Mauro Mennucci – dichiarazioni 05.08.1975

Intendo rispondere. Sì dà atto che dopo varie sollecitazioni affinché riferisca la verità in merito ai suoi rapporti con il Tuti e sulla data del loro inizio l’imputato dichiara: ammetto di aver preso contatto telefonico col Tuti qualche giorno prima del 22 maggio, giorno in cui mi recai a Monaco per incontrarmi con lui. Era stato il Tuti a telefonarmi spacciandosi per Dionigi (Torchia), bugia questa che avevo subito scoperto ben conoscendo la voce del Torchia.
Infatti il mio interlocutore mi fece capire di esser il Tuti e mi chiese di recarmi alla stazione ferroviaria di Monaco per incontrarmi con lui. Mi spiegò che il mio nome gli era stato reso noto dall’Affatigato persona che io ben conoscevo per l’affinità alle nostre idee politiche.
Debbo premettere che io allora non credevo alla tesi della stampa secondo la quale il Tuti era stato freddo assassino degli agenti e pensavo che potesse essersi difeso da un agguato tesogli, voce questa che correva nell’ambiente politico da me frequentato. Io mi recai dunque a Monaco, in auto, venendo contravvenzionato ad Albenga, senza però poter vedere il Tuti, tanto che me ne tornai la sera stessa in Italia. Aggiungo che il Tuti mi aveva dato appuntamento davanti alla stazione, nella piazza antistante ad essa, sicché io mi sarei messo ad attenderlo accanto alla mia 500 targata PI. Tornato a Pisa non ricevetti altre telefonate se non alla vigilia del mio secondo viaggio, quello che ho descritto nel mio interrogatorio del 26 luglio 1975. Il Tuti mi chiese aiuto economico trovandosi in difficoltà: preciso meglio che mi chiese di portargli un po’ di denaro cosa che io feci utilizzando una precedente raccolta fatta fra camerati in favore del Lamberti e in parte chiedendo aiuto ad alcuni amici, ai quali io dissi che la raccolta era fatta a favore del Lamberti. In questo secondo viaggio potei incontrarmi con il Tuti a St. Raphael davanti alla stazione ferroviaria come da appuntamento fissato in tal luogo. Trascorsi tre giorni col Tuti a causa del guasto della mia 500 e potei così farmi un’idea del latitante che dai discorsi fattimi mi apparve un elemento fanatico e squilibrato. Mi parò dell’omicidio di Empoli descrivendolo come una reazione ad una provocazione che l’app. Ceravolo stava mettendo in atto inserendo due bombe a mano nell’armadio a muro della sua casa. Egli aveva cioè temuto di dover rispondere di un reato non commesso ed aveva sparato contro gli autori della provocazione.
Mi disse anche di aver commesso durante la latitanza un attentato sulla linea ferroviaria Firenze Roma; mi specificò che si trattava dell’ultimo attentato di cui avevano parlato i giornali e che egli in tale occasione aveva fatto saltare un tratto di binario in curva di tal che le conseguenze avrebbero dovuto essere il deragliamento del convoglio in una scarpata e caduta del convoglio in un’ansa del fiume Arno.
Mi disse di aver utilizzato dell’esplosivo depositato in un luogo di sua conoscenza. Mi disse di aver agito da solo di notte. Mi accennò che egli aveva usato miccia a lenta combustione. Mi parlò anche del modo con cui si era rifugiato in Garfagnana lì, portato dall’Affatigato in una località dalla quale aveva visto passare degli elicotteri che pensava fossero alla sua ricerca. Disse che in questa casa abitavano due persone anziane. Nella stanza ove egli stava vi erano viveri in scatola, già lì previamente portati. Mi disse che lì si era trattenuto circa un mese. Mi parlò di una piccola organizzazione che aveva curato questa prima fase della sua latitanza, aggiungendomi però di esserne stato abbandonato, probabilmente, come io penso, essendosi i suoi favoreggiatori accorti della sua pericolosità. Di questa organizzazione io conosco solo l’Affatigato che il Tuti mi disse essersi rifugiato all’estero con un passaporto falso fornitogli dagli amici di questa piccola organizzazione.
Anche a lui avevano promesso il passaporto ma, come ho già riferito, l’aiuto degli amici lucchesi si esaurì ben presto tanto che egli dopo aver girovagato in Italia, espatriò in Francia passando il confine in alta montagna, in zona che egli conosceva per esservi stato credo alpino. Mi riferì di aver avuto l’intenzione di recarsi in Libia per arruolarsi con i guerriglieri palestinesi e di essersi recato a tale scopo all’ambasciata a Roma, ove ricevette L 50.000.
Non mi riferì invece di essere stato alla ambasciata del Cile né di aver ricevuto somme a Firenze da chicchessia.
Mi riferì che quando fuggì da Empoli aveva chiesto circa 200 mila lire, e che qualche altra somma la ebbe dagli amici lucchesi.
Confermo per il resto quanto ho già in precedenza dichiarato. Aggiungo però che prima che io partissi egli mi accennò al suo proposito di fare un colpo in Italia per procurarsi del denaro: ritengo che accennasse alla rapina che voleva commettere ai danni del Comune di Empoli e della quel mi parlò nel suo successivo viaggio in Italia.
Il Tuti nel suo ultimo ritorno in Italia non mi fece cenno di altre persone in grado di aiutarlo e tantomeno mi fece cenno di aver un appuntamento col Pera o con altri. Non ho visto che egli avesse a disposizione altre macchine e in particolare una 126 blu.
Non conosco Menesini, Giovannoli, Saltini Mirella e tale Beppino che mi dite essere impresario di spettacoli a Roma. Non ho mai saputo che il Torchia e il Catola abbiano aiutato il Tuti nella fuga.

