Le risultanze medico-legali hanno accertato che non vi siano stati colpi a bruciapelo ma, la dinamica che si può ricostruire, fa pensare a qualcosa di simile a un’esecuzione. Infatti nella memoria del Pm dell’ultimo processo della strage di Brescia, si trova scritto:

Molti testi hanno riferito di aver appreso da D’Intino e Danieletti notizie che riportano all’esecuzione. Se sono poco credibili quelle che fanno riferimento ad un palese concordato omicidio, appaiono abbastanza attendibili quelle che ci conducono a concludere che Esposti, già colpito, ormai fermo e non in grado di difendersi adeguatamente, fu ucciso dal M.llo Filippi con un autentico colpo di grazia, sparato alla testa, che poi è uno dei due colpi mortali emergenti dall’autopsia.

Oltre a tutto questo, oltre al fatto che l’azione non solo ha determinato la morte di Esposti, ma ha messo a repentaglio la vita di Mancini e Jagnemma, rimangono diversi altri dettagli, i quali dimostrerebbero che la realtà dei fatti sarebbe stata contraffatta e che sono state raccontate diverse falsità:

– Il maresciallo Filippi oltre alla pistola si porta dietro un fucile con cannocchiale fuori ordinanza. Prima della sparatoria lo avrebbe lasciato alla guardia De Villa. Dovendo giustificare il fucile, perché successivamente emerge la sua presenza, Filippi afferma, con una strana scusa, che avrebbe dovuto poi portarlo a riparare. Ma De Villa e De Angelis avevano scritto nel loro verbale che l’arma fosse «pronta all’uso».

– In base all’autopsia Esposti è stato attinto da otto colpi di arma da fuoco, tutti trapassanti, che hanno determinato sedici fori, otto in entrata e otto in uscita. Ma un colpo è di provenienza sconosciuta. «Stando ai verbali Muffini avrebbe esploso 2 colpi, mentre Filippi ne avrebbe esplosi 4; in realtà i colpi esplosi dal maresciallo furono 5, perché al momento del reintegro gli vengono restituiti 5 colpi, per un totale di 7 colpi sparati dai due militari». Sette colpi in totale, che non sono otto, e quindi il sospetto va al fucile fuori ordinanza.

– Il colpo che attinge Esposti alla tempia destra, secondo i periti, parte appunto da un fucile. Non collima con il racconto di Filippi, che dice di aver sparato con la sua pistola, uccidendo lui il neofascista. Chi uccise Esposti quindi: Muffini o Filippi? O forse anche qui si deve pensare al fucile fuori ordinanza?

-Il corpo di Esposti sarebbe stato spostato, secondo D’Intino, prima dei sopralluoghi e dell’arrivo del magistrato. D’Intino ha affermato «di aver avuto l’impressione, in sede di sopralluogo del P.M. che il cadavere di Esposti giacesse in un luogo un po’ spostato rispetto a quello in cui lo vide cadere e cioè più in basso verso il bosco e soprattutto in posizione diversa, bocconi e non supina». Il G.I. ha ipotizzato, forzatamente, che il corpo si sia potuto muovere per «forza dinamica propria». In realtà la posizione rannicchiata, in cui il cadavere di Esposti è stato trovato, appare abbastanza anomala, non concorde con i colpi subiti, che semmai avrebbero dovuto farlo cadere in una posizione supina, come lo ricorda D’Intino.

– Nel verbale di sopralluogo viene scritto che Esposti impugna la pistola browning con la mano sinistra, invece nella foto del sopralluogo si intravede il calcio dell’arma impugnato con la destra. Potrebbe trattarsi di una mera svista nella verbalizzazione, sicuramente è così, però c’è dell’altro. Le testimonianze delle forze dell’ordine indicano che Esposti avesse sparato con la sinistra. Quindi la foto fa pensare che l’arma sia stata posizionata artatamente nella mano destra.

– I terroristi, una volta arrestati, rendono un elenco preciso delle armi di cui disponevano e fra queste c’è una Beretta calibro 9, di provenienza da un contatto dei carabinieri che aveva Esposti. La pistola però non c’è fra le armi sequestrate. O meglio, è menzionata in alcuni dei primi atti, ma dopo sparisce.

– Danieletti e D’Intino avrebbero subito un trattamento particolarmente pesante, posto in essere per intimorirli.

Infine c’è il rintracciamento del gruppo Esposti: in parte è stato casuale, frutto dell’imprudenza di Vivirito e D’Intino, ma è anche vero che il gruppo era stato individuato già a Roiano. Ossia è possibile che i movimenti del gruppo di Esposti venissero seguiti da vicino costantemente. Per esempio poteva esserne informato il capitano dei carabinieri Giancarlo D’Ovidio, in servizio presso il SID. Dopo la sparatoria di Pian del Rascino, il 16 giugno Giancarlo D’Ovidio, arrivato a Lanciano da Roma la sera precedente, telefona a Luciano Benardelli (che è un suo confidente, oltre ad essere uno degli amici di Esposti) e lo invita a casa sua per un colloquio, dopo il quale l’estremista si allontana rendendosi latitante. Giusto in quelle ore è stato spiccato mandato di cattura verso Benardelli. Secondo quanto questi dichiarerà successivamente, in quell’occasione il capitano D’Ovidio, il cui padre è procuratore della Repubblica, lo avrebbe preavvertito consentendogli così la fuga. Ma non solo, nell’occasione gli avrebbe parlato anche della sparatoria di Pian del Rascino: che «il gruppo Esposti era già stato sorvegliato e che nel luogo della sparatoria erano state fatte delle mutazioni prima dell’arrivo dei magistrati». Le «mutazioni» sarebbero consistite nello «spostamento del cadavere di Esposti prima dell’arrivo del Magistrato ed il rifacimento dei verbali relativi alla dinamica del fatto».
Benardelli non poteva conoscere il contenuto dell’appunto dei servizi segreti, quello dove si scrive che vi fu un sopralluogo la sera prima della sparatoria, le dichiarazioni di D’Intino, le incongruenze dei verbali e il fucile fuori ordinanza. Il capitano D’Ovidio, anche se avesse convocato Benardelli solo per ottenerne informazioni, poteva invece essere a conoscenza di tutti gli elementi. Tra l’altro la sua figura è ben nota, il suo nome è risultato tra quelli degli iscritti alla P2 e ha condotto operazioni per il SID, tra cui la famigerata provocazione dell’arsenale di Camerino del 1972, dove un rinvenimento di un ingente quantitativo di armi fu utilizzato per accusare falsamente militanti dell’estrema sinistra. Secondo Viccei lo stesso Esposti era in contatto con D’Ovidio. Tutto questo per dire che esisteva un canale, e forse non era l’unico, fra il gruppo dell’estremista lodigiano e chi, da fuori, ne seguiva le mosse.

