“Quella di Azzi era solo la prima”, Lotta Continua 06.01.1974

La strage del 7 aprile sul direttissimo Torino-Roma e i tumulti sanguinosi del giovedì nero che dovevano rafforzarne le ripercussioni politiche facendo precipitare la crisi, non erano che una parte del programma omicida dei fascisti. Ora sappiamo che alla carneficina di Azzi dovevano seguirne altre, condotte con la stessa tecnica ‘vigliacca. ‘la vita di altre decine, forse centinaia, di innocenti era già nel conto criminale dei fascisti.

Subito dopo il Torino·Roma, avrebbe dovuto saltare in aria il treno diretto che collega Torino a Venezia e poi altri ancora, portando al parossismo la caccia al rosso. Un calcolo di un cinismo spaventoso, una mostruosità senza precedenti nelle cronache del crimine politico. Le bombe ai treni del ’69 e la stessa strage di piazza Fontana, diventano al confronto esercitazioni dilettantistiche.

Con quella stessa logica, ma con una determinazione delinquenziale enormemente più feroce, fascisti e potere avevano programmato l’atto finale della scalata autoritaria sulle scadenze di un eccidio di massa che soltanto il guasto fortuito dell’ultimo ingranaggio ha sventato. Sono i nuovi, gravissimi elementi che trapelano dall’inchiesta, mentre si moltiplicano gli episodi che raccontano la faida scatenatasi in casa fascista dopo il fallimento del piano.

Lettere di Rognoni ad Azzi e di Azzi a Rognoni fatte pervenire anonimamente alle autorità, dossier di fascisti che chiamano di correo non più i soli Servello e Petronio ma . gli ambienti governativi di Andreotti. All’inchiesta genovese del giudice Grillo, un ‘inchiesta che lascia nell’ombra i veri protagonisti, si affianca quella degli inquirenti della “Rosa dei venti “, che proprio ieri hanno di nuovo interrogato l’ex parà di Viareggio Amedeo Orlandini. E’ l’uomo che con lo squadrista Rampazzo assisté allo sfogo di Giancarlo De Marchi, il tesoriere della “Rosa”, rammaricato che “quell’idiota di Azzi” non fosse riuscito a provocare la strage.

E’ stato anche sentito lo stesso De Marchi, dopo che una sua poco maschia e fascistica scena d’isterismo con conseguente collasso aveva, interrotto il precedente interrogatorio. Intanto il tribunale di Padova mette le mani avanti dopo le rivelazioni dei giorni scorsi: l’anonimo generale chiamato a deporre non è né indiziato né tanto meno incriminato. E’ stato semplicemente ascoltato in qualità di “consulente tecnico”. L’altalena delle sortite rumoriane contro il partito del golpe e delle successive ritirate continua.

