Nino Sottosanti – intervista Corriere della Sera 19.06.2000

(…) «Certo che ero di destra: gli amici mi chiamano ancora Nino il Fascista. Ed è anche vero che il giorno della strage ero a Milano, ospite di una famiglia di anarchici, gente di estrema sinistra. Ma con la bomba di piazza Fontana non c’entro nulla. Ho un alibi di ferro, io: il 12 dicembre 1969, ho passato il pomeriggio con Giuseppe Pinelli. Sì, proprio lui, il ferroviere che poi è morto da innocente, volando dal quarto piano della questura. Penso di essere l’ultima persona che l’ha visto vivo, in giro sul suo motorino, prima che lo fermasse la polizia».
Dal cuore della Sicilia, parla per la prima volta Antonino Sottosanti, «classe 1928», «perseguitato», dice lui, da una somiglianza con Pietro Valpreda che due generazioni di magistrati hanno definito «quantomeno sorprendente». Il suo volto bruno scavato dagli anni, oggi, ricorda appena il viso altrettanto invecchiato del «ballerino anarchico» che fu arrestato ingiustamente, tre giorni dopo la strage, perché un tassista milanese fu «indotto» a riconoscerlo come l’uomo che aveva portato la valigia con la bomba. In tasca, «sempre qui nel portafoglio», accanto a una foto di Mussolini, Sottosanti ha la tessera della Legione Straniera con una sua immagine di trent’anni fa: la faccia, questa sì, di un sosia di Valpreda.

Signor Sottosanti, nel 1969 lei era conosciuto come «estremista di destra» e sospettato di essere un «confidente della polizia». Cosa ci faceva il 12 dicembre, giorno della strage, in casa dell’anarchico Pinelli?
«Mi aveva invitato a pranzo per consegnarmi un assegno di 15 mila lire. Vede, io avevo appena scagionato, con una mia testimonianza, un anarchico detenuto, Tito Pulsinelli, accusato ingiustamente di un attentato. L’assegno di Pinelli era un rimborso delle spese di viaggio per quella mia deposizione».

E gli anarchici non diffidavano di un neofascista spuntato dal nulla per offrire un alibi a un loro compagno?
«Diffidavano eccome. Ma Pinelli mi ha sempre difeso: “Se tutti i fascisti fossero come Nino – diceva ridendo – allora sarei fascista anch’io». Pinelli era straordinario, la persona più innocente del mondo. Ma io non credo che a farlo volare dalla finestra sia stato Calabresi: Pinelli non lo temeva, perché sapeva che era un poliziotto onesto. Troppo onesto, forse, rispetto a qualche suo collega».

Che ne pensa delle inchieste milanesi su piazza Fontana? Crede alla tesi dei terroristi neri manovrati dai servizi?
«Devo dire che stimo molto il giudice D’Ambrosio, anche se ha idee diverse dalle mie. E sulla pista giusta ora è anche quel carabiniere, il capitano Giraudo, che continua a indagare sulla strage e mi ha già interrogato tre volte negli ultimi mesi. Ma non ha tenuto conto che anch’io conosco le tecniche d’interrogatorio. E così ho risposto a tutto. Ma le cose più importanti me le sono tenute per me».

E lei dove ha imparato le tecniche dei servizi?
«Guardi questa tessera. Dal 1962 al 1967, ero in Algeria con la Legione Straniera. E lavoravo per il reparto informativo».

Il giudice Salvini ha raccolto nuove testimonianze secondo cui l’anarchico Valpreda fu incastrato da un sosia così descritto: neofascista, siciliano, ex legionario…
«Basta, lo so benissimo che trent’anni fa assomigliavo a Valpreda, ma questo non vuol dire niente. Spiegai tutto già il 15 gennaio 1970 a Cudillo, il giudice che indagava sugli anarchici. Quando fu collocata la bomba, tra le 15 e le 16 del 12 dicembre, io ero in un’altra banca, in via Pisanello, a cambiare l’assegno con Pinelli. E alle 16 in punto proprio lui mi accompagnò a prendere la corriera, vicino a piazza Castello, con cui alle 16.30 arrivai puntuale in periferia, a Pero, a casa dei Pulsinelli».

Pinelli, però, disse alla polizia che quel pomeriggio l’aveva passato in un bar, senza di lei. E i Pulsinelli confermano solo che lei arrivò tra le 16.30 e le 17, ma non sanno come: nessuno la vide sull’autobus. E’ sicuro di non essere partito da Milano in macchina, magari verso le 16.15?
«Senta, in piazza Fontana, quel giorno, io non ci ho messo piede. E poi, se fossi stato io a salire sul taxi di Rolandi, crede che sarei ancora qui?». Con un gesto eloquente, Sottosanti mostra la sua modesta casetta a tre piani con vista su un piazzale d’asfalto e cemento.

Ce lo dica lei, allora: Valpreda era colpevole o innocente?
«Mah… L’ho conosciuto poco, non so dire se sia stato o non sia stato lui a mettere la bomba».

Un dossier dell’ufficio Affari riservati, rimasto nascosto per trent’anni, documenta che un certo Nino, estremista nero, era «stipendiato» dalla stessa «squadra speciale» della polizia che «creò» la falsa pista Valpreda. Lei ha mai avuto contatti o ricevuto pagamenti dai servizi segreti?
«Soldi, no di sicuro. E la falsa voce che io fossi un delatore della polizia, l’aveva messa in giro un certo Serafino di Luja, uno dei nostri, che però mi odiava. Ma parecchie cose strane, me le ricordo: il giorno prima della strage, sotto casa di Corradini e Vincileone, due anarchici inquisiti dalla polizia, vidi una persona che li spiava: uno del gruppo Freda. Il nome l’ho fatto a Giraudo e l’ho collegato a un altro fatto strano: a un processo, un imputato della strage, che non conoscevo, mi disse ridendo: “E Valpreda che dice?”. Una domanda così provocatoria per me aveva un solo significato: quello cercava di capire se l’avevo riconosciuto, se sapevo che, il giorno prima della strage, a Milano c’era anche lui».

Il nome del terrorista nero che le chiese di Valpreda è già agli atti: Giovanni Ventura. Ma cosa c’entra l’altro, l’uomo che spiava gli anarchici?
«Ci sono troppe cose che non posso dire. Mettiamola così: in quei giorni, io sentii fare discorsi gravi, che ho compreso solo dopo aver letto gli atti di piazza Fontana».

Ricapitolando: lei non ha incastrato Valpreda, ma ha saputo comunque i retroscena della strage.
«Lei non ha capito: la mia verità non è un sentito dire. Di certi fatti io fui testimone oculare».

E allora perché non parla? Di fronte a una strage impunita, non si sente in dovere di aiutare la giustizia?
«In nome di cosa? Per questa Italia di oggi? No, guardi, i miei segreti io me li porterò nella tomba».

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