Su Sindona e sull’iniziativa privata

(…) Sindona non è “un finanziere spregiudicato”, che fa politica spregiudicatamente; è semmai un finanziere-politico, è il motore finanziario di un’operazione che è, insieme, economica e politica, e a momenti persino “ideologica”. Insomma il Sindona che , per difendersi, si vanta con gli americani di aver fatto tutto ciò che ha fatto per “salvare l’iniziativa privata” non è un millantatore. E’ uno che ha misurato con la propria esperienza quanto l’esclusivo e sfrenato assalto dell'”iniziativa privata” alla società storicamente determinata che in Italia è uscita dagli eventi 1943-45,  e si è organizzata in repubblica, sia antistorico e illecito. E perciò, naturalmente, ha scelto, in Italia, l’anti-Stato, e l’anti-storia: il potere occulto e la restaurazione. Lo confermerà John McCaffery, il suo complice e amico, scrivendo quel famoso affidavit, indirizzato alle autorità degli Stati Uniti per scongiurare l’estradizione di Sindona in Italia: un documento che sarebbe sbagliato leggere come l’allucinato messaggio di una mente ossessionata dall’anticomunismo. McCaffery non è un malato, che scambia una dichiarazione giurata con un capitolo di storia. Eppure nel suo affidavit, composto di 26 capoversi numerati, si può leggere:
“E’ un dato di fatto storico che il vero collasso dell’economia italiana ha inizio dall’enorme scandalo creato intorno al nome di Sindona e dal collasso provocato della fortezza finanziaria dell’impresa privata che egli aveva costruito”.
E anche: “Quando lo conobbi per la prima volta durante la guerra, La Malfa era l’elemento essenziale, la guida del Partito d’Azione. Il Partito d’Azione era un’organizzazione di sinistra. Le attività parlamentari dei suoi membri, sia nel partito originario sia nei suoi successori, dimostrano la parte che essi hanno avuto nel condurre l’Italia alla sua attuale situazione. Anche se pochi di numero, essi erano fortemente appoggiati. In un parlamento post-bellico, che presto si divise equamente – non fra Destra e Sinistra, ma fra Centro e Sinistra – la loro influenza si tradusse in decisioni dannose per le politiche occidentali e la libera iniziativa in Italia”.
La conclusione è nota: ha ragione Edgardo Sogno, altro “perseguitato” dai comunisti, ad opporsi a questo stato di cose anche se per questo fine ha “parlato con membri della polizia e delle forze armate sul penoso stato del paese e della direzione che stava prendendo”. Anzi, aggiunge McCaffery, “qualunque persona responsabile e patriottica che ne avesse l’occasione lo farebbe. Michele Sindona l’aveva certamente fatto, perché io stesso sono stato presente ad una occasione del genere in un albergo di Roma”. In altre parole: il processo va fatto alla storia degli italiani, a chi li dirige e li ha diretti; e per riportare in Italia il dominio dell'”iniziativa privata” senza i condizionamenti imposti dalla Costituzione repubblicana bisogna ricorrere a tutti i mezzi, ivi inclusa l’eversione. Non occorrono ulteriori dimostrazioni che ogni separazione tra “affarismo” e “finalità politiche”, a proposito della loggia P2, è arbitraria e fuorviante. Semmai, può essere accaduto che le malefatte di Sindona, essendo state scoperte prima del “bubbone” P2, abbiano fatto pensare a uno scandalo finanziario, a cui la loggia di Gelli desse una copertura. In realtà è vero il contrario: l’affare Sindona, come più tardi l’affare Calvi, sono soltanto episodi, risvolti finanziari della manovra a cui era finalizzata l’organizzazione segreta di Licio Gelli. Ossia: per distruggere il “primato della politica”, affermato nell’ordinamento repubblicano come suprema espressione dell’interesse pubblico e generale sugli interessi particolari, Sindona, Gelli, Ortolani hanno bisogno di “riprivatizzare” la politica, con il solo mezzo possibile: “comprarla”. Il “piano di rinascita democratica” di Licio Gelli si regge su un disegno di fondo: comprare, comprare pezzi di partito, o partiti interi, comprare sindacati, comprare ancora prima l’opinione pubblica comprando giornali, radio e televisioni private. Non è soltanto follia di megalomani. “Il suo obiettivo – ha scritto Cornwell di Sindona – era la creazione del maggiore gruppo finanziario, non solo d’Italia, ma d’Europa” e ci ha ricordato che col primo passo era riuscito a far sedere Roberto Calvi accanto a Evelyn de Rothschild e a Jocelyn Hambro, nel consiglio di amministrazione della Centrale. Si può restare increduli e sconcertati, ma le dimensioni del disegno erano queste, non altre. Si capisce che Sindona, Gelli, Ortolani e in genere il gruppo consapevole di direzione della loggia P2 intendesse “fermare il sole” alla stagione di Nixon, stabilizzare la sua “era”, farla durare indefinitivamente.

