Sulla non attendibilità di Fianchini – Sentenza Cassazione 1987

carnevalePassando a quanto riferito in concreto dal giudice di appello, con riferimento alle perplessità – così definite – prospettate dal primo giudice e dai difensori, può iniziarsi (…) proprio dalle menzogne riferite dal Fianchini alla giornalista Bonsanti.
Tali menzogne sono pacifiche anche secondo il giudice di appello e concernono due circostanze (Franci dopo l’evasione lasciato legato ad un albero e minacce nei confronti del Franci per indurlo a parlare con i giornalisti) che sul piano logico non possono essere considerate marginali, perché invece si pongono, come lo stesso giudice contraddittoriamente riconosce per le minacce, in insanabile contrasto con l’asserita accettazione del Franci di incontrare volontariamente i giornalisti per ripetere le rivelazioni fatte confidenzialmente al Fianchini.
Peraltro il contrasto logico si estende a tutti l’assunto di fondo del Fianchini, perché incide anche sia sullo asserito scopo della evasione (condurre Franci davanti ai giornalisti per fargli ripetere le rivelazioni) e sia sulla stessa esistenza di tali rivelazioni.
Anche ammesso che la menzogna sul Franci legato ad un albero fosse stata riferita dal Fianchini nel primo incontro con la giornalista del 16 dicembre, come ha ritenuto il giudice di appello, peraltro con ampio ricorso a congetture e supposizioni, e che la menzogna fosse diretta a tacere la possibilità del Fianchini di entrare in contatto con il Franci tramite “Mary” (Maria Salerno) cameriera alla tavola calda, tuttavia resta il fatto che, anche con riferimento alla narrazione specificamente concernente il contenuto della deposizione, il Fianchini indulge alla menzogna, il che costituisce un riscontro negativo superato soltanto da quella inaccettabile affermazione metodologica di cui al paragrafo precedente.
Ma per le minacce, riferibili secondo il giudice di appello al colloquio con la giornalista del 18 dicembre, quando Fianchini dal giorno precedente sapeva, per sua stessa ammissione, della costituzione del Franci, appresa dai giornali, la menzogna non è più spiegabile con la opportunità di tacere della “Mary”.
Ne deriva che giustamente in primo grado proprio su questo punto vennero mosse contestazioni al Fianchini, che, temendo l’arresto per falsa testimonianza, preferì non ripresentarsi, dopo la sospensione, dandosi ad una vera e propria fuga. Allora il giudice di appello, che tanto espressamente riconosce, definisce la menzogna non essenziale non complesso delle dichiarazioni del Fianchini, contraddicendosi la palese, e parzialmente riconosciuta, incidenza sull’assunto di fondo del testimone, ed anche “stupida”, attributo quest’ultima che, a parte ogni altra considerazione, non elimina, anzi aggrava, l’incoerenza del racconto ed ha riflessi sulla personalità del Fianchini, pronto a ricorrere al mendacio del tutto gratuito, anche secondo il giudice di appello.
Il quale, poi, espone un argomento sul piano logico del tutto controproducente: il Fianchini non aveva nessun obbligo di dire la verità ai giornalisti e bene poteva usare “qualche coloritura” anche in conseguenza del tipo di domande che gli venivano poste.
Ma la scelta di rendere pubbliche, attraverso i giornalisti, le asserite rivelazioni del Franci era, come è pacifico, proprio del Fianchini, che, quindi, non poteva esimersi, per essere credibile, di dire la verità, mentre le menzogne, anche se dirette eventualmente a rendere più spettacolari quelle rivelazioni ed a porre in risalto il protagonista Fianchini, sempre sul piano logico danno una cattiva immagine della personalità del Fianchini ed inoltre hanno riflessi negativi sulla coerenza del racconto.
Se poi, come ritiene il giudice di appello, peraltro attraverso una congettura, le menzogne fossero conseguenze di domande della giornalista, questi riflessi negativi diventerebbero più intensi, in quanto quelle domande sarebbero state dirette proprio a saggiare l’attendibilità del Fianchini.
Peraltro, contraddittoriamente ed ancora una volta illogicamente, lo stesso giudice – trattando le dichiarazioni di Orlando Moscatelli al giornalista Giovanni Spinoso – ha ritenuto che a un giornalista si fanno rivelazioni autentiche, perché si possono ritrattare o negare impunemente, mentre altrettanto non è possibile per dichiarazioni alla polizia giudiziaria od al magistrato.

