“L’orchestra nera” – Panorama 13.07.1974

Se la tiene sul cuore, ben custodita nella tasca interna della giacca di gabardine marrone scuro che indossa da tre settimane, da quando martedì 28 maggio la bomba fascista ha uc­ciso sette persone in piazza della Loggia a Brescia. È la mappa dei personaggi del terrorismo nero. La più completa mai fatta sino a oggi in Italia. Se l’è costruita pezzo per pezzo con un paziente lavoro di me­si. Francesco Delfino, 36 anni, cala­brese di Platì, capitano dei carabi­nieri e comandante del nucleo inve­stigativo di Brescia, è l’uomo sul quale governo e magistratura puntano per dare al Paese nomi e co­gnomi degli assassini fascisti, dei lo­ro mandanti e dei loro finanziatori.

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Dal 9 marzo 1974, giorno dell’arre­sto di Kim Borromeo e Giorgio Spe­dini, i due terroristi sorpresi in val Camonica con 57 chili di tritolo, Delfino non ha avuto più un minuto di tregua. Mangia una volta al gior­no (l’unico pasto un po’ tranquillo l’ha fatto martedì 4 giugno con alcuni amici al ristorante La Sosta di Brescia), dorme quattro ore per not­te quando gli va bene, passa le gior­nate tra perquisizioni, interrogatori, arresti e tentativi, quasi sempre va­ni, di sfuggire al perenne assedio dei 22 giornalisti che a Brescia se­guono lo sviluppo delle indagini sul­le trame nere.
« La strada maestra per riuscire a mettere le mani sui massacratori di piazza della Loggia », dicono al tribunale di Brescia, « è quella di ri­costruire la storia della trama ever­siva che, ormai ne siamo certi, ave­va cominciato tre mesi fa a operare sul piano pratico ». « Era una con­giura », precisa il giudice istruttore Giovanni Arcai, « che siamo riusciti a fermare proprio nel momento più pericoloso, quello di un tentativo di colpo di Stato ». « La scintilla che avrebbe potuto farlo scattare », ag­giunge il sostituto procuratore della Repubblica Enzo Giannini, « doveva essere la bomba che la notte del 19 maggio 1974 ha ucciso il terrorista che la stava portando a destinazione ».

Il dinamitardo nero era Silvio Fer­rari, 22 anni, studente, estremista di destra, figlio del rappresentante del­la Lancia di Brescia. Ferrari doveva mettere l’ordigno in piazza della Loggia dove, il mattino dopo, do­menica 20 maggio, era stato fissato il raduno degli ex-appartenenti ai Lupi di Toscana, una divisione di fanteria, decorata di medaglia d’oro al valor militare (la motivazione di­ce: « Acquistando fama leggendaria sì che il nemico sbigottito chiamò lupi gli implacabili fanti »). La bom­ba, firmata da una organizzazione di sinistra, avrebbe dovuto fare una strage fra i reduci e i drappelli mi­litari presenti alla sfilata, provocan­do così una dura reazione di destra. Secondo notizie raccolte dai ser­vizi segreti, l’azione di Ferrari era legata a un piano di mobilitazione ge­nerale di tutte le associazioni com­battentistiche italiane. Il programma prevedeva: manifestazioni di piazza sapientemente orchestrate dai fasci­sti: assalti alle sedi dei sindacati, dei partiti di sinistra e delle orga­nizzazioni extraparlamentari; atten­tati contro caserme, uffici diploma­tici stranieri, sedi dell’Anpi (l’asso­ciazione partigiani italiani), abitazio­ni di esponenti di sinistra; rivolte nelle carceri delle principali città italiane; blocchi alle linee ferroviarie e sulle autostrade. Alla tensione immediata avrebbe dovuto fare seguito, il 2 giugno fe­sta della repubblica, un colossale at­tentato in via dei Fori Imperiali, durante la tradizionale parata del­l’esercito. Obiettivo: scatenare l’ini- i zio di una guerra civile, obbligare le forze armate a intervenire per ristabilire l’ordine, annullare la Costituzione repubblicana, imporre una repubblica presidenziale di stampo reazionario controllata dai generali. Silvio Ferrari era una semplice pedina della manovra eversiva. Stan­do alle prime indagini, uno degli organizzatori del piano sarebbe stato Carlo Fumagalli, 49 anni, valtellinese, arrestato dal capitano Delfino assieme a una ventina di altri fascisti una settimana prima della morte di Ferrari. Dal 1970 Fumagalli e gli uo­mini della sua organizzazione, il Mar (Movimento di azione rivoluziona­ria), si erano sempre battuti per « una repubblica presidenziale capa­ce di far rispettare la legge, l’ordi­ne, la disciplina ».

