“E adesso i fascisti tentano la rissa” – L’Unità 18.11.1981

«Se questo qui mi fa ancora delle domande non circostanziate, non rispondo più, finisce che mi scaldo anch’io… si parla di Ordine nero, di Ordine verde, di fantomatici gruppi, si vuol mettere dentro anche Portella delle Ginestre… signor presidente, vogliamo fare questo processo o no?».

Quando Luciano Franci, accusato della strage dell’Italicus, ha smesso di urlare davanti allo sbigottito presi­dente Nigri di Montenegro, «questo qui», cioè il Pm Luigi Persico, con un sorriso appe­na accennato sotto i baffi leggerissimi, ha spiegato se­renamente: «Temevo che la bonomia del Franci prima o poi scomparisse, per lasciare il posto a questo comporta­mento. Quelle che sto facen­do sono semplici domande su fatti, persone, circostanze reali. E se la Corte vuol fare questo processo deve percor­rere con pazienza questa strada, ma se pensa di esau­rire l’interrogatorio dell’imputato in due ore, tanto vale incappucciarsi la testa e ri­nunciare alla verità».

Appena il processo per l’Italicus è entrato minima­mente nel vivo, appena si è cercato di approfondire, di scavare per chiarire in quale clima politico (e tra quali personaggi) è maturato il massacro, l’arroganza fasci­sta ha tentato di far scadere il dibattimento in rissa. Ma non era, forse, soltanto arro­ganza: il fatto è che quando Franci si è messo a urlare (e a urlare ci si è messo anche il suo difensore, l’ex federale missino di Arezzo avvocato Oreste Ghinelli, al quale Franci un tempo faceva da autista), l’imputato era in se­ria difficoltà. In crisi l’aveva messo il Pm Persico, dopo che per circa due ore il presi­dente aveva lasciato che l’ac­cusato parlasse senza che gli si muovessero contestazioni di sorta.

Franci si è trovato in diffi­coltà su una serie di doman­de che apparentemente ap­parivano ingenue e poco cal­zanti: «Lei, Franci, è stato ri­coverato per un’operazione d’appendicite all’ospedale di Montevarchi. Perché mai a Montevarchi?». Franci: «C’e­ro già stato ricoverato d’ur­genza e mi ci sono trovato bene». Pm: «Lei, Franci. co­nosce Augusto Cauchi?». Franci: «Certamente, lo ve­devo nella sede del Msi di A­rezzo». Pm: «E conosce Mirel­la Ghelli?».

Franci: «No, no, no». E su­bito dopo sono cominciate le urla. Perché? Con quelle do­mande il Pm voleva mettere in evidenza, riuscendoci, una strana coincidenza, o me­glio, alcune strane coinci­denze. La prima: nell’ospeda­le di Montevarchi, nel 1970, era stato ricoverato l’ex am­basciatore ungherese a Ro­ma Joseph Szall, che aveva avuto un incidente di macchina sull’Autostrada del So­le. L’ex diplomatico, divenu­to un dissidente, nell’ospedale aveva conosciuto il prima­rio Luigi Oggioni, che è nelle liste della P2, attraverso il quale era entrato in contatto con Licio Gelli. Con il capo della P2, Joseph Szall, aveva organizzato una «fuga dall’Est», operazione che era sta­ta affidata al colonnello dei servizi segreti italiani (an­ch’egli piduista, coinvolto nello scandalo Sindona) An­tonio Viezzer.

Seconda coincidenza: se­gretaria del primario pidui­sta Oggioni era una certa Mirella Ghelli, amante di Augusto Cauchi, dello stesso gruppo di Tuti (è latitante dai giorni della fuga di Tuti dopo l’assassinio dei due po­liziotti), del quale il Pm ha voluto ricordare un partico­lare non secondario: «L’ulti­ma telefonata prima di scomparire dall’Italia — ha detto Persico — fu fatta da Cauchi ai servizi segreti…».

Non è stato il solo momen­to di difficoltà dell’imputato. La seconda, grave crisi, Franci l’ha attraversata quando il pubblico ministero ha voluto saperne di più su una sua spontanea dichiara­zione al giudice Vigna di Firenze. In questa dichiarazio­ne, il cui verbale è agli atti del processo, Franci affermò che dal camerata Massimo Batani e dallo stesso Cauchi aveva appreso dei rapporti intercorrenti tra Licio Gelli, suo genero il giudice Marsili di Arezzo (uno dei magistrati piduisti), i servizi di sicurez­za italiani ed elementi della destra eversiva. Franci non ha voluto rispondere. Ha commentato: «Sono baggia­nate, ho inventato tutto». E il Pm ha replicato: «Lei aveva un’ottima fantasia quando parlò al giudice in quel lon­tano 8 settembre 1976». E Franci di rimando: «Se aves­si avuto quelle conoscenze, non sarei qui» (ma risulta, da sue dichiarazioni in istrutto­ria che riuscì a entrare nella amministrazione postale per interessamento del dc Bucciarelli Ducci, anch’egli uo­mo di Gelli).

