Intercettazione Mario Tuti e Margherita Luddi 24.01.1975

Margherita: Pronto… qui negozio Patrassi.

Mario: Buongiorno, sono Mario… sei tu Margherita.

Margherita: Sì, sono io.

Mario: Senti… puoi parlare?

Margherita: Sì, sì, posso parlare.

Rumori di fondo.

Mario: Sono sempre io.. non erano scattati i gettoni… si vede… oh… cosa c’è stato?

Margherita: Ho il giornale qui davanti… l’ho comprato ora e so che l’hanno arrestati… ieri sera.

Mario: Ma lui e…

Margherita: Lui e Piero Malentacchi… di Castiglion Fiorentino… quel ragazzo.

Mario: Ho capito… ho capito… sì ecco. Ma ora c’è una cosa, no? Se tu hai qualcosa… no… tienilo tranquillo… fermo, perché guarda ci si sta muovendo… io l’ho saputo stanotte, non so le undici così… e si guarda quello che è possibile fare… vedrai oggi viene su uno direttamente là… forse si mette in contatto con te o forse anche con altri, perché l’unica cosa è tirarli fuori subito.

Margherita: Sì lo so, comunque io penso che lassù a casa della mia nonna no? Lo sai no?

Mario: Sì.

Margherita: Penso che lassù non ci arrivino.

Mario: No, dicevo se tu hai qualcosa da altre parti?

Margherita: Io ce le ho in casa.

Mario: Ecco tanto te… che io sappia non sei conosciuta né altro… no?

Margherita: Io penso di no… quindi… mi hanno vista insieme a lui qualche volta.

Mario: Ma se è quello lì… ad un certo punto.

Margherita: Appunto…

Mario: Quindi senti… ora guardo se posso far venire direttamente io o se verrà su un altro… Perché noi ora si vuol vedere come è la situazione lì… sapere dov’è! Tu tanto cerca così se è possibile di sapere in giro più notizie possibili.

Margherita: Sì… va bene io cercherò di vedere questi ragazzi.

Mario: Ecco se li vedi senza sbilanciarti

Margherita: Sì, senz’altro.

Mario: Sai mica a che ora è successo?

Margherita: Non lo so perché io ieri ho visto Luciano, no…

Mario: A che ora lo hai visto?

Margherita: Senti… alle due e mezzo… siamo stati insieme fino alle tre e mezzo, un quarto alle quattro, finché non sono andata a lavorare… poi lui ha preso il millecento…

Mario: Ho capito.. ho capito.. quello

Margherita: Eh… ma ha detto siccome ad Arezzo c’è la manifestazione… noi…

Mario: Sì… sì.

Margherita: Ha detto “io voglio andare a fare qualcosa”. Io gli ho detto no… non lo fare.

Mario: Sì… perché poi era stupido… perché…

Margherita: Lui era un testone.. sa! Allora io non l’ho più rivisto ieri sera, non mi ha telefonato ieri sera, non mi ha telefonato.. né.. niente… penso che sia andato a Castiglion Fiorentino lassù…

Mario: Sì, sì comunque ora si guarda che ci si pensa… quello che è possibile fare.. tu stai tranquilla, tanto guarda che ci si pensa… quello che è possibile si fa senz’altro, anche di più di quello che è possibile.

Margherita: Grazie.

Mario: Di niente, tanto io o un altro, tanto viene a mio nome, ci si tiene a contatto con te.

Margherita: Va bene d’accordo.

Mario: Ciao!

Margherita: Ciao Mario! Ciao.

Mario: Ciao!

Italicus, Franci offre una traccia “Cercate nelle file di Ordine Nero” – La Nazione 16.12.1981

La verità sulla strage dell’Italicus va ricercata fra le fila di Ordine Nero. L’involontario suggerimento è stato fornito ai giudici della corte d’assise da uno dei tre imputati di strage, quel Luciano Franci che venti giorni fa aveva abbandonato polemicamente l’aula a metà del tuo interrogatorio e che è ricomparso inaspettatamente ieri mattina con una voglia matta di polemizzare e far rivelazioni.
Il «suggerimento», importantissimo, è stato colto al volo dal Pm Persico che ha cercato di spingere Franci a vuotare tutto il sacco ma il tentativo è fallito perché il presidente della corte, dimostrando di non possedere la sensibilità necessaria a condurre questo difficile processo, ha redarguito bruscamente il Pm. Anzi ha interrotto lo scambio di battute badando poco alla effettiva essenza delle cose. Cosi Franci si è tenuto dentro ciò che stava per dire, nel disperato tentativo di scrollarsi di dosso l’accusa di aver fatto da palo nella strage Italicus.

