Verbale di confronto Marco Mario Massimi e Paolo Signorelli 24.01.1981

Signorelli:
– dopo la mia scarcerazione ho rivisto il Massimi due sole volte: la prima in occasione di una cena a casa mia alla quale il Massimi venne portato da Fioravanti Valerio. Per quanto il mio ricordo non sia preciso, ritengo che detta cena si sia svolta nel novembre ’79 o i primi giorni di dicembre, come ho gia’ detto. Successivamente verso la fine di gennaio o inizi di febbraio 1980 mi telefono’ Fioravanti Valerio avvertendomi che era a Roma il Massimi e dicendomi, che se volevo, potevo incontrarlo. Mi fisso’ un appuntamento a piazza Santiago ove recatomi incontrai il Massimi con la moglie. Faccio presente che fra i due incontri che ho avuto col Massimi passo’ un certo periodo di tempo.
Sicuramente tali incontri non si svolsero nell’arco di una settimana.

Massimi:
– effettivamente ho incontrato il Signorelli in due sole occasioni la cena a casa sua e l’ incontro a piazza Santiago. Per quanto riguarda la cena sono sicuro che si e’ svolta il 28.01.80 in quanto il giorno successivo dovevo andare a riprendere mio figlio. L’ appuntamento a piazza Santiago fu determinato dal fatto che Signorelli o Fioravanti mi telefonarono ad Ascoli dicendomi che Signorelli doveva parlarmi.
Quanto ci incontrammo io e il Signorelli, lo stesso mi chiese di procurargli un documento per un ragazzo, mi sembra. Mi sembra che il Signorelli mi dette 4 fotografie di un ragazzo. Io dissi al Signorelli che potevo provare e probabilmente potevo fargli avere il documento falso che mi chiedeva, cosa che poi non ho fatto.

Signorelli:
– non e’ affatto vero che io abbia telefonato al Massimi ad Ascoli del quale fra l’ altro non conoscevo il numero telefonico. Non e’ vero che io abbia chiesto al Massimi nell’ incontro di piazza Santiago di procurarmi un documento falso e che a tal fine io gli abbia dato delle fotografie. Siccome a piazza Santiago intervenne successivamente Fioravanti Cristiano, potrebbe darsi che il Massimi si sia confuso con una richiesta fattagli da quest’ ultimo.

Massimi:
– siccome io sono un falsario, quando la gente mi incontra in genere mi chiede di procurargli documenti falsi. Comunque mi sembra che anche il Signorelli me li abbia richiesti. Non posso escludere che a farmi una richiesta di documenti di identificazione falsi sia stato Fioravanti Cristiano. Sono sicuro comunque che a piazza Santiago quel giorno si parlo’ di un documento falso che io avrei dovuto procurare. In tale occasione peraltro Fioravanti Cristiano mi era venuto a portare la risposta di Fioravanti Valerio circa l’ intestazione da apporre su carta intestata di vigili notturni. Ricordo che nella cena in casa Signorelli si parlo’, fra le altre cose, dell’avvenuto attentato all’ avvocato Arcangeli. Ricordo che o il Signorelli o il Fioravanti sosteneva che l’ iniziativa era stata del Calore, mentre l’ altro sosteneva, facendo delle ipotesi, che l’ iniziativa fosse stata del Mariani.

Signorelli:
– escludo che nel corso della cena in casa mia col Massimi e il Fioravanti si sia parlato dell’ avvenuto attentato all’avvocato Arcangeli. Ricordo che durante la cena si parlo’ unicamente della comune esperienza di vita detentiva.

Massimi:
– il Signorelli e il Calore, quando eravamo assieme detenuti, dicevano che Arcangeli era un infame, sostenendo che era stato lui, tramite Bianchi Paolo, a far arrestare Concutelli.

Signorelli:
– effettivamente durante la nostra detenzione a Rebibbia fra i vari argomenti si parlava della ipotesi che Arcangeli fosse una spia. Era il Calore che sosteneva che Arcangeli era la spia che aveva fatto arrestare il Concutelli, mentre io mi astenevo dall’esprimere un giudizio cosi’ categorico, limitandomi a registrare le voci che circolavano in carcere provenienti da detenuti comuni, secondo le quali Arcangeli era una spia della polizia. Peraltro vi erano anche coloro che difendevano Arcangeli.

Massimi:
– in carcere sia Signorelli sia Calore sia altri dicevano che si doveva ammazzare il dr Amato Mario il problema consisteva nel sapere dove abitasse.

Signorelli:
– effettivamente ho parlato col Massimi del mio risentimento nei confronti del dr Amato, risentimento dovuto alle circostanze in cui mi era stato notificato l’ ordine di cattura. Del resto mi pare intuitivo che io non nutrissi simpatia nei confronti del mio inquisitore. Escludo peraltro che possa mai aver detto che andasse ucciso il dr Amato (…).

Massimi:
– ricordo che, nei colloqui che facevamo fra di noi col Signorelli col Calore ed altri, qualcuno si vantava di aver detto al dr Amato che lo stesso era malato di saturnismo.

