“Andreotti: questa è la verità” – Il Mondo 20.06.1974

“Abbiamo scelto il nuovo capo del SID”, mi dice Giulio Andreotti, ministro della Difesa. Nel suo ufficio al primo piano di Palazzo Baracchini, in via XX Settembre, non arrivano rumori dall’esterno. Si sente solo un lieve ronzio di telefoni e di macchine operatrici. “E’ l’ammiraglio di squadra Casardi”, precisa. “E’ uno che non si è fatto raccomandare né da partiti né da ministri, come accade purtroppo anche in questioni del genere”. Andreotti apre un cassetto della scrivania e consulta l’annuario della Marina, un fascicolo rilegato dalla copertina azzurra.
Poi conferma: “E’ al limite della sua carriera e il servizio nel SID non potrà aprirgli altri vantaggi”. Sul SID piovono in questi giorni nuove accuse di disfunzioni, inefficienze, omissioni, coperture, complicità con gruppi eversivi.
Nato con un decreto del presidente della Repubblica del novembre 1965 per correggere le deviazioni del SIFAR, il SID sembra averne ripercorso puntualmente la strada.
Quando affiora un fatto torbido, dalle microspie installate da ignoti al palazzo di Giustizia di Roma, al rapimento del magistrato Sossi, dalla chiamata di correo degli ufficiali fascisti della Rosa dei Venti che vantano connessioni nei servizi di sicurezza, alla progressione impressionante dei 450 attentati dinamitardi nel solo 1973, ogni volta dalle nebbie delle indagini emerge il SID, informato ma reticente, presente ma equivoco, implicato nei maneggi devianti rispetto ai suoi compiti istituzionali. I campi paramilitari di Sabina furono denunziati alla Camera fin dal 30 ottobre 1969. Il traffico è continuato indisturbato per 5 anni. Nella tasca del terrorista ucciso, Giancarlo Esposti, è stata trovata la mappa aggiornatissima delle ubicazioni e degli orari dei posti di blocco dei carabinieri nelle zone più calde. Da tutti questi fatti ed episodi non emerge forse la conferma di un intrigo vasto e accuratamente portato avanti, che affonda le sue radici in meccanismi dell’apparato statale, che ne disarma la resistenza e ne inceppa le capacità di difesa e di reazione? E che accade in seno ed al vertice del SID, fulcro dei servizi segreti, costituzionalmente impegnato a garantire la sicurezza nazionale? La risposta è indiretta.
“Il 31 dicembre scorso”, riprende Andreotti, “ha maturato la promozione a generale di corpo d’armata l’attuale capo del SID, Miceli. In questo periodo si liberano due comandi di corpo d’armata, il quinto di stanza a Vittorio Veneto, l’altro a Milano. Il general Miceli vi andrà a ultimare il suo servizio di carriera”.
“Vuoi che ti dica il mio pensiero su alcuni comportamenti del SID?”, chiede Andreotti. “Il memoriale sui piani di Carlo Fumagalli, anello fondamentale della centrale terroristica del MAR, reso pubblico in due puntate dalla stampa di sinistra, l’ho fatto ricercare negli archivi del servizio. E’ risultato che il documento fu redatto da un informatore gratuito del SID che ora lo ha rimesso lui stesso in circolazione. L’informatore, nel frattempo, è passato, infatti, alle dipendenze della direzione affari riservati della PS. Ho chiesto al SID di chiarire tutte le circostanze. E’ stato emesso un comunicato pubblicato da tutti i giornali”, ricorda il ministro della Difesa.