“Nico Azzi: ho sempre eseguito gli ordini del MSI” – Lotta Continua 05.01.1974

La questura di Milano ha ricevuto da un anonimo una lunga lettera, scritta in luglio da Nico Azzi , detenuto nel carcere di Marassi, a Giancarlo Rognoni, allora latitante. La lettera è ora nelle mani del giudice istruttore Grillo e del P.M. Barile, che hanno sottoposto il fascista a lunghi interrogatori. Azzi ha confermato di aver consegnato di nascosto la lettera ai suoi familiari, che la spedirono ad Anna Cavagnoli, moglie di Rognoni , a Milano. Sarebbe stata proprio lei, secondo Azzi, a spedire la lettera in questura, anziché farla pervenire al marito. Nei 6 fogli, riempiti con una fittissima scrittura, Azzi risponde alle accuse di Rognoni, che in una precedente lettera, bloccata dalla censura del carcere, gli aveva dato apertamente del traditore, per “aver fatto il mio nome e quello di altri camerati”. “Tu pretendi che facessi l’eroe e non aprissi bocca, mentre venivo simultaneamente accusato di strage a Genova e dei fatti successivi di piazza Tricolore a Milano, per via delle tre bombe a mano che io avevo fornito, come tu sai. Non soltanto io non ho collaborato con gli inquirenti, ma sono riuscito a far deviare le indagini dagli sviluppi gravissimi che stavano prendendo, come tu puoi ben capire dai risultati dell’indagine stessa. Io sono stato e resto fedele al partito. Ho detto quel che potevo dire nelle condizioni in cui mi trovavo. Tu sai che se io avessi effettivamente parlato, molta gente nostra sarebbe in galera. Io ho salvato chi doveva essere salvato. Hanno cercato di farmi dire i nomi di Anna (Cavagnoli), di Piero (Battiston), di Marco (Cagnoni) , ma io non ho parlato. Non ho fatto i nomi dei partecipanti all’incontro della notte del 6 aprile 1973 (vigilia dell’attentato) alla birreria Gruneval. Il tuo nome non l’ho fatto io, ma Marzorati, caro Giancarlo. Per quanto riguarda le riunioni presso l’on. Servello ne ha parlato lui stesso. Che potevo fare: smentire Servello? “.

Valerio Viccei dichiarazioni 29.01.1993

L’ ufficio chiede innanzitutto al Viccei quale sia la sua situazione processuale e penitenziaria a partire dal suo rientro in Italia il 11.11.92 e se attualmente abbia procedimento in corso.
Posso innanzitutto dire che sono stato estradato dalla Gran Bretagna in relazione all’ esecuzione pena relativa alle rapine che ho commesso in Inghilterra ed in particolare la piu’ grossa in danno della Knightsbridge Deposit centre di Londra.
In relazione a questa rapina e alle altre che l’ hanno preceduta sono stato condannato alla pena di anni 22 di reclusione.

In Italia ho ancora pendenti, anzi gia’ definiti 18 anni per una serie di rapine avvenute in centro Italia, ed ho inoltre in corso alcuni altri procedimenti per rapine sia in fase di indagine sia in fase dibattimentale. Complessivamente ho scontato in Inghilterra ed in Italia circa 12 anni di carcere. Posto che e’ mia intenzione chiudere definitivamente le mie pendenze giudiziarie e’ mia intenzione confessare all’AG di Teramo una serie di episodi anche gravi per i quali in passato ero stato indiziato e poi prosciolto; tra questi episodi vi sono le circostanze della morte di Nicolai Giovanni, persona che con me ha commesso dei reati. In relazione al processo per l’ attentato di Silvi Marina tale procedimento si trova attualmente presso la Corte d’Assise d’ Appello dell’ Aquila e siamo imputati io ed Ortenzi entrambi assolti per insufficienza di prove nel processo di primo grado. Questa in sintesi la mia situazione processuale.

Quanto chiedo attualmente all’ autorita’ Italiana e’ una sistemazione migliore dal punto di vista penitenziario in quanto mi trovo in un carcere in cui pur essendovi una sezione per pentiti le condizioni di vivibilita’ sono pessime e mi sono negate anche cose minime come poter aver la mia scacchiera essendo io appassionato di giochi di scacchi. Un eventuale spostamento, come io ho gia’ richiesto al competente ufficio del ministero, uno spostamento potrebbe anche avvicinarmi alla mia famiglia che risiede in Ascoli Piceno.

Attualmente le visite dei miei familiari sono anche rese difficili dal fatto che l’ attesa per i colloqui non distingue in alcun modo fra attese di parenti di detenuti pentiti e cosi’ detti irriducibili e di conseguenza i rischi connessi all’ attesa nella sala comune sono concreti.

A dimostrazione della mia volonta’ di chiudere ogni pendenza e pur tenendo presente che questa sede verrei in particolare sentito sui miei rapporti con elementi dell’ estrema destra di Milano, intendo ammettere per la prima volta la mia partecipazione attiva alla tentata rapina in danno del gioielliere Mazzoni Manlio che avvenne nella sua casa di via Nomentana a Roma nel 1974. In merito a tale episodio mi ero sempre rifiutato di rispondere. Per tale rapina sono stato rinviato a giudizio e sono in attesa di processo innanzi alla Corte d’ Assise di Roma.

