Le dichiarazioni di Gioacchino Pennino su Calvi e l’Ambrosiano

Parimenti, Giocacchino Pennino ha confermato che Calvi gestiva il denaro di Cosa Nostra, che il banchiere non aveva onorato l’impegno preso con Cosa Nostra, che non era stato più nelle condizioni di restituire il denaro e che l’organizzazione, per il tramite di Vitale, si stava attivando per recuperarlo. In particolare, ha articolato il suo racconto nei termini che seguono. Aveva appreso da Bontate e, soprattutto, da Giacomo Vitale che i proventi illeciti delle famiglie di Santa Maria del Gesù, di Uditore-Passo di rigano, le quali facevano capo, rispettivamente, a Bontate e a Inzerillo, erano stati convogliati nelle holding di Sindona. Erano stati fatti confluire anche soldi di altre famiglie, collegate alle due, ma che non sapeva indicare. Nella seconda metà degli anni ’80 aveva appreso da Giuseppe Marsala, il cui diminutivo era “u Pinuzzu”, e da Giacomo Vitale, il quale, in quegli anni, si era recato al suo laboratorio di analisi cliniche, in quanto “doveva recuperare i loro capitali, i capitali fuori famiglia mafiosa, della sua famiglia di sangue”. Costoro lo avevano reso edotto del fatto che Sindona ”quando vi fu il crack delle sue banche (…) canalizzò (…) il denaro presso il Banco Ambrosiano di Calvi”.

Egli era a conoscenza del fatto che il Banco Ambrosiano “aveva nel suo statuto delle facoltà di gran lunga superiori” a quelle degli altri istituti. Gli era stato detto che vi erano dei “vantaggi legati alla gestione del denaro”, ma non poteva specificare quali perché non era un tecnico. Sindona aveva degli “impegni di carattere economico perché deteneva i soldi” delle famiglie mafiose e “quando ebbe il crack, li dovette restituire”. Una parte era riuscito a restituirli e la restante la “canalizzò” nel Banco Ambrosiano di Calvi… che era pur sempre di origine cattolica”. Sindona aveva rispettato i suoi impegni con Cosa Nostra. Sempre dalle stesse fonti aveva appreso che Calvi aveva preso degli impegni con appartenenti a Cosa Nostra e che “non aveva onorato.. l’impegno preso” e “non aveva restituito il denaro che… gestiva”. Calvi aveva ottenuto delle risorse finanziarie tramite lo IOR. Lo Ior è l’Istituto opere religiose, la banca del Vaticano, all’epoca diretta da mons. Marcinkus, e Calvi gestiva anche parte delle finanze di origine vaticana.
Giacomo Vitale si era recato da lui perché voleva sapere se fosse “nelle condizioni di reperire Licio Gelli”. Egli non era nelle condizioni di farlo e gli aveva risposto che non aveva la possibilità. Lo scopo che “si prefiggeva era quello di rientrare del denaro che era stato consegnato a suo tempo al banco Ambrosiano di Calvi” per rientrare “in possesso”. Agiva per sé, per la sua famiglia di sangue e per la famiglia di cui faceva parte. Vitale si era rivolto a lui perché “sapeva che era massone e che aveva avuto la possibilità di conoscere un po’ tutti i massoni dell’epoca”. Tali indicazioni sono state in buona sostanza ribadite nel prosieguo della sua deposizione in sede di controesame della difesa: riferiva che Vitale gli aveva dato l’impressione che cercasse Gelli per poter recuperare il denaro del banco Ambrosiano, e gli aveva detto che i loro capitali erano nel Banco Ambrosiano. Invitato a precisare se gli avesse dato l’impressione o se glielo avesse detto che vi era un nesso tra la ricerca di Gelli e il denaro del Banco Ambrosiano, ha sottolineato che erano trascorsi circa vent’anni e non poteva avere una visione precisa “di problemi” che non lo interessavano. Aveva ascoltato “mal volentieri fatti” che non lo riguardavano.