Estratto libro “Sciabole e tritolo

Valerio Viccei e Angelo Izzo – verbale di confronto 09.05.1985

Izzo: confermo le dichiarazioni rese in altri interrogatori, specificatamente nella parte in cui si riferiscono al Guazzaroni e al Magnetta. Il Guazzaroni era stato compagno di detenzione di Viccei e questo fu uno dei motivi per cui prendemmo una certa confidenza e giunse a narrare a me ed al Franci la funzione che il Fianchini avrebbe svolto nella predisposizione di un arsenale a Camerino, fatto poi rinvenire ai carabinieri ed attribuito a gruppi di sinistra col Magnetta ebbi uno scambio di cartolina a seguito della detenzione che questi trascorse in comune col Viccei nel carcere di Ascoli Piceno. Io ed il Viccei eravamo amici sin dal 1972 e quando mi trovavo in liberta’ ebbi occasione di andarlo a trovare ad Ascoli.
Ci trovammo soprattutto in localita’ marine nei pressi di Ascoli. In una di tali occasioni avemmo occasione di scambiarci i nostri punti di vista sull’ immagine prospettiva di un Golpe. L’ anno a cui mi riferisco e’ il 1974. Per parte mia narrai al Viccei quello che ho gia’ detto in sede di interrogatorio, cioe’ dei contatti avuti col Sermonti e del progetto di schedare i militanti comunisti e procedere ad azioni militari contro loro. Il Viccei, da parte sua mi parlo’ dei suoi rapporti con Esposti Giancarlo e del fatto che anche quest’ ultimo gli aveva parlato di un’ imminente iniziativa golpista negli stessi termini da me riferiti. Mentre io ero allora favorevole a simili iniziative, Viccei era scettico sulla possibilità che potesse realizzarsi.

Viccei: nell’ ambito di procedimenti pendenti a mio carico presso le AAGG di Ascoli e di fermo, ho iniziato una revisione critica della mia vita ed una ricerca delle cause dei miei errori. In tale contesto ho ammesso le mie responsabilita’ per i reati comuni da me consumati. Mi trovo, ora, in una fase di riflessione sulle mie passate esperienze politiche e su quell’ insieme di rapporti che vissi da ragazzo ad Ascoli Piceno allorche’ mi trovavo in una condizione di contiguità rispetto ad un gruppo di destra di Ascoli che si era formato attorno alla figura di Nardi Gianni. La mia riflessione su queste mie vicende non e’ ancora conclusa e manifesto il timore, nel caso in cui ampliassi il mio rapporto di collaborazione con la giustizia, che la mia famiglia possa subirne delle conseguenze negative o che comunque non sia partecipe di questa mia difficile scelta, anche in considerazione alla ristrettezza dell’ ambiente ascolano, in cui tuttora vivono i miei familiari. Intendo comunque rispondere lealmente sui punti oggetto di questo confronto gia’ affrontati da Izzo, riservandomi tuttavia di non fare i nomi delle persone di Ascoli che non siano ancora affiorati nei procedimenti penali. Esprimo altresi’ l’ esigenza di potermi consultare, in merito a questa scelta che sto compiendo, con i miei familiari.
Oltre ad ammettere le mie responsabilita’ nei processi a mio carico successivamente alla loro conclusione dibattimentale in primo grado, ho consentito il ritrovamento, in data 01.04.85, di una pistola Walter PPK 7.65; in data 15 aprile, ho consentito il ritrovamento di una mitragliatrice sten 9 mm parabellum e relativi caricatori, di una bomba a mano SRCM ed attualmente mi sto attivando affinche’ venga repertato un fucile a pompa Smith and Wesson 12 Magnum, una carabina silenziata cal 22 nonche’ varie altre armi e munizioni.
Tutto cio’ in stretto contatto con il procuratore capo della repubblica di Ascoli, dr Mandrelli, e con il sostituto procuratore della repubblica di fermo, dr Baschieri.
Spontaneamente e senza richiedere alcuna contropartita, mi accingo a riaprire un capitolo della mia vita che consideravo definitivamente chiuso, sono consapevole che cio’ puo’ procurarmi solo dei rischi e chiedo soltanto il tempo di portare a termine questa mia riflessione.
Nel 1972 sono stato inquisito per il furto di materiale esplodente, da me consumato in danno di una cava dell’ ascolano. Ammisi le mie responsabilità. All’ epoca dei fatti ero minorenne ed avevo rubato l’ esplosivo per consegnarlo a persone che mi riservo di indicare, che intendevano utilizzarlo per scopi di carattere eversivo. Gia’ nel 1971, infatti, ero in contatto con un gruppo di destra gravitante attorno a Nardi Gianni, il quale possedeva una villa a Marino del Tronto, nei pressi della quale vennero rinvenuti armi ed esplosivi. Conoscevo bene Nardi Gianni al quale ero accomunato dalla passione per le armi sebbene ci dividesse una notevole differenza di età. Il Nardi aveva creato intorno a se un gruppo di giovani di Ascoli di analoga estrazione politica. O almeno professanti una ideologia politica diversa. Ritengo che alcuni tuttavia fossero semplicemente degli opportunisti. Il furto per il quale fui inquisitolo avevo consumato nel novembre 1971. Ero stato scoperto dal proprietario della cava il quale aveva omesso di denunciare il fatto ed aveva avuto in restituzione l’ esplosivo da me sottratto. Il fatto affiorò nel gennaio 1972 a seguito di una recrudescenza di attentati nella zona. A quel periodo risale infatti un attentato al tribunale di Ascoli e ad un ripetitore della rai. Venni quindi arrestato nel gennaio del 1973 e rimasi in carcere per circa un mese. Evidentemente durante l’ istruttoria mi comportai in un modo che venne apprezzato dai camerati di fede tanto è vero che, uscito dal carcere mi regalarono la prima pistola da me posseduta. Si trattava di una Astra cal 9 mm. Nel corso degli anni 1973 1975 le persone piu’ strettamente legate a Nardi parlavano con insistenza della necessita’ e della possibilita’ di impadronirsi del potere con un colpo di stato a conclusione di una campagna di attentati.