Vi partecipammo io, Izzo e Esposito Gian Luigi come materiali esecutori dell’ azione e cioe’ entrammo noi tre nell’ appartamento. Fui io che esplosi materialmente il colpo di pistola che pero’ fu accidentale e comporto’ il ferimento del gioielliere. Appena il colpo di pistola parti’ scappammo. Fu deva Maurizio a darci le informazioni che ci consentirono di entrare in contatto con il basista che a sua volta ci diede la dritta per penetrare nell’ appartamento del Mazzoni.

In sintesi fu escogitato il sistema di fare la copia della chiave di accesso al palazzo che il portinaio lasciava incustodita durante il giorno mentre faceva la manutenzione del giardino e cosi’ salimmo davanti alla porta dell’ appartamento. L’ ulteriore stratagemma fu un colpo di citofono di Izzo il quale disse al gioielliere di aver danneggiato accidentalmente la vettura Rover marrone e di conseguenza indusse il Mazzoni ad aprire la porta per scendere permettendo cosi’ l’intervento mio e di Esposito.

Non ricordo il nome del basista e tuttavia Izzo dovrebbe conoscere bene e che penso abbia gia’ indicato. Comunque questo informatore gravitava nell’ ambiente di estrema destra. La pistola da cui parti’ il colpo nell’ abitazione del gioielliere era stata da me poco tempo prima acquistata insieme ad Izzo nell’ armeria Frinchillucci di Roma grazie ad una falsa licenza intestata ad un mio amico di Ascoli. Chiedo che il presente verbale sia logicamente trasmesso alle autorita’ competenti per valutare il mio comportamento.

Poiche’ l’ ufficio mi fa presente che e’ in corso a Milano una istruttoria relativa all’ attivita’ a Milano negli anni 70 del gruppo la fenice di Rognoni Giancarlo e Azzi Nico e relativa altresi’ ai collegamenti di questi e degli altri personaggi milanesi come esposti con ambienti golpistici ed apparati di sicurezza dello stato posso dire in linea generale che ho fatto cenno di tali argomenti durante gli interrogatori resi in particolare all’ AG di Bologna ed anche al GI di Firenze.

Posso confermare che io di persona non ho mai conosciuto Rognoni ed Azzi ma tuttavia di loro mi parlo’ abbastanza frequentemente Esposti Giancarlo, il quale li conosceva. In relazione all’ attentato in occasione del quale Azzi fu arrestato, poiche’ gli scoppio’ addosso il detonatore, esposti gli parlo’ dell’episodio in concomitanza con un altro discorso che riguardava una analoga incapacita’ operativa da parte questa volta di Ortenzi in occasione dell’ attentato di Silvi Marina.

Esposti mi aggiunse che l’ attentato di Azzi, che lui personalmente non condivideva in quanto avrebbe coinvolto numerosi civili, era comunque inserito in una strategia volta a far ricadere la responsabilita’ sui gruppi di estrema sinistra ed a suscitare quindi una reazione da parte delle strutture militari; in questo senso il fallimento di Azzi secondo esposti era stato grave perche’ aveva evidenziato la responsabilita’ dei gruppi di estrema destra.

In relazione ai contatti di questi gruppi con apparati dello stato posso confermare che esposti mi confido’ in piu’ occasioni di essere stabilmente in contatto con due alti ufficiali, uno dell’ esercito e uno dei carabinieri di stanza nel veneto e sui quali poteva contare. Su questi argomenti esposti era abbastanza discreto per cui non mi forni’ altri particolari. Al momento non mi viene in mente niente altro di utile in relazione all’attivita’ del gruppo milanese; mi riservo di mettermi in contatto col suo ufficio qualora mi vengano in mente altri elementi utili.