Estratto da “Storia della P2”, di Alberto Cecchi

Francesco Pazienza – “Senza nemmeno una perizia contabile”

(…) il cosiddetto crack del Banco Ambrosiano fu causato, secondo gli atti giudiziari italiani, dall’indebitamento delle sue filiali estere. Ma dei documenti della magistratura, nelle centinaia di migliaia di pagine che sono state scritte nel corso dei due processi di Milano, non esiste il documento più importante e decisivo per provare questa affermazione, e cioè la perizia generale contabile. Questo era il documento-chiave, l’unico che poteva quantificare l’entità del buco, dell’esposizione delle filiali estere del Banco, e quindi dimostrare se il crack esisteva veramente e aveva davvero una dimensione “gigantesca”. Molti non lo sanno, molti fingono di dimenticarlo, ma la mancanza della perizia generale contabile non era e non è dovuta allo smarrimento, alla scomparsa, alla distruzione di tale documento, ma al fatto che la magistratura non aveva richiesto un simile e importantissimo atto.
Si è trattato di un caso più unico che raro: al fallimento del Banco non è seguita una perizia contabile, quella perizia che viene disposta ed esperita, come un fatto ovvio e di routine, anche nel fallimento di un salumaio, di un negozio di calzature, di una fabbrichetta della Brianza. In sostanza, la perizia contabile è l’equivalente dell’autopsia sul cadavere di una persona morta in circostanze sospette. Così come l’autopsia , anche la perizia contabile serve ad accertare le cause del “decesso”, le origini, gli eventuali reati commessi, le modalità dell'”assassinio”, i tempi, il tipo di “arma”, gli eventuali tentativi messi in atto per accelerare o ritardare la morte. In parole povere, per i reati di tipo societario, la perizia contabile è una sorta di “conto della serva”, con l’elenco del dare e dell’avere. (…) L’osservazione fondamentale, che sta alla base di un procedimento giudiziario per fallimento, di qualunque tipo esso sia, è: se l’ammontare dei crediti e del valore del patrimonio è superiore all’ammontare dei debiti, è chiaro che probabilmente non ci si trova di fronte a un fallimento.

Il “conto della serva”
Nel caso del Banco, in assenza – misteriosa, sospetta, assurda, incredibile – di una perizia contabile disposta dalla magistratura, proviamo noi a fare il “conto della serva”. Cominciamo dalla fine: a quanto ammontava l’entità del crack? Siamo costretti ad affidarci alle notizie della stampa e alle sue fantasiose valutazioni: a seconda dei diversi organi di “informazione” italiani la voragine delle filiali estere del Banco sarebbe ammontata a mille, duemila, tremila miliardi. O forse più. Cifre sparate a casaccio e senza il minimo conforto di una prova o di una fonte attendibile. Il documento del Custom Service dunque era doppiamente importante, poiché permetteva anche di aprire per la prima volta uno squarcio di luce sulla vicenda: la valutazione dello “scoperto” veniva indicata in 450 milioni. La fonte di questo dato era seria, attendibile, autorevole: la Touche Ross & C. Anche in questo caso non si trattava di un circolo della caccia, ma di una società londinese talmente seria e affidabile che le autorità del Lussemburgo, dov’era domiciliata la Banco Ambrosiano Holding Company, con un decreto governativo  le avevano affidato l’amministrazione e la gestione del delicato caso.
A questo punto prendiamo carta e penna e cominciamo quel “conto della serva” che qualcun altro, al nostro posto, avrebbe avuto il dovere e il compito di effettuare. Dunque, secondo la Touche Ross, la voragine delle filiali estere del Banco ammontava a 450 milioni di dollari, l’equivalente di circa 540 miliardi di lire dell’epoca (un dollaro = 1200 lire). A questa cifra va sottratta la somma di 144 milioni di dollari, cioè il prezzo pagato dal gruppo giapponese Sumitomo per l’acquisto del Banco del Gottardo.
Il passivo a questo punto scende a 306 milioni di dollari (450 meno 144), che in lire  italiane rappresentavano circa 367 miliardi. Ma il calcolo non si ferma qui. Infatti, lo IOR, in un periodo immediatamente successivo all’incontro degli agenti federali coi giudici di Milano, avrebbe versato al Banco la somma di circa 300 miliardi di lire con la formula “Contribuzione volontaria e umanitaria”, a dimostrazione del fatto che la fantasia all’interno del minuscolo Stato al di là del Tevere è grande quanto la sua indiscussa potenza.
Dunque, 367 miliardi di lire meno 300, fa 67 miliardi di lire, cioè 55 milioni di dollari. Questi conti, non tengono in considerazione quanto era contenuto nelle filiali estere sotto la voce “attivi”. Eccezion fatta per la Banca del Gottardo, che era stata classificata come una delle prime dieci banche svizzere. E la confederazione elvetica, quanto a banche, non è certamente il Tibet o il Ciad. Dunque, ai 55 milioni di dollari di buco occorre aggiungere ovviamente i recuperi crediti per centinaia di milioni di dollari da parte della Touche Ross, una somma che non possiamo esattamente conoscere  perché il rapporto, come vedremo nel prossimo capitolo, è segreto.
La domanda sorge spontanea: è una voragine questa? La risposta è: certamente no.