E a far capire quanto sia stata determinante la frase di Franci va registrata la reazione di Mario Tuti che, nel ritornare con il coimputato verso i «blindati» che li avrebbero ricondotti in carcere, ha duramente redarguite Franci con una violenza verbale e una determinatone proporzionale solo alla gravità della gaffe commessa dal Franci stesso.

Questi i fatti, Tuti era appena rientrato in gabbia dopo aver duramente polemizzate con l’avvocato di parte civile Montorzi che l’aveva «martellato» di domande per tutta la mattinata. L’atmosfera era tesa Franci che stringeva in mano alcune cartelle dattiloscritte in azzurro ha manifestato la volontà di fare una dichiarazione. Persico lo ha invitalo a star calmo e l’imputato ha cominciate a parlare.

«Dall’inizio di questo processo — ha detto — non fate altro che riferirvi a vecchi fatti. Perché allora nel processo a Ordine nero, non avete fatto agli imputati domande sull’Italicus?».

Persico ha risposto «Veramente avevamo chiesto al giudice istruttore di unificare i due processi, ma non ha voluto farlo»

Franci «Perché non avete preso in considerazione il volantino firmato Ordine nero, con il quale veniva rivendicata la strage».

Persico «Perché era scritto a mano e non recava i simboli originali, ad esempio i caratteri gotici».

Franci. «Ma anche il volantino del Fronte nazionale rivoluzionario, con il quale si rivendicava un attentato da compiere alla camera di commercio di Arezzo, era scritto a mano. Eppure lo avete preso per buono».

Persico: «Ma quello lo avevate addosso lei e Malentacchi». Il tono delle voci è ulteriormente salito Franci ha cominciato a gridare e ha detto: «Avete a disposizione 55 infami (pentiti, ndr), non avete scoperto nulla e incolpate me che sono innocente».

Persico: «Lei confonde due processi».

Franci: «E’ lei invece che li confonde».

Persico: «Forse Franci vuol dirci qualcosa di molto importante: cioè che la chiave dell’Italicus va ricercata in Ordine nero». Franci si apprestava a ribadire quanto aveva già detto prima, ma il presidente, rivolgendosi ai Pm ha detto «Ora basta». E Persico «Basta a me?». Nel caos più totale ha tuonato ancora la voce di Franci «Chiedo che il consigliere istruttore Vella venga a dirci perché non ha voluto unificare i due processi visto, oltretutto, che aveva detto che «sapeva lui dove mettere le mani per cercare la verità». L’udienza è stata sospesa e aggiornata. L’occasione di aprire una falla nello sbarramento difensivo degli imputati è parzialmente sfumata. Oltretutto perché Franci, in carcere, sarà «consigliato» di riflettere su quanto aveva cominciato a dire e difficilmente ripeterà lo show.

Giovanni Spinoso – dichiarazioni 21.03.1985

Prendo atto che vengo sentito come teste in un procedimento avente per oggetto l’ accertamento di responsabilità nella strage dell’Italicus diverse o ulteriori rispetto a quelle eventuali degli imputati gia’ giudicati in primo grado.

adr: ho effettivamente consegnato al signor Caldarelli l’ estratto delle registrazioni di una delle due interviste da me fatte al Tomei. faccio presente che presi contatto col Tomei nel gennaio ’78 ed ebbi con lui vari colloqui nell’ ambito della mia attivita’ di giornalista. La prima intervista rilasciatami dal Tomei risale all’agosto ’80, la seconda intervista l’ ho gia’ portata a conoscenza della AG di Firenze nell’agosto ’82. Avvertii l’ esigenza di parlarne con l’AG anche in relazione all’omicidio Mennucci che aveva avuto luogo il mese precedente.

