Sindona e la P2 – Requisitoria giudice Guido Viola processo omicidio Ambrosoli – 2a parte

Questo breve excursus riassuntivo mostra come Licio Gelli e la Loggia P2 siano stati sempre, per Michele Sindona, un costante punto di riferimento in vista degli appoggi che egli pretendeva e si attendeva da quel centro di potere occulto, in cui egli stesso era inserito prima di cadere in disgrazia. Trattandosi poi di un centro di potere occulto capace di condizionare largamente il potere palese e ufficiale, Sindona poteva logicamente sperare dì trovare in Gelli un utile trampolino per condizionare a suo favore certi apparati pubblici dalla cui condiscendenza sarebbe dipeso il suo salvataggio.

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Del resto, come abbiamo osservato nel capitolo precedente, i primi destinatari del “grande ricatto” sotteso dal finto rapimento erano proprio coloro che appartenevano a quei settori dell’establishment di cui Sindona aveva fatto parte prima del dissesto; quelli che, alla luce delle carte sequestrate a Castiglion Fibocchi, sono risultati fare capo alla Loggia P2, ovvero sono risultati maggiore o minor misura compromessi con tale fenomeno. Ebbene, la cronistoria delle presenze di Gelli nelle vicende sindoniane, che abbiamo testé ricostruito, conferma che questi ambienti, adusi a muoversi in una logica di ricatti incrociati (logica che emerge in maniera eclatante dall’insieme della documentazione sequestrata a Gelli), sono quelli da cui Sindona sì aspetta un intervento risolutore ai .fini del suo salvataggio, facendo leva anche sull’utilizzo a proprio beneficio della potenzialità ricattatoria del sistema P2, di cui Licio Gelli è il sapiente amministratore.

Abbiamo visto, ad esempio, come Sindona sia ben conscio dell’influenza che Gelli può esercitare su Roberto Calvi, influenza che emerge massiccia dagli stessi interrogatori di Calvi, e che spiega la continua mediazione di Gelli tra i due litiganti. Ed infatti Calvi ha dichiarato quanto segue: “Fu Ortolani che piano piano mi fece capire che nella mia posizione avevo bisogno particolare di protezione ed appoggi a livello politico, finanziario, amministrativo e così via, che lui si diceva in grado, con Gelli, di garantirmi”.

Ed ancora: “Gelli aveva la fama di essere una persona molto importante… Egli mi ha parlato in più di una circostanza di massoneria, ed in particolare di Loggia P2, chiedendo che io aderissi a questa organizzazione. In effetti io ho dato la mia adesione alla P2 di Licio Gelli … il quale si presentava come uomo dalle iniziative importanti come capo dell’Istituzione P2, e soleva presentare le sue varie iniziative nel campo degli affari come prese sotto l’egida della Gran Loggia Madre di Londra. Il Gelli aggregava gente intorno a sé, ed è riuscito ad aggregare anche me, per il senso di protezione, che egli dava all’appartenenza alla Loggia P 2”.

In effetti, la costante mediazione di Gelli nei rapporti tra Calvi e Sindona si spiega solo alla luce del ruolo di Gelli come capo di una “Istituzione”, di cui sia Calvi che Sindona fanno parte. Del resto, la copiosa documentazione sequestrata a Castiglion Fibocchi ha rivelato come Gelli fosse in possesso di molti documenti, accordi, scritture private, riservatissimi e rilevantissimi, anche in originale, riguardanti (fra l’altro) Roberto Calvi e più in generale gli affari del gruppo Ambrosiano. Va ricordato che Gelli, nel suo archivio uruguayano, disponeva anche di un fascicolo intestato “Roberto Calvi” contenente copia delle due lettere estorsive che Calvi aveva ricevuto da Cavallo, e copia dei documenti più rilevanti ai fini della ricostruzione dell’operazione Zitropo. Da tutto ciò emerge un legame strettissimo tra Calvi e Gelli, e tale da far pensare a un sostanziale rapporto di sudditanza del primo nei confronti del secondo.

Ecco infatti, ad esempio, come Calvi spiega la presenza nell’ufficio di Gelli, in originale, di una importante scrittura privata stipulata tra Calvi e Pesenti e controfirmata “per garanzia” da Gelli e Ortolani: “L’accordo Calvi-Pesenti … è stato patrocinato proprio da Ortolani e Gelli, ed è stato presentato come un’iniziativa assunta sotto l’egida della Gran Loggia Madre di Londra … Proprio per questo alone di sacralità massonica l’accordo venne firmato per garanzia anche da Gelli e Or­tolani, e il documento venne poi trattenuto da Gelli con l’accordo tacito di tutte le parti, perché in quel momento sembrava la cosa più naturale del mondo che dovesse essere proprio il Gel- li il naturale depositario dell’accordo; cosa d’altronde che era capitata altre volte … “.