Estratto da “Il Disubbidiente”

Licio Gelli – dichiarazioni 17.02.1993

Io avevo in effetti conosciuto l’on.le Martelli a fine 1979 – inizi 1980, su presentazione del mio amico, dr. Fabrizio Trecca. L’on. Martelli venne a trovarmi alcune volte all’Hotel Excelsior a Roma e avemmo anche occasione di fare colazione una o due volte presso tale hotel. L’on. Martelli mi chiese qualche intervento sul “Corriere della Sera” affinché la posizione del giornale nei confronti del PSI fosse un po’ più favorevole. Egli mi disse che aveva già chiesto ciò sia ad Angelo Rizzoli sia a Tassan Din, che lui conosceva, ma non aveva ottenuto i risultati sperati. L’on. Martelli mi parlò poi – credo fosse la primavera del 1980, se ben ricordo – della situazione finanziaria, assai pensante, del PSI, che era esposto particolarmente nei confronti del Banco Ambrosiano. L’on. Martelli era preoccupato a causa dei continui solleciti del Banco Ambrosiano al partito perché rientrasse della esposizione debitoria. Mi chiese così di interessarmi della questione, sapendo che io avevo ottimi rapporti con Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano. Io promisi l’interessamento ed infatti ne parlai con Calvi, il quale mi confermò che l’esposizione debitoria del PSI era rilevante e per di più non era sufficientemente garantita.
Calvi si disse in difficoltà per questa situazione, però mi spiegò che forse si poteva trovare una soluzione. Disse in particolare che a quell’epoca i vertici dell’ENI erano socialisti e che si poteva trovare una via per risolvere i problemi finanziari del partito. Osservò che l’ENI manovrava all’estero una grande quantità di denaro – si parlava di migliaia di miliardi – e che tale ente avrebbe potuto effettuare dei depositi a società del gruppo Ambrosiano. Tali società avrebbero potuto corrispondere interessi inferiori a quelli dovuti e la differenza sarebbe stata trattenuta e destinata da Calvi a favore del PSI. Questa fu l’idea espostami da Calvi, e io, in base alle sue dichiarazioni, pensai che il gruppo Ambrosiano non dovesse rimetterci dei soldi e che, invece, potesse ricevere dei finanziamenti e contemporaneamente trovare un modo per avere dei rientri sulla situazione debitoria del PSI. Nella prospettazione di Calvi, a rimetterci sarebbe stato il gruppo ENI, che avrebbe percepito interessi inferiori rispetto a quelli normali. Calvi mi disse che era interessato ad avere una sorta di procura dell’ENI, per alcuni paesi esteri dove c’erano grossi interessi dell’ENI; egli si riferì in particolar modo al Canada. Si riprometteva di potersi occupare degli affari bancari dell’ENI e contemporaneamente di poter fare gli interessi del Banco Ambrosiano. In una tale prospettiva, egli sarebbe stato disposto a riconoscere dei benefici al PSI, sempre in funzione dell’obiettivo  di ripianare la situazione debitoria del partito verso il Banco Ambrosiano.
Sulla base delle proposte di Calvi, io riferii all’on. Martelli, e concordammo di vederci anche con l’on. Bettino Craxi, segretario del PSI. L’incontro si tenne nella casa romana dell’on. Martelli, che mi sembra fosse situata in via Giulia. Io ci andai accompagnato dal dr. Trecca e con l’auto di costui. Era una giornata assai piovosa e ricordo un particolare curioso. Io suonai lungamente, e bussai anche con le mani, alla porta dell’on. Martelli, che era al primo piano, ma nessuno venne ad aprire. Insistetti, poiché dalla fessura della porta filtrava la luce accesa. A un certo punto sopraggiunse l’on. Bettino Craxi, e gli esposi la situazione; anche lui provò a bussare, ma senza risultato. Si decise allora di mandare il dr. Trecca presso la sua auto, provvista di telefono, affinché telefonasse all’appartamento dell’on. Martelli. Fu così che riuscimmo ad entrare e l’on. Martelli si scusò perché si era addormentato. Io feci il punto sulle proposte che mi aveva fatto Calvi; l’on. Craxi e l’on. Martelli mi dissero che il fabbisogno del partito, per le sue esposizioni bancarie ammontava a circa 21 milioni di dollari, e che questa era la somma per la quale chiedevano l’intervento di Calvi. Dissero che avrebbero parlato delle proposte di Calvi al vertice dell’ENI e in particolare al vice presidente Leonardo Di Donna. Dopo pochi giorni seppi dall’on. Martelli che le proposte di Calvi potevano essere realizzate. Devo dire che in quell’epoca fra gli iscritti alla mia loggia P2 c’era Leonardo Di Donna, che fra l’altro da tempo aspirava a diventare presidente dell’ENI. Della mia loggia P2 facevano parte anche Fabrizio Trecca e Giorgio Mazzanti, già presidente dell’ENI. Non vi facevano, invece, parte l’on. Martelli e neppure l’on. Craxi, che io in effetti speravo di riuscire ad iscrivere. (…) La cosa però rimase nei miei intendimenti e io non ebbi il tempo di cercare di realizzarla, giacché, come noto, nel marzo 1981 scoppiò la vicenda P2. Proprio perché avevo contatti con Di Donna, seppi anche da lui che era stato informato delle proposte di Calvi. Di Donna mi confermò la sua disponibilità e mi disse che il gruppo ENI avrebbe fatto un deposito di 50 o di 75 miliardi di lire, non ricordo bene, al gruppo Ambrosiano. Mi parò anche di un deposito che la Tradinvest di Nassau, del gruppo ENI, avrebbe fatto al Banco Ambrosiano Andino per circa 50 milioni di dollari.
