“Banca Franklin – Il caso è grave chiamate l’avvocato” – L’Espresso 19.05.1974

New York. Per la Franklin New York, la banca americana che Michele Sindona controlla attraverso la Fasco International lussemburghese, i problemi si stanno moltiplicando. Il 2 maggio, il Federal Reserve Board non le diede l’autorizzazione di assorbire la Talcott National Corporation (altro satellite del sistema solare Sindona negli Stati Uniti). Fu una decisione spiegabile in parte con l’esterofobia delle autorità monetarie americane, assai poco propense a comprendere le acrobazie finanziarie degli stranieri.
L’episodio Talcott ha però fatto scattare un meccanismo che potrebbe portare addirittura al passaggio della Frankiln New York (la quotazione del cui titolo è stata sospesa) in mani diverse da quelle dell’avvocato siciliano. Vediamo come si sono svolti gli avvenimenti durante quest’ultimo, burrascoso week-end, che ha visto scoppiare la più grande crisi di una banca americana dall’epoca della grande depressione.
Venerdì scorso mancava solo mezz’ora alla chiusura del New York Stock Exchange, quando si è diffusa la notizia che la Franklin New York non avrebbe distribuito dividendi né per le azioni ordinarie né per quelle privilegiate. Nonostante la maggior parte degli operatori stesse chiudendo bottega per prepararsi al fine settimana, la notizia ha provocato il terremoto.
Il titolo della Frankiln New York è precipitato a 8,75 punti rispetto a 11,25 quella stessa mattina in apertura, ed a 15,75 appena dieci giorni prima. E anche ai bassi livelli raggiunti, la Franklin non ha trovato compratori. Singolarmente, sulla scia della Franklin sono crollate le quotazioni dei titoli di altre banche: Citibank ha perso 2 7/8; Bankers Trust e J.P. Morgan 4 1/8; Chase Manhattan 2 1/8; Manufacturers Hanover 4,25; First of Chicago 4,50. Il fenomeno può essere solo attribuito a motivi psicologici, in quanto tutte queste banche per il primo trimestre hanno denunciato enormi aumenti dei profitti e sontuosi dividendi.
L’unica cosa in comune che hanno con la Franklin sono le perdite accumulate nelle negoziazioni in titoli obbligazionari, perdite per altro largamente compensate da utili spuntati in altri settori di attività. Sabato e domenica giornalisti e operatori hanno invano tentato di mettersi in contatto con Harold Gleason, chairman della Franklin National Bank, con i responsabili della contabilità dell’istituto, ed anche con Michele Sindona, il quale pare sia partito, accompagnato dall’ex segretario al Tesoro David Kennedy, ormai molto anziano ma pur sempre titolare di un nome prestigioso, per un giro fra gli sceicchi mediorientali. Secondo gli analisti di Wall Street, che non hanno mai digerito la disinvoltura operativa di Michele Sindona, la situazione della Franklin New York è assai grave, se non addirittura disperata.
E lo dicono con una punta di soddisfazione. “Alti funzionari della stessa Franklin hanno ammesso che la banca è sull’orlo del fallimento”, mi ha confidato un esperto.
“Sono parecchie settimane” aggiunge un altro analista, “che la Franklin New York ha seri problemi di liquidità (n.d.r.: in aprile la Franklin ha ottenuto dalla Manufacturers Hanover Trust Company un prestito di 30 milioni di dollari, parte dei quali destinati a soddisfare alcune “raccomandazioni della Fed. Ora sta cercando di rastrellare altri 50 milioni di dollari: Sindona si è detto pronto a metterli a disposizione, ma si tratta di un gesto più che altro formale). Già prima che il Federal Reserve Board proibisse a Michele Sindona di passare la Talcott National Corporation alla Franklin, parecchi investitori si tenevano alla larga dalla Franklin quasi fosse appestata. E le ragioni non mancano. In un periodo come questo di altissimi tassi d’interesse (venerdì il “prime rate” è arrivato all’11,25 per cento) la Franklin non è riuscita a raccogliere denaro. Nei primi tre mesi il reddito da prestiti è stato di 41,2 milioni di dollari, che stanno a fronte di 42,9 milioni di dollari di spese”. Un’altra indicazione dell’allarmante situazione della Franklin”, continua il mio interlocutore, “si può ricavare dai fondi federali, i capitali a breve che le banche prestano l’una all’altra. Alla fine marzo la Franklin aveva 1,2 miliardi di questi fondi”.
A queste impietose analisi si aggiungono le voci appena sussurrate di uno squilibrio fra attività interna ed estera della banca, che avrebbe fornito a Sindona capitali per grosse operazioni sui mercati internazionali dei cambi, operazioni che avrebbero portato cospicui profitti a Sindona, ma grosse perdite alla Franklin.
Le ultime voci raccolte domenica sera e lunedì parlano di un Michele Sindona disposto a liberarsi della sua partecipazione nella Franklin. Si fanno delle ipotesi: la prima è che la Fed aiuti la Franklin ad uscire dalla crisi di liquidità con una tecnica non dissimile da quella usata per il fallimento della Penn Central nel 1970. La seconda è che la Franklin venga salvata da un’altra banca. Possibili candidate potrebbero essere le newyorchesi J.P. Morgan, Citibank e Manufacturers Hanover, che però dovrebbero battersi contro le severissime norme anti-monopolio. Terza candidata la National Westminster: la grossa banca inglese non ha sportelli in America, ed è da tempo in agguato per installarsi sul mercato finanziario di New York. Inoltre, è in buoni rapporti con Michele Sindona.

