“Comincia domani il processo bis per l’Italicus” – La Repubblica 09.11.1986

Processo d’ appello per l’ Italicus. Domani, nella palestra del carcere trasformata in aula di giustizia, torneranno davanti ai magistrati gli estremisti di destra toscani che tre anni fa furono assolti con formula dubitativa dall’ accusa di avere compiuto la strage sull’ Italicus. Mario Tuti, Luciano Franci e Piero Malentacchi (quest’ ultimo fu scarcerato all’ indomani della sentenza) verranno giudicati nella stessa aula bunker in cui dal 19 gennaio si celebrerà un’ altra strage, la più grave di tutte, quella del 2 agosto ‘ 80 alla stazione di Bologna. Il 20 luglio ‘ 83, al termine del processo di primo grado durato 18 mesi, la Corte d’ Assise di Bologna accolse le richieste dello stesso pm Riccardo Rossi, considerando gli elementi a carico di Tuti, Franci e Malentacchi corposi ma non tali da ingenerare una tranquillante certezza. Ma la Procura generale ricorse in appello. Raccogliendo gli spunti emersi durante il lungo lavoro in aula, è stata avviata un’ altra inchiesta, della Italicus bis. In questo ambito il giudice istruttore Leonardo Grassi ha emesso comunicazioni giudiziarie per gli estremisti di destra Marco Ballan e Giancarlo Rognoni. Margherita Luddi, accusata di associazione sovversiva, venne assolta. L’ unica condanna fu inflitta a Francesco Sgrò, un bidello romano ritenuto colpevole di calunnia nei confronti di uno studente di sinistra, al quale aveva attribuito ma poi aveva ritrattato il progetto di un attentato ad un treno. Uno dei protagonisti dell’ inchiesta, indirizzata verso il neofascismo toscano e in particolare verso il Fronte nazionale rivoluzionario di Tuti, era stato il superteste Aurelio Fianchini, sulla cui attendibilità la sentenza della Corte d’ Assise ha espresso numerosi dubbi.

Italicus, Franci offre una traccia “Cercate nelle file di Ordine Nero” – La Nazione 16.12.1981

La verità sulla strage dell’Italicus va ricercata fra le fila di Ordine Nero. L’involontario suggerimento è stato fornito ai giudici della corte d’assise da uno dei tre imputati di strage, quel Luciano Franci che venti giorni fa aveva abbandonato polemicamente l’aula a metà del tuo interrogatorio e che è ricomparso inaspettatamente ieri mattina con una voglia matta di polemizzare e far rivelazioni.
Il «suggerimento», importantissimo, è stato colto al volo dal Pm Persico che ha cercato di spingere Franci a vuotare tutto il sacco ma il tentativo è fallito perché il presidente della corte, dimostrando di non possedere la sensibilità necessaria a condurre questo difficile processo, ha redarguito bruscamente il Pm. Anzi ha interrotto lo scambio di battute badando poco alla effettiva essenza delle cose. Cosi Franci si è tenuto dentro ciò che stava per dire, nel disperato tentativo di scrollarsi di dosso l’accusa di aver fatto da palo nella strage Italicus.

E a far capire quanto sia stata determinante la frase di Franci va registrata la reazione di Mario Tuti che, nel ritornare con il coimputato verso i «blindati» che li avrebbero ricondotti in carcere, ha duramente redarguite Franci con una violenza verbale e una determinatone proporzionale solo alla gravità della gaffe commessa dal Franci stesso.

Questi i fatti, Tuti era appena rientrato in gabbia dopo aver duramente polemizzate con l’avvocato di parte civile Montorzi che l’aveva «martellato» di domande per tutta la mattinata. L’atmosfera era tesa Franci che stringeva in mano alcune cartelle dattiloscritte in azzurro ha manifestato la volontà di fare una dichiarazione. Persico lo ha invitalo a star calmo e l’imputato ha cominciate a parlare.

«Dall’inizio di questo processo — ha detto — non fate altro che riferirvi a vecchi fatti. Perché allora nel processo a Ordine nero, non avete fatto agli imputati domande sull’Italicus?».

Persico ha risposto «Veramente avevamo chiesto al giudice istruttore di unificare i due processi, ma non ha voluto farlo»

Franci «Perché non avete preso in considerazione il volantino firmato Ordine nero, con il quale veniva rivendicata la strage».

Persico «Perché era scritto a mano e non recava i simboli originali, ad esempio i caratteri gotici».

Franci. «Ma anche il volantino del Fronte nazionale rivoluzionario, con il quale si rivendicava un attentato da compiere alla camera di commercio di Arezzo, era scritto a mano. Eppure lo avete preso per buono».

Persico: «Ma quello lo avevate addosso lei e Malentacchi». Il tono delle voci è ulteriormente salito Franci ha cominciato a gridare e ha detto: «Avete a disposizione 55 infami (pentiti, ndr), non avete scoperto nulla e incolpate me che sono innocente».

