“Sulle trame esplode la polemica tra i giudici di Bologna e Arezzo” – L’Unità 21.10.1976

Nuova disputa fra i giudici di Arezzo e Bologna che si so­no occupati delle inchieste sul Fronte Nazionale Rivoluzionario di Tuti e Ordine Nero. Dopo il “caso” Fianchini, l’evaso di Arezzo che con le sue rivela­zioni ha portato all’incrimina­zione di Tuti, Franci e Malentacchi per la strage dell’Italicus, una nuova vicenda divi­de la procura di Arezzo e quella di Bologna. Al centro del nuovo “caso” c’è l’avvo­cato Oreste Ghinelli, federale del MSI di Arezzo e difensore dei terroristi neri aretini.

Secondo i giudici bolognesi che hanno svolto l’inchiesta su Ordine Nero di cui Augusto Cauchi proprio ieri arrestato in Spagna era uno dei massi­mi esponenti, ci sono suffi­cienti elementi per contestare all’avvocato Ghinelli il reato di favoreggiamento nei con­fronti proprio del Cauchi, ar­restato mentre spacciava dol­lari falsi in un locale della cittadina spagnola di Mar­bella.
La stessa accusa i giudici di Bologna l’hanno rivolta an­che a un sottufficiale della questura aretina. Trasmessi gli atti per competenza terri­toriale (in quanto i reati sa­rebbero stati commessi ad Arezzo) i giudici di Bologna si sono visti tornare l’incarta­mento con una richiesta a dir poco sorprendente. La procura di Arezzo chiede, infatti, che si proceda per il reato di ca­lunnia nei confronti di colo­ro che hanno accusato Ghi­nelli: una richiesta assurda in quanto la procura aretina avrebbe prima dovuto accer­tare se le accuse contro Ghi­nelli erano infondate e rife­rire poi alla magistratura bo­lognese che in questo senso aveva voluto procedere.

In realtà vengono al petti­ne antichi nodi: già quando fu scoperta la cellula nera di Arezzo non furono approfonditi i legami che univano i terroristi con il MSI di Arezzo del quale erano esponenti Rossi, Franci, Malentacchi e Gallastroni. Ed è piuttosto significativo che solo il giudice istruttore di Bologna Vito Zincani e non la procura di Arezzo abbia af­fermato nella sentenza di rin­vio a giudizio degli ordinovi­sti neri che “a onta delle proclamazioni ufficiali le per­sone accusate di aver fatto parte di Ordine Nero opera­vano stando all’interno del partito (MSI-DN, ndr) dal quale ricevevano denaro e protezione per il tramite del locale federale e difensore di alcuni, avvocato Ghinelli”.

Queste accuse vengono dal neofascista fiorentino Andrea Brogi e da Alessandra De Bellis, moglie di Augusto Cauchi. Andrea Brogi partecipò alla famosa riunione di Monte San Savino nel corso della quale furono messi a punto: piani per gli attentati di Moiano, Ancona e Bologna. Brogi non può essere considerato un mitomane: egli faceva parte del gruppo eversivo, conosceva tutti i retroscena dell’organiz­zazione; era amico del Cau­chi e quindi le sue dichiara­zioni dovevano essere per lo meno controllate da parte del­la magistratura aretina. Più o meno le stesse accuse a Ghi­nelli le ha ribadite la moglie del Cauchi che senza dubbio sa molte più cose di quanto si crede. Del resto sulla fu­ga del Cauchi, avvenuta tre giorni dopo la strage di Empo­li, fin dal primo momento so­no stati sollevati molti inter­rogativi. Lo stesso avvocato Ghinelli ammise di essersi in­contrato con il Cauchi poche ore prima che sparisse dalla circolazione. Il federale di Arezzo precisò in quell’occasione di aver consigliato il giovane di Cortona a presen­tarsi alla polizia. Apparve strano tra l’altro che Cauchi, nonostante fosse conosciuto per la sua attività di picchia­tore e di appartenente alla organizzazione eversiva Ordi­ne Nuovo, non venisse posto sotto controllo appena il suo nome, saltò fuori dall’agenda del Tuti e si sia atteso tre giorni prima di spiccare l’ordine di cattura.

