Federigo Mannucci Benincasa – dichiarazioni 14.10.1992

Adr: intendo rispondere.

Adr: confermo le dichiarazioni rese nell’ esame testimoniale del 28.12.90.

Adr: sono venuto a conoscenza della prenotazione da parte del giudice Tricomi sull’ aereo Bologna – Palermo caduto il 27.06.80, nell’ aprile maggio 1981. Prendo atto che nel verbale precedente dissi che tal fatto avvenne nell’ ottobre – novembre 1980.

Adr: io ricordo solo che era freddo, avvenne cioe’ in una giornata fredda. Tricomi me ne parlo’ di sicuro nel 1981 in una giornata fredda. Avvenne in occasione di un incontro casuale per strada, nei pressi della stazione di Santa Maria Novella. In questa occasione mi disse che era sfuggito due volte alla morte, una prima per un mancato attentato di prima linea, la seconda perche’ doveva prendere l’ aereo di Ustica.

Adr: ne ho riparlato poi con Tricomi, non ricordo con esattezza quando, ma sicuramente prima di riferirne per iscritto alla centrale. Prima di parlare con Tricomi, ne ho parlato con un mio collega capocentro. Si trattava del capo centro di Perugia, il tenente colonnello russo. Costui disse di avere una conoscenza presso l’ Itavia e quindi avrebbe potuto procurare la lista d’ imbarco. Quando parlo con Russo, avevo gia’ parlato con Notarnicola. Ricordo che costui ebbe a riferire alla commissione stragi che io gli avrei riferito della vicenda Tricomi a brevissima distanza dall’ evento di Ustica. Cio’ non e’ assolutamente possibile. Escludo di avere saputo per altra strada la vicenda Tricomi. Ne e’ dimostrazione la sorpresa che ebbi quando il giudice me ne parlo’.

Adr: non ho mai incontrato il giudice Tricomi tra il 27.06.80 e il giorno in cui mi racconto’ la vicenda. Questo giorno, lo ribadisco, deve collocarsi nell’ inverno 1980 – 1981; non posso essere piu’ preciso; si puo’ andare dall’ ottobre – novembre 1980, come dissi la precedente volta, all’ aprile – maggio che ho detto oggi.

Adr: prendo atto che il giudice Tricomi riferisce di avermi parlato della vicenda nella sua abitazione in occasione dello scambio degli auguri natalizi, che quell’ anno avvenne con un certo ritardo e cioe’ nel gennaio 1981. Questa potrebbe essere la seconda volta, quella di cui parlo sopra. Le volte potrebbero essere state tre e nella terza io gli chiedo se ha qualcosa in contrario al fatto che io volessi ufficializzare quanto egli mi aveva detto. Questa volta dovrebbe cadere nel maggio – giugno piu’ probabilmente verso la fine giugno o primi di luglio, poco prima di spedire la nota alla centrale.
Se Tricomi dice gennaio, e’ possibile perche’ in quella occasione io avevo visto un servizio alla tv ripreso dalla televisione inglese, in cui si facevano delle ipotesi, mi sembra da parte di un certo Macidull, di un attacco aereo. Si vedevano dei tracciati radar di Ciampino, dai quali appariva che un aereo a velocita’ elevatissima si dirigeva verso un punto futuro della traccia del DC9. Dopo questo incrociarsi c’ era uno “sfarfallio” delle tracce radar. Questa trasmissione avveniva nel dicembre 1980 o nel gennaio 1981.

Adr: dopo la acquisizione della prima notizia, come d’ altronde in seguito, non richiesi alla questura alcuna informazione. Non ho mai avuto rapporti con la questura sulla vicenda. Cosi’ come non chiesi ulteriori notizie a Tricomi. Ebbi l’ impressione dalle sue parole che l’ indagine si fosse “sfaldata” cioe’ che non avesse avuto risultati di rilievo.