Corrado Carnevale – Sentenza Cassazione Italicus 1987 – pag 44-48

Sull’attendibilità di Fianchini – Sentenza appello 1986

Nello sviluppo dell’argomentazione molto si è insistito sulla venalità del Fianchini, con parti­colare riferimento all’episodio Rosini -Vitellazzi- Fioravante. Richiamato al riguardo il punto 36° dell’espo­sizione in fatto, va sottolineato come l’avv.Rosi­ni fosse un esponente locale del M.S.I., pacifica­mente interessato a screditare il Fianchini facendolo apparire pubblicamente come un teste prezzo­lato.

Anche alla stregua di quanto dichiarato dalla assistente sociale Antonietta Taranto e dal dott. Sergio Sabalich, magistrato di sorveglianza a Ma­cerata, deve considerarsi accertato che negli anni ’79-’80 il Fianchini era da un canto gravemente preoccupato per le minacce ricevute; dall’altro bisognoso d’aiuti, tanto da essersi indotto a trasferirsi per molti mesi a S.Benedetto del Tronto, ospite della Fioravante. Di qui le sue successive richieste di d naro, inoltrate senza esito dalla Taranto al Ministero di Grazia e Giustizia. Non meraviglia quindi che il Fianchini possa aver parlato con la Fioravante del la sua speranza di ricevere degli aiuti in danaro e che questa notizia, passando dalla Fioravante al fratello e da costui alle orecchie interessate dello avv.Rosini, abbia assunto una consistenza ed un pe­so tutto diverso.

aurelio-fianchini

Anche l’inquietante episodio riferito dal dott. Sabalich (cfr. la narrativa sub 37°) merita qualche approfondimento per rilevare l’ingenuità dell’originaria asserzione di aver ricevuto dal P.M. o dal G.I. un’offerta di danaro come incentivo alla te­stimonianza.

Infatti il Fianchini fin dal giorno del suo arresto a Roma aveva ampiamente e compiutamente esposto quanto aveva appreso in carcere dal Franci sul l’attentato all’Italicus e sul modo con cui era stato attuato dal Tuti, dallo stesso Franci, dai Malentacchi e dalla Luddi. Nei successivi esami non ha fatto che confermare la sostanza di quelle prime dichiarazioni, naturalmente ampliandole ed arricchendole di particolari, così come risulta dalla dettagliata esposizione di cui al punto 8° della narrativa.

Né il P.M. né il G.I. – a parte ovvie consi­derazioni di deontologia professionale – avrebbero avuto quindi motivo di offrire del danaro, di cui non disponevano, per “incentivare” una testimonianza che ben sapevano essere stata già resa. D’altra parte non v’era neanche un accenno di ritrattazione tale da far ipotizzare un’offerta dì danaro diretta ad impedirla. L’ipotesi più verosimile è allora che veramente il Fianchini abbia equivocato su qualche frase del G.I. (“Ma tu, non sei venuto a testimoniare perché c’è una taglia?”) o su qualche accenno a possibili aiuti. Rimuginandovi ed avendo un effettivo bisogno d’aiuti, in una situazione di pericolo che a suo avviso gli imponeva di star lontano da Tolentino, è verosimile che il Fianchini sia giunto a convincersi di come quegli accenni altro non fos­sero che larvata offerta di danaro. La spiegazione data dal Fianchini al dott.Sabalich per la quale si fa rinvio al richiamato punto 37° della narrativa – non manca quindi di verosimiglianza, e consente di dare in qualche modo ragione di un atteggiamento che sulle prime lascia francamente sconcertati. Si deve poi considerare come in definitiva il Fianchini volesse interessare il dott.Sabalich alla sua posizione, tanto che alla fine il magistrato si indusse ad inoltrare una segnalazione al ministero. Poteva quindi apparirgli utile prospettare che in precedenza altri magistrati gli avessero offerto del danaro, pensando che ciò potesse in qualche mo­do impegnare il dott.Sabalich ad aiutarlo.

