“A Trieste il punto di incontro fra gli ustascia e i fascisti” – L’Unità 21.08.1972

“Noi non colpiremo i figli onesti del popolo croato, ma non avremo pietà, liquidandoli ad uno ad uno, per gli scherani di Tito, i serbocomunisti traditori. Crediamo in Dio e nel futuro della Croazia. Morte alla Jugoslavia ». Ecco un esempio di prosa delirante, tratta dal volantino lanciato giorni orsono nel centro di Trieste da alcune automobili. Vi è qui un’aperta minaccia contro la vita dei cittadini croati fedeli al socialismo, vi è un incitamento a combattere un Paese vicino.

Questi sono gli « ustascia», i fascisti croati, membri del movimento creato nell’anteguerra dal “poglavnik” (duce) Ante Pavelic con l’aiuto finanziario e materiale del fascismo Italiano. Fu in Italia che si addestrarono gli ufficiali dell’esercito che gli ustascia avrebbero crealo nell’estate del 1941, dopo che la Jugoslavia monarchica venne divisa fra gli eserciti italiano, tedesco, ungherese e bulgaro. Sulle rovine delle città bombardate dai tedeschi sorse lo “Stato croato” degli ustascia (in croato: insorti). A Jasenovac, nelle paludi ad ovest di Zagabria, furono costruite le baracche di un campo di concentramento e di sterminio. I boia erano gli stessi ustascia, aizzati dai loro capi contro la popolazione serbo-ortodossa e naturalmente, contro il possente movimento di resistenza antifascista. Qui, tra le paludi di Jasenovac, ancor oggi, a distanza di 27 anni dalla vittoria e dalla Liberazione, opera una commissione il cui compito è di accertare il numero e l’identità delle vittime della ferocia nazifascista. Ottocentomila sono, secondo alcuni dati, i corpi orrendamente deturpati, finora estratti dalle paludi e dalle fosse comuni. Questa banda di criminali e di collaborazionisti trovò, nell’immediato dopoguerra, scampo in Italia e in Germania.

Il movimento ustascia si ricostituì all’estero, nell’emigrazione, specie in Germania, Svezia, Austria, Canada, Australia e USA, con il compiacente aiuto dei servizi segreti occidentali, e della CIA in modo particolare. Erano gli anni della guerra fredda. La Repubblica federale tedesca rifiutava di pagare alla Jugolavia socialista le riparazioni di guerra e conduceva, nei suoi confronti, una politica di aperta ostilità. Non a caso, dunque, nuovo “capo” degli ustascia diventa il dott. Branko Jelic, medico dentista, ex agente della Gestapo tra le due guerre e dell’Intelligence Service negli anni della guerra fredda, morto due mesi fa a Berlino Ovest. Chi era Jelic? Un capo fascista, senz’ombra di dubbio. Organizzatore di orrendi misfatti, in cui perirono molte persone, in gran parte cittadini jugoslavi. Ma anche uomo dalle alte amicizie, specie nella DC tedesca. Egli era, infatti, un protetto dell’ex ministro dello Difesa tedesco e capo dell’ala bavarese della CDU-CSU, Franz Josef Strauss.

Una serie di attentati, assassinii e altre azioni terroristiche segnarono, un anno fa una svolta nella politica di questo movimento. Vennero elaborati piani di sovversione interna ed esterna. Il proposito dichiarato degli ustascia era di lacerare lo Stato jugoslavo, un proposito che faceva comodo anche a determinati ambienti oltranzisti della NATO.

Intanto in Svezia un gruppo di ustascia assassinava l’ambasciatore iugoslavo Rolovic. Aveva inizio l’attuazione di un piano criminale che sarebbe culminato con l’invio di un commando di 19 terroristi nell’interno della Jugoslavia, un mese fa. La Svezia, la RFT, l’Austria sono i Paesi europei che danno agli ustascia un’ospitalità aperta e incondizionata, considerandoli semplicemente una “associazione di nazionalisti”.

Uno dei centri di addestramento si trova in Baviera, e notizie attendibili dicono che sia stato frequentato anche da fascisti italiani di « Avanguardia nazionale » ed «Europa civiltà». Ma il centro principale di addestramento militare, la vera e propria scuola di guerriglia e antiguerriglia si trova a Melbourne, in Australia. Qui, in un bosco vicino ad una piantagione, la CIA addestra all’uso delle armi più moderne i terroristi da inviare in Europa. Circa la dotazione di armi e munizioni ai gruppi di terroristi, può bastare la sintetica documentazione pubblicata in Jugoslavia dopo la completa liquidazione del commando braccato in Bosnia e in Croazia dalla milizia popolare e dalla popolazione infuriata. Fucili mitragliatori, plastico, matite incendiarie, pugnali in quantità, una radio ricetrasmittente ad altissima precisione e con un raggio d’azione di 1200 chilometri.