Adr: non ho mai parlato con il maresciallo Mercaldo. Non l’ ho mai conosciuto. Chiesi a Tricomi, avendo notato che il Mercaldo non appariva nella lista d’ imbarco, perche’ non avesse prenotato anche lui su quell’ aereo. Tricomi mi disse che quelli della polizia in genere non prenotavano, perche’ anche se arrivavano all’ ultimo momento riuscivano sempre a trovare posto. Tricomi non sapeva che Mercaldo non aveva preso l’ aereo. Ne venne a conoscenza, mi sembra, solo l’ indomani tramite la questura.

Adr: quanto ho riportato al paragrafo 2 nella nota del 18.07.80, l’ ho appreso direttamente dal Tricomi, che ebbe a riferirmelo, mi sembra, la prima volta che mi parlo’ della vicenda.

Adr: non ricordo come acquisii la relazione del maresciallo Mercaldo. Forse uno dei miei direttamente in questura; potrebbe avermela data lo stesso Tricomi. Non so dire perche’ nel testo e’ riportata la data del 19, mentre il rapporto allegato e’ del 21.06.80. E’ probabile che ci siano piu’ rapporti o lettere di trasmissione.

Adr: all’ epoca il dirigente della Digos era il dr Fasano, che io conoscevo benissimo.

Adr: il fatto della prenotazione e della disdetta ad opera del maresciallo Mercaldo lo appresi da Tricomi. Tutto cio’ che concerne questa vicenda io l’ ho appresa solo da Tricomi e da nessun altro.

Adr: nel testo io riferisco di avere ricevuto la lista d’ imbarco dal centro di Perugia. Prendo atto che la specificazione Perugia e’ cassata. Comunque si tratta di Perugia, come ho gia’ detto. Perugia appare anche negli indirizzi di destinazione dell’ appunto oltre ovviamente la divisione Palermo e Bologna, il raggruppamento di Roma.

Adr: non ho preso un tempo eccessivo per riferire la vicenda alla centrale. Inizialmente non c’ e’ nessun elemento per pensare che l’aereo sia stato intenzionalmente abbattuto. Ma comunque io ne riferisco a voce. Lo riferisco al direttore della divisione, cioe’ a Notarnicola e solo a lui. Egli non dette giudizi sull’ ipotesi. Non dette consigli ne’ direttive. Non ricordo esattamente quale fu la sua risposta; il concetto comunque era il seguente, che si trattava di una vicenda che non rientrava nella nostra competenza e che comunque, dato che l’ ipotesi piu’ credibile era quella del cedimento non c’ era nessuna ragione per seguire il fatto. Con Notarnicola della vicenda ho parlato solo in questa occasione.

Adr: io chiesi a Tricomi se la sua vicenda era stata segnalata. Egli mi rispose di non saperlo. Al che io gli domandai se lo sapessero in questura, ed egli mi disse che ne erano ovviamente a conoscenza. Gli parlai dell’ indagine in corso, la volta del maggio-giugno che ho detto, una quindicina di giorni prima che redigessi la nota del 18.07.81. Per piu’ di un mese sono stato in dubbio se mandare o meno la nota. La bozza era stata redatta non so se da me o da qualche mio collaboratore.

Adr: con “doverosa indagine in corso” io intendevo richiamare i miei superiori sulla doverosita’ che le notizie fornite entrassero nella valutazione dell’indagine giudiziaria in corso. A contestazione del pm che all’ epoca della nota il direttore della divisione Notarnicola non era piu’ in servizio e quindi non vi erano precedenti d’ in attivita’ del servizio, l’ indiziato risponde: dopo averne parlato con Notarnicola in piu’ occasioni ho ritenuto di concretizzare in un documento la vicenda del mancato viaggio di Tricomi. Prendo atto che in precedenza avevo dichiarato di averne parlato una sola volta. Cio’ non e’ possibile. Sicuramente l’ ho visto piu’ volte; siamo nel 1981. Lo vedevo qui a Roma. Quantificare e’ impossibile.

