“Ordigno esplode sulla Firenze-Bologna” – L’Unità 05.09.1978

Un ordigno è stato fatto esplodere, poco prima di mezzanotte, sulla direttissima Firenze-Bologna fra le stazioni di Vernio e Vaiano. L’esplosione ha fatto saltare circa due metri di rotaia su uno dei due binari e scavato una buca profonda circa un metro.

La linea aerea dell’altro binario, sul quale si svolgeva il traffico ferroviario, è saltata e il treno espresso 571 Milano-Sicilia è rimasto bloccato a qualche chilometro di distanza.

Sul binario dove si è verificata l’esplosione non transitavano treni, perché erano in corso dei lavori. Tutto il traffico è ora bloccato.

Dai compartimenti di Bologna e Firenze sono stati inviati funzionari, tecnici e mezzi di soccorso per la riparazione e riattivazione della linea.

“Pronto un secondo identikit” – La Repubblica 27.12.1984

Claudio Nunziata, il sostituto procuratore bolognese che si è trovato in mano la più scottante inchiesta sullo “stragismo”, esce da Palazzo Baciocchi alle 13,50. Fa molto freddo, Nunziata e il capo cancelliere del tribunale si infagottano nei cappotti, un po’ per ripararsi un po’ per avere l’ illusione di sfuggire al fuoco di fila delle domande dei giornalisti che attendono da ore. I due cercano di evitare il blocco dei cronisti, poi, mentre stanno per salire sull’ Alfa 33 blindata che li aspetta nella piazza deserta, nel gelo della mattinata di Santo Stefano, hanno un breve cedimento. Si fermano. Fioccano le domande. A che punto siete? “Non si possono avere risultati immediati, sarebbe sciocco aspettarseli, sarebbe troppo bello”. Che ne pensa dell’ identikit? “Ci credo…”. Si parla di un secondo identikit, è vero? “Chi l’ ha detto?”. Il presidente del Consiglio ha accennato a una pista internazionale… Il viso del sostituto procuratore si irrigidisce, il sorriso di circostanza scompare e il giudice si infila nell’ Alfa grigia con un “arrivederci…” che non lascia dubbi sul suo pensiero. E sempre per eliminare incertezze, il sostituto procuratore, all’ inizio della mattinata, verso le 11,30 aveva detto ai giornalisti che affollavano l’ ingresso della Procura: “Dovete informare sullo stragismo, un problema sottovalutato…”. Nonostante le assicurazioni formali dei suoi superiori che l’ indagine si muove su tutti i fronti, il magistrato, per ora competente, sembra convinto dell’ ipotesi che questa strage sia legata da un filo, non solo di sangue ma anche di progettazione e realizzazione, alle altre che da quindici anni tormentano l’ Italia. Per ora pare trattarsi solo di ipotesi di lavoro, di estrapolazioni da altre inchieste. In questa chiave deve essere letta la prudenza degli inquirenti scottati dalle troppe rivelazioni del passato spesso inquinate da confessioni interessate e teleguidate da spezzoni dei nostri servizi segreti. Intanto, a Firenze c’ è una indagine che si muove parallelamente a quella di Bologna. Si tratta di una vecchia inchiesta sui cinque attentati rimasti ignoti sulla linea Firenze-Bologna (dal 1974 a oggi sono stati 12). L’ indagine parte dalla bomba che, il 9 agosto 1983, fece saltare di netto 70 centimetri di binario tra Vaiano e Vernio. L’ ordigno scoppiò poco prima del passaggio dell’ espresso 571 Milano-Palermo. Per un caso, la strage fu evitata. In questi giorni, il giudice istruttore fiorentino Minna avrebbe dovuto interrogare Mario Tuti e avrebbe spiccato almeno dieci comunicazioni giudiziarie, tra cui una nei riguardi di un personaggio toscano dell’ estremismo nero latitante da tempo e indicato come legato ad almeno