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Mauro Tomei – dichiarazioni 19.05.1982

I miei indirizzi precedenti sono: sono stato in Corsica per due anni (dal 1975 al marzo 1977), via San Giorgio (dal 71 al 75) e via Guinigi (anni 1970 e 71).
Escludo che in casa mia si siano fatte riunioni di O.N..

Ricordo la casa di via Guinigi: era al terzo piano in un palazzo medioevale di 4 piani circa, vi erano 12 o 13 stanze. La casa era del Comune di Lucca. L’appartamento di via San Giorgio era molto più piccolo, solo di 4 stanze o 5 stanze al terzo o quarto piano.

Non ho mai conosciuto Mario Tuti. Prendo atto che egli ha riferito di aver partecipato a riunioni informali con me a Lucca ed in particolare ad una riunione fatta in occasione del programmato scioglimento o dell’avvenuto scioglimento di O.N.. Peraltro io sono stato ricoverato al sanatorio di Carignano (Lucca) e poi a quello di Pratolino (Fi) dal settembre 1972 all’ottobre-novembre 1973.

Prendo atto che Marco Affatigato ha anche riferito di una riunione fatta in occasione dello scioglimento di O.N. Ed in particolare riferisce che tale riunione avvenne in casa mia e che vi parteciparono Catola, Lamberti, i fratelli Castori, Batani, Cauchi e altri. Non conosco nessuna di queste persone, potrei solo averli incontrati in comizi occasionalmente. Non ho conosciuto neanche tale Pecoriello.

Ho conosciuto Pugliese sotto il nome di Leonardo a Bastia in Corsica. Posso dire che due persone, che si dichiararono di O.N. E facenti parte di una commissione di inchiesta di O.N. mi raggiunsero a Bastia, mi chiesero informazioni su Tuti e su coloro che facevano attentati in Toscana. Si arrabbiarono perché io non ero in grado di riferire nulla. Dissero che se avessero trovato Tuti lo avrebbero fatto fuori perché la responsabilità degli attentati sarebbe ricaduta secondo i giornali su Ordine Nuovo vanificando tutto il lavoro di approfondimento culturale che si era fatto in tanti anni. Mi fecero leggere una dichiarazione di Affatigato ove si diceva che io non c’entravo niente con Tuti e che ero stato lungamente ricoverato in ospedale. Mi dissero inoltre che un certo Cauchi aveva fatto un rapporto a gente di Avanguardia Nazionale ove si diceva che io avrei dovuto sapere qualcosa degli attentati che erano stati fatti.
I due partirono il giorno stesso da Bastia. Mi telefonarono dopo alcuni mesi per dirmi che avevano accertato che io non c’entravo e che era risultato esatto quanto avevo detto. Mi fecero la proposta di entrare in Ordine Nuovo, proposta che io rifiutai. In Ordine Nuovo ci ero stato negli anni precedenti, ma in quello lucchese che non aveva collegamenti con il centro.