Ex-partigiano in Valtellina, ex-co­mandante dei Gufi (un’organizzazio­ne della Resistenza, autonoma dal Comando generale del corpo di libe­razione), ex-agente dei servizi se­greti americani in Italia, ex-collaboratore, negli anni 60, dei servizi di spionaggio dell’Arabia Saudita, Fu­magalli aveva una grossa esperienza di guerriglia. In più poteva vantare amicizie e stretti legami con setto­ri del Sid (controspionaggio italia­no), dell’ esercito, e della destra « benpensante » che si identificava con la cosiddetta Maggioranza Silen­ziosa, guidata a Milano dall’avvocato Adamo Degli Occhi (convocato due volte e interrogato per 14 ore dai carabinieri dopo la strage di piazza della Loggia, provocata dall’esplosio­ne di una carica di tritolo).

« Fumagalli è il capo di tutto », af­ferma Francesco Trovato, sostituto procuratore della Repubblica a Bre­scia. A dare alla magistratura questa sicurezza sono soprattutto tre ele­menti. Primo: nell’ufficio di Fumagal­li in via Egidio Folli, a ridosso della stazione ferroviaria di Lambrate, è stata trovata una matrice per ciclo­stile con impresso un minaccioso proclama rivoluzionario, da inviare ai giornali subito dopo gli attentati che avrebbero dovuto precedere il colpo di Stato (« Dichiariamo uffi­cialmente guerra allo Stato e al bol­scevismo. Le ostilità continueranno con attentati alle principali linee ferroviarie »).
Il secondo elemento in mano alla magistratura, è la Land Rover tro­vata, sempre a Milano, nel garage del capo del Mar in via Felice Poggi. La fuoristrada era intestata alla stes­sa persona (Antonio Sirtori, milane­se, iscritto al Msi-Destra nazionale) e rifornita degli stessi equipaggia­menti (sacchi a pelo, divise da guer­riglieri, viveri a secco), di quella servita a Giancarlo Esposti, Alessan­dro D’Intino, Salvatore Vivirito, Ales­sandro Danieletti, per raggiungere il campo Dux di Rascino, in provincia di Rieti il giorno della strage di piaz­za della Loggia. I quattro avevano il compito di fare l’attentato a Roma il 2 giugno. Sorpresi dai carabinieri giovedì 30 maggio, sono stati cattura­ti ed Esposti è rimasto ucciso con in mano una pistola Mauser con la quale aveva sparato su un appun­tato e un brigadiere, ferendoli gra­vemente.

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Il terzo elemento, infine, che pro­va la parte di capo avuta da Fu­magalli nella congiura, sono le con­fessioni di Kim Borromeo e Giorgio Spedini, i due fascisti arrestati per primi da Delfino. Muti sino al gior­no della strage di Brescia, Borro­meo e Spedini han­no confermato il lo­ro diretto legame con Fumagalli, han­no detto che il tri­tolo in loro posses­so lo stavano tra­sportando per con­to del Mar, rivelato i rifugi segreti dei terroristi fascisti nelle grotte della Valtellina, fornito notizie sui campi di addestramento, elencato nomi, indi­rizzi, struttura ope­rativa dell’organiz­zazione, suggerito in­dicazioni sulla man­cata missione dina­mitarda di Ferrari e sugli ambienti bre­sciani, veronesi e milanesi in cui cer­care gli esecutori materiali della stra­ge di piazza della Loggia.