Licio Gelli è quindi il grande archivista, il grande confessore e il grande mediatore di un’associazione segreta cui appartengono sia Sindona che Calvi. Si spiega così che la maggior parte dei contatti tra Guzzi e Calvi, nell’ambito delle condotte rilevanti ai fini del presente procedimento, si svolgono passando attraverso la persona di Licio Gelli; sia quelli inerenti ai progetti di sistemazione, sia quelli, inerenti alla pretesa vendita della villa, sia quelli relativi ad altre operazioni finanziarie non ben precisate (cui accenna Guzzi nel verbale del 10 luglio 1981), sia quelli relativi a ulteriori richieste di denaro che Guzzi continuò ad avanzare a Calvi in relazione a “oneri di manutenzione e di guardiania” relativi alla famosa villa. Lo stesso vale per l’episodio del 22 settembre 1979, quando Miceli Crimi incontra Gelli per avanzare indirettamente a Calvi, per conto di Sindona, un’ulteriore esosa richiesta di denaro. Anche in questo caso, evidentemente, la persona di Gelli si imponeva di nuovo come tramite naturale tra Sindona e Calvi.
Del resto, Miceli Crimi ha riferito che Sindona, sin dalla prima settimana del suo soggiorno clandestino a Palermo, insisteva sulla necessità di prendere contatti con Licio Gelli, da lui individuato come interlocutore insostituibile in funzione dell’aiuto che un certo “gruppo di persone” avrebbe potuto accordargli: “mi disse esplicitamente – dichiara Miceli Crimi – che questo gruppo in effetti sì chiamava Gelli”.

Questa peculiare considerazione di Gelli come “gruppo” invece che come persona è estremamente significativa del ruolo del personaggio, che costituiva il “notaio” di quel potere oligarchico parallelo che, negli anni settanta sino all’inizio degli anni ottanta, si stava impadronendo, gradualmente e impercettibilmente, delle istituzioni della Repubblica.  Ed ecco, allora, come si spiega la presenza costante di Licio Gelli nella storia dei progetti di sistemazione a favore di Sindona, come si spiega la sua presenza-cuscinetto nei rapporti fra Calvi e Sindona, e come si spiega la ricerca costante di contatti con Gelli da parte di Sindona e del suo entourage, dai primi tentativi di salvataggio sino al periodo del finto rapimento e oltre. Licio Gelli, infatti, è un interlocutore insostituibile , perché è il custode dei segreti vitali, il garante, in un certo senso, della “costituzione materiale” di un’oligarchia occulta, potente ma ricattabile per sua intrinseca natura, da cui Sindona pretendeva un aiuto decisivo per il suo salvataggio. Licio Gelli, in altri termini, è il canale privilegiato se non esclusivo attraverso il quale Sindona poteva pensare di intavolare una trattativa sotterranea con quei settori dell’establishment verso i quali era rivolto il suo programma ricattatorio. In base alla complessa esposizione che precede, va accolta la richiesta del P.M. di stralcio della posizione di Licio Gelli, al fine di un approfondimento del suo ruolo nelle manovre estorsive ai danni di Roberto Calvi, e al fine di valutare il profilo di una sua eventuale responsabilità in ordine al reato di favoreggiamento nei confronti di Michele Sindona.

Poiché invece non sono emersi elementi di responsabilità in ordine ai reati ipotizzati a carico di Gelli nell’attuale rubrica (capi 6 e 15), egli va prosciolto da tali accuse per non aver commesso il fatto infatti nessuna risultanza processuale ha dimostrato che egli abbia partecipato alle manovre intimidatorie nei confronti di Cuccia, ed alla simulazione del reato di sequestro di persona. Va pertanto revocato il mandato di accompagnamento a suo carico. Da tutto quanto esposto nella presente sentenza-ordinanza, e particolarmente in questo capitolo, emerge chiaramente come la perquisizione disposta nei confronti di Licio Gelli fosse processualmente dovuta, e quale sia la rilevanza del materiale sequestrato a Castiglion Fibocchi nell’ambito della presente inchiesta.

Già il primo esame delle carte rinvenute ha reso apprezzabile l’ipotesi che l’organizzazione P 2 costituisse un’associazione segreta, come tale in contrasto con l’articolo 18 della Costituzione (dettato per tutelare la trasparenza dei rapporti politico-sociali). Questo Ufficio ha pertanto ritenuto di dover trasmettere ufficialmente , in data 25 marzo 1981, al vertice del Potere esecutivo copia di quella parte della documentazione sequestrata che atteneva all’organigramma della P 2 e alla appartenenza alla medesima di grandi ufficiali dello Stato, proprio sotto il profilo della eventuale violazione di dettati costituzionali e legislativi ed ai fini della tutela delle istituzioni. Ed ha ritenuto altresì di far ufficialmente parte il vertice dell’esecutivo di quegli atti processuali che assumevano un rilievo assorbente  ai fini dell’accertamento della natura della P 2.