cinque attentati ai treni. Sempre sul “cotè” toscano, sono da segnalare 100 perquisizioni (80 compiute dai Carabinieri e 20 dalla Digos a Firenze e provincia, in Lombardia, Emilia e Romagna, Campania e Sicilia), in cui sono stati sequestrati i soliti documenti. Sono stati anche ascoltati come testimoni facchini, ferrovieri e pendolari della linea con Bologna. In questa indagine che si prospetta lunga e difficile, quali sono i punti più sicuri? Vediamoli. Silenzio stampa. Dice Guido Marino, procuratore capo della Procura, sul piede di partenza: “Dobbiamo mantenere un atteggiamento di assoluto riserbo senza deroghe di alcun tipo”. A confortare questa posizione c’ è lo scarno comunicato ufficiale emesso dalla Procura che, secondo i magistrati bolognesi, dovrebbe essere l’ unica notizia della giornata. In pratica, si invitano tutti i cittadini che hanno notizie sull’ attentato a rivolgersi alla polizia e ai magistrati. Identikit. Il primo, quello di Firenze, sarebbe ritenuto interessante dagli inquirenti ma niente di più. Non c’ è nulla per ora che lo possa indicare come possibile responsabile. Ci sarebbe poi un secondo ritratto di “sospetto” che dovrebbe essere diffuso entro oggi. La bomba. Sarebbero almeno 7 chili di esplosivo di tipo per ora non identificato. Potrebbe essere T4 ma le perizie non hanno dato ancora risposta. Le perquisizioni. Sono di routine. Sono state almeno 300 in varie città, quasi t utte legate alla pista nera; sono stati trovati documenti. La pista internazionale. Per ora, oltre le indicazioni del presidente del Consiglio, a Bologna c’ è abbastanza poco per confortare questa tesi: alcune perquisizioni a cittadini stranieri e le rivendicazioni. Questa pista contrasta con la posizione del magistrato inquirente più sensibile all’ ipotesi “stragista”. Gli assassini. Sembra sicuro che la bomba sia stata sistemata a Firenze. Potrebbe essere stato un uomo salito alla stazione di Chiusi Scalo, oppure uno che aveva preso il biglietto a Firenze. Secondo il questore di Firenze, “l’ ordigno è stato certamente, se non messo sul treno, almeno innescato a Firenze, stazione dove meglio delle altre si potevano conoscere eventuali anticipi o ritardi del rapido”. Indagini sono in corso a Firenze e anche a Chiusi, città importante nella mappa dell’ eversione nera per la sua vicinanza con Perugia. I reperti e le indagini tecniche. Saranno lunghe. Gli inquirenti hanno fatto raschiare le pareti della galleria della morte per recuperare tutti gli indizi possibili, soprattutto le tracce di esplosivo. Anche tutti i frammenti recuperati sul pavimento del vagone della morte sono stati prima identificati, riguardo alla loro posizione, e poi messi in capaci buste. Sono ben sei grandi casse di plastica, tipo quelle usate dai fornai, che probabilmente verranno spedite a Roma. Le rivendicazioni. Nella tradizionale ridda di telefonate fatte da mitomani gli inquirenti tendono a dare maggior peso alla telefonata fatta da Napoli, la prima, che rivendicava la strage a nome di Ordine nero-Ordine nuovo. Ieri sera c’ è stata una nuova rivendicazione, dei Nar, al “Corriere dell’ Umbria”. Le stranezze. Secondo alcuni testimoni la notte dopo l’ attentato tra i soccorritori e i pompieri sarebbe stato visto un personaggio già coinvolto in fatti di cronaca. A questo proposito è da rilevare che la questura di Bologna cade dalle nuvole. Altra stranezza: una telefonata a una radio libera bolognese fatta da tale Cesare di Napoli, parla di casse di polvere da mortaretti trasportate sul treno della morte.