La procura di Arezzo ha passato la patata bollente a Bologna, senza però rispondere agli interrogativi sollevati dai magistrati bolognesi i quali si trovano nella condi­zione di non sapere se l’avvo­cato Ghinelli è incorso nel reato di favoreggiamento pro­prio perché i loro colleghi di Arezzo non vogliono preci­sarlo. Questo nodo deve essere sciolto se si vuole fare piena luce sui favoreggiatori, sui mandanti e i finanziatori delle trame nere in Toscana.

Augusto Cauchi: il Sid fa il distratto

Nel 1975 il terrorista toscano Augusto Cauchi, accusato di essere coinvolto in attentati a impianti ferroviari, fa perdere le sue tracce favorito anche dalla copertura concessagli dal capo del Centro controspionaggio di Firenze del Sid colonnello Federigo Mannucci Benincasa, con il quale è in rapporti così come lo è con il maestro venerabile della loggia P2 Licio Gelli. Il giudice istruttore di Firenze titolare dell’inchiesta su quegli attentati (almeno tre dei quali si configurano giuridicamente come stragi) non conosce chi dall’interno del Sid teneva i contatti con Cauchi e tenta di accertarlo. E’ così che va a urtare contro il segreto di Stato.
Il conflitto non si rivela immediatamente. Anzi, il Sismi collabora con il magistrato quando questi chiede notizie su persone, organizzazioni e attentati. Ma poi il magistrato, interrogando alcuni ufficiali del Sismi tra i quali lo stesso Mannucci Benincasa, chiede maggiori delucidazioni sui fatti che il Sismi ha riferito e sulle fonti, e a questo punto gli ufficiali del Sismi interrogati alzano il muro del segreto di Stato. Accade il 23 gennaio 1985 e il giudice istruttore ricorre allora al Presidente del Consiglio Bettino Craxi perché dichiari infondata l’opposizione del segreto, facendo notare che l’inchiesta in corso riguarda anche delitti di strage.
Ma l’onorevole Craxi conferma invece la validità del segreto, informando il giudice e, come vuole la legge, i Presidenti di Camera e Senato il 28 marzo 1985:

A norma dell’articolo 17 della legge 24 ottobre 1977 n. 801, comunico di aver confermato, ai sensi dell’articolo 352 del codice di procedura penale, l’opposizione del segreto di Stato eccepita da un dipendente del Sismi, su disposizione del Direttore, nel corso del procedimento penale contro Cauchi Augusto e altri, pendente presso il Tribunale di Firenze, in ordine a taluni quesiti posti dal giudice istruttore e riguardanti la identità di fonti del Servizio. Tale conferma è motivata dal fatto che la violazione del fondamentale principio di riserbo sulle fonti dei Servizi, compromettendo l’efficienza operativa di questi ultimi, è idonea ad arrecare danno agli interessi indicati all’articolo 12 della legge 24 ottobre 1977 n 801, quali l’integrità dello stato democratico e la difesa delle istituzioni, alla cui tutela sono posti i servizi stessi. 

Ecco un esempio esauriente di un certo uso del segreto di Stato per proteggere ufficiali dei Servizi compromessi col terrorismo o quanto meno con terroristi riconosciuti come tali (…) e per lasciare fuori dalla porta delle indagini, come si vedrà, personaggi imbarazzanti appartenenti ala loggia massonica P2.