adr: Ritengo che il Tomei avesse interesse ad un rapporto con me, fra l’ altro per comprendere cosa potesse avermi riferito il Moscatelli durante i colloqui che avevo avuto con quest’ ultimo e dei quali ho gia’ riferito allorche’ venni sentito come testimone durante il dibattimento dell’ Italicus. Ho riscontrato ora delle differenze fra le dichiarazioni fattemi dal Tomei durante il corso della prima e della seconda intervista. Faccio presente, comunque, di aver gia’ accennato nel corso del dibattimento dell’ Italicus ad entrambe le interviste, anche se della verbalizzazione cio’ non appare perfettamente comprensibile.

adr: Le frasi riportate dal Caldarelli, delle quali ho ora ricevuto lettura, sono effettivamente dei frammenti della prima intervista e si riferiscono alla cosiddetta “commissione di inchiesta di Ordine Nuovo”. ho rilevato che nella seconda intervista (quella cioe’ che ho gia’ trasmesso alla AG) il Tomei non parla piu’ del secondo incontro che avrebbe avuto con la “commissione”. Nella prima intervista, infatti, afferma che questa “commissione” l’ aveva interpellato personalmente due volte, una prima volta verosimilmente in maggio e una seconda nel dicembre ’75.

adr: il Tomei non mi fece mai nomi, nelle interviste registrate, dei componenti di queste “commissioni”, tuttavia nel corso del nostro prima incontro gli sfuggi’ detto che era stato “messo sotto torchio” da Pugliese.

adr: ho avuto col Tomei numerosi incontri che non sono stati formalizzati in vere e proprie interviste; dispongo tuttavia degli appunti relativi a tali colloqui, o almeno di alcuni di questi.

adr: autorizzato dalla sv consulto un appunto dal quale rilevo che ho incontrato il Tomei il 25.01.78, il 05.09.78, il 16.08.80 e il 22.08.80 (in questa occasione registrai la prima intervista), ed infine nel luglio ’82 due giorni prima dell’ omicidio Mennucci.

adr: le interviste e la relativa registrazione sono avvenute con il consenso del Tomei per una loro eventuale utilizzazione giornalistica.

adr: ricordo che durante il nostro ultimo incontro il Tomei era inquieto poiche’ era apparsa sui giornali la notizia che, convocato come teste al processo dell’ Italicus, non si era presentato dichiarandosi malato. In quella occasione mi disse che lo aveva trovato mentre si accingeva ad abbandonare l’ ospedale per farsi ricoverare altrove. dopo l’ omicidio di Mennucci ho ricollegato questo episodio criminoso alla preoccupazione del Tomei. Faccio presente inoltre che costui, anche se non godeva di buona salute, entrava ed usciva liberamente dall’ ospedale e riceveva delle persone. Il Moscatelli a suo tempo mi disse che il Tomei nel corso del suo ricovero precedente all’ ospedale di Pratolino aveva ricevuto lo Affatigato ed il Pera.

adr: il Tomei mi ha parlato di una riunione, avvenuta per quanto ricordo nel settembre ’73, cui prese parte pure il Pecoriello. Questi venne indicato come un provocatore da uno dei presenti e la riunione venne successivamente sospesa, anche perche’ il gruppo organizzo’ uno scontro immediato con un corteo di qualche gruppo extraparlamentare di sinistra che in quel momento stava transitando nei pressi del luogo della riunione.

adr: il Tomei mi riferi’ ripetutamente che “Ordine Nuovo” era cambiato in modo significativo dopo l’ arresto di Lamberti e di Batani, o meglio che i gruppi di persone che avevano aderito al disciolto movimento “Ordine Nuovo”, avevano subito una linea piu’ aggressiva. questa linea a dire del Tomei era portata avanti dal Cauchi e dall’ Affatigato. Quest’ ultimo era ritenuto una “testa calda”. Sul punto e’ abbastanza precisa l’ intervista rilasciatami dal Tomei, almeno per quanto possa ricordare.