Sergio Calore – dichiarazioni 03.02.1987

Circa l’ omicidio di Fausto e Iaio, faccio presente che nulla so di preciso. A Roma poco prima, anzi poco dopo, se ben ricordo, l’omicidio di Fausto e Iaio avvenne un omicidio del tutto analogo in danno di Scialabra Roberto e il ferimento del fratello dello stesso. Ricordo che tortora bruno, che era del mio gruppo, ebbe a farmi notare che gli aggressori di Fausto e Iaio erano vestiti allo stesso modo degli aggressori di Scialabra. Egli attribuiva fin d’allora l’omicidio Scialabra al gruppo di monte verde costituito da Valerio, Cristiano e Alibrandi. Il gruppo “Costruiamo l’azione” di cui facevo parte, si era impegnato nei quartieri di Roma sud tipo Appio, Tuscolano e Prenestino, inazioni di lotta alla droga con convegni, volantini firmati “Costruiamo l’azione” o “comitato popolare per …” formula che non ricordo completamente. Tortora Bruno era a conoscenza che a Milano Manfredi Riccardo ed altri erano coinvolti in traffici di droga e ci poteva essere qualcuno dell’ area di destra interessato ad opporsi a Campagna contro la droga che stavano facendo alcuni circoli di sinistra quale quello cui appartenevano Fausto e Iaio. Ricordo che si era fatta la considerazione che anche a Roma alcune persone dell’area di destra erano coinvolte in giri di droga. Sugli autori della aggressione di Fausto e Iaio nulla ebbe a dirmi il Tortora neanche come sua supposizione; era in carcere con Corsi Mario quando ricevette la comunicazione giudiziaria per l’omicidio Fausto e Iaio, mi pare fosse il 1980: a me disse che era estraneo al fatto e che era stato chiamato in causa da uno di Cremona. Non mi risulta che corsi avesse particolari legami con gente di destra di Milano. Circa Manfredi Riccardo, si tratta di persona che non ho mai conosciuto. Le notizie che mi erano date erano state date erano di Tortora Bruno e del resto il fatto che Manfredi fosse di destra attiva in Milano lo si sapeva da notizie di stampa. A proposito di corsi, devo dire che il fatto che mi abbia negato la sua partecipazione puo’ significare che tanto effettivamente sia estraneo quanto che non avesse interesse a parlarmi di un suo coinvolgimento. Di alcuni altri fatti me ne parlo’ ma non c’ era un rapporto particolare di confidenza tra noi. Ho incontrato Caruso Enrico nel carcere di Novara nel 1980 ove egli era in carcere con il coimputato Croce Pietro. Croce e il Caruso erano stati in precedenza detenuti con Freda Franco e ideologicamente si erano avvicinati alle sue posizioni. Ad un certo punto chiesero di essere trasferiti in un’ altra sezione per non trovarsi con Ferro Gianfranco all’ epoca gia’ condannato per l’omicidio Occorsio. La ragione del dissenso consisteva nel fatto che Ferro, dopo l’arresto aveva fatto ai magistrati una serie di dichiarazioni, nel 1980 nel carcere di Novara circolava anche Azzi Nico ed era l’ unico del suo gruppo. Ricordo che era amico tanto di Caruso che di Croce. Ho conosciuto bene Azzi in carcere a Novara dal 1980 al 1982 ed avevamo buoni rapporti. Da allora non ho avuto piu’ nessun rapporto con lo stesso. E’ persona che a parole e’ molto violenta ma che poi, alla realta’ dei fatti, non è di per se particolarmente pericolosa. Peraltro puo’ influire altre persone proprio per il suo parlare violento. Azzi, che io sappia, non e’ mai stato confidente della polizia, dei carabinieri o dei “servizi” . Era stato criticato perché dopo il suo arresto con le sue dichiarazioni aveva accusato Rognoni Gianfranco. Ricordo peraltro che Signorelli giustificava questo suo atteggiamento dicendo che tanto Rognoni era latitante e che quindi Azzi alleggeriva la sua posizione senza recare danni concreti a Rognoni. Circa la pressione dell’ onorevole Servello su Azzi, io non ne ricordo alcuna per il fatto della strage, ma per gli scontri del 12 aprile a Milano quando venne ucciso l’agente Marino. Circa le bombe usate in quell’occasione riconfermo che dopo il 12 aprile, fu Signorelli a portare a me direttamente 36 bombe, a mano che egli mi disse di aver ricevuto da Rognoni.