Contemporaneamente l’Ufficio ha trasmesso alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona copia del materiale che poteva interessarle per i suoi fini istituzionali. Le iniziative assunte dai Poteri legislativo ed esecutivo in relazione alla vicenda P2 sono note. Basta ricordare che il Presidente del consiglio dei ministri dell’epoca ha ritenuto di render pubblici gli elenchi degli iscritti alla P 2 (evidente­mente in base ad una valutazione politica dettata dall’esigenza di salvaguardare la legalità repubblicana, e che come tale era preminente a qualsiasi profilo di segreto istruttorio). Ed ha ritenuto di nominare un Comitato amministrativo d’inchiesta che accertasse la natura della Loggia. Nelle sue conclusioni il Comi­tato ha affermato che la P 2 riveste i caratteri dell’associazio­ne segreta. Ne è derivata una legge che ha sciolto la Loggia P2, e ne è derivata la costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta, che ha terminato in questi giorni i propri lavori confermando l’attendibilità del materiale sequestrato a Castiglion Fibocchi e l’estrema pericolosità del fenomeno P 2 per le istituzioni democratiche.
Alcuni ambienti hanno avanzato il dubbio che la perquisi­zione a Gelli possa essere stata “pilotata” e non sia stata, quindi, il risultato di una conseguenzialità logica processuale che la rendeva dovuta. Sul punto il P.M. di questo procedimento, in una missiva indirizzata in data 30 giugno 1984 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, ha elencato dettagliatamente gli elementi emergenti dagli atti, sulla base dei quali la perquisizione è stata disposta (134/237-241), precisando i motivi della sua collocazione temporale e richiamando le osservazioni svolte dal comandante dell’organo di polizia giudiziaria che aveva operato, in ordine alle modalità di effettuazione della perquisizione medesima. Egli ha concluso la sua missiva con le seguenti parole:

“Ritengo mio preciso dovere richiamare l’attenzione di codesta On. Commissione sulle circostanze che ho ora elencate… perché le stesse sono una precisa testimonianza di come lo svelamento della P 2 avvenuto grazie alla perquisizione del 17 marzo 1981, sia il risultato di un intervento istituzionale logico e coerente in tutte le sue premesse. Dare spazio a congetture che lo considerino il risultato di oscure manovre poste in essere da ambigui personaggi per fini anti istituzionali travolgerebbe la verità processuale e non farebbe che consentire ulteriori possibilità di manovra agli ambienti infastiditi dall’esito della perquisizione e che tuttora hanno interesse a svalutarne il significato”.

Verbale Nara Lazzerini 02.04.1985

Sono disposta a ricostruire quanto so circa il rapporto che ho avuto con Gelli Licio nel periodo dal 760926 al 810317, data della partenza di Gelli dall’ Italia. Per quanto possa essere utile a tale ricostruzione, confermo integralmente le deposizioni testimoniali da me rese al Pm di Pisa l’ 811231 e la denuncia da me sottoscritta davanti ai cc di Pisa l’ 811210, contro il colonnello Alecci, nonche’ il verbale acquisito agli atti della commissione d’ inchiesta riproducente l’ intervista da me resa al giornalista Biagi sull’ emittente privata “rete 4” all’ epoca di proprieta’ della Mondadori che dovrebbe risalire al 821029.

Effettivamente, come affermo nell’ intervista, il noto Pazienza Francesco fu tra i frequentatori di Gelli, poiche’ ricordo con certezza di averlo visto almeno un paio di volte nel salotto di attesa di Gelli presso l’ hotel “Excelsior” di Roma. Poiche’ ho visto Gelli nel 1981 una sola volta, e precisamente nell’ 800200; poiche’ fui all’ Excelsior solo 3 volte nel 1980e posso escludere di aver visto Pazienza in quel periodo, devo concludere di averlo visto in piu’ occasioni all’ Excelsior fare anticamera nel 1979, poiche’ quel periodo non e’ molto remoto. Gelli, nel 1976, occupo’ un appartamento al 3 piano dell’ Excelsior per un breve periodo, poiche’ era in allestimento l’ appartamento che poi occupera’ dalla fine del 1976 all’1981 al primo piano di detto albergo. Gelli mi diceva che tutte le persone che passavano dalle stanze del suo appartamento al primo piano dell’ Excelsior venivano tutte filmate e le conversazioni registrate. Mi diceva che questa era la sua forza.

Quando mi capitava di pernottare all’ Excelsior, una quindicina di volte in tutti questi anni, dormivo in un appartamento diverso da quello di Gelli. Conservo le schede alberghiere. Quando ero con lui, durante l’ orario delle visite, Gelli mi faceva entrare in un’ altra stanza e mi imponeva di non fare nessun rumore. Ho visto avvicendarsi centinaia di persone, una ogni 15 minuti, tutte portatrici di richieste. Non ricevevo telefonate ma assistevo a quelle che pervenivano a Gelli su due linee, una esterna, alla quale rispondeva sempre, e della quale non mi ha mai dato il numero; un’ altra interna che passava attraverso il centralino e che, nei momenti di “relax” disattivava. Gelli pranzava sempre nel suo appartamento ed era servito sempre dal medesimo “Maitre” di sala, che lo serviva sin da quando Gelli riceveva nel suo appartamento il presidente Peron e la sua seconda moglie Isabelita. Mi disse, a questo proposito, che era lui a nascondere Lopes Rega, che penso sia un affarista argentino, in un paese diverso dall’ Italia, di cui non mi fece il nome.