Izzo: effettivamente in quel periodo ed in particolare nei primi mesi del 1974, incontrandomi con il Viccei ad Ascoli, parlando di armi, gli dissi che detenevo un Mab 7.65 Parabellum, una Colt 38 special, una Colt 357 Magnum, un mitra mp 40 cal 9 parabellum ed altre pistole che tenevo in casa nella previsione di utilizzarle per i fini di cui ho detto nel mio interrogatorio. Il Viccei mi disse che la prospettiva di un colpo di stato gli sembrava assurda e mi derideva chiamandomi “pariolino col moschetto” .

Viccei: l’ abitazione di Nardi Gianni era frequentata anche quando questi era assente, ed anche dopo che si era reso latitante, da Esposti Giancarlo, dalla sorella del Nardi e da varie altre persone che mi riservo di nominare. La villa del Nardi era il luogo dove l’ Esposti custodiva una notevole quantità di armi. Lo vedevo spesso andare e venire sempre portando con se contenitori con armi di svariato tipo. In particolare ricordo di aver visto le seguenti armi:
-Radom vis semiautomatica;
-Beretta mod 34 con silenziatore;
-Browning HP cal 9 parabellum con guanciole nere che disse essergli stata regalata dal Nardi al momento della sua partenza;
– mitra Beretta Mab mod 38/a1 con impugnatura artigianale presumibilmente ricavata da un fucile subacqueo;
– fucile d’ assalto fal fn 308 dotato di bipiede ;
– bombe a mano SRCM;
– fucile mauser che era stato completamente privato della brunitura originale e poi ribrunito artigianalmente;
– pistola mitragliatrice M3 a1 di fabbricazione americana cal 9 mm.
Ho notato poi nelle sue mani una stranissima pistola mitragliatrice di ridottissime dimensioni e sicuramente di fattura artigianale la qual cosa mi venne confermata dallo stesso Esposti il quale, alla mia richiesta di cedermela mi disse che per il momento non era possibile in quanto trattavasi di una specie di prototipo consegnatagli da un personaggio veneto, preciso meglio: da un suo amico veneto, le fattezze dell’ arma in questione erano le seguenti: si trattava di un corpo raccolto dell’ arma stessa che assommava le sembianze di alcune pistole mitragliatrici tra le piu’ diffuse in commercio (cz, Uzi, Ingram). In ogni caso sarei in grado di riconoscerla qualora mi venisse mostrata. Ricordo di aver visto molte fotografie relative alla conclusione della vicenda di Pian di Rascino e ricordo di aver visto raffigurante nelle fotografie che comparivano sulla stampa alcune armi identiche a quelle possedute dall’ Esposti ed in particolare una che mi sembrava proprio la mitraglietta di fattura artigianale della quale ho appena parlato.
Adr: l’ Esposti non mi disse chi fosse questo suo amico veneto che gli consegno’ l’ arma. Devo aggiungere che vidi in possesso dell’ Esposti anche un fodero di un fucile di grosse dimensioni atto a contenere un fucile di precisione e relativo cannocchiale. Chiesi all’ Esposti di mostrarmi il contenuto dell’ involucro e costui mi disse, forse volendo fare una battuta o forse per eludere la mia curiosita’ , che presto l’ avrei visto per svariato tempo su tutte le prime pagine dei giornali.

Izzo: come ho gia’ dichiarato in altra sede, sono a conoscenza del fatto che l’ Esposti allorche’ venne ucciso a Pian del Rascino stava dirigendosi verso Roma con l’ intento di commettere un attentato al presidente della repubblica in occasione della ricorrenza del 2 giugno.