“Il memoriale, a suo tempo, fu trasmesso alla magistratura che istruì un processo. Fumagalli fu, alla fine, prosciolto. Doveva bastare questo esito?”, si chiede Andreotti. “Dal SID mi hanno risposto che questo Fumagalli è stato un partigiano, anche se non comunista. L’ultimo 25 aprile l’hanno visto sfilare in piazza con il fazzoletto rosso al collo. Non potevano dargli addosso, mi dicono al SID. Se, poi, è stato in contatto con Feltrinelli, questo davvero non lo posso dire. A noi non risulta. La verità è che vi è in Italia un ceto ambiguo di eversivi per costituzione, impastati di rabbia e delusione, che è assai difficile da selezionare e quietare. Non è, comunque, da sottovalutare né da trascurare”.
“In un altro caso”, riprende Andreotti, “c’è stato un vero e proprio errore. E’ accaduto a proposito di quel Guido Giannettini, redattore del quotidiano del MSI, incriminato per la strage di Piazza Fontana, tuttora latitante”. In un articolo di fondo sulla rivista l'”Italiano”, Giannettini aveva scritto che “il colpo di Stato è un piatto che va servito caldo”. E infatti, dietro il fragore delle bombe del 12 dicembre 1969, il nome di Giannettini è emerso come quello di un personaggio assai informato, uomo chiave di tutta la sanguinosa vicenda. I giudici milanesi Fiasconaro ed Alessandrini ne parlano diffusamente nella loro requisitoria che accusa Freda e Ventura. Dopo molte esitazioni il SID aveva finalmente consegnato alla magistratura, durante l’inchiesta, un rapporto dal quale risultava con evidenza la pista nera delle bombe”. “E’ stato Giannettini ad informarvi e perché non avete subito dichiarato il contenuto del rapporto?”, chiesero i giudici al SID. “Non possiamo rispondere”, dissero gli uomini del SID, “perché si tratta di un segreto militare”. “Per decidere questo atteggiamento”, riprende Andreotti, “ci fu un’apposita riunione a palazzo Chigi. Ma fu un’autentica deformazione, uno sbaglio grave. Bisognava dire la verità: cioè che Giannettini era un informatore regolarmente arruolato dal SID e puntuale procacciatore di notizie come quella relativa all’organizzazione della strage”. Le parole di Andreotti chiariscono, per la prima volta, questo nodo critico. “Adesso”, prosegue Andreotti, “ho letto un’intervista concessa da Giannettini ad un quotidiano romano. Risulta che si trova a Parigi”. Andreotti guarda verso il telefono diretto, a sinistra della sua poltrona. Poi riprende: “Ho parlato con Beria d’Argentine, capo di gabinetto, che sono riuscito a trovare in sede al ministero della Giustizia. Gli ho chiesto: che diavolo aspettate per chiedere l’estradizione per Giannettini?”. Altro che errore per inefficienza, mi vien fatto di esclamare; qui siamo alla connivenza e all’omertà di stato. “C’è un’inefficienza dello stato da colmare”, ammette Andreotti smorzando il tono. “Di certe cose non sappiamo nulla. Su altre ritarda la verità. Di altre non sappiamo l’essenziale. A certe cose non riusciamo ancora a dare nomi e colore. Troppi compartimenti stagni. Troppi binari morti sui quali certe inchieste vengono instradate. per i servizi di informazione e di polizia non spendiamo certo poco”, osserva Andreotti. “Ma su questo terreno, la produttività statale in fatto di accertamento e denuncia della verità è tanto bassa da sbalordire”.
C’è sempre un’oscura faida fra corpi separati che blocca, distrae al momento opportuno, con comportamenti vari ma di esito univoco. ‘insabbiamento anziché la scoperta completa. “In effetti”, risponde il ministro, “oggi in Italia, al livello delle istituzioni, si sta diffondendo un gioco di società: il gioco dei cerini. E’ il tentativo infantile di chi spera di far passare il cerino di mano in mano, dal SID ai carabinieri, alla polizia, alla magistratura, sperando che solo l’ultima mano si scotti. Il Consiglio dei ministri non coordina, né indirizza. Di conseguenza, ad