Signorelli mi disse che le bombe usate da Loi e Murelli facevano parte dello stesso lotto. A me Azzi disse che era stato lui a rubarle mentre prestava servizio militare. Non ricordo dove egli disse di averle prelevate e in quale corpo delle forze armate. Azzi non mi parlo’ mai di alcuna complicità con ufficiali o altre persone dell’ esercito per sottrazione delle bombe. Egli mi diceva che faceva l’ armiere. Azzi mi aveva detto che aveva sottratto una cassa di bombe a mano, ogni cassa contiene 72 bombe a mano, io ne ho avute 36 e non so dire dove siano finite le altre. Le ultime in mio possesso sono state ritrovate nell’alloggio di via dei foraggi quando venne arrestato Concutelli a Roma nel 1977. Non ricordo dove Azzi disse di aver prelevato le bombe. So che Azzi conosceva ferri cesare prima del suo arresto ma non so che tipo di rapporti essi avessero. Non so nulla di preciso circa lo scambio di esplosivo tra Azzi e Ferri. Azzi mi aveva detto che egli aveva dato esplosivo ad altri gruppi di Milano ma non so quali fossero, ne so da dove egli potesse prelevare l’esplosivo. Non ho mai sentito parlare di un capitano Migelli che potesse fornire armi o esplosivo. Azzi non ebbe mai a dirmi di contatti prima del suo arresto con magistrati. Non ebbe neppure mai a dirmi di canali per ottenere notizie di carattere processuale. Circa la questione di Feltrinelli, Azzi ebbe a dirmi che lui e il suo gruppo avevano pensato di mettere dei detonatori nella villa di Feltrinelli con l’intenzione di farli ritrovare alle forze dell’ ordine.

Il senso di questo gruppo era di orientare le indagini e l’opinione pubblica sul carattere stragista che avevano alcuni gruppi di sinistra come il gruppo “22 ottobre”. Mi disse che nella stessa ottica era stata organizzata la strage sul treno Torino – Roma, creando una serie di situazioni in modo tale chela pista sarebbe stata individuata certamente come rossa.
Ovviamente il disguido avvenuto nell’ innesto e il conseguente arresto di Azzi avevano smascherato questa manovra. In merito alla “cassetta” di cui mi chiede l’ufficio (che sarebbe stata trovata sull’ appennino ligure dopo l’attentato di Azzi) nulla posso dire. Si chiamava “cassetta” quel tipo di contenitore metallico usato per gli attentati del 12.12.69. Dette cassette contenevano il “timer” e l’ esplosivo. Mi viene letto una parte di un appunto dattiloscritto che l’ ufficio mi informa essere stato rinvenuto fra il materiale in possesso di Avanguardia Operaia e di provenienza ignota, parte in cui si parla di” cassette” e dei tagliandi della borsa di piazza Fontana e posso riferire che nulla so di una cassetta fatta ritrovare o trovata comunque in epoca vicina all’attentato di Azzi.