Viccei: questa accumulazione di armi da parte dell’ Esposti, che sembrava una vera e propria incetta compiuta con l’ aiuto di personaggi ascolani dei quali mi riservo di fare i nomi in seguito, dava l’ impressione che fosse imminente quel progettato sovvertimento dei poteri dello stato del quale spesso mi avevano parlato i camerati di Ascoli e l’ Esposti in particolare, ed al quale io comunque stentavo ancora a credere. Mi riservo di ammettere le mie responsabilità in ordine alla cessione di armi all’ Esposti nella sede processuale opportuna. Il discorso su mie eventuali responsabilità  e’ comunque un discorso diverso e collaterale quello che sto ora sviluppando. Tornando al progetto eversivo in atto a quel tempo faccio presente che l’ Esposti vantava di avere l’appoggio, nei suoi disegni, di un colonnello dei carabinieri distanza nel triveneto e di un ufficiale dell’ esercito, sempre distanza nel veneto. Cio’ mi diceva l’ Esposti per superare le mie diffidenze nei confronti del millantato progetto eversivo.
L’ Esposti mi diceva inoltre che era in contatto con esponenti della destra eversiva milanese, ed in particolare mi fece i nomi di tali Ballan e Rognoni. Non ho mai conosciuto personalmente queste persone.
L’ Esposti sembrava addetto al settore logistico e piu’ esattamente al repertamento di materiale bellico, nell’ ambito di questo progetto eversivo di cui parlava.
Per assolvere tale sue funzioni effettuava numerosissimi spostamenti. Ricordo che utilizzava un Opel Commodore di colore bianco, molto probabilmente affittata utilizzando un tesserino da giornalista, ed una vettura sportiva di colore chiaro tipo MG vecchio modello con la ruota di scorta esterna. Con la Opel ebbe un incidente d’ auto piuttosto grave in Ascoli e di cio’ dovrebbe esservi traccia negli atti di polizia. L’ Esposti frequentava la villa di Nardi assieme ad un tale di Milano di cognome Crespi il quale aveva una mano offesa a suo dire a seguito di un incidente stradale e che ero dovrebbe avere una trentina di anni. Questi affermava di essere imparentato con la nota famiglia Crespi di Milano. Cio’ mi veniva confermato dallo Esposti il quale considerava questa persona un elemento prezioso peri propri scopi. Avevo avuto dei diverbi col Crespi in quanto fumava haschish e non approvavo tale abitudine. L’ Esposti mi invito’ a lasciarlo in pace poiche’ era una persona utile per i suoi scopi che gli dava una certa copertura. Con l’ Esposti frequentava la villa del Nardi – unitamente al Crespi – anche una ragazza a nome Annina anch’ essa milanese anch’essa dovrebbe avere circa trent’ anni.
Conversando in merito ai suoi progetti eversivi l’ Esposti affermava che sarebbe divenuto ministro dello sterminio pubblico. Naturalmente diceva questo con fare scherzoso. L’ Esposti nella sua attivita’ , in particolare per il reperimento di armi, ogni qualvolta gli chiedevo con quali fondi se le procurasse, mi diceva che il denaro necessario gli era fornito da una persona che definiva “il vecchio” e che successivamente alla morte dell’ Esposti, grazie alle confidenze dei suoi amici ascolani, ho ritenuto di identificarlo in Fumagalli Carlo. Non credevo nei disegni golpisti dell’ Esposti soprattutto perche’ costui affermava che avrebbe potuto contare sullo aiuto dei carabinieri e dei servizi segreti, cioe’ di quegli organismi che io, per il mio modo di vivere, vedevo come miei antagonisti e persecutori. L’ Esposti affermava altresi’ la necessita e la produttivita’ di creare del panico e delle vere e proprie provocazioni, facendo attentati apparentemente riferibili alla parte politica avversa. Ricordo in particolare che mi parlo’ del fallito attentato sul treno Genova Milano per il cui insuccesso mi disse che lui o i suoi camerati “erano stati redarguiti”. Non posso aggiungere altro sul punto. Voglio inoltre far presente che una volta venni redarguito dall’ Esposti per aver parlato con tale De Portada Maria di argomenti oggetto di nostre conversazioni. Da cio’ dedussi che l’ Esposti o qualcuno degli ascolani conosceva la De Portada. Questa l’ avevo conosciuta in occasione di una mia visita a Padova ove mi ero recato per andare a trovare la mia fidanzata del tempo che a quell’ epoca studiava in quella citta’ . La De Portada la conobbi in una libreria specializzata in testi esoterici o comunque appartenenti alla cultura di destra. Non ricordo se questa libreria gia’ allora si chiamasse “Ezzellino” , certo e’ che si trattava della libreria di Freda.
L’ atto inaugurale della strategia prefigurata dall’ Esposti, fu, adire di quest’ ultimo, l’ attentato al treno Ancona Pescara del 1973. L’ importanza di tale attentato nell’ ambito di quella strategia mi venne confermata anche da altre persone. Mi riservo di ritornare su questo argomento data la delicatezza e l’ importanza che riveste.
Per ora posso dire che all’ interno del gruppo ascolano alcuni ritenevano che sia stato un errore tecnico, per altri la mancata esplosione del convogli ferroviario era da addebitare ad una semplice coincidenza. Secondo altri infine era stato voluto proprio nei termini in cui si verifico’ con funzione di avvertimento sempre naturalmente finalizzato a seminare il panico. Aggiungo che a quel tempo si diceva che sul quel treno oggetto dell’ attentato si sarebbe trovato o avrebbe dovuto trovarsi l’ onorevole Almirante.
Tornando ai contatti dell’ Esposti con altri ambienti diversi da quello ascolano, faccio presente che costui era in collegamento con un tale di nome Berardella o Bernardelli – il nome è assonante o identico a quello della nota pistola – di professione farmacista e sicuramente abruzzese. Ricollego a questo nome la circostanza che l’ Esposti vantava di avere collegamenti anche con un certo D’Ovidio ufficiale di carabinieri, anche egli abruzzese. Dopo la morte dello Esposti nell’ambiente ascolano si diceva che vi era stato un tentativo di addebitargli la strage di Brescia, col ruolo di autore materiale. Si diceva che era stato messo in giro un identikit in pratica riproducente le sembianze dell’ Esposti al momento della morte erano incompatibili con questo identikit poiche’ nel frattempo si era tagliato o fatto crescere la barba. Mi pare che l’ identikit rappresentasse una persona con la barba rasata mentre l’ Esposti al momento della morte, seguita di poco tempo la strage, aveva una barba lunga e folta. Nell’ ambiente si diceva che la strage era stata fatta da un gruppo di balordi bresciani. Dapprima, tuttavia, nella immediatezza della strage stessa, nell’ ambiente ascolano si affermava che era stata commessa da un gruppo di milanesi, o meglio dal gruppo milanese cui faceva parte anche l’ Esposti.

Izzo: sulla questione Fianchini Guazzaroni confermo di aver saputo da Guazzaroni che Fianchini era implicato nella provocazione di Camerino.

Viccei: mi riporto alle dichiarazioni rese all’ inizio di questo confronto.