Persico: «Lei confonde due processi».

Franci: «E’ lei invece che li confonde».

Persico: «Forse Franci vuol dirci qualcosa di molto importante: cioè che la chiave dell’Italicus va ricercata in Ordine nero». Franci si apprestava a ribadire quanto aveva già detto prima, ma il presidente, rivolgendosi ai Pm ha detto «Ora basta». E Persico «Basta a me?». Nel caos più totale ha tuonato ancora la voce di Franci «Chiedo che il consigliere istruttore Vella venga a dirci perché non ha voluto unificare i due processi visto, oltretutto, che aveva detto che «sapeva lui dove mettere le mani per cercare la verità». L’udienza è stata sospesa e aggiornata. L’occasione di aprire una falla nello sbarramento difensivo degli imputati è parzialmente sfumata. Oltretutto perché Franci, in carcere, sarà «consigliato» di riflettere su quanto aveva cominciato a dire e difficilmente ripeterà lo show.

Strage sul treno Italicus si rinvia tutto di due giorni agli avvocati” – La Repubblica 11.11.1986

BOLOGNA. Nella palestra-bunker del nuovo carcere di Bologna si è aperto ieri mattina il processo d’ appello per la strage sul treno Italicus: 4 agosto 1974, 12 i morti, un’ ottantina i feriti. Dei tre imputati principali, assolti per insufficienza di prove in primo grado, dietro le sbarre c’ era solo Mario Tuti. Luciano Franci, condannato a 12 anni per l’ attentato di Terontola, gode da luglio della semilibertà e ieri s’ è seduto, a piede libero, proprio davanti alla gabbia di Tuti. Piero Malentacchi, rimesso in libertà all’ indomani della sentenza di primo grado, invece non s’ è presentato. Tra gli imputati minori, Francesco Sgrò, il bidello romano autore, nella prima fase dell’ inchiesta, di sconcertanti e infondate rivelazioni, è venuto a Bologna per difendersi dall’accusa di calunnia che gli è costata l’ unica condanna del processo di primo grado. Margherita Luddi, infine, che nel 1974 era legata sentimentalmente a Franci, ha scritto una lettera alla corte nella quale dice di non poter essere presente per impegni di famiglia. La prima udienza è durata poco più di un’ ora. La corte ha concesso un paio di giorni di tempo agli avvocati d’ ufficio per studiarsi le carte del processo. La morte del difensore di Franci e Malentacchi, l’ ex segretario del Msi di Arezzo, Oreste Ghinelli, ha richiesto la nomina di legali d’ ufficio che hanno ottenuto com’ era nelle previsioni, i termini di difesa. Il processo riprenderà domani.

La P2 nella sentenza ordinanza del G.I.P. Vella 1980

La non contestabile funzionalità della impresa delittuosa dell’Italicus all’attuazione di un preciso disegno politico, genericamente definito “strategia della tensione”, ha doverosamente determinato l’estensione dei limiti della indagine istruttoria in direzioni che apparentemente potevano essere considerate divergenti da quelle denunziate da quel disegno, la natura la complessità e la concezione sua avendo invece coinvolto, come è noto, comportamenti ed attività anche di delicatissimi organismi ed istituzioni del Paese.
a) Sicché non risultò casuale la trasmissione in data 11 gennaio ‘77, per conoscenza a questo ufficio, di un esposto-denuncia diretto da tale Ing.Francesco Siniscalchi di Roma ai magistrati Vigna e Corrieri — rispettivamente Sostituto Procuratore della Repubblica e Giudice istruttore presso il Tribunale di Firenze, titolari della istruttoria del procedimento per l’omicidio del Magistrato Vittorio Occorsio-, nel quale, premessa la sua dichiarazione di militante nell’istituzione massonica dal 1951 e di convinto assertore dei suoi ideali ritenuti come utili agli interessi del Paese, rappresentava epigraficamente fatti in quella verificatisi e comportamenti di esponenti della stessa a suo parere meritevoli di approfondimenti e valutazione, specificamente da parte dei destinatari della denuncia ed eventualmente gli altri Magistrati interessati alla istruttoria di processi politici per delitti attribuiti alla destra extraparlamentare. In particolare, dopo avere illustrato con cenni significativi l’atmosfera pesante della istituzione, indicava nella “ormai famosa” (per non dire famigerata) riservatissima Loggia P2 l’organismo utilizzato da alcuni esponenti della stessa – collegati a militari di grado elevato, ad uomini politici Italiani e stranieri- per il perseguimento di finalità eversive.

A conforto di tali sue affermazioni il Siniscalchi produceva 49 allegati indicando poi tutta una serie di giornalisti è pubblicisti che di quei fatti si erano interessati nei loro scritti editi su quotidiani e periodici nazionali (ff.1 a 15/72).