Di Donna disse che poteva accontentare Calvi anche per la procura dell’ENI a suo favore con riferimento al Canada. Io riferii a Calvi sia quanto avevo appreso dall’on. Martelli sia, soprattutto, quanto avevo appreso dal Di Donna. In prosieguo – non passò molto tempo – Calvi mi disse che il gruppo ENI aveva fatto un primo deposito attraverso il dr. Fiorini, che si occupava della finanza estera dell’ENI. Calvi aggiunse che aveva bisogno di conoscere un conto sul quale far pervenire 3,5 milioni di dollari a favore del PSI. Calvi mi disse che il versamento dei 3,5 milioni di dollari doveva avvenire sull’estero ed aggiunse di raccomandare che poi la cifra fosse rapidamente utilizzata per ridurre l’esposizione debitoria del PSI nei confronti del Banco Ambrosiano. Io riferii all’on. Martelli l’esigenza di avere un numero di conto sul quale fare l’accredito. Dopo qualche giorno, l’on. Martelli venne all’Hotel Excelsior e mi consegnò una busta intestata Camera dei Deputati. Adesso io non ricordo se davanti a me l’on. Martelli scrisse sulla busta il numero e la sigla del conto, Protezione, nonché l’indicazione della banca che era l’UBS. E’ possibile che invece tali indicazioni  fossero scritte su un bigliettino contenuto nella busta ed è anche possibile che tutto fosse già predisposto e che l’on. Martelli si limitò a consegnarmelo. Prendo atto che nel mio dattiloscritto sopra riportato e nella lettera di accompagnamento io avevo evidenziato che le annotazioni furono fatte dall’on. Martelli innanzi a me. Evidentemente all’epoca questi erano i miei ricordi e d’altro canto io inviai la lettera e il testo all’on. Martelli proprio per avere l’indicazione di eventuali inesattezze. Oggi, anche per il tanto tempo trascorso, non ricordo bene questo particolare. Sta di fatto che certamente fu l’on. Martelli che mi diede le indicazioni sul conto sul quale fare l’accredito. Potrà egli stesso, cosa che non fece a suo tempo perché non ricontrò la lettera, essere preciso nei particolari al riguardo.
Io trasmisi le indicazioni datemi dall’on. Martelli a Calvi, affinché provvedesse all’accredito e seppi poi da Calvi che l’accredito era in effetti avvenuto. Io poi mi annotai su un foglio dattiloscritto i vari dati relativi alle operazioni in corso di attuazione. Tale foglio venne poi rinvenuto in occasione del sequestro a Castiglion Fibocchi, unitamente alle annotazioni datemi dall’on. Martelli ed anche il testo della procura che Di Donna aveva fatto a Calvi, come incaricato dell’ENI presso il Canada. Io dovetti raccogliere le lamentele di Calvi, che si dolse con me del fatto che, nonostante l’avvenuto accredito all’estero, lo scoperto del PSI nei confronti del Banco Ambrosiano non era stato poi ridotto. Io riferii tutto ciò all’on. Martelli, il quale mi confermò la ricezione dell’accredito e il fatto che in realtà il partito non aveva potuto ridurre lo scoperto nei confronti del Banco Ambrosiano, a causa di esigenze più urgenti. L’on. Martelli aggiunse che era necessario un secondo versamento di pari importo, una sorta di anticipazione della seconda rata del programma globale concordato. Tale programma come ho detto prevedeva l’erogazione a favore del partito di circa 21 milioni di dollari in più tranches, da corrispondere in concomitanza con i depositi che il gruppo ENI doveva effettuare a favore del gruppo Ambrosiano. L’on. Martelli mi disse che, se avessero ricevuto un secondo accredito di 3,5 milioni di dollari, la metà sarebbe stata sicuramente versata a decurtazione dello scoperto del PSI a favore del Banco Ambrosiano. Riportai queste richieste a Calvi che rispose picche. Devo dire che dell’intera vicenda era informato fin dall’inizio Umberto Ortolani, comune amico mio e di Calvi. L’Ortolani aveva avuto così ampia occasione di essere messo al corrente di tutto sia da me sia da Calvi. Io credo di aver richiesto un suo particolare intervento quando Calvi si irrigidì. E in realtà Ortolani verso la fine dell’anno mi disse che Calvi si era convinto a fare un secondo versamento di 3,5 milioni di dollari, aggiungendo che però dovevano essere rispettati gli impegni di decurtazione sullo scoperto del PSI. Seppi, ancora in prosieguo, dall’on. Martelli che in effetti anche il secondo accredito era stato effettuato. Devo dire che di tutti questi sviluppi Leonardo Di Donna era messo al corrente, anche perché c’erano rapporti con me ed egli era d’altronde in contatto con l’on. Craxi. Credo che abbia anche saputo che gli accrediti vennero fatti sul conto Protezione presso UBS. Dopo lo scoppio della vicenda P2 io non ebbi occasione di parlare né direttamente, né per telefono con l’on. Martelli. Prendo atto che mi si domanda se io abbia mai saputo a chi fosse specificamente intestato il conto Protezione presso UBS. Io non lo ho mai saputo, anche perché ritenevo il particolare di scarsa rilevanza e non mi interessava. Sapevo che si trattava di un conto nella disponibilità dell’on. Martelli o dell’on. Craxi e comunque del PSI proprio per le circostanze che ho innanzi riferito. Mi risultava quindi del tutto trascurabile la questione della effettiva intestazione del conto. Prendo atto che mi viene richiesto se io abbia mai conosciuto Silvano Larini ed altresì sa abbia mai conosciuto Gianfranco Troielli e Ferdinando Mach di Palmstein. Non ho mai avuto alcun rapporto con tali persone né le ho mai conosciute.