Ho conosciuto Marco Affatigato proprio in queste occasioni presso la sede di O.N.. Può darsi che abbia riferito a Marco Affatigato delle due persone venute per fare una indagine a Bastia. Il Pugliese l’avevo conosciuto solo superficialmente e non abbiamo mai fatto discorsi di politica.

Non ho mai conosciuto certo Citti Pietro. A Massa conosco molta gente. C’era un gruppo di Avanguardia Nazionale abbastanza forte, ma non ne ricordo i nomi.

Vincenzo Vinciguerra – dichiarazioni 10.08.1984

Allo stato non intendo fare ulteriori nomi in relazione al gruppo di cui abbiamo parlato nel precedente verbale. Prendo atto che la sv mi chiede se sono a conoscenza di nominativi toscani, ma mi riservo eventualmente di rispondere in un secondo momento quando potro’ verificare l’ esistenza dell’ impegno da parte degli organi dello stato nell’ indagine che le mie dichiarazioni impongono, non fosse altro che per l’ individuazione dei riscontri. Intendo citare, a comprova della funzione di provocazione, che il gruppo da me ieri descritto ha sempre portato avanti alcuni episodi:

– Nel 1973 fui contattato da Zorzi Delfo, il quale chiese la mia collaborazione per organizzare la fuga di Freda, o meglio non all’ evasione vera e propria dal carcere, ma perche’ li aiutassi a far passare Freda dall’ Italia in Austria attraverso un passo alpino. Io, che sono un appassionato di montagna, anche se non rocciatore, proposi di far passare Freda, una volta evaso, attraverso il passo del giramondo.

Infatti sapevo che al confine vi e’ una casermetta della guardia di finanza che e’ quasi sempre chiusa e che comunque, almeno all’ epoca era sorvegliata da pochissimi militi. Io dissi allo Zorzi che in quel punto il passaggio era possibile e che ero disposto ad aiutare lui e Freda. Lo Zorzi non mi disse nulla circa le modalità concrete della evasione dal carcere ne’ io gliele chiesi.

Il mio compito sarebbe stato solo questo: di aiutare Freda e chi lo aveva fatto evadere a passare il confine e condurlo in Austria. Non ne sono sicuro, ma mi sembra che all’ epoca il Freda fosse detenuto in un carcere del nord Italia. Il colloquio con Zorzi avvenne a casa mia a udine, nella tarda estate e io dissi a Zorzi di darmi conferma in tempo della operazione perche’ io potessi a mia volta fare i preparativi necessari. Infatti, piche’ si andava verso l’ autunno, vi era il rischio che le avverse condizioni meteorologiche impedissero il passaggio. Dopo quel contatto pero’ Zorzi non mi disse piu’ niente ed evidentemente l’ operazione aborti’ . Era mia conoscenza che Freda porta il busto e che presumibilmente non puo’ fare grossi sforzi; di qui la ragione dell’ individuazione di un punto di passaggio abbastanza agevole e comunque percorribile da una persona che non puo’ sopportare un cammino troppo aspro. Solo Zorzi Delfo mi parlo’ di questa operazione e nessun altro.

Quando parlo della figa di Freda nel 1973 come un atto sostanzialmente provocatorio, intendo questo:

– in quegli anni, tutta la destra radicale era fortemente impiegata a sostenere l’ innocenza di Freda dalle accuse di strage che gli venivano mosse. Lo stesso Freda, poi, aveva dichiarato che non si doveva fuggire, assumendo cosi’ una posizione di coerenza con le sue dichiarazioni di innocenza.
Una sua eventuale fuga, percio’ , avrebbe tolto ogni credibilita’ alla sua figura e di riflesso avrebbe costituito un grave colpo per coloro che erano impegnati a sostenere la sua innocenza. Naturalmente queste sono considerazioni che faccio oggi sulla base di tutti gli elementi che ho raccolto su piazza fontana e che in parte ho riferito nei precedenti verbali, alla sv e dal GI di Venezia, ma su cui mi riservo eventualmente di riferire le altre notizie in mio possesso.

