Paolo Bianchi – dichiarazioni 11.11.1981 – prima parte

Ho chiesto di essere esaminato perche’ come gia’ esposto in precedente interrogatorio reso al Pm Imposimato e al G.I. Napoletano di Roma, intendo rivelare circostanze che ritengo utili alla giustizia con la maggiore urgenza possibile dato il pericolo che mi incombe e l’ incerta mia sorte di detenuto. Alla fine del settembre scorso ho avuto modo di frequentare a Regina Coeli certo Scorza Pancrazio, a me gia’ noto. Lo Scorza entrato in confidenza con me e dopo lunghe conversazioni nel corso delle quali egli si e’ andato convincendo che era politicamente sano assumere atteggiamento che, sconfessano un certo passato, riconsiderasse con occhio nuovo le vicende da noi vissute pervenendo alla conclusione che proprio per maturazione politica era opportuno e necessario collaborare con la giustizia.

Mi rivelo’ quanto segue: dopo avermi reso noto che era detenuto per varie imputazioni e cioe’ per associazione sovversiva e banda armata nonche’ per essere stato implicato nella fuga di Freda Giorgio. In un periodo che si aggira sulla primavera – estate del 1980, certamente antecedente comunque l’ attentato alla stazione ferroviaria di Bologna dell’ 2 agosto 1980, lo Scorza effettuo’ un viaggio in Ungheria con un personaggio siciliano, di cui mi fece anche il nome ma che io non ricordo, e una volta giunti in quella citta’ il siciliano, persona molto importante nell’ ambito di traffici mafiosi, di armi di stupefacenti ed esportazione illegale di valuta nei paesi dell’ est europeo nonche’ molto vicino ad ambienti dell’ estrema destra sia siciliani che Romani ed in particolare nella zona di Pomezia, Nettuno ed Anzio, si incontro’ con alcuni Italiani e un’ altra persona di nazionalita’ francese o americana per discutere dei traffici di valuta per la Polonia e per altri affari del genere; nel corso dell’ incontro si affermo’ dal gruppo anche la necessita’ che si verificasse un “botto” a Bologna.
Quando poi avvenne l’ attentato dell’ 800802, lo Scorza sulla base della sua esperienza lo collego’ all’ incontro di Budapest, egli era sicuro del fatto suo tanto da essere letteralmente terrorizzato dall’ ipotesi che la notizia trapelasse e si disse disposto a rivelare qualsiasi delitto, come in effetti ha poi fatto almeno in parte nei suoi interrogatori, ma non la vicenda di Budapest, tanto che ci accordammo di non rivelare a nessuno tale vicenda. Tra gli altri particolari ricordo sempre per relazione dello Scorza che il siciliano, appellato sempre senza alcun titolo per nome e cognome dimostrava circa 35 – 40 anni, viaggiava con una Mercedes e, se ben ricordo, per andare a Budapest transito’ per Trieste.
Lo Scorza e il siciliano si trattennero a Budapest circa due mesi. In epoca successiva che non posso pero’ precisare, lo Scorza fu sequestrato da tre siciliani e si rese conto che intendevano eliminarlo come testimone pericoloso della vicenda vissuta in Ungheria, ma fu salvato dall’ intervento del siciliano col quale era stato a Budapest. Nel corso del soggiorno a Budapest, il siciliano e lo Scorza seppero che era transitato per quel paese anche il turco Agka, autore dell’attentato al papa; questi era stato anche in Germania.

Successivamente lo Scorza apprese che Agka aveva incontrato in  Italia il Signorelli paolo e che quest’ ultimo era molto legato al boss siciliano che si era recato a Budapest. Sempre a proposito di quest’ ultimo ricordo adesso che aveva la sua residenza a Palermo ma era solito soggiornare anche altrove. Sempre lo Scorza parlando degli Italiani incontrati a Budapest mi riferi’ che costoro appartenevano alla destra politica e che egli non li aveva mai visti prima ne’ ne conosceva i nomi; che erano gli organizzatori di tutti i traffici illeciti nell’ Europa dell’ est ed in particolare in Ungheria e che sembravano godere della tolleranza della polizia ungherese.