Assieme alle co­incidenze, ai docu­menti e alle confes­sioni che i carabi­nieri hanno accumu­lato in questi gior­ni, esistono nei con­fronti di Fumagalli anche precisi rap­porti del ministero dell’Interno e del Sid. Spiegano come il capo del Mar fosse uno dei principali coordinatori di una specie di gran consiglio del neofascismo attorno al quale ruota­vano le Sam, squadre di azione Mus­solini: 40 attentati a Milano dal 1969 al 1974; Ordine Nero: 10 bombe contro edifici pubblici e ferrovie fra il febbraio e l’aprile 1974; Anno Ze­ro, un gruppo di giovani romani, veronesi, torinesi e triestini specia­lizzati nella propaganda terroristi­ca; Ordine Nero, composto da ex ­aderenti del disciolto Ordine Nuovo, il movimento fondato dal deputato missino Pino Rauti; Avanguardia Nazionale, un’associazione di picchia­tori professionisti addestrati in cam­peggi paramilitari; le correnti del Msi-Destra Nazionale che si richia­mano a Rauti e Pino Romualdi (Gianni Colombo, dirigente missino di Monza, era il sorvegliante del covo per latitanti fascisti apparte­nenti alla banda Fumagalli in via Airolo a Milano); il gruppo brescia­no di Riscossa, una delirante rivistina neonazista; il nucleo della Feni­ce, l’organizzazione diretta da Giancarlo Rognoni, il missino milanese accusato di strage per l’attentato del 7 marzo 1973 al direttissimo Torino- Genova.

Nel gennaio 1974, tutti questi mo­vimenti, dopo una serie di riunioni preparatorie tenute a Roma, Tori­no, Verona e Cattolica, decisero di passare all’azione e di costituire un comitato nazionale ristretto a poche persone, cui toccava il compito di organizzare, città per città, le « cen­turie » terroristiche : quella di Bre­scia, la più scatenata, era diretta da Enzo Tartaglia, 49 anni collaborato­re di Riscossa, un fanatico che, se­condo Kim Borromeo, portava la pi­stola infilata anche nel pigiama. Nel gran consiglio c’era una sedia vuota. Era riservata al nazifascista padovano Franco Freda, il procura­tore legale accusato per la strage di piazza Fontana, massimo teorico della strategia della tensione, consi­derato da tutti « un maestro e un profeta ».

Con il Comitato di solidarietà per Franco Freda (i camerati lo chiama­no Giorgio), i vari gruppi del comi­tato nero avevano stretti contatti. Riscossa, Anno Zero, La Fenice, ne­gli anni scorsi hanno fatto una gran­de campagna di propaganda per il legale padovano (« ingiustamente ac­cusato dal potere borghese e giu­daico »). Nel gennaio 1973 Riscossa aveva pubblicato una intervista di Beppino Benedetti, un ragioniere di 41 anni (arrestato con Fumagalli), a Marco Pozzan, uno dei luogote­nenti di Freda, latitante, accusato di aver collaborato alla realizzazio­ne degli attentati del 1969. Ai tre giornali di estrema destra e ai le­gali che gli ruotavano attorno, fa­ceva capo l’organizzazione del Soc­corso Nero, una specie di San Vin­cenzo per terroristi, con una sede in Svizzera, a Bellinzona, e un punto di ritrovo a Barcellona, in Spagna.

Compito del Soccorso Nero, coor­dinato all’estero da un collaborato­re di Riscossa e da un giornalista di destra legato al Sid, era quello di aiutare i « camerati » fuggiaschi (in Svizzera ce ne sono di importantissimi: Clemente Graziani, lea­der di Ordine Nero, Elio Massagran­de, uno dei responsabili di Anno Ze­ro, Giancarlo Rognoni e il suo luo­gotenente Piero Battiston, denun­ciato per detenzione di esplosivo, Gianni Nardi, ricercato per l’assas­sinio del commissario Luigi Calabre­si). All’estero sarebbe dovuto anda­re anche Freda.

Il Mar nei suoi programmi preve­deva anche la liberazione di Freda attraverso lo scambio con un grup­po di quattro magistrati milanesi : Gerardo d’Ambrosio, autore dell’in­dagine su piazza Fontana, Ciro De Vincenzo, Libero Riccardelli (l’accu­satore di Nardi) e Vincenzo De Liguori. Nelle cantine di via Folli, gli uomini di Fumagalli avevano già pre­parato i pannelli isolanti adatti a costruire le celle per i sequestrati.

