“Vidi Andreotti insieme ai Boss” – La Repubblica 05.11.1996

Francesco Marino Mannoia dice di ricordarselo come fosse ieri, l’ immagine dell’ uomo in blu è nitida, viva nei suoi occhi, senza ombre. Ecco la scena che il pentito ricostruisce davanti ai giudici nell’ aula bunker di Rebibbia a Roma: una mattina calda di primavera, una villetta sulla circonvallazione di Palermo, Giulio Andreotti che arriva in macchina insieme ai cugini Nino ed Ignazio Salvo, scende, “scruta” il gruppo di uomini d’ onore che gli sta davanti, entra in casa per chiedere al boss Stefano Bontade conto e ragione dell’ omicidio dell’ allora presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, un democristiano che dava fastidio a Cosa nostra. Questo è il racconto che Francesco Marino Mannoia fa di quella mattina palermitana di sedici anni fa, quando, sostiene, vide il sette volte presidente del Consiglio incontrare i capimafia. Adesso, Giulio Andreotti è sul banco degli imputati, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. E lui, Marino Mannoia, uno dei due pentiti di mafia che dicono di avere visto con i loro occhi Andreotti incontrare i boss, è tornato dagli Stati Uniti proprio per deporre contro di lui. Nell’ aula bunker di Rebibbia, a Roma, Giulio Andreotti è seduto accanto ai suoi avvocati, lo sguardo puntato su quel paravento bianco che nasconde le sembianze del suo grande accusatore. Dell’ uomo che ieri ha lanciato, sebbene indirettamente, una nuova grande ombra, offrendo un altro anello della catena che parte dal sequestro di Aldo Moro. Non solo l’ omicidio di Mino Pecorelli, ma anche quello del generale Dalla Chiesa sarebbe stato chiesto ai boss di Cosa nostra come un favore da fare ad alcuni politici vicini. Già nel 1978, quando il generale Dalla Chiesa era ancora lontano dalla Sicilia, si occupava di terrorismo e non costituiva alcuna minaccia per la mafia, alcuni mesi dopo il sequestro Moro. Ma Mannoia non ha dubbi: “Nel ‘ 78 sentii Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo parlare dell’ omicidio del generale Dalla Chiesa. Dicevano che bisognava fare un favore ad alcuni politici. Non fecero nomi, ma era chiaro che si trattava degli onorevoli democristiani vicino a loro”. Dunque un filo rosso che, nel nome di Andreotti, porterebbe alle carte del memoriale Moro ed al delitto Pecorelli. Ma questi sono solo frammenti di conversazione ascoltati da Mannoia. Quello che il pentito dice di aver visto con i suoi occhi è ben altro. E’ attorno alla “svolta” di Piersanti Mattarella che ruotano i due incontri che, in poco meno di un anno, Giulio Andreotti avrebbe avuto con i capi di Cosa nostra. Racconta Mannoia: “In un primo tempo Mattarella non lesinava favori a Bontade ed ai Salvo. Poi volle scrollarsi di dosso quest’ amicizia scomoda e lo disse a Rosario Nicoletti che ne riferì a Stefano Bontade. Da lì scaturì la necessità di riunire la Commissione per esaminare il comportamento di Mattarella. Così si decise di far venire Andreotti in Sicilia per rappresentargli la situazione”. Al primo incontro, che sarebbe avvenuto nella primavera del ‘ 79, Mannoia non c’ era ma seppe tutto da Stefano Bontade. “L’ incontro si tenne nella tenuta di caccia dei cavalieri del lavoro Costanzo di Catania alla presenza di Salvo Lima, Rosario Nicoletti, i cugini Nino ed Ignazio Salvo. In quella riunione Bontade chiese ad Andreotti di intervenire su Mattarella, poi disse: ‘ staremo a vedere’ . Dopo qualche mese, seppi sempre da Stefano Bontade che la situazione era precipitata e che avevano riunito la commissione e avevano deciso di eliminare Mattarella”. Il 6 gennaio del 1980, Piersanti Mattarella viene ucciso. Qualche mese dopo, Andreotti vola a Palermo sull’ aereo privato dei Salvo, atterra all’ aeroporto di Trapani e si presenta nella villetta di Inzerillo. Marino Mannoia ricorda: “Una mattina Stefano Bontade mi disse di andarlo a trovare molto presto. Con la sua macchina andammo nella villetta di Totuccio Inzerillo, in una traversina di via Pitrè, una villetta in stile mediterraneo, nascosta da un cancello a due ante. Bontade strada facendo mi disse: ‘ Sta arrivando Andreotti, stai attento al cancello’ . Arrivati lì c’ era un gruppetto di uomini d’ onore, Salvatore Inzerillo, Santino Inzerillo, Giuseppe Albanese, Girolamo Teresi. Dopo circa un’ ora sentimmo il clacson di un’ auto ed andai ad aprire il cancello. Era l’ Alfa Romeo dei Salvo, una macchina blu che conoscevo molto bene. Nino Salvo guidava, Ignazio Salvo era accanto a lui, Andreotti dietro. La macchina entrò, Andreotti scese dalla macchina e si scrutò attorno. Era vestito in blu, non indossava nè cappotto nè soprabito. Gli indicarono la strada e lui entrò in casa. La riunione durò circa un’ ora. Da fuori sentivamo le voci di Stefano Bontade. Poi Andreotti ed i Salvo uscirono, salirono sulla macchina e se ne andarono. Bontade mi disse che Andreotti era venuto per sapere il perchè dell’ omicidio Mattarella e lui gli aveva risposto: ‘ Ma non lo avete ancora capito che qui comandiamo noi e se non cambierete atteggiamento vi leveremo tutti i voti e non solo quelli della Sicilia, ma anche quelli della Calabria e dell’ Italia meridionale?’ “. I pubblici ministeri gli chiedono: dopo quella volta sentì più parlare di Andreotti? “Sì, nel 1987. Io ero detenuto all’ Ucciardone. Dall’ esterno, Totò Riina ci inviò un ordine, quello di votare tassativamente per il Psi alle elezioni politiche. In quell’ occasione seppi che si voleva dare uno schiaffo alla Dc ed in particolare ad un singolo uomo, all’ onorevole Giulio Andreotti che, dopo la morte di Bontade, dopo tutto quello che era successo, non si era più reso disponibile per Cosa nostra. Dopo non ne ho più sentito parlare, non so se si sia nuovamente avvicinato o se si è definitivamente allontanato dalla mafia”.

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