Estratto “Segreto di Stato”, Claudio Nunziata, Gianni Flamini

Gli scritti di D’Alessandro e le valutazioni del giudice Vella sul ruolo dell’avvocato Ghinelli

Nelle sue note di diario il D’Alessandro, con le con­siderazioni sulla sua vicenda egli si protesterà sempre innocente del delitto per il quale venne poi condannato dalla Corte d’Assise di Arezzo a 16 anni di reclusione -, sulla sua condizione personale e familiare, sui suoi studi ed i suoi rapporti sentimentali, registra rifles­sioni stilla vita carceraria, stilla giustizia e sul suo processo ed interessanti descrizioni di personaggi, epi­sodi e situazioni del piccolo universo in cui andava tristemente evolvendo la sua giovane personalità.

Occorre subito rilevare a proposito degli scritti del D’Alessandro che, certa la loro autenticità, non può disconoscersene l’indubbio valore documentario e, quan­to alle osservazioni di ambiente ed ai riferimenti circostanziali di cui sono cospicuamente disseminati, la loro incontestabile validità probatoria. Si opporrà a tale tesi l’osservazione della mancanza di conferma e di ratifica di quegli scritti da parte del loro autore, tuttora latitante; è però questa osser­vazione non pregevole per il rilievo della natura e del­la struttura del procedimento di formazione del libero convincimento del giudice, a costituire il quale pos­sono essere legittimamente assunti tutti quegli elemen­ti di fatto di cui è dato operare un riscontro obbiet­tivo e razionale e della cui utilizzazione sia fornita motivazione logica e persuasiva.

Da quegli scritti si apprende che nel piccolo univer­so carcerario di Arezzo (53 detenuti) il gruppo dei neofascisti aretini godeva di non dissimulata simpatia da parte di elementi del personale di custodia; che ta­luni membri di quel gruppo, pur esaltando l’ideologia cui avevano ispirato le loro imprese di violenza, non disdegna­vano tuttavia contatti con gli avversari politici, favori­ti naturalmente dall’angustia degli ambienti e dalle leg­gi ineludibili della convivenza necessaria; – che i mag­giori esponenti della piccola cellula neofascista erano difesi dall’avv. Ghinelli, all’epoca commissario straordinario della federazione aretina del MSI ed indicato da insospettabili fonti (la De Bellis f. 102 ; il Brogi: f, 34 e 48; il Rossi Giovanni f. 68/r/48) come il nume tutelare del gruppo, il finanziatore dello stesso, il leader carismatico del neofascismo aretino (emerse tali circostanze nel corso della istruttoria del procedimento contro Balistreri ed altri, n. 270/74: f»62/42, venne­ro denunciate dal G.I. di Bologna al PM di Arezzo; ma a questo ufficio non è nota la sorte riservata a quel­la denuncia), avvocato ed uomo politico che di certo godeva di non platonico prestigio nell’ambiente carcera­rio e non, se già il 21 dicembre ‘75 poteva disporre della fotocopia non autenticata dell’ufficio – quindi verosimilmente acquisita favoris gratia — della let­tera diretta alla direzione dell’Espresso dagli evasi D’Alessandro e Fianchini (ff. 60 e 61/42) rinvenuta con gli scritti del D’Alessandro e prodotta all’inizio dell’interrogatorio del Franci da parte di quest’ufficio (f. l/50) – documento costituente corpo di reato o co­munque attinente ad un reato e relativa a due coimputati del Franci che alla immediata conoscenza di quello scritto non era legittimato ad accedere.
A tal riguar­do è opportuno considerare il fatto che mentre l’avv. Ghinelli poteva disporre subito, ed illegittimamente, di quel documento, al giudicante invece che aveva richiesto et pour cause, tutti gli scritti del D’Alessandro in vi­sione per rilevare notizie e riferimenti alla strage dell’Italicus in essi ricorrenti secondo non isolate ed insi­stite notizie di stampa, veniva trasmessa la fotocopia di un solo piccolo brano (8 righi: tratti dal f. 22/56) (il volume delle fotocopie, fasc. 56, conta oltre 380 pagine), nell’assunto che esso contenesse il solo riferimento all’Italicus (di qui ad un istante si rileverà il contra­rio). Solo con l’esplicita e perentorio richiamo al dovere di esibizione di cui all’art. 342 C.P.P., quest’ufficio poté acquisire la necessaria e doverosa conoscenza di tutti quei documenti (ff. 63, 64, 68, 69/42).
E’ certo, per quanto è legittimo desumere dalle sof­ferte pagine del D’Alessandro, che i pupilli dell’avv. Ghinelli ed i gregari del Tuti, dovevano respirare una atmosfera carceraria materiata di particolare comprensione, di quasi compiacente solidarietà, che il D’Alessandro coglie e descrive, anche se talora con punte di non immo­tivato disperato risentimento per la sua condizione evi­dentemente deteriore rispetto a quella dei fascisti.