A questo punto, Tuti si è intromesso: «Il Pm vuol se­minare zizzania». Terzo momento di crisi per Franci, quando il Pm gli ha chiesto se era presente, il 22 gennaio 1975, a una confe­renza tenuta da Cauchi a Ca­stiglione Fiorentino sui ser­vizi segreti. Da una rivelazione di Pietro Malentacchi si apprende che a quella con­ferenza erano presenti, tra gli altri, Tuti, Franci e lo stesso Malentacchi. Franci ora dice: «Assolutamente no». In quella circostanza Cauchi — si legge negli atti istruttori — illustrò le vicen­de d’Italia e «di come i servizi segreti fossero responsabili degli attentati terroristici». Ma non era, Cauchi, collaboratore privilegiato dei servi­zi? Per il resto, Franci ha rac­contato, o meglio non ha raccontato, di quando, quel­la notte tra il 3 e 4 agosto 1974, si trovava sul marciapiede della stazione di Santa Maria Novella di Firenze (la­vorava lì come «carrellista po­stale») e da quel marciapiede vide partire il treno «Italicus», ormai minato dalla bomba, verso Bologna e vide un poliziotto affacciarsi da un finestrino e fare un gesto, come di convalida, di assen­so. A chi? Franci dice di non sapere. Il processo continua oggi.

Gian Pietro Testa, L’Unità 18.11.1981

Gli scritti di D’Alessandro e le valutazioni del giudice Vella sul ruolo dell’avvocato Ghinelli

Nelle sue note di diario il D’Alessandro, con le con­siderazioni sulla sua vicenda egli si protesterà sempre innocente del delitto per il quale venne poi condannato dalla Corte d’Assise di Arezzo a 16 anni di reclusione -, sulla sua condizione personale e familiare, sui suoi studi ed i suoi rapporti sentimentali, registra rifles­sioni stilla vita carceraria, stilla giustizia e sul suo processo ed interessanti descrizioni di personaggi, epi­sodi e situazioni del piccolo universo in cui andava tristemente evolvendo la sua giovane personalità.

Occorre subito rilevare a proposito degli scritti del D’Alessandro che, certa la loro autenticità, non può disconoscersene l’indubbio valore documentario e, quan­to alle osservazioni di ambiente ed ai riferimenti circostanziali di cui sono cospicuamente disseminati, la loro incontestabile validità probatoria. Si opporrà a tale tesi l’osservazione della mancanza di conferma e di ratifica di quegli scritti da parte del loro autore, tuttora latitante; è però questa osser­vazione non pregevole per il rilievo della natura e del­la struttura del procedimento di formazione del libero convincimento del giudice, a costituire il quale pos­sono essere legittimamente assunti tutti quegli elemen­ti di fatto di cui è dato operare un riscontro obbiet­tivo e razionale e della cui utilizzazione sia fornita motivazione logica e persuasiva.

Da quegli scritti si apprende che nel piccolo univer­so carcerario di Arezzo (53 detenuti) il gruppo dei neofascisti aretini godeva di non dissimulata simpatia da parte di elementi del personale di custodia; che ta­luni membri di quel gruppo, pur esaltando l’ideologia cui avevano ispirato le loro imprese di violenza, non disdegna­vano tuttavia contatti con gli avversari politici, favori­ti naturalmente dall’angustia degli ambienti e dalle leg­gi ineludibili della convivenza necessaria; – che i mag­giori esponenti della piccola cellula neofascista erano difesi dall’avv. Ghinelli, all’epoca commissario straordinario della federazione aretina del MSI ed indicato da insospettabili fonti (la De Bellis f. 102 ; il Brogi: f, 34 e 48; il Rossi Giovanni f. 68/r/48) come il nume tutelare del gruppo, il finanziatore dello stesso, il leader carismatico del neofascismo aretino (emerse tali circostanze nel corso della istruttoria del procedimento contro Balistreri ed altri, n. 270/74: f»62/42, venne­ro denunciate dal G.I. di Bologna al PM di Arezzo; ma a questo ufficio non è nota la sorte riservata a quel­la denuncia), avvocato ed uomo politico che di certo godeva di non platonico prestigio nell’ambiente carcera­rio e non, se già il 21 dicembre ‘75 poteva disporre della fotocopia non autenticata dell’ufficio – quindi verosimilmente acquisita favoris gratia — della let­tera diretta alla direzione dell’Espresso dagli evasi D’Alessandro e Fianchini (ff. 60 e 61/42) rinvenuta con gli scritti del D’Alessandro e prodotta all’inizio dell’interrogatorio del Franci da parte di quest’ufficio (f. l/50) – documento costituente corpo di reato o co­munque attinente ad un reato e relativa a due coimputati del Franci che alla immediata conoscenza di quello scritto non era legittimato ad accedere.
A tal riguar­do è opportuno considerare il fatto che mentre l’avv. Ghinelli poteva disporre subito, ed illegittimamente, di quel documento, al giudicante invece che aveva richiesto et pour cause, tutti gli scritti del D’Alessandro in vi­sione per rilevare notizie e riferimenti alla strage dell’Italicus in essi ricorrenti secondo non isolate ed insi­stite notizie di stampa, veniva trasmessa la fotocopia di un solo piccolo brano (8 righi: tratti dal f. 22/56) (il volume delle fotocopie, fasc. 56, conta oltre 380 pagine), nell’assunto che esso contenesse il solo riferimento all’Italicus (di qui ad un istante si rileverà il contra­rio). Solo con l’esplicita e perentorio richiamo al dovere di esibizione di cui all’art. 342 C.P.P., quest’ufficio poté acquisire la necessaria e doverosa conoscenza di tutti quei documenti (ff. 63, 64, 68, 69/42).
E’ certo, per quanto è legittimo desumere dalle sof­ferte pagine del D’Alessandro, che i pupilli dell’avv. Ghinelli ed i gregari del Tuti, dovevano respirare una atmosfera carceraria materiata di particolare comprensione, di quasi compiacente solidarietà, che il D’Alessandro coglie e descrive, anche se talora con punte di non immo­tivato disperato risentimento per la sua condizione evi­dentemente deteriore rispetto a quella dei fascisti.

