Destini incrociati – Vigna e Concutelli

Il destino di Concutelli si era intrecciato con il mio più di quanto potessi immaginare. Non sapevo che anche lui stava dando la caccia a me.
La sera del 12 febbraio 1977 partecipai alla festa di matrimonio della figlia dell’imprenditore Dante Belardinelli, mio amico, in una villa sulle colline dell’Impruneta, vicino a Firenze. Intorno a mezzanotte venni via da solo, a bordo della mia auto, una Lancia Fulvia Coupé. Lungo la strada che scende verso Firenze, tagliando campi e colline, dopo una curva trovai la strada sbarrata da un’auto messa di traverso. Pensai che si trattasse di un ubriaco, sterzai bruscamente e, sfregando contro un muretto, riuscii a evitarla e a proseguire. Accelerai per arrivare a casa e segnalare per telefono quell’auto così pericolosa ma, appena arrivato, mia figlia mi disse che il questore mi stava cercando da ore, con urgenza. Lo chiamai e mi raccomandò di restare chiuso in casa per motivi di sicurezza. Io gli risposi che poteva scordarselo, perché l’indomani avevo una battuta di caccia. Lui replicò che non mi avrebbe fatto uscire di casa.
Alle tre di quella stessa notte mi telefonarono da Roma dandomi la notizia dell’arresto di Concutelli. Era successo che la sera prima, proprio mentre mi trovavo alla festa di matrimonio, la polizia aveva fermato una vettura con a bordo l’ordinovista Paolo Bianchi e Renato Cochis, membro della banda Vallanzasca. Cochis era stato lasciato sulla sua vettura con un agente del quale rapidamente si era liberato, dandosi alla fuga, mentre Bianchi disse che, se non fosse stato tenuto a lungo in carcere, avrebbe rivelato due cose: che quella stessa notte un commando di Ordine nuovo mi avrebbe dovuto uccidere e che poteva indicare I’abitazione dove si rifugiava Concutelli, in via dei Foraggi, a Roma.
Il 13 febbraio 1977 gli uomini dell’antiterrorismo circondarono lo stabile nel centro di Roma. Concutelli era stato catturato. In manette, davanti alle telecamere, si dichiarò prigioniero politico e da quel giorno conobbe soltanto il carcere, dove è rinchiuso per scontare quattro ergastoli. Non si è mai pentito né mai si è dissociato dalla lotta armata.
Ricordo che durante il suo interrogatorio si bloccò e volle farmi inserire nel verbale che io stesso stavo battendo a macchina questa sua dichiarazione: “Io, quale capo militare del Movimento politico ordine nuovo, essendoti tu comportato da maiale e boia, ti condanno a morte”.

Probabilmente era un tentativo di farmi astenere dal processo in quanto il codice di procedura penale prevede per il pm la facoltà di astensione “quando esistono gravi ragioni di convenienza”.
Gli risposi che, siccome avrei firmato quello stesso verbale, la sua sentenza di morte poteva considerarsi come già notificata.
Nella sua abitazione, oltre a molto hashish, fu recuperata la famosa pistola mitragliatrice Ingram, con matricola abrasa. Gli agenti trovarono anche un silenziatore sul quale invece c’era il numero di matricola. Potemmo così scoprire che Concutelli, quando era latitante, aveva ricevuto il mitra dai Servizi segreti spagnoli, perché lo usasse contro gli indipendentisti baschi dell’ Eta. Il nostro sospetto era che Concutelli facesse parte dei cosiddetti squadroni della morte, ufficialmente chiamati Gruppi antiterroristi di liberazione.
Furono fatte delle rogatorie a Madrid per avere la documentazione ufficiale di quel passaggio ma non ci fu data risposta. Così come mai avemmo la conferma ufficiale del fatto che Concutelli fosse stato impiegato dai Servizi spagnoli.
La mattina seguente all’arresto mi precipitai a Roma e cominciammo, in una stanza della questura, l’interrogatorio. Appena lo incontrai, ebbi la conferma dell’attentato che doveva essere compiuto nei miei confronti. Concutelli, infatti, come prima cosa, mi disse: «Come ha passato la notte?». Quell’auto che avevo evitato per un pelo non era guidata da un ubriaco, ma dal commando che mi stava aspettando. Incassai la provocazione ma feci il vago, e gli risposi: «Io ho bevuto champagne. Te invece, pallino, d’ora in poi, gazzose e seghe».
Solo in seguito scoprimmo che ad avvertire Concutelli della mia presenza a quella festa era stata la sua fidanzata, Barbara Piccioli, perugina, amica della sposa, legata ai movimenti di estrema destra. L’innocente confidenza fattale dalla figlia di Belardinelli aveva innescato il piano per eliminarmi.

Estratto dal libro “In difesa della Giustizia” di P.L. Vigna

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