Sentenza ordinanza G.I. Vella 1980 pag 247-249

La testimonianza di Del Dottore sul deposito di esplosivo trovato il 5 agosto 1974

(…) io tenevo al corrente il maresciallo Cherubini delle cose che man mano mi venivano raccontate. Preciso anche che talvolta riferii al tenente regoli sempre del nucleo cc, che ricordo piu’ o meno in quel tempo venne promosso capitano. Riferisco questi fatti specifici avvenuti in quel periodo. Un sabato mattina mi capito’ di incontrare il Franci ad Arezzo io ero con la mia macchina; il Franci mi chiese di accompagnarlo ed io aderii dato che non avevo nulla da fare ed anche perche’ l’ occasione era buona per venire a conoscenza di qualche altra cosa. Il Franci mi fece arrivare fino ad una localita’ chiamata Poti, ad una casa abbandonata. Si scese ed all’ interno della casa il Franci prese un sacco che si trovava li’ e che io vidi bene, era un sacco di quelli in uso alle poste.

Il Franci vuoto’ il sacco del suo contenuto ed io vidi che c’ erano dei detonatori ad occhio e croce, una trentina, e dell’esplosivo, un quantitativo piccolo, del tipo di quello dell’ esercito. Questo esplosivo come le altre cose si vedeva che avevano preso umido, il Franci, tolta questa roba dal sacco, la sistemo’ non ricordo se su una pietra o su di un legno, dicendomi che in questo modo la roba si sarebbe asciugata; porto’ poi via il sacco delle poste che ripiego’ e mise in un’ altra busta. Si venne quindi via ed il Franci porto’ via con se il sacco delle poste: io gli chiesi, anche se ovviamente mi aspettavo la risposta, cosa eravamo andati a fare alla casa ed egli disse che lo scopo suo era di far sparire il sacco delle poste perche’ se qualcuno l’ avesse trovato, con il suo contenuto, avrebbe potuto risalire a lui o comunque fare dei collegamenti. Dopo qualche giorno mi incontrai col maresciallo Cherubini al quale diedi appuntamento dietro il cimitero dopo che egli mi aveva cercato per sapere se c’ erano novita’ .

Io, ricordo che il maresciallo venne da solo ed aveva la 128 blu del nucleo, accompagnai il Cherubini fino a Poti alla casa abbandonata dove gli feci vedere le cose lasciate dal Franci, cose che il maresciallo prelevo’ . Io non so quali atti a poi compiuto il maresciallo a seguito di questo rinvenimento. (…)

Maurizio Del Dottore – estratto verbale 16.02.1986

Appoggi e coperture dei neofascisti di Arezzo – estratto memoria delle parti civili depositata il 13.07.1983