Quel che è certo è che il Fianchini, per le sue dichiarazioni accusatorie contro gli attuali imputati, non ha ricevuto nulla, ne danaro né benefici di altro genere. Da “Epoca” – come si è visto – non v’è prova che abbia ricevuto alcunché. Tutto ciò milita in favore dell’attendibilità- del teste, il quale, nonostante le minacce ricevute (si richiamano al riguardo le dichiarazioni della Taranto e del dott.Sabalich sintetizzate al punto 37° della narrativa) ed in ogni caso in una situazione di obbiettivo pericolo, ha tenuto fermo un impian­to accusatorio che non solo si sottrae ad ogni critica – già lo si è visto – ma in molti punti è sicuramente veritiera.

Come si è evidenziato in narrativa al già ri­chiamato punto 8°, il Fianchini nella deposizione al G.I. del 20.12.1975 ebbe testualmente a dichiarare: “Fu questa forse la chiave che riuscì a vince­re la diffidenza del Franci, che un giorno a proposito dell’attentato di Terontola mi confidò che egli scontava colpe di altri. Mi disse infatti che il detto attentato era stato materialmente eseguito da tali Morelli e Gallastroni: che l’esplosivo era stato fornito dal Tuti e che era stato trasportato da un tale “Luca” con la macchina del Tuti medesimo. L’unico ruolo da lui svolto era stato quello di collegamento”. Orbene, dalla sentenza della Corte d’Assise di Arezzo in data 28 aprile 1976, allegata al verbale di dibattimento di primo grado (Voi.27°, fol. 223 e segg.) risulta  che il Morelli ed il Gallastroni, pur assolti per insufficienza di prove dall’accusa di strage per il fatto di Terontola, sono stati riconosciuti come militanti nel movimento eversivo di estrema destra che si qualificava “Fronte Nazionale Rivoluzionario”, facente capo al Tuti ed al Franci (cfr. pag.22 della sentenza) – che l’esplosivo per Terontola proveniva in realtà dal Tuti (cfr. pag.15 della sentenza stessa, con la puntuale e convincente critica del successivo assunto del Franci di averlo rubato in una cava).

Questi particolari potevano essere forniti al Fianchini solo da chi – come il Franci – avesse vissuto in prima persona i fatti verificatisi nell’aretino fra la fine del ’74 e l’inizio del ’75. Il Fianchini li ha riferiti esattamente ed in parte – per quanto attiene alla provenienza dell’esplosivo – trovano riscontro nel giudicato formatosi sulla sentenza anzi richiamata della Corte d’As­sise di Arezzo (cfr. Vol.27°, fol.263, nonché per la sentenza d’appello, il Vol.37°, all.13). Nello stesso esame del 20 dicembre 1975 il Fianchini precisa che secondo il Franci “detto attentato (quello dell’Italicus) era stato compiuto con un or­digno confezionato con esplosivo diverso da quello usato per l’attentato di Terontola….”.

Il particolare è senz’altro esatto: come si è visto si sono fatte delle ipotesi su come il Fianchini potrebbe averlo dedotto dalla lettura dei giornali e su come lo stesso potrebbe aver fatto il Fran­ci, ove non avesse partecipato all’attentato allo Italicus. Resta, il fatto che anche su questo punto il Fianchini non può essere smentito. Anzi v’è la prova di come il particolare fosse stato annotato dal D’Alessandro nel suo diario ben prima dell’ingresso in carcere del Fianchini.

