Sull’omicidio di Luigi Di Rosa

(…) Il parà, dunque, si arrampica sul palco. I suoi gli si stringono intorno. Per difendersi da eventuali attacchi hanno comprato qualche cassa di acqua minerale ma, alla fine del discorso di Saccucci, non saranno le bottiglie gli unici proiettili a volare. Gli eventi precipitano quando il missino, con una prosopopea di rara tracotanza, pretende di celebrare il secondo anniversario della strage di Brescia urlando un bugiardo “Noi abbiamo le mani pulite!” in faccia al pubblico del comizio. E’ troppo: una bordata di fischi sommerge l’oratore fascista; una ventata di “Assassini! Assassini!” smaschera le sue velleità revisioniste. Saccucci non ci sta. La folla lo contesta? Lui mette mano alla pistola: “Colpi sparati in aria – si difenderà poi l’onorevole – esplosi soltanto per disperdere la folla e tornare alle automobili”. Peccato che, prima di iniziare a sparare, esacerbando ulteriormente gli animi, il missino abbia esclamato: “Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con questa!”.
Facendosi largo a pistolettate, la squadra fascista apre il fuoco: i suoi componenti prima partecipano ai corpo a corpo e al fitto lancio di oggetti che si scatena in piazza IV Novembre dopo le nove di sera, poi riescono a guadagnare le automobili e a fuggire da Sezze. Quando il serpente di macchine supera Porta Pascibella transitando in località Ferro di Cavallo, qualcuno – anzi più di qualcuno – si sporge con il braccio fuori dal finestrino della macchina e spara ancora. (…) a cadere sotto il fuoco dei neofascisti sono il militante di Lotta Continua Antonio Spirito, ferito a una gamba, e Luigi Di Rosa, iscritto alla FGCI. Quest’ultimo colpito alla mano e al ventre, muore quello stesso 28 maggio, malgrado un’inutile corsa in ospedale, dopo diverse ore di agonia. (….)
il caso di Luigi Di Rosa subisce il destino di un’indagine giudiziaria condotta con criteri poco meno che farseschi. Neppure il referto della morte di Luigi spinge i giudici a soffermarsi su un particolare decisivo: i proiettili di diverso calibro che hanno raggiunto il corpo del ragazzo di Sezze dicono che a sparare dicono che a sparare contro il giovane comunista debbano per forza essere state due persone. Invece, quando l’omicidio Di Rosa arriva in tribunale, si accetta la tesi dello stesso Saccucci e si scarica tutta la sua responsabilità su Pietro Allatta, il pesce piccolo della situazione. (…) Indagato insieme a Saccucci, Pirone e Pistolesi, Allatta si accolla l’omicidio di Di Rosa e subisce una condanna a tredici anni di galera, scontati fino al 1984, quando ottiene la semilibertà. Ma mentre Pirone e Pistolesi subiscono un periodo di detenzione, Saccucci si mette in bandiera non appena il Parlamento  – formalizzate le pesanti accuse di omicidio , cospirazione politica, istigazione all’insurrezione armata per i fatti del “golpe della Madonna” – si decide ad autorizzarne l’arresto.
Persino il Movimento sociale sembra abbandonare il suo camerata: Almirante prende la palla al balzo ed espelle Saccucci dal partito. Ma ormai Saccucci, latitante a tutti gli effetti, è già lontano.

Estratto da “Cuori Rossi” di Cristiano Amrati

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