Sull’iscrizione di Aldo Semerari alla Loggia P2

(…) Anche l’operazione Terrore sui treni accosta Semerari alla P2. Il promotore è Licio Gelli, gli esecutori sono tutti piduisti: il generale Santovito, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza, il “faccendiere e avventuriero” che sarebbe stato mandato dall’America per avvicendare Gelli e che affermerà di aver conosciuto Semerari solo per aver sostenuto con lui gli esami di Antropologia criminale e Medicina legale durante il corso di Laurea.
Infine, sulla questione se il professore nero sia stato o no iscritto alla P2, ci sono le dichiarazioni di suo fratello Carlo e quelle del Venerabile.
Il primo dichiarerà in udienza nel 1988: “Ricordo ancora che mio fratello era iscritto al Grande Oriente d’Italia da molti anni. Vi fu poi il suo passaggio alla loggia massonica P2, ma non posso collocarlo nel tempo”. Il secondo, parlando di Semerari, racconta che gli viene presentato perché è uno stimato professore. Ricorda un colloquio e poi l’iniziazione, ma dichiara di non essere stato in rapporti stretti con lui: “Lessi della sua morte aprendo il giornale. Me lo ricordo bene perché nell’articolo si facevano accostamenti  con la P2. In realtà (…) io l’avevo incontrato solo due volte. Avevo letto il suo curriculum, sapevo che era un professore universitario, uno psichiatra piuttosto noto: tutti elementi che erano stati ritenuti sufficienti per dare via libera alla sua iscrizione alla P2”.
Il suo placet c’è stato, quindi. Molti anni dopo, è il 2011, Gelli concede un’intervista al settimanale Oggi. Si dilunga su vari temi, dice le sue verità con linguaggio allusivo e trasversale, come ai vecchi tempi. “Ha mai conosciuto Aldo Semerari?” gli chiede la giornalista Raffaella Fanelli.
Stavolta il Venerabile risponde senza lasciare margini alle interpretazioni: “Certo, un criminologo molto apprezzato in quegli anni”. Poi, secco e senza giri di parole, aggiunge: “Era iscritto alla P2”.

Corrado De Rosa, “La mente nera”

Memoriale di Bruno Tassan Din alla Commissione P2 – 12.08.1983

Illustrissimo Signor Presidente, ho appreso, oggi dalla radio, che ella è stata riconfermata Presidente della Commissione di indagine parlamentare sulla P2 e che la Commissione è stata ricostituita.
Mi rivolgo a Lei e alla Commissione, oggi 12 agosto 1983 dopo circa due anni e mezzo da quando il 6 gennaio 1981 io sono venuto a deporre in una lunga notte davanti a Lei e alla Commissione, cui avevo fatto pervenire una lettera e relativa documentazione di denuncia contro i tentativi di ingerenza del Gelli e l’Ortolani sul gruppo editoriale  di cui allora avevo la responsabilità. Come credo ricorderà nel corso della deposizione, dopo aver esposto le minacce cui ero stato sottoposto (“sarai stritolato”) avevo detto a Lei e agli altri onorevoli membri che (…) mi affidavo a loro.
(…) io le scrivo da una cella (reparto ROI “osservazione interna”) del carcere di Piacenza dove sono da circa 72 giorni. Sono rimasto in isolamento completo per 30 giorni. Dopo 54 giorni sono uscito per la prima volta a prendere mezz’ora d’aria. Mi trovo nella cella che fu dei Vallanzasca e dei più pericolosi banditi. Sono in un reparto di sei celle dove vengono tenuti coloro che sono in punizione. Cioè quelli che in carcere tentano di uccidersi, fanno lo sciopero della fame, sono violenti con gli altri, cioè quelli che arrivano al limite estremo della disperazione (non so come chiamarla) dell’uomo. E le loro urla o i loro dialoghi penetrano nelle mie orecchie e nel mio cervello da 72 giorni di giorno e notte. E’ la terza volta nel giro di dodici mesi che sono stato incarcerato per una serie di accuse che iniziarono nell’aprile 1982 (…).
Mi rivolgo a Lei ancora una volta  perché credo che lei sia spinta dall’intento primario di giungere alla verità in tutta la vicenda che state indagando (e spero di non essere accusato ancora una volta di voler distorcere i lavori della Commissione) e perché sono convinto che l’aspetto politico di queste vicende deve essere ancora svelato e perché l’analisi impressionante dei fatti e la loro successione  nel corso di questo periodo deve avere per quanto mi riguarda anche delle responsabilità politiche, se no paiono inspiegabili.
Non voglio assumere la figura del perseguitato, ma è certo che in uno Stato di diritto, tutto quanto mi è capitato assume un aspetto impressionante in particolare per il fatto che due anni e mezzo fa io avevo denunciato al Parlamento queste previsioni di minacce.
Vorrei quindi ripartire questa mia memoria, in due parti:
La prima riguarda il periodo che va fino all’aprile 1981 e vuol esporre in aggiunta a quanto ho già fatto presente nelle mie deposizioni presso di voi e anche integrando in parte gli interrogatori dei diversi magistrati delle Procure e dei Tribunali di Milano, Roma e Perugia, quanto io so per diretta conoscenza o perché mi è stato riferito dallo stesso Gelli, dall’Ortolani, dal Rizzoli sui rapporti politici tra il Gelli (o la P2) e i vari partiti e uomini politici. Cioè vorrei esporre quanto io so sull’aspetto politico sulle connessioni di Gelli e di Ortolani e sui quali in Commissione ho sempre taciuto.
La seconda parte riguarda il periodo che va dall’aprile 1981 a oggi agosto 1983 ed elenca i fatti che sono accaduti e sottopone la loro impressionante successione perché coincidenze e situazioni anch’esse assumono o possono assumere una rilevanza politica importante.