Sentenza appello Italicus pag 367-373

Il caso Cesca – sentenza ordinanza Italicus 1980 – I

Il 5 maggio ’76, il quotidiano “Lotta continua” informava con un articolo in seconda pagina, ed una sin­tesi in caratteri grassetto, che “una cellula fascista di poliziotti ha eseguito la strage dell’Italicus”. La notizia era relativa a dichiarazioni rese da tale Maria Concetta Corti in Fogli, moglie di tale Luciano Fogli, gestore del ristorante “il Calderone” di Firenze, frequentato dagli agenti di P.S. Cesca, Piscedda e Cap­padana, in servizio presso l’VIII btg. Mobile di P.S. accasermato a Poggio Imperiale, imputati (in stato di detenzione il Cesca ed il Piscedda) per reati di rapina, porto e detenzione d’armi da guerra ed altro.
Nel corso della istruttoria del procedimento relativo, condotto dal Procuratore della Repubblica di Firenze, la Corti avrebbe dichiarato di avere udito il Cesca commentare la notizia da lui appena letta sulla stappa, della strage dell’Italicus, con la frase: “Se avessi saputo che era per questo non avrei fornito la roba”, udita anche dal cameriere In servizio presso il ristorante, ta­le Marceddu. Nell’articolo in questione venivano al­tresì illustrate circostanze relative ai rapporti tra il Cesca ed esponenti della destra extraparlamentare toscana) connessione tra la circostanza predetta e i due attentati di Vaiano (linea Firenze-Bologna) e del ponte Rovezzano (linea Roma-Firenze): e sulla scorta di tali elementi si formulavano ipotesi su presunte re­sponsabilità nelle attività eversive svolte in Toscana nel ‘74, imputabili ad ambienti e personalità dello pub­bliche istituzioni.
Per l’espletamento dei necessari e doverosi accertamenti aventi specificamente ad oggetto eventuali im­plicazioni, delle persone inquisite dalla magistratura fiorentina nella vicenda dell’attentato all’Italicus, il PM richiedeva in data 5 maggio ‘77 quest’ufficio, che acquisita tutta la documentazione relativa (di stampa, e processuale), procedeva alle conseguenti atti­vità istruttorie.

Sentenza ordinanza Gip Vella 1980 pag 33-34

Le intercettazioni fra Carlo Rocchi e Pitarresi

Una prima telefonata è stata registrata il 2 febbraio del 1994: in essa Rocchi parla con il giovane Luca Pitarresi, figlio di Biagio, quest’ultimo squadrista milanese in quel momento in carcere. Biagio era noto per avere frequentato con altri neofascisti le caserme dell’Arma e aver avuto contatti con i servizi segreti. (…) Luca Pitarresi informa dunque Rocchi che il padre ha sostenuto da poco un colloquio investigativo con il capitano Massimo Giraudo, l’ufficiale dei Carabinieri incaricato dai magistrati di due Procure di compiere nuovi accertamenti sulle stragi di Brescia e di Piazza Fontana. Dal colloquio Biagio aveva intuito i nomi delle persone oggetto delle indagini, e il figlio riferisce a Rocchi: “Papà sa i nomi… e questi sanno del fatto dell’Italicus”.

Rocchi replica: “Va bene, non fare quei nomi adesso, perché non si fanno mai ì nomi per telefono”  e suggerisce al giovane Pitarresi il modo in cui il padre potrà mettersi in comunicazione con lui.