Sulla scorta di tali indicazioni, nonché di altre che lo stesso Siniscalchi forniva nei suoi interrogatori dell’11 e del 14 febbraio, integrato quest’ultimo da altro memoriale e documenti, si procedeva all’esame dei testi, all’acquisizione di altra docu­mentazione, al riscontro di circostanze dedotte come utili per l’istruttoria della specifica vicenda (fascicoli 72 e 72 bis).

Alla stregua delle risultanze cui è stato possibile pervenire, deve osservarsi: in primo luogo oggetto della indagine di specie è stata la ricerca e la acquisizione di prove di fatti e comportamenti di esponenti o aderenti alla istituzione massonica, comunque riconducibili alla strage dell’Italicus e risultanti penalmente rilevanti. Entro questi limiti naturali ed istituzionali è stata espletata la indagine la quale ovviamente non intendeva, perché non doveva, accertare fatti vicende e condotte propri della vita di quella istituzione, assurta a non sempre commendevole e lusinghiera dignità di soggetto-oggetto di notizia di larga diffusione sulla stampa italiana, cosi, coll’occasione, superandosi l’anacronistico tabù di una irrazionale, incostituzionale ed illogica segretazione di vago ed indebito sapore carbonaro.

Nel rigoroso rispetto di quei limiti si è accertato che nella secolare istituzione della comunione massonica di palazzo Giustiniani (ricostituita dopo l’abbattimento del regime fascista che, perché libera as­sociazione apolitica di uomini liberi; ne aveva decretato nel ’26 lo scioglimento con la confisca dei beni e la persecuzione dei suoi esponenti, prestigiosi e non, di vertice e di base), esisteva tradizionalmente un gruppo di soci non organizzati né associati in alcuno dei circoli o logge in cui l’istituzione si articola, la eminenza e delicatez­za delle funzioni pubbliche da essi esercitate suggerendo, per il particolare clima socio-politico del nostro Paese, che la loro appartenenza alla massone­ria fosse protetta da una particolare riservatezza. Erano i c.d. “fratelli coperti”, noti solo “alla me­moria del gran Maestro” (per così dire il capo del governo della comunione eletto per un triennio e rieleggibile per altri due) e che presso di essi co­stituivano la cosiddetta Loggia P2 (“propaganda due”). Nel 1971 il gran Maestro Lino Salvini – eletto nel 1970 per il triennio 70-73 – affidava la segreteria organizzativa di detta loggia a tale Licio Gelli, che di fatto già da tempo ne aveva la direzione esclusiva, tanto da averle conferito una denominazione propria, “Raggruppamento Gelli” f.89/72). A costui, industriale di Arezzo e con esperienze politico-militari vissute come legionario di Spagna ed ufficiale dell’eser­cito repubblichino, venivano attribuite non certo meritorie imprese anti partigiane durante la Resistenza (ff.97 e 98/72). L’attività del Gelli -di cui apparivano fortemente sospette le molteplici ed in­tense relazioni con ambienti politici ed economici nazionali ed esteri, taluni di dichiarato orientamento di destra, – nell’ambito della istituzione dava luogo a vibranti e profondi dissensi da parte dei vari soci, specie di quelli di grado più elevato, da alcuni, dei quali si formulavano esplicite accuse contro di lui per suoi collegamenti e responsabilità chiaramente eversive. Tanto che nel corso dei lavori della Giunta esecutiva dell’Ordine (che sarebbe il governo della istituzione) del 10 luglio ’71, il gran Maestro Salvini, in un suo intervento, si sarebbe dichiarato “preoccupato per il gran numero di genera­li e colonnelli (150) facenti parte della loggia ‘propaganda’”. Ed avrebbe affermato anche: “non è tol­lerabile un gruppo di potere nella massoneria”.  A costo di perderli, meglio eventualmente un serpe di fuori che un serpe in seno. Prendere singolarmente i generali, se possibile distribuirli nelle logge. Gelli prepa­rerebbe un colpo di Stato”. (93-94/72).

Tale sospetto traeva ispirazione anche dalla natura delle questioni che si sapeva essere frequente oggetto dei dibattiti tra gli aderenti del c.d. “Raggruppamento Gelli” e nelle riunioni che in esso si svolgevano (f.89/72) ove si discutevano temi di carattere squisitamente politico (come ad esempio l’attribuzione di “tutte le manifestazioni di violenza al patrocinio ed al sostegno dei sindacati”: ivi; l’opinione del fat­to ritenuto notorio che “il Partito Comunista russo, in accordo con quello italiano stia sperimentando un nuovo tipo di tattica per il colpo di Stato” (f.90/72) e non argomenti di carattere esoterico, culturale e morale volti al miglioramento delle coscienze come prescrivono le Costituzione dell’Ordine.