– altro episodio, a mio giudizio rilevante, ed indicativo, mi fu riferito nel marzo del 1979 da Dimitri Giuseppe, che avevo conosciuto tre anni prima al processo di Avanguardia Nazionale e che ha, o aveva, un rapporto di amicizia con Tilgher Adriano. Ci incontrammo casualmente ed io cercai di informarmi da lui sulla realta’ del movimento giovanile di destra e di Terza Posizione in particolare, allora fiorente soprattutto a Roma. Il Dimitri parlando delle posizioni che Terza Posizione assumeva in politica estera (sostegno secondo me indiscriminato a tutti i movimenti sedicenti di liberazione) mi informo’ che verso la fine del 1978, almeno cosi’ credo, vi era stato un incontro a Roma, esponenti “Montoneros” argentini – in particolare mi fece il nome di Firmenich e di Vaca Narvaja – io gli espressi la mia disapprovazione totale per un incontro con personaggi assolutamente non affidati per il ruolo che andavano svolgendo in America latina. Come e’ noto i Montoneros avevano partecipato alla lotta armata in Argentina ed erano specializzati in azioni come attentati rapine e sequestri di persone nonche’ omicidi.
Fra me e il Dimitri in effetti vi fu’ una vera e propria discussione perche lui sosteneva che Terza Posizione rappresentava un fatto positivo perche’ aveva rotto con tutta la vecchia generazione di destra. Cosa che io non ho mai condiviso perche’ ritengo assurdo proporre un discorso generazionale.
Inoltre questa discussione con Dimitri dimostra che questi, aldila’ del rapporto personale con Tilgher Adriano, nulla ha a che fare con Avanguardia Nazionale. Non mi disse, il Dimitri, chi di TP fosse presente all’ incontro con Montoneros. Il Dimitri mi disse che l’ incontro era stato organizzato da un certo “Enzo” che io non ebbi difficoltà ad identificare con Dantini Enzo Maria.
La vicenda di questo incontro mi turbo’ perche’ constatavo il pericolo di “un’ infezione” su ragazzi ancora politicamente sprovveduti, da parte di personaggi da me considerati quantomai ambigui. So che dopo questo non ci sono stati altri incontri tra elementi di TP e personalità Montoneros. Che l’ “Enzo” si identifichi nel Dantini, non ho alcun dubbio, in quanto nell’ ambiente di destra, oltre me, vi e’ solo un altro Enzo, corrispondenti alle caratteristiche indicatemi dal Dimitri.

– A proposito del veneto la circostanza che vi sia stato una trasmigrazione da Roma in quella regione di personaggi come cavallini e fioravanti, ha una sua logica spiegazione. Costoro erano in contatti con il gruppo di Tivoli e quindi con Signorelli Paolo e Calore Sergio, e pertanto potevano utilizzare l’ asse Roma – veneto esistente tra il gruppo di Tivoli e personaggi veneti come Fachini Massimiliano e gli altri da me indicati nel verbale di ieri. Queste non sono solo mie deduzioni ma sono fatti che ho appreso nel corso della mia detenzione da parte di detenuti che allo stato non intendo nominare.

– nell’ ambiente di AN il nome di Mangiameli franco fino alla sua morte e’ stato assolutamente sconosciuto; assolutamente impossibile che Delle Chiaie Stefano abbia conosciuto senza che io lo sapessi Mangiameli Francesco.

– Delle Chiaie stefano si e’ stabilmente trasferito in Bolivia verso la fine del 1979 provenendo dall’ Argentina. In Bolivia ha lavorato con lo stato Maggiore dell’ esercito di quel paese. Cio’ in quanto era possibile una collaborazione politica con gli ufficiali Boliviani decisi ad agire in funzione antiamericana ed antisovietica. E’ inesatto quindi dire che il Delle Chiaie fosse al servizio del ministero dell’ interno boliviano quasi come un poliziotto, nel senso spregiativo di confidente del ministero dell’ interno boliviano ma e’ invece stato un collaboratore politico su un piano di parita’ con l’ unica realta’ istituzionale che in America latina abbia un peso politico e cioe’ l’ esercito, (fatta eccezione per l’ Argentina) .
Il Pagliai invece e’ giunto autonomamente in America latina nel 1977 fu’ da noi ospitato pur non essendo aderente ad AN. Il Pagliai era infatti fuggito dalla Spagna dove si erano verificati come e’ noto vari arresti di elementi di ON.