Gli veniva ricordato che, in data 10.2.2004 aveva dichiarato: “Nella circostanza di questo… di questo colloquio mi disse anche che cercava di mettersi in contatto con Licio Gelli per poter recuperare il denaro che ormai Calvi non poteva più restituire”. Pennino ribadiva che Vitale “doveva recuperare i soldi del Banco Ambrosiano”. (…) Non gli aveva spiegato cosa c’entrasse Gelli con il denaro di Calvi, con quali modalità Sindona aveva trasmesso i soldi a Calvi, quale fosse il quantitativo di denaro, e se la mancata restituzione di soldi da parte di Calvi fosse stata preceduta da richieste di restituzione. Egli si limitava ad ascoltare.
Aveva avuto per la prima volta notizia che i mezzi finanziari affluivano nelle holding di Sindona nella metà degli anni ’70. Sindona era un banchiere che si diceva operasse tanto in Italia quanto in Svizzera e all’estero, ove agiva con la Franklin Bank. Il fatto che il denaro confluisse nelle holding di Sindona lo aveva saputo da Bontate e da Vitale, nei momenti di frequentazione. Vitale non era un uomo d’onore, mentre Bontate era il capo mandamento della famiglia di Santa Maria del Gesù ed era suo coetaneo, entrambi erano nati nel 1938, e da sempre lo aveva frequentato. Entrambi si recavano nella casa di suo zio Gioacchino Pennino, che fu una delle persone più rappresentative di Cosa Nostra.
Aveva appreso soprattutto da Giuseppe Marsala – uomo d’onore della famiglia di Santa Maria del Gesù, che nel periodo in cui aveva avuto rapporti con lui ricopriva un ruolo di comando e di coordinamento in quella famiglia – che parte dei capitali consegnati a Sindona erano poi confluiti nelle holding di Calvi. Quando si era verificato il crack finanziario di Sindona aveva restituito una parte dei capitali a Cosa Nostra e la restante l’aveva dirottata, “certamente con il placet di coloro che gli avevano affidato il denaro al Banco Ambrosiano di Calvi”.

Estratto dalla requisitoria del pm Tescaroli riportata nel libro “Dossier Calvi”.

Claudio Sicilia – dichiarazioni 19.11.1986

Lo Iacolare aveva anche saputo dal medesimo canale che il Casillo aveva effettuato frequenti viaggi in Inghilterra e a Parigi, cosa che lo Iacolare sapeva anche per conoscenza diretta. Aveva saputo inoltre che il Casillo durante uno dei viaggi in Inghilterra aveva partecipato alla eliminazione di Calvi quale prima prova di fedeltà ai Nuvoletta; in proposito mi disse che un grande quantitativo di denaro dei mafiosi era stato investito per il tramite di Calvi in attività immobiliari.

Il Calvi doveva essere eliminato perché era a conoscenza di molti fatti importanti e non era più affidabile in quanto non ci stava più con il cervello perché preoccupato di provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Lo Iacolare mi disse che aveva saputo dell’omicidio Calvi oltre che dal canale maranese da certi magliari, commercianti di biancheria, suoi amici napoletani di Londra.

Lo Iacolare mi disse che Calvi era stato impiccato dal Casillo e da altre persone che non conosceva; aveva sospettato che insieme al Casillo ci fosse anche il Cuomo. Chiesi spiegazioni su come si potesse far impiccare una persona a mo’ di esempio. Lo Iacolare mi disse se ricordavo l’episodio dell’impiccagione di tal Cartuccia e di un certo Di Matteo di S. Antimo, fatti verificatesi nel carcere di Ascoli Piceno.

Claudio Sicilia – dichiarazioni 17.11.1986

Ad un certo punto della comune detenzione lo ZAZA iniziò a parlami più esplicitamente della sua attività e ciò spesso in presenza del BONO; queste confidenze erano motivate dal fatto che in prospettiva io avrei potuto far parte di associazioni mafiose, in quanto ero persona fidata attese le mie parentele. Mi parlò in proposito di Danilo ABBRUCIATI che era appunto mafioso pur operando con altri gruppi i cui componenti erano all’oscuro della appartenenza alla mafia dell’ABBRUCIATI.