Viccei: mi trovavo ristretto nel carcere di Ascoli nello stesso periodo di tempo in cui la’ si trovava anche il Fianchini Aurelio, il quale aveva da poco reso le note dichiarazioni nel processo dello Italicus o comunque era notorio attraverso la stampa che aveva fatto delle dichiarazioni sull’ Italicus accusando in veste di superteste gli imputati di quel processo. La mia connotazione politica mi imponeva all’ interno della situazione carceraria in cui mi trovavo di provocare un chiarimento col Fianchini al quale imputavo di essersi comportato da delatore nei confronti di camerati. Lo rimproverai, lo insultai e lo presi anche a schiaffi. Il Fianchini che tremava come una foglia, replico’ che era stato costretto a fare le dichiarazioni concernenti l’ Italicus ed aggiunse anche spontaneamente, forse presumendo che fossi al corrente anche di questo fatto, che aveva collaborato con i servizi segreti alla esecuzione dell’ operazione Guazzaroni ma che comunque avrebbe a suo tempo riparato alle ingiustizie procurate raccontando la verita’ io presi atto di questa sua giustificazione anche se non presi molto sul serio questo suo impegno a ritrattare. Il Fianchini si allontano’ e forse si senti’ tranquillizzato da questo chiarimento. D’ altra parte io stesso avevo cercato questo incontro col Fianchini piu’ che altro per motivi “di faccia” imposti dalla logica carceraria e dalla mia appartenenza alla destra. Nell’ esordio di questo confronto Izzo ha fatto riferimento a suoi rapporti epistolari con Magnetta Domenico. Voglio far presente che sono stato suo compagno di detenzione dal dicembre 1981 al maggio 1982 e che dal Magnetta stesso ho appreso delle notizie concernenti le modalita’ del suo arresto e le ragioni del suo distacco da Avanguardia Nazionale.

Izzo: circa i miei rapporti col Viccei voglio aggiungere che gli ho fatto ,conoscere parecchie persone dell’ ambiente di destra, sia allorche’ eravamo in stato di liberta’ ed il Viccei veniva a trovarmi a Roma, sia anche durante il periodo della nostra detenzione. Poiche’ Viccei e’ mio amico, infatti, sfruttando la mia conoscenza dell’ ambiente carcerario, lo presentavo epistolarmente presso i camerati delle carceri dove era di volta in volta ristretto.
Cosi’, ad esempio, gli ho fatto conoscere Macchi Emanuele, Latini Sergio, Fioravanti Valerio, Bonazzi Edgardo e molti altri.

Viccei: ho effettivamente conosciuto tutte queste persone ed alcune di queste le ho frequentate anche in liberta’, anche se solo sporadicamente. Mi riservo di riferire in ordine ai rapporti avuti con costoro.

Letto confermato e sottoscritto.­

Andrea Brogi – dichiarazioni 25.01.1985

Intendo rispondere. Nell’ andare avanti mi rendo conto che affrontando altri problemi del mio passato posso anche introdurre sempre persone nuove e quindi aumentano le mie legittime preoccupazioni per la mia incolumita’ fisica.

Con me Augusto non ha mai fatto un arruolamento esplicito d’ altra parte neanche con Batani o con Franci Augusto ha mai parlato in modo crudo, erano i discorsi soltanto un po’ piu’ accentuati e di quelli oltranzisti che si potevano fare in una sede ufficiale. Augusto diceva che se era scontato che avremmo perso il referendum pero’ ci dovevamo preoccupare se vincevano i rossi al limite anche di riuscire a trovare un lavoro. Augusto diceva che bisognava riunire i personaggi del disciolto Ordine Nuovo e bisognava ancora pescare nell’area piu’ esagitata della destra e bisognava smetterla con faide e con differenze che erano solo sofismi, richiamando Freda diceva che piu’ infinito e meno infinito agli estremi i punti si toccano. Era insomma un discorso intelligente che evitava che tra chi lo ascoltava sorgessero problemi di linee o di contrasti. Io mi sono trovato man mano in cose che non mi erano state chiarite all’ inizio e quando ho cominciato ad entrare nel vivo delle cose ed ho cominciato a fare domande i rapporti tra me e Cauchi si sono incrinati. Io personalmente sono sicuro di non essere mischiato in discorsi di relazioni che rivestono una certa gravita’ ripeto che non ho mai sentito parlare di treni.

Adr: per quanto riguarda la riunione con Graziani in lucchesia, io ricordo che quando con augusto salimmo verso villa Collemandina lui diceva che vi avrebbero partecipato oltre a Graziani Tomei Gubbini uno dei fratelli Castori ma non so quale, forse uno di nome Tilgher che si chiamava o Gaetano o Adriano, da Bologna un Barbieri, che è stato processato per fatti politici e che è un ragazzo alto grosso e massiccio e poi c’ era Massagrande e altre persone genericamente. Era stata scelta la Garfagnana perche’ era un posto riparato ma facilmente accessibile e si trovava a cavallo di piu’ province. La scelta e cioe’ la guardia alla riunione con Graziani la dovevano organizzare quelli del posto e cioe’ Lucca.

Confermo tutto sulla persona che da Lucca ci porto’ a villa Collemandina, nonche’ le mie dichiarazioni su quel giorno e giorni successivi. Non sono in grado di indicarvi la data della riunione con Graziani sono sicurissimo che accadde subito dopo che io e Cauchi andammo a Roma dal Peppino e poco dopo che io ero andato a vivere ad Arezzo. Non mi sento nelle condizioni di dire se la riunione in lucchesia e’ avvenuta prima o dopo quella di Cattolica all’ hotel Giada il cui proprietario era simpatizzante.
La casa in campagna in Garfagnana dove l’ altro giorno ho accompagnato la polizia si trovava in un posto ottimo per sicurezza e tranquillita’ ma aveva alcuni difetti e cioe’ la mancanza di un posto dove parcheggiare molte macchine senza essere viste e poi all’ interno non c’ era praticamente nulla per ospitare piu’ persone e percio’ ad Augusto non piaceva.
Sul contenuto di questa riunione io ricordo che augusto parlo’ di un salto di qualita’ di una rottura col passato e con l’ attivismo solo ideologico di una scelta di tipo clandestino e insomma di un passo diverso.