A questo punto ad ore 17.30 l’ interrogatorio viene sospeso brevemente per consentire un colloquio urgente dell’ indiziato con il figlio. Ad ore 17.45 si riapre l’ interrogatorio.

Adr: anche in queste altre occasioni Notarnicola s’ e’ mostrato incredulo. Non dava credito all’ ipotesi dell’ attentato e alla necessita’ che l’ ipotesi entrasse nell’ inchiesta.

Adr: della vicenda Tricomi ne ho parlato oltre che con Notarnicola e Russo e ovviamente i miei collaboratori, con il giudice Gentile. Con ogni probabilita’ nella primavera 1981. Lo avevo conosciuto all’inizio dell’ anno; mi era stato presentato dal capitano Pandolfi; io fui presentato per quello che ero, come capo centro cioe’ del sismi in toscana; con il mio nome reale e senza alcun nome di copertura.
Quel nome di copertura famoso e famigerato, Manfredi cioe’, fu inventato da Gentile in occasione di un incontro conviviale, per la mia presentazione a due persone con le quali Gentile aveva un incontro. Io venni a conoscenza dei nomi e della qualita’ dei due nell’ immediatezza e conoscendo uno dei due per alcune sue vicende – in Francia aveva sequestrato un aereo contro il governo greco e una sua operazione contro la Cia – non volevo incontrarli. Gentile mi assicuro’ dicendo che mi avrebbe presentato come un ricercatore universitario suo amico. I due erano i giornalisti Giovine e Pamparana. A questo incontro c’ era anche Pandolfi e uno o due collaboratori. Non c’ era nessun avvocato di Bologna. L’ incontro avvenne in un ristorante di quest’ ultima citta’, ristorante che si trovava ad un primo piano.

Adr: scambiandoci, con Gentile, delle impressioni sulla possibilità di identificare i responsabili della strage di Bologna, emerse che una delle loro fonti – per loro intendo giudice Gentile e capitano Pandolfi – riferiva di attivita’ di gruppi terroristici di sinistra che si rifornivano di armi e di supporto logistico da emissari libici. Queste vicende si sovrapponevano in larga parte con la indagine di Tricomi. Questo avveniva nei mesi di aprile – maggio. Quando passavo per Bologna, lo chiamavo; cio’ e’ capitato una o due volte. Ci si vedeva anche quando egli veniva per sue indagini a Firenze. Qualche volta ci siamo incontrati anche in autostrada tra Bologna e Firenze. A giugno si concluse questo filone di indagine con il contatto di Gentile con il comando generale dell’ arma per una operazione di riscontro sul territorio, tra cui Pantelleria.

Adr: il discorso con Gentile duro’ diverso tempo da aprile a giugno. Durante il corso di questi colloqui riferii a Gentile la vicenda Tricomi.

A questo punto inconsiderazione di impegni di difesa, nulla opponendo pm e parte civile, il giudice istruttore sospende l’ interrogatorio e lo rinvia al 23 p.v. Ore 15.30, in questa stessa sede, senza ulteriori avvisi.

L.c.s. e chiuso alle ore 18.30.

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Lettera di Francesco Pazienza a Eugenio Scalfari 7.2.1983

Caro Signor Scalfari,
è da tempo avrei dovuto scriverle questa lettera. Lei non sarà sicuramente abituato a ricevere missive come questa. Lei si considera intoccabile e depositario di tutta la purezza morale che resta in Italia. La verità è invece che lei crede di poter usare il suo terrorismo giornalistico fatto di notizie talmente palesemente false e tendenziose onde condizionare tutti coloro che non sono allineati ai fini di potere suoi e dei suoi amici politici.
Io, che di lei me ne fotto, le scrivo questa lettera anche a nome di tutti coloro (e sono tanti) che lo vorrebbero fare ma non possono. Come mandare allo sbaraglio il suo socio Carlo Caracciolo in situazioni preordinate da lei e dove i vantaggi erano comuni ed i rischi solo per il socio. Partendo dalla serie ultima di articoli sul caso Cirillo ove lei considera oro colato quello che la magistratura reputa pura fantasia, lei ha ineluttabilmente stabilito:

a) Il sottoscritto coinvolto con Sindona.
A dire il vero se c’è un personaggio a cui meglio si adatta il neologismo di “faccendiere”, questo è proprio lei. Lei è stato coinvolto con Sindona in negoziati segreti alla fine degli anni sessanta alla ricerca di finanziamenti per il suo futuro giornale. Lei frequentava segretamente la sua casa di Milano; decise poi di scegliere la strada di un altro bancarottiere scoprendo che Sindona era quanto di peggio esistesse. Se io fossi stato coinvolto con Sindona lo avrei dovuto essere a vent’anni di età. Lei non ha neppure il senso del ridicolo.

b) Gelli. Mentre io Gelli non l’ho mai visto e conosciuto, lei ‘ha conosciuto talmente bene da accettare e richiedere una sua mediazione per un accordo editoriale con la Rizzoli. Smentisca, strilli, si appelli ancora all’on. Anselmi ma i documenti sono là. Oppure vuol confermare quello che va dicendo in giro e cioè che Caracciolo ha fatto tutto senza dirle niente?

c) Carboni. lei era così intimo di Carboni da pranzare con lui almeno una volta alla settimana. Carboni era talmente fiero di questa dimestichezza con lei da chiamarla appositamente davanti ad altre persone per telefono. Anche questo è colpa di Caracciolo oppure quando si incontrava con Carboni pensava che si chiamasse Mario Rossi e fosse impiegato al catasto della città di Utopia?

d) I servizi segreti. Lei ha avuto ed ha tanti e poi tanti di quei rapporti con i servizi segreti che i miei sono stati roba da lattanti. Lei è l’occulto consulente giornalistico del direttore del SISMI e del suo protettore politico. Lei ha pianificato con notizie false una campagna scandalistica (una delle tante) contro i due nemici politici del suo corpulento amico. Lei ne sta pianificando una nuova in questi giorni con materiale manipolato e pagato dalla solita ineffabile organizzazione con i danari dello stato. Sarò più preciso. In questi documenti la originale serie numerica è stata sostituita con nominativi di politici italiani. E’ lo stesso lavoro che lei ha fatto contro il sottoscritto alla fine del novembre 1981. Lei fece pubblicare una serie di articoli basati su un dossier falso fattole pervenire in copia dal SISMI. Lo stesso dossier in copia originale fu mandato alla magistratura romana che riscontrò la completa fantasiosità di quanto scritto. Se lei non ricorda gli articoli del suo giornale, posso mandarglieli in copia.
Lei, inoltre, è intervenuto alla fine dicembre 1982 per impedire la pubblicazione di un articolo in cui un giornalista dimostrava che il suo amico Lugaresi era coinvolto in strani patteggiamenti con la malavita organizzata, deviazioni di vario genere ed improprio (il minimo che si potesse dire) impiego dei fondi finanziari in dotazione. Prego smentisca!

e) Calvi: è vero o è falso che il suo gruppo ha cercato disperatamente un finanziamento di tre miliardi dal Banco Ambrosiano e che tre persone si sono incaricate del negoziato? E’ vero o è falso che per superare lo stallo fa da lei suggerito ad uno dei tre negoziatori di proporre un finanziamento dall’estero sulla società Manzoni onde camuffare il destinatario finale: l’editoriale. Oppure è sempre quel monello di Caracciolo che fa queste cose cattive?