Tale Sambuco, affiliato alla Costituzione, amico ed intimo collaboratore del gran Maestro Salvini, riferi­va e che agli inizi del ‘74 costui ebbe rapporti col Generale Miceli, all’epoca capo del SID e pur esso affiliato alla massoneria nella Loggia P2, – che gli avrebbe nell’occasione affibbiato il nome di copertura di “Dr.Firenze” (circostanza questa non con­testata dal Salvini f.43  r./72 bis) – e che il Salvini non si sarebbe allontanato per le ordinarie fe­rie estive del 74  perché “prevedeva che vi sarebbe stato un golpe” (f.3/72 bis): fatto che il Salvini invece ha negato.

I dati sopra illustrati sono i soli, nella loro necessitata schematicità utilizzabili per la formulazione di un giudizio pertinente  sulle supposte connessioni tra ambienti ed esponenti della masso­neria di palazzo Giustiniani ed i fatti del processo. La selezione operata apparirà riduttiva rispet­to alla cospicuità della documentazione e delle dichiarazioni acquisite ma la esigenza di rigoroso rispetto dei limiti oggettivi dell’indagine, determinati dalla inalterabile specificità dei fatti e delle circostanze, non consente arbitrarie divagazioni verso tematiche e questioni improprie, né può lecitamente concedersi la utilizzazione degli strumenti del processo penale per finalità estranee alla funzione che gli è propria.

Tanto premesso, occorre però doverosamente rilevare, – pur nella obbligatoria constatazione dell’assoluta carenza nel materiale istruttorio di elementi che giustifichino anche la più vaga supposizione di un coinvolgimento qualsiasi della massoneria o dii taluni suoi esponenti nei fatti del processo-, l’assoluta non estraneità alla produzione e gestione di comportamenti genericamente riconducibili alla c.d. “strategia della tensione” di taluni di quegli esponenti.

E’ invero, appena sufficiente coordinare i non pochi riferimenti testuali che dai documenti prodotti (direttamente o per acquisizione presso altri giudici) è dato ricavare e relativi: a fatti ed atteggiamenti attribuiti, responsabilmente, ad esponenti di primo piano della comunione massonica; ad oscuri e non disinteressati collegamenti degli stessi con note personalità dell’estrema destra nazionale ed interna­zionale, europea ed oltreatlantico; a vicende della vita politica nazionale e di taluni paesi d’Europa , taluni protagonisti delle quali sono risultati affiliati alla nota Loggia P2: coordinare, ripetesi, tali riferimenti con le notorie dichiarate finalità del disegno di destabilizzazione politica del nostro Paese per legittimamente infierirne la fondatezza dei sospetti denunciati. (fasc.72 e 72 bis).

Una siffatta valutazione rischia di apparire gratuita, se pur suggestiva, ed impropria in questa sede solo se si prescinde da due rilievi che la natura delle vicende, la struttura dei fatti di cui esse constano ed il grado di efficienza funzionale dei poteri esercita­ti dall’inquirente impongono doverosamente di formulare. E’, intanto, non controvertibile il fatto, per altro storicamente dimostrato, che la inefficienza delle strutture giudiziarie, risolventesi in disarmante e disperante impotenza è espressione manifesta degli intenti del potere politico, indisponibile a munire di mezzi idonei organismi ed istituzioni dello Stato dalla attività dei quali esso può essere sindacato e, al limite, condizionato. Sicché per luminose e puntuali che siano apparse le intuizioni di Giudici e pubblici ministeri nel togliere i nodi in cui risultavano oscuramente ed illecitamente avvinte emi­nenze del potere; per specifici ed individualizzati che risultassero riferimenti non equivoci ed impli­cazioni obbiettive nelle vicende criminose degli an­ni ‘60 e ‘70, di strutture politico-istituzionali fon­damentali del nostro Paese: le indagini si sono si­stematicamente impannate nelle sabbie mobili del dubbio e dell’incertezza, indotti dalla impossibilità di dilatarle ed approfondirle, per la paralizzante consapevolezza dei molteplici condizionamenti istituzionali cui il Giudice è soggetto, pur nella proclamata e sanzionata sua indipendenza. E di tale realtà questo processo – in alcune pagine del quale essa è documentata – ed altri della nostra storia giudiziaria recente, sono la eloquente dimostrazione. Deve quindi il giudice, cui pure richiesto di testimoniare al paese, con i suoi giudizi sui fatti conosciuti, le interrelazioni di questi con la storia della comunità di cui quelli sono espressione, (i giudizi sui fatti e sui comportamenti degli uomini per pretendere legittimità e validità non possono ridursi a mere operazioni di aritmetica processuale, eseguite nel miraggio di una improbabile asetticità spirituale), rappresentare anche l’atmosfera politico-sociale nella quale quei fatti, quelle condot­te si sono svolti per legittimamente derivarne elementi ed argomenti utili alla più compiuta verifica delle prove acquisite. La interpretazione e valutazione delle quali – ed è altro rilievo necessario in questa sede ed utile per l’esatta intelligenza di quanto successivamente si esporrà-, non può compiersi secondo i canoni tradizionali o meglio secondo i criteri validi per quelle relative ai processi di routine e propri di un certo tempo e di un certo tipo di società.