Parimenti non ho mai sentito parlare di un “colonnello” che fosse in contatto con Azzi. Non ho mai sentito parlare da Azzi o da altri di una riunione a Parigi e neppure di una partecipazione di uomini del Sid a riunioni preparatorie della strage o comunque di contatti di Azzi e rognoni con persone del Sid. Circa la nota riunione alla birreria tedesca di Milano Azzi mi disse che parteciparono lui, Signorelli, meli mauro e gente della Fenice di Milano. Non mi risulta che si volesse far trovare una cassetta analoga a quella usata per gli attentati del 12 dicembre. Posso dire peraltro che sia Freda che Fachini ebbero a dirmi qualcosa in merito ai “timers” cioe’ Freda mi disse che “timers” residuati dopo gli attentati del 12 dicembre erano stati consegnati a De Eccher Cristiano, persona di cui lui aveva piena fiducia e che poi lui li aveva consegnati a Delle Chiaie Stefano che non aveva piu’ voluto riconsegnarli, tenendoli come possibile arma di ricatto. Freda se li voleva far riconsegnare per accreditare presso i magistrati la tesi della consegna dei “timers” da parte del colonnello Amid. Mi disse che i timers erano stati consegnati a De Eccher subito dopo la strage. Quindi nel 1973, secondo questa versione avrebbe dovuto gia’ essere in possesso di Delle Chiaie. Non ho mai sentito che i tagliandi delle borse di piazza Fontana siano state in possesso di Rognoni o di Ferri Cesare. Non ho mai sentito parlare di una riunione avvenuta a Parigi, mentre anche il circolo di Tivoli “Drieu la Rochelle” era stato invitato a partecipare alla riunione di Lione del 1972, almeno cosi’ mi pare di ricordare; nessuno del nostro gruppo vi ando’ e ci limitammo a mandare una relazione che fu letta. Si trattava di una relazione di carattere politico. La prima riunione di Lione era stata indetta da Amadruz ed era stata preceduta da una riunione a Barcellona. Non ho mai sentito di rapporti di ferri con Cicuttini, non ho mai sentito di finanziamenti da parte di un industriale Magni di Monza. Non mi è mai giunta voce che Azzi abbia reso dichiarazioni abbastanza corpose, quali sono quelle contenute nel documento di cui l’ufficio mi ha dato lettura, ad alcuno o della polizia e dei servizi o a compagni di cella che poi possono aver dato ad altri queste notizie. Non mi è mai giunta voce che qualcuno dell’ ambiente di Azzi abbia fatto uscire per qualche via delle notizie avute da Azzi in carcere.

azzierognoni

Alle ore 13,00, la dr Ingrasci si allontana per altro impegno.

-dal carcere Azzi era in contatto con Cavallini tramite Folli Luca coimputato con Cavallini nel processo di Milano. A Novara Folli era in cella con Azzi ed Invernizzi Giorgio. Folli era riuscito a stabilire una volta uscito un contatto con Cavallini. Ricordo che Azzi Nico faceva pervenire a Cavallini dei messaggi usando il sistema della crittografia, cioè scrivendo su frontespizi di libri messaggi con il latte, che poi ritornano evidenti immergendo la carta nel te’. Azzi chiedeva a Cavallini di fare evadere noi tutti prestandoci appoggio per eventuali tentativi di evasione e appoggi. Cavallini, sempre tramite Folli, in qualche modo ci fece sapere che sarebbe stato disposto a darci una mano per far fuggire Azzi e me. Al momento non si fece nessun programma concreto di una fuga!
Dopo una breve sospensione, alle ore 14,20 si riapre il presente verbale.

– a Novara, oltre a Folli Luca, vi era un altro coimputato di Cavallini che rimase per breve tempo e che non ricordo come si chiamava. Folli fu tradito nel carcere speciale di Novara in quanto era stato coinvolto nei disordini avvenuti nel carcere di Padova. Egli si dichiara disposto a riprendere i contatti con cavallini per aiutarlo anche se non parlava di progetti specifici. Non ebbe mai a indicare di aver depositi di armi. I progetti di evasione miei e di Azzi non andarono poi a buon fine. Azzi poi non attuo’ mai alcun tentativo di evasione. Ho conosciuto Giuliani Egidio nel 1979 dopo la mia scarcerazione a novembre 1979 peraltro lo stesso era entrato in contatto con il mio gruppo tra Aleandri Paolo a metà del 1978.