adr: il Tomei affermava che il Tuti era stato coinvolto nelle attivita’ dell’ eversione di destra in Toscana su iniziativa del Lamberti e tramite l’ Affatigato. Il Tuti infatti, dopo un breve periodo di attivismo politico a Pisa, si era sposato e sembrava disinteressato ad attivita’ politiche. Il Lamberti, tramite l’ Affatigato, l’ avrebbe invece man mano coinvolto in varie iniziative quali procurare ciclostili, pistole o rifugi.

ad: ore 18,15 il dr Dardani si allontana.

adr: circa i rapporti fra l’ eversione di destra in Toscana e la massoneria faccio presente che il Tomei, durante i nostri incontri ha talvolta confermato e talvolta negato la circostanza di essersi incontrato, unitamente all’ Affatigato, con un esponente della massoneria. Il Tomei ha ammesso di aver partecipato alla prima parte dell’ incontro che, in sostanza, a suo dire aveva avuto luogo con l’Affatigato nella veste di principale interlocutore di questo misterioso massone. Questi, a dire del Tomei, era stato accreditato dal Batani cosicche’ne’ il Tomei stesso, ne’ l’ Affatigato avvertirono l’ esigenza di sapere qualcosa in piu’ su questa persona.

adr: ricordo che il Tomei mi disse di aver ricevuto una lettera dall’Affatigato, allorche’ si trovava in stato di arresto in Corsica. Tale lettera gli era stata fatta pervenire probabilmente tramite la moglie. Il Tomei mi mostro’ questo scritto dell’ Affatigato. L’Affatigato diceva al Tomei di aver ammesso l’ incontro con un massone e sollecitava Tomei a fare altrettanto, o meglio a confermarlo nel caso di domande sul punto.

adr: la lettera dell’ Affatigato era molto breve e non entrava nei dettagli dell’ incontro con il massone. Il Tomei e’ sempre stato elusivo sul punto e comunque affermava che questo incontro non poteva aver avuto alcun seguito sul piano pratico operativo poiche’ Graziani era contrario alla massoneria.

adr: il Tomei ha mantenuto sulla questione un atteggiamento discontinuo, nel senso che la conferma e la smentita di questo incontro avevano luogo alternativamente. il Tomei era discontinuo anche su altre questioni. ad esempio, in occasione dell’ incontro avuto all’ ospedale vicino Lucca (incontro del luglio ’82) mi disse che “la commissione” di Ordine nuovo non era mai esistita. mi disse questo come battuta di esordio della nostra conversazione, ma successivamente mi confermo’ l’ esistenza della”commissione”. Il Tomei ha dato versioni contraddittorie anche sul memoriale di Tuti. sul punto ha affermato che era semplicemente uno strumento di ricatto utilizzato dal Tuti e, altre volte, invece ha sostenuto che quanto affermato corrispondeva a verita’. Il Tomei precisava altresi’ che le inesattezze del memoriale derivavano dal fatto che il Tuti non aveva che una conoscenza indiretta di alcuni particolari episodi, quali ad esempio la supposta fuga del Tomei in Corsica via Svizzera. Il Tomei, nel confermare alcuni passi del memoriale del Tuti, riportava degli specifici fatti, a suo dire effettivamente accaduti, cosi’ ad esempio, affermava di aver incontrato l’ Affatigato a Lucca nel giorno in cui questi, stando al memoriale di Tuti, sarebbe andato a prelevare le armi del gruppo di Tuti ad Empoli e sarebbe quindi ritornato a Lucca.

A questo punto il teste produce la copia dell’ originale della registrazione dell’intervista di Tomei di data 22.08.80 ed il GI dispone che venga unita a questo pv.

In via XX Settembre c’è anche il Quirinale – OP 19.06.1974

Proprio mentre Andreotti rilasciava al Mondo la nota intervista sulla ristrutturazione dei vertici del SID, con perfetta scelta di tempo dal Quirinale si rincollava Rumor alla sua poltrona di palazzo Chigi. Mai come in questo torbido momento l’ordito di bombe e complotti è legato strettamente alle trame degli uomini che vogliono col terrore mantenersi al potere. I governi si sopravvivono a colpi di mitra. Le nuove maggioranze si sperimentano e si consolidano tra stragi e attentati.
La rivalità e le divisioni dei vari cavalli di razza parcheggiati a Montecitorio si sono da tempo riproposte in ciascuno dei cosiddetti “corpi separati” della Repubblica: esistono magistrati rossi e magistrati neri, di questa corrente o di quell’indirizzo; poliziotti e superpoliziotti fedeli a destra, propensi a sinistra o obbedienti al centro; corpi che guardano un colle, corpi che guardano verso il mare. Se il romanzo d’appendice di questa Repubblica è condito da Moschettieri del Re e Guardie del Cardinale tuttavia non s’intravede nessun Richelieu capace di salvarci dal Caos. Per ora, su questo sfondo, un solo elemento possiamo aggiungere.
Il filo di Andreotti che ha portato Leone al Quirinale ha stretto un altro nodo. Qualcuno sperava che dalla crisi di Rumor V potesse scaturire qualche chiarificazione del quadro politico istituzionale. Qualcun altro, forse, puntava tutto nell’attesa di qualche miracolo sardo. Ora punto e daccapo. Il fermaposto Rumor potrà rimanere sulla stessa sua poltrona o esserne tolto. Ma la parola, mentre la crisi batte i suoi rintocchi funebri, torna ai dossiers e alle “fughe di notizie”.

OP 19.06.1974

“D’Alessandro: Fianchini non mentiva”

Quarant’anni dopo Felice D’Alessandro ha cambiato nome. (…) La condanna a quindici anni che gli era stata inflitta per l’omicidio di Donello Gorgai è stata considerata estinta: oggi D’Alessandro è un libero cittadino, ce continua tuttavia a proclamare la propria innocenza. Ha accettato di incontrare l’autore di queste note, insieme alla collega Antonella Beccaria, durante un suo breve soggiorno a Bologna.
(…) Chiarisce subito comunque un punto fondamentale: Fianchini non diceva il falso. “Aurelio non era un mentitore. Rispettava un suo codice d’onore, ed era davvero impegnato a scoprire la verità sulle azioni dei terroristi neri toscani e sulla strage dell’Italicus”.
“Ma la bugia di Franci legato a un albero e minacciato?”.
“Non ci fu nessuna minaccia. Come poteva del resto un tipo mingherlino come Fianchini minacciare un uomo grande e grosso come Franci? Quella dell’albero fu una bugia per così dire tattica, che egli volle raccontare alla Bonsanti per non far individuare l’amica presso la quale Franci aveva pensato di andare a rifugiarsi. Fu uno sbaglio, perché fece perdere di credibilità a tutto il racconto sulle confidenze ricevute: io infatti criticai duramente Fianchini per questa menzogna”.
“Come andò dunque la sera dell’evasione?”.
“Andò che Franci fuggì con noi perché temeva qualche brutto gesto da parte dei suoi camerati in carcere. Aveva paura di Tuti e di una sua vendetta.Fu Franci a procurarsi il seghetto fornito da una delle guardie, giovane e fascista. La fuga era malamente improvvisata: appena superato il muro di cinta io non trovai più la borsa dove avevo conservato il diario, persa nel buio. E ci accorgemmo che non c’era la macchina che Fianchini aveva promesso. Io, figlio di ferroviere, proposi subito di cercare un treno per arrivare a Roma: ci mettemmo a correre, ma Franci era pesante, rimase indietro, si perse, e io non avevo voglia di stare ad aspettarlo”.
“Nella borsa smarrita era contenuta anche una lettera che con Fianchini avevate progettato di inviare alla redazione de “L’Espresso”. Scrivevate che il fascista Franci era “depositario di molte informazioni” riguardanti le organizzazioni paramilitari fasciste e i rapporti tra queste e “vari organi dello Stato: magistratura, polizia, servizi segreti”. Che cosa realmente Franci vi aveva confidato in carcere?”.
“In realtà con me non era entrato in troppi particolari. Diceva di avere amici potenti, e mi parlò di massoneria, ma non mi disse per esempio, che Cauchi aveva avuto rapporti diretti con Licio Gelli”. (…)
“Nel diario lei riportò diversi riferimenti da parte del Franci alla strage dell’Italicus, li conferma?”. (…)
“Certamente, confermo quelle frasi. Anche se è giusto ricordare che in carcere io preferivo comportarmi con molta cautela, e non fare troppe domande. Franci diceva di conoscere molte persone importanti, ma non mi azzardavo a chiedere come mai avesse rapporti tanto in alto. Franci mi disse che l’esplosivo dell’Italicus era di tipo diverso da quello che lui aveva nascosto da qualche parte. Già come faceva a saperlo? Poi mi raccontò di essere stato in servizio quella sera a Santa Maria Novella, e di aver visto due poliziotti (ora non ricordo bene se in divisa o in borghese) uno dei quali salì sul vagone dell’Italicus, quello che poi saltò in aria, e faceva cenni a qualcuno”.
“Secondo lei, dunque, cosa sapevano Franci e Malentacchi della strage dell’Italicus? Erano direttamente coinvolti? Fianchini ha detto che uno aveva messo la bomba, l’altro aveva fatto da palo…”.
“Fianchini, come ho detto, aveva avuto da Franci altre e più dettagliate informazioni. Anch’io mi sono chiesto se fossero stati loro a mettere la bomba, ma per la verità non ho avuto questa sensazione. Credo tuttavia che ne sapessero parecchio: anche se non erano gli esecutori materiali, conoscevano chi aveva fatto la strage, e a noi dicevano soltanto una parte delle cose che sapevano. Malentacchi mi giurò un giorno che l’Italicus non era stata una loro azione, spiegando che per quel tipo di bomba occorreva una certa perizia. Capii che essi avvertivano di far parte di un ingranaggio, ma non erano in grado di controllarlo. C’era probabilmente una regia, ma poi le diverse cellule agivano con una propria autonomia. Oggi si direbbe che lavorano ‘in rete’, loro ne facevano parte ma il vero cervello era altrove. E tutti e due si chiedevano come mai le inchieste si fermassero ai pesci piccoli, senza cercare di arrivare ai mandanti. Avevano un gran paura di Tuti, questo sì”.

Estratto libro “Italicus” di Paolo Bolognesi e Roberto Scardova

La ricomparsa di D’Alessandro – L’Etruria 30.11.2009

Clamoroso e inatteso colpo di scena in una vicenda risalente a molti anni fa che all’epoca aveva sollevato grande scalpore e sulla quale ancora permangono molti misteri. E’ infatti improvvisamente ricomparso, dopo 34 anni Felice D’Alessandro, il cortonese di origini calabre condannato nel Dicembre 1975 dal tribunale di Arezzo per l’omicidio del 23enne Donello Gorgai, avvenuto in Piazza Sergardi a Camucia nella notte fra il 7 e 8 Giugno dell’anno precedente. Il giovane, detenuto nel carcere di San Benedetto, fuggì dopo soli tre giorni dalla sentenza che l’aveva condannato a 14 anni di reclusione insieme ad altri due detenuti. Da quel momento di D’Alessandro non si seppe più nulla. Oggi D’Alessandro risiede in Spagna dove lavora come traduttore ed è impegnato in campo sociale, ma continua ad avere legami con Arezzo, dove si reca saltuariamente. Si proclama oggi come allora innocente e la sua posizione di fronte alla legge italiana è perfettamente a posto. La pena infatti è stata dichiarata estinta dalla Corte d’Assise aretina in base alla legge che cancella le pene non eseguite, calcolando il rapporto fra entità della condanna e anni trascorsi da essa. Dalla prefettura D’Alessandro ha poi ottenuto il riconoscimento di una nuova identità, cambiando il proprio nome e sancendo così di fatto l’inizio della sua “seconda vita”, tant’è che lunedì scorso aveva partecipato ad una conferenza stampa come rappresentante degli italiani in Catalogna, consegnando una petizione dove i connazionali chiedono il ritiro della targa dedicata a Vittorino Ceccherelli.

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