Concludo ricordandole come dopo la mia intervista al Progresso Italo-Americano lei abbia chiamato il direttore proferendo velate minacce. Lei fu cortesemente pregato di occuparsi dei fatti suoi per cui fece intervenire l’altro suo socio Pirri Ardizzone: bella dimostrazione, la sua, di democratica libertà di stampa. Sparlare degli altri va bene, parlare di lei no!
Mi stia bene caro Scalfari.

“Andreotti: questa è la verità” – Il Mondo 20.06.1974

“Abbiamo scelto il nuovo capo del SID”, mi dice Giulio Andreotti, ministro della Difesa. Nel suo ufficio al primo piano di Palazzo Baracchini, in via XX Settembre, non arrivano rumori dall’esterno. Si sente solo un lieve ronzio di telefoni e di macchine operatrici. “E’ l’ammiraglio di squadra Casardi”, precisa. “E’ uno che non si è fatto raccomandare né da partiti né da ministri, come accade purtroppo anche in questioni del genere”. Andreotti apre un cassetto della scrivania e consulta l’annuario della Marina, un fascicolo rilegato dalla copertina azzurra.
Poi conferma: “E’ al limite della sua carriera e il servizio nel SID non potrà aprirgli altri vantaggi”. Sul SID piovono in questi giorni nuove accuse di disfunzioni, inefficienze, omissioni, coperture, complicità con gruppi eversivi.
Nato con un decreto del presidente della Repubblica del novembre 1965 per correggere le deviazioni del SIFAR, il SID sembra averne ripercorso puntualmente la strada.
Quando affiora un fatto torbido, dalle microspie installate da ignoti al palazzo di Giustizia di Roma, al rapimento del magistrato Sossi, dalla chiamata di correo degli ufficiali fascisti della Rosa dei Venti che vantano connessioni nei servizi di sicurezza, alla progressione impressionante dei 450 attentati dinamitardi nel solo 1973, ogni volta dalle nebbie delle indagini emerge il SID, informato ma reticente, presente ma equivoco, implicato nei maneggi devianti rispetto ai suoi compiti istituzionali. I campi paramilitari di Sabina furono denunziati alla Camera fin dal 30 ottobre 1969. Il traffico è continuato indisturbato per 5 anni. Nella tasca del terrorista ucciso, Giancarlo Esposti, è stata trovata la mappa aggiornatissima delle ubicazioni e degli orari dei posti di blocco dei carabinieri nelle zone più calde. Da tutti questi fatti ed episodi non emerge forse la conferma di un intrigo vasto e accuratamente portato avanti, che affonda le sue radici in meccanismi dell’apparato statale, che ne disarma la resistenza e ne inceppa le capacità di difesa e di reazione? E che accade in seno ed al vertice del SID, fulcro dei servizi segreti, costituzionalmente impegnato a garantire la sicurezza nazionale? La risposta è indiretta.
“Il 31 dicembre scorso”, riprende Andreotti, “ha maturato la promozione a generale di corpo d’armata l’attuale capo del SID, Miceli. In questo periodo si liberano due comandi di corpo d’armata, il quinto di stanza a Vittorio Veneto, l’altro a Milano. Il general Miceli vi andrà a ultimare il suo servizio di carriera”.
“Vuoi che ti dica il mio pensiero su alcuni comportamenti del SID?”, chiede Andreotti. “Il memoriale sui piani di Carlo Fumagalli, anello fondamentale della centrale terroristica del MAR, reso pubblico in due puntate dalla stampa di sinistra, l’ho fatto ricercare negli archivi del servizio. E’ risultato che il documento fu redatto da un informatore gratuito del SID che ora lo ha rimesso lui stesso in circolazione. L’informatore, nel frattempo, è passato, infatti, alle dipendenze della direzione affari riservati della PS. Ho chiesto al SID di chiarire tutte le circostanze. E’ stato emesso un comunicato pubblicato da tutti i giornali”, ricorda il ministro della Difesa.