Egli aveva rapporti con i vari gruppi, con quello di Sparapani e sangue, con gente di sinistra del Mcr, con il gruppo “Europa Civilta’ ” di Facchinetti, con il gruppo di Allatta a Latina e ad Aprilia. Da Giuliani sull’attentato a palazzo Marino non ho mai sentito dire nulla. Ne sentii parlare dallo stesso solo quando ricevette a Novara la comunicazione giudiziaria. A me disse che non sapeva nulla dell’ attentato chiedendo a me dove stesse palazzo Marino. Non mi è mai capitato di parlare di quest’ attentato con una delle persone indiziate e con Latino Fausto e Pompei Silvio ed Allatta Benito. Non saprei dire assolutamente se queste persone avevano a Milano alcune pedine o amici che potessero essere disposti a commettere un attentato con esplosivo. Di una strategia unica, ispirata da una “escalation” di violenza degli atti (prima omicidio Marino ed infine Bologna) non ho mai saputo nulla e nessuno l’ha mai avanzata. Con Giuliani avevamo un deposito in comune in cui c’era sia esplosivo che altro tipo di armi. Noi tenevamo questo deposito in comune in un casale sulla via prenestina. Il materiale venne invece trovato in un box sulla Prenestina. Si trattava, per l’ esplosivo, di materiale prelevato dalle cave intorno a Tivoli. L’esplosivo era all’aspetto granulato bianco e un po’ rosa e si trattava di gelignite e donarite. In questo deposito non vi era termite.

Peraltro puo’ essere che nello stesso deposito sia stata portata anche la termite di provenienza di allatta Benito che di poterne prendere quanta ne voleva presso una fabbrica di latina o nelle vicinanze e che mi pare si chiamasse “Termitalia”. Diceva che la rubava. Prendo visione del volantino 30.07.80 relativo allo attentato a palazzo Marino. Come gia’ noto, la sigla è la stessa usata per rivendicare il falso attentato a Signorelli nel 1979. La frase finale con riferimento ai rivoluzionari direi che è tipica della destra proprio per il riferimento a “tutti i rivoluzionari”. Per il resto non saprei ricondurre ad alcuno le altre parti del volantino. In carcere non si era commentato in alcun modo questo attentato a cui la stampa aveva dato poco risalto. Sulla questione Genghini confermo quanto dichiarato il 01.03.84. Nulla ho saputo di un arresto di Genghini avvenuto nel 1982. Ignoravo che Genghini fosse finito a Santo Domingo.

So che a Santo Domingo aveva aperto una clinica Guida Carlo Alberto medico chirurgo. Non ho mai sentito di latitanti che avevano trovato ospitalita’ a Santo Domingo a parte Guida. Mi viene chiesto se sono al corrente della persona di Milano che si reco’ ad Atene nel 1974 per incontrarsi con Massagrande. La persona che ha avuto la testa colpita a sprangate potrebbe essere Battiston Piero che era amico di Cagnoni Marco e forse di Castori Marco: era costui che teneva i contatti tra Milano e Perugia. Non ho mai incontrato Castori Marco o almeno non ricordo incontri con lui. Ho sentito parlare di Tedeschi Mario detto “Pippo”, e che era il capo dei cosiddetti “famigli” . Si era allontanato dall’ Italia dopo il primo processo di ordine nuovo. Nel 1977 vennero effettuati alcuni arresti ed egli si rifugio’ in Rhodesia ove si unì a Marino Mario, marito di Papa Claudia, che faceva l’ istruttore dei paracadutisti di un corpo speciale del regime bianco ed è uno di quelli che fanno uscire “Noi Europa” . Mi viene mostrata la foto di Dossola Camilla nata a Milano il 06.02.62 e dico che puo’ essere “Chicca” di cui parlo nella riunione a Magenta. A Milano chi distribuiva il giornale di “Costruiamo l’Azione”. A Milano chi distribuiva il giornale era anche un certo “Mario” e un certo “Marco”. Era un ragazzo magro e biondo il Marco e il Mario era piu’ alto del primo ed aveva i capelli castano scuro. I due vennero anche a Roma e credo fossero del Fdg. Non ho piu’ visto dette persone ne in carcere ne fuori. Mi viene mostrata la foto di compare Marco e dico potrebbe essere il Mario di cui ho parlato ma non sono certo. ­