Sentenza ordinanza G.I. Vella 1980 pag 247-249

Sul teste Fianchini – sentenza cassazione 1987 Corrado Carnevale

Quanto alla genuinità della fonte  il giudice di appello ha anche sostanzialmente negato ogni rilevanza a quanto dichiarato dallo stesso Fianchini, ossia di essere convinto, fin dall’origine e prima ancora di riceverne le confidenze della colpevolezza del Franci pure per la strage del treno “Italicus” e di avere, perciò, usato l’inganno, attraverso la falsa promessa di farlo espatriare in Albania, per indurlo a confessare. Invece sul piano logico la prima circo stanza concerne un pregiudizio, che incide negativamente almeno sulla retta interpretazione dei fatti da parte del testimone; la seconda rafforza quel pregiudizio così radicato da indurre al raggiro, ed inoltre è indice di propensione alla frode, con incidenza negativa sulla valutazione della personalità del testimone.      Quanto alla narrazione del Fianchini il giudice di appello ammette che il suo contenuto è schematico, privo di dettagli ed incerto sui ruoli degli accusati. Tali elementi, certi ed obiettivi, lo stesso giudice tuttavia supera in base a due argomenti: la schematicità e le incertezze sono da attribuire al Franci, del quale il Fianchini si limita a riportare la narrazione (vedi pag. 319 e 322 sent. impugnata); il Fianchini. come egli stesso sostiene, non ha chiesto particolari per non insospettire il Franci.
attentatoitalicus

Il primo argomento sul piano logico è controproducente, perché trasferisce l’elemento negativo alla assunta confessione del Franci, sicché resta indebolita alla radice , ossia nella sua fonte, la narrazione del Fianchini; ed inoltre quanto ai ruoli è contraddetto dallo stesso Fianchini, perché la sentenza impugnata ha dato atto—(vedi—pag. 66 sent. impugnata, il cui contenuto è anche riportato nel precedente paragrafo 7.5) che il Fianchini, quando gli venne contestato proprio il più evidente contrasto sul ruolo della Luddi, esclude che Franci avesse lasciato spazio a dubbi od incertezze.

Il secondo argomento presuppone la piena attendibilità del Fianchini, oggetto dell’indagine, ed inoltre sul piano logico resta non facilmente comprensibile la preoccupazione di non insospettire il Franci, se effettivamente questi avesse aderito al progetto di ripetere quelle rivelazioni pubblicamente a giornalisti. Ma in effetti proprio sul ruolo del Franci il giudice di appello non ha raggiunto alcuna certezza nella scelta tra quello di “palo”, secondo la narrazione del Fianchini, o quello di “basista” secondo quanto il giornalista Spinoso apprese dal Moscatelli, tanto che, in altra parte della sentenza impugnata (v. pag. 471), addirittura avanza la supposizione che “al limite”, potrebbe essere stato lo stesso Franci a collocare l’ordigno sul treno.  A parte che quest’ultima supposizione è del tutto gratuita, dato che è correlata soltanto  al lavoro del Franci alla stazione di Firenze, senza che, sia, indicato un qualsiasi elemento che possa dimostrare l’abbandono del marciapiedi, ove si trovava con altri, e la salita sul treno “Italicus” la notte dell’attentato, basta osservare che: la funzione di “palo” resta senza alcun logico significato nelle ipotesi diverse da quella accettata, sempre come ipotesi, dal giudice di appello sul luogo e sulle modalità di collocazione dello ordigno; anche nell’ipotesi del giudice di appello tale funzione sul piano logico si presenta non adeguatamente giustificata e giustificabile, tanto che lo stesso i giudice ammette espressamente (pag. 425 sent. imp.) che per la posa dell’ordigno era sufficiente una sola persona, supponendo, poi, l’utilità della presenza di un complice sul luogo per fronteggiare eventuali imprevisti, attività che, tuttavia, riconosce non corrispondente al compito tipico del “palo”, osservazione che supera con altra supposizione ossia che quel termine sia stato adoperato dal Franci in senso improprio in una “descrizione estremamente sintetica del fatto”; tale ultimo argomento da un lato dimostra la rilevata genericità della narrazione e, d’altro lato, non tiene conto che la assunta confessione del Franci viene riferita dal Fianchini, il quale, con una lunga carriera delin­quenziale in materia di furti (come ritenuto in altra parte della sentenza), bene sapeva quale fosse la funzione tipica dei “palo”. Ai fini dell’attendibilità del Fianchini acquista rilevanza, secondo il giudice d’appello, il punto concernente lo, scopo dell’evasione, dal Fianchini indicato nel proposito di condurre il Franci, con la sua volontaria adesione, davanti a giornalisti per fargli ripetere le sue rivelazioni.