“Il memoriale, a suo tempo, fu trasmesso alla magistratura che istruì un processo. Fumagalli fu, alla fine, prosciolto. Doveva bastare questo esito?”, si chiede Andreotti. “Dal SID mi hanno risposto che questo Fumagalli è stato un partigiano, anche se non comunista. L’ultimo 25 aprile l’hanno visto sfilare in piazza con il fazzoletto rosso al collo. Non potevano dargli addosso, mi dicono al SID. Se, poi, è stato in contatto con Feltrinelli, questo davvero non lo posso dire. A noi non risulta. La verità è che vi è in Italia un ceto ambiguo di eversivi per costituzione, impastati di rabbia e delusione, che è assai difficile da selezionare e quietare. Non è, comunque, da sottovalutare né da trascurare”.
“In un altro caso”, riprende Andreotti, “c’è stato un vero e proprio errore. E’ accaduto a proposito di quel Guido Giannettini, redattore del quotidiano del MSI, incriminato per la strage di Piazza Fontana, tuttora latitante”. In un articolo di fondo sulla rivista l'”Italiano”, Giannettini aveva scritto che “il colpo di Stato è un piatto che va servito caldo”. E infatti, dietro il fragore delle bombe del 12 dicembre 1969, il nome di Giannettini è emerso come quello di un personaggio assai informato, uomo chiave di tutta la sanguinosa vicenda. I giudici milanesi Fiasconaro ed Alessandrini ne parlano diffusamente nella loro requisitoria che accusa Freda e Ventura. Dopo molte esitazioni il SID aveva finalmente consegnato alla magistratura, durante l’inchiesta, un rapporto dal quale risultava con evidenza la pista nera delle bombe”. “E’ stato Giannettini ad informarvi e perché non avete subito dichiarato il contenuto del rapporto?”, chiesero i giudici al SID. “Non possiamo rispondere”, dissero gli uomini del SID, “perché si tratta di un segreto militare”. “Per decidere questo atteggiamento”, riprende Andreotti, “ci fu un’apposita riunione a palazzo Chigi. Ma fu un’autentica deformazione, uno sbaglio grave. Bisognava dire la verità: cioè che Giannettini era un informatore regolarmente arruolato dal SID e puntuale procacciatore di notizie come quella relativa all’organizzazione della strage”. Le parole di Andreotti chiariscono, per la prima volta, questo nodo critico. “Adesso”, prosegue Andreotti, “ho letto un’intervista concessa da Giannettini ad un quotidiano romano. Risulta che si trova a Parigi”. Andreotti guarda verso il telefono diretto, a sinistra della sua poltrona. Poi riprende: “Ho parlato con Beria d’Argentine, capo di gabinetto, che sono riuscito a trovare in sede al ministero della Giustizia. Gli ho chiesto: che diavolo aspettate per chiedere l’estradizione per Giannettini?”. Altro che errore per inefficienza, mi vien fatto di esclamare; qui siamo alla connivenza e all’omertà di stato. “C’è un’inefficienza dello stato da colmare”, ammette Andreotti smorzando il tono. “Di certe cose non sappiamo nulla. Su altre ritarda la verità. Di altre non sappiamo l’essenziale. A certe cose non riusciamo ancora a dare nomi e colore. Troppi compartimenti stagni. Troppi binari morti sui quali certe inchieste vengono instradate. per i servizi di informazione e di polizia non spendiamo certo poco”, osserva Andreotti. “Ma su questo terreno, la produttività statale in fatto di accertamento e denuncia della verità è tanto bassa da sbalordire”.