Mi raccontò che l’ABBRUCIATI pur avendo tolto a Umberto AMMATURO la donna, tale Toscano mi sembra comunque una brasiliana cognata di un altro mafioso Nunzio GUIDA, non aveva subito conseguenze proprio per la sua appartenenza alla mafia. Lo ZAZA era a conoscenza di tutti i fatti avvenuti a Roma in quanto gli erano riferiti dall’ABBRUCIATI il quale faceva parte della “famiglia” di Pippo CALÒ. Lo Zaza mi parlò delle vicende del suo processo a Roma; mi disse che si occupava da tempo del traffico dell’eroina, che per li traffico si serviva della struttura della sua organizzazione napoletana”.

Il delitto Mangiameli

Il 2 settembre Volo, Mangiameli e le rispettive compagne si muovono dalla Sicilia e vanno in Umbria, a Cannara, un paesino in provincia di Perugia: lì per una settimana sono ospiti di Salvatore Davì, che è un appartenente di Cosa nostra, in soggiorno obbligato in attesa degli esiti di un processo per l’omicidio di un poliziotto. Se non è già un esponente di rilievo, Davì lo diventerà, perché, scontate le condanne, salirà a capo della famiglia di Partanna-Mondello. I motivi per cui Mangiameli e Volo soggiornano proprio da Davì per una settimana non sono noti, si può solo supporre che Mangiameli avesse necessità di essere protetto, nella prospettiva di vedersi con il gruppo di Fioravanti. Oppure, per quanto fa capire Alberto Volo, lo scopo del viaggio sarebbe stato anche quello di «acquisire elementi per chiarire, attraverso canali diversi, tutti i sospetti che si erano accumulati, considerando le gravi vicende di quell’anno 1980». Più nello specifico, Volo riporta che «in effetti Mangiameli mi disse – il 9.9.80 durante il viaggio da Perugia a Roma – di sapere che vi era stata una riunione a casa di Gelli cui aveva partecipato Valerio Fioravanti e che aveva posto tale riunione in relazione con l’omicidio Mattarella, proprio perché già allora sospettava che il Fioravanti fosse stato autore materiale dell’omicidio». Questo spiegherebbe il motivo della fuga, ma presuppone rapporti occulti fra l’estrema destra e la mafia. Mangiameli decide di andare a Roma, appunto il 9 settembre, usando l’Alfa Sud del Davì. Dapprima si trova con Roberto Fiore, poi nel pomeriggio, verso le 15.30, arriva in piazza della Rotonda per l’appuntamento di chiarificazione con i Nar: lo vanno a prendere, Mangiameli sale su una Golf di colore argento, ma non lo fa Volo, che non si fida. Alla guida c’è Cristiano Fioravanti e con lui Dario Mariani. Mangiameli viene portato in una pineta di Castelfusano e lì viene ucciso con un macabro rito, ognuno gli spara un colpo, prima Cristiano, poi Valerio, quindi Giorgio Vale. La Mambro e Mariani provvedono a sbarazzarsi del cadavere, che viene buttato in un laghetto artificiale in località Spinaceto e qui zavorrato; poi raggiungono gli altri che sono a cenare in un ristorante. Il ritardo nel ritrovamento è funzionale perché, nelle intenzioni, c’è anche quella di uccidere ancora «per avere il tempo di rintracciare Fiore e Adinolfi nonché la stessa moglie di Mangiameli». Tale intento non si verifica, anche perché Mangiameli viene ritrovato già due giorni dopo, quando il corpo riemerge in superficie. Il delitto apre una faglia fra i Nar e Terza Posizione, che risponde con un documento, che è anche un’accusa: L’ignobile strage di Bologna, che tanto da vicino ricorda quella di Abadan ad opera della Savak o quelle di Piazza Fontana, di Brescia, di Peteano, del treno Italicus, ha forse fatto la sua 85a vittima?

 

Fonte: “La democrazia del piombo“, Luca Innocenti

Rosaria Amico – dichiarazioni 24.09.1980

Sono incensurata.
Prendo atto di essere indiziata del reato di favoreggiamento personale in favore di Ciavardini Luigi commesso in Palermo nell’ estate del 1980 nonche’ dei reati di cui agli art 306 e 270 cp commessi in Palermo e Roma fino al settembre 1980, nonche’ ancora del reato di favoreggiamento personale in favore degli assassini di Mangiameli Francesco, reato commesso in Palermo nel settembre 1980.