Intervista a Luigi Pintor – 1977

D. Qual è stata la funzione dell’estrema sinistra, dei gruppi allora extraparlamentari negli anni della strategia della tensione?

R. Mah, io penso che non si possa negare da nessuno che questi gruppi, la nuova sinistra in generale, il movimento studentesco, i gruppi extraparlamentari e anche poi singole personalità, intellettuali, hanno svolto una funzione molto importante, anzi io credo che si possa dire che sono stati per un certo tempo, per qualche anno, i soli che hanno visto con chiarezza nella strategia della tensione. Hanno dato, queste forze giovanili soprattutto, una battaglia molto generosa e hanno offerto una testimonianza politica ideale che ha avuto una influenza rilevante. Del resto molti di questi giovani ci hanno anche rimesso la vita o la libertà. Non so, tanto per ricordare, mi viene in mente uno degli slogan che lanciavano: “Pinelli è stato suicidato: chi sono gli assassini? Restivo e Saragàt». Questo era uno degli slogan. Che cosa voleva dire questo? C’era qui una intuizione precisa del fatto che la violenza, le bombe e tutto il clima che si accompagnava alle bombe, alle stragi e alla tensione, veniva dall’interno delle istituzioni, faceva capo al potere politico, c’era l’individuazione delle responsabilità profonde, perché, non so, voi state facendo questa indagine che sarà molto utile, servizi segreti, polizia, magistratura, corpi separati, ministeri, questo è un labirinto di responsabili diretti in cui non è facile orientarsi, tanto ancora, anche se è chiaro il grosso della responsabilità, proprio la tecnica della strategia è oscura; al di là di questo l’intuizione era giusta, di classe politica, era il risalire alle responsabilità politiche, alle responsabilità della classe dirigente democristiana, la quale» o direttamente o, soprattutto, indirettamente, come uso politico, era la responsabile ispiratrice, quella che fruiva della strategia della tensione. Ecco, questa posizione è stata sostenuta con coraggio e anche in una condizione di isolamento soprattutto dalla nuova sinistra e dai gruppi.

D. Con quali errori?

R. Gli errori o i limiti sono venuti dopo, quando, forse anche perché questa battaglia è rimasta isolata, non è stata raccolta nella sua ispirazione dalle grandi forze della sinistra, ha finito un po’ per ripiegarsi su se stessa. È sembrato, a un certo punto, che la denuncia del marciume delle istituzioni, che poi si traduceva nella parola d’ordine « Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia », è diventata un po’ riduttiva. In realtà si trattava di passare dalla denuncia e dalla battaglia e dallo smascheramento, alla costruzione positiva di una alternativa, perché è vero che lo Stato si abbatte e non si cambia, ma questo è un punto terminale di un processo che bisogna costruire e che non è soltanto di scontro distruttivo: devi già far vivere almeno potenzialmente un altro Stato, quindi devi lavorare alla costruzione di una nuova democrazia di base, devi capire bene il nesso tra la violenza istituzionale e tutto il tessuto di ricatto economico che c’è dietro. La violenza e la strategia della tensione in senso bruto non tanto era finalizzata, almeno secondo me, a un colpo di Stato o golpe, ma alla creazione di un clima di intimidazione nei confronti del movimento operaio, di freno quindi alle rivendicazioni e a ogni possibilità di rinnovamento. La nuova sinistra avrebbe dovuto crescere meglio in questa consapevolezza, e questo, secondo me, non è riuscita a farlo.

D. Che cosa è accaduto quando «il Manifesto» decise di presentare Valpreda, allora in carcere, nelle elezioni del 1972?

R. Ecco, quando dico che questa battaglia ha sofferto di un isolamento, questo è appunto un esempio molto pertinente. Quando « il Manifesto », che poi allora era l’unica organizzazione della nuova sinistra che si è presentata alle elezioni del ’72, ha fatto questa scelta, anche con un elemento di ingenuità, nella convinzione che questo rispondesse immediatamente anche a una larga parte dell’animo popolare, e si è visto che non era così. In fondo questa candidatura ha sollevato scandalo, diffidenza, ha urtato anche contro un conformismo, un perbenismo di sinistra ed è stata, secondo me, una, non la sola, ma una delle cause del nostro insuccesso.