Ora a questo scopo sono  contrari, sul piano logico, due circostanze: l’abbandono del Franci, subito dopo l’evasione, da parte del Fianchini e del D’Alessandro; l’invito di Franci al Malentacchi di partecipare alla evasione con la prospettiva di un espatrio clandestino in Albania.
Il giudice di appello ha ritenuto di potere superare queste due circostanze, sicuramente accertate, in base a due elementi: l’indicazione da parte di Franci di un recapito (la cameriera “Mary”) ove rintracciarlo e la prospettiva dell’espatrio in Albania. Si tratta di due elementi desunti , in base a corrette argomentazioni, dalla effettiva esistenza della cameriera, facilmente rintracciabile, ed in rapporti di amicizia con il Franci, e dalle ammissioni di Malentacchi in appello, delle quali non esistono ragioni per dubitare. Ma quello che manca è il collegamento, razionalmente dimostrato e spiegato, tra quei due elementi e lo scopo della pubblica denuncia attraverso la stampa, in quanto l’indicazione di “Mary” è sufficientemente giustificata dall’opportunità di mantenere i contatti per il progettato espatrio e questo ultimo trova adeguata spiegazione nell’evasione in se stessa, mentre l’altra correlazione è stata ritenuta con motivazione apodittica od incongrua ed illogica. Quanto all’invito al Malentacchi il giudice di appello (pag. 355 – 356 sent. imp.) ha messo in rilievo che il discorso sull’evasione venne “troncato”, avendo subito il Malentacchi considerato inattuabile il progetto di espatrio in Albania ed ha poi ritenuto che le pubbliche rivelazioni non avrebbero potuto trattenere il Franci dal mettere al corrente dell’evasione il Malentacchi, al quale, evadendo ed espatriando in Albania, nessun danno sarebbe derivato da quelle rivelazioni. In sostanza, non potendo evidentemente essere nascosto al complice nell’evasione il proposito di fare pubbliche rivelazioni, se effettivamente esistente, il giudice di merito affida alla sola prospettiva dell’espatrio l’opinione del Franci che anche il Malentacchi si sarebbe indotto ad aderire a quel proposito. Siffatta possibile adesione del Malentacchi alle pubbliche rivelazioni è, però, una mera supposizione del giudice, mentre finanche al Franci, per quanto sprovveduto egli fosse, non poteva sfuggire la concreta probabilità  con conseguenze palesemente negative per l’attuazione della stessa evasione che il Malentacchi si opponesse decisamente a quelle rivelazioni non necessariamente, correlate all’ evasione e comportanti gravissimi rischi per accuse da ergastolo.

carnevale

Peraltro il Malentacchi era detenuto per altri fatti con posizione meno grave di quella del Franci, tanto che sarà poi assolto per insufficienza di prove dai  tre attentati ai treni e condannato a cinque anni di reclusione per altri reati. Senza una adeguata spiegazione su questi punti – del tutto trascurati dal giudice di appello— non possono, sul piano logico, ritenersi compatibili le pubbliche rivelazioni e la partecipazione del Malentacchi all’evasione. Quanto all’abbandono del Franci il giudice di appello, poiché premessa al suo ragionamento sono le ragioni dell’abbandono, ha ritenuto che dovesse ricercarsi nel mancato arrivo sul posto del veicolo che avrebbe dovuto assicurare un rapido allontanamento degli stessi, dato che il Franci non era in grado di camminare speditamente a lungo, per il suo fisico, e non poteva recarsi alla stazione ferroviaria di Arezzo, ove era conosciuto. Ma l’intervento dell’automezzo, anche se assicurato dal Fianchini al Franci, prima dell’evasione (come ammesso pure dal Franci), è rimasto affidato alla sola parola dello stesso Fianchini, che il giudice di appello ha ritenuto credibile sotto il riflesso che appariva giustificato il silenzio del Fianchini su chi fosse stato incaricato di procurargli l’automezzo.
Proprio questo è uno dei punti in cui doveva essere, invece, vagliata attentamente la personalità del Fianchini, con riferimento anche all’accertato raggiro sul promesso espatrio in Albania mediante pescherecci, di cui il Fianchini non aveva alcuna possibilità di usufruire.

Sentenza cassazione Italicus 1987 pag 48-55- Corrado Carnevale

“Una sfilza di processi per giungere al nulla” – L’Unità 25.03.1992

Il 4 agosto del 74, poco dopo l’una del mattino, la bomba all’Italicus. Dopo quasi due anni di indagini la magistratura deci­de alcuni provvedimenti. Nel maggio del ‘76 l’ufficio istru­zione dì Bologna emette tre mandati di cattura a carico di Mario Tuti, impiegato del Co­mune di Empoli, già in carce­re a Volterra, Luciano Franci, un ferroviere di Firenze, e Piero Malentacchi, che all’e­poca ha solo 26 anni. I giudici sono convinti di aver messo le mani su esponenti di una centrale eversiva responsabile di numerosi at­tentati alle ferrovie. Tuti, Franci e Malentacchi appar­tengono al «Fronte Nazionale Rivoluzionario» e sono colle­gati al latitante Augusto Cauchi. Cauchi, secondo una sentenza della Corte d’Assise di Firenze annullata in appel­lo, aveva ricevuto da Licio Gelli il denaro necessario per compiere attentati ai treni in Toscana.

A mettere gli inquirenti sul­le tracce dei neofascisti è Au­relio Fianchini, un detenuto comune che in carcere rice­ve le confidenze di Franci, ar­restato nel gennaio del 75, dopo un altro attentato alla linea ferroviaria nei pressi di Terontola. In quell’occasio­ne Mario Tuti è riuscito inve­ce a fuggire, dopo avere as­sassinato due poliziotti che stavano per arrestarlo. Ma prima del Fianchini, altri testi hanno indicato la pista nera agli inquirenti. Voci strana­mente trascurate come quel­la di Maurizio del Dottore, un giovane che pochi giorni do­po la strage dell’ltalicus fa scoprire ai carabinieri un de­posito d’esplosivo sull’Apperinino. Il sottufficiale che ha ricevuto la confidenza, il maresciallo Cherubini, non mette le cariche a disposizio­ne dei giudici che indagano sull’attentato: le fa brillare. Chi ha dato l’ordine? Al pro­cesso. Cherubini dirà di non ricordarlo.