Il traffico di bombe S.R.C.M. tra il gruppo di Rognoni e il gruppo di Signorelli

Il pomeriggio del 12 aprile 1973, il cosiddetto “giovedì nero”, in occasione di una grande manifestazione della maggioranza silenziosa vietata dal Questore, gruppi di giovani di estrema destra avevano ingaggiato violenti scontri con le forze di Polizia. In Via Bellotti un gruppo aveva affrontato un reparto della Celere e i sanbabilini Vittorio LOI e Maurizio MURELLI avevano lanciato contro i poliziotti alcune bombe a mano SRCM che erano state loro fornite prima della manifestazione da Nico AZZI. L’agente di Polizia, Antonio Marino, colpito in pieno petto, era rimasto ucciso sul colpo ed un altro agente di Polizia era rimasto ferito. Dopo gli scontri, molti giovani di destra venivano arrestati e qualche giorno dopo anche LOI e MURELLI venivano identificati e tratti in arresto. Si concludeva così una giornata che aveva avuto un esito completamente diverso da quelli che con ogni probabilità erano i propositi dei registi dell’attentato al treno del 7 aprile e in parte della stessa manifestazione del 12 aprile.

loi,-azzi,-murelli

Infatti, se il detonatore non fosse esploso ferendo e permettendo la cattura di AZZI, sarebbe avvenuta sul treno Torino-Roma una strage forse di grandi proporzioni e certamente attribuita, per alcuni accorgimenti messi in atto dal gruppo di Rognoni, ai “rossi”. La già programmata grande manifestazione di Milano del 12 aprile, cui avevano aderito forze che andavano dal centro sino all’estrema destra extraparlamentare, sarebbe quindi stata l’occasione per chiedere una svolta autoritaria e forse la dichiarazione dello stato di emergenza.

Il piano era invece fallito perché, con l’arresto in flagranza di Azzi, la matrice “nera” dell’attentato era stata subito scoperta e, dopo il divieto della manifestazione, i giovani di destra si erano addirittura macchiati dell’uccisione di un agente di Polizia, fatto questo mai avvenuto in precedenza. Nei giorni successivi al 12 aprile, la situazione a Milano per i giovani di estrema destra si era fatta assai pesante. Certamente era assai prudente per il gruppo La Fenice, che si trovava più degli altri nell’occhio del ciclone, liberarsi della dotazione di bombe a mano SRCM di cui da tempo stabilmente disponeva e consegnarle o riconsegnarle al parallelo gruppo Drieu La Rochelle di Tivoli guidato dal Prof. Signorelli.

Di tale consegna di bombe a mano e della custodia delle stesse con l’intervento diretto del prof. Signorelli ha parlato per la prima volta Sergio CALORE allorché egli iniziò a collaborare con l’A.G. di Firenze e in seguito Calore ha ripreso più brevemente il suo racconto nel corso del dibattimento a carico di Mauro Addis ed altri, relativo al gruppo romano di Ordine Nuovo (cfr. vol.9, fasc.2).

L’episodio non è di secondaria importanza poiché da un lato lega direttamente il gruppo di Milano al gruppo di Roma e d’altro lato vede forse per l’unica volta Paolo SIGNORELLI, dismessi i panni dell’ideologo, “sporcarsi” personalmente le mani consegnando materialmente a Sergio Calore la mezza cassa di bombe a mano affinché fossero custodite in un luogo sicuro e recuperate ogni volta che fosse necessario.

Sentenza Ordinanza G.I. Salvini 1995 pag 106-107