Posto che sia mai stata codificata la tecnica della interpretazione e valutazione delle prove- e non risulta che lo sia, essendo essa oggetto di ricerca e materia di studio della scienza processual-penalistica,- è evidente che essa, pur immutabile nel principio finalistico della necessità per l’accertamento della verità (art.299 C.P.P) deve sintonizzarsi culturalmente con lo spirito dei tempi, con la struttura dei fatti, con le tecniche criminose in questi espresse, sempre prevalenti o quantomeno concorrenti con quelli degli organismi delle istituzioni che devono contrastarle.
E se ciò è innegabilmente vero, non può discono­scersi la esigenza di rilevare delle vicende conosciute lo spirito e l’atmosfera; di esprimere il colore, lo spessore, il sentore che delle stesse è dato di cogliere; di leggere negli atti e nei fatti degli uomini, alla luce di tale rilievi ed al di là dell’apparenza formale di essi, il significato loro più vero e più autentico, nessuno sforzo essendo mai sufficiente per soddisfare quella necessità di verità ed il ricorso al dubbio potendo risultare, prima che un fallimento, un comodo alibi per coscienze fragili.

Per tutte le considerazioni fin qui formulate, se, ripetesi non può non concludersi, quanto agli episodi della loggia P2 della massoneria di palazzo Giustiniani e ai comportamenti di taluni esponenti della stessa, -per la loro irrilevanza penale, allo stato, e quindi per la loro inidoneità a legittimare, in ordine agli stessi, la istituzione di una azione penale – in altre sedi giudiziarie taluni aspetti di quelle vicende sono oggetto di cognizione-, è però legittimo affermare che la fumosa ambiguità dei comportamenti di taluni di quegli esponenti, le non documentabili ma trasparenti ragioni di inopinate escursioni politico economiche dagli oscuri bassifondi del collaborazionismo politico ai ruoli di eminenze troppo grigie di livello internazionale, le insistite e mai documentalmente smentite accuse di inverecondi intrallazzi e collusioni di tanti prestigiosi esponenti di quella loggia con figure stigmatizzate nei loro illeciti da pronunce giudiziarie di magistrature italiane e straniere: sono dati, fatti e circostanze che autorizzano l’interprete a fondatamente e legittimamente ritenere essere quella istituzione, all’epoca degli eventi considerati, il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale; e ciò in incontestabile contrasto con le proclama­te finalità statutarie della istituzione.

Sentenza ordinanza G.I.P. Vella 1980 pag 91-102

“Ora ai giudici dell’inchiesta bis il compito di trovare i mandanti” – La Repubblica 19.12.1986

Due giorni e tre notti a sfogliare le carte, a discutere, a meditare, nella quiete di Villa Salina, nell’ hinterland della città. Poi, ieri mattina alle 11,30, dopo sessantré ore e mezzo di camera di consiglio, la decisione: gli autori della strage sul treno Italicus (4 agosto ‘ 74, dodici morti, 44 feriti), o per lo meno due di essi, hanno un nome e un volto. Sono Mario Tuti e Luciano Franci. Per loro è ergastolo. Tuti è già in carcere da una decina d’ anni.