Il procedimento approda per la prima volta al dibatti­mento nell’83 e si risolve con tre assoluzioni per insuffi­cienza di prove. Tre anni do­po, il 18 dicembre dell’86, la sentenza viene ribaltata. Tuti e Franci vengono condanna­ti all’ergastolo. Malentacchi è assolto. Ma la Cassazione (presidente Carnevale) an­nulla la sentenza per inatten­dibilità del Fianchini. Il 4 aprile del ’91 i giudici d’ap­pello assolvono nuovamente Tuti e Franci, ma definiscono la strage “inequivocabilmen­te fascista” e riabilitano il te­ste Fianchini.
Nelle motivazioni sosten­gono però che Franci, duran­te la detenzione, potrebbe avergli raccontato delle frot­tole. Un’ipotesi illogica, se­condo il pm: a chi può venire in mente di accusarsi falsa­mente di un reato tanto gra­ve?

“La banalità del male nel labirinto stragista” – Leonardo Grassi

Sono stato trasferito a Bologna nel 1982, come giudice istruttore e, praticamente da subito, da buon ultimo arrivato, sono stato investito dei processi collaterali a quello della strage. Più avanti mi sono occupato dei processi cosiddetti “bis” per la strage dell’ Italicus del 1974 e per la strage di Bologna del 1980. Dal 1982 al 1994 mi sono occupato di stragi(…)
In uno di questi processi era stata sequestrata della corrispondenza intercorsa fra detenuti dell’area della destra eversiva e una pubblicazione clandestina, denominata «Quex», nonché una serie di documenti di carattere eversivo. Si trattava di leggere quei carteggi e di ricavarne indicazioni utili, se non altro per avere conferme sull’area di provenienza degli autori della strage. Venivo da Trieste, dove avevo iniziato la mia carriera di giudice, e non mi ero mai occupato di terrorismo. È a questo punto che ha iniziato ad aprirsi una prima ferita nella mia buona coscienza di cittadino e di giudice. Le carte che leggevo erano terribili(…).
In molti di quei testi si esaltava il terrorismo indiscriminato, cioè quella forma di terrorismo che non colpisce un obiettivo preciso, bensì, appunto indiscriminatamente, cittadini qualsiasi, colpevoli solo del fatto di trovarsi, in un certo momento, in un posto qualsiasi, per esempio su un treno o in una stazione. È difficile comprendere le motivazioni del terrorismo indiscriminato. Perché la vita di tanti sconosciuti deve essere sacrificata? Quali forze, quali calcoli spingono a un gesto simile? Quale posta è in gioco? Nelle carte che leggevo, trovavo di tutto. Dall’esaltazione del gesto fine a se stesso, prova in sé di supremazia e di potenza, alle nostalgie di epoche e regimi autoritari. Sudditanze a ideologie e gerarchie semplicemente assurde per un tranquillo giudice di provincia della Repubblica italiana. Gli autori di questi scritti erano persone che esaltavano lucidamente l’odio e ispiravano la loro ideologia a varie letture, apparentemente le più improbabili, dal «Signore degli anelli» all’Hermann Hesse del «Giuoco delle perle di vetro», del quale mi parlò con grande sussiego uno dei più noti eversori di quel tempo allorquando lo interrogai per avere risposte sulle stragi e ricevetti, invece, una modesta lezione di letteratura. Povero Hermann Hesse, prima mito di una generazione che cercava l’armonia nel viaggio in India e poi esempio per un gruppo di fanatici stragisti! In quelle carte c’era di tutto, dicevo, ma non c’era l’essenziale. C’era la strategia stragista cosi come veniva percepita dai fascisti extraparlamentari autori di attentati o dai loro simpatizzanti, c’era un’esaltazione quasi romantica del gesto estremo e della morte, ma non si parlava del senso politico delle stragi, della loro ragione concreta, del loro senso di atto di guerra: «guerra psicologica», la chiamavano negli scritti della Cia, oppure «not ortodox war» oppure, ancora, «guerra a bassa intensità».
Da ingenuo qual ero, non sapevo neppure che ci fosse una guerra in Italia, una guerra a una sola direzione, combattuta dai Servizi statunitensi e dai loro complici italiani per contrastare non solo il comunismo ma anche le regole più elementari della democrazia, come quella che il popolo è sovrano e che non si può uccidere, a caso, una parte del popolo, per esempio in una stazione ferroviaria, in nome di cervellotiche trame. Follia? No, assumere la strategia stragista sotto la definizione di follia significa semplicemente eludere gli interrogativi che quella strategia ha proposto. Gli eversori che interrogavo a quel tempo erano abituati all’impunità. Avevano commesso rapine, omicidi, stupri nella convinzione di essere intoccabili. I loro scritti e le dichiarazioni di alcuni collaboratori avevano aperto uno squarcio sul loro stile di vita e sulla loro mentalità, avevano rivelato la loro percezione di un senso di onnipotenza confermato dalla debolezza con cui le istituzioni avevano risposto ai loro crimini. Quei detenuti rappresentavano una sorta di feroce jeunesse dorée, nella quale si agitava una cultura della morte divenuta ideologia, in alcuni casi «spontanea» (si parlava allora di «spontaneismo armato»), in altri casi indotta dalle sollecitazioni che i più lucidi di loro riconoscevano, dagli oscuri teorizzatori della «strategia della tensione». Si contrapponevano due linee e una,la più improbabile, la più fragile, consisteva nel fare attentati e seminare il panico fra la popolazione per arrivare infine a quello che allora veniva definito il «golpe nero», cioè un golpe che portasse al potere un regime di tipo dichiaratamente nazifascista, la seconda, sicuramente