Con chi comunicava il commando terrorista liquidato in Bosnia? Da dove riceveva ordini? Dalla Grecia? Dall’Italia? Da Trieste? I precedenti sono illuminanti. Partì da Trieste l’assassino del re Alessandro di Jugoslavia a Marsiglia, mezzo secolo fa. Gli indizi di una stretta collaborazione tra fascisti triestini e ustascia vennero denunciati qualche mese fa, quando si diffuse la voce di un incontro « al vertice » tra ustascia e fascisti italiani, avvenuto appunto a Trieste nel febbraio scorso. Ma se ne era avuto sentore già prima, nell’estate del 1968 due terroristi croati furono dilaniati da un’esplosione in via Boccaccio a Trieste. Un innesco sbagliato. Stavano preparando un attentato contro il consolato jugoslavo sito nelle vicinanze.

Un anno fa un violento incendio devastò l’abitazione del console jugoslavo Drago Zvab. La figlia Vlasta, sola in casa, ricorda un’esplosione, un bagliore e le fiamme dell’incendio levarsi nella stanza. Le cause dell’incendio non sono mai state appurate. E’ comunque assai strano l’atteggiamento delle autorità di polizia nella città giuliana. Quando esplose l’automobile in via Boccaccio venne fermato un gruppo di fascisti croati, provenienti dalla Francia. Tra loro c’era un certo Damjanovic, conosciuto dall’Interpol e dalle polizie di mezz’Europa come uno dei capi dell’ala paramilitare e terroristica del movimento. Invece di fermarlo e interrogarlo per accertare le sue responsabilità, la polizia lo fece espatriare con foglio di via. Circa i volantini di qualche giorno fa, la polizia dice di non saperne niente. La notizia l’hanno appresa dal nostro giornale… Trieste significa molto per i terroristi ustascia. L’aveva detto lo stesso Jelic, durante una riunione in Australia, riferita da uno dei periodici del movimento: essi hanno bisogno di una « base » ai confini della Jugoslavia. E’ interessante, in questo quadro, riferire una delle ipotesi riguardanti il rinvenimento dell’arsenale di armi ed esplosivi in una grotta carsica vicino ad Aurisina. Le armi, è ormai chiaro, appartenevano al gruppo di Freda e Ventura e furono rivelate da una “soffiata” del procuratore legale triestino, loro amico, Gabriele Forziati.

Ma c’è un punto oscuro nella vicenda, e riguarda l’ubicazione della grotta in cui fu rinvenuto l’esplosivo. La « soffiata » di Forziati avvenne in gennaio, forse agli inizi di febbraio. Furono fatte delle perlustrazioni nella zona indicata, ma senza esito. Agli ultimi di febbraio, invece, dei bambini rinvennero l’arsenale in una buca profonda qualche metro, e certamente inadatta allo scopo di custodire armi, per di più distante appena un centinaio di metri dalla caserma dei carabinieri di Aurisina, e altrettanti dalla stazione ferroviaria e dal bivio attraverso il quale passano i treni che da tutti i Paesi dell’Europa occidentale si dirigono in Jugoslavia e nei Balcani. E’ il periodo dell’incontro tra fascisti triestini e ustascia. Qualche giorno dopo, su un treno in corsa tra le stazioni di Zidani Most e Zagabria, esplode un ordigno. La stessa tecnica degli attentati dell’agosto 1969.

Questi elementi fanno presumere che i fascisti abbiano deciso di “passare” l’arsenale di esplosivi ad alto potenziale agli ustascia. Essendo stato « denunciato », l’arsenale era ormai inservibile. Prima o poi sarebbe stato scoperto. Non a caso i carabinieri parlavano, in quei giorni, di « perlustrazioni a scacchiera » sul Carso di Aurisina. A qualcuno la terra bruciava sotto i piedi e, forse i “camerati” croati avrebbero potuto trarlo d’impaccio. Poi, per una strana coincidenza, l’arsenale viene scoperto, e Forziati, il fascista legato a Freda che aveva “cantato” sparisce nel nulla, poco prima di venir interrogato dal giudice Stiz.

Ora gli ustascia si sono rifatti vivi a Trieste con un disgustoso “proclama” che tenta malamente di mascherare la cocente delusione per il completo fallimento della missione del commando inviato in Bosnia allo sbaraglio. Il livore dei volantini promette vendette feroci, minaccia i comunisti croati, annuncia future azioni terroristiche. Tutto ciò a Trieste, dove sembra si stia tentando ora di creare un «centro di smistamento e reclutamento», tra profughi e sbandati. Si dice che le fila della trama passino attraverso alcuni grandi magazzini frequentati da clienti jugoslavi; alcuni approcci furono tentati, qualche tempo fa, da un prete croato che cercò di avere l’appoggio della comunità serbo-ortodossa di Trieste. La situazione — a causa della colpevole inerzia delle autorità — è tutt’altro che tranquilla. L’attività dei fascisti, di tutte le nazionalità, turba i rapporti cordiali e amichevoli tra popoli e Paesi vicini. Che cosa fa, invece, il governo? E il ministero degli Interni? L’attività delle bande fasciste i documentata è nota. Ne ha parlalo, diffusamente anche un settimanale triestino legalo alla segreteria della DC. Bisogna stroncare ogni velleità eversiva di questi centri dl terrorismo, sia nazionale che a dimensioni europee.

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