A questo punto, si da atto che la teste spontaneamente dichiara:

– Ricordo anche di essere stata presente a due telefonate ricevute nei primi tempi, precisamente nel 1977, dal Gelli fattegli dal noto neofascista, cosi’ viene definito sui giornali, Delle Chiaie Stefano. Fu Gelli a confermarmi quel nome ed a confermarmi che era in contatto con Delle Chiaie. La cosa mi colpi’ al punto che l’ annotai sul mio taccuino, che consegnero’ agli agenti della Digos di Bologna allorche’ rientrero’ a casa, unitamente all’ altra documentazione in mio possesso. Chiedo solo che mi venga lasciata la corrispondenza che ho avuto con il col Alecci, che chiedo venga lasciata nella mia disponibilita’ con la riservatezza che una simile corrispondenza merita. Esibisco poi un biglietto da me scritto, che porto sempre in borsa dalla scorsa settimana e cioe’ da quando ho inviato delle lettere che consegnero’ agli egenti. Le lettere sono indirizzate a Gelli Raffaello ed alla sua famiglia, a Costanzo Maurizio, a Batani, segretario di Corona, e dall’ avvocato di Gelli, Di Pietropaolo. Temo fortemente – dopo la spedizione di quelle lettere per la mia vita, per cui ho deciso di portare con me il biglietto. L’ ufficio da atto che esso viene allegato al presente verbale. Ho spedito queste lettere dopo il suicidio del col Alecci, dal quale sono stata convivente fino al 1981. Tornando alle notizie apprese nel corso della mia frequentazione con il Gelli, ricordo che Gelli mi diceva spesso che aveva continui contatti con l’ onorevole Andreotti. Nel corso di alcune conversazioni telefoniche intercorse fra lui e Andreotti, coglievo frasi di questo tipo: “grazie per un certo favore ricevuto” oppure “non basta quella cifra, devi metterne di piu “.

Preciso poi che, quando i due parlavano, Gelli immediatamente avvertiva l’ interlocutore e tra costoro anche il suddetto ministro che c’ era una persona accanto a lui, ricorrendo al termine massonico “piove” . Io non vidi mai all’ Excelsior l’ onorevole Andreotti ma seppi che era Giunchiglia a trattare con Andreotti per conto di Gelli fino al marzo 1981; quando Gelli si allontano’ dall’ Italia, nel marzo 1981 Giunchiglia rimase in stretta collaborazione con Rosati e continuo’ a trattare con Andreotti per conto di Rosati. Sia Gelli che rosati facevano riferimento ad Andreotti chiamandolo “il Gobbo”; cosi’ anche Giunchiglia che una volta, in mia presenza, disse a Rosati “basta, non voglio andare piu’ dal gobbo: andateci voi” .

In quel periodo, Giunchiglia trattava presso Andreotti per conto di rosati il salvataggio della “Rizzoli” e del “Corsera” tutto cio’ io lo appresi allorche’ Giunchiglia venne da me con il rosati verso la fine dell’ aprile 1981. Entrambi mi dissero “se dirai qualcosa dei nomi e delle persone che hai visto all’ Excelsior, distruggiamo te e tutta la tua famiglia”. Rosati appoggiò sul tavolo la pistola d’ ordinanza della guardia del corpo, anch’ essa presente e mi sottopose ad un terzo grado per accertare quello che sapevo. Mi ricordo’ che mio figlio ara alla Rizzoli e mi disse, sempre il Rosati, “guarda che la Rizzoli la prendiamo noi attraverso “il Gobbo” , che io e Giunchiglia siamo quelli che trattano e che se parli tuo figlio sara’ licenziato definitivamente” . Erano venuti con una “Mercedes” blu’ , guidata dalla guardia del corpo del Rosati. Quest’ ultimo aveva una clinica a Genova, dove veniva fatta la “tac” e dove io stessa avrei dovuto sottopormi a tale esame. A questo punto, Giunchiglia estrasse da una tasca numerosi brillanti e mi disse: “Li vedi questi ? Me li porto dietro perche’ passo la frontiera come e quando voglio”. Poiche’ ero al corrente dei rapporti molto stretti fra Gelli ed Andreotti, tanto che sentivo Gelli dire che con lui andava sempre d’ accordo, mi sentii ribollire allorché – nel corso della medesima trasmissione di rete 4 di cui ho detto – Andreotti affermo’ all’ intervistatore che egli aveva conosciuto Gelli in una sola circostanza in Argentina, in un ricevimento all’ ambasciata d’ Italia quando lui era ministro degli esteri. Per quanto riguarda l’ assunzione di mio figlio alla Rizzoli riuscii ad ottenerla grazie ad una telefonata di Gelli a Tassan Din. Mio figlio fu convocato a Milano e sottoscrisse un contratto do lavoro a firma Tassan Din senza che gli venisse detto cosa dovesse fare. Quando lo chiese ad un impiegato della Rizzoli un ragioniere che adesso non c’ e’ piu’ – si senti’ rispondre: “te lo comunicheremo” . Non ricordo la data del contratto. La sera stessa mi telefono’ Gelli per assicurarsi che tutto si fosse concluso bene. Mio figlio, geometra, inizio’ cosi’ a percepire uno stipendio di circa lire 800.000 mensili come collaboratore esterno senza far nulla. Dopo un anno, il contratto stava per scadere. Andai da Tassan Din ma venni ricevuta dal suo vice dr Bazzana.