L’ imputata dichiara di non aver avuto copia dell’ ordine di cattura. L’ ufficio ne fa prendere visione all’Amico e al difensore di fiducia, avvocato Naso Giosue’ Bruno.

– Ammetto che tale Riccardo, che poi ho appreso essere Fioravanti Valerio e la sua fidanzata Marta, che non sapevo essere Mambro Francesca, hanno trascorso circa 7 giorni nella nostra casa di Tre Fontane. Cio’ e’ avvenuto nella seconda meta’ dello scorso luglio; non posso essere piu’ precisa. Mio marito mi disse che dovevamo recarci a Palermo perche’ aveva un appuntamento. Non so come avesse avuto l’ appuntamento, penso tramite il telefono del bar vicino casa. Andammo al politeama mentre io attendevo in macchina i due scesero dall’ albergo. Tornammo tutti a Tre Fontane; mio marito mi disse che erano amici di Roma che erano venuti a fare i bagni. L’indomani mio marito disse che doveva partire, senza specificare la meta e il motivo del viaggio. Manco’ per tre o quattro giorni durante i quali io restai sola in casa con Riccardo e Marta. In tale periodo il Riccardo si comporto’ in modo molto irritante e sconveniente, tanto che quasi non ci parlavamo. I due si alzavano molto tardi, verso le 12,30; Quindi andavano a fare il bagno. Riccardo comprava delle angurie e mangiava solo quelle, mentre Marta mangiava normalmente con noi oppure si preparava da sola qualcosa.
Riccardo e Marta trascorrevano poi tutto il pomeriggio in camera facendo vita a se’ . Per futili motivi Riccardo maltrattava la nostra bambina; un giorno io acquistai a mia figlia un giornaletto, ma Riccardo lo prese e lo porto’ in camera sua. La bambina rimase male ma io la invitai a lasciare perdere per non creare dei problemi. Nel frattempo vennero nostri ospiti per due giorni anche il dr Cannizzo Gaspare di Palermo, sua moglie e i loro due figli; era anche tornato mio marito. La bambina forse incoraggiata dalla presenza del padre, e mi sembra anche perche’ invitata a farlo dalla signora Cannizzo, ando’ nella camera di Riccardo e si prese il giornaletto. Riccardo stava per malmenarla ma mio marito intervenne e ne nacque una discussione. Successivamente sentii mio marito imprecare contro il comportamento di Riccardo che pero’ chiamava Valerio.
Incuriosita gli chiesi quale fosse il vero nome del nostro ospite e il motivo per cui usava generalita’ false. Fu allora che seppi si trattava del Fioravanti e che lo stesso era ” un po’ ricercato” . Fu sempre in quell’occasione che mio marito mi disse di essersi recato a Taranto per conto del Fioravanti per affittare una casa; non mi riferi’ alcun particolare sulle modalità di pagamento dell’affitto; ho comunque pensato che i soldi glieli avesse forniti il Fioravanti in quanto mio marito all’ epoca non disponeva di denaro. A causa delle sue frequenti partenze litigavo spesso con mio marito che replicava dicendomi di non impicciarmi dei fatti suoi.

– quando tornammo a Palermo per la nascita del nipotino di mio marito, Riccardo e Marta partirono. Pensavamo di accompagnarli in città ma giunti all’ aeroporto, anzi nei pressi, ci chiesero di lasciarli li’. Cio’ e’ avvenuto un paio di giorni dopo la discussione con mio marito.

– mio marito si reco’ a Taranto in treno; infatti l’auto resto’ a Tre Fontane; fu Francesco a dirmi che aveva fatto il viaggio di andata e ritorno in treno.

– la stazione ferroviaria piu’ vicina e’ in un paese a cinque chilometri da Tre Fontane. Non so come Francesco abbia raggiunto tale stazione all’ andata; al ritorno mi disse che aveva avuto un passaggio per raggiungere Tre Fontane dalla stazione.