Stando all’indagine dei magistrati bresciani, oltre ai sequestri di tipo politico, i congiurati avevano idea­to rapimenti a scopo di estorsione (anzi, ne avrebbero fatto uno nel mese di aprile ricavandone 400 mi­lioni). Ma i giudici di Brescia sono poco convinti di questa traccia. I finanziamenti, cospicui, arrivavano ai fascisti per vie molto meno ri­schiose : conti cifrati in una banca di Lugano, sui quali mandanti e fi­nanziatori depositavano, coperti dal­l’anonimato, le sovvenzioni per le stragi. Solo pochi uomini del co­mitato nero conoscono i nomi dei grandi pagatori del neofascismo ita­liano. Questi nomi sono la grossa lacuna nella mappa sulle trame ne­re del capitano Delfino.

“C’è un mistero nella fine di Nardi: noi diciamo che non è mai morto” – L’Europeo 26.11.1976

In queste settimane L’Europeo ha indagato sulle diverse facce del terrore nero: quella dei legami oscuri con l’apparato statale, quella, più recente, dei rapporti istituzionali con la malavita (sequestri, rapine, riciclaggi e altro), quella della preparazione e dell’attuazione del terrorismo politico puro. Terrorismo che, abbiamo visto, si deve più correttamente definire « di centro », o bianco.
Ma il terrore ha un’altra faccia, spesso dimenticata. Quella dell’abbandono, o del « tradimento ». Decine e decine di giovani, usati per anni dai corpi separati dello Stato attraverso le organizzazioni di estrema destra, addestrati con cura all’attentato, alla rapina, alla violenza, all’assassinio politico (due settimane fa abbiamo parlato del segreto campo di addestramento di Alghero) sono stati poi abbandonati dai loro protettori.
Con minore o maggior durezza, i più sono stati « invitati » al silenzio e formano oggi il piccolo esercito degli espatriati, ricattabili e pronti a tutto. Come Pierluigi Concutelli, l’assassino del giudice Vittorio Occorsio. Alcuni, depositari di segreti irrivelabili, sono stati giustiziati: vale per tutti l’esempio di Giancarlo Esposti, colpito a morte nell’imboscata di Pian del Rascino. E del resto, quella pallottola nel collo di Mario Tuti al momento dell’arresto non ha mai avuto una plausibile giustificazione.
Fra i giustiziati la pubblicistica ha inserito i giovani fascisti colpiti da morti misteriose. L’e­lenco è lungo: gli ultimi due nomi sono partico­larmente interessanti. Qualche mese fa, Bruno Stefàno, Avanguardia nazionale e poi Ordine nuovo, amico di Stefano Delle Chiaie, di Gianni Nardi e dei veneti di Freda, viene dato per morto in Svizzera. La notizia è definita certa dalla polizia, ma il corpo di Stefàno non è mai stato trovato, né mai sono state svelate le circo­stanze della sua morte. A metà settembre, infi­ne, Gianni Nardi muore in un incidente d’auto a Palma di Majorca. In circostanze altrettanto misteriose.

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La morte di Nardi ha avuto l’onore della cro­naca, sui giornali italiani, per due giorni. Qual­cuno vi ha visto dietro le mani del potere. Qualcun altro ha segnalato piccole « stranez­ze ». Poi tutto è finito. Abbiamo voluto condur­re un’inchiesta in Spagna. La sua conclusione è sconcertante: secondo noi, Gianni Nardi non è mai morto. Eppure il suo caso, questo caso, è pur sempre un esempio dell’altra faccia del ter­rore. Un esempio atipico, come atipico è il per­sonaggio Gianni Nardi, con tutti i suoi miliardi e con le palesi protezioni che, per lui, certo non svaniscono nell’arco di una stagione. Ecco i ri­sultati della nostra inchiesta.