Mauro Calamandrei – “L’Espresso” 19.05 1974

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“Operazioni sui cambi” – Estratto relazione di minoranza sulla P2

Illustriamo, prima di tutto, a beneficio dei “non addetti ai lavori”, che cosa è una operazione sui cambi. Si tratta sostanzialmente di speculazioni, più che lecite, che vengono attuate soprattutto tra banca e banca: la banca “X” si impegna con la banca “Y” di ritirare presso quest’ultima, di lì a qualche mese, una data somma in valuta (dollari, sterline, marchi e così via) a un prezzo che viene convenuto al momento della stipula del contratto. Che cosa succede, allora, al momento in cui scadono i termini della operazione? Molto semplice: mettiamo che la banca “X” abbia stabilito con la banca “Y” di acquistare, di lì a tre mesi, un milione di dollari al prezzo convenuto di 1.700 lire al dollaro (quotazione attuale). Ebbene, se alla scadenza dei termini il dollaro varrà più di 1.700 lire, la banca “X” avrà fatto un buon affare perché sarà entrata in possesso di un milione di dollari il cui valore risulterà maggiore del prezzo pagato. E ci avrà rimesso la banca “Y”. Se la quotazione, invece, sarà risultata inferiore, ci avrà rimesso la banca “X” (acquirente a 1.700 lire) e ci avrà guadagnato la banca “Y”, venditrice.
Chi gioca partite del genere, naturalmente, deve operare sulla base di complesse valutazioni e previsioni, di natura finanziaria, economica, politica, perché nulla vi è di più mutevole delle oscillazioni dei cambi sui mercati internazionali. Per di più, deve giocare avendo sempre a disposizione, in contanti, o comunque garantite, le somme necessarie per onorare gli impegni presi. Fornita questa spiegazione, veniamo ora alla operazione sui cambi che ci porta a Sindona.
Per operare in questo settore, Michele Sindona aveva costruito la “Moneyrex” (Euromarket Money Brokers), vale a dire una società di intermediazione monetaria, e ne aveva affidato la direzione tecnica a Carlo Bordoni, un tipo poco raccomandabile, già licenziato in tronco dalla filiale di Milano della “First National City Bank of New York” perché, quale responsabile della sezione cambi, aveva abusivamente speculato con il denaro della banca, dirottando i profitti sul suo conto personale e scaricando le perdite sull’istituto di credito. Un elemento, in definitiva, fatto su misura per Sindona che, in fatto di etica e di morale, ha sempre lasciato molto a desiderare. Ebbene, il 17 gennaio 1973, Carlo Bordoni, agendo per conto della “Moneyrex”, stipulò un contratto di compra-vendita di valuta con la “International Westminster Bank” di Francoforte (che fa parte del gruppo “National Westminster Bank” di Londra): dollari contro lire per un ammontare di circa 125 milioni di dollari.