C’è sempre un’oscura faida fra corpi separati che blocca, distrae al momento opportuno, con comportamenti vari ma di esito univoco. ‘insabbiamento anziché la scoperta completa. “In effetti”, risponde il ministro, “oggi in Italia, al livello delle istituzioni, si sta diffondendo un gioco di società: il gioco dei cerini. E’ il tentativo infantile di chi spera di far passare il cerino di mano in mano, dal SID ai carabinieri, alla polizia, alla magistratura, sperando che solo l’ultima mano si scotti. Il Consiglio dei ministri non coordina, né indirizza. Di conseguenza, ad un cittadino che invade lo stadio olimpico durante una partita vengono dati otto mesi di condanna a tamburo battente, ma del tentativo di golpe Borghese ci siamo quasi dimenticati, senza essere riusciti a sapere se davvero si voleva o poteva fare una nuova marcia su Roma. La pericolosità di certe potenzialità non è passata. L’Italia”, continua Andreotti, “è zeppa di armi illegali come un uovo d’acciaio. Certe polemiche esasperate sul disarmo della polizia hanno di fatto nuociuto alla qualifica tecnica dei corpi. Sull’altro versante, quello delle attività terroristiche, mitra e tritolo spuntano dappertutto, in ogni grotta.
Non a caso le bombe esplodono a Brescia, dove le fabbriche di armi sono a portata di mano. Alla Beretta ho visto fucili mitragliatori leggerissimi tanto da potersi trasportare in borsa. Attentati contemporanei, come quelli sui treni non sono opera casuale allestita da dilettanti”.
Dunque vi è un disegno organico adeguatamente finanziato? “Mi potrò sbagliare”, riprende ancora il ministro della Difesa, “ma io non credo che il pericolo maggiore venga da personaggi come il colonnello Spiazzi che chiama in causa i servizi segreti. Stiamo seguendo con attenzione tutte le indagini giudiziarie e, qui alla Difesa, c’è un apposito ufficio con a capo il generale Malizia che controlla dati e risultanze. Nel complesso i casi nell’esercito risultano limitati, finora circoscritti. In Italia, ci sono certamente ispiratori, esecutori, finanziatori. Ma la manovra parte e viene diretta da più lontano”, conclude Andreotti.
Nel discorso del 10 maggio dell’anno scorso al congresso di Roma della DC hai detto, ricordo ad Andreotti, che le armi vengono anche dall’estero. “Sono tutto’ora convinto”, risponde, “che una centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea, si trova a Parigi. Probabilmente sotto la sigla di un organismo rivoluzionario. L’ultimo sequestro in Argentina ha fruttato oltre 14 miliardi di lire. Per avere notizie di un sequestrato politico ci si è rivolti a Parigi. L’organizzazione consultata ha chiesto quarantott’ore di tempo ed ha fornito i contatti richiesti”.
Lo interrompe la chiamata roca ed insistente di un telefono. Poi Andreotti torna a guardarmi, aspettando nuove domande. Che pensate di fare?, gli chiedo. “Io stesso ho avanzato proposte legislative da adottare in materia di traffico d’armi e di tritolo e di riorganizzazione dei servizi di informazione e sicurezza. Il nuovo ispettorato è un passo avanti in una direzione che a me sembra giusta. Dobbiamo nominare anche il nuovo comandante della Guardia di Finanza, in sostituzione di quello attuale. La selezione fra gli alti gradi, tra le molte prerogative e fra le diverse qualifiche non è per nulla facile”.
C’è, dunque, una inadeguatezza, una insufficiente determinazione rispetto alla vastità dei problemi, resi più acuti dalla inquietudine profonda del paese, percorso da tensioni sociali difficilmente componibili, animato da spinte di rinnovamento. “E’ vero. Si accumulano problemi specifici, accantonati da decenni. Il dopo referendum è difficile per tutti”, conferma Andreotti. “Io non ho mai pensato che la DC potesse uscire vittoriosa dallo scontro. Avevo proposto il rimedio della legislazione su doppio binario, civile ed ecclesiastico. Mi fu risposto, anche dalla Chiesa, che la posizione era improponibile. Ho replicato che avremmo perduto ed ho sostenuto questa tesi dinnanzi a chi di dovere, al di qua ed al di là del Tevere. Adesso bisogna rivedere, aggiornare, non perdere tempo. L’allarme vale per tutti”.