L’incidente
Palma di Majorca, venerdì 10 settembre, cin­que e mezzo del pomeriggio. Sulla strada che va da Santani a Las Palmas, al chilometro trentaquattro, poco fuori il paesino di Campos, una Fiat 127 esce troppo forte da una curva diffici­le, sbanda sulla sinistra e si schianta contro un camion che viene in senso opposto. L’auto ha una targa italiana: Vicenza 323885. L’incidente provoca un morto.
Del fatto, prima « stranezza », non si sa nulla per sette giorni. È soltanto il venerdì seguente, infatti, che la Guardia Civil di Palma dà una prima versione dell’incidente: la comunica a un giornalista che telefona da Madrid. Questa la versione: nello scontro è morto un cittadino boliviano, Arnaldo Costa Vina; era alla guida della Fiat; nell’auto sono stati trovati i suoi do­cumenti e la sua patente rilasciata a La Paz.
Dopo la telefonata circola per Madrid il nome di Gianni Nardi. Suoi parenti si sono recati a Palma (e già sono rientrati in Italia). Al centra­lino dell’isola è giunta una valanga di chiamate dall’Italia: amici, giornalisti e anche uomini dello Stato. Il giornalista di Madrid richiama la Guardia Civil di Palma e riceve questa seconda versione: a bordo dell’auto c’erano due persone, l’autista boliviano, che è morto, e un italiano, certo Giuseppe Ascoli, che è rimasto ferito solo leggermente. Questo nome è falso (lo provano controlli effettuati in seguito), ma è un nome falso-logico: Giuseppe si chiama il proprietario dell’auto, un generale italiano amico del Nardi, e Ascoli è la città natale di Gianni Nardi (oltre che del generale).
Questa seconda versione della Guardia Civil, comunque, deve terribilmente spaventare il Co­mando. Evidentemente l’ha fornita qualche in­genuo poliziotto che lì per lì ha consultato le carte dell’incidente (come fa infatti uno spa­gnolo a inventare un nome come quello di Giu­seppe Ascoli che calza così bene al ricercato Gianni Nardi? ). Sta di fatto che il comando del­la guardia di Palma si premura subito dopo di richiamare il giornalista di Madrid (in Spagna non capita mai, per prassi ormai quarantenna­le, che la polizia chiami la stampa) per avvisar­lo che la seconda versione è falsa: sull’auto c’e­ra soltanto il boliviano. Un deplorevole errore.
Che a bordo della Fiat ci fosse un boliviano, comunque, la polizia di Palma era ben convin­ta: subito dopo l’incidente, infatti, la Guardia segnala il fatto al consolato generale di Bolivia a Barcellona. Ma, invece di parenti boliviani, giungono a Palma (quattro giorni dopo lo scon­tro) l’avvocato di Nardi, Fabio Dean, la madre Cecilia e uno zio materno. Seconda « stranez­za »: come hanno fatto a sapere, così rapida­mente, che Gianni è coinvolto nell’incidente? L’avvocato Dean sostiene che il riconoscimento di Gianni Nardi è stato fatto dalla polizia spa­gnola subito dopo lo scontro: ciò contrasta con la segnalazione della polizia stessa al consolato di Bolivia e con le tre telefonate. Una settima­na dopo i poliziotti parlavano ancora di bolivia­no, perché?
Il mistero con cui la Guardia Civil copre l’in­tera vicenda appare molto significativo. Dopo le risposte telefoniche di settembre essa non ha più voluto offrire spiegazioni, né mai ha comu­nicato notizie precise sull’incidente, né mai ha rilasciato fotografie. Infine non ha mai voluto fornire il nome del camionista investito, testi­mone decisivo sulla presenza di una o due per­sone a bordo della Fiat 127 finita sotto le ruote del camion. Ho telefonato alla Guardia di Las Palmas. Due mesi dopo l’incidente, non mi ha fornito alcun dato e ha motivato il silenzio con il « necessario riserbo » dovuto al fatto che l’in­chiesta è in mano a un non meglio precisato giudice di Manacor. Ci si chiede: perché un’in­chiesta giudiziaria su un semplice incidente stradale? Ci si chiede ancora: che motivo ha il « necessario riserbo » quando le responsabilità sono ben definite (la Fiat è piombata sulla cor­sia di sinistra)?

