“Io, il sosia della strage” – Nino Sottosanti intervista su Diario 30.08.2002

Alfredo Solanti. Questo era il suo nome nella Legione straniera. Racconta di essere stato nei reparti dell’Era, l’Equipe Reinsegnemant Action, una sorta di servizio segreto della storica Legion. Ma in Italia era conosciuto come «Nino il fascista »: così lo chiamavano anarchici e camerati, a partire almeno dal 1966, così era noto negli ambienti milanesi della sinistra e della destra extraparlamentare. Il suo vero nome era Antonio Sottosanti. Era nato nel 1928 a Verpogliano, in provincia di Gorizia, da genitori siciliani. Approdato a Milano, Nino il fascista, tenace mussoliniano, fu indicato come il sosia dell’anarchico Pietro Valpreda, scomparso ai primi di luglio, protagonista di un’azione di copertura messa a punto per incastrare Valpreda come responsabile della strage di Piazza Fontana.

Oggi Nino Sottosanti ha 74 anni e vive in Sicilia, a Piazza Armerina, in provincia di Enna. Ma quel 12 dicembre del 1969 era a Milano. Un tassista, Cornelio Rolandi, testimoniò di aver caricato sulla sua Seicento Multipla, il pomeriggio della strage, una persona con una valigetta scura. Salì in piazza Beccaria, scese pochi metri più in là, in piazza Fontana. Un viaggio di pochi secondi, costo della corsa 600 lire. Durante un confronto all’americana, Rolandi riconobbe Valpreda. Ma se invece a salire su quel taxi fosse stato uno che gli assomigliava?

Antonio Sottosanti interrompe la pennichella in un torrido pomeriggio siciliano. Sguardo vitreo, tempra vigorosa, una coriacea corazza a protezione dei ricordi più scomodi. Aperta la porticina di legno della sua modesta abitazione, accoglie con irruente diffidenza chi intende parlare con lui di quegli anni tra il 1966 e il 1969 e delle sue frequentazioni milanesi. «L’ho a morte con la categoria dei giornalisti», dice con voce robusta. Non senza ricordare due eccezioni, due giornalisti che stima: Indro Montanelli e Benito Mussolini. «Lui», sussurra da camerata fedele, indice alzato ed espressione improvvisamente pacata. «Lui» per Sottosanti è il Duce e il padre, sostituito dal padre biologico morto nell’ottobre del 1930, quando Nino aveva solo due anni, ucciso forse dagli antifascisti jugoslavi. La maschera «paterna» del Duce s’impone ossessivamente sulle pareti di casa dell’ex legionario. Una foto dell’Istituto Luce del 1935 ritrae Sottosanti con la sorellaa, accanto a Mussolini e altri gerarchi del regime. «Sono profondamente religioso», dice. E mostra la Bibbia sulla scrivania, accanto a numerose immagini sacre, un padre Pio in gesso con rosario all’entrata e altre icone religiose sui muri. E’ Sottosaanti il sosia di Valpreda? «Ho querelato di recente il Corriere della Sera e il Tg2 per le allusioni su un mio possibile ruolo nela strage». Eppure a dire che fu lui a salire sul taxi di Rolandi sono quattro suoi camerati. Il primo è Edgardo Bonazzi, appartenente all’ala dura del Msi di Parma negli anni Settanta. Condannato in concorso con altri per l’omicidio nel 1972 di un esponente di Lotta continua, Bonazzi ha incontrato in carcere personaggi dell’ultradestra come Franco freda, Pierluigi Concutelli, Nico Azzi, Guido Giannettini. Ha parlato, scambiato idee, ricevuto confidenze.

A partire dal 1994, le rileva ai carabinieri del Ros (il raggruppamento operativo speciale) e ai magistrati che indagano sulle stragi nere. Nei verbali giudiziari si legge che prima Freda (già nel 1975) e in seguito Azzi e Giannettini (nel 1979-1980) hanno fatto capire a Bonazzi che il tassista Rolandi era stato un testimone soggettivamente in buona fede, ma che la persona da lui vista sul taxi non era Valpreda, bensì un militante di destra che gli assomigliava molto e che era stato utilizzato per tale specifico compito. Si trattava, secondo gli accenni di Azzi poi confermati più precisamente da Concutelli nel 1981 nel carcere di Novara, di un «ex legionario di origine siciliana frequentatore dell’ambiente milanese del Msi»: l’identikit di Sottosanti, che effettivamente assomigliava a valpreda e che sarebbe stato utilizzato dai fascisti per depistare le indagini e coinvolgere nella strage gli anarchici.

SOGNANDO IL GOLPE. «Non so niente di questa storia», dice. «Smentisco tutto». Intanto è restato solo, isolato anche dai suoi familiari. Rapporti troncati con la figlia quarantacinquenne residente a Torino e con la sorella e il fratello, che pure vivono a Piazza Armerina. Primo maschi di una famiglia con sei figli, Nino, archivista scolastico, è in pensione dal 1997. A Milano era arrivato nel 1966, dopo un matrimonio scelto nel 1956 (e presto fallito) e alcune esperienze lavorative in Germania.