Di ergastoli ne ha già avuti altri due, per aver assassinato a freddo due carabinieri e per aver strangolato, in carcere, un altro nero, Ermanno Buzzi, imputato della strage di piazza della Loggia Brescia. Franci era in semilibertà perché condannato a diciassette anni per altri attentati, meno cruenti di quello di San Benedetto Val di Sambro ma non meno feroci. Lo hanno arrestato in aula, subito dopo la sentenza, mentre scuoteva la testa incredulo, poco prima di accusare un mancamento durato pochi secondi. Per il terzo imputato di strage, Piero Malentacchi, quello che l’ accusa ha indicato come colui che collocò materialmente l’ ordigno sul treno Roma-Bologna alla stazione di Santa Maria Novella di Firenze, anche quello sul capo del quale pesavano gli indizi meno consistenti, se l’ è cavata, come in primo grado, con l’ assoluzione per insufficienza di prove. Ad ogni buon conto, non s’ era presentato in aula. Non si sa mai. E’ stata una decisione particolarmente sofferta quella presa dalla Corte d’ Assise e d’ Appello di Bologna. Perché si trattava di ribaltare completamente un verdetto che in primo grado era stato di assoluzione con formula dubitativa per tutti e tre gli imputati di strage. Allora, perfino il pm, Riccardo Rossi, si era schierato per quella soluzione compromissoria. Ma stavolta era diverso. Stavolta, l’ inchiesta-bis, aperta dalla procura dopo che una schiera di pentiti aveva deciso di parlare sulla strage, aveva fornito robusti supporti alla tesi dell’ accusa secondo cui la cellula nera aretina di Mario Tuti, appoggiata e coperta dalla P2 di Ligio Gelli che proprio ad Arezzo aveva la sua centrale, aveva organizzato una lunga serie di attentati ai treni, culminati proprio con la strage sull’ Italicus. E così, per la prima volta, una strage fascista non rimarrà impunita come invece è accaduto finora e i prossimi processi di Bologna (eccidio alla stazione), di Venezia (stragi di Peteano e di Brescia), di Catanzaro (massacro di piazza Fontana, inchiesta-bis) lasciano sperare in una soluzione che non sia di rabbiosa impotenza.
La ricostruzione dell’ accusa indicava in Tuti il geometra di Empoli che assassinò a freddo i due carabinieri che gli stavano facendo una perquisizione in casa il regista dell’ attentato, in Franci il palo alla stazione di Santa Maria Novella, dove lavorava come carrellista, in Malentacchi l’ esecutore materiale, colui che preparò e collocò sul treno l’ ordigno che esplose all’ uscita della lunga galleria di San Benedetto Val di Sambro. Si era, con questi nomi, agli organizzatori e agli esecutori della strage, ai livelli medi e bassi. E i livelli alti, i mandanti? Personaggi dell’ apparato statale, dei servizi segreti, di polizia e carabinieri, la loggia massonica di Licio Gelli, già tirata in ballo in altre occasioni come finanziatore di neofascisti e di attentati. Su tutti costoro indagano i giudici dell’ inchiesta-bis che hanno già incriminato l’ inafferrabile Stefano Delle Chiaie e un altro superlatitante, Augusto Cauchi, e indiziato Giuseppe Pugliese, già condannato a ventitre anni per l’ omicidio del giudice Vittorio Occorsio, Mario Catola, Lamberto Lamberti, Giancarlo Rognoni e Marco Ballan. Dicevamo dei pentiti neri. Sono le loro preziose testimonianze che hanno permesso alla Corte d’ assise d’ appello di imprimere un cambiamento di rotta alla vicenda. Sergio Calore, Angelo Izzo, Stefano Tisei, Andrea Brogi, Vincenzo Vinciguerra e anche Marco Affatigato, che pentito nel vero termine della parola non è, hanno ricostruito con dovizia di particolari la strategia eversiva dell’ estrema destra degli anni 70, il cui obiettivo massimo era il colpo di Stato.

Tisei ha raccontato di avere appreso dai pisani Catola e Lamberti che la strage era opera del Fronte nazionale rivoluzionario di Tuti. Andrea Brogi ha riferito di riunioni di neofascisti, dei finanziamenti di Gelli, di armi comprate e portate in giro per l’ Italia. Si voleva dare uno scrollone al sistema, hanno ripetuto i pentiti. Fu Gelli, ha precisato Brogi a finanziare il Cauchi per le armi. Allora si sapeva solo che era un massone e un importante industriale di Arezzo. Sergio Calore ha parlato di un progetto di attentato al presidente Leone. Dell’ uomo della massoneria ha parlato anche Affatigato: Ci avvicinò, ci chiese di attivarci in gruppi clandestini per compiere attentati. Offrì cinquanta milioni. Era alto uno e settanta, forse un po’ meno, grassoccio, quasi calvo, con gli occhiali. Sergio Calore ha ricordato che Tuti partecipò con Clemente Graziani, capo di Ordine Nuovo, ad una riunione il cui tema erano gli attentati alle Ferrovie. Ben diverso, insomma, lo spessore delle testimonianze dei pentiti rispetto a quella di Aurelio Fianchini, l’ unico supporto del processo di primo grado, un uomo esile, schiacciato dalla paura, ladruncolo di serie C che avrebbe raccolto in carcere certe confidenze-confessioni sfuggite a Franci. Quel Franci che lavorava alla stazione di Santa Maria Novella e che proprio la notte tra il 3 e il 4 agosto ‘ 74 cambiò turno per svolgere il suo lavoro sotto la pensilina del binario 11 dove si fermava l’ espresso 1486 chiamato Italicus. Finora, la giustizia, di fronte alle stragi nere, era apparsa come paralizzata.

Tutti assolti per Piazza Fontana e Piazza della Loggia; incredibili lungaggini per Peteano; risse tra magistrati inquirenti, depistaggi, inquinamenti, per la stazione di Bologna, fino ad una sentenza di rinvio a giudizio che sembra tanto ricca e calzante sul piano indiziario quanto fragile su quello della prova. Ora, finalmente, la schiarita con questa sentenza che va di pari passo, quanto ad efficacia deterrente, con le indagini che gli stessi magistrati di Bologna e il Pm di Firenze Pier Luigi Vigna stanno conducendo su tutti gli altri attentati che negli anni Settanta hanno sparso il terrore nel centro Italia. Chissà che, dopo tante delusioni, la giustizia non abbia imboccato la strada che porta ai burattinai che tiravano i fili della strategia della tensione.