Questi mi disse di rivolgermi all’ avvocato Pecorella, che raggiunsi presso il suo studio in Milano. Pecorella mi disse che non intendevano rinnovare quel contratto; Gelli era ormai riparato all’ estero, ed io dissi a Pecorella che sarei andata a riferire al tribunale di Milano come e perche’ era stato assunto mio figlio. Pecorella mi disse che avrebbe potuto denunciarmi ed io lo sfidai dicendogli: “se fossi stata in te lo avrei gia’ fatto” .A questo punto, l’ avvocato pecorella mi rimando’ dal dr bazzana, che mi rinnovo’ il contratto con mio figlio con uno stipendio di lire 1200000 mensili.

Bazzana mi garanti’ che avrebbe fatto lavorare mio figlio presso una impresa edile che avevano in toscana. Mio figlio sali’ a Milano; firmo’ il contratto, sottoscritto da bazzana, ma non lavoro’ mai per tutto l’ anno di durata del contratto. Percepi’ lo stipendio per dieci mesi, cioe’ fino a quando la Rizzoli non ando’ in amministrazione controllata. Da quanto capii, Gelli era proprietario di almeno il 40% della Rizzoli. Gelli si vantava della sua partecipazione al capitale Rizzoli dove praticamente comandava tutto. Tornando al Giunchiglia, costui praticamente era usato da Gelli come un corriere anche perche’ di modesto livello intellettivo Giunchiglia era sempre all’ Excelsior e in piu’ occasioni si e’ vantato di portare denaro alla loggia di Montecarlo, che egli stesso stava ricostruendo dopo la fuga di Gelli, unitamente al rosati; i due facevano pagare agli iscritti una tassa di iscrizione di 1000000 – 2000000, mentre Gelli si faceva pagare richiedendo assegni, solo lire 1000000. Sono stata a Montecarlo con Gelli una volta sola. Gelli entro’ nel palazzo dove era ubicata la loggia e ritengo che sarei in grado di individuare quel fabbricato. Si tratta di un grattacielo di fronte al mare (era il 1978 e a Montecarlo vi erano in tutto 4 grattacieli) e gli uffici della loggia erano all’ ultimo piano. Gelli mi disse che della loggia facevano parte anche Vittorio Emanuele di Savoia ed il principe Ranieri. Giunchiglia mi disse anche Andreotti aveva una segreteria composta da 42 impiegati. Sempre da Gelli seppi che egli frequentava il quirinale e che spesso era a cena con l’ allora Presidente della Repubblica Leone Giovanni. Mi disse che aveva affari in comune con leone mauro e che tentava di consolare la moglie del presidente leone donna vittoria spesso in lacrime per le accuse della “Lockeed” .

Gelli era poi a Palermo una volta la settimana quando non era in Argentina, dove risiedeva a volte anche per un mese. Non mi disse mai perche’ andava a Palermo e chi incontrava. Mi prometteva sempre di avvertirmi quando veniva a Palermo, poiche’ all’ epoca io risiedevo con il col Alecci in una zona centrale di Palermo. Viceversa, non mi avverti’ mai ed io una volta lo incontrai al bar posto in via Liberta’ di Palermo, posto accanto al teatro politeama. Fui convocata a Roma dal dr Cudillo per essere sentita su tutta questa storia, ma rifiutai di andare a Roma fu cosi’ che il dr Cudillo venne ad interrogarmi a Pisa ed io riuscii a parlare con lui solo due ore, riferendo sommariamente questi fatti. Mi chiese di inviagli le fotocopie dei contratti con la Rizzoli ed i cartellini delle camere da ma occupate all’ Excelsior. Me ne dimenticai o comunque preferii non mandare quegli atti.

Durante la latitanza di Gelli, ricevetti da lui, in 3 – 4 occasioni, lettere contenenti lire 400000 in 4 biglietti da lire 100000 per espresso. Poiche’ il timbro era quello del quartiere Prati ritenni che fosse l’ avvocato Di Pietropaolo, che ha lo studio in quella zona di Roma, a mandarmi il denaro. Sono stata dal legale a portagli una lettera per Gelli, chiusa, con la quale chiedevo assistenza per mio figlio. Non ho avuto piu’ risposta; l’ avvocato Di Pietropaolo, in quell’ occasione, mi disse di non sapere se e quando avrebbe avuto occasione di incontrare Gelli. Ricordo ancora che Gelli mi riferi’ di frequentare assiduamente la casa dell’ onorevole Fanfani e che spesso era a cena a casa sua. Una sera stette male dopo essere stato a cena a Roma in casa Fanfani. Mi chiamo’ al telefono ed io scesi da lui e lo trovai che rimetteva. Perdeva anche del sangue, poiche’ soffriva di ulcera, che curava a Huston (Texas) ed in Italia dal professore Trecca. Riferii l’ episodio al giornalista Fabiani. Quando nell’ intervista televisiva affermo che avevo commesso un errore verso Gelli, facevo riferimento ad una minaccia che io rivolsi a Gelli quando capii che non “dava” il trasferimento al colonnello Alecci per la Toscana. Gelli trasferiva chi voleva e capii che rifiutava, in quella occasione, di aiutarmi. Era il 1979, all’ incirca, ed io dissi a Gelli che avrei rivelato all’ Espresso quale fosse la sua vera attivita’ . Preciso che potrebbe trattarsi anche del 1977 o del 1978.