più realistica, tendeva, con i medesimi mezzi, a indurre nella popolazione uno stato di paura tale da consentire l’avvento al potere di un governo d’ordine che, in nome di un’istanza di sicurezza, cancellasse le garanzie democratiche e perseguisse con il massimo vigore gli odiati comunisti, in particolare le frange più radicali della sinistra. L’impunità della quale l’ambiente di cui mi occupavo aveva sino a poco prima goduto, tuttavia, per una complessa serie di ragioni, era in qualche misura venuta meno e quegli uomini, ora, si trovavano in carcere grazie alle indagini di alcuni giudici, due dei quali, il giudice Occorsio e il giudice Amato, per vendetta, erano stati uccisi a pochi anni di distanza l’uno dall’altro. Il giudice Amato, in particolare, aveva indagato sui Nar (Nuclei armati rivoluzionari), organizzazione che prima delle sue indagini risultava del tutto misteriosa, della quale facevano parte alcuni di quelli che poi sarebbero stati gli autori della strage di Bologna. Il giudice Amato, guardato con diffidenza dai propri capi, non compreso nell’importante lavoro che stava svolgendo, era stato ucciso poco tempo prima della strage di Bologna, nel contesto di un progetto di terrore e destabilizzazione che, come effettivamente avvenne, doveva culminare, dopo una serie di altri attentati, nell’attentato della stazione. Di fronte alle cose difficili da capire occorre essere umili e io cercai di esserlo. Cercai di evitare facili demonizzazioni, inutili enfasi, facili retoriche. Leggevo i loro scritti, cercavo di assimilare la loro cultura e poco alla volta compresi qualcosa forse secondario ai fini delle indagini ma importante per la mia crescita personale(…). La violenza, in realtà, è dentro la nostra civiltà progredita e tecnologica. Il piacere del sangue è dentro di noi. «La guerra è bella anche se fa male» canta De Gregori e Hillman intitola il suo ultimo libro «Un terribile amore per la guerra». La storia delle stragi italiane ha a che fare con i torturatori di ogni tempo, sino a oggi, sino a quelli di Guantanamo o delle carceri irachene, legittimati, da poteri espliciti o oscuri, a usare violenza in nome di un’istituzione. Il piacere di uccidere, di umiliare, è dentro di noi e, se lasciato incontrollato o magari coltivato, incoraggiato, produce i suoi frutti corrotti. Ciò che avevo cosi faticosamente compreso, in realtà era una banalità. Ne avevano già parlato per esempio Freud in «Eros e Thanatos» e Norman Mailer in un suo splendido libro sulla Cia, «Il fantasma di Harlot»(…) Compresi anche che non si devono dare per scontati i valori su cui riteniamo fondata la nostra civiltà, la democrazia, la pace. Compresi che questi sono valori instabili, messi costantemente in discussione. Compresi che i diritti possono essere cancellati molto più facilmente di come sono stati costruiti. La seconda ferita, forse ancora più dolorosa, si apri con un altro processo, il «processo bis» sulla strage di Bologna. Qui i miei imputati erano valenti funzionari dei Servizi, gente rispettabile, con cravatta e famiglia, con i problemi di molti, di carriera, di soldi, di prestigio. L’accusa contro queste persone era di aver protetto gli stragisti, di aver deviato le indagini contro di loro in nome delle ragioni di quello «stato occulto» che aveva incoraggiato o, se non altro, tollerato la strategia della tensione. «La banalità del male» è il titolo di un libro in cui Hanna Arendt descrive la rete di connivenze di gente qualunque, di gente apparentemente per bene, che ha consentito la consumazione dell’olocausto. Ecco, avevo a che fare con la banalità del male. Ricordo strani personaggi che si atteggiavano a collaboratori e che, in un gioco intellettuale in un certo senso raffinato ma in realtà allucinante, nel senso letterale del termine, offrivano all’indagine complesse ricostruzioni dei fatti del 2 agosto con l’unico scopo di scagionare quelli che nel primo processo per l’attentato di Bologna erano già stati riconosciuti colpevoli. Ancor più doloroso fu comprendere che anche alcuni miei collaboratori avevano perso di vista l’orrore della strage e l’ovvia istanza di verità e giustizia che ne seguiva e, in qualche modo, avevamo assecondato questo gioco. Insomma, annidata in qualche piega limacciosa del potere, anche del potere apparentemente bonario dell’Italia democratica di quegli anni, sembra che debba comunque permanere la pretesa di assurgere a potere di vita e di morte sui sudditi, come sempre era stato prima che l’umanità conquistasse i diritti civili e la democrazia, prima cioè che i sudditi divenissero cittadini. E sembra che questa pretesa, in contesti storici dati, venga considerata da molti come un dato di fatto che non dà scandalo, da accettare o, addirittura, da assecondare. Vorrei però concludere con una nota positiva. L’essere cittadini e non sudditi dipende in misura non secondaria da noi, dalla nostra capacità di leggere criticamente gli eventi e di far valere il diritto. Non è scontato che noi, «noi che viviamo nel cuore dal ritmo spesso alterato di un decrepito capitalismo», come scriveva negli anni Settanta Ronald Laing, dobbiamo necessariamente limitarci a cantare «le nostre canzoni di sconfitta». La democrazia e il diritto sono ormai parte di noi, della nostra storia (…)

Udienza 25.01.1983 – confronto Gallastroni, m.llo Baldini, dott. Luongo

Maresciallo Sergio Baldini, già qualificato in atti: “Sono in pensione dal 22 gennaio scorso”.