Adr: per quanto riguarda l’ esplosivo dell’ Alpe di Poti, Augusto disse che veniva da Massa dove in precedenza se l’ erano procurato con facilità altre persone, al corrente ne eravamo io Franci e Batani e che Augusto e Franci cercarono ma non trovarono per combinazione.

Adr: per gli attentati ai tralicci del 06.03.74 io non so materialmente chi e’ stato, io ricordo che quando all’Alpe di Poti vedemmo che l’ esplosivo si era bagnato Augusto disse che l’avrebbe fatto vedere e provare da un esperto, aggiunse anche che l’esperto era da cercarsi nell’ area milanese dove erano molto piu’ avanti.
In un momento successivo augusto disse che soltanto una parte dello esplosivo dell’ Alpe di Poti era stata provata ma lui stesso non capiva che cosa era successo anche perche’ i giornali non sembrava ne parlassero molto e quindi decise di andare a vedere di persona, mi lascio’ a Figline al Matassino da miei parenti e torno’ molto tardi e mi disse che la roba era stata provata ma era una vera schifezza. In un momento ancora successivo augusto disse che avrebbe chiesto al cileno che conosceva a Perugia della roba piu’ buona ma gli fu risposto di no per non incrinare i rapporti Italia Cile e perche’ poi in cambio il Cauchi non dava quasi nulla a parte i nomi di due o tre studenti dell’ universita’.

Adr: sui rapporti del Cauchi ripeto quello che ho detto su persone di Milano e sullo Zani, aggiungo adesso di mia iniziativa che il Cauchi conosceva Benardelli persona che io ho visto per la prima volta in aula nel processo per Ordine Nero a Bologna. Io il nome preciso non lo ricordavo ma avevo in mente un cognome che assomigliava ad una pistola, ricordo che a casa di Augusto arrivo’ per posta una lettera con mittente Benardelli e a mie domande Augusto disse che l’ aveva conosciuto al mare verso Pescara ospiti di un camerata di Chieti, quando io fui ad Arezzo Augusto ando’ un paio di volte a trovare il Benardelli il quale che io sappia non e’ mai venuto ad Arezzo.

Adr: io con il m.llo Cherubini non ho parlato.

Adr: la Sanna Daniela sa poco quanto niente.

Adr: non mi torna ancora in mente cosa c’ entri Pistoia.

Adpmr: avuta rilettura di passi del mio verbale 24.12.84 io confermo che li’ quando ho parlato di perugini intendevo Cherubini che era il maresciallo di Arezzo a costui il Cauchi riferiva cose sulla droga che girava ad Arezzo in cambio di una certa protezione. Sempre nello stesso verbale quando si dice che Cauchi era in ottimi rapporti con un sottufficiale dei cc, mi riferisco ai cc di Monte San Savino che non ci fermavano se si passava col rosso anche a forte velocita’.

Ribadisco che io a Cherubini non ho mai dato notizie.

L.c.s. ­

Le lettere che Buzzi inviò a se stesso (e al proprio giudice)

Altri, ben più significativi ed articolati messaggi il Buzzi ave­va, però, lanciato in precedenza e costituiscono, ora, la ripro­va più vera e clamorosa del suo agitarsi e del suo minacciare spe­cifiche rivelazioni riguardanti la strage di Brescia.

Giaceva, infatti, negli archivi di questo Ufficio un fascicoletto (recante i NN. 2159/80-C P.M. e 1285/81 -C G.I.) che, opportuna­mente riesumato, si è rivelato uno “scrigno” preziosissimo in quan­to contenente appunto messaggi di fondamentale importanza, suffi­cientemente chiari e decifrabili nel loro tenore letterale e so­stanziale, ma decisamente oscuri e criptici sotto il profilo del­la loro provenienza; aspetto, quest’ultimo, che aveva finito, a suo tempo, per oscurarne anche i contenuti e per decretarne – do­po un’infruttuosa indagine – l’assegnazione all’archivio. L’intuizione che l’enigma potesse essere sciolto con una attribuzione di quegli scritti (rectius: dattiloscritti) al Buzzi, ha indotto a svolgere tutta una serie di accurati accertamenti (esa­me delegato alla polizia scientifica; escussione dei testi M.llo Alberto La Prova -Brig. Carmine Paragliola; perizia tecnografi­ca) che, alla fine hanno pienamente confermato la bontà di quella intuizione, riconducendo senza ombra di dubbio i documenti in questione alla persona del Buzzi.

ermanno-buzzi

Ciò posto, va detto che trattasi di due missive dattiloscritte (anche la scelta del tipo di strumento con cui scrivere appare significativa), datate 7/XI/1980 e 15/XI/1980, che l’apparente autore (si noti che la prima reca una sottoscrizione, mentre la seconda -quasi un segno della titubanza del vero autore a tenta­re un’altra sottoscrizione – presenta in calce solo le iniziali battute a macchina), Angelo Falsaci (persona realmente esisten­te, già imputata nel processo M.A.R.-Fumagalli, ma, guarda caso, latitante all’epoca delle missive; e viene spontaneo osservare che la scelta stessa di tale persona, e soprattutto di tale nome, è – come suol dirsi – tutto un programma, in termini di allusive “assonanze”), indirizzò rispettivamente al Magistrato di Sorveglian­za di Brescia, e, si badi, allo stesso Buzzi (che subito si premu­rò di far avere la propria, e cioè quella del 15 novembre, al pre­detto magi strato).

Ora, nella prima delle due lettere, l’autore tra l’altro dichia­ra di sapere che “la strage di Brescia è stata fatta dai Sanbabilini” e che la bomba “è stata messa nella spazzatura da uno di Milano e da uno di Lanciano” (dove era ed è trasparente ed inequi­voco il riferimento alla coppia Ferri-Benardelli). Con la secon­da si informa il destinatario apparente (Buzzi) dell’invio della precedente al Magistrato di Sorveglianza e lo si assicura che in appello, grazie a decisive rivelazioni, egli sarà scagionato.