(…) La seconda telefonata è di pochi giorni dopo. Questa volta al telefono con Rocchi è direttamente il detenuto Biagio Pitarresi: l’argomento sono ancora le informazioni che il capitano Giraudo sta raccogliendo su Brescia. Biagio: “Dicono che ci sono questi americani… tutti qui si sapeva che la strage l’avevano fatta questi con i nostri… parlano di Piazza Fontana, Brescia e dell’Italicus, questo treno qua, perché sembra che ci sia gente che sta collaborando anche qua”.
(…) E riferisce che l’ufficiale dell’Arma gli avrebbe parlato di un settore all’interno della CIA per conto del quale avrebbero lavorato il capo di Aginter Press, il legionario francese Yves Guerin Serac, e due americani, Ronald Brug e Jat Simon Saley. (…) Biagio commenta preoccupato che una “barca di pentiti” starebbero parlando di rapporti tra questi personaggi e Stefano Delle Chiaie. Rocchi lo ammonisce “Tu non hai mai sentito questi nomi… non hai mai saputo che ci fossero americani o agenzie…”.

Roberto Scardova, Italicus, Editori Riuniti

Maurizio Tramonte – dichiarazioni 29.02.2000

Non ho notizie dirette sulla strage del treno Italicus del 4.8.74 però posso riferire, come ho già detto ai magistrati bresciani, che nei primi mesi del ’74 in Rimini o nelle vicinanze, forse in un albergo, ci fu una riunione di cui io seppi perché me ne parlò Maggi che vi aveva partecipato; egli disse che la nostra cellula padovana era stata scelta per effettuare un attentato a Bologna nell’estate successiva e che lo stesso Maggi avrebbe dovuto organizzarlo. In effetti ci furono delle riunioni organizzative presso la casa di Gastone Romani in Abano Terme, di cui ho parlato con i magistrati bresciani, con la partecipazione degli appartenenti alla cellula di cui ho già detto prima: Maggi, Melioli, Riello, Romani, Francesconi Sartori e Luigi oltre a me. Ci furono anche diverse prove pratiche per l’esplosione delle bombe, presso delle cave nei Colli Euganei, io non c’ero ma ero informato di tali attività; poiché non riuscivano a fare una bomba abbastanza potente che fosse anche non troppo pesante da trasportare o troppo voluminosa, Delfo Zorzi ottenne la consulenza e l’esplosivo per confezionare l’ ordigno da parte di due appartenenti all’Aginter Press di cui uno all’epoca dimorava ad Abano. Costoro confezionarono due ordigni.

Peraltro nel corso di tale preparazione, che come ho detto era rivolta a compiere un attentato a Bologna nell’ estate’ 74, sorse la necessità di uccidere un appartenente all’estremismo di destra bresciano. Ciò lo decisero quelli dell’Aginter Press che poi eseguirono anche l’omicidio dando a questo giovane, Silvio FERRARI, una bomba da trasportare ingannandolo sull’ora in cui sarebbe esplosa, cosicché esplose mentre lui la portava sulla sua motoretta. Tutte queste cose io le ho sapute da MAGGI. Decisero di uccidere FERRARI perché avevano paura che parlasse .

A causa di tale omicidio e di precedenti attentati terroristici avvenuti a Brescia, fu organizzata dai sindacati la manifestazione di Piazza della Loggia. MAGGI decise di far esplodere nel corso di quella manifestazione la bomba preparata per Bologna. Dopo la strage di Brescia, non ci furono più le condizione per la nostra cellula padovana di realizzare l’ attentato previsto per I’ estate a Bologna.

L’ ufficio da atto che la strage di piazza della Loggia avvenne il 28.5.74. Prendo atto che nell’agosto ’74 vi è stato I’ attentato dell’ Italicus, posso pensare che esso sia stato realizzato da un’ altra cellula neofascista ma non ho avuto alcuna notizia in proposito. Infatti io sapevo da quello che diceva Maggi che esistevano altre cellule come la nostra in altre città italiane, ma non avevo nessuna conoscenza precisa su di esse.