Ordine Nero era finanziato ed armato dalla massoneria, avendo raccolto tra i suoi aderenti esponenti di A.N. ed accettato idee stragiste finalizzate ad un presunto e forse millantato colpo di stato (vds. testimonianze Affatigato, Spinoso, Tisei, Brogi, Batani).
L’Avv. Ghinelli finanziava il gruppo di Arezzo: Franci, Batani, Cauchi ed anche Tuti secondo Affatigato (vds. testimonianze Brogi, Sanna, De Bellis).
L’avv. Ghinelli chiedeva finanziamenti a Gelli (vds. testimonianza Birindelli).
Il gruppo faceva da scorta a Ghinelli, Birindelli durante i comizi della primavera 1974 (vds. testimonianze Terra­nova, Donati, Bumbaca).
Birindelli, tramite delle richieste di Ghinelli, prendeva soldi da Gelli (vds. testimonianza Rosseti Siro).
Cauchi andava a casa Gelli e prendeva soldi da lui (vds.testimonianze Luongo, Baldini, Gallastroni).
Franci diceva in carcere di conoscere Gelli e di aspet­tarsi il suo aiuto (vds. testimonianza Bumbaca). Esistevano ad Arezzo intrecci di potere che potevano avere provocato l’omicidio del giudice Occorsio, agosto (vds. interrogatorio Franci, Batani), tra P2, SID e magistratura.
Marsili, sostituto procuratore di Arezzo e genere di Gelli, ha indebitamente indagato e forse inquinato le prove relative alla strage dell’Italicus, prospettando a fi­ni di “copertura” l’utilità della frantumazione dei pro­cessi, ha negato la autorizzazione alla intercettazione dell’avv. Ghinelli nel gennaio 1975, ha omesso di verba­lizzare le “confidenze” ricevute da Del Dottore, ha invitato l’imputata Luddi a non rivelare niente di quanto aveva svelato a lui al Dott. Santillo, nel gennaio 75, premettendole e facendole ottenere in cambio la libertà provvisoria ed il proscioglimento dalle accuse più gravi (vds. memoriale D’Alessandro, deposizione Luongo alla Com­missione P2).

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Il nome di Marsili iscritto alla P2 nel 1974 non è stato incluso nella lista trasmessa al G.I. dell’Italicus nel 1977 firmata da Salvini e Gelli, mentre l’imputato Franci nel 1976 era a conoscenza della sua appartenenza alla loggia P2 (vds. liste, testimonianze Rosseti, interrogatorio Franci).
Tuti ha minacciato di morte Franci a motivo delle sue rivelazioni tra i rapporti O.N.-P.2 (vds. testimonianze Murelli, Latini). Sono state omesse perquisizioni a Franci: nel 73 e 75 denunciato dalla moglie perché fabbricava pericolose bombe in casa e poi coinvolto negli attentati di Terontola e Arezzo.
E’ stato taciuto ai giudici di Arezzo e Bologna da parte della squadra politica di quella città della precedente denuncia a carico del Franci e del suo ruolo nel 74 di autista del locale federale del MSI Avv. Ghinelli (vds. rapporto ed allegati Dott. Berardino – articolo stampa incendio auto MSI dotazione Franci nel settembre 1973), dato significativo ai fini della valutazione di colpevo­lezza.
Tuti è stato preavvertito della perquisizione a suo cari­co con quasi 24 ore di anticipo (vds. testimonianza Di Francesco Ennio, esposto Tuti Procura Firenze 25-5.75).
Cauchi è stato preavvertito nel gennaio 75 di un mandato di cattura a suo carico ed il SID ha fatto da tramite con Marsili che ha accettato, al di fuori di ogni logica e di ogni regola di incontrarsi con il latitante. Incon­tro che si dice non avvenuto (per quanto ne sa il SID) per rinuncia di Cauchi (vds. rapporto Casardi).

Estratto memoria parti civili che hanno chiesto la condanna degli imputati (Avv.ti Montorzi, Trombetti, Giampaolo, Filastò, Rossetti, Coliva, Guerini).