Oltre ai contenuti (che si commentano da soli), lo straordinario è che – come si è appurato attraverso l’indagine tecnografica – Buzzi (ossia il vero autore) aveva lasciato in e con entrambe le lettere in discorso, in special modo con le scritturazioni sulla busta della seconda (che dovevano farla apparire come provenien­te dall’esterno del carcere), segnali tali che si potesse, sia pure con qualche sforzo, risalire a lui, ma che, solo all’esito dell’indagine ora espletata, sono stati decifrati (si ponga altresì attenzione al bollo, risultante privo di timbro postale; e si prendano in ulteriore esame comparativo – per quanto attiene an­cora alla scritturazioni citata – in particolare la scritta “Ex minori” presente sulla busta de qua, vero e proprio segno di pa­ternità del Buzzi, e le analoghe, ma diversissime, scritte – que­ste davvero apposte da agenti di custodia – presenti su buste di corrispondenza indirizzata al Buzzi e rinvenuta nella sua cella di Novara: v. Fald. “A”, allegato II0).

Quanto alle ragioni di assoluta superfluità, che hanno sconsiglia­to di spingere l’accertamento peritale fino a ricomprendere la palesemente apocrifa firma “Angelo Falsaci” della missiva 7/XI/80, sia consentito rinviare al provvedimento già preso, sul punto, a seguito di specifica istanza della difesa Ferri (in breve: nel­le precedenti indagini, il Falsaci, una volta costituitosi, ven­ne appositamente esaminato e potè disconoscere quella sua appa­rente sottoscrizione, oltre che naturalmente il riferimento a lui dei contenuti della missiva; e il disconoscimento venne conferma­to da un accertamento di polizia scientifica, disposta allo sco­po).

Per soffermarsi ancora un momento sul senso e sulla portata di quanto ora scaturito dalla lettura piena, come “in trasparenza”, delle carte dello “pseudo-Falsaci”, è proprio il caso di sottoli­neare il dato più emblematico che emerge dalla situazione consi­derata. Si vuol dire cioè che il Buzzi (sia pure sotto le predet­te mentite spoglie, ponendo però particolare attenzione e cura a non rendere troppo impenetrabile la studiata mascheratura, ed al preciso fine di far recepire comunicazioni e notizie dichiara­tamente favorevoli al condannato all’ergastolo in primo grado – Buzzi stesso – per la strage di Brescia, poiché caratterizzate da contenuti che la responsabilità di tale delitto proiettavano in ben diverse e riconoscibili direzioni) si rivolse non già a persone qualsiasi, ma ad un organo giudiziario (tanto più impersonato da qualificato magistrato, per la sua funzione stessa e per il precedente incarico svolto, all’epoca dell’eccidio, presso la Procura della Repubblica di Brescia, avente sicuramente una buona conoscenza dei fatti e dei personaggi del processo “strage”), organo che, come tale, non poteva tenere per se quelle comunica­zioni ma doveva rimetterle – come in effetti fece – agli uffici inquirenti.

Un altro aspetto, la cui singolarità non può sfuggire ormai ad alcuno, è quello rappresentato dal senso di una missiva(quale fu la seconda indicata) che risultava trasmessa al Buzzi stesso, ad informazione dell’avvenuto invio della precedente (insomma, quasi una “copia per conoscenza”); con la conseguenza che il Buz­zi (che – come si è detto – sintomaticamente si affrettò a conse­gnarla al Magistrato di Sorveglianza, in tal modo apportando quel­la che non poteva non apparire come una solida conferma della pri­ma lettera) finiva per risultare, agli occhi dell’Autorità Giudi­ziaria, egli stesso informato delle novità, potenzialmente deci­sive, che riguardavano le sue sorti di imputato appellante, e per collocarsi in posizione quasi di controllore interessato ed atten­to degli sviluppi delle indagini che sarebbero state avviate al riguardo.

Se dunque questa – come tutto concorre a far ritenere – è l’interpretazione della vicenda (unica a rivelarsi – purtroppo con ritardo – in termini cosi netti); se dunque Buzzi arrivò ad archi­tettare tanto, altrettanto plausibile è che egli numerose altre volte si sia mosso – con altre modalità, con altre cautele, rivol­gendosi ad altre persone, facendo leva su altri rapporti e con inserimenti in contesti diversi, direttamente o indirettamente – nelle medesime direzioni e con gli stessi scopi.

Il riflesso dei segnali lanciati dal Buzzi infatti non si ferma e non si esaurisce qui. Per esempio, sulla stessa linea delle due menzionate lettere, si colloca altra sua missiva – questa volta non per apparenti interposte persone – anch’essa indirizzata al medesimo Magistrato di Sorveglianza: trattasi della lettera 5/4/1981, compresa negli atti novaresi, nella quale, tra l’altro, il Buzzi proclama la propria ferma intenzione evidentemente di bat­tersi in appello, se – come dice – sicurissimamente non rinuncerà a comparire in udienza, come spesso aveva invece ritenuto di fare nel corso del giudizio di primo grado.

Sentenza ordinanza processo per la strage di Brescia 1986 pag 18-22

Caratteristiche ed elementi di consocenza dei Gruppi per l’Ordine Nero

(…) caratteristica precipua dell’associazione sovversiva era la strutturazione rigidamente clandestina dei gruppi, organizzati a livelli orizzontali e per compartimenti stagni. Per conseguenza i collegamenti avvenivano a livelli predeterminati ed i membri dei diversi gruppi non potevano conoscersi tra loro. (…) Si è potuto apprendere pertanto:

-che Ordine Nero era una formazione nata a Milano agli inizi del 1974, per iniziativa di Giancarlo Esposti, considerato il capo, che aveva praticamente assorbito le SAM (dichiarazioni d’Intino atti G.I. Rieti);

-che questa formazione (i cui appartenenti divengono già individuabili come coloro che avevano fatto parte delle SAM) poteva contare su un notevole livello organizzativo, sul possesso di mezzi, armi, veicoli (Land Rover) documenti falsi ecc. (vedi rivelazioni Brogi interr.);

-che dagli ambienti della estrema destra milanese la nuova organizzazione aveva reclutato adepti tra gli aderenti ad Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale, anche in altre regioni e segnatamente in Toscana, ove fungeva da agente di collegamento Bumbaca Francesco, già a suo tempo legato ai medesimi ambienti di Avanguardia Nazionale milanese ove erano sorte le SAM ed Ordine Nero, ed in stretti rapporti con persone sospettate di partecipare a questa formazione come Torti e Ballan (interr. Batani Massimo ed interr. Bumbaca).

