Francesco Pazienza – “Senza nemmeno una perizia contabile”

(…) il cosiddetto crack del Banco Ambrosiano fu causato, secondo gli atti giudiziari italiani, dall’indebitamento delle sue filiali estere. Ma dei documenti della magistratura, nelle centinaia di migliaia di pagine che sono state scritte nel corso dei due processi di Milano, non esiste il documento più importante e decisivo per provare questa affermazione, e cioè la perizia generale contabile. Questo era il documento-chiave, l’unico che poteva quantificare l’entità del buco, dell’esposizione delle filiali estere del Banco, e quindi dimostrare se il crack esisteva veramente e aveva davvero una dimensione “gigantesca”. Molti non lo sanno, molti fingono di dimenticarlo, ma la mancanza della perizia generale contabile non era e non è dovuta allo smarrimento, alla scomparsa, alla distruzione di tale documento, ma al fatto che la magistratura non aveva richiesto un simile e importantissimo atto.
Si è trattato di un caso più unico che raro: al fallimento del Banco non è seguita una perizia contabile, quella perizia che viene disposta ed esperita, come un fatto ovvio e di routine, anche nel fallimento di un salumaio, di un negozio di calzature, di una fabbrichetta della Brianza. In sostanza, la perizia contabile è l’equivalente dell’autopsia sul cadavere di una persona morta in circostanze sospette. Così come l’autopsia , anche la perizia contabile serve ad accertare le cause del “decesso”, le origini, gli eventuali reati commessi, le modalità dell'”assassinio”, i tempi, il tipo di “arma”, gli eventuali tentativi messi in atto per accelerare o ritardare la morte. In parole povere, per i reati di tipo societario, la perizia contabile è una sorta di “conto della serva”, con l’elenco del dare e dell’avere. (…) L’osservazione fondamentale, che sta alla base di un procedimento giudiziario per fallimento, di qualunque tipo esso sia, è: se l’ammontare dei crediti e del valore del patrimonio è superiore all’ammontare dei debiti, è chiaro che probabilmente non ci si trova di fronte a un fallimento.

Il “conto della serva”
Nel caso del Banco, in assenza – misteriosa, sospetta, assurda, incredibile – di una perizia contabile disposta dalla magistratura, proviamo noi a fare il “conto della serva”. Cominciamo dalla fine: a quanto ammontava l’entità del crack? Siamo costretti ad affidarci alle notizie della stampa e alle sue fantasiose valutazioni: a seconda dei diversi organi di “informazione” italiani la voragine delle filiali estere del Banco sarebbe ammontata a mille, duemila, tremila miliardi. O forse più. Cifre sparate a casaccio e senza il minimo conforto di una prova o di una fonte attendibile. Il documento del Custom Service dunque era doppiamente importante, poiché permetteva anche di aprire per la prima volta uno squarcio di luce sulla vicenda: la valutazione dello “scoperto” veniva indicata in 450 milioni. La fonte di questo dato era seria, attendibile, autorevole: la Touche Ross & C. Anche in questo caso non si trattava di un circolo della caccia, ma di una società londinese talmente seria e affidabile che le autorità del Lussemburgo, dov’era domiciliata la Banco Ambrosiano Holding Company, con un decreto governativo  le avevano affidato l’amministrazione e la gestione del delicato caso.
A questo punto prendiamo carta e penna e cominciamo quel “conto della serva” che qualcun altro, al nostro posto, avrebbe avuto il dovere e il compito di effettuare. Dunque, secondo la Touche Ross, la voragine delle filiali estere del Banco ammontava a 450 milioni di dollari, l’equivalente di circa 540 miliardi di lire dell’epoca (un dollaro = 1200 lire). A questa cifra va sottratta la somma di 144 milioni di dollari, cioè il prezzo pagato dal gruppo giapponese Sumitomo per l’acquisto del Banco del Gottardo.
Il passivo a questo punto scende a 306 milioni di dollari (450 meno 144), che in lire  italiane rappresentavano circa 367 miliardi. Ma il calcolo non si ferma qui. Infatti, lo IOR, in un periodo immediatamente successivo all’incontro degli agenti federali coi giudici di Milano, avrebbe versato al Banco la somma di circa 300 miliardi di lire con la formula “Contribuzione volontaria e umanitaria”, a dimostrazione del fatto che la fantasia all’interno del minuscolo Stato al di là del Tevere è grande quanto la sua indiscussa potenza.
Dunque, 367 miliardi di lire meno 300, fa 67 miliardi di lire, cioè 55 milioni di dollari. Questi conti, non tengono in considerazione quanto era contenuto nelle filiali estere sotto la voce “attivi”. Eccezion fatta per la Banca del Gottardo, che era stata classificata come una delle prime dieci banche svizzere. E la confederazione elvetica, quanto a banche, non è certamente il Tibet o il Ciad. Dunque, ai 55 milioni di dollari di buco occorre aggiungere ovviamente i recuperi crediti per centinaia di milioni di dollari da parte della Touche Ross, una somma che non possiamo esattamente conoscere  perché il rapporto, come vedremo nel prossimo capitolo, è segreto.
La domanda sorge spontanea: è una voragine questa? La risposta è: certamente no.

Estratto da “Il Disubbidiente”

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