Nella Milano di fine anni Sessanta vive di espedienti, si arrangia come portiere di notte. Trascorre ore e ore in piazza del Duomo a parlare di politica con esponenti dell’estrema destra. Coltiva una passione per le vicende giudiziarie, si reca spesso in triunale per seguire i processi penali e si fa una buona conoscenza dei codici. Diventa segretario della sezione milanese di Nuova repubblica, sede in via San Maurilio, il movimento di randolfo pacciardi che lavora per una svolta autoritaria. Ma a partire dal 1969, come altri fascisti, Nino si infiltra a sinistra. Frequenta il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Fornisce l’alibi a un anarchico, Tito Pulsinelli, accusato di aver abbandonato un pacco contenente esplosivo. Fa da corriere tra il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e alcuni carcerati, consegnando il denaro della «Crocenera anarchica», il fondo di solidarietà dei circoli anarchici.

«Ma guardi che se pensa che fossi un infiltrato tra gli anarchici si sbaglia», puntualizza, «io usavo frequentare tutti gli ambienti», giura. Si stabilisce in Sicilia nell’ottobre del 1969. A fine novembre torna però a Milano. «Mi sono recato a Milano solo ed esclusivamente per fornire l’alibi all’amico Tito Pulsinelli, il primo dicembre». Ma Nino il fascista resta a Milano almeno fino al 13 dicembre, il giorno dopo la strage. «Mi sono fermato perchè dopo la mia testimonianza attendevo la possibile scarcerazione di Pulsinelli». Invece il 12 dicembre scoppia la bomba. Quello stesso giorno, poche ore prima della deflagrazione alla sede della Banca nazionale dell’Agricoltura, Sottosanti riceve un assegno di 15 mila lire dalle mani dell’anarchico Giuseppe pinelli. I due pranzano insieme e alle 14.30 entrano in un bar di via Morgantini a bere un caffè e a fare una partita a cate. Alle 15 si dividono. Pinelli ritorna poi al bar. Sottosanti va alla Banca del Monte di via Pisanello a incassare l’assegno e poi a Pero, alla periferia di Milano, dove vive, ospite dei genitori di Tito Pulsinelli. «Sono arrivato a casa dei genitori di Tito alle 17.30», afferma. »Non posso aver preso nessun taxi, e la polizia los sa: gli agenti mi seguivano passo dopo passo. Eppure non hanno mai confermato il mio alibi».

Antonino Allegra, nel 1969 capo dell’ufficio politico della Questura milanese, interrogato dalla commissione Stragi nel luglio del 2000 ha riferito che «il Pinelli non ha mai voluto dire che quel giorno era insieme a Sottosanti. Questo è il motivo per cui il fermo di Pinelli si protrasse: aveva dato un alibi che era stato smontato». Poi Pinelli morì, volando dalla finestra della Questura. Quanto a Sottosanti, Allegra lo descrive come «una persona che se ne fregava della destra e della sinistra e pensava solo ai fatti suoi». Perchè Pinelli non volle raccontare ai poliziotti quel pomeriggio passato con Nino il fascista? Sottosanti non vuol neppur sentire nominare Allegra: si alza, accende nervoso una sigaretta. «Allegra mia aveva in odio per l’alibi che avevo fornito all’anarchico Pulsinelli». Si avventa su una pila disordinata di carte abbandonate su una sedia, rigira due o tre fogli, estrae vecchi articoli. Ma come mai un mussoliniano riceve un assegno di 15 mila lire da un anarchico? «Fu un gesto spontaneo di pinelli, forse in segno di gratitudine per la mia testimonianza a favore di Pulsinelli. Così accettai volentieri», risponde Nino, che aveva già ricevuto altre 30 mila lire dalla famiglia Pulsinelli. Il nome di Sottosanti compare anche in un rapporto fatto alla polizia da un altro strano anarchico, Enrico Rovelli, in realtà spia della polizia infiltratanei gruppi dell’estrema sinistra, con il nome in codice «Anna Bolena». Rovelli – diventato poi impresario rock, padrone della discoteca milanese Rolling Stone e oggi dell’Alcatraz, agente di Lucio Dalla e amico di Ignazio La Russa – in un’informativa inviata nel 1970 all’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno scrive (riferendo notizie sapute da una edicolante anarchica, Augusta farvo): »L’Augusta Farvo ha detto che il Nino è giunto a Milano il 2 dicembre e che ripartì il 13, il giorno dopo l’attentato alla Banca dell’Agricoltura. Assicura di essere a conoscenza che il Nino, dopo il pranzo a casa del Pinelli, tentò in tutti i modi di convincere quest’ultimo ad accompagnarlo in centro ma che Pinelli rifiutò. L’Augusta avrebbe saputo questo dalla moglie di Pinelli. Questo categorico rifiuto del Pinelli a portarsi in centro è interpretato dalla stessa come una conferma che il Pinelli stesso era a conoscenza di quello che doveva accadere e che preferiva rimanere al bar per l’alibi. L’Augusta ha detto anche di avere saputo dalla madre di Pulsinelli che durante la notte dall’11 al 12 dicembre il Nino non ha toccato letto; ha passeggiato per la stanza tutta la notte, fumando molte sigarette. Il Nino dal giorno 2 alla partenza da Milano era stato ospite a casa del Pulsinelli».

«Rovelli ha scritto quelle cose solo per guadagnare soldi», sentenzia Sottosanti. Poi dice di non aver più voglia di rispondere ad altre domande. Si alza e va in un’altra stanza. Estrae e mostra carte ingiallite, il libretto individuale e il documedo di congedo della Legione straniera, si scusa per la ostentata diffidenza iniziale e non esclude di raccontare in un memoriale, in futuro, tutte le cose che ancora oggi non vuole rivelare. «Destra, sinistra: sono solo due categorie di comodo. Io sono stato sempre e solo un mussoliniano».

Annunci