Franco Coppola – La Repubblica 19.12.1986

Avv. Nino Filastò – requisitoria processo di appello 09.12.1986 – prima parte

Io sono certo che al termine di questa fatica, nostra dei difensori di parti civili, e anche vostra, loro apprezzeranno quello che è stato lo sforzo di questi difensori e dell’accusa privata. Riflettevo su quest’argomento ascoltando le ultime parole del collega avvocato Trombetti. Quando, al termine della sua disamina, di una delle posizioni certamente più rilevanti del processo che riguarda il testimone Fianchini e vi chiedeva insomma, ma perché questo signore avrebbe dovuto inventarsi queste cose? Quale motivazione, quale ragione? Con questo, sia il collega avvocato Trombetti che l’avvocato Montorzi, che chi modestamente vi sta parlando adesso, è questo in sostanza che vi vogliono dire: che questo processo è a doppio, è il processo dell’Italicus e il processo del contro-Italicus.

1974_Italicus

Contiene dentro di sé una specie di negazione di se stesso. E il compito fondamentale che si sono assunti questi difensori è proprio quello di aiutarvi a liberare la materia processuale. Da che cosa? Dalle congetture che mettono in forse quelle acquisizioni processuali che di primo acchito hanno una loro indiscutibile validità. Congetturando si può arrivare a negare tutto, voi mi capite. Ma è difficile. Perché proprio ontologicamente la congettura è un procedimento apparentemente logico per il quale si può affermare una determinata cosa facendo a meno di sostenerla con dati emergenti altrove. Quindi è questo il compito che ci siamo assunti, e l’avevamo svolto in primo grado ed è stata fonte per noi di amarezza riconoscere come la sentenza di primo grado invece è rimasta invischiata dentro a questo perverso meccanismo del “doppio processo”. Ora io, dovendo evidentemente limitare il mio contributo a cose che non sono state o che non saranno dette, mi occuperò, forse in maniera che potrebbe apparire disorganica, di alcuni aspetti della vicenda processuale, finendo per – io lo dico immodestamente – dimostrarvi come, con riferimento all’episodio De Bellis, quando si va per congetture, si rischia di restare smentiti, ma smentiti male, capite, male. Nettamente, in un modo che non potrebbe essere più plateale. L’episodio De Bellis, che tratterò alla fine, proprio dimostra fino a che punto il giudice, quando abbandona il criterio sereno, freddo, ragionato di argomentare, di pesare le circostanze per affidarsi ad un’impostazione di tipo soggettivo, attraverso la quale appunto si finisce per sostituire alle carte, anche all’argomentazione concatenata sotto un profilo logico, il salto… la congettura finisce per trovarsi, talvolta, con il tempo, di fronte ad una smentita netta.