1° = Connessioni politiche di Gelli e Ortolani (fatti o rapporti a mia conoscenza nel periodo 1976-1981).
Premetto che io non conosco né il progetto (se c’era) politico di Gelli e Ortolani, né tutta la rete di rapporti politici degli stessi. Il mio rapporto con loro riguardava problemi relativi al mio gruppo. Posso solo riferire quello che mi hanno detto o sono venuto casualmente a conoscere sui rapporti che tutti e due o singolarmente avevano con partiti e uomini politici e che mi pare finora siano solo in parte stati analizzati e chiariti. Tali rapporti, come d’altronde è naturale, hanno subito evoluzioni nel corso del periodo considerato. Io posso solo riferire quanto onestamente ricordo, con la sola intenzione di contribuire alla verità e senza alcuna mira di carattere politico. L’altro punto da sottolineare era che Gelli tendeva a millantare amicizie o collegamenti, molte volte invece dell’uomo politico interessato contattava il suo segretario. Quindi cercherò di riferire solo le situazioni di cui sono certo o quando vi sono dubbi di evidenziarli. Cercherò di ricostruire i miei ricordi nei vari periodi del nostro rapporto con Gelli. Posso dire in estrema sintesi che Gelli, a mia conoscenza, ha avuto rapporti con uomini politici della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista, del Partito Repubblicano, del Partito Social-Democratico. Non sono direttamente al corrente di rapporti con uomini politici del Partito Liberale, del Movimento Sociale. Mentre per il Partito Comunista, con me, è sempre stato molto netto nel considerarlo il suo più importante nemico, ma Ortolani invece mi diceva che aveva dei rapporti con alcuni esponenti, senza mai indicarmi il nome.
Ortolani invece a mia conoscenza aveva rapporti con uomini della Democrazia Cristiana, mentre per il Partito Socialista so solo di pochissimi contatti. I rapporti di Ortolani erano più ramificati con personaggi della burocrazia statale e delle aziende a partecipazione statale. Riepilogo qui di seguito ripartiti per partito i contatti di cui io sono stato al corrente. Di molti potrete verificare con Rizzoli oltre che con gli interessati:

Democrazia Cristiana
In questo partito i collegamenti di Gelli erano tenuti con quasi tutte le correnti e variavano nel tempo a seconda delle alleanze e delle posizioni che ciascun personaggio assumeva nelle istituzioni statali o governative. Quindi non so dire quale sia stato il suo grado di influenza specifica e di durata nel tempo e per ciascuno. Posso ad ogni modo riassumere quanto segue per quanto riguarda personaggi che come esposto negli interrogatori alla magistratura hanno avuto contatti con noi.

Leone (Presidente della Repubblica)
Non sono al corrente di un suo rapporto diretto. Lui controllava (come diceva) il segretario generale della presidenza dell’epoca e altri funzionari.

Fanfani
Diceva di conoscerlo e di frequentarlo, cenando con lui e con la moglie (mi ha accennato a diverse colazioni nel corso del periodo). Aveva rapporti strettissimi con Cresci (Rizzoli era amico di Cresci e di Gervaso anche perché li sapeva amici di Gelli), che era il factotum di Fanfani. Per quanto mi riguarda direttamente ricordo che per l’affare Sipra Gelli mi parlò offrendomi un suo interessamento presso Cresci e presso Pasquarelli. Pasquarelli sicuramente andò diversamente volte da Gelli al momento della conclusione dell’affare Sipra. Conoscevo questo perché un giorno Pasquarelli venne da me in via Abruzzi, preavvisato da una telefonata di Gelli.

Bisaglia
Diceva di avere un rapporto diretto con quello che chiamava Toni. Io non lo so se era vero o no. Posso dire che molto spesso telefonava dall’albergo a, lui diceva, Bisaglia, ma forse era millantato credito e telefonava solo al segretario. So che Bisaglia intratteneva rapporti molto cordiali con Calvi. Così mi diceva anche il Gelli. Da parte mia i rapporti con Bisaglia li tenevo direttamente e l’ho conosciuto prima di conoscere Gelli. Non c’è mai stata connessione per quanto mi riguarda. Ricordo che passava per questo uomo politico da un amore sviscerato a contrasti. Alcune volte, ma molto blandamente, mi ha chiesto di supportarlo.

Piccoli
Non ho mai avuto rapporti attraverso Gelli, ma sempre diretti. Gelli ogni tanto parlava di lui e chiese a me e Rizzoli il nostro accordo, di cui era a conoscenza, e che gli dovemmo consegnare al momento dello studio della capitalizzazione. Piccoli intratteneva rapporti con Battista uomo di Ortolani, di cui era amico da 30 anni. So che una volta fummo informati che Ortolani, attraverso Battista, aveva detto a Piccoli che controllava il gruppo. Fummo costretti io e Rizzoli ad andare da Piccoli, per smentire direttamente queste affermazioni. Allora Piccoli era segretario della DC.

Donat Cattin
Io e Rizzoli incontrammo Gelli nello studio di Donat Cattin, che era ministro dell’Industria. Era stato accompagnato da un certo Giasoli (ndt dovrebbe trattarsi di Ilio Giasoli), uomo di fiducia di Donat Cattin e grande amico di Gelli. nessun altro tipo di rapporto, se non di aiutare mi pare il figlio. Cosa che facemmo.

