Miceli e le indagini sulla scomparsa di De Mauro

Boris (Giuliano) si getta “a babbo morto” nel caso De Mauro. Intuisce immediatamente la complessità della vicenda, valuta perfettamente il “peso” del giornalista scomparso con il quale, oltretutto, aveva contatti quotidiani di lavoro. E’ sostanzialmente convinto che la pista da seguire sia quella dell’Eni, del groviglio di interessi non solo economici e internazionali ma anche politici, nazionali e regionali.
Attorno alla storia si muovono personaggi enigmatici come l’avvocato Vito Guarrasi, un’eminenza grigia palermitana,  o il cavaliere Nino Buttafuoco, famoso commercialista. Si intuiscono interessi miliardari, prospettive allettanti con adeguati supporti politici.
(…) Insomma ce n’è abbastanza per stimolare tutta l’attenzione e l’impegno di Boris. A ridimensionare, però, il suo entusiasmo provvede, addirittura il direttore del SID (Servizio informazioni della difesa), cioè il servizio di controspionaggio. Quando capisce che a Palermo non ci sono sprovveduti, il generale Vito Miceli vola in città e convoca tutti a Villa Boscogrande: questore, comandanti dei carabinieri, investigatori della Squadra mobile. Siamo a novembre inoltrato del 1970, meno di un mese dalla data fissata per il golpe. Miceli spiega a tutti che l’ordine è quello di “rallentare”.
E dire che qualche settimana prima il questore Ferdinando Li Donni aveva annunciato addirittura alla stampa che gli investigatori (tutti insieme, polizia e carabinieri? O solo la polizia?) si apprestavano a presentare un rapporto di denuncia che avrebbe chiarito tutta la vicenda (…).

Estratto “Boris Giuliano – La squadra dei giusti”, Daniele Billitteri.