Le indagini sulle dichiarazioni della De Bellis – sentenza ordinanza contro Marsili

La seconda ipotesi del capo B) attiene alle indagini conseguenti alle, dichiarazioni rese sull’attentato dell’Italicus e altri fatti criminosi da tale De Bellis Alessandra.
Costei è stata sposata col Cauchi ed ha convissuto col medesimo circa sino agli inizi del 1974. Va qui rammentato che Augusto Cauchi era un estremista di De­stra di spicco, aveva avuto contatti con i vertici delle organizzazioni eversive operanti all’epoca, nonché con Gelli e con i servizi segreti. Inquisito nei procedimenti conto il FNR, e  contro ordine nero, si era sottratto all’esecuzione di ordine di cattura grazie ad una segnalazione giuntagli de un graduato della polizia di Arezzo (nel valutare l’episodio si tenga con­to delle infiltrazioni piduiste nella questura di Arezzo, co­sì come evidenziate dagli atti della commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia P2).

Orbene, la De Bellis, già do tempo divisa dal marito, durante un viaggio in Sardegna, in data 9/8/75, Contattò di propria iniziativa la sede del P.C.I. di Cagliari per riferire notizie concernenti l’Italicus e altre attività della destra eversiva: Toscana. I responsabili del P.C.I. di Cagliari le accompagneranno in questura dove, assunta a s.i.t., la De Bellis riferì fra l’altro che nel dicembre 1973 suo merito le aveva parlate di progetti di attentati, in particolare riferendosi a quello di Molano e a quello dell’Italicus, e indicò i nomi di tali Mas­simo Batani, Luciano Franci, Paolo Duchi nonché di tali Lucia­na e Patrizia. La donna affermò di non aver parlato di ciò con nessuno per paura del merito, il quale le aveva fatto confidenze per coinvolgerla nella propria attività e per comprometterla. La questura di Cagliari diramò alle Questure interessate le notizie relative alla De Bellis secondo una logica che a tutt’oggi risulta indecifrabile (si vedano in proposito gli analoghi accertamenti di cui al rapporto della Digos di Bologna del marzo ‘85) e, in particolare non sembra aver notiziato l’A.G. di Bologna in merito alle dichiarazioni rese dalla teste che invece, venne condotta in aereo ad Arezzo ove fu sentita dal dr. Marsili il 10 agosto 1975.

Innanzi al P.M. la De Bellis rese ulteriori dichiarazioni non del tutto coincidenti con le precedenti, ed indicò in un tale generale Mario Giordano di Carrara la persona cui il Cauchi si rivolgeva con l’appellativo di “capo”.
In esito alle dichiarazioni della teste vennero compiuti accertamenti estremamente limitati, consistenti in alcune perquisizioni .

Non è questa la sede per esprimere una valutazione delle dichiarazioni della De Bellis, ritenuta sofferente di disturbi psichici e sottoposta, dopo i fatti ora richiamati, a terapie particolarmente distruttive quali l’elettroshock. Non ci si può esimere, tuttavia dal ritenere come le affermazioni della donna (forse rese in uno stato di particolare tensione emotive, ma certo verbalizzate dalla P.G. di Cagliari in modo grossolano e del tutto inadeguato alla gravità, delicatezza e complessità dei fatti riferiti) abbiano trovato negli anni di lunghe indagini compiute sulle attività eversive di destre dell’epoca una serie di significativi riscontri e come traspaia negli inquirenti una sorta di prevenzione nei confronti della teste, al cui presunto stato di sofferenza psichica si fa conseguire – implicitamente o esplicitamente – una presunzione di inattendibilità. Riprendendo l’esposizione dei fatti, occorre rilevare che le dichiarazioni della De Bellis sul Gen. Giordano fossero comunque assolutamente precise e risultassero integrate delle deposizione del col. Arturo De Bellis (padre della teste) che sentito dal dr. Marsili il 13.8.75, aggiunse alle già circostan­ziate indicazioni della figlia un decisivo elemento di identi­ficazione precisando che Alessandra e suo marito erano in ami­cizia con un Ufficiale sposato ad una donna paralitica.