Una tipica “operazione a termine” : con quel contratto, infatti, la “Moneyrex” si impegnava ad acquistare, di lì a sei mesi, tra il 19 e il 31 luglio successivo, 125 milioni di dollari al prezzo convenuto di 601,80 lire. Sempre nella stessa giornata, Bordoni stipulò un contratto identico con la filiale parigina della “First National Bank of Boston”: dollari contro lire, scadenza 19/31 luglio successivo, per un totale di 13 milioni di dollari a 601,80 lire al dollaro. Totale: 138 milioni di dollari del 1973, che, in lire attuali, rappresentano circa 500 miliardi. Ed ora, attenzione: alla data del 17 gennaio 1973, avviare una operazione sui cambi di quella portata, offrendo lire in cambio di dollari, costituiva una autentica pazzia. Il motivo è presto detto. Posto che l’obiettivo era quello di puntare su un aumento del valore del dollaro nei confronti della lira tra il gennaio e il luglio successivo, e quindi, in definitiva su una svalutazione della lira nei confronti del dollaro, si dava il fatto che, all’inizio del 1973, la moneta italiana era considerata una moneta sufficientemente solida, anche perché l’annata precedente (1972) si era chiusa in termini economicamente positivi, con un attivo di oltre 800 miliardi per quanto riguardava la bilancia dei pagamenti, partite correnti.
In altre parole: offrendo 601,80 lire (più spese) per dollaro in data 17 gennaio, Michele Sindona rischiava, il 19 luglio successivo, di pagare 601,80 lire (sempre più le spese) una moneta che, a lume di logica, avrebbe potuto valere alcune lire in meno.
Rimettendoci cosi, date le cifre in gioco, una barca di miliardi. Invece, guarda caso, tre giorni dopo, il 20 gennaio 1973 si verificò un fatto di eccezionale importanza, tale da offrire una logica giustificazione alla operazione sui cambi avviata da Sindona: il governo presieduto da Giulio Andreotti, sulla base di considerazioni di carattere monetario internazionale, decise di abbandonare l’ormai convalidato sistema dei “cambi fissi”, e varò quello del “doppio mercato dei cambi”. In poche parole, il governo Andreotti cessò di sostenere la lira nei confronti delle altre monete e lasciò che seguisse le oscillazioni di mercato: un provvedimento, questo, che venne subito interpretato come premessa ad una inevitabile svalutazione della moneta nazionale. E infatti la conseguenza immediata del provvedimento preso dal governo Andreotti fu che il dollaro, che al 20 gennaio 1973 oscillava attorno alle 600 lire, balzò in pochi giorni a quota 625. Il che, per Sindona, significava, sin dai primi giorni dell’operazione, un guadagno di circa 25 lire moltiplicato per 138 milioni di dollari, vale a dire 3 miliardi e mezzo di lire (circa 20 miliardi di oggi). Sembra quindi logico dedurne che Sindona fosse stato preventivamente informato del provvedimento che il presidente Andreotti stava varando. Il che spiega (e torniamo così ai motivi che ci hanno portato a ricostruire questa complessa “operazione sui cambi”) la facilità con cui Michele Sindona riuscì a ottenere, in quella circostanza, le indispensabili garanzie che gli erano necessarie, nei confronti delle due banche di Francoforte e di Parigi, per stipulare i relativi contratti per un totale, 10 ripetiamo, di 138 milioni di dollari (500 miliardi di lire attuali).