Tornando al Signorelli come ho gia’ riferito negli interrogatori resi ai magistrati Romani dinanzi menzionati nonche’ al pm Vigna di Firenze, in sintesi posso dire quanto segue: per mia esperienza diretta. Nel 1975 il Signorelli venne espulso dal Msi perche’ usava il partito al fine di coltivare attivita’ eversive e divenne scopertamente il responsabile dell’ organizzazione militare di Ordine Nuovo, movimento coinvolto nella uccisione del giudice Occorsio e in altri delitti; tale funzione gli fu però, prima del delitto Occorsio, usurpata dal Concutelli. Con lo sfaldamento di ordine nuovo il Signorelli creo’ una struttura nuova nella impostazione politica e strategica articolata nelle comunita’ organiche di popolo e Costruiamo l’ Azione (di cui il Movimento Rivoluzionario Popolare era il braccio armato) ;

Freda

La caratteristica piu’ saliente di tale struttura consisteva nella ricerca di contatti con l’ estremismo di sinistra in conformita’ con le idee espresse da Freda, che sin dal 1968 concepi’ la unione di tutti i rivoluzionari per disintegrare il sistema (cfr opuscolo del Freda “La disintegrazione del sistema” Ed. AR) . In concreto i movimenti organizzati da Signorelli ed in particolare l’ Mrp ebbero contatti con elementi della sinistra come Mariani, Busato Fausto e l’ avvocato Di Giovanni. Nel 1978 il Signorelli maturo’ la evoluzione dei movimenti da lui organizzati nel senso della lotta armata e della destabilizzazione. La evoluzione sfocio’ in una serie di attentati come quelli al consiglio superiore della magistratura, alla Farnesina, al carcere di Regina Coeli e al Campidoglio. In tale attivita’ uno dei collaboratori piu’ stretti del Signorelli era Calore Sergio il cui ruolo principale era di preparare sotto il profilo tecnico gli attentati dinamitardi (fu a bella posta per mezzo di conoscenze negli ambienti militari fatto specializzare nell’ esercito per iniziativa di Signorelli che conosceva un ufficiale come artificiere) e di parteciparvi. Altro ruolo invece aveva il professor Semerari Aldo, questi, oltre a partecipare al vertice organizzativo e operativo al tempo degli attentati di cui sopra dei vari movimenti quali le comunita’ organiche di popolo, la Mrp e costruiamo l’ azione, era la figura di spicco come ideologo e per le conoscenze che aveva nel mondo giudiziario e politico. Inoltre egli, profittando del suo lavoro di perito psichiatra, assicuro’ i contatti dei movimenti eversivi di destra con i grossi personaggi della mafia, della camorra e della delinquenza comune in genere. Tra gli altri Cutolo, Vallanzasca (dal quale fui invitato al matrimonio) Bergamelli (che mi confido’ personalmente i suoi contatti con il Semerari, Berenguer Jacques il suo clan dei marsigliesi, Giuseppucci Franco detto “il Negro” (uno dei capi della organizzazione romana per la importazione dalla turchia di morfina base e per i sequestri di persona) .

Franco_Giuseppucci

Per tale attivita’ il Semerari ricevette un messaggio scritto col quale lo si avvertiva del grave pericolo che gli incombeva. In particolare, sul conto del Semerari posso citare come episodi della sua attivita’ eversiva diverse riunioni politiche e organizzative anche sotto il profilo militare tenute nella sua Villa di Poggio Mirteto con l’ intervento del Signorelli, del Calore, di De Felice Alfredo, di Neri Maurizio talvolta Scorza Pancrazio ed altri. Il Semerari come perito d’ ufficio favoriva i camerati impegnati e grossi delinquenti facendoli risultare infermi di mente.

Inoltre si prestava alla corruzione, ho saputo tra gli altri casi di un sequestro di persona in Argentina; egli fu arrestato in Italia nel 1979 e pago’ a Semerari perito d’ ufficio 50 milioni di lire per una diagnosi di infermita’ mentale. Ho appreso tale fatto direttamente dal Carlos Alberto e dall’ avvocato Arcangeli. Sui fatti e le persone di cui ho sin’ ora parlato mi riservo di redigere un memoriale piu’ ricco e circostanziato e soprattutto organico nei riferimenti tra le varie persone.

Vengono chieste al testimone le eventuali notizie in suo possesso sui seguenti nominativi iscritti nelle agende sequestrate a Semerari:

Rubrica tascabile di colore rosso contrassegnata col nr 3;
Mei telefono 3270958 – 3275357:
– potrebbe trattarsi di tale Mei, legato ad Avanguardia Nazionale, autore di una rapina a Barcellona, il cui bottino di oltre un miliardo fu rinvenuto a Roma in una Land Rover, nel periodo 1979 – 1980.

Nistri Silvia telefono 855739;
-si tratta della madre di Nistri Roberto, di cui parlero’ in seguito.

Agenda anno 1976 di colore amaranto siglata col nr 22 dall’ ufficiale di PG operante:
Fiorenza telefono 8872185;
– potrebbe trattarsi di certo Fiorenza di estrazione mafiosa, trafficante di stupefacenti (eroina) arrestato per l’ articolo 75 della legge nr 685.
Ho conosciuto Fiorenza durante la mia detenzione.

Mariani telefono 5575784;
– potrebbe trattarsi di Mariani Bruno, membro di Autonomia, tratto in arresto per l’omicidio Leandri, per associazione sovversiva e banda armata, militante nell’ area di Autonomia.