Gelli mi telefono’ a casa la sera stessa. Mi promise che avrebbe “trasferito” Alecci, cosa che pero’ non fece, ritengo per vendetta. Infatti, Gelli vive di ricatti e di vendette e tiene sotto ricatto tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui in vicende di un certo rilievo. Ecco perche’ non lo vogliono agli arresti domiciliari. Tutti andavamo a chiedergli favori e denaro e, con una telefonata; Gelli riusciva ad accontentarli. Era chiamato “San Licio” e alla “Giole” andava solo per firmare assegni. I 953 nomi dell’ elenco rappresentano solo una minima parte delle persone coinvolte nella P2 . Si tenga poi conto che si tratta di persone o di scarsa influenza o comunque, quasi tutte al limite della pensione. Sono convinta che quegli elenchi, tutti autentici e corredati da tessere, sequestrati a villa “Wanda” sia stato lui stesso a farli trovare. Non e’ credibile che il generale Floriani che comandava la guardia di finanza e che era creatura di Gelli, abbia potuto consentire una operazione del genere senza avvertirlo in precedenza. Floriani aveva comandato la zona di Palermo ed era, gia’ dal 1976, molto amico di Gelli. Peraltro, quando vidi Gelli, nel febbraio del 1981 questi mi disse che aveva ormai deciso di lasciare Roma e di volersi rifugiare all’ estero. Mi disse testualmente: “Sono salito a cavallo di una tigre; non pensavo mai che corresse cosi’ forte” .

Parlando successivamente del ritrovamento delle schede con Corona e con altri, si commento’ tale vicenda e si disse che, probabilmente, Gelli – che è un vendicativo – stava per essere scaricato da qualcuno che ricattava ed aveva voluto in tal modo, attraverso il sequestro delle schede, che provocarono per 3 volte la caduta del governo, lanciare un avvertimento intimidatorio. A chi gli stava vicino ed era chiaro che Gelli “mirava” alle istituzioni dello stato. Tra le altre persone che io vidi attendere Gelli per essere ricevuto, ricordo con certezza l’ onorevole Longo Pietro in attesa nel salone almeno 2 volte. Quando lo rividi affermare in un primo tempo, in televisione, che non aveva conosciuto Gelli, ne ebbi rabbia poiche’ lo vidi poi entrare nell’ ascensore in fondo al corridoio dell’”Excelsior” ascensore riservato alle personalita’ di un certo livello. Si trattava di ascensore che immetteva accanto all’ appartamento di Gelli. Come ho già detto, ho conosciuto Corona a palazzo Giustiniani ed il suo segretario Batani, che ho visto due volte presso l’Enfap via Nizza 45 Roma. Ritengo si trattasse di societa’ fantasma, peraltro munita di un gran numero di segretarie. Fu Corona a mandarmi all’ Enfap perché parlassi con il suo segretario .

Mi ero rivolta a Corona dopo la fuga di Gelli, sapendo della loro stretta amicizia, per ottenere un aiuto per mio figlio. Corona non voleva che ci incontrassimo per evitare che si sapesse dei suoi rapporti con Gelli. Posso dire che Corona era “tutt’ uno” con Gelli, tanto da sapere, durante la latitanza di quest’ ultimo, e fino alla sua cattura in Svizzera, dove Gelli si nascondesse. Corona, infatti mi disse che gli avrebbe parlato lui della mia situazione poiche’ Gelli continuava a svolgere normalmente fuori d’ Italia la sua attivita’ tanto che egli continuava ad incontrarlo. Gli chiesi se, come affermavano i giornali, Gelli si fosse fatto la plastica ed egli mi assicuro’ dicendo che lo aveva visto da poco e che cio’ non era avvenuto. Sono stata da Batani pochi giorni fa e, non avendolo trovato, egli mi ha lasciato una lettera. Ho conosciuto anche Salvini, dal quale Batani mi aveva indirizzato. Andai a casa di Salvini ma non lo trovai nella sua casa di Vittorio Emanuele a Firenze e la moglie mi disse di raggiungerlo nella sua clinica. Gia’ sapevo che Gelli lo ricattava e che gli aveva prestato molto denaro e che trovandogli dei testimoni di comodo, aveva salvato il predetto in un processo a Livorno per un traffico di armi. Sentii una telefonata di Gelli a Salvini, nel corso della quale il primo garantiva di avere trovato dei testimoni per il traffico di armi “al porto di Livorno” .