-che l’associazione sovversiva aveva basi e contatti operativi anche in territorio estero, era articolata in sezioni, possedeva depositi di esplosivo e materiale in varie parti del territorio nazionale, poteva contare su circa 50 militanti (intervista Europeo).

Batani, Benardelli e Bumbaca

Trattasi di elementi che trovano puntuale riscontro negli accertamenti eseguiti poiché sono state acquisite prove oggettive in tal senso, consistenti:

-nel ritrovamento in varie parti del territorio nazionale di depositi di esplosivo direttamente riferibili alla organizazione perché detenuti da suoi appartenenti (rinvenimento di esplosivo a Creva—Varese, appartenente a Zani e Di Giovanni; sequestro di esplosivo ed altro materiale a Rocca S. Giovanni Lanciano, appartenente a Benardelli; armi ed esplosivo rinvenuti in Agro di Fiamignano, sulle montagne abruzzesi, a seguito del “commando” Esposti) con modalità similari di conservazione ed occultamento. Parte del materiale era poi del medesimo tipo, come risulta dalla perizia balistica Pieri eseguita per accertare il punto, e, pertanto, presumibilmente appartenente ad una medesima fornitura;

-nelle informazioni di P.G. e degli apparati statali di sicurezza, dalle quali si desume che alcune riunioni di Ordine Nero sono avvenute in territorio elvetico (riunione dei primi di Agosto a Bellinzona segnalata dal SID) mentre in altre nazioni trovarono rifugio e possibilità di collegamento molte delle persone implicate;

-nell’identità delle persone indiziate di appartenere ad Ordine Nero, tutte provenienti dagli ambienti più oltranzisti della estrema destra neofascista (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale) ed alcune già segnalate come appartenenti alle SAM.
Da altre fonti possono desumersi altri dettagli capaci di compitare il quadro probatorio fino a delineare in modo sicuro l’identità della formazione eversiva. E’ stato accertato invero che l’organizzazione si era posto preventivamente il problema dell’attribuzione certa delle proprie attività, ed, al pari di altre formazioni di opposto segno politico, aveva escogitato un sistema di decifrazione basato sull’identità dei fogli contenenti i messaggi, tutti ricavati per copia xerografica da un medesimo originale di base realizzato con caratteri gotici trasferibili. Il rinvenimento in Rocca S. Giovanni di una scorta di volantini intestati “Gruppi per l’Ordine Nero” risultati identici a quelli rinvenuti sui luoghi degli attentati, nonché di una scorta di caratteri gotici trasferibili, ha permesso di ricostruire con certezza uno dei momenti operativi più importanti e segreti, individuando quella che era una vera e propria base, decentrata rispetto alle aree di intervento preferenziale ed idonea a fungere da centro di collegamento di difficile individuazione. (Risultati della perizia tecnografica Mento-Marino ed esiti degli accertamenti eseguiti in Lanciano).

Volantino di Ordine Nero rinvenuto a Rocca di S.Giovanni

Benché Benardelli abbia ostinatamente negato di essere il possessore del materiale rinvenuto a Rocca S. Giovanni, adombrando l’ipotesi di una provocazione (peraltro impossibile ove si consideri che soltanto i veri attentatori potevano essere in possesso dei volantini originali), esistono prove sicure per attribuirgli la titolarità del deposito con tutte le conseguenze del caso. E’ provato invero che parte del materiale ritrovato nella fornace di Rocca S. Giovanni era contenuto in scatole di materiale odontotecnico, della ditta Ciardi e Pace di Pescara fornitrice del Benardelli, che abitava a Rocca S. Giovanni ove era l’unico odontotecnico; che la canna cl. 9 matr. 3442 era stata in possesso del Benardelli anche precedentemente, come risulta dagli atti del procedimento pendente dinnanzi all’autorità giudiziaria di Brescia, di cui questo G.I. ha preso visione.

Considerato tutto questo ed il clima di incredibili protezioni in cui è maturata l’attività di Benardelli, risultato in rapporto di intimità con la famiglia del locale Procuratore della Repubblica, (il figlio di questi capitano del SID è accusato di averne favorito la fuga) l’insieme dei rapporti intrattenuti e le attività svolte si presentano come qualificanti la trama dell’associazione sovversiva.
Viene quindi in considerazione l’importante scoperta derivante dalla perizia grafica eseguita sui messaggi di Ordine Nero alcuni dei quali erano stati redatti utilizzando la macchina da scrivere Triumph della libreria Martello di Milano ove Zani lavorava come commesso (Atti perizia Mento-Marino) il che vale ad individuare con certezza un altro dei poli organizzativi di sicuro riferimento. Ulteriore materiale di prova discende: dal rinvenimento di un ordigno inesploso poiché dallo stesso è stato possibile desumere il metodo usato per confezionare la bomba ed il fatto che fu impiegato un composto di nitrato d’ammonio polverulento di tipo identico a quello rinvenuto nei depositi dell’organizzazione; dalla identificazione di alcuni degli autori materiali degli attentati nelle persone di Petroni Adriano e Batani Massimo, poiché divengono altamente significativi determinati rapporti intersoggettivi, altrimenti irrilevanti, e l’insieme delle attività e dei collegamenti politici tenuti.

Sentenza G.I. processo Ordine Nero