un cittadino che invade lo stadio olimpico durante una partita vengono dati otto mesi di condanna a tamburo battente, ma del tentativo di golpe Borghese ci siamo quasi dimenticati, senza essere riusciti a sapere se davvero si voleva o poteva fare una nuova marcia su Roma. La pericolosità di certe potenzialità non è passata. L’Italia”, continua Andreotti, “è zeppa di armi illegali come un uovo d’acciaio. Certe polemiche esasperate sul disarmo della polizia hanno di fatto nuociuto alla qualifica tecnica dei corpi. Sull’altro versante, quello delle attività terroristiche, mitra e tritolo spuntano dappertutto, in ogni grotta.
Non a caso le bombe esplodono a Brescia, dove le fabbriche di armi sono a portata di mano. Alla Beretta ho visto fucili mitragliatori leggerissimi tanto da potersi trasportare in borsa. Attentati contemporanei, come quelli sui treni non sono opera casuale allestita da dilettanti”.
Dunque vi è un disegno organico adeguatamente finanziato? “Mi potrò sbagliare”, riprende ancora il ministro della Difesa, “ma io non credo che il pericolo maggiore venga da personaggi come il colonnello Spiazzi che chiama in causa i servizi segreti. Stiamo seguendo con attenzione tutte le indagini giudiziarie e, qui alla Difesa, c’è un apposito ufficio con a capo il generale Malizia che controlla dati e risultanze. Nel complesso i casi nell’esercito risultano limitati, finora circoscritti. In Italia, ci sono certamente ispiratori, esecutori, finanziatori. Ma la manovra parte e viene diretta da più lontano”, conclude Andreotti.
Nel discorso del 10 maggio dell’anno scorso al congresso di Roma della DC hai detto, ricordo ad Andreotti, che le armi vengono anche dall’estero. “Sono tutto’ora convinto”, risponde, “che una centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea, si trova a Parigi. Probabilmente sotto la sigla di un organismo rivoluzionario. L’ultimo sequestro in Argentina ha fruttato oltre 14 miliardi di lire. Per avere notizie di un sequestrato politico ci si è rivolti a Parigi. L’organizzazione consultata ha chiesto quarantott’ore di tempo ed ha fornito i contatti richiesti”.
Lo interrompe la chiamata roca ed insistente di un telefono. Poi Andreotti torna a guardarmi, aspettando nuove domande. Che pensate di fare?, gli chiedo. “Io stesso ho avanzato proposte legislative da adottare in materia di traffico d’armi e di tritolo e di riorganizzazione dei servizi di informazione e sicurezza. Il nuovo ispettorato è un passo avanti in una direzione che a me sembra giusta. Dobbiamo nominare anche il nuovo comandante della Guardia di Finanza, in sostituzione di quello attuale. La selezione fra gli alti gradi, tra le molte prerogative e fra le diverse qualifiche non è per nulla facile”.
C’è, dunque, una inadeguatezza, una insufficiente determinazione rispetto alla vastità dei problemi, resi più acuti dalla inquietudine profonda del paese, percorso da tensioni sociali difficilmente componibili, animato da spinte di rinnovamento. “E’ vero. Si accumulano problemi specifici, accantonati da decenni. Il dopo referendum è difficile per tutti”, conferma Andreotti. “Io non ho mai pensato che la DC potesse uscire vittoriosa dallo scontro. Avevo proposto il rimedio della legislazione su doppio binario, civile ed ecclesiastico. Mi fu risposto, anche dalla Chiesa, che la posizione era improponibile. Ho replicato che avremmo perduto ed ho sostenuto questa tesi dinnanzi a chi di dovere, al di qua ed al di là del Tevere. Adesso bisogna rivedere, aggiornare, non perdere tempo. L’allarme vale per tutti”.