Salvini mi disse che aveva dei debiti con Gelli per l’ acquisto di macchinari costosi per la clinica e che non aveva la disponibilita’ di denaro, per cui non poteva far niente per me. Mi disse pero’ che era molto amareggiato poiche’ Gelli “aveva fatto molto male anche a lui” , per cui mi avrebbe consegnato dei documenti molto riservati sulla loggia di Montecarlo e sulle iscrizioni alla P2 . Non fece pero’ a tempo poiche’ mori’ circa 20 giorni dopo il nostro incontro, cioe’ nel luglio 1981 fui presente a due telefonate ricevute da Gelli fattegli da Sindona. Cio’ fra la fine del 1976 e gli inizi del 1977. Gelli rassicurava Sindona garantendogli che non lo avrebbe mai estradato dall’ America e che a cio’ avrebbe pensato lui. Anche perche’ a suo dire, nelle carceri Italiane Sindona sarebbe stato sicuramente ammazzato. Gelli era terrorizzato dal carcere Italiano. Quando vi fu l’ omicidio Occorsio, poco dopo vi fu una campagna di stampa che indicava Gelli come uno dei mandanti di tale omicido.

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Era il 760700. Abitavo gia’ a Palermo con Alecci e sull’ espresso venivano formulate queste accuse. Gelli ne era preoccupatissimo, come mi resi conto nel settembre 76 quando lo vidi per la prima volta all’ Excelsior. Mi resi conto che riceveva da un collaboratore dall’ Ansa, tutti i giorni, al mattino delle telefonate che gli preannunciavano le notizie che sarebbero apparse sui giornali. Per ricevere le telefonate, ricorreva ad una cuffia. Quando ammazzarono l’ avvocato Ambrosoli, sentii una telefonata fra Gelli e Salvini, nel corso della quale udii Gelli pronunciare queste parole: “se quello continua ad indagare su certe cose, avrà vita breve” . Era di luglio di un anno che non ricordo. Poco dopo andai in vacanza a cavalese e qui, dalla televisione dell’ albergo, appresi dell’ omicidio. Misi immediatamente in relazione quella frase che avevo gia’ detto al colonnello Alecci: “vedrai che prima o poi Gelli fara’ ammazzare l’ avvocato Ambrosoli per le indagini che porta avanti su Sindona” .

Gelli mi diceva anche che aveva rapporti con la Cia e con i servizi segreti Italiani. So che riceveva telefonate e gli ho sentito fare i nomi dei generale Mino, Ferrara, Santovito. Non ricordo altri nomi ma non escludo che vi siano altre annotazioni sul mio taccuino. Ho sentito dire da Gelli che le Brigate Rosse spedivano dei volantini identici a lui ed all’ onorevole Andreotti. Mi mostrava quei volantini, ma io sono sempre stata convinta che li faceva stampare egli stesso.

Gelli girava con una 24 ore carica di documenti, ed io molti nomi li ricordo per averli visti annotati sui fogli che poneva accanto al telefono con l’ elenco delle persone da ricevere in quel giorno. Spesso portava via da Roma, non so recapitategli da chi valige da aereo grandi cariche di denaro in pacchi da lire 100.000 collocate all’ interno della valigia e nell’ intercapedine del coperchio. Non ho mai visto Berlusconi all’ Excelsior. Alla Rizzoli e’ a tutti noto come Costanzo Maurizio abbia chiesto 800000000 milioni a Tassan Din, quando ando’ via dall’ occhio, lasciando un deficit di 6 miliardi, per pagare il suo silenzio. Sui rapporti Gelli – Rizzoli – corsera. Gelli era molto attento a portare dalla sua parte stampa e televisione, politici e militari. Era stato lui a mettere alla guida dell’ Occhio, che aveva creato lo stesso Gelli. Tra le richieste di Costanzo, non so se esaudite o meno, vi era anche la donazione in suo favore di un attico da 300000000 milioni a Roma.

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Nell’ 841100 con mio figlio Gianluca ho aperto uno studio pubblicitario “Eidos” a Pisa. Lavoriamo essenzialmente con Canale 5, Italia 1 e Rete 4 e cioe’ con la “Publitalia” . Si rivolse a noi la “Navarma” dandoci ma, dato ad organizzare una trasmissione sulla nave con Costanzo. Poiche’ il presentatore si faceva negare al telefono, chiamai Simona Izzo, di cui sono amica. Ebbi cosi’ indirizzo e numero di telefono di Costanzo, gli scrissi ma non mi rispose, andai a Roma ma non mi ricevette. Andai anche presso la sede di Canale 5 e, per il suo comportamento, poiche’ continuava a non volermi ricevere dissi in presenza di altre persone che andassero a quel paese lui, Berlusconi e la P2 . Nella lettera che gli avevo spedito, avevo fatto riferimento alla nostra comune amicizia con Gelli, dalla quale io ero uscita con le ossa rotte mentre lui aveva tratto grandi vantaggi. Il primo anno in cui fuggi’ Gelli ricevevo ogni notte minacce per telefono, minacce del seguente tenore: “Devi morire. Ti mettiamo una bomba sull’ auto”. Ogni mattina mi sembrava di andare incontro alla morte. Tengo anche a riferire un episodio che mi e’ capitato con un commissario della commissione d’ inchiesta sulla loggia P2. Si tratta del senatore Cecchi del Pci. Questi venne a Pisa e mi dette appuntamento in un bar. Non sapevo bene chi fosse ed a quale gruppo politico appartenesse. Mi disse che stava scrivendo un libro sulla massoneria toscana e mi chiese di aiutarlo.
Rifiutai perche’ non ne sapevo nulla ed allora il senatore mi chiese come mai non fossi mai stata interrogata pubblicamente dalla commissione P2. Gli riferii che io avevo mandato una lettera alla commissione per parlare della vicenda Gelli e per correggere alcune notizie false dei giornali. Dopo questa lettera, fui raggiunta a Pisa dal dr Di Ciommo, segretario o comunque funzionario presso la commissione P2. Mi fece alcune domande ed io gli dissi esplicitamente che non sapevo nulla della P2.