Signorelli:
– escludo che possa essere stato io a dire una simile frase, in quanto, fra l’ altro, ignoravo il significato della parola saturnismo.

Massimi:
– dopo il colloquio avuto col dr Amato ricevetti in carcere un biglietto col quale mi si invitava a nominare l’ avvocato Caroleo, anzi il mittente si meravigliava che io non avessi nominato l’avvocato Caroleo, poiche’ se erano vere le voci che circolavano sul mio conto, quella era la volta buona per “inculare” Amato. Io mi convinsi che il biglietto proveniva dal Signorelli poiche’ durante la detenzione dell’anno precedente il Signorelli piu’ volte mi aveva detto che, in caso di necessita’ (detenuti senza difensore) si poteva nominare Caroleo che era un bravo avvocato ed era giovane.

Signorelli:
– escludo di aver mandato io al Massimi il biglietto di cui parla. Quando seppi da persone che non intendo nominare che il dr Amato Mario intendeva “incastrarmi” io dissi alla persona che mi aveva informato che, se ne aveva la possibilità , doveva far sapere al Massimi che era opportuno che nominasse l’ avvocato Caroleo. Preciso che io avevo saputo che il dr Amato Mario intendeva “incastrarmi” per il tramite del Massimi.
Effettivamente durante la comune detenzione avevo segnalato al Massimi il nominativo dell’ avvocato Caroleo come quello di un buon legale. A questo punto voglio far presente che e’ assolutamente da escludersi che la cena in casa mia col Massimi possa essersi svolta il 09.12.79 in quanto ricordo perfettamente che il 08.12.79 io con la mia famiglia fummo ospiti a Morlupo del mio amico Castellani Mario. Dovevamo andare a Viterbo dai miei familiari, ma mia moglie ebbe una emorragia ad uno dei due occhi operati di cataratta. Il giorno 09.12 ci vennero a trovare a casa mia, mia nipote Rizzo Marina col fidanzato che avevano saputo della emorragia di mia moglie. Ricordo che era anche presente una amica di Luca a nome Nicoletta.
Il lunedi’ successivo 10.12 accompagnai mia moglie dal professore Tusa, oculista, per una visita di controllo; oculista medico curante di mia moglie. La detta mia nipote Rizzo Marina abita in viale Parioli.

Letto confermato e sottoscritto.

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Mauro Ansaldi – dichiarazioni 28.10.1982

Circa la strage di Bologna nulla so di preciso. Posso pero’ dire che qualche giorno prima del fatto lo Zani a la Cogolli incontrarono a Bologna o in una citta’ vicina una persona che se ben ricordo era il Fachini Massimiliano, il quale disse loro di andarsene via da Bologna o dai dintorni perche’ sarebbe successo qualcosa. Il Fachini e’ legato a Freda essendo tra l’ altro stato il direttore delle edizioni AR di Freda. Lo Zani e la Cogolli ebbero in tal modo una ulteriore conferma dei loro sospetti che la strage di Bologna fosse stata compiuta da provocatori di Avanguardia Nazionale legati ai servizi segreti italiani. Tutto ciò me lo disse la Cogolli. Lo Zani in un altra occasione mi disse che conosceva una persona, di cui non mi ha fatto il nome, che sapeva tutto sulla strage di Bologna.

In generale, l’ Adinolfi mi disse che sicuramente la strage era opera del gruppo di Delle Chiaie, che tendeva a criminalizzare terza posizione nel momento in cui il movimento stava velocemente ampliandosi. Ricordo che l’ Adinolfi mi disse che proprio in quei giorni a Roma vi era della gente di avanguardia nazionale, mai coinvolta in inchieste nemmeno in quella sulla strage che girava nei quartieri per reclutare delle frange del movimento e riportarle sulle posizioni di Avanguardia Nazionale. E’ mia impressione quindi in base ai discorsi di Adinolfi, che Ciolini dica la verità anche se fa polverone.

So ancora che signorelli era in rapporti con il Semerari, il quale si dice fosse della P2. Adinolfi mi disse infatti che era certo che Semerari, Signorelli e Gelli si erano incontrati in un ristorante di Roma. Ovviamente non so che cosa si siano detti.