Ma circa le garanzie ottenute saremo più precisi nel quarto capitolo “I dollari facili”. Per concludere intanto questa documentazione sulla “operazione cambi ” condotta da Sindona nel 1973 è necessario aggiungere alcuni particolari che comprovano l’enorme, e misteriosa, disponibilità di mezzi a disposizione del banchiere siciliano in quel periodo.
Va detto, infatti, che quella specifica operazione ebbe dei risultati disastrosi, perché nel primo semestre del 1973, anziché rafforzarsi anche nei confronti della lira, il dollaro subì un tracollo su scala internazionale (per motivi che in questa sede sarebbe troppo lungo specificare), per cui alla data del 19 luglio, Sindona si trovò a pagare, oltre le perdite, anche le grosse somme determinate dall’accumularsi degli interessi. Ma questo insuccesso non lo fermò e, per rifarsi, si gettò in ulteriori operazioni sui cambi per cifre sempre più alte, fino ad un totale raggiunto nella primavera del 1974, di oltre quattro miliardi di dollari. Il che contribuirà non poco a determinare il suo crollo definitivo.

“Arriva la P2” – Estratto commissione di minoranza sulla P2

Nello stesso periodo (estate del 1977) anche il ” Corriere della Sera ” passava sotto il controllo combinato di Marcinkus e di Roberto Calvi. E qui occorrono due righe di spiegazione. Il grande quotidiano milanese non era di proprietà diretta della ” Rizzoli “, ma dell’ ” Editoriale del Corriere della Sera “, società in accomandita semplice, che, a sua volta, era controllata da tre società per azioni di pari valore (33,33 per cento ciascuna): la “Alpi”, della famiglia
Crespi; la “Crema”, di Angelo Moratti; e la “Viburnum” di Gianni Agnelli.
Quando i Rizzoli, nel 1974, avevano deciso l’acquisto dell'” Editoriale Corriere della Sera “, avevano rilevato in contanti le quote della famiglia Crespi e di Angelo Moratti, mentre si erano impegnati con Agnelli per rilevare, in un secondo tempo, il 33,33 per cento della ” Viburnum “.
Poi, negli anni successivi, le crescenti difficoltà economiche della casa editrice avevano costretto i Rizzoli a cedere in garanzia alla ” Cisalpine “, in cambio di finanziamenti ricevuti, il 100 per cento della ” Alpi ” e il 50 per cento della ” Crema “. In altre parole, i Rizzoli avevano dato praticamente in mano alla ” Cisalpine ” (vale a dire al tandem Calvi-Marcinkus) il 50 per cento della proprietà del ” Corriere della Sera “. Restava ancora libero quel 33,33 per cento
in possesso di Gianni Agnelli che i Rizzoli non avevano ancora potuto riscattare. Ma sempre in quell’estate del 1977, Calvi, questa volta come ” Banco Ambrosiano “, si impadronì della quota Agnelli pagandola 22 miliardi e 500 milioni. E adesso tiriamo le somme. Alla fine dell’estate del 1977, la situazione si presentava come segue: la ” Rizzoli ” era, per l’80 per cento, nelle mani di Marcinkus. Il ” Corriere della Sera “, a sua volta, era così controllato: un 33,33 per cento direttamente da Calvi tramite l’ ” Ambrosiano “; un altro 33,33 (” Alpi “) era integralmente nelle mani della “Cisalpine ” (Calvi-Marcinkus); il restante 33,33 per cento della ” Crema ” era suddiviso in due parti: una metà alla ” Cisalpine ” (sempre Calvi-Marcinkus), l’altra metà, rimasta formalmente alla ” Rizzoli “, era in realtà, anche questa, controllata dallo IOR, che deteneva l’80 per cento della ” Rizzoli “.
Abbiamo così dimostrato (anzi, lo dimostrano i documenti raccolti dalla Commissione) che la proprietà della ” Rizzoli ” e del ” Corriere della Sera “, a partire dall’estate del 1977, fu nelle mani di monsignor Marcinkus e di Roberto Calvi.

Estratto relazione di minoranza della commissione P2 – Giorgio Pisanò