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“SID: e Birindelli interroga ancora” – OP 23.10.1974

Mentre si accentuano le polemiche sui servizi segreti, mentre gli accusati si palleggiano le responsabilità, tra un colpo di Stato e l’altro, tra una trama rossa e una nera, tra un dossier stralciato e uno stracciato, ecco l’amm. Birindelli presentare una nuova interrogazione al presidente del Consiglio per conoscere come mai lo stesso segreto militare che avrebbe impedito al gen. Miceli di difendersi dalle voci, dalle insinuazioni, dalle notizie apparse sulla stampa, non valga per il ministro della Difesa on. Andreotti che ha presentato il famoso dossier all’autorità giudiziaria.

Almirante e Birindelli a Firenze – L’Unità 06.06.1972

(…) Il capo dei neofascisti,  dunque, passate le elezioni e dimessa la veste «perbenistica» che si era imposto, è tornato a Firenze al linguaggio che era già stato usato dal  MSI in occasione dei fatti di Reggio Calabria e di Catanzaro. «…Se il governo — ha detto — continuerà a venire meno alla sua funzione di Stato, noi siamo pronti a surrogare lo Stato. Queste non sono parole, e invito i nostri avversari a non considerarle tali». Il segretario dei missini, secondo il resoconto della Nazione, ha aggiunto che i fascisti «faranno suonare il campanello d’allarme ovunque,  nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole. Ai giovani diamo appuntamento per la riapertura dell’anno scolastico: o saremo presenti o per l’Italia saranno guai… I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti, e siccome una volta sono stato frainteso —ha detto Almirante —, e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo anche scontro fisico».

L’ex ammiraglio della NATO Birindelli, che ha parlato nello stesso comizio, ha detto che, «quando si agisce, uno comanda e gli altri ubbidiscono». Le forsennate affermazioni dei capi fascisti hanno provocato immediate reazioni negli ambienti romani, ed alcuni uomini politici hanno rilasciato dichiarazioni fortemente polemiche, contenenti anche richiami al governo ed al ministro degli Interni per una azione di vigilanza antifascista. In seguito a queste dichiarazioni, Almirante è tornato nuovamente sull’argomento con una dichiarazione ad una agenzia di stampa. Egli, in sostanza, ha confermato il resoconto pubblicato dalla Nazione, affermando che a Firenze egli ha invitato i suoi manipoli «a rappresentare la destra nazionale nelle scuole di ogni ordine e grado» e — ha soggiunto — «a saper difendere l’ordine e la libertà contro i sovversivi».

Il socialista on. Manca ha dichiarato che “il gravissimo e farneticante discorso pronunciato a Firenze dal fascista Almirante non può rimanere senza risposta da parte dello stato democratico e degli organi preposti a garantire la difesa delle libere istituzioni e l’osservanza delle leggi poste a difesa dell’ordinamento democratico e repubblicano». Questa volta, osserva l’esponente socialista, Almirante ha passato il segno: «anche chi pensava — ha soggiunto — di poter cinicamente utilizzare la destra fascista per le sue mire moderate vede ormai ristretto al minimo il suo gioco. Il presidente incaricato Andreotti non può sottrarsi, e con lui il partito di maggioranza relativa, al  dovere di esprimere pubblicamente il suo pensiero di fronte all’aperto attacco fascista allo Stato democratico e repubblicano». I repubblicani, sulla Voce, hanno scritto che le dichiarazioni di Almirante costituiscono «una ragione di più per le forze di polizia e per il ministro dell’Interno che le dirige, di vigilare attivamente sulle bande fascista, per impedirne i movimenti e per stroncarne le operazioni generalmente vigliacche. E’ una ragione di più — prosegue il giornale del PRI — per la magistratura di chiudere rapidamente le decine e decine di casi giudiziari che vedono sul banco degli accusati dirigenti e iscritti del MSI». Da queste affermazioni i repubblicani partono per riproporre la loro tesi favorevole a un «gabinetto di emergenza», cioè con la partecipazione liberale. A proposito del discorso di Firenze del segretario del MSI, il giornale socialdemocratico l’Umanità scriverà oggi che le parole di Almirante sono frutto di «fredda determinazione alla guerra civile».

“C’è da chiedersi — afferma il giornale socialdemocratico — se al cinema Apollo di Firenze fosse presente domenica un funzionario di polizia; Lo mettiamo in forse, perché altrimenti oggi accanto al resoconto del discorso di Almirante, avremmo dovuto leggere la notizia di una denuncia all’autorità giudiziaria per incitamento alla guerra civile e al  rovesciamento violente delle istituzioni della Repubblica. Ci auguriamo — scrive l’Umanità —, questa notizia, di leggerla domani”. Il giornale della DC, Il Popolo, scriverà oggi che le minacce di Almirante che «tutto questo armamentario tipicamente antidemocratico e  fascista, rientra (…) nella logica, nelle origini e negli obiettivi del MSI”.