Quindi tentando di inserirmi nelle pieghe del discorso che gli altri vi hanno fatto o che vi faranno, uno dei primi argomenti che mi pare il caso di additarvi, come argomento, circostanza processuale che indica questa doppia anima del processo, e questa doppia anima della sentenza, intendo parlarvi dell’episodio che si potrebbe intitolare come “la bomba a Firenze”. Cioè, l’esplosivo è stato messo alla stazione di Firenze? Questa valigetta che conteneva questa materia terribilmente letale, ha avuto una collocazione in quel luogo e la ricostruzione che noi sappiamo, per indiretta voce di Franci, recepita da Fianchini, per cui arriva in quel certo modo alla stazione di Firenze, Malentacchi la colloca sul treno, Franci fa da palo: è una ricostruzione attendibile? Perché è questo che dobbiamo chiederci. L’indicazione c’è nel processo, è data in quel modo, cos’è che vi contrasta? E qui ecco la sentenza di primo grado: “Sì – dice la sentenza di primo grado – è attendibile, anzi, molto probabile, quasi certo, che l’esplosivo sia stato innescato alla stazione di Firenze”. Perché? Qui a pagina 95 la sentenza espone una serie di dati, tutti concatenati, tutti certi, tutti validi, impressionanti, per affermare che: coloro i quali hanno ideato il piano, per forza hanno dovuto innescare, dare inizio al procedimento di esplosione in quel luogo. Perché? Vi rimando alla lettura di quel che è scritto in sentenza, ci sono vari motivi: se fosse stato fatto prima si correva il rischio che esplodesse prima; si è dovuto tener conto del ritardo del treno, quei diciassette minuti di ritardo; perché si era previsto che la termite che con il suo effetto di incendio, di fumo e di asfissiamento, indica che così si era programmato. Si era previsto che il treno dovesse arrivare all’interno della lunga galleria, al centro della lunga galleria appenninica e là esplodere, e quindi si è dovuto valutare anche e non solo il percorso, il tempo di percorso della tratta Roma-Bologna, ma quella tratta, quel tempo e quel percorso inferiore Firenze-Bologna detratto il ritardo, o meglio aggiunto il ritardo. E se invece le cose non sono andate come previsto lo si deve a quei tre minuti che il treno ha recuperato… quindi tutta una serie di considerazione valide per dire: sì è così. Io posso affermare che l’innesco è avvenuto qui. Però, detto questo, la sentenza contraddittoriamente signori, in maniera che non esito a definire contraddittoria, dice però inattendibile, improbabile, pressoché impossibile affermare che, non l’innesco ma l’operazione di collocamento, sia avvenuto a Firenze, con quelle modalità che vengono descritte. Ma perché? Cominciamo col dire che tutte quelle considerazioni che militano e che suffragano la ipotesi dell’innesco avvenuto alla stazione di Firenze valgono anche per il collocamento dell’esplosivo. Collocarla prima avrebbe evidentemente accresciuto i rischi di una scoperta prematura. Avrebbe accresciuto anche i rischi di una esplosione prematura benché non innescata. Voi tutti sapete, forse qualcuno non lo sa, è il caso di dirlo adesso, come talvolta un esplosivo possa deflagrare anche senza innesco. Per effetto di circostanze le più varie e circostanze che per l’appunto possono inserirsi in un lungo viaggio ferroviario: il calore, una scossa brusca, un colpo, quelle che si chiamano le correnti vaganti, cioè di correnti elettriche capaci di attivare il timer – meccanismo di esplosione per una serie di circostanze talvolta imperscrutabili. E poi che qualcuno si accorgesse di un certo bagaglio, ne chiedesse conto, un controllo di polizia, una qualsiasi circostanza… certamente tutte quelle considerazioni che fa la sentenza per dire l’innesco è certamente avvenuto a Firenze valgono anche per dire il collocamento, nella prospettiva di un piano ben preordinato, è avvenuto a Firenze.
Ma si dice: “E’ improbabile che Malentacchi sia salito fuori della pensilina, mentre il treno era ancora in corsa, perché non si sale su un treno in corsa, specialmente con un bagaglio in mano”. Questa è tipicamente una forzatura, un appesantimento pseudo logico. Sapete sulla base di quale, e di quale consistenza, argomento la sentenza a pagina 97 per esattezza, esclude questa ipotesi? Perché il Malentacchi si sarebbe venuto a trovare con una mano impiegata per attaccarsi al supporto verticale del treno e l’altra sarebbe stata usata per aprire la portiera: quindi dove sta la valigetta? Dove sta il bagaglio? Ma che si sale così su un treno in corsa? La portiera si apre prima. Si spalanca, il treno continua a procedere, con l’altra mano ci si issa a bordo. Avete mai visto qualcuno che salga su un treno in movimento usando contemporaneamente le due mani? Costui sarebbe uno sciocco, un matto, si tirerebbe sulla faccia la portiera, no? Mi par chiaro. Bloccato con questa mano all’appoggio, con quest’altra apre, la portiera la prende sul viso… Vedete, è quasi umoristica questa descrizione che vi sto proponendo, ma indica abbastanza bene, la debolezza, la inconsistenza di una congettura, di un meccanismo pseudo logico, con la quale la sentenza va a contrastare un’emergenza di prova specifica, di prova logica. Certo la foto non c’è in questo processo, il cinema, la sequenza cinematografica, la registrazione non c’è e non la troverete mai. Troverete solo delle tracce, delle immagini e una in particolare, una ingiustamente trascurata dalla sentenza. E qual è? La porta del quinto vagone trovata da alcuni viaggiatori, e per l’esattezza quelle parti civili che io qui rappresento, aperta. Al momento in cui il treno ancora sta arrivando. Circostanza eccezionale. Certamente non consueta, rilevata come stranezza immediatamente da Lascialfari Valentina che ne parla il giorno successivo alla Questura, che ne resta talmente colpita per l’anormalità del fatto da chiedere una collaborazione ai cittadini. Pubblica un trafiletto su un giornale dicendo: “Ho visto questo… i viaggiatori che fossero eventualmente scesi da questo vagone si rivolgano a me, spieghino, raccontino”.
(…) Dice: “Arrivato il treno ho notato che lo sportello della quinta carrozza, quella interessata dallo scoppio aveva una portiera aperta, come se qualcuno fosse sceso mentre il treno si fermava”. Come si fa a dire impossibile, incredibile, quando non solo non lo è sul piano della normale prevedibilità e probabilità. Ma questa ricostruzione, questo evento, il fatto che qualcuno sia salito sul treno ancora in movimento o ne sia sceso dal treno ancora in movimento, questo fatto trova una traccia una conferma. Certo non una fotografia, ma un dato che lo conforta.