– non mi risulta che siano sorti contrasti fra Fioravanti e mio marito in relazione al pagamento dell’ affitto della casa di Taranto.

– non conosco Ciavardini Luigi. Escludo di averlo ospitato questa estate.

L’ ufficio sottopone all’ imputata 21 foto gia’ allegate al processo e spillate su quattro fogli di carta e la stessa dichiara di riconoscere soltanto quelle nr 16 e 17, rispettivamente, di Roberto e Gabriele. Dichiara di non aver mai visto nessun altro di coloro che sono effigiati nelle foto.

– non mi sembra che altre persone oltre ai Cannizzo siano venute a trovarci a Tre Fontane durante la permanenza di Riccardo e Marta. Ricordo che durante l’ estate venne a trovarci Volo con la convivente, ma non sono in grado di precisare se cio’ avvenne mentre c’ erano i due.

– Il giorno successivo alla scomparsa di mio marito cioe’ il mercoledì, cioe’ verso le ore 18,00, mi sono recata assieme al Volo ed alla moglie in paese vicino Cannara per telefonare a mia figlia con la quale avevo un appuntamento telefonico presso il bar Tre Fontane; non chiesi espressamente ne a mia figlia né a mia suocera se avessero avuto notizie di Ciccio e ciò per non allarmarmi; comunque nel corso della conversazione ebbi la certezza che mio marito non aveva telefonato.

– La telefonata avvenne da un paesino di cui non ricordo il nome. Non ricordo perche’ non telefonammo da Cannara. Volo e la moglie non assistettero alla telefonata. Lo stesso giorno decisi di partire per Palermo e con Volo facemmo i biglietti vicino al luogo ove avevo telefonato a mia figlia.

– Non so se Volo avesse conosciuto in precedenza Riccardo e Giorgio, cioe’ la persona che incontrammo la sera del venerdi’ alla guida della Golf.

– Volo, quando mi descrisse la persona rimasta in auto a Porta Pia mi disse che non lo conosceva.

– Non mi posi il problema, nelle ore successive, se Volo conoscesse o meno i due; non so dire se ebbi l’ impressione che li conoscesse; faccio presente che mi trovavo in pessime condizioni psichiche.

– Non ricordo se Volo e Giorgio si fossero in precedenza incontrati alla mia presenza. Anzi non si sono mai incontrati in mia presenza.

– A maggior ragione escludo che in mia presenza il Volo si sia incontrato con Giorgio e Ciavardini che io, ripeto, non conosco.

– Preciso che io solo la sera di venerdi’ appresi da Robertino che il vero nome della persona che io conoscevo come Andrea era Giorgio, che ora apprendo chiamarsi Vale.

– Insisto ancora nell’affermare che l’ incontro con la golf, la sera di venerdi’, fu casuale.

– Per quanto riguarda la targa della Golf ricordo che la trascrivemmo su un pezzo di carta che restò in auto. Non sono in grado di ricordarlo a memoria tranne il fatto che era una targa di Milano e finiva con F. Mi rendo conto dell’ inverosimiglianza di quanto sopra ho detto proprio perche’ coscienti di tale inverosimiglianza io, il Volo e la sua convivente c’ eravamo messi d’ accordo di non dire nulla.

– ho pensato a Gigi come complice dell’ assassinio di mio marito perche’ ne avevo sentito fare il nome a Fioravanti; di Gigi senti’ che parlavano, tra di loro, Riccardo e Marta a proposito di un bambino che aveva avuto di recente; non so’ nient’ altro.

– ora che me lo si contesta, in effetti dissi a Volo che Gigi poteva essere di Mestre perché avevo sentito Riccardo e Marta parlare di questa città. Comunque io non ho mai visto Gigi.

– confermo che io e mio marito apprendemmo dell’ uccisione del giudice Amato lo stesso giorno in cui avvenne, a casa dei miei suoceri; in quel periodo eravamo a Palermo ed all’ ora di pranzo eravamo andati a prendere la bambina in casa c’ era solo mio suocero mentre mia suocera e la bambina dovevano ancora arrivare non ricordo dove fossero andate mia suocera e la bambina.