Mauro Mennucci – dichiarazioni 05.08.1975

Intendo rispondere. Sì dà atto che dopo varie sollecitazioni affinché riferisca la verità in merito ai suoi rapporti con il Tuti e sulla data del loro inizio l’imputato dichiara: ammetto di aver preso contatto telefonico col Tuti qualche giorno prima del 22 maggio, giorno in cui mi recai a Monaco per incontrarmi con lui. Era stato il Tuti a telefonarmi spacciandosi per Dionigi (Torchia), bugia questa che avevo subito scoperto ben conoscendo la voce del Torchia.
Infatti il mio interlocutore mi fece capire di esser il Tuti e mi chiese di recarmi alla stazione ferroviaria di Monaco per incontrarmi con lui. Mi spiegò che il mio nome gli era stato reso noto dall’Affatigato persona che io ben conoscevo per l’affinità alle nostre idee politiche.
Debbo premettere che io allora non credevo alla tesi della stampa secondo la quale il Tuti era stato freddo assassino degli agenti e pensavo che potesse essersi difeso da un agguato tesogli, voce questa che correva nell’ambiente politico da me frequentato. Io mi recai dunque a Monaco, in auto, venendo contravvenzionato ad Albenga, senza però poter vedere il Tuti, tanto che me ne tornai la sera stessa in Italia. Aggiungo che il Tuti mi aveva dato appuntamento davanti alla stazione, nella piazza antistante ad essa, sicché io mi sarei messo ad attenderlo accanto alla mia 500 targata PI. Tornato a Pisa non ricevetti altre telefonate se non alla vigilia del mio secondo viaggio, quello che ho descritto nel mio interrogatorio del 26 luglio 1975. Il Tuti mi chiese aiuto economico trovandosi in difficoltà: preciso meglio che mi chiese di portargli un po’ di denaro cosa che io feci utilizzando una precedente raccolta fatta fra camerati in favore del Lamberti e in parte chiedendo aiuto ad alcuni amici, ai quali io dissi che la raccolta era fatta a favore del Lamberti. In questo secondo viaggio potei incontrarmi con il Tuti a St. Raphael davanti alla stazione ferroviaria come da appuntamento fissato in tal luogo. Trascorsi tre giorni col Tuti a causa del guasto della mia 500 e potei così farmi un’idea del latitante che dai discorsi fattimi mi apparve un elemento fanatico e squilibrato. Mi parò dell’omicidio di Empoli descrivendolo come una reazione ad una provocazione che l’app. Ceravolo stava mettendo in atto inserendo due bombe a mano nell’armadio a muro della sua casa. Egli aveva cioè temuto di dover rispondere di un reato non commesso ed aveva sparato contro gli autori della provocazione.
Mi disse anche di aver commesso durante la latitanza un attentato sulla linea ferroviaria Firenze Roma; mi specificò che si trattava dell’ultimo attentato di cui avevano parlato i giornali e che egli in tale occasione aveva fatto saltare un tratto di binario in curva di tal che le conseguenze avrebbero dovuto essere il deragliamento del convoglio in una scarpata e caduta del convoglio in un’ansa del fiume Arno.
Mi disse di aver utilizzato dell’esplosivo depositato in un luogo di sua conoscenza. Mi disse di aver agito da solo di notte. Mi accennò che egli aveva usato miccia a lenta combustione. Mi parlò anche del modo con cui si era rifugiato in Garfagnana lì, portato dall’Affatigato in una località dalla quale aveva visto passare degli elicotteri che pensava fossero alla sua ricerca. Disse che in questa casa abitavano due persone anziane. Nella stanza ove egli stava vi erano viveri in scatola, già lì previamente portati. Mi disse che lì si era trattenuto circa un mese. Mi parlò di una piccola organizzazione che aveva curato questa prima fase della sua latitanza, aggiungendomi però di esserne stato abbandonato, probabilmente, come io penso, essendosi i suoi favoreggiatori accorti della sua pericolosità. Di questa organizzazione io conosco solo l’Affatigato che il Tuti mi disse essersi rifugiato all’estero con un passaporto falso fornitogli dagli amici di questa piccola organizzazione.
Anche a lui avevano promesso il passaporto ma, come ho già riferito, l’aiuto degli amici lucchesi si esaurì ben presto tanto che egli dopo aver girovagato in Italia, espatriò in Francia passando il confine in alta montagna, in zona che egli conosceva per esservi stato credo alpino. Mi riferì di aver avuto l’intenzione di recarsi in Libia per arruolarsi con i guerriglieri palestinesi e di essersi recato a tale scopo all’ambasciata a Roma, ove ricevette L 50.000.
Non mi riferì invece di essere stato alla ambasciata del Cile né di aver ricevuto somme a Firenze da chicchessia.
Mi riferì che quando fuggì da Empoli aveva chiesto circa 200 mila lire, e che qualche altra somma la ebbe dagli amici lucchesi.
Confermo per il resto quanto ho già in precedenza dichiarato. Aggiungo però che prima che io partissi egli mi accennò al suo proposito di fare un colpo in Italia per procurarsi del denaro: ritengo che accennasse alla rapina che voleva commettere ai danni del Comune di Empoli e della quel mi parlò nel suo successivo viaggio in Italia.
Il Tuti nel suo ultimo ritorno in Italia non mi fece cenno di altre persone in grado di aiutarlo e tantomeno mi fece cenno di aver un appuntamento col Pera o con altri. Non ho visto che egli avesse a disposizione altre macchine e in particolare una 126 blu.
Non conosco Menesini, Giovannoli, Saltini Mirella e tale Beppino che mi dite essere impresario di spettacoli a Roma. Non ho mai saputo che il Torchia e il Catola abbiano aiutato il Tuti nella fuga.