A.D.P.R. “Malentacchi e il Franci furono fermati sul Fiat 1100; furono condotti in Questura di Arezzo. Mi pare che l’operazione scattasse il 22/1/1975 poi istituimmo il servizio in Castiglion Fiorentino nei pressi della chiesa sconsacrata. Il primo turno lo effettuai io, cioè la notte fra il 22 ed il 23 gennaio; il secondo turno lo effettuò il maresciallo Lucani, deceduto; il terzo turno lo effettuò il maresciallo Peruzzi ed avvenne nel pomeriggio del 23, penso di sì. Il 23 vennero bloccati il Franci e il Malentacchi, vennero perquisiti e vennero condotti in Questura nel tardo pomeriggio. Il Franci venne interrogato per primo, mi pare che intervenne anche l’avvocato Ghinelli e mi pare che fece un cicchetto ad uno dell’antiterrorismo; il Malentacchi in attesa venne condotto nel mio ufficio e guardato a vista.

A.D.P.R. “Senz’altro fermammo il Franci e il Malentacchi il 23 pomeriggio, io ricordo così”.

A.D.P.R. “Dopo l’arresto, anzi il fermo il Marsili emise ordine di cattura e vennero condotti nella stessa giornata nel carcere di Arezzo; non passarono la notte del 23 nei locali della Questura, furono portati alle carceri di Arezzo. (…) Noi sapevamo i nomi già in precedenza e aspettavamo il Franci e il Malentacchi. Trovammo l’esplosivo e lasciammo questo nel luogo d’accordo con il Dott. Marsili”.

A.D.P.R. “I nomi del Franci e del Malentacchi ce li aveva dati il Del Dottore. (…) Su disposizione del dott. Luongo io fui mandato nel negozio della Patrassi e dopo poco che fui lì pervenne una telefonata dalla figlia della signora Patrassi, fu una telefonata non ricordo se del dott. Carlucci, da cui appresi che il telefono era sotto controllo. Io ho saputo che il telefono era sotto controllo dopo che fui mandato là con l’incarico di aspettare un certo Mario, era la mattinata, ma non ricordo l’ora. Io andai nel negozio con il Dott. Esposito che mi chiamò con lui, ma non sapevo della intercettazione telefonica di cui venni a conoscenza dopo che mi ero presentato alla Patrassi. Io la Luddi non la conoscevo si sentiva dire da quelli della squadra che (Franci) aveva un’amante”.

A.D. del P.C. R. “Il Del Dottore non mi confidò nulla. Il dott. Luongo mi chiamò il 22 e quella sera andammo ed incontrammo il Del Dottore che ci portò nel fosso dove rinvenimmo l’esplosivo ed il mitra. Non credo che l’iniziativa dell’intercettazione partisse dal mio dirigente, ma io so che furono quelli dell’antiterrorismo a chiedere che il telefono della Patrassi venisse messo sotto controllo; io ciò lo seppi dopo, a fatto avvenuto. (…) andammo nel luogo vicino al fossato accompagnati dal Del Dottore, informammo Roma, ed arrivarono quelli dell’antiterrorismo che presero i contatti con il Del Dottore. (…)”.

A.D. del P.C. R. “Il Del Dottore fece i nomi del Franci e del Malentacchi come coloro che dovevano andare a ritirare l’esplosivo, non fece il nome del Tuti; non dette indicazioni atte ad individuare il numero della Patrassi, credo che tale numero sia stato trovato in una rubrica da quelli dell’antiterrorismo sotto la guida del dott. Carlucci”.

Dott. Sebastiano Luongo già qualificato in atti “Io avvalendomi anche degli uomini dell’antiterrorismo ho sequestrato l’esplosivo nel fossato, ma non sapevamo che dovevano arrivare il Franci e il Malentacchi”.

A.D.P.R “Il Del Dottore ci indicò la chiesetta, così come ci indicò il luogo vicino al fossato, ma non ci fece i nomi né del Franci, né del Malentacchi, che peraltro non era neppure conosciuto. Il Del Dottore a quel che ricordo non ci fece dei nomi, mi pare dicesse qualcosa sul gruppo, sul Franci che apparteneva a quel gruppo”.

A.D.P.R. “Il Del Dottore ci disse di un gruppo che compiva anzi di cui faceva parte anche il Franci, anzi non sono nemmeno sicuro che ci fece il nome del Franci perché lo avremmo catturato subito. Supponemmo che qualcuno sarebbe venuto a ritrovare l’esplosivo e ci appostammo, seguì poi l’arresto del Franci e del Malentacchi. (…) “Prendo visione della copia della missiva datata Arezzo 23/1/1975 con la quale è stata richiesta al comandante del carcere di Arezzo di ricevere Franci Luciano. Tale missiva non è stata firmata da me, però posso affermare per quella che è la prassi tra i rapporti vigenti tra il carcere e la questura, che la stessa, accompagnò il Franci nel momento dell’entrata in carcere, in caso contrario non avrebbero consentito l’ingresso del detenuto in carcere”.
Il teste dichiara: “Se il giorno 22 è stato il giorno del ritrovamento del mitra e dell’esplosivo nel luogo vicino al fossato, l’arresto del Franci e del Malentacchi avvenne certamente il giorno 23 gennaio 1975, perché ricordo che avvenne il giorno dopo il rinvenimento del mitra e dell’esplosivo. Ricordo anche che il Franci ed il Malentacchi furono portati in carcere dopo l’interrogatorio in Questura, in due momenti successivi: il Franci alle 20 ed il Malentacchi più tardi”.