Dopo qualche giorno ricevetti dal Di Ciommo una convocazione a palazzo S. Macuto. Attesi in un salottino dove fui raggiunta dal Di Ciommo e da altre due persone che non conoscevo. Gli stessi mi sottoposero ad alcune domande, vertenti esclusivamente sulla loggia di Montecarlo. Dissi solo che sapevo che era situata nel palazzo vicino al mare, all’ ultimo piano di un grattacielo, fui subito dopo congedata. Era stato il senatore Cecchi a dirmi che non era mai riuscito ad ottenere la mia convocazione pubblica davanti alla commissione P2 poiche’ i commissari della maggioranza “avevano fatto quadrato” per impedire il mio ascolto. Avvenne poi che “l’ Unita’ ” in un articolo a firma di Wladimiro Settimelli, mi attribuiva dichiarazioni che io non avevo mai fatto. Protestai energicamente e mandai una lettera al quotidiano del Pci, solo parzialmente pubblicata. Ricevetti poi una lettera di scuse del senatore Cecchi, che mi dava atto che io non avevo mai riferito quelle notizie.

Mi fu anche spedito un articolo di rettifica apparso sull Unita’ per quanto riguarda il marino cui ho fatto riferimento al Pm di Pisa, so che costui alloggiava normalmente all’ hotel “Jolly” di Roma. Quando cercai il marino al citato hotel, mi venne recapitato un biglietto, che consegnero’ , nel quale un certo luciano mi informava che il marino sarebbe arrivato il giorno dopo. Ricordo che, verso la fine del 1981, Gelli mando’ un nastro a Tassan Din, che io ascoltai in una macchina di un giornalista mio conoscente. Riconobbi la voce di Gelli e sentii costui rivolgere minacce a Tassan Din; in particolare gli diceva che costui non si sarebbe mai goduto la villa di Losanna, poiche’ lo stesso Gelli lo avrebbe mandato in galera. Posso dire con certezza, per averli visti insieme nel salone di attesa dell’ Excelsior, in un periodo che non ricordo me che ho tentato di ricostruire in precedenza, che Pazienza Francesco ed Giunchiglia Enzo si conoscevano. Era Giunchiglia a parlare della loggia di Montecarlo, come ho gia’ detto, ma non sono in grado di ricordare se mai mi abbia detto che anche il Pazienza vi fosse iscritto. Sempre all’ Excelsior ho visto anche calvi, ortolani, che mi venne presentato personalmente da Gelli e che scherzosamente disse, rivolgendosi a me ed a Gelli, la seguente frase “due toscani insieme. Bisogna stare attenti! ” . Gelli normalmente trascorreva il mese di agosto sul panfilo di Lebole a Porto Ercole o a Punta Ala. Venturi Carla e’ la segretaria archivista di Gelli ed e’ al corrente delle notizie piu’ minuziose sul suo conto anche perche’ curava ogni aspetto dell’ attivita’ di Gelli. Come risulta in atti, fin dall’ 821000, nell’ intervista a Biagi, avevo fatto riferimento a rapporti diretti Pazienza Gelli, rapporti che ho confermato integralmente.

A questo punto, alle ore 00.50 del 3 aprile viene chiuso il presente verbale.
Letto, confermato e sottoscritto.

Alle ore 1.05 del 3 aprile, nelle stesse circostanze di luogo, si riapre il verbale. L’ ufficio da’ atto che, dopo la chiusura del presente atto, la teste dichiara:
Ricordo in questo momento che le telefonate provenienti da Delle Chiaie provenivano a Gelli sul telefono diretto con numero riservato. Peraltro, cio’ avveniva per tutte le persone di un certo rilievo che si mettevano in contatto  telefonico con Gelli e non intendevano fare il loro nome al centralino dell’ albergo. Ricordo con precisione che si trattasse del Delle Chiaie poiche’ commentammo questo rapporto con il Gelli. Annotai questo nome sul taccuino, anche perche’ avevo conosciuto il Delle Chiaie nel 1967 (non era ancora nata mia figlia Ssilvia) in occasione di una cena avvenuta in una villa di Tirrenia. Delle Chiaie fu portato li da un amico del padrone di casa la persona che ci ospitava era tale Conforti Giulio, poi deceduto. La persona che porto’ Delle Chiaie disse di essere proprietario di una villa nella campagna senese.

Letto, confermato e sottoscritto