Cossiga
Quando era Presidente del Consiglio, Gelli si diceva molto vicino allo stesso, con cui usciva qualche volta a cena o colazione. Così diceva. Per certo era amico di Zanda-Loy, che era il capo gabinetto o capo ufficio stampa di Cossiga. Fu in quel periodo che Gelli ci mostrò, come il risultato di un suo interessamento, l’ottenimento di un nulla osta o di un’autorizzazione per l’emissione di francobolli da parte dell’Ordine di Malta. Confesso che è un problema che non ho seguito. So che Rizzoli, venne interpellato direttamente dal Cossiga. So che era un affare di cui non so descriverne i termini precisi, ma lo ritenevano molto importante ed era di interesse dell’Ordine di Malta e di Ortolani, per il quale il Gelli molte volte mi disse che era divenuto ambasciatore dello stesso ordine per merito suo.

Forlani
Diceva di essere suo amico. Non ho mai avuto modo di constatarlo direttamente, anzi nei nostri riguardi Forlani non aveva mai atteggiamenti favorevoli. Era amico del capo di gabinetto di Forlani, che diceva di controllare. Nell’ambito della corrente per certo diceva di avere il controllo di Badioli, che era il capo dell’Iccrea. Ciò diceva anche Ortolani che mi aveva detto di aver combinato una interessante operazione tra Badioli e Genghini per l’acquisto di una banca mi pare in Canada. Di certo anche che Badioli fece a me e a Rizzoli, nel corso di un incontro preciso riferimento agli “amici” ed ad una operazione per cui avrebbero dovuto mettere a disposizione diverse decine di miliardi del gruppo. Io so che nei miei contatti con Badioli non ho mai avuto vantaggi e anzi consideravo il personaggio persona modesta e di assoluta mancanza di correttezza nelle iniziative.

Andreotti
Ne parlava con grande stima. Diceva di vederlo qualche volta nel suo ufficio in piazza Montecitorio. Non mi ha mai detto niente che lo riguardasse. Io Andreotti lo trattavo direttamente senza alcuna connessione con Gelli, di cui credo di non avere mai parlato.

Per quanto riguarda direttamente altri rapporti vi può essere utile il dottor G. Rossi, nostro collaboratore per le relazioni esterne, che Gelli qualche volta chiamava per contatti o favori che chiedeva per certi personaggi politici di minor conto. Io non lo seguivo nemmeno, perché non consideravo importante questi questi piccoli servizi che il Rossi faceva per il Gelli. Ed anzi mi serviva per distoglierlo dall’interesse sul nostro gruppo, da cui volevo stesse lontano.

Partito Socialista
Il rapporto con questo partito da parte di Gelli si divideva in due tempi a mia conoscenza. Un primo periodo va fino al 1979 e il Gelli è vicino a certi uomini politici e contrario a Craxi e alla sua corrente. Dopo il 1979 fino al 1981 Gelli è favorevole a Craxi e ai suoi collaboratori. Posso riferire quanto segue.

Mancini G.
Io conobbi Mancini a casa sua invitato da Gelli e Cosentino, insieme a Rizzoli. Cioè Gelli e Mancini si conoscevano e Gelli ci presentò per far vedere che ci conosceva. Non ci chiese però mai nulla suo favore.

Nisticò
Gelli mi chiese una volta di dare 50 miloni mi pare e questo personaggio, che io non ho mai visto. Lasciai eseguire a Cereda questo incarico. Gelli mi disse per migliorare i rapporti del Gruppo con il Partito. Era un finanziamento perché questo signore aveva dei problemi.

Signorile
Gelli diceva di sostenerlo molto. Ma non so altro, se non che aveva rapporti con Battista ed Ortolani. Non lo conosco.

Mariotti
Gelli era molto amico di questo personaggio e mi costrinse praticamente a prenderlo come consulente per una trattativa relativa ad una rete televisiva con un certo Marcucci. Non l’ho mai visto, ma solo sentito due volte per telefono per questa consulenza.

Craxi
Gelli fino al 1979 aveva una avversione per questo uomo politico che dopo tramutò in apprezzamento, tanto che che mi diceva che bisogna sostenerlo. Non so i motivi del cambiamento. So che mi diceva di averlo visto due o tre volte.

Formica
Gelli lo vedeva spesso a colazione all’Excelsior negli ultimi due anni (così almeno lui mi diceva: infatti almeno 3 volte mi disse è uscito ora il ministro Formica). Ciò avveniva sempre dopo il 1979. Per questo fatto potete fare riferimento al Dr. Campironi, che ne era perfettamente al corrente. Mi disse anche che cercava di riparare ai guasti fatti dall’Ortolani nei rapporti con Formica.

Martelli
Gelli mi chiese due o tre volte di vederlo e di telefonargli. Cosa di cui non avevo bisogno perché lo conoscevo perfettamente. So che lo frequentava e che vi era stato portato e supportato da Trecca, amico di Martelli e di Gelli. Gelli nell’ultimo periodo mi rimproverò diverse volte la linea editoriale del Corriere nei rispetti dei socialisti e in particolare di Martelli (ricordo la questione del suo viaggio negli Stati Uniti) e mi ripeteva le stesse osservazioni che poi Martelli faceva direttamente a me e a Di Bella. Ortolani mi disse che da Ginevra Intercontinental Hotel dove Gelli era riparato in marzo, aprile, maggio 1981 aveva preavvisato telefonando a casa a Martelli che le situazioni riguardanti i conti all’estero delle ultime operazioni (io non sapevo di cosa si trattasse) era a posto. Basta controllare i telefoni e le telefonate della stanza di Gelli a questo Hotel in quel periodo per verificare.