Quando ho visto sui giornali, dopo essere stata interrogata in qualita’ di testimone, che si prospettava l’ipotesi che mio marito avesse ucciso il giudice amato, sono rimasta colpita dalla somiglianza dell’identikit per quanto riguarda la fronte e l’ attaccatura dei capelli e mio marito. Ho allora pensato che abbiano voluto appositamente precostituire delle prove a carico di mio marito, magari facendo rasare all’assassino i capelli in modo simile a quelli di mio marito. Peraltro ho rilevato che nell’identikit la riga dei capelli era a sinistra mentre mio marito l’ ha sempre portata a destra. Commentai genericamente l’ omicidio di amato con mio marito il quale non si mostro’ contento; egli riteneva che la rivendicazione dei NAR fosse verosimile.

– al nostro ritorno a Palermo da tre fontane ci siamo trattenuti prima di partire per Cannara, circa una settimana; poiche’ non avevamo soldi spesso ci fermavamo a mangiare dai Volo e talvolta, quando mio marito faceva tardi per impegni di lavoro, ci fermavamo a dormire dai Volo.

– Prendo visione dell’ intervista ad Spiazzi Amos pubblicata sul numero 34 dell’Espresso di questo anno; ricordo che mio marito sospetto’ che il “Ciccio” di cui si parlava potesse essere lui e ne parlo’ con il Volo, ma non mi sembro’ particolarmente preoccupato; invece io ero molto preoccupata.

– mio marito, talvolta, quando veniva a Roma, dormiva a casa di un’amica di mia suocera, certa Rina che non ho mai conosciuto e che non so dove abiti.

– Per fare il viaggio a Cannara poiche’ eravamo senza soldi impegnai alcuni miei braccialetti per circa duecentomila lire.

– Partimmo da Palermo verso le 20,00 la sera del 2; arrivammo a Catania verso le ore 22,30; ricordo che ci fermammo in un bar prima di recarci al ristorante; non so se ci recammo al bar casualmente o perche’ c’ era un appuntamento. Preciso che io non mi parlavo con mio marito perche’ eravamo litigati. Il bar era in città.

– Confermo che ai traghetti c’ era molto fila ma non ricordo quanto tempo abbiamo perso perche’ dormivo.

– Quando sono tornata a Palermo dopo la morte di mio marito sono venuti a trovarmi molti ragazzi di Palermo che dicevano di essere tutti di terza posizione. Si tratta di ragazzi che sono stati nel Movimento Sociale Italiano (MSI) ; tra loro c’ erano Tomaselli Enrico, Florio Luigi, Vaccaro, Almerigo, un certo Marcello, un certo Francesco e altri che non ricordo.

-A Cannara abbiamo avuto rapporti con una certa Anna e altre persone, tutti amici dei Davi’ che noi non conoscevamo.

– Volo non mi ha mai detto di ritenere che gli assassini volessero uccidere lui e non Ciccio.

– Volo mi disse che la sera di venerdi’ al bar, mentre ero in bagno, Giorgio gli chiedeva insistentemente se era lui la persona presente con Ciccio a Porta Pia, ma lui aveva negato.

A questo punto viene data integrale lettura all’ imputata, alla presenza del difensore, di tutte le deposizioni rese al pm in qualita’ di testimone nel presente procedimento. L’ imputata dichiara di confermare l’ ultima versione dei fatti che ha fornito nei suddetti interrogatori, e cio’ in relazione ai singoli fatti sui quali di volta in volta e’ stata interrogata.

– a Palermo, prima di tornare a Roma il venerdi’ , incontrai casualmente Maltese Ettore, consigliere comunale del Msi a Palermo, e, su sua domanda di spiegazioni circa il motivo della mia evidente preoccupazione, gli dissi che da qualche giorno non avevo notizie di mio marito. Dissi da qualche giorno e non da sette giorni.