Se la Guardia Civil resta silenziosa, qualcosa è pur possibile sapere da chi ha potuto seguire a Las Palmas gli sviluppi della vicenda. Qual­cosa di molto significativo. Martedì 14 settem­bre giungono nell’isola l’avvocato e i parenti di Gianni Nardi (ripartono tre giorni dopo). Ar­rivano per il riconoscimento. Come viene ef­fettuato? Non dalla madre (che quindi non vede il corpo di suo figlio), non dall’avvocato (che come unica prova ha dunque la lettura del certificato di morte), ma dallo zio del Nardi. È la seconda « stranezza » della vicenda: non si sa chi sia questo zio e, comunque, anche di questo riconoscimento non viene fornito alcun docu­mento. Come si fa a dire con certezza, allora, che il « boliviano » ucciso è proprio Gianni Nar­di? Non si sa.
Il corpo dell’ucciso alla curva di Campos vie­ne provvisoriamente sepolto a Las Palmas. In attesa, evidentemente, del suo trasferimento nella tomba della famiglia Nardi, ad Ascoli Pi­ceno. Qui siamo di fronte alla terza « stranez­za », che appare macroscopica: sono passati due mesi è il corpo definito di Gianni Nardi è anco­ra là, nell’isola spagnola. Ci siamo informati: per il trasporto è sufficiente l’autorizzazione del pre­fetto della regione che, in questi casi (non è un semplice incidente stradale?), viene concessa con estrema rapidità. E allora? Nel settimanale spagnolo Posible, che da un paio di settimane avanza dubbi sulla morte di Nardi, scrive nel­l’ultimo numero: « Una volta che tutto era regolato [per il trasporto, n.d.r.], giunge la stra­na novità che la madre, che era andata a Palma per prendere il corpo del figlio, mostrava il suo disinteresse sull’argomento ». Non sappiamo se è disinteresse: sottolineiamo il dato di fatto che, due mesi dopo, il corpo dell’ucciso di Campos è ancora là, a Palma.

Una piccola notazione politica. Ai dubbi di Posible ha replicato con violenza il quotidiano falangista di Palma, Baleares. « Il corpo è sen­za ombra di dubbio quello di Nardi, voi giocate con i morti », ha scritto, e ha proseguito con pesanti offese alla nuova stampa spagnola. Si­gnificativa è l’impennata dell’estrema destra lo­cale, che per coerenza politica avrebbe dovuto porre dubbi sulla morte del camerata e non so­stenere a spada tratta, semplicemente, che il morto è proprio lui. Ma ancora più significativo è il fatto che l’organo falangista di Palma non ha smentito uno solo dei dubbi che circondano la morte di Nardi, non ha pubblicato un docu­mento, una dichiarazione, un’intervista, non ha portato una prova che è una. L’incongruenza è stata rilevata da alcuni quotidiani di Madrid che stanno assaporando, in questi mesi, l’eb­brezza della critica alle posizioni ufficiali, del governo, dei funzionari, della polizia.

La quarta « stranezza » è la più grave. Essa inquadra direttamente il caso Nardi in quello che ha tutta l’aria di essere: un « affaire » poli­tico. Sino a due settimane dopo l’incidente, dunque, nulla indica che il morto di Campos sia con certezza Gianni Nardi. Date per buone tutte le notizie e lo stesso riconoscimento, man­ca ancora una dichiarazione ufficiale. La Guar­dia Civil, ufficialmente, non ha mai detto che l’ucciso nell’incidente sia Gianni Nardi. Il 17 settembre l’Antiterrorismo italiano dichiara che è « indispensabile accertare l’identità dell’uomo morto a Palma, perché sarebbe il secondo del terzetto a sparire » (il primo è Bruno Stefàno, la terza è la tedesca Gudrun Kiess). Lo stesso giorno, Antonio Delfino, vicedirigente della se­zione italiana dell’Interpol, dichiara a La Stam­pa: « La certezza della sua identità la potremo avere soltanto quando sarà fatto il confronto delle impronte digitali ». Ecco, le impronte. È stato fatto questo confronto? No. Più precisamente (è la quarta « stranezza ») la Guardia Ci­vil ha fatto arrivare le impronte dell’ucciso sia all’Interpol che al ministero dell’Interno italiano. Sono passati due mesi e in Spagna non hanno ricevuto nulla: non solo i risultati del confronto, ma neppure il riscontro dell’arrivo delle impronte con la promessa di esaminarle al più presto, come è prassi. Che cosa nasconde questo nuovo disinteresse? Che cosa è tutto questo silenzio su una vicenda, abbiamo visto, zeppa di « stranezze »?