Di Donna
Gelli insistette molto perché io lo vedessi. Lo chiamava Leonardo e diceva che dovevo aiutarlo per la faccenda Globo. Gelli mi aveva preannunciato per Globo una sua ipotesi che prevedeva una quota Di Donna, una quota Rizzoli e una quota Gelli e Ortolani. In ciò disse concordava con il Di Donna. Feci fare lo studio da Mucci e Iorio e discussi 4/5 volte con il Di Donna il Globo da un punto di vista del progetto editoriale (…). Poi lasciai andare perché consideravo non fattibile il progetto, anche se il Di Donna mi diceva che il valore del gruppo Eni (di cui parlava come se fosse suo) era enorme (…) e (in ciò era stato preannunciato da Gelli), un intervento dell’Eni per contribuire alla sistemazione del nostro gruppo di 100 miliardi non era un problema. In questa ottica ripeto lo vidi 4/5 volte a casa mia a Roma o al Grand Hotel. Gelli accennò a me e a Rizzoli diverse volte che aveva fatto combinare molti affari a Di Donna e Calvi. Senza però specificare i dettagli. Che ci precisò dolo a posteriori.

Manca
Mi fu portato a casa da Costanzo di cui era amico. Trecca mi disse che era vicino al Gelli ed era a disposizione per tutto quello che il gruppo avesse bisogno al ministero del commercio estero (mi pare che Manca fosse all’epoca ministro del commercio estero).

Aniasi
I rapporti sapevamo che esistevano da parte di Rossi, cui potete fare riferimento. Ricordo che chiedeva solo dei piccoli favori in occasione delle elezioni.

Partito Socialdemocratico
Longo
Gelli mi disse che qualunque cosa avessimo bisogno poteva intervenire su questo uomo politico. Cosa che non è una novità perché con Longo aveva rapporti diretti, di cui abbiamo già riferito alla magistratura.

Massari
Gelli lo considerava un suo adepto. Potete avere più dirette informazioni dal Rossi, perché io non ho mai avuto contatti.

Partito Repubblicano
Gelli non mi ha parlato di rapporti con questo partito, con i suoi rappresentanti.

Partito Liberale
Gelli non mi ha mai riferito di contatti con questo partito.

Partito Comunista
Gelli aveva nei discorsi che faceva con me solo profondo contrasto con questo partito e mi rimproverava le mie amicizie con alcuni suoi rappresentanti.

Altri personaggi o persone che Gelli diceva di conoscere oppure erano suoi amici non politici erano i seguenti industriali o banchieri o altre attività:
1) Editori
Berlusconi
Era molto suo amico e in diverse occasioni mi disse di fare degli accordi con lui sia nel settore della televisione che dell’editoria. Io conoscevo Berlusconi direttamente e questi in verità mi fece riferimento alla opportunità di un accordo nel quadro anche dei contatti che lui aveva con Gelli. Direi che non abbiamo mai fatto niente di concreto  nel periodo perché io diffidavo dello stesso proprio perché la raccomandazione mi veniva da Gelli.

D’Amato
E’ un direttore-editore di Roma. Anche egli era molto insistente e dovetti accettare come mi fosse presentato dal Gelli. Non feci mai niente con lui malgrado le insistenze.

Industriali o finanzieri
Bonomi Bolchini
Gelli diceva che era una sua grande amica, che aveva fatto l’accordo con Calvi nella sua stanza all’Excelsior e che lui la controllava.

Pesenti
Gelli diceva di controllarlo ed in effetti quando ebbi bisogno di un’anticipazione da una banca del Pesenti gli telefonai ed egli era pure perfettamente al corrente, perché fece riferimento proprio al Gelli per la concessione del prestito, che avvenne nel quadro di un accordo con Calvi. Mi diceva che l’accordo Pesenti-Calvi era l’ultimo affare che faceva e poi si ritirava a vita privata in Uruguay.

Erano persone che mi diceva potevano fare quello che lui voleva e presso i quali ho potuto constatare che gli erano vicini i seguenti banchieri:
Guidi Giovanni: A. delegato del Banco di Roma.
Ferrari: BNL. Questo era molto vicino anche ad Ortolani.
Bellei: Monte del Pegno di Bologna.
Cresti: Monte dei Paschi.

Lettera di Licio Gelli a Ronald Reagan del 05.12.1980

Signor Presidente,
nell’approssimarsi delle ricorrenze natalizie mi sono preso la libertà di offrirLe una copia della Sacra Bibbia, in lingua latina, illustrata da Salvador Dalì, facente parte della pregiatissima ed unica edizione stampata nel 1950 in soli 950 esemplari divenuti, oggi, introvabili.
L’immediatezza di due grandi eventi, – il Santo Natale ed il Suo insediamento alla suprema guida degli Stati Uniti d’America -, mi ha fatto ritenere che questa opera sia il mezzo più idoneo per presentarLe la sincera espressione della mia profonda stima e del mio più fervido augurio per le massime responsabilità che Ella è stata chiamata ad assolvere.
Mi permetto, con la circostanza, di consegnarLe anche una raccolta di servizi Stampa pubblicati, – per la maggior parte dietro mia indicazione -, in Italia, volti ad informare l’opinione pubblica italiana sulle Sue elevate doti di statista e sulle Sue indubbie capacità intellettuali e morali per ricondurre gli Stati Uniti d’America al livello della passata grandezza sulla scena mondiale.
La prego di accogliere, con i migliori auguri di Buon natale e di Felice Anno Nuovo, l’espressione del mio vivo e sincero saluto.