– quando sono stata a Palermo il giovedi’ e il venerdi’ 11 e 12 settembre 1980 a casa mia e’ venuto soltanto Volo. Escludo che siano venute altre persone, e in particolare mio cognato. Non so a chi possa riferirsi la descrizione che di un mio presunto accompagnatore ha fatto il portiere di casa mia, descrizione di cui ho ricevuto la lettura. Tra l’ altro faccio presente che il 12 settembre 1980 alle 17,00 io ero gia’ a Roma.

– In mia presenza Volo non si e’ incontrato con Giorgio e Robertino. Avuta lettura del verbale, preciso che a Tre Fontane non fu mio marito a fare il nome di Valerio, ma questi a dire, parlando disse stesso “quando Fioravanti Valerio dice una cosa …” .

– relativamente all’ episodio del 23 giugno 1980, non ricordo se eravamo gia’ stati al mare o eravamo tornati a Palermo o meno. Non ricordo che quel giorno ci fosse un particolare motivo per cui dovessimo riprendere la bambina. In genere cio’ avveniva perche’ mia suocera aveva da fare il pomeriggio. In quel periodo a Palermo c’ era mia cognata.

Nei giorni immediatamente precedenti il 23 giugno io e mio marito eravamo certamente a Palermo; forse la bambina era, anzi anche la bambina era certamente a Palermo cosi’ come i miei suoceri.

 

Letto, confermato, sottoscritto.

 

Memoriale Francesco Pazienza 30.11.1982

a) Rapporti con il Sig. Flavio Carboni
Il Sig. Carboni mi fu presentato casualmente dal dr Pompò dirigente del primo distretto di polizia all’inizio del 1981 nella sede dello stesso. Il Carboni si trovava colà per un rinnovo di passaporto mentre il sottoscritto vi era passato per salutare lo stesso dr. Pompò che mi stava aiutando a reperire una casa in affitto nel centro storico.
Il Sig. Carboni si mostrò immediatamente molto interessato al sottoscritto anche perché erano già usciti gli articoli su Panorama ed Espresso e concernenti il viaggio in USA dell’on. Piccoli. Il Carboni, inoltre, era a conoscenza del mio rapporto di consulenza con il Sig. Calvi.
Nelle settimane successive il Carboni mi contattò telefonicamente varie volte ivi compreso al residence in cui vivevo.
Una sera mi invitò a cena a casa sua in via Orti della Farnesina ove mi parlò a lungo del suo rapporto di associazione con Berlusconi in Sardegna. In tale occasione mi parlò di un suo amico che mi avrebbe potuto aiutare effettivamente a trovare un appartamento in centro perché possedeva un grosso patrimonio immobiliare. Il suddetto signore era Domenico Balducci. Ricordo che in quella serata fui invitato ripetutamente a fare uso di sostanze stupefacenti (cocaina) cosa che rifiutai categoricamente. Il Carboni, inoltre, si dilettava a riprendere gli invitati con una telecamera e video registratore. Ricordo di essermene andato intorno alle dodici. Nei giorni successivi mi fu presentato il Balducci in una specie di ufficio nei pressi di Corso Vittorio. Questi mi disse che mi avrebbe aiutato a reperire un appartamento nel centro storico.
Rividi molto sporadicamente il Carboni che si auto invitava a casa mia e passava direttamente a salutarmi.
Due o tre volte venne con il Balducci. Entrambi mi iniziarono a parlare di possibili investimenti in Sardegna che sarebbe stato interessante intraprendere con finanziamenti del Banco Ambrosiano. Tengo a precisare che di tali possibilità non feci mai nessun accenno al presidente del Banco. A metà giugno, dopo averne ripetutamente sentito parlare, mi recai a visitare con il Balducci e il Carboni un grande appezzamento di terreno vicino a Porto Rotondo. Tale appezzamento era di proprietà di una certa famiglia Tamponi. Il progetto del duo Carboni-Balducci era di poterlo comprare ad un prezzo per poterlo rivendere al doppio o triplo a Berlusconi. Naturalmente necessitava il solito finanziamento dell’Ambrosiano. L’affare era irrealizzabile anche perché il processo Calvi era in pieno svolgimento. Durante questo periodo il duo Carboni-Balducci mi propose di comperare una villa di proprietà dello stesso Balducci per una somma di quattrocento milioni. Mi fu anzi detto che se l’affare Tamponi fosse andato in porto la villa mi sarebbe stata offerta. Per allettarmi mi fu anzi prestata la villa per due week end durante questo periodo.
Il Carboni fu da me rivisto entro il mese di luglio solamente una volta. Avendo egli diverse imbarcazioni gli chiesi se era in grado di farmene affittare una per il mese di agosto. Egli si presentò un giorno con il Balducci ed un certo Sig. Merluzzi che si spacciava come consulente del cantiere Canados di Ostia. Dopo questa volta il Carboni fu rivisto solamente a Porto Rotondo ove si presentava senza essere invitato alle porte di Villa Monasterio.