Il terrorismo
A tutt’oggi, dunque, resta il fatto, incontro­vertibile, che ufficialmente il morto di Palma non è ancora Gianni Nardi. Chi è allora? Avanziamo un’ipotesi, che può d’incanto spie­gare tutte le « stranezze » della vicenda. Gian­ni Nardi è quel Giuseppe Ascoli seduto accan­to al falso boliviano che guida la Fiat. Tra l’altro egli non ha mai avuto la patente e sem­pre ha amato farsi scortare da amici-gorilla. O da sosia, come quel Mario Merlini che lo seguiva nelle imprese ascolane e milanesi. Seguiamo l’ipotesi. Ascoli-Nardi resta fe­rito nell’incidente, il falso boliviano muo­re. Ascoli-Nardi vede allora nella vicen­da una occasione unica per « scompa­rire » e, muovendo le amicizie che ha (più i milioni), mette in piedi la storia della sua morte. Si spiegherebbero co­sì i tempi strani della vicenda, le in­cognite della Guardia Civil, il corpo an­cora a Palma, le impronte che non ar­rivano (per inciso, quand’anche arrivas­sero potrebbero avere un valore di pro­va relativo: Gianni Nardi vivo, infatti, muovendo le solite e antiche amicizie, può ben far giungere a Roma sue im­pronte).

Questa è un’ipotesi. Un’altra è quella dell’incidente provocato e ciò spieghereb­be l’inchiesta della magistratura spagno­la. Altre ipotesi sono possibili. Tutte co­munque portano il segno dell’altra fac­cia del terrorismo politico, quella dell’ab­bandono. Gianni Nardi vuole scomparire o, ipotesi alternativa, deve scomparire. Perché?
Nardi è stato per molti anni una pedi­na di quel ramo dell’apparato statale che ha favorito e coperto le bande armate neofasciste con lo scopo di piegare verso destra (non troppo!) l’asse politico italiano. Una pedina di rilievo di quel ra­mo che aveva i suoi nuclei operativi nel­l’Ufficio affari riservati del ministero del­l’Interno e del SID parallelo. Quel ramo lo ha usato in vari modi: lo ha protetto in numerose azioni e in numerosi traffi­ci (di armi, ad esempio), lo ha costretto, più o meno spontaneamente, a subire l’accusa, poi rivelatasi falsa, di aver uc­ciso il commissario Calabresi. Un’accusa che serviva soltanto a sviare le indagini dai veri assassini e mandanti.

Nella primavera del 1974 Gianni Nardi viene gettato allo sbaraglio con il suo amico Giancarlo Esposti e con i resti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazio­nale, ormai fuorilegge. Il giudice bre­sciano Giovanni Arcai che ha indagato, sin che ha potuto, sulla vicenda di Pian del Rascino, è convinto che Esposti, pri­ma di essere giustiziato, abbia ingaggiato la violenta sparatoria con i carabinieri per permettere a Nardi di fuggire. Resta il fatto che da interrogativi di altri neo­fascisti appare che, se Esposti era re­sponsabile nel Reatino di quella che egli considerava una « guerriglia preparatoria della guerra civile», Nardi lo era per il versante marchigiano.