Crescenzi Gina telefono 5860070;
– potrebbe essere il recapito telefonico di Crescenzi Giulio, dirigente di avanguardia nazionale, arrestato in via Sartorio in Roma, mentre era insieme a Delle Chiaie Stefano (che riusci’ a fuggire) . Per il dirottamento di un aereo fokker nel 1975 e per la strage di Peteano fu arrestato un certo Vinciguerra, anch’ egli in via Sartorio, mentre era insieme al Crescenzi.

“Il caso Montorzi avvelena Bologna” La Repubblica 01.08.1989

Il caso Montorzi, il legale di parte civile che una settimana fa ha clamorosamente rinunciato all’ incarico nel collegio di difesa dopo un incontro con Licio Gelli e dopo aver denunciato i pericoli di un processo politico, avvelena Bologna. Rimbalzano voci, denunce, sospetti. L’ onorevole socialista Franco Piro, in una interrogazione, parla di decine di perquisizioni fatte in città nei giorni scorsi da uomini dei servizi segreti e chiede lumi sull’ esistenza di binari paralleli nell’ inchiesta. Libero Mancuso, pubblico ministero nel processo per la strage, annuncia querela contro il Giornale Nuovo che aveva interpretato l’ interrogazione di Piro dicendo che i binari paralleli erano quelli di Montorzi-Mancuso, quindi legati al Pci bolognese. Il magistrato chiede l’ intervento del Consiglio superiore della magistratura. E’ necessario dice Mancuso che a questo punto intervenga il Csm perchè è in pericolo in tante sedi d’ Italia l’ indipendenza della giurisdizione. Di fronte a questi ultimi sviluppi il presidente dell’ Associazione familiari delle vittime Torquato Secci accusa Montorzi di essere stato un infiltrato della P2 nel collegio di difesa.

Intanto l’ ombra del Venerabile vaga in città. Un lungo messaggio di Gelli è pronto per essere diffuso domani in occasione delle celebrazioni per il 2 agosto. Sono parole cariche di ostentata commozione. Non riuscirei a piangere il cadavere di mia figlia se avessi sulla coscienza gli ottanta morti di Bologna scrive il capo della P2 senza dimenticare di accusare la cultura cospiratoria comunista che nel processo alla strage ha raggiunto l’ apice. Contro Gelli si scaglia il Pci che denuncia senza mezze misure la rinascita del Gran Maestro dalle sue ceneri e una campagna tendente a dimostrare una giustizia eterodiretta dal Pci. Messaggi preoccupanti. Messaggi che pesano come macigni alla vigilia del nono anniversario della bomba alla stazione. Un’ aria cupa, carica di sospetti, di paure, di voci, di congiure grava sulla città e sul processo d’ appello fissato per il 24 ottobre. Un’ aria così inquinata che l’ onorevole democristiano Beniamino Andreatta ha lanciato la proposta di trasformare il 2 agosto in una giornata di silenzio. Facciamo come per il Venerdì Santo, facciamo un lutto collettivo, per cercare di capire cosa c’ è dietro la rinuncia e i silenzi dell’ avvocato Montorzi dice Andreatta. Ma il silenzio ufficiale di molti è già ora un segnale di grande imbarazzo. Pochissimi si lanciano nel tentativo di fare ipotesi pubbliche su cosa ci sia dietro la rinuncia di Montorzi che il giorno dopo l’ incontro con Gelli ha anche restituito la tessera del Pci. Il segretario del partito comunista si è scagliato contro il tradimento del legale con grande violenza parlando di una folgorazione sulla via di Villa Wanda ed ha annunciato una interrogazione comunista che chiede al governo di bloccare sul nascere questi nuovi episodi di intollerabile inquinamento e cosa intenda fare per impedire che il signor Licio Gelli continui ad inquinare dalla sua residenza la vita politica italiana. A porre domande e a tentare spiegazioni ci ha provato Franco Piro, deputato socialista eletto a Bologna e vicepresidente del gruppo a Montecitorio. Ma la sua lunghissima interrogazionze ai ministri Vassalli, Gava e Martinazzoli non ha certo contribuito a chiarire.

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Anzi da ieri, dopo la ricostruzione di Piro, il clima in città è ancor più teso. Secondo l’ onorevole socialista sembra che la rinuncia di Montorzi sia conseguente e non solo successiva all’ incontro con il capo della P2. Piro cioè mette per iscritto quello che tutti a Bologna si chiedono da una settimana: come ha fatto Gelli a convincere Montorzi?. Spunta anche il nome di Francesco Pazienza, ma solo perchè avrebbe rivendicato la sua estraneità nella vicenda e, come scrive sempre Piro, l’ ombra di elementi dei cosiddetti corpi separati dello Stato. Veleni che si mischiano col dolore dei famigliari delle vittime di tutte le stragi (2 agosto, Italicus, treno 904) a cui quest’ anno, nelle celebrazioni, viene associato il mistero di Ustica. Piro raccoglie un’ altra voce che corre in città per chiedere ai tre ministri se risulta che uomini dei servizi segreti abbiano effettuato perquisizioni non autorizzate di cittadini bolognesi con responsabilità istituzionali nelle notti tra il 21, 22 ed il 23 luglio.