Il giorno 11 agosto, comunque, venne ordinata e fu eseguita una perquisizione presso il Gen. Mario Giordano di Massa. Tale perquisizione diede esito negativo. Solo il rapporto 13/11/84 della Digos di Bologna rivelerà che Mario Giordano era sposato con tale Farri Adriana , affetta da paralisi e che il suddetto all’epoca dei fatti, era segretario del M.S.I. di Massa. Il suddetto rapporto evidenzierà infine che già all’epoca dei fatti l’autorità di polizia aveva notizie sul Gen. Giordano e in particolare, era al corrente che fosse coniugato con donne affetta da paralisi. Risulterà, poi che il Ger. Mario Giordano, perlomeno stando a notizie di stampa, era in rapporto col noto Porta Casucci, inquisito nel processo per la “Rosa dei Venti, tant’è vero che fu identificate nella villa di quest’ultimo allorché il Casucci fu tratto in arresto.

Il giorno 12 agosto il dr. Luongo, vice questore di Arezzo trasmise al dr. Marsili un’informativa del seguente tenore: “a quadro delle note indagini, si informa la S.V. che da parecchio tempo fonti confidenziali hanno segnalato a questo Ufficio, nella persona di un Ufficiale superiore (colonnello o generale) abitante tra Massa-Carrara-e La Spezia, il capo cella cellula eversiva toscana ed in specifico come la persona con cui il Cauchi Augusto teneva i contatti”.

Il 14 agosto il dr. Marsili raccolse nella sede di escussione testimoniale le contradditorie dichiarazioni che il generale Mario Giordano volle rendere spontaneamente in merito alla circostanza se avesse o meno conosciuto il Cauchi. L’imputato non ha dunque tenuto in alcuna considerazione l’indicazione accusatoria fornita dalla De Bellis ed ha attribuito al Generale Giordano la veste – processualmente del tutto impropria di testimone. Ciò è pacifico, come peraltro è pacifico che nonostante il fatto che l’Ufficiale indicato dalla De Bellis e da suo padre fosse identificabile senza il benché minimo dubbie nel Generale Mario Giordano di Massa, il dott. Marsili ritenne di dover dar corso ad una perquisizione contro un altro Generale di cognome Giordano, il Generale Luigi Giordano residente a Corlaga di Bagnone e del tutto estraneo agli ambienti della destra.

Questi a seguito della perquisizione subita inviò alla Procura Generale di Firenze un esposto contro il PM di Arezzo. Il nominativo del generale Luigi Giordano aveva fatto comparsa negli atti processuali grazie alla deposizione di tale Pierini Andrea, qualificato come pensionato INPS, il quale venne sentito dal dr. Marsili in data 18/8/75 per ragioni che non sono rilevabili dagli atti e che perciò risultano ora del tutto incomprensibili. Nella sua deposizione il Pierini disse dunque al PM di conoscere un Generale di cognome Giordano abitante a Corlaga frazione di Bagnone.Solo il rapporto 21/3/85della Digos di Bologna riferirà che il Pierini era all’epoca, commissario della federazione del MSI di La Spezia.
E’ oggettivamente inconfutabile, dunque, che le indagini volte a verificare le affermazioni della De Bellis (fra l’altro compiute senza alcun coordinamento con l’A .G . di Bologna e precedeva per l’Italicus e per Ordine Nero, sono consistite solo in alcune sporadiche perquisizioni e che non furono sottoposte al minimo vaglio le posizioni di coloro che stati indicati dalla donna come ispiratori e organizzatori degli attentati di Moiano e dell’Italicus.(…) Pare inoltre aderente ai fatti ora esposti la conclusione del PM “che le indagini che si erano inizialmente appuntate sul generale Mario Giordano vennero dirottate sul Generale Luigi Giordano grazie alla testimonianza del Pierini, cioè di un teste il cui ingresso negli atti di causa appare del tutto misteriosa e che le duplicazione dei nominati Giordano sia valsa a screditare le indicazioni della De Bellis”.

Sentenza ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Marsili