b) Rapporti con il Balducci
Gli unici rapporti separati con il Balducci si sono verificati quando questi mi disse di necessitare il mio aiuto per due operazioni:
a) Finanziamento di un albergo-casino a Rio de Janeiro.
b) Aiuto per un suo “amico” il Comm. Costantini, onde esportare legname brasiliano verso gli Stati Uniti.
Trovandomi in Sud America incontravo il Balducci a Rio nella prima settimana di giugno. Insieme a lui si trovava il Comm. Costantini. La mia permanenza a Rio fu di due giorni. Mi resi conto che Balducci parlava di cose irrealizzabili e rientrai immediatamente in Europa. Ricordo anzi che incontrai per caso a Rio il giornalista Bongiorno che rimase con me tutto il tempo della permanenza in questa città. Durante una pausa delle discussioni con una società locale (di cui includo fotocopia del biglietto da visita) il Comm. Costantini mi mise sull’avviso nei riguardi del Balducci tanto da definirlo un pericolosissimo ricattatore. Al mio stupore sul motivo, dunque, della sua permanenza a fianco del medesimo questi mi rispose evasivamente dicendomi di essere obbligato a farlo. Altro personaggio presentatomi dal Balducci, una volta di passaggio da Losanna, fu il Sig. Ravello. Anche questo personaggio propose alcune operazioni da fare con l’Ambrosiano. Successivamente il Calvi mi disse che costui aveva effettuato operazioni “in nero” con diversi operatori italiani a cui non aveva corrisposto il dovuto in Svizzera. Era quindi da evitare accuratamente. I miei rapporti con il Balducci finiscono alla metà di luglio dopo che il Carboni me lo portò con il Merluzzi per il problema dell’affitto della barca.

c) Vacanza in Sardegna
La Villa Monasterio fu reperita dal Dr. Sergio Cusani collaboratore del Dr. Cabassi. Non fu corrisposto nessun canone di affitto per tale villa ed anzi lo stesso Dr. Cusani trascorse un periodo di vacanze con il sottoscritto, la Sig.na De Laurentiis e i coniugi Calvi. Tutte le spese di vitto furono sostenute dal sottoscritto ivi comprese quelle di sicurezza (Flashpol) e di personale Hotel San Marco.
Il Carboni era solito presentarsi all’ingresso della Villa senza essere annunciato. Un giorno riuscì ad ottenere un appuntamento per conoscere Calvi. Tale appuntamento fu fatto all’isola di Budelli. Il Carboni vi arrivò con una barca di ventidue metri e molte persone. Calvi trasbordò su questa barca per circa mezzora. Tra gli altri vi erano il Prof. Binetti; l’On. Pisanu ed un ambasciatore o diplomatico venezuelano. Il Carboni si invitò per cena a Villa Monasterio non ricordo se per la stessa sera o per la successiva.
Durante la cena il Carboni parlò allusivamente dei suoi stretti rapporti con Scalfari-Caracciolo, con certi settori del Vaticano e con il Ministero del Tesoro. La cena terminò con scambi di numeri telefonici da parte di Calvi e Carboni. Durante la vacanza mi pare che il Carboni venne solo un’altra volta per salutare il Pres. Calvi.
Durante questa vacanza fu da me invitato durante una giornata anche il Gen. Santovito. Questi ha una villetta a Stintino. Egli venne con la sua signora. Si trascorse la giornata in motoscafo e fece ritorno la sera a Stintino.