Una bomba che non trova credito, ma che ora è scritta. Così come è scritto, ma questa volta tra le righe, il sospetto di Piro di irrituali collaborazioni tra Montorzi e qualche giudice. Il deputato paventa collegamenti tra il predetto avvocato e giudici che si sono posti in evidenza per clamorose iniziative. A Bologna tutti hanno letto questo brano come un collegamento fatto da Piro tra Montorzi, Mancuso e il Pci. Infatti tra i veleni di questo scorcio d’ estate c’ è anche la voce di fantomatici verbali della commissione giustizia comunista. Un’ ipotesi che sfiora l’ assurdita visto che Montorzi non faceva parte della commissione, ma che dimostra il clima che si respira a Bologna. Proprio per questo Mauro Zani, numero uno della federazione comunista, mette in guardia contro il ritorno dell’ ombra lunga della P2 sul processo per il 2 agosto e dà una interpretazione precisa ai veleni del luglio bolognese. E’ una campagna di delegittimazione dei magistrati che non si sono lasciati mettere, a suo tempo, la museruola da Licio Gelli e dai servizi deviati.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/08/01/il-caso-montorzi-avvelena-bologna.html

“Sì ho incontrato Gelli” – La Repubblica 25.07.1989

Sì, ho preso un tè con Licio Gelli nel salotto di villa Wanda. L’ avvocato Roberto Montorzi conferma l’ incontro con il maestro venerabile della Loggia P2 che ha poi rivisto a Milano insieme al difensore di Gelli, l’ avvocato Fabio Dean. Seguendo una prassi completamente inedita, il legale di punta del collegio di parte civile delle stragi (2 agosto alla stazione di Bologna, treni Italicus e 904 di Natale) che tre giorni fa ha rimesso il mandato difensivo, il 5 luglio scorso conversò per un’ ora e mezza con il capo della P2, condannato in primo grado a dieci anni di carcere per la strage dell’ 80. Di che cosa parlarono Montorzi e il venerabile in un luogo che non ha niente a che fare con le sedi processuali deputate? Di Cauchi, del terrorismo nero toscano, di Musumeci è la sua risposta. Perché lo ha fatto, pur sconsigliato dai colleghi e dal presidente dell’ Associazione delle vittime Torquato Secci? Curiosità professionale. Accuso da dieci anni una persona che non avevo mai incontrato. Quando mi hanno contattato per un colloquio con Gelli, ho detto di sì. Dovevo essere a Firenze per un processo… Arezzo è vicina e ci sono andato. E chi ha fatto da tramite fra Gelli e Montorzi? Il giornalista Cristiano Ravarino (un pubblicista italo-americano, ben ammanicato con la P2 e che vanta conoscenze di altissimo livello con i vertici della politica e dell’ esercito statunitensi n.d.r.). La rinuncia alle parti civili è stata una conversione dopo gli incontri con Gelli? Maglietta rossa a maniche corte, abbronzato e sudato Montorzi nega: Mi si rimprovera l’ inopportunità delle mie dimissioni. Io però le andavo annunciando da mesi. Lo sapevano tutti. Gelli non c’ entra. La risposta dell’ avvocato è secca e decisa quanto imprevedibile la sua rinuncia che fa seguito di pochi giorni alla restituzione della tessera al Pci, decisione quest’ ultima presa dopo un lungo travaglio. La sequenza degli avvenimenti però induce a sollevare anche qualche dubbio. Quindici giorni dopo il primo incontro con Gelli, il 20 luglio, Montorzi scrive una lettera di due pagine e mezzo a Secci per comunicargli la sua decisione di rimettere l’ incarico: Caro Torquato, come ti ho già anticipato a voce mi sono incontrato il 5 luglio con Licio Gelli in Arezzo presso la sua abitazione… L’ incontro con Gelli mi ha indotto ad ulteriormente riflettere sulle distorsioni del processo e sugli effetti perversi che ne potranno scaturire. Il 22 luglio mattina le redazioni di alcuni giornali ricevono un comunicato dall’ avvocato difensore di Gelli, Fabio Dean.