Non sono sicuro per il tempo trascorso ma credo che Maggi mi abbia detto a suo tempo che alla riunione di Rimini parteciparono tra gli altri Massagrande e Bezicheri, Zorzi e Fachini. Comunque costoro erano i capi dell’ organizzazione di cui la nostra cellula faceva parte e quindi erano loro che avevano “l’autorità morale” come dicevano essi stessi, di decidere atti di tale importanza.

Di Bezicherl come uno dei capi morali dell’organizzazione ne ho sentito spesso parlare da Maggi. Melioli non era prima della strage di Brescia al livello di partecipare alla riunione di Rimini, dopo la strage di Brescia ha acquistato grande prestigio nei confronti di Maggi perché ha avuto un ruolo determinante nell’ attentato di Brescia.

Infatti dopo la strage di Brescia Melioli decise di formare una autonoma cellula, come ho detto prima, operante in Rovigo e Ferrara e ciò fu consentito da Maggi che era il capo della cellula di Padova di cui Melioli fino a quel momento faceva parte, proprio per il prestigio acquisito da Melioli con la strage di Brescia.

Tuti, Franci e il FNR – sentenza G.I. Vella

Contemporaneamente il Tuti, iscrittosi al MSI ai primi del ’72, ne esce agl’inizi del ‘73 lacerando la tessera di fronte al segretario detta sezione del M.S.I. di Empoli che gliene chiedeva la restituzione (ff.81 e 82/48).
Ai primi dei ’74 nasce il Fronte Nazionale Rivoluzionario (f. 65/49). In tale epoca i rapporti Tuti-Franci, istituitisi da tempo (il Rossi, che venne presentato al Tuti dal Franci verso il febbraio ’73, autorizza a presu­mere che i due dovevano conoscersi bene a ancor prima: f. 66/48), si svolgevano in incontri frequenti e riservati, sistematicamente alla Stazione di Firenze (ff. 9 e 58/48) ove i due vennero visti insieme da due compagni di lavoro del Franci. Uno di essi, il Grossi Brenno (f. 58 cit.) ri­ferisce di avere visto i due (riconobbe il Tuti successivamente quando la stampa ne pubblicò la foto) “una mattina di un mese della prima primavera o della fine dell’inverno del 1974”.
La mattina del 22 gennaio ‘75 il Tuti è alla Foce di Ca­stiglione Fiorentino a presiedere la riunione preparatoria dell’attentato alla Camera di Commercio di Arezzo. I premessi rilievi consentono di ritenere che il Franci co­stituiva l’elemento di collegamento tra il Tuti e la cellu­la aretina, di cui figura di spicco era il Cauchi, resosi irreperibile nello stesso giorno in cui il Tuti commise l’ec­cidio di Empoli e come lui misteriosamente preavvertito del­la pendenza di un ordine di cattura nei suoi confronti; che perciò i componenti della cellula aretina del Fronte Nazionale Rivoluzionario dovevano essere più numerosi dei protagonisti della presente vicenda; che il Fronte Nazionale Rivoluzionario, può ritenersi organizzazione fi­liata da “Ordine Nuovo”, in parallelo con “Ordine Nero”, ma caratterizzantesi per modalità operative assolutamen­te diverse da quelle seguite dai primi due movimenti. In­fatti, diversamente da questi ultimi, mai il Fronte aveva ri­vendicato le imprese terroristiche sicuramente compiute da suoi esponenti.
E’ da ritenere che il volantino rinvenuto in tasca del Malentacchi la sera del 23 gennaio ‘75 sia stato l’espediente malizioso per una tempestiva manovra di sganciamento concepita ed orchestrata da chi temeva di poter essere alfine coinvolto e compromesso dalla temerarietà criminosa del Fran­ci e del Malentacchi (l’esplosivo, scoperto il 22 gennaio, che la sera del 23 gennaio costoro si recavano a ritirare e la stessa loro presenza in quella zona, vennero denunciate dalla Questura di Arezzo da un anonimo, mai identificato, ma forse non del tutto ignoto, informatore!)

Sentenza ordinanza G.I. Vella 1980 pag 298-300