Il ministero
I due avevano appoggi sicuri che giungevano molto in alto. Al giudice Ar­cai l’istruttoria è stata tolta un anno fa, ma egli ha preparato una contro-requisitoria in cui ribadisce i precisi legami fra le bande armate e il ministero dell’Interno. In particolare, egli sostiene (nulla di ciò apparirà poi nell’indagine ufficiale, naturalmente) di aver individuato l’uffi­ciale del centro Italia che fornì all’Esposti la cartina dei posti di blocco della polizia e dei carabinieri. Dice Arcai sull’episodio: « Ritengo, sul­la base di precise risultanze istruttorie, che tale ufficiale sia stato identificato nel maggiore di PS Mezzina, il cui arresto provvisorio il PM non volle convalidare.
Il maggiore Mezzina comandava all’epo­ca il gruppo guardia di PS di Frosinone; aveva subito una perquisizione domici­liare durante la quale era stato trovato, nel suo alloggio di servizio, Gianni Nar­di, che aveva abbandonato il soggiorno obbligato di Ascoli Piceno e che vi per­maneva da una ventina di giorni dopo essere rientrato clandestinamente dalla Spagna. L’alloggio di servizio dell’ufficia­le era frequentato anche da Giancarlo Esposti ».
Gianni Nardi, dunque, in soggiorno obbligato ad Ascoli e poi latitante in Spagna è protetto e ospitato da un ufficiale di PS! Non basta: dall’ufficiale e dall’intera vicenda di Pian del Rascino il giudice Arcai risale, con nomi e cognomi, al ministero dell’Interno e al SID paralle­lo. È evidente che risale troppo e, come già un anno fa L’Europeo scrisse e come è ben documentato in un coraggioso li­bro pubblicato in questi giorni (Achille Lega e Giorgio Santerini, Strage a Bre­scia, potere a Roma, Mazzotta), un testi­mone improvviso coinvolge il figlio del giudice (quindici anni e mezzo all’epoca) nella strage di piazza della Loggia. L’in­chiesta del padre, è ovvio, deve cambiare titolare. Quel tenue filo che porta al ministero dell’Interno si spezza.
Primavera ‘74
Ma che cosa succede in quella prima­vera del 1974? Succede che quel nucleo di potere statale che proteggeva Nardi e la gente come lui viene duramente col­pito: l’Ufficio affari riservati è sciolto d’autorità subito dopo la strage di Brescia e l’altro SID prepara e attua, patro­no Andreotti, l’attacco decisivo a Miceli. L’immediata conseguenza è che tutti i giovani protagonisti del terrore « nero » restano senza copertura: questa è la ve­rità che il potere politico, Partito comu­nista incluso, vuole tener nascosta agli italiani. Così, Giancarlo Esposti viene giustiziato a Pian del Rascino, così deci­ne di neofascisti vengono a ripetizione (e improvvisamente, dopo anni di pro­tezione) colpiti da mandati di cattura e molti sono costretti a fuggire all’estero. I più entrano in quel giro « parallelo » (certo gestito dall’alto, ma non più o non esclusivamente con gli obiettivi politici di prima) che opera, a contatto con la malavita, nel campo dei sequestri, delle rapine, degli assassinii su ordinazione.
Qui non si vuole certo difendere i neo­fascisti, ma impedire che ancora una volta la stampa cada, in nome di un fal­so antifascismo, nei giochi del potere, del nuovo potere in questo caso: un pe­ricolo di estrema destra in Italia non c’è più da anni, è inutile riesumarlo, magari con tardive inchieste giudiziarie, per co­prire una nuova stabilizzazione. Il nuovo fascismo, se verrà, non sarà fatto dai volti di questi fanatici resti dell’ordinovismo, non sarà fatto da « alalà » né da slogan vecchi di cinquant’anni. Sarà fatto da altro su cui, questo è il dovere della stampa, sarà utile indagare. Si vestirà, magari, con i panni di una ferrea stabi­lizzazione.

Torniamo a Nardi. Dopo le disgrazie del suo « ramo » statale (primavera ’74) egli capisce di essere alla vigilia dell’ab­bandono. Dopo l’« esecuzione » di Esposti egli capisce che può diventare un capro espiatorio. Fugge allora in Spagna defi­nitivamente. Malgrado sia soltanto accu­sato, in Italia, per una storia di armi e bossoli nella sua villa di Marino del Tron­to, non vuole più tornare. Conoscendo l’ambiente e i suoi polli, avendo perduto di forza le sue protezioni, teme di essere di nuovo coinvolto nell’uccisione di Ca­labresi e di finire i suoi giorni in car­cere.
In Spagna Nardi frequenta per un po’ l’ambiente del neofascismo in esilio e ne scopre le debolezze e la doppiezza. La famosa « Internazionale nera » spagnola è in realtà un’accozzaglia di cani sciolti neofascisti, di agenti spagnoli e italiani, di « manager » pronti a vendere notizie e uomini al miglior offerente. Più che un’Internazionale nera è un’Internazio­nale della malavita. Nardi tende a non frequentare questo ambiente, vede sol­tanto qualche amico di Barcellona che considera fidato. È ricco, e allora viaggia molto per l’Europa, è spesso in Svizzera, si concede le vacanze a Palma di Major­ca, dove affitta un appartamento a Santani. Vuole tornare in Italia, questo de­siderio lo esprime a molti. L’incidente può avergli fornito lo spunto, l’occasione. In tal modo spera che, morto ufficialmente, l’altra faccia del terrorismo non lo colpisca più.

CorradoIncerti, L’Europeo 26.11.1976