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Ma il comunicato è a firma di Roberto Montorzi: in esso il legale annuncia ufficialmente di aver rinunciato al mandato di parte civile con una decisione che scaturisce da una mia valutazione critica rispetto alle ipotesi accusatorie formulate nei confronti di alcuni imputati, a mio avviso non raggiunti da sufficienti prove di colpevolezza. Come ha fatto l’ avvocato di Gelli ad entrare in possesso di quel comunicato? Gliel’ ho dato io stesso risponde Montorzi . Ci siamo visti a Milano cinque minuti, il 21 luglio, perché Dean (che conosco da 20 anni) mi aveva chiesto se erano vere le voci sulle mie dimissioni. Perché gli ho dato il comunicato? Lo avevo pronto per l’ Ansa. Io poi non l’ ho spedito. Non immaginavo lo spedisse Dean, per fini suoi. Al colpo di teatro si arriva dunque ad appena undici giorni dal nono anniversario dell’ eccidio alla stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti) e a tre mesi dall’ appello fissato per il 24 ottobre e la sua cronistoria lascia aperti molti interrogativi. C’ è chi sostiene che il colpo di scena che ha per protagonista l’ avvocato Montorzi non sia che l’ inizio di una campagna mirata a svuotare il processo di significato e credibilità. E in questo si inserirebbe anche la richiesta di intervento del ministro Vassalli da parte di Giuseppe De Gori, l’ avvocato difensore di Francesco Pazienza. Montorzi però si chiama fuori da questa ipotesi: Ho appreso dalla stampa che la mia decisione di rinunciare al mandato quale difensore di parte civile nel processo per la strage di Bologna sarebbe stata determinata o favorita da un incontro con Gelli scrive in un comunicato diffuso nel pomeriggio di ieri . Nel respingere con fermezza tale insinuazione lesiva della mia dignità, preciso di avere indicato i motivi di insoddisfazione e disagio in una lettera al presidente dell’ Associazione delle vittime Torquato Secci. In quella lettera, spedita dopo l’ incontro con Gelli, di motivi Montorzi ne ha elencati diversi, tutti da tempo già affrontati con gli altri avvocati di parte civile e con lo stesso presidente dell’ Associazione. Era nota la sua insoddisfazione per come è stato istruito il processo per la strage. Il legale avrebbe voluto un approfondimento delle indagini e accuse più pesanti per taluni imputati. Tutte critiche che l’ avvocato ribadisce nella lettera a Secci: Non ho condiviso in particolare la scelta di accusare alcuni imputati di calunnia (fatto-reato che a mio avviso non sussiste) anziché di favoreggiamento, concorso in strage o altro.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/07/25/si-ho-incontrato-gelli.html

Il conflitto di Pian del Rascino Sentenza ordinanza processo Mar 28.04.1976

La notizia del conflitto a fuoco verificatasi il 30 maggio 1974 a Pian di Rascino venne comunicata all’autorità giudiziaria di Rieti con fonogramma pervenuto alle ore 12 dello stesso giorno. I fatti sono riferiti dettagliatamente nel rapporto giudiziario n0185/9 in data 7 giugno 1974 dal comandante della compagnia CC di Cittaducale (cfr.f.140 e segg.vol.1). In detto rapporto si precisa:

a) che nella serata del 29 maggio il brigadiere Carmine Muffini, comandante della stazione CC di Flamignano riferì al rapportante di aver avuto notizia dalle guardie forestali del posto che nell’altopiano di Rascino “era stato notato un anormale movimento di una autovettura e di una moto targate Milano ed inoltre erano stati notati anche due giovani di cui uno armato di arma lunga da fuoco”;
b) che pertanto, per il giorno successivo era stato predisposto un rastrellamento della zona da parte di due pattuglie, l’una formata dal maresciallo Antonio Filippi, comandante del gruppo radiomobile di Cittaducale e composta dai carabinieri Alessandro Iagnemma e Bruno D’Angelo; l’altra formata dal brigadiere Muffini, dal carabiniere Pietro Mancini e dalle due guardie forestali di Fiamignano;

c) che le suddette pattuglie, riunitesi in Rascino alle ore 6,30, iniziarono il rastrellamento di un’ampia zona montana fino a giungere ai margini di una fascia boscosa, al cui limitare venivano notate un’autovettura ed una tenda di tipo militare completamente mimetizzate;
d) che la tenda veniva circondata ed i militari Filippi e Muffini invitarono gli eventuali occupanti ad uscirne per essere identificati, cosa che veniva eseguita da un giovane il quale, dopo essersi affacciato all’apertura della tenda ed essere stato invitato ad esibire i documenti di identificazione, vi rientrava per riuscirne seguito da altri due giovani il primo dei quali recava dei documenti in mano e faceva l’atto di esibirli mentre il secondo rimaneva accovacciato sulla soglia;
e) che invitato quest’ultimo a portarsi accanto agli altri due, invece di ottemperarvi, si dirigeva verso I’autovettura, mentre il maresciallo Filippi, guardando all’interno della tenda, vi notava armi e munizioni;

f) che a questo punto il Filippi avvertiva i militari ingiungendo a tutti e tre i giovani di mettersi con le spalle alla vettura;
g) che pressoché contemporaneamente il terzo giovane estraeva una pistola facendo fuoco nei confronti del Carabiniere Mancini che gli si era buttato addosso: in aiuto a quest’ultimo accorreva il Carabiniere Iagnemma, nei cui confronti il giovane, riuscito nel frattempo a liberarsi del Mancini, esplodeva altri due colpi di pistola;
h) che mentre il feritore tentava di rialzarsi il Maresciallo Filippi ed il brigadiere Muffini facevano a loro volta fuoco su di lui riuscendo ad abbatterlo.
Terminato il conflitto e constatata la morte dello sconosciuto, il Carabiniere Iagnemma veniva trasportato all’ospedale di Rieti dalle due guardie forestali che durante l’episodio si erano mantenute ad una certa distanza ed altrettanto avveniva per il Mancini ugualmente ferito.
Gli stessi fatti vengono riferiti anche nel rapporto datato 1 giugno 1974 del Comando Guardie Forestali di Fiamignano. In esso viene confermato che la notizia relativa alla presenza in zona di Rascino dei veicoli e delle persone sospette era stata fornita nel pomeriggio del 29 da un confidente alle guardie De Angelis e De Villa le quali ne informavano il Comandante dei CC. di Fiamignano che, telefonicamente provvedeva, alla presenza stessa degli informatori, ad avvertire il comando della Compagnia di Cittaducale. Da qui l’operazione di servizio concordata per il primo mattino del 30 maggio, conclusasi nel modo anzidetto. L’unica precisazione contenuta in tale rapporto concerne la dinamica dell’episodio terminale. Affermano infatti i verbalizzanti che il maresciallo Filippi, usciti i tre giovani dalla tenda, chiese il permesso di guardare nell’interno e resosi conto di quanto vi era contenuto “con un gesto d’intesa lasciava chiaramente capire al resto della pattuglia di mantenersi pronta a qualsiasi evenienza”.
A questo punto il brigadiere forestale De Angelis si avvedeva che il terzo giovane cercava di retrocedere per avvicinarsi alla Land Rover vicino alla quale si trovava il carabiniere Mancini. Se ne avvedeva anche quest’ultimo e, nell’intento di immobilizzare il giovane, ingaggiava con lo stesso una violenta colluttazione: era durante il corso di questo “corpo a corpo” che il giovane estraeva la pistola sparando prima contro il Mancini e quindi contro lo Iagnemma. Tutti i fatti suddetti sono stati confermati da Filippi e Mancini, interrogati il 3 giugno 1974 dal sostituto Procuratore della Repubblica di Rieti. Dalle suddette deposizioni si apprende comunque specificamente che ad aprire il fuoco contro Esposti furono i suddetti militari, quando lo stesso, terminata la colluttazione con Mancini ( e dopo aver sparato anche a Iagnemma) si rialzò in piedi offrendosi come bersaglio: a questo punto Mancini esplodeva contro di lui due colpi di moschetto e Filippi vari colpi di pistola “finché non lo vide cadere definitivamente a terra”.
Ulteriori particolari si apprendono dalle dichiarazioni del brigadiere forestale De Angelis (cfr.deposizione in data 19 novembre 1974 al Giudice Istruttore) il quale precisa:
1) che coloro che il pomeriggio del 29 maggio lo avevano informato della presenza degli insoliti campeggiatori furono tali Blasi Enzo e Morelli Itala, persone di Grottaferrata che avevano in affitto un casolare nella zona (in ispecie gli riferirono di aver conosciuto dei giovani in possesso di armi che avevano usato per una sorta di tiro al bersaglio in loro presenza e gli consegnarono quattro bossoli appartenenti ad armi lunghe e corte, circostanza confermata il 22.11.1974 al Giudice Istruttore dal Blasi );
2) che l’Esposti incominciò a sparare all’impazzata prima di essere stato raggiunto dal carabiniere Mancini. Quest’ultimo dichiara a sua volta ( cfr. deposizione in data 19.11.1974) che era appostato accanto alla Land Rover e che l’Esposti, diversamente dagli altri due giovani, si diresse versa il veicolo, forse neppure notando la sua presenza: a questo punto egli mosse alcuni passi verso il giovane il quale però, estratta una pistola dal giubbotto, esplose un colpo nella sua direzione raggiungendolo all’addome. Mancini allora,  abbandonato il mitra che aveva in mano, balzò addosso all’Esposti ed iniziò un corpo a corpo nel corso del quale fu colpito una seconda volta al gomito destro.
La stessa dinamica ê riferita da Iagnemma (cfr.deposizione 26.11.1974) il quale riferisce i fatti nei medesimi termini, del Mancini , aggiungendo che durante la colluttazione fra il collega ed Esposti egli si avvicinò ai due con il mitra in pugno senza peraltro usarIo, temendo di colpire il Mancini, ma che quando si trovava a tre o quattro metri di distanza, venne a sua volta colpito all’addome. Alessandro D’lntino ed Alessandro Danieletti non hanno in sostanza fornito elementi diversi rispetto a quelli riferiti dai militari operanti.
Il primo (cfr. interrogatorio in data 4 giugno 1974) ha dichiarato che mentre stava ancora dormendo, furono svegliati da una voce che chiedeva i documenti. Uscì per primo Danieletti il quale rientrò subito dicendo che c’erano i Carabinieri. Esposti diede la sua patente falsa a Danieletti il quale tornò fuori dalla tenda. Egli lo seguì dopo essersi infilata la pistola dietro la schiena. Entrambi consegnarono i documenti ai Carabinieri e precisamente al brigadiere armato di moschetto. Poco discosto c’era il maresciallo con un fucile a tracolla ed una pistola al fianco. Fra la tenda e la Land Rover vide altri due Carabinieri armati di mitra e sullo sfondo vicina ad una campagnola, due guardie forestali. Esposti si affacciò per ultimo all’uscita della tenda, rimase un attimo accoccolato sui talloni, quindi si alzò e lentamente si avviò risalendo il leggero pendio e  dirigendosi verso la Land Rover ed il luogo dove vi erano i due Carabinieri col mitra.