A questo punto il Presidente chiama il teste Gallastroni Giovanni per il disposto confronto (…). Il Presidente dà lettura della deposizione resa dal teste Luongo all’udienza del 16/12/1982 sul punto delle dichiarazioni riferite a lui dal teste Gallastroni riguardo ai finanziamenti dati al Cauchi.
Il dott. Luongo dichiara: “Io non ho mai avuto nessun contatto con il dott. Persico, fui chiamato dal dr. Di Francisci e la circostanza riportata dal Gallastroni fu detta informalmente dallo stesso al maresciallo Baldini in occasione di un interrogatorio. Il Gallastroni disse che il Cauchi si recava dal Gelli e aveva dei finanziamenti dallo stesso Gelli; ma ripeto che ciò fu detto dal Gallastroni al maresciallo Baldini, il quale poi mi riferì la circostanza”.

A.D.P.R. “Io ricevetti dal maresciallo Baldini la notizia, ma non chiesi nulla al Gallastroni sul punto, mi limitai a comunicarle sia al mio superiore diretto, sia al Questore, sia al dottor Persico con una relazione che riguardava altre circostanze. Io ho precisato in questi termini quanto verbalizzato sul punto all’udienza del 16/12/1982.

Il teste Gallastroni dichiara: “io in quella circostanza ho solo detto della cena, ma non fu fatta quella affermazione. Io ho solo detto che il Cauchi era andato a cena con Gelli o con il figlio di Gelli.

A.D.P. il teste Luongo risponde: “il rapporto che feci al Dott. Persico è dell’estate ’80, dopo la strage di Bologna alla stazione, verso i primi di settembre, la circostanza la appresi circa un mese prima di riferirne i fatti”.

A questo punto il Presidente fa allontanare il dott. Luongo e fa chiamare il M.llo Baldini.
A.D.P. il teste Baldini risponde: “Conosco il Gallastroni. Il Gallastroni accennò al gruppo, dicendomi che Cauchi era stato a cena dal Gelli e che Cauchi disponeva di molto denaro facendomi capire che il Gelli dava del denaro al Cauchi e ciò riferii al Dott. Luongo. Il Gallastroni mi disse che Cauchi frequentava Licio Gelli e che il Cauchi disponeva di molto denaro, lasciandomi capire chiaramente che detto denaro proveniva dal Gelli”.

A.D.P. il teste Baldini risponde: “Il Gallastroni mi disse queste due circostanze: il Cauchi disponeva di molto denaro. Io mi sono domandato perché il Gallastroni ha fatto questo abbinamento ed ho intuito che il Gallastroni mi volesse far capire che il denaro il Cauchi lo riceveva dal Gelli”.

A.D.P. il teste Baldini risponde: “A me non risulta che il padre di Cauchi fosse persona facoltosa, mi risulta che fosse impiegato del comune e la madre insegnante”.

A.D.P. il teste Gallastroni risponde: “Io ho sempre detto il discorso della cena, non ricordo le parole precise dette a Baldini. Dissi a Baldini: Ho sentito dire che Cauchi è stato a casa di Gelli una sera per cena. Io durante i miei interrogatori ho sempre confermato la disponibilità di denaro da parte del Cauchi. Io escludo di avere voluto fare intendere al M.llo Baldini che Cauchi riceveva i soldi dal Gelli”.

A questo punto il Presidente fa allontanare il teste Gallastroni.
A.D.P. il teste Baldini risponde: “Confermo che sapevo da ciò che mi disse Luongo che aspettavano Franci e Malentacchi”.

Il Presidente fa chiamare il Dott. Luongo.
A.D.P. il teste Luongo risponde: “Per ciò che ricordo il Del Dottore non mi fece il nome del Franci e del Malentacchi, sono passati tanti anni, ma io ricordo così”.

Il teste Baldini dichiara: “Il Del Dottore fece i nomi del Franci e del Malentacchi che non conoscevamo nell’ufficio”.

Il teste Luongo dichiara: “Io non ricordo, ma non lo escludo e non ho nessun motivo per smentire il maresciallo Baldini: io ricordo che il Del Dottore non fece i nomi”.

A questo punto il Presidente fa allontanare il maresciallo Baldini.
A.D.P. il teste Luongo risponde: “Ho chiesto l’intercettazione telefonica sul telefono della Patrassi a seguito della comunicazione di un mio dipendente che mi disse che il Franci se la faceva con la Luddi, per cui disponemmo l’intercettazione per controllare la Luddi in quanto amica del Franci. La mia richiesta di intercettazione telefonica è successiva alla data dell’arresto del Franci e del Malentacchi”.

Il PM contesta al teste che la data della richiesta dell’intercettazione è antecedente la data dell’arresto del Franci e del Malentacchi.
A.D.P. il teste Luongo risponde: “Il Del Dottore era l’unica fonte di informazione, io non so di altre fonti di informazione; io non ricordo che il Del Dottore abbia fatto i nomi del Franci e del Malentacchi, ma non posso smentire il maresciallo Baldini che si ricorda i nomi del Franci e del Malentacchi, in quanto non ho nessun motivo per farlo”.

L’avv. Ghinelli insiste perché si senta il teste Gelli Licio.

A.D.P. il teste Luongo risponde: “Oltre al Del Dottore non c’è altra fonte fiduciaria”.
A questo punto il Presidente licenzia il teste Luongo.