Il Pagliai poi dall’ Argentina si trasferi’ in Bolivia, usufruendo della raccomandazione di un camerata argentino del quale non intendo fare il nome, che gli diede dei punti di riferimento nell’ ambiente militare e di polizia. Pagliai in Bolivia intendeva con l’ aiuto della famiglia che e’ benestante intraprendere una attivita’ economica, rifarsi una vita in America latina.
Non era stabilmente inserito nei servizi di sicurezza boliviani, anche se e’ probabile che i suoi punti di appoggio in Bolivia lo abbiano utilizzato per operazioni di carattere non ben qualificabile.
In particolare nel corso di una di queste operazioni di polizia si verifico’ un episodio che dispiacque al Delle Chiaie per i metodi di azione che erano stati usati (l’ interrogatorio informa dura di un ufficiale dell’ esercito boliviano).

Dopo quell’ episodio tra il Delle Chiaie ed il Pagliai si verifico’ se non una frattura sicuramente un distacco ancora piu’ accentuato di quello prima esistente.

Penso ma non ne sono affatto sicuro che questo episodio sia avvenuto nel 1980 ma non ne sono certo. Quanto alla fonte di queste mie informazioni allo stato non intendo indicarla ma mi riservo di farlo in futuro; e la stessa che mi ha riferito della vicenda Ciolini.

Qual’ e’ stata la ragione del viaggio compiuto in Europa da Delle Chiaie Stefano nel giugno 1980?
-non ne sono a conoscenza.

Sa qual era il nome utilizzato di Pagliai in Bolivia? No.

– Non intendo dire quali fossero i nomi utilizzati da Delle Chiaie Stefano in America latina. Prendo conoscenza nella sola parte che mi riguarda di quanto Izzo dice avermi riferito in Sinatti e della circostanza che io sarei stato la fonte del Sinatti. Si tratta di assolute menzogne perche’ so che il Sinatti chiari’ subito allo Izzo che tra loro due non vi poteva essere alcun rapporto a causa del tipo di crimine commesso dallo Izzo stesso. D’ altra parte io e Sinatti nell’ agosto del 1982 ci siamo scambiati lettere, certamente passate al vaglio della censura carceraria, nelle quali il Sinatti mi riferiva del suo atteggiamento verso Izzo. Tali lettere non le abbiamo conservate ed e’ un peccato perche’ tali lettere tagliavano la testa al toro.

In merito ai viaggi di Cavallini non e’ improbabile che questi sia stato indirizzato al Pagliai da Rognoni Giancarlo che era in stretti rapporti con il Pagliai stesso. Non solo, ma so che a suo tempo Rognoni e’ stato visitato in carcere dal Maggi come medico di fiducia. Il Maggi ed il Rognoni erano in ottimi rapporti tra loro. Credo che il Maggi abbia visitato il Rognoni nel carcere di Saluzzo. Si tratta naturalmente di mie ipotesi ma invito la sv a verificare.

– non conosco Graniti Alfredo e neanche il Magnetta.

– escludo che Delle Chiaie Stefano abbia avuto mai una relazione con una donna emiliana, puo’ anche essere che la Minetti gli abbia fatto una qualche scena di gelosia perche’ si tratta di una donna di carattere geloso.

– avendo in merito alla strage di Bologna del 2.08.80, affermazioni provenienti da tre persone diverse, che indicano un certo gruppo, e specificatamente in due persone, i responsabili della strage; non avendo per la certezza della mia testimonianza in questo momento possa essere considerata attendibile, mi riservo di fornirla quando a mia giudizio, la veridicità di quanto affermato in questo periodo di confronto con i magistrati sara’ stata dimostrata dalle indagini di polizia. In caso contrario, mi riservo di operare, per il raggiungimento di un fine di giustizia, in maniera personale ed autonoma.

Si da atto che all’ ultima domanda il Vinciguerra ha dettato personalmente la risposta.

Letto confermato sottoscritto.