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In quel momento il maresciallo diede un’occhiata all’interno della tenda e quindi urlò di far mettere tutti contro la camionetta. In concomitanza qualcuno gridò “Tutti a terra”. E vi fu una serie di colpi d’arma da fuoco all’inizio dei quali udì un fortissimo sibilo come di aria compressa. Già sentendo le urla egli, comunque, si era buttato a terra e non ebbe la possibilità di seguire le fasi del conflitto: ebbe solo alla fine la visione di Esposti che cedeva all’indietro impugnando ancora con la mano destra la pistola all’altezza del capo. Analoghe, nella sostanza, le dichiarazioni di Danieletti ( cfr. interrogatorio 1 giugno,1974): precisa comunque l’imputato che mentre stava per tornare alla tenda per cercare anche i suoi documenti sentì dei colpi d’arma da fuoco e con la coda dell’ occhio vide l’Esposti che lottava avvinghiato ad un carabiniere. Subito dopo si gettò a terra, sentì altri colpi e vide il maresciallo che cominciava a sparare con la sua pistola. Terminato il conflitto a fuoco il maresciallo gli intimò di accostarsi carponi a D’Intino e disse al brigadiere di tenerli sotto tiro; quindi entrambi, a mani alzate, furono condotti verso la radura dove era situata la jeep dei carabinieri. I rilievi tecnici, il verbale di ispezione dei luoghi compiuto dal P.M.e la relativa documentazione fotografica, sono contenuti nel volume 39° degli atti dell’Autorità Giudiziaria di Rieti. La perizia necroscopica condotta sul corpo di Giancarlo Esposti ( cfr. sempre volume 39°) ha accertato che la morte “E’ stata causata da ferita transfossa del cranio con ampio sfacelo necrotico emorragico del tessuto nervoso e fratture craniche multiple”. Sul cadavere furono inoltre riscontrate ferite trapassanti del torace e dell’addome con lacerazione del lobo polmonare superiore di sinistra e del fegato con emotorace sinistro ed emoperitoneo di modesta entità”. II perito infine ha accertato che i numerosi colpi che raggiunsero l’Esposti ( tutti trapassanti) furono esplosi da diverse direzioni da parte di “armi da fuoco tipo fucile per la lesione cranica e di armi da fuoco tipo, pistola di medio calibro per le altre ferite”. Per quanto concerne la distanza di esplosione “stante il carattere dei probabili forami d’entrata, la negatività degli esami isto-chimici sui forami stessi, l’assenza di fenomeni di abbruciamento o di affumicatura in corrispondenza, dei forami repertati sugli indumenti, si può escludere che gli stessi siano stati sparati a bruciapelo od a breve distanza ( trenta-cinquanta cm.), ma trattandosi di colpi tutti quanti trapassanti ( non sono stati infatti rinvenuti proiettili neI corpo di Esposti) e con forami cutanei, dotati, per lo più, di orletto contusivo, è verosimile ritenere che i colpi siano stati esplosi a distanza di pochi metri”. Per quanto concerne le lesioni subite dal carabiniere Iagnemma Alessandro, il perito ( cfr. elaborato in vol. XXIII Faldone D/3) ha accertato:
– che la parte lesa fu raggiunta da un colpo d’arma da fuoco trapassante in regione toraco-addominale interessante lo stomaco, il colon ed il fegato;
–  che la malattia era ancora in atto a 620 giorni dal ferimento;
– che probabile la sussistenza di postumi di natura permanente vi fu pericolo di vita;
– che il colpo fu esploso da una distanza compresa fra 80 centimetri e 5 metri (con probabilità metri tre) con direzione sinistra-destra lievemente dall’alto in basso, a ferito eretto.
In ordine a Mancini Pietro:
– che la parte lesa fu raggiunta da due colpi trapassati : il primo interessante l’addome con duplice lesione del colon e del fegato, il secondo l’avambraccio-braccio destro con frattura dell’epicondilo;
– che la durata della malattia fu di giorni 216;
– che sono residuati postumi di natura permanente, ma non vi fu pericolo di vita;
– che il colpo trapassante l’addome fu esploso da una distanza di circa tre metri dall’alto in basso, a ferito eretto, mentre quello che raggiunse il braccio destro fu sparato da una distanza tra i 60 e i 100 cm, dal basso verso l’alto mentre il ferito stava sovrastando il feritore.
Deve ancora precisarsi che (cfr.perizia balistica disposta dall’A.G. di Rieti) un proiettile raggiunse la ruota di scorta della Land Rover di Giancarlo Esposti. Tutto ciò premesso ritiene questo giudice istruttore doveroso (anche se ciò non forma direttamente oggetto dell’indagine processuale, ma esistendo agli atti – cfr. f.214 e seguenti in volume terzo atti A.G. Rieti – una esplicita istanza del padre di Esposti e dello stesso difensore del D’Intino) puntualizzare l’episodio non solo in relazione alle responsabilità di Alessandro D’Intino ed Alessandro Danieletti, che figurano imputati di concorso in tentato omicidio nei confronti dei carabinieri Mancini e Iagnemma, ma anche per quanto concerne la morte di Giancarlo Esposti.

esposti

A questo proposito deve rilevarsi che le ipotesi formulate sia in sede di pubblica informazione, sia in ambita strettamente processuale (cfr.  come verrà, evidenziato più oltre le dichiarazioni di Luciano Benardelli e quelle di D’lntino che ha affermato “di aver avuto la impressione in sede di sopralluogo del P.M. che il cadavere di Esposti giacesse in un luogo un pò spostato rispetto a quello in cui lo vide cadere e cioè più in basso verso il bosco e soprattutto in posizione diversa, bocconi e non supina”) non paiono trovare un adeguato riscontro nelle obiettive risultanze del procedimento. Deve infatti considerarsi:
1) che l’operazione che consentì di intercettare il gruppo Esposti partì da informazioni raccolte da componenti del Corpo forestale dello Stato i quali parteciparono direttamente all’operazione stessa;
2) che subito dopo il conflitto a fuoco le forze dell’ordine non sapevano ancora chi fossero gli antagonisti, come dimostra il primo concitato colloquio fra il maresciallo comandante la pattuglia e Alessandro D’lntino, secondo quanto da quest’ultimo ferito (“Siete delle Brigate Rosse?”, “No, no siamo fascisti !”);
3) che il conflitto a fuoco ebbe inizio per l’imprevista reazione di Giancarlo Esposti il quale sparò ai carabinieri Mancini e Iagnemma in circostanze che le rispettive perizie medico-legali hanno perfettamente identificato in quelle riferite dagli interessati (Mancini venne colpito all’addome mentre si avvicinava ad Esposti e al braccio durante la colluttazione, Iagnemma all’addome mentre accorreva a sua volta);
4) che anche il colpo che raggiunse la ruota di scorta della Land Rover (e che provocò il caratteristico sibilo di aria compressa riferito da D’Intino) fu esploso da Giancarlo Esposti, presumibilmente durante la lotta col Mancini;
5) che il fatto che Giancarlo Esposti sia stato raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco provenienti da diverse direzioni e che risultano averIo colpito in varie parti del corpo collima con quanto dichiarato dal brigadiere Muffini che ha dichiarato di aver esploso contro Esposti due colpi di moschetto e dal maresciallo Filippi che ha affermato di aver sparato finché non vide l’Esposti cadere definitivamente;
6) che le diverso angolazioni delle ferite riscontrate sul cadavere di Giancarlo Esposti (cfr. perizia necroscopica) possono essere spiegate col fatto che la vittima venne fatta oggetto dei colpi dal momento in cui, dopo la colluttazione coi carabinieri “si stava rialzando offrendosi come bersagli” a quello in cui “cadde definitivamente a terra”;
7) che la posizione parzialmente bocconi del cadavere può egualmente spiegarsi col fatto che Esposti venne colpito mentre si trovava su un leggero pendio (cfr .dichiarazioni D’Intino e Danieletti e angolazione del colpo esploso da Esposti contro Mancini ) per cui il corpo, anche se caduto all’indietro, può aver assunto, per forza dinamica propria, la diversa posizione riscontrata da D’Intino (che, appunto, ebbe l’impressione di trovarlo, oltre che parzialmente bocconi, anche un pò più in basso).  Questa, quantomeno, la ricostruzione dei fatti che appare giustificata dagli atti processuali.

Il conflitto di Pian del Rascino Sentenza ordinanza processo Mar 28.041976  pag 320-327