D. Ecco, ma qual è il tuo giudizio sul comportamento della sinistra tradizionale in quegli anni?

R. Il mio giudizio è critico, con tutto il rispetto per le grandi formazioni storiche, perché, per quello che riguarda il partito socialista, bene, il partito socialista era al governo in posizione di responsabilità ed era come se non ci fosse, nella migliore delle ipotesi; non ha esercitato alcun peso né nel giudizio politico sulla situazione, sulle responsabilità, né tanto meno da un punto di vista operativo. Il partito socialista per sua natura non è assolutamente repressivo, quindi non si può parlare di una complicità neanche oggettiva, sarebbe ingeneroso, però è gente di una straordinaria inettitudine. Del resto, ci fu autocritica dei socialisti al congresso di Genova, molto amara: parlarono, mi pare, «della vergogna di aver messo un uomo come Pietro Nenni a fianco degli strateghi della tensione», e in realtà fu così, insomma. E probabilmente il partito socialista ha poi pagato nel prosieguo di tempo questo suo «pallore» in quella fase.
Il partito comunista, il discorso è più complesso, perché il partito comunista si è comportato in modo meno scoperto, meno esposto, anche per il fatto che, trovandosi all’opposizione tradizionalmente e poi di fatto in quella fase, anche se era una opposizione relativa, perché fu in quegli anni che incominciò un appoggio esplicito al centro-sinistra, con una astensione parlamentare eccetera, tuttavia trovandosi all’opposizione era irresponsabile con tutta evidenza. Però, se il suo comportamento fu meno esposto e meno scoperto, fu secondo me molto ambiguo, usando proprio il termine ambiguo nel suo significato letterale di una doppiezza, nel senso che mantenne una posizione distaccata: la sua parola d’ordine era «fare luce», cioè una specie di invocazione, esortazione che poi era prevalentemente rivolta ai responsabili, perché si rivolgeva alle forze di governo, insomma alle istituzioni e a quella parte delle istituzioni che deteneva il potere in modo incontrastato. Certo, l’accento cadeva sulle responsabilità della destra, dell’estremismo fascista; non dico che il partito comunista abbia mai sposato la tesi degli opposti estremismi, anche perché questa tesi, questo slogan aveva in sé una forte carica di anticomunismo classico, e quindi il partito comunista non l’ha mai sposata, però ci è andato molto vicino.
Naturalmente ci sono ragioni profonde per questo comportamento, poi anche lento, del partito comunista. Non dobbiamo mai dimenticare che questa strategia e questo clima ha pesato per parecchi anni sulla nostra società, lasciando tracce profonde. Le ragioni di questo comportamento discutibile del più grande partito operaio sono più d’una e spiegano il perché, in modo razionale: una è una diffidenza storica, profonda, tradizionale, verso tutto ciò che esiste alla propria sinistra, e quindi una forte disponibilità a credere che alla propria sinistra possano avvenire cose turpi; una seconda, più profonda, è che è difficile per il partito comunista arrivare alla conclusione che è dal cuore delle istituzioni che è partita questa controffensiva e che i pericoli che insidiano la nostra società non sono un male esterno, un male oscuro, di frange o semplicemente di servizi stranieri eccetera, ma sono qualche cosa di profondo, che tra l ’altro ha anche radici nello stato fascista, le cui radici non sono state tagliate e di cui in parte la classe dirigente democristiana è erede, ma acquisire questa consapevolezza per il partito comunista vuol dire rimettere in discussione criticamente molta della propria elaborazione e pratica politica di questo trentennio. Infine c’è poi una ragione più generale, di strategia generale, che è la volontà di fare comunque i conti con la borghesia dominante, forse anche sopravvalutandola come forza e sottovalutando la spinta popolare, e di fare quindi i conti comunque con la democrazia cristiana e con la classe dirigente democristiana senza mai rompere i ponti, e quindi trovando dei terreni di compromesso, delle sanatorie parziali, come in qualche misura avviene, non soltanto per la strategia della tensione, ma anche sul terreno per esempio della corruzione dello Stato, per non parlare poi dei nodi di fondo della crisi economica e quindi del rapporto che c’è tra lotta alla democrazia cristiana e rinnovamento radicale della società. Questo spiega il comportamento che io ho definito ambiguo del partito comunista.

D. Qual è il bilancio? Come ha pesato la strategia della tensione sulle masse popolari in questi anni? e oggi?

R. Ha pesato duramente come un forte e permanente ricatto. Si possono dare due giudizi su come si è conclusa, anche se è una conclusione relativa, parziale, ma insomma conclusa la fase calda, la fase violenta, la fase cruenta della strategia della tensione. Si può concludere che è finita positivamente per le masse popolari e per la sinistra italiana, nel senso che il golpe non c’è stato, la controffensiva di destra in senso classico non è passata, non è approdata a un risultato, anzi c’è stato uno spostamento a sinistra del paese con i voti anche a livello elettorale, insomma quello che conosciamo. Si può dare questo giudizio, però questo non è il mio giudizio: trovo che una parte della verità, perché questa è una sconfitta delle ali estreme della destra italiana che però non hanno mai contato molto. Ma il vero obiettivo della strategia della tensione era un obiettivo che non mirava necessariamente a distruggere la democrazia italiana cosi com’è e a instaurare un regime di destra, per cui mancano le condizioni, ma era quello di esercitare una minaccia permanente, una pressione permanente sul movimento rivendicativo, di dividere la sinistra e di tenerla sotto pressione, di creare insomma una specie di sbarramento a un processo di rinnovamento della società. E in questo senso ha avuto un effetto, l’avversario ha ottenuto un risultato. Anche il fatto stesso che ci sia una specie di sanatoria, che non si sia mai andati a fondo e che nessuna modifica sia intervenuta nei meccanismi istituzionali, nei corpi separati, se non molto parziale, lascia covare nel nostro paese dei materiali esplosivi, gli stessi del passato. Ma, a parte questi rischi, anche, direi, il gusto nazionale dell’accomodamento, della sanatoria, del compromesso, della mediazione, un certo cinismo, il fatto di dare per scontato che tanto i vertici della politica sono quelli che sono, insomma l’abitudine anche a una certa miseria della vita pubblica, miseria non certo nel senso di povertà, ma di miseria politica, di miseria ideale, tutto questo è avanzato. Insomma, il paese si è spostato a sinistra in una certa misura e non vorrei che fosse più una apparenza che una sostanza. Il fatto è che contemporaneamente la democrazia cristiana, con tutte le responsabilità che ha accumulato, resta alla guida del paese, e che la sinistra tradizionale ha dovuto ridimensionare molte delle sue prospettive e scendere a patti su molti terreni, sia per quanto riguarda il quadro istituzionale che soprattutto per quanto riguarda il modello di società, il modello economico, il tipo di sviluppo e tutto il resto. Questa è la situazione in cui ci troviamo, è una situazione che ha due facce, non voglio dire che sia negativa; e la faccia negativa però che oggi tutti avvertiamo in uno stato di precarietà, di grigiore, di dubbio, e un effetto del fatto che la strategia della tensione non è stata sconfitta nelle sue radici, nei suoi ispiratori, nei suoi meccanismi di fondo che sono meccanismi economici, istituzionali e anche che hanno una radice profonda nella storia del paese e nel rapporto non spezzato tra lo Stato fascista e